Era l’estate del 2026 a CeutaLE FRONTIERE
Da oltre trent’anni la Spagna delega progressivamente al Marocco una parte del
controllo dei propri confini: gli accordi di riammissione dei primi anni Novanta
si sono trasformati in una vera politica di esternalizzazione delle frontiere.
Attraverso finanziamenti ed una robusta cooperazione bilaterale, Rabat è
incaricata di impedire ai migranti di raggiungere le enclave spagnole di Ceuta e
Melilla, frammenti d’Europa incastonati sulla costa africana.
La frontiera è sempre più militarizzata. La Spagna ha rafforzato la presenza
delle forze di sicurezza e investito in un articolato sistema di difesa composto
da recinzioni multiple, torri di sorveglianza, manutenzione del perimetro,
sensori elettronici e barriere installate anche in mare per scoraggiare gli
attraversamenti a nuoto.
Le barriere di Ceuta e Melilla, lunghe complessivamente circa 20 chilometri –
8,2 a Ceuta e circa 11,5 a Melilla – sono il risultato di oltre trent’anni di
costruzioni, innalzamenti e interventi tecnologici.
Solo tra il 2005 e il 2013 il Ministero dell’Interno spagnolo dichiarò di aver
investito quasi 72 milioni complessivi tra il perimetro di Ceuta (24,6 milioni
di euro) e quello di Melilla (47,3 milioni).
A queste somme vanno aggiunti gli interventi precedenti e quelli successivi, tra
cui il grande piano di modernizzazione da 32,72 milioni avviato nel 2019
(comprendente anche fondi UE), il cui programma includeva: il rafforzamento
della barriera; la sostituzione delle concertinas con sistemi ritenuti meno
lesivi; nuovi tratti del vallado, in alcuni punti portati fino a circa 10 metri;
telecamere CCTV; sistemi di riconoscimento facciale; fibra ottica; sistemi di
rilevamento e allarme; miglioramento del posto di frontiera di El Tarajal e
sistemi automatici di controllo degli ingressi e delle uscite.
A causa di questi limiti, molti giovani migranti tentano di nascondersi
all’interno dei camion, tra gli assi dei rimorchi, nel vano delle ruote degli
autobus o approfittare delle carovane commerciali per attraversare il confine
senza essere scoperti, ma correndo il rischio di rimanere schiacciati o
soffocati.
Ultimo modo per raggiungere Ceuta è nei tre chilometri di mare che la separano
dal Marocco, dove le acque del Mediterraneo incontrano quelle dell’Atlantico
dando origine a correnti forti e imprevedibili.
Notizie
NOTE SU UN PASSAGGIO DI STATO TRA CEUTA E FNIDEQ
Reportage da un confine che trasforma le persone in merce di scambio
Raffaello Rossini
8 Agosto 2026
Chi riesce ad attraversare il confine entra formalmente in territorio spagnolo.
Tuttavia, i migranti in ingresso, pur potendo chiedere asilo politico non godono
del principio di libera circolazione perché Ceuta e Melilla, pur appartenendo
alla Spagna, non rientrano integralmente nel regime di Schengen.
Inoltre, l’accesso alla protezione internazionale cambia a seconda dell’enclave
in cui si arriva.
A Melilla è possibile presentare domanda di asilo presso il posto di frontiera
di Beni Enzar.
A Ceuta, invece, questa possibilità è di fatto assente: la procedura viene
generalmente avviata soltanto dopo l’ingresso nel Centro di soggiorno temporaneo
per immigrati (CETI) 1.
Nonostante ciò, la disperata ricerca di una vita migliore non si è mai fermata e
gli assalti di gruppo alla recinzione si sono succeduti nel corso degli anni 2.
IL MARE
Nel luglio del 2026, pur senza modificare in modo sostanziale il sistema di
accoglienza nelle due enclave, che continua a essere caratterizzato da procedure
particolarmente restrittive, il Tribunal Supremo di Madrid stabilisce che i
respingimenti immediati previsti dalla normativa spagnola sull’immigrazione – i
cosiddetti devoluciones en caliente – non possono essere applicati ai migranti
intercettati in mare mentre tentano di raggiungere a nuoto Ceuta o Melilla.
