Ai margini dell’Europa: salute mentale, abuso di sostanze e autolesionismo tra i minori non accompagnati a Ceuta
AUDREY BENSON, ATTIVISTA DI NO NAME KITCHEN 1
Questo articolo accompagna la pubblicazione del report “Sobrevivir al Limbo: una
investigación sobre (ab)uso de sustancias y conductas autolesivas en menores no
acompañados en Ceuta” 2, che approfondisce le condizioni di vita, la salute
mentale e l’accesso ai diritti dei minori non accompagnati a Ceuta
(enclave-confine tra Spagna e Marocco).
Attraverso testimonianze dirette, osservazione sul campo e analisi del contesto
istituzionale, il report documenta l’impatto dell’abbandono sistemico e delle
politiche di frontiera sul benessere di questi ragazzi.
Rayan (15 anni, Tetouan) era accasciato sulla spalla di Ana nella sala d’attesa
dell’Ospedale Universitario di Ceuta. Aveva il viso contuso e gonfio a causa di
una caduta. Ana ed io, entrambe volontarie di No Name Kitchen (NNK), lo avevamo
accompagnato all’ospedale perché potessero visitarlo. Siamo rimaste sedute lì
per ore, pensando che si fosse semplicemente addormentato. Ma quando finalmente
hanno chiamato il suo nome e lui non ha risposto, ci siamo rese conto che
qualcosa non andava: non stava dormendo. Era svenuto. Alla fine siamo riuscite a
farlo alzare e a portarlo nella sala visite. Aveva fatto uso di hashish,
Klonopin e Lyrica per tutto il giorno.
Quell’episodio è diventato il simbolo di una realtà che ho osservato durante un
periodo di volontariato con No Name Kitchen (NNK), organizzazione che sostiene
le persone in movimento in diverse frontiere d’Europa. Come referente sanitaria,
ho fornito primo soccorso e supporto all’accesso ai servizi sanitari di
emergenza. Ciò che mi colpiva non erano solo le lesioni fisiche, ma la
diffusione di abuso di sostanze e autolesionismo tra i minori non accompagnati,
segnali evidenti di un profondo disagio psicologico.
Il consumo di sostanze e l’autolesionismo a Ceuta non devono essere interpretati
come ribellione adolescenziale, patologia individuale o devianza culturale. Si
tratta di strategie di adattamento plasmate dalle condizioni in cui questi
ragazzi sono costretti a vivere.
Questo è importante perché il modo in cui definiamo un problema determina il
modo in cui vi rispondiamo. Se definiamo questi ragazzi «pericolosi»,
giustifichiamo la sorveglianza. Se li definiamo «disobbedienti», giustifichiamo
la punizione. Se li definiamo «spezzati», corriamo il rischio di ridurli alle
loro ferite.
Ma se comprendiamo il consumo di sostanze e l’autolesionismo come risposte
all’abbandono, la domanda cambia. Non è più «Cosa c’è che non va in questi
minori?», ma «Cosa abbiamo permesso che accadesse intorno a loro e cosa
servirebbe affinché la sopravvivenza non fosse solo meno dolorosa, ma un atto di
gioia e dignità?».
In questo contesto, i cosiddetti “comportamenti dannosi” rappresentano strategie
di sopravvivenza sviluppate in risposta a stress estremo, esclusione e abbandono
istituzionale. Tra questi rientrano l’uso di sostanze (hashish, Lyrica, Roche,
colla) e l’autolesionismo non suicidario, come tagli e ustioni.
A livello europeo, la letteratura documenta un elevato carico di sofferenza
mentale tra i minori non accompagnati. Le ricerche riportano alti tassi di
disturbo post-traumatico da stress, depressione e ansia, oltre a una maggiore
incidenza di autolesionismo e consumo di sostanze rispetto ai coetanei
accompagnati. Detenzione, discriminazione e isolamento sono indicati come
fattori di rischio rilevanti.
Nelle enclavi spagnole di Ceuta e Melilla, invece, mancano quasi del tutto
ricerche e sistemi di monitoraggio sulla salute mentale dei minori migranti. La
maggior parte delle informazioni proviene dal lavoro sul campo delle
organizzazioni e da sporadiche segnalazioni sui diritti umani. Questa
invisibilità contribuisce al sottofinanziamento dei servizi e alla mancanza di
controllo sulle pratiche dannose.
