“Fin nel Morrocco, e l’isola de’ Sardi” (Dante, Inferno XXVI, 104)Scoprendo un’altra Africa – Primo giorno
La campagna marocchina che da Casablanca ci accompagna a Rabat è un paesaggio
consueto di arbusti e cespugli fioriti, oltre la diversa nomenclatura, lungo il
ciglio della strada e di pietraie di terra rossa. Anche i minareti che si
stagliano tra i tetti degli agglomerati urbani poco distanti confondono
l’abitudine ai campanili delle chiese nostrane.
Quello che richiede all’occhio un esercizio di meraviglia è l’assenza di
ostacoli fino al confine col cielo di pianura che in questo primo giorno di
viaggio si offre netto allo sguardo. E così salutiamo la grande metropoli
industriale, la spianata della moschea monumentale interdetta al nostro passo, i
quartieri alti di ville murate e più rudimentali muri che nascondono i tetti
popolari fioriti di parabole e biancheria stesa sulle grate alle finestre in
assenza di balconi.
E non sembra ancora Africa o forse è solo un’altra Africa, come del resto
ovunque in questo smisurato continente a giocare tra l’immaginario e I’immagine,
l’aspettativa e l’attesa di questo giorno di sabato con il suo carico di
umanità.
Sempre verde ti accoglie la capitale Rabat e anche qui tutto è grande: i due
stadi di calcio, il vecchio e il nuovo, il secondo costruito per i mondiali che
verranno, qui, nel 2030. E poi le concessionarie delle grandi case
automobilistiche, svincoli e rotonde attrezzate per i giochi dei bambini. Grandi
i parcheggi per i pullman. Grande il cimitero ebraico. Lunga la strada che
conduce alla porta centrale del palazzo reale. Grande l’ombra del verde sui
giardini botanici.
Poi la casba recupera tutto il suo sapore mediterraneo nell’intonaco bianco su
per le scale e nelle file ordinate delle palme e delle sue sorellastre
sintetiche, a mimetizzare i ripetitori. Nei vassoi offerti per il tè la menta
riproduce i suoi profumi affacciata sull’oceano.
Fuori da Rabat, in direzione di Meknes, il rosso della terra è appena
un’intuizione sotto il manto verde dell’erba e ancora fanno ombra le chiome di
un bosco lussureggiante alle scampagnate familiari nel pomeriggio del sabato. E
si distende, allontanandosi dal mare, la terra.
Più avanti, appena il tempo di assecondare la sonnolenza del dopo pranzo, e il
paesaggio si fa più morbido, in un susseguirsi di linee curve e diverso verde,
ora più scuro a tratti, ora più chiaro, di terra coltivata e macchie improvvise
di giallo a fare l’occhiolino al sole e ad il suo oro. Giovani ulivi, alberi da
frutto, fitto di margherite a bordo strada. Rari casolari di campagna, bocca
sdentata nel sorriso brillante dei colori.
E sempre azzurro, il cielo di questo mite aprile allontana il grigio ticchettio
sulla tettoia di plastica dei giorni passati a casa mia dove la primavera gioca
a nascondino e non si fa trovare. Arriverà in questo nord d’Africa il deserto
che già minaccia, oltre la sua stagione prolungata delle piogge, il sud
d’Europa. Nomi i continenti e senza confini il mutare inarrestabile delle
stagioni nel suo clima di fuoco.
Poi, già da lontano le case di Meknes cambiano il paesaggio. Meknes: rossa
dentro, verde fuori, divisa in due anche tra vecchio e nuovo nei secoli della
sua costruzione.
Altro è il calore della casa che ci accoglie a cena, calore buono di cucina e
pasto condiviso in abbondanza. Per noi ha cucinato Adjira con i sapori e i
profumi della terra, lavoro alacre delle mani a incocciare il dono del grano e
inchino alla pietanza sul fuoco, a terra. Zucca, patate, verza e ancora ceci,
fave, fagioli sapientemente dosati con l’agrodolce della cipolla addolcito
dall’uvetta, inumiditi nel brodo dove la carne ha cotto lentamente. È il cous
cous marocchino delle sette verdure che troneggia al centro della tavola dove ci
ritroviamo a ringraziare per questa giornata con tutto quello che ci ha donato.
Ora ancora strada, ormai nel buio, per raggiungere Fes e il sonno ristoratore.
Fes…ta di mani operose e voci, fumi, sapori. Capo, Ballarò, Vucciria…suk! –
Secondo giorno
Fes ci accoglie in una fresca mattina che ci tiene un po’ coperti nelle sue
viuzze all’ombra in direzione della conceria. Ed eccola, uscendo al sole,
anticipata dalle pelli stese sulle mura. Arrivati in cima ad un discreto numero
di scale ringraziamo del dono fatto all’entrata. L’odore è insopportabile e ci
dà sollievo il mazzetto di menta sotto il naso.
Ci affacciamo su un susseguirsi di vasche di pietra e diversi ordini di tetti
dove le pelli vengono trattate e messe ad asciugare. L’odore così pungente è
dovuto al guano di piccione, uno degli ingredienti della concia giunto dai tetti
della città forniti di piccionaie. Qui si cucina tajine di piccione e i suoi
escrementi vengono venduti a 20 euro al sacco. A prescindere da qualunque
considerazione ecologista e di scelta etico-alimentare, si tratta di economia
circolare dalla tavola al negozio.