Poco dopo, sui social media, iniziano a circolare alcuni video: mostrano persone
che si avvicinano alla costa, gruppi di giovani diretti verso Ceuta e altri che
hanno già raggiunto il territorio spagnolo. Le immagini sono diffuse rapidamente
online e decine di account anonimi iniziano a raccontare Ceuta come una
frontiera attraversabile. TikTok e Instagram amplificano la notizia.
Gli account vengono segnalati o rimossi, ma alcuni ricompaiono poco dopo con
nomi diversi, riprendendo la stessa narrazione. Altri pubblicano contenuti
dedicati alla preparazione del viaggio e all’organizzazione dei gruppi.
Utilizzando mute improvvisate, galleggianti, gonfiabili, camere d’aria o
bottiglie di plastica vuote legate al corpo come improvvisati giubbotti di
salvataggio, tra il 30 e il 31 luglio 2026, almeno 84 persone sono morte in quei
tre chilometri di mare nel tentativo di raggiungere Ceuta.
Dinanzi a loro, la Guardia Civil e l’Esercito bloccavano l’accesso via mare,
negando “acqua e coperte ai bambini a pochi metri di distanza, fradici,
tremanti, alcuni a malapena in grado di stare in piedi dopo ore in acqua“,
riferisce No Name Kitchen 3
Dopo gli arrivi, la maggior parte delle circa 70.000 persone entrate in Marocco
a nuoto o via terra è stata costretta a salire sui camion e ad essere
rimpatriata; i confini dell’Europa sono stati rafforzati con la costruzione di
una barriera fisica sul mare; l’enclave è assediata da esercito, polizia e
Guardia Civil e i cadaveri alla frontiera (eccetto 9) stanno venendo sepolti con
dei semplici numeri sulle lapidi.
DA BAMBINI A BAMBINI DI STRADA
A Ceuta rimangono soprattutto coloro che non possono semplicemente essere
rimandati indietro: i MENA (Menor Extranjero No Acompañado).
PH: Raffaello Rossini (Ceuta, agosto 2026)
Dopo gli arrivi, una delle operazioni più delicate è stabilire l’identità della
persona. Secondo una ricostruzione pubblicata l’8 agosto 2026, la polizia stava
lavorando per identificare oltre 1.000 minori marocchini, raccogliendo
innanzitutto elementi fondamentali come nome, cognome e data di nascita. Una
settimana dopo, come segnalato da No Name Kitchen, molti minorenni non erano
ancora stati registrati o conteggiati.
Quando il ragazzo non possiede documenti, quando quelli disponibili non
consentono di verificare con certezza l’età dichiarata o quando esistono dubbi
sulla minore età, la normativa spagnola prevede che il caso sia portato
all’attenzione del Ministerio Fiscal, al quale compete la determinazione
giuridica dell’età.
Nello specifico, il Defensor del Pueblo ha più volte denunciato che gli
accertamenti sull’età vengono talvolta effettuati senza l’effettiva supervisione
del Ministero Fiscale, nonostante si tratti di una garanzia essenziale per la
tutela dei minori.
L’istituzione ha, inoltre, documentato casi nei quali persone che dichiaravano
di essere minorenni sono state sottoposte ad accertamenti radiologici prima che
la Fiscalía fosse informata o senza che risultasse la necessaria autorizzazione.
In altri procedimenti, sono state rilevate carenze nell’esame medico,
nell’ascolto dell’interessato e nella comunicazione formale della decisione.
Reportage e inchieste
LA RATONERA DEL PRÍNCIPE. CRONACHE DALLA PENOMBRA DI CEUTA
Reportage da un confine che trasforma le persone in merce di scambio
Raffaello Rossini
17 Agosto 2026
Un secondo elemento di criticità riguarda l’affidabilità degli esami utilizzati
per stimare l’età: alcuni metodi medico-forensi presentano margini di errore e
non possono essere considerati, da soli, strumenti capaci di stabilire con
precisione il giorno o l’anno di nascita di una persona. Nel corso degli anni,
inoltre, l’istituzione ha segnalato casi nei quali i decreti della Fiscalía non
erano stati adeguatamente notificati agli interessati prima dell’adozione di
provvedimenti che potevano incidere sulla loro permanenza in Spagna.