Ceuta, enclave spagnola al confine con il Marocco, rappresenta uno dei pochi
punti di accesso terrestri tra Africa ed Europa. Ogni anno molti minori,
soprattutto marocchini, rischiano la vita attraversando il mare a nuoto. La
città ospita centinaia di minori non accompagnati in un sistema di accoglienza
da tempo sotto pressione e incapace di rispondere adeguatamente ai bisogni
esistenti.
Una volta arrivati, molti restano bloccati per anni. Non possono raggiungere
legalmente la Spagna continentale senza un trasferimento ufficiale e spesso
vivono in strutture sovraffollate o per strada.
I respingimenti continuano a essere segnalati nonostante le condanne
internazionali, mentre razzismo e discriminazione permeano sia le istituzioni
sia la vita quotidiana.
La maggior parte dei sette centri per minori è gestita da soggetti privati. I
ragazzi descrivono condizioni dure e punitive, soprattutto per chi viene
considerato “problematico”. Un ex dipendente, intervistato da NNK, ha confermato
episodi di violenza, insulti e negligenza. Anche l’assistenza sanitaria appare
insufficiente: non vi sono medici a tempo pieno e la somministrazione dei
farmaci ricade spesso su personale non qualificato. Resoconti locali hanno
inoltre evidenziato gravi carenze nell’accesso ai servizi di salute mentale e
tempi di attesa incompatibili con bisogni spesso urgenti.
Questi ragazzi vivono molteplici forme di marginalizzazione: sono migranti,
minori, musulmani e spesso vittime di discriminazione razziale. Il razzismo
anti-marocchino, alimentato da narrazioni politiche ostili, contribuisce a
rafforzare esclusione e vulnerabilità.
Ahmed, 15 anni, reclutato come spacciatore quando era bambino, cerca di
costruirsi un’immagine di forza per sopravvivere alla vita di strada. Racconta
di aver smesso di assumere pillole perché aumentavano il desiderio di
autolesionarsi. «Ora fumo solo erba», dice, percependola come un’alternativa
meno pericolosa.
Opportunità educative, sportive e culturali sono limitate. Molti ragazzi vengono
allontanati dagli spazi pubblici o guardati con sospetto. Anche le attività
organizzate da NNK – sport, nuoto, tagli di capelli e momenti di socialità –
sono spesso oggetto di controlli e sorveglianza. In tutta la Spagna, i minori
migranti che vivono per strada incontrano ostacoli nell’accesso a scuole, centri
giovanili e servizi comunitari, perdendo così importanti fattori di protezione.
Abbiamo osservato un fenomeno significativo. Quando i ragazzi disponevano di
maggior libertà di movimento e di spazi di socializzazione, si registravano meno
episodi di autolesionismo, meno consumo problematico di sostanze e meno accessi
al pronto soccorso.
Questo suggerisce che il contesto sociale può influenzare direttamente il
livello di sofferenza e il rischio di comportamenti dannosi.
Per questo sono necessari un monitoraggio sistematico della salute mentale a
Ceuta, servizi accessibili e informati sul trauma, percorsi rapidi di presa in
carico e accesso garantito a fattori stabilizzanti come sonno, alimentazione,
attività ricreative e spazi pubblici sicuri. Occorrono inoltre tutele effettive
contro i respingimenti e investimenti pubblici stabili nell’assistenza
sanitaria, educativa e sociale.
Come osserva lo psichiatra Bessel van der Kolk in The Body Keeps the Score, la
rabbia che non trova uno sbocco può trasformarsi in depressione, odio verso se
stessi e comportamenti autodistruttivi.
Questo è il costo dell’abbandono cronico: frontiere che feriscono e istituzioni
che voltano le spalle. È una realtà che dovrebbe spingere decisori politici,
società civile e comunità locali a creare spazi sicuri in cui il dolore possa
essere accolto prima di trasformarsi in ulteriore sofferenza.
1. L’adattamento dell’articolo è a cura di Francesca Fusaro e Alessia Albano di
No Name Kitchen ↩︎
2. Il report completo è disponibile in spagnolo e inglese ↩︎