Saliamo poi su una collina e dalla terrazza di un albergo a cinque stelle ci
affacciamo sui trecentoquarantasette quartieri della città divisa in tre: la
nuova, quella del quartiere andaluso e tra le due la vecchia, dentro le mura con
le sue quattordici porte e le diecimila stradine e fuori con il quartiere
ebraico e i giardini.
Ora il sole alto ci invita a spogliarci delle giacche e di tutti i pensieri che
non siano questo stare qui, ora, esposti ai suoi raggi. Un attimo di pausa prima
di riprendere la strada per visitare una fabbrica artigianale dove lavorano
centoventi mastri ceramisti. Oggi è giorno di turni di riposo in alternativa al
canonico venerdì ma possiamo ugualmente vederli all’opera, con le mani
sull’argilla al tornio, a seguire attentamente il disegno con una punta
finissima di pennello e colore e infine seduti per terra a colpi precisi di
scalpello per le trentacinque diverse forme di piccoli pezzi da mosaico.
Ancora strada e ci lasciamo inghiottire dal suk e i suoi fumi di carne sulla
griglia, piccole cucine e improvvisati tavolini condivisi per un pasto veloce
dove non manca mai un bicchiere di tè alla menta e boccioli di gelsomino.
Un po’ come a casa, alla mia tavola, gusto un piccolo lemmo di macco di fave
chiacchierando con una giovane ingegnera marocchina nata a Bergamo e, almeno per
il momento, residente a Parigi, dove lavora.
Giro girotondo, quanto è bello il mondo!
Un manipolo irriducibile di noi rinuncia al tempo del riposo per una veloce
camminata nelle stradine strette che con tutto il loro carico di vita sulla
testa ci portano finalmente ad un Hammam con milleduecento anni di storia e, con
l’ennesimo bicchiere di tè alla menta in mano, attendiamo di concederci più che
un riposo.
“Dalle Alpi alle piramidi” Da Efram a Merzouga – Terzo giorno
Da Fes, scendendo a sud verso il deserto, si sale in montagna e cambia il
paesaggio, con i tetti a spiovere delle case e i boschi, curatissimi nel
sottobosco. Più avanti passeremo da Efram, piccola città a ridosso della foresta
delle scimmie ed il suo piccolo lago. I marocchini ricchi, a cui non piace il
mare, vengono qui in estate, nelle ville o in appartamenti in affitto, dice la
guida, quando si sciolgono le nevi più in alto e arriva l’acqua alle sorgenti.
In inverno si viene a sciare. Terra dell’Atlante e di uno dei quattro gruppi
etnici in cui si sono divisi i berberi, diversi per lingua, arrivati qui
dall’Egitto.
Il paesaggio, prima di Efram, ai bordi della strada si fa a tratti più brullo di
terra e pietra e l’occhio, cercando il verde dei boschi sulla linea ondulata
dell’orizzonte, si imbatte nei tetti rossi dell’università privata “Dei
fratelli”, anche questa per i ricchi che da qui, una volta laureati, vedranno
riconosciuto il loro titolo in tutto il mondo.
A sinistra comincia la recinzione del palazzo reale: in ogni città il re del
Marocco ha una sua dimora e così anche qui, in questa piccola Svizzera. Un
leone di pietra ci accoglie all’ingresso di Efram, in questa Africa la montagna
ci è sorella per altezza raggiungendo la stessa di Piano Battaglia. Altra cosa
la catena innevata che si confonde con il cielo bianco oltre l’altopiano di
vegetazione bassissima che stiamo attraversando, preludio del deserto che
raggiungeremo alla sua porta ancora tra qualche ora di viaggio dopo la sosta del
pranzo.
Adesso cambiano i colori. Il verde, che aveva spadroneggiato, cede il posto a
tutte le tonalità della terra rossa, ramata, ocra, vicina ai colori della nostra
Lampedusa che qui sembra rivendicare la sua maternità africana, così diversa
dalle sue sorelle sicule di origine vulcanica.
Anche la temperatura si fa via via più calda.
Greggi di pecore si mimetizzano col paesaggio grazie al loro vello scuro.
La terra è tonda ma qui è anche piatta, ai piedi delle montagne in un crescendo
di alture curvilinee assecondate dell’asfalto che la attraversa arrampicandosi
fiancheggiata da pareti di roccia e terra asciutta, spaccata.
Anche qui squarci di verde di conifere piantumate in epoche diverse, cura
dell’uomo al respiro della terra.
Chissà in quale respiro trovano ristoro gli uomini e le donne che popolano
questi luoghi in abitazioni basse, chiare, essenziali, dello stesso colore
asciutto della terra, accompagnando i loro giorni al seguito delle greggi!
Lungo la strada a noi si accompagna sulla destra un corso d’acqua che ci regala
il verde di un anticipo di oasi e i merli di un caravanserraglio mentre
improvvisamente, a sinistra, si stende, nel rosso estremo della terra, uno
specchio azzurro di lago. E ancora terra e tetti d’argilla cruda e palme.
Donne sull’uscio del defunto in visita alla casa nell’abito tradizionale nero.
Ragazzi in divisa all’uscita di scuola. E poi, alle spalle il rilievo violaceo e
finalmente, davanti, in fondo a tutto, le prime dune. E infinito vuoto di sabbia
piatta recintata di canne perché il vento non la porti sulla strada. Un tutto
pieno di emozioni.
Maria La Bianca