Negli anni addietro, Organizzazioni per i diritti umani e organismi di controllo
hanno denunciato episodi di abuso, l’assenza di un’adeguata supervisione e
trasferimenti coatti tra Comunità Autonome effettuati senza valutare i legami
familiari, sociali o territoriali del minore.
Il primo approdo, dopo l’identificazione per minorenni e non accompagnati, è il
sistema di protezione dell’infanzia, che si traduce in una rete che si dilata e
si contrae seguendo la pressione migratoria.
Nel maggio 2021, quando circa 8.000 persone riuscirono a entrare nell’enclave
spagnola di Ceuta in meno di due giorni, in seguito all’allentamento dei
controlli sul lato marocchino della frontiera, l’ingresso di 1.500 minorenni a
Ceuta mise sotto pressione un sistema già fragile e privo di spazi sufficienti.
Nel luglio 2025 erano 528 i minori accolti a Ceuta, mentre la capacità ordinaria
attribuita alla città era di 27 posti 4.
La Esperanza rappresenta il principale dispositivo residenziale e,
paradossalmente, alcuni bambini preferiscono non dichiararsi minorenni o
dichiararsi maggiorenni perché temono di essere trattenuti in un’attesa che può
durare anni: sebbene i dati ufficiali sulle fughe dei minori dai centri di Ceuta
siano frammentari, la Fiscalía registrava, già nel 2017, 142 minori di Ceuta
nella categoria “en fuga”, definita come quella dei ragazzi che avevano
abbandonato un servizio di protezione e risultavano irreperibili. Molti di loro,
raccontavano di essere fuggiti per sottrarsi a violenze, maltrattamenti e
condizioni di vita ritenute insostenibili.
Ad oggi, circa 700/800 bambini e bambine si sono raccolti nella zona di Las
Naves, poiché al centro minori La Esperanza non risultano posti dal primo giorno
della ‘crisi‘. I bambini e le bambine dormono per strada e, in tanti, hanno
perso i contatti con i propri cari.
Viaggi pericolosi, separazioni familiari, paura del rimpatrio; assenza di bagni,
un solo pasto al giorno, una sola bottiglietta d’acqua; nessuna scuola, nessuna
cura, nessuna alternativa alla miseria.
Per centinaia di loro, se non quella di tentare, nuovamente, di oltrepassare il
porto: nei camion diretti ai traghetti per Algeciras, nei rimorchi, vicino agli
assi delle ruote o negli spazi più nascosti dei veicoli.
Era il 6 aprile del 2018, quando “El Susi”, di circa 16 anni, morì dopo essere
stato investito da un camion all’interno del porto di Ceuta. Nel febbraio 2019,
Ilias E.O., di 15 anni morì sul colpo quando il mezzo pesante sotto cui era
nascosto si mise in movimento.
Sebbene la definizione istituzionale più diffusa sia MENA; a Madrid, Valencia e
nei Paesi Baschi si è diffusa l’espressione MIVI (Menores de Vida
Independiente).
A Ceuta e Melilla, al di fuori del linguaggio amministrativo, l’identità di
questi bambini e queste bambine, ricondotta alle condizioni di marginalità e
alla protezione che non hanno, è di essere “niños de la calle”, un laboratorio
tra esclusione sociale e presenza nello spazio urbano.
Era l’estate del 2026 a Ceuta: le frontiere, il mare e migliaia di bambini nel
buio.
1. I richiedenti asilo vengono registrati all’interno dei CETI e, se la
procedura prosegue, possono ottenere l’autorizzazione al trasferimento verso
la penisola spagnola. Il trasferimento, però, non è automatico e l’ordine di
partenza dipende da una serie di valutazioni amministrative e politiche. Nel
2017, ad esempio, una domanda di asilo su tre è stata respinta. ↩︎
2. Nel settembre 2005, durante un tentativo di attraversamento collettivo,
morirono cinque persone e centinaia rimasero ferite negli scontri e nella
confusione generata dall’assalto.
Il 6 febbraio del 2014, almeno 14 migranti morