Ceuta e Melilla: cosa sta realmente accadendoNICOLETTA ALESSIO, FEDERICA TONINELLO
Le immagini hanno fatto il giro d’Europa in poche ore. Migliaia di persone in
mare, con ciambelle salvagenti di fortuna, aggrappate agli scogli, gruppi che
corrono lungo la battigia, militari schierati, elicotteri, ambulanze. Nel giro
di pochi minuti il racconto era già scritto: “assalto all’Europa, invasione,
crisi migratoria“.
Ma cosa stiamo realmente guardando?
Scriviamo dopo essere state a Ceuta e Melilla, enclavi spagnole in territorio
marocchino, a fine aprile. In questi mesi stiamo sviluppando Voices from the
border, un progetto che costruisce una rete transnazionale di realtà di base
impegnate su migrazioni, antirazzismo e giustizia sociale, con un focus su Ceuta
e Melilla quali frontiere simbolo delle politiche migratorie europee: luoghi in
cui l’esternalizzazione dei confini si traduce in violenza sistemica,
discriminazione e violazioni dei diritti umani.
Abbiamo raccolto testimonianze di chi quella violenza la vive e la documenta
ogni giorno. È da queste voci che proviamo a leggere ciò che sta accadendo.
LA PRIMA DOMANDA: COSA STIAMO GUARDANDO?
Il bilancio è ancora provvisorio: sarebbero 84 i morti rinvenuti tra le spiagge
di Ceuta e Fnideq e circa 50 mila le persone entrate a Ceuta e Melilla da
giovedì scorso. Secondo il ministro dell’Interno spagnolo Fernando
Grande-Marlaska, sarebbero già 48.300 le persone “rimpatriate” in Marocco, senza
che sia ancora chiaro attraverso quali procedure.
Numeri destinati a cambiare, ma che si inseriscono in una storia già drammatica.
Il 2025 era stato l’anno più letale mai registrato sul litorale di Ceuta, con
almeno 47 corpi recuperati in mare. Nessuna statistica, però, riesce a
restituire il numero reale delle persone scomparse: molte vengono inghiottite
dal mare o muoiono tentando il passaggio via terra, attraverso i boschi che
circondano le enclave, su di loro non vi è nessuna stima ufficiale.
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Anche a Melilla, alla frontiera con Beni Ensar, si sono registrati tentativi di
attraversamento e violenze. Secondo l’associazione locale Solidary Wheels,
decine di persone sono rimaste ferite durante i tentativi di attraversamento a
nuoto, alcune con lesioni gravi attribuite all’intervento delle forze di
sicurezza spagnole e marocchine. Sebbene le autorità abbiano dichiarato
l’ingresso di 130 persone, tra cui 84 minori, molte altre sarebbero state
respinte sommariamente verso il Marocco, compresi minorenni, mentre resta ancora
poco chiaro quante persone siano effettivamente riuscite a entrare, quante siano
state respinte e se abbiano ricevuto assistenza sanitaria e legale.
Comunicati stampa e appelli/Confini e frontiere
E COSA STA SUCCEDENDO AL CONFINE DI MELILLA?
Comunicato di Solidary Wheels - 31 luglio 2026
1 Agosto 2026
In una crisi umanitaria che corre alla velocità dei social network, l’opinione
pubblica si trova davanti a immagini virali – la massa di persone in acqua, i
corpi ammassati che oltrepassano le reti, i festeggiamenti, ma anche i momenti
di tensione – e quasi nessun strumento per contestualizzarle. Proviamo a farlo
insieme con quanto abbiamo imparato da chi il territorio lo vive tutto l’anno.
DOVE SONO, DAVVERO, QUESTE PERSONE?
Ceuta e Melilla sono due città autonome spagnole situate sulla costa nord del
continente africano. Pur appartenendo politicamente alla Spagna e all’Unione
europea, sono interamente circondate dal territorio marocchino e costituiscono
gli unici confini terrestri tra l’Europa e l’Africa.
Le persone arrivate “a nuoto a Ceuta” non hanno attraversato il Mediterraneo e
non sono approdate sulla Spagna peninsulare: hanno raggiunto pochi metri di
territorio europeo situato in Africa. Una precisazione geografica che cambia il
significato del racconto: non è un grande sbarco sulle coste europee, ma il
superamento di un confine estremamente anomalo, dove pochi metri d’acqua
separano due mondi profondamente diseguali.
Melilla si trova circa 400 chilometri più a est e resta spesso fuori dai
riflettori. I suoi dodici chilometri quadrati sono circondati da barriere alte
diversi metri, dalle quali si vedono le case delle città marocchine di Farkhana
e Beni Ensar.
Entrambe sorgono nel Rif, regione del nord del Marocco segnata da una lunga
storia di marginalizzazione economica, mobilitazioni sociali e repressione
politica. Abbiamo attraversato Farkhana, Beni Ensar, Nador, Tétouan, Martil e
Fnideq: ovunque era evidente una sensazione diffusa di frustrazione e
soffocamento.
Inoltre, al contrario di quanto affermato dalle destre, Ceuta e Melilla città
sono di fatto fuori dall’area di libera circolazione di Schengen e chi vi arriva
o parte è sottoposto a controlli di frontiera.
CHI SONO E PERCHÉ FUGGONO?
La maggior parte delle persone che arrivano a Ceuta per mare sono di nazionalità
marocchina. Quando eravamo lì abbiamo incontrato due giovani di Tétouan che
avevano attraversato Ceuta durante l’ondata del 2021.
«La prima volta che ho pensato di emigrare è stato perché sono stato costretto a
farlo. Ho capito che i diritti che cercavo in questo Paese non li ho trovati. A
Tétouan lavoravamo nel commercio informale: da quando avevo 9 anni aiutavo mio
padre. Andavamo a Ceuta con il passaporto, portavamo la merce e riuscivamo a
vivere. Non avevo motivo di partire. Poi con il Covid la frontiera si è chiusa e
non è più tornata la stessa: serviva un visto per entrare e il Marocco ci ha
impedito di vendere per strada. Mio padre è stato costretto a fare il facchino e
io a cercare un modo per emigrare, per lasciare il Paese e aiutarlo».
L’altro ragazzo ci ha detto:
«Abbiamo provato a trovare altri modi di viaggiare, ma non c’è una soluzione che
ti porti a destinazione. Per ottenere un visto ti chiedono un lavoro e molti
soldi in banca. Per noi è inaccessibile. L’unica soluzione rimasta è via mare o
attraverso la montagna, verso il confine».
Anche le organizzazioni impegnate nelle zone di frontiera parlano di questi
afflussi come “grandi fughe”. Gli stessi organismi marocchini per i diritti
umani hanno letto in questa chiave il tentativo collettivo di raggiungere Ceuta.
L’Instancia Democrática Marroquí ha espresso “profonda preoccupazione” per la
condizione dei giovani nel Paese, parlando di “fallimento politico” del governo
marocchino.
“Ciò a cui si sta assistendo nella regione settentrionale del Marocco, qualunque
siano le ragioni circostanziali che hanno mosso questa migrazione di massa
simile a quella che ha avuto luogo due anni fa, è una palese espressione di una
profonda crisi strutturale e l’accumulo di decenni di emarginazione sociale ed
economica. Il fatto che un gran numero di giovani e minori, donne e uomini di
tutte le età, rischino la vita e fuggano dai loro paesi così è un serio
indicatore della disperazione pervasiva e della perdita di fiducia nelle
istituzioni e nelle politiche pubbliche e nel futuro nel suo insieme.” –
Dichiarazione sugli eventi di Ceuta e Melilla del 30 e 31 Luglio 2026
dell’Associazione Marocchina per i Diritti Umani.
In Marocco la forbice sociale si è allargata mentre il governo ha speso oltre 16
miliardi di dollari per i grandi eventi sportivi. Ha appena organizzato la Coppa
d’Africa e si prepara a ospitare i Mondiali di calcio del 2030. Un paradosso
stridente, in quanto la co-organizzerà proprio con Spagna e Portogallo. Un Paese
di cui in Europa si racconta poco, ma dove le proteste lo scorso anno, proprio
per denunciare la crisi sociale, sono state represse violentemente 1 .
Achraf Maimon, presidente della sezione locale dell’Associazione marocchina per
i diritti umani e coordinatore della sua Commissione Centrale per la Migrazione
e l’Asilo, ci ha spiegato:
«Il Marocco registra un tasso di disoccupazione giovanile superiore al 13%,
secondo i dati ufficiali; tra i giovani di età compresa tra i 18 e i 24 anni,
oltre il 50% è senza lavoro, senza istruzione, e non fanno nulla nella loro
vita. Cioè non lavorano, non studiano e non fanno nulla. Questi giovani hanno
perso la speranza, non ricevono un’istruzione adeguata e non hanno opportunità
di lavoro. Inoltre, diversi movimenti sociali sono stati vietati e repressi. Ai
loro giovani sono state inflitte condanne severe. La maggior parte dei giovani
che non sono riusciti a trovare una via d’uscita è emigrata all’estero, sia con
mezzi legali che illegali. Questo è evidente nel movimento del Rif. La maggior
parte dei giovani che partecipavano al movimento del Rif ha attraversato il mare
da Al Hoceima verso la Spagna in quella che potremmo definire un’emigrazione
quasi collettiva, in fuga dalla realtà politica ed economica».
Ridurre tutto a una “migrazione economica” significa non vedere la complessità
di queste partenze. Disoccupazione, precarietà, assenza di prospettive,
repressione politica e perdita di fiducia nelle istituzioni concorrono a
spingere un numero crescente di persone a fuggire, anche rischiando la vita.
All’emigrazione interna si aggiunge la migrazione internazionale di giovani
principalmente da Sudan, Guinea, Mali e Costa d’Avorio ma anche da Yemen e
Bangladesh. Loro tentano di solito la via di terra, accampandosi nella foresta
di Beliounes per scavalcare i 3 strati di recinzioni alte dai 7 ai 10 metri che
la separano a Ceuta. La profilazione razziale li rende infatti soggetti
vulnerabili a sequestri e trasferimenti forzati nel deserto e ai confini con
l’Algeria.
PERCHÉ IL MAROCCO LI HA LASCIATI ENTRARE?
Diversi osservatori hanno notato che le misure di sicurezza marocchine sono
state, in queste giornate, quasi assenti. Le immagini di questi giorni hanno
riportato alla memoria il maggio 2021, quando il Marocco allentò i controlli e
migliaia di persone, come i ragazzi che abbiamo conosciuto entrarono a Ceuta 2.
I confini, è ormai noto, sono usati come strumento di pressione diplomatica: la
loro “apertura” o “chiusura” risponde a interessi geopolitici legati al Sahara
occidentale, ai rapporti tra Spagna, Marocco e Algeria, agli equilibri di potere
nella regione. Ma spiegare tutto con la volontà di Rabat di esercitare pressione
politica significa ignorare una realtà fondamentale: che la spinta sociale è
reale, esiste e preme come non mai alle frontiere.
I tentativi di attraversamento a Ceuta sono costanti. Spesso avvengono in gruppo
proprio per le caratteristiche specifiche di questa frontiera: siccome è molto
difficile passare, ci provano in tanti affinché almeno qualcuno riesca.
Ne abbiamo parlato con Serge Aime Guemou del Consiglio dei Migranti Subsahariani
in Marocco:
«È tutto organizzato in modo che i più forti vengano messi dietro, i più deboli
davanti, quelli con maggiore resistenza fisica ancora più avanti. Sono dinamiche
straordinarie. E riescono a ottenere dei risultati, come dicevo, perché alcune
persone riescono a entrare».
Questo vale soprattutto per la via di terra, ma logica è la stessa anche via
mare: entrare in gruppo permette più chance di farcela, almeno a qualcuno.
La realtà è quindi più complessa di una teoria del complotto. Il Marocco può
usare le frontiere come leva politica, ma questo non spiega da solo migliaia di
persone che rischiano la vita per attraversarle.
Del resto, nel 2022, il Marocco non si fece scrupoli a reprimere il tentativo di
migliaia di persone subsahariane di entrare a Melilla dal valico del Barrio
Chino. La repressione fu durissima su entrambi i lati del confine:
l’Associazione marocchina per i diritti umani (AMDH) e le inchieste indipendenti
parlarono di almeno 37 vittime e di circa 70 persone scomparse, mentre la
polizia spagnola ne respinse verso il Marocco almeno 470. Fu, con ogni
probabilità, la strage più letale mai avvenuta sulla frontiera terrestre tra
Unione europea e Marocco 3.
QUANTO CONTA LA SENTENZA DEL TRIBUNAL SUPREMO SPAGNOLO?
Parte del racconto istituzionale e mediatico ha indicato una recente sentenza
del Tribunal Supremo spagnolo come un “incentivo” agli attraversamenti, quasi
che avesse aperto la frontiera. In realtà, la decisione nasce da un lavoro di
contenzioso strategico portato avanti da Servicio Jesuita a Migrantes,
Coordinadora de Barrios e No Name Kitchen e stabilisce che chi raggiunge Ceuta e
Melilla via mare non può essere sottoposto al rechazo en frontera, cioè al
respingimento sommario.
La sentenza è stata pubblicata il 20 luglio 2026 e stabilisce che entrare via
mare non equivale a scavalcare una barriera fisica e le persone intercettate
devono poter accedere alle procedure ordinarie con le garanzie previste dal
diritto internazionale. Non si tratta quindi di una “apertura” della frontiera,
ma del riconoscimento di tutele giuridiche fondamentali.
Può davvero una sentenza che impone garanzie giuridiche “causare” un effetto
moltiplicatore così immediato? Attribuire a questa decisione l’aumento degli
arrivi significa ignorare le cause profonde che spingono migliaia di persone
verso la frontiera.
Mentre si invocano misure straordinarie – come Giorgia Meloni che ha deciso per
la sospensione unilaterale di Schengen per chi proviene dalla Spagna – vale la
pena non perdere la memoria.
Nel settembre 2023 a Lampedusa approdarono 6.000 persone in ventiquattro ore, in
uno degli anni con più arrivi in Italia degli ultimi dieci anni. Allora il
governo italiano chiese il sostegno dell’Unione, che poi nei fatti non arrivò.
Stessa cosa, con numeri ancora più elevati, avvenne nelle isole greche del Mar
Egeo nel 2015 durante la cosiddetta “crisi dei rifugiati” siriani 4.
Anche oggi dovrebbe essere il richiamo alla solidarietà di tutta l’Unione
europea il messaggio politico più forte. Non la chiusura reciproca dei confini
interni, non la forza militare, non la deportazione di massa la soluzione.
QUELLO CHE È URGENTE FARE
L’emergenza è anzitutto umanitaria. Il CETI di Ceuta, pensato per 512 persone, è
saturo. Quando eravamo lì, fuori dall’emergenza, alcuni giovani già dormivano in
sette in una stanza. Anche il centro per minori è al collasso e molti dormono
per strada, bambini compresi. I supermercati sono chiusi; quelli aperti non sono
accessibili a tutti: No Name Kitchen ha recentemente riportato che è l’esercito
che decide chi entra e chi no.
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La risposta istituzionale è solo repressiva, con esercito e carri armati
schierati per incanalare le persone. La Spagna si è apprestata a un
accordo-lampo con Rabat per i “ritorni urgenti”, con il ministro spagnolo
Marlaska che ha affermato che il governo di Madrid è pronto a rimpatriare tutte
le persone considerate irregolari.
Il direttore della Comisión Española de Ayuda al Refugiado (CEAR), Mauricio
Valiente, ha definito i rimpatri accelerati una “cattiva soluzione“, ricordando
che il Marocco non è un Paese sicuro e che la collaborazione tra Stati non può
tradursi in una consegna sommaria, senza esaminare la situazione individuale di
ciascuno. E inoltre c’è da rispettare la sentenza del Tribunal Supremo.
Ma la soluzione non può essere la chiusura dei confini o la deportazione. Nel
frattempo alcuni video cominciano a circolare sui social media che riprendono
agenti marocchini picchiare persone nero-africane a bordo di bus, la cui
destinazione non è nota.
A Ceuta in molti si sono rimboccati le maniche per offrire cibo e riparo alle
persone sfollate, ma adesso mancano viveri e prodotti per rifornire supermercati
ed esercenti. Serve che l’Europa porti sostegno e aiuti materiali a Ceuta e a
chi a Ceuta si è già attivato per aiutare. Soprattutto, servono vie sicure di
accesso che non costringano le persone a morire per attraversare una linea
immaginaria.
Quello che accade a Ceuta e Melilla non dimostra una “crisi dell’Europa
assediata”. Dimostra il fallimento di un modello che tenta di difendere una
frontiera senza affrontare la spinta che vi preme sopra.
L’esternalizzazione non protegge davvero nessuno: non protegge le persone che
partono, che continuano a rischiare la vita; non protegge chi vive alle
frontiere, trasformate in zone permanenti di tensione; e non protegge nemmeno
l’Europa, che risponde a una realtà complessa con una politica sempre più
violenta e miope.
Il compito della rete che stiamo costruendo è proprio questo: riportare al
centro le voci di chi vive queste frontiere e impedire che ogni nuova crisi
diventi soltanto un pretesto per costruire muri più alti.
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“Voices from the border. Anti-racist solidarity and advocacy networks” è
finanziato nell’ambito del progetto TACKLE, finanziato dalla Commissione europea
(Riferimento: EuropeAid/173998/DH/ACT/Multi) ed è realizzato da Avocats Sans
Frontières, un’organizzazione non governativa, in collaborazione con
Alternatives Européennes, ENCLE (Rete europea per la formazione giuridica
clinica), CLEDU (Clinica legale per i diritti umani), Associazione IUC
(International University College) di Torino, Associazione DiFro (Diritti di
Frontiera APS) – Facoltà di Giurisprudenza dell’Università Roma Tre, APDHA
(Asociación Pro Derechos Humanos de Andalucía), UAF (Action de l’Union Féministe
de Tanger), Forum Tunisino per i Diritti Economici e Sociali (FTDES), Università
degli Studi di Palermo – Dipartimento di Giurisprudenza, Università degli Studi
Roma Tre, Sciences Po – École de Droit, Université Libre de Bruxelles – Equality
Law Clinic, Amsterdam Law Clinics dell’Università di Amsterdam.
I contenuti del presente articolo sono di esclusiva responsabilità di Melting
Pot Odv e S-Com e non possono in alcun caso essere considerati rappresentativi
della posizione dell’Unione europea.
1. Otto donne morte di parto in ospedali fatiscenti mentre nascono stadi sempre
più grandi: il calcio che spacca il Marocco – Il Fatto Quotidiano, 20
dicembre 2025 ↩︎
2. Sui fatti di Ceuta – Meltingpot.org, 24 maggio 2021 ↩︎
3. 24 J. Il massacro di Melilla. La ricostruzione degli eventi nel rapporto di
Caminando Fronteras – Meltingpot.org, 29 marzo 2023 ↩︎
4. Sull’isola greca di Lesbo è crisi umanitaria – Meltingpot.org, 23 luglio
2015 ↩︎