Ceuta e il mito dell’Europa

Progetto Melting Pot Europa - Monday, August 3, 2026


YULEISY CRUZ LEZCANO 1

La crisi di Ceuta non racconta soltanto una frontiera sotto pressione ma racconta il potere dei sogni, delle aspettative e delle disillusioni. Racconta una dinamica antica che l’Italia ha conosciuto molto bene: quella di giovani uomini e donne che guardano oltre il proprio Paese non necessariamente perché stanno morendo di fame, ma perché immaginano che altrove esista una vita migliore, più moderna, più libera, più ricca di possibilità.

È una storia che il nostro Paese ha vissuto in prima persona. L’Italia meridionale degli anni Sessanta e Settanta era povera rispetto al Nord Europa, aveva profonde disuguaglianze economiche e sociali, ma non era una terra dove la maggioranza delle persone viveva nella fame assoluta. Le famiglie avevano spesso poco, il lavoro era difficile da trovare, molte zone rurali erano arretrate, ma esistevano reti familiari, solidarietà comunitaria e forme di sopravvivenza che impedivano il collasso sociale.

Eppure migliaia di giovani partirono.

La Germania divenne il grande mito. Per un’intera generazione di meridionali rappresentava la promessa del futuro. Il sogno non era soltanto economico: era un’immagine complessiva di modernità. La Germania significava fabbriche, stipendi più alti, automobili, consumi, indipendenza, una società percepita come più aperta. Molti ragazzi italiani poco più che ventenni lasciavano paesi dove avrebbero potuto comunque vivere, magari con sacrifici, per inseguire quella che sembrava una porta verso un mondo nuovo.

Partivano con poche certezze. Molti facevano lavori pesanti, dormivano in sistemazioni precarie, affrontavano difficoltà linguistiche e culturali, ma il mito era più forte della paura. Tornavano nei paesi d’origine con la macchina nuova, con i racconti della Germania industriale, con il desiderio di mostrare di avercela fatta e, perché no? Con la donna (“stangona”) tedesca da mostrare.

Era una migrazione determinata dalla povertà? In parte sì. Ma era anche una migrazione alimentata dall’immaginario. La stessa dinamica, con differenze enormi di contesto storico e politico, può aiutare a comprendere il fenomeno di molti giovani marocchini che oggi guardano verso l’Europa.

Il Marocco non è un Paese in guerra, non è un Paese dove milioni di persone rischiano quotidianamente la morte per fame. È un Paese con problemi economici importanti, con disuguaglianze, con aree rurali difficili e con opportunità limitate per molti giovani, ma è anche uno Stato che negli ultimi decenni ha conosciuto crescita economica, grandi investimenti infrastrutturali, sviluppo urbano e ambizioni internazionali. È un Paese che ha costruito porti moderni, reti ferroviarie ad alta velocità, grandi opere, programmi di sviluppo e una proiezione internazionale crescente. E proprio questo sviluppo ha creato una nuova aspettativa.

Una generazione più istruita, con accesso a internet e ai social network, vede quotidianamente un mondo diverso. L’Europa non è più soltanto un luogo lontano raccontato dai parenti emigrati. È una vetrina permanente davanti agli occhi di milioni di giovani. È fatta di immagini, automobili, libertà personali, consumi, possibilità professionali e anche di una maggiore autonomia nella vita privata.

Per molti giovani nordafricani il desiderio di partire non nasce esclusivamente dalla fame. Nasce dalla percezione di essere bloccati, dalla sensazione che il proprio futuro sia limitato, dalla convinzione che altrove esista una vita impossibile da raggiungere, restando dove sono nati.

Una sorta di prigione a cielo aperto: non una prigione fatta soltanto di povertà, ma di confini, di aspettative negate e di possibilità percepite come irraggiungibili. È questo il significato simbolico di Ceuta, che, geograficamente, è Africa, ma è territorio spagnolo situato sulla costa marocchina, a pochi chilometri dal continente europeo. Chi arriva a Ceuta non è ancora in Europa dal punto di vista geografico. Eppure, nell’immaginario di chi attraversa quella frontiera, quel passaggio rappresenta una rottura totale.

Non si attraversa soltanto un confine fisico, si attraversa un confine mentale e si entra nel luogo che per anni è stato raccontato come la terra della libertà e del benessere. Per questo quelle immagini di persone che esultano dopo aver raggiunto Ceuta hanno una forza simbolica enorme. Non celebrano soltanto un ingresso territoriale, celebrano l’idea di aver superato una barriera che sembrava impossibile.

Su questa realtà complessa si è però innestata la reazione politica italiana. Le dichiarazioni di Giorgia Meloni, Matteo Salvini e di altri esponenti della maggioranza, con la richiesta di misure come la sospensione di Schengen con la Spagna, appartengono soprattutto alla logica della comunicazione politica immediata. Dal punto di vista geografico e operativo, infatti, Ceuta e Melilla sono molto lontane dall’Italia, e sono territori africani sotto amministrazione spagnola e la dinamica della crisi riguarda principalmente il rapporto tra Marocco e Spagna, non un’immediata emergenza migratoria italiana. Presentare quella frontiera come una minaccia diretta per l’Italia significa semplificare un fenomeno complesso e trasformarlo in uno strumento di consenso. È una dinamica tipica della politica contemporanea: una crisi lontana viene utilizzata per alimentare paure vicine.

Nel caso di Ceuta si è aggiunto anche un elemento di confronto politico con il governo spagnolo di Pedro Sánchez. La relazione tra Sánchez e il governo italiano è stata spesso segnata da divergenze sulle politiche migratorie e su altre questioni europee. Allo stesso tempo, va ricordato che il premier spagnolo aveva difeso Meloni in occasione degli attacchi personali ricevuti da Donald Trump durante il vertice del G7. Trasformare una crisi umanitaria in un’occasione di rivalsa politica appare quindi soprattutto una scelta di bassa politica, una ripicca che non contribuisce a risolvere il problema. La questione reale è un’altra, ed è che la crisi di Ceuta rientra nella lunga storia dei rapporti tra Marocco e Spagna. Rabat ha spesso utilizzato il controllo dei flussi migratori come strumento di pressione diplomatica. Le tensioni sul Sahara Occidentale, gli equilibri con l’Algeria e gli interessi strategici nella regione fanno della migrazione una leva geopolitica.

In questi casi i migranti diventano purtroppo strumenti nelle mani degli Stati. La loro sofferenza viene utilizzata per ottenere vantaggi politici. Ma anche l’Europa ha una responsabilità. Negli ultimi anni molti Paesi hanno cercato di esternalizzare il controllo delle frontiere, affidandosi sempre di più alla collaborazione di Stati terzi. Questo modello può essere utile dal punto di vista operativo, ma crea anche una dipendenza politica: chi controlla i flussi acquisisce un potere negoziale.

Il problema migratorio, tuttavia, non può essere risolto con slogan o con la sola chiusura dei confini.

Le persone che partono provengono da realtà diverse. Alcune fuggono da guerre, persecuzioni e instabilità: conflitti africani, crisi del Medio Oriente, Afghanistan, aree del Pakistan segnate da tensioni profonde. Altre partono per ragioni economiche e sociali, inseguendo un miglioramento della propria vita.

Sono dinamiche differenti che spesso vengono confuse nel dibattito pubblico.

Nessun governo possiede una bacchetta magica. Le migrazioni sono un fenomeno globale che coinvolge economia, demografia, politica internazionale e disuguaglianze tra Paesi.

Ma una cosa dovrebbe essere chiara: molti dei giovani che oggi cercano l’Europa non sono così diversi dai giovani italiani che negli anni Sessanta cercavano la Germania. Anche allora c’era chi diceva che l’Italia non era un Paese invivibile. Ed era vero. Ma il desiderio di partire nasceva dalla convinzione che altrove ci fosse qualcosa in più.

La differenza è che oggi gli italiani possono viaggiare, studiare e lavorare in gran parte dell’Europa con un semplice documento. Per milioni di giovani africani, invece, quella libertà rimane un privilegio legato al luogo di nascita.

La vera frontiera non è soltanto quella costruita con cemento e filo spinato, è quella invisibile dei passaporti.

Ed è forse questo il punto più difficile da accettare: dietro ogni crisi migratoria non ci sono soltanto numeri, statistiche e controlli. Ci sono persone che guardano una porta chiusa e immaginano cosa potrebbe esserci dall’altra parte. E così come fecero milioni di italiani quando guardavano verso la Germania, fanno oggi migliaia di giovani marocchini quando guardano verso l’Europa.

  1. Yuleisy Cruz Lezcano è una poetessa, scrittrice, attivista e professionista della salute, nata a Cuba e residente a Marzabotto, in provincia di Bologna. Laureata in Scienze Biologiche e successivamente in Scienze Infermieristiche e Ostetriche presso l’Università di Bologna, ha saputo coniugare una solida formazione scientifica con una profonda sensibilità umanistica ↩︎