
«Ho tentato di arrivare a Ceuta. Mi hanno fermato, mi hanno messo su un bus e mi hanno portato nel sud. Ora sto peggio di prima»
Progetto Melting Pot Europa - Friday, August 7, 2026ILARIA MOHAMUD GIAMA 1
Le parole di A. arrivano da lontano. Non solo geograficamente. Arrivano da un limbo che dura da anni. L’ho conosciuto questo gennaio a Rabat, durante le proteste davanti all’UNHCR. Un ragazzo aveva appena tentato di darsi fuoco davanti alla sede. La disperazione di chi resta bloccato senza via d’uscita era nell’aria. A. era lì. Sudanese, senza documenti riconosciuti, senza lavoro, senza prospettive. Viveva esattamente ciò che le associazioni denunciano da tempo: il Marocco non dispone di un vero sistema nazionale di asilo. Non esiste una procedura strutturata, con tempi certi, diritti garantiti e un’autorità indipendente che valuti le domande. C’è solo l’ufficio dell’UNHCR, che raccoglie le richieste preliminari e rilascia documenti di registrazione. Nella pratica, quei documenti offrono scarse tutele. Chi li possiede resta comunque esposto a rastrellamenti, controlli arbitrari, fermi e trasferimenti forzati verso il sud del paese.
Quando a metà luglio ha sentito che qualcosa si stava muovendo verso Ceuta, ha deciso di tentare. Si è messo in viaggio. Non è mai arrivato. Su un bus, durante un controllo, lo hanno fatto scendere insieme ad altri migranti neri. Poi lo hanno caricato su un altro mezzo e lo hanno portato centinaia di chilometri più a sud. La sua esperienza non è un incidente. È il funzionamento ordinario di un confine che non si limita a fermare le persone, ma produce gerarchie. Decide chi può muoversi e chi deve restare fermo, chi può tentare e chi viene allontanato.
Foto di A. – Prima della deportazione

In quei giorni i giovani marocchini potevano raggiungere la frontiera e attraversarla. I migranti di origine subsahariana trovavano invece strade e bus trasformati in filtri. La selezione basata sul colore della pelle non è un dettaglio operativo: è una tecnologia di confine.
A. mi ha messo in contatto con un’altra persona, W., che ha seguito un percorso diverso, ma con lo stesso esito. Era riuscito ad arrivare in Spagna via terra. Assieme a lui migliaia di altre persone.


Dopo poco è stato però respinto con la forza oltre il confine e, una volta tornato in Marocco, è stato caricato su un mezzo e deportato nel sud del Marocco.
Due traiettorie, lo stesso meccanismo di allontanamento e isolamento.
Queste operazioni non sono un’iniziativa autonoma del Marocco. Sono parte di un sistema commissionato e finanziato dall’Unione Europea. Attraverso accordi, fondi e pressioni politiche, l’Europa ha trasformato il paese in un gatekeeper: un territorio incaricato di contenere, selezionare e disperdere chi cerca di muoversi verso nord.
I trasferimenti di massa verso il sud – spesso senza procedure, senza documenti, senza possibilità di ricorso – sono uno degli strumenti di questa esternalizzazione. Il video virale di un agente delle Fuerzas Auxiliares che lancia ripetutamente una grossa pietra contro un giovane vicino al confine non è un’eccezione. È un fotogramma della violenza ordinaria con cui questo sistema si mantiene.
A. oggi è di nuovo nel sud. Ha perso giorni, soldi, energie. È tornato nello stesso limbo da cui aveva cercato di uscire, solo più isolato. W., dopo aver toccato territorio spagnolo, è stato respinto e deportato nel sud del Paese, e al momento risulta irreperibile. L’ultimo aggiornamento riguarda un luogo di detenzione per migranti nel sud del Marocco.
Ultima immagine di W. All’interno di una struttura di detenzione per migranti neriLe loro storie non sono eccezioni. Sono il risultato concreto di una politica che ha delegato la violenza del confine a paesi terzi, finanziandone i meccanismi di controllo senza costruire reali sistemi di protezione.
Mentre i media contano quanti marocchini sono entrati a Ceuta e quanti sono tornati, sulle strade del nord del Marocco continua a funzionare un filtro silenzioso. Un filtro che non si limita a bloccare. Produce differenze. Decide chi può tentare e chi deve essere allontanato. E lo fa, ancora una volta, lungo la linea del colore della pelle, con il sostegno indiretto ma decisivo dell’Unione Europea.
- Ricercatrice e attivista per i diritti umani, studentessa di Geografia all’Università di Bologna. Mi occupo di scrittura e divulgazione su temi geografici, culturali e geopolitici, con particolare attenzione alle dinamiche di confine, alla mobilità e ai diritti nelle zone di frontiera interne ed esterne all’Europa. ↩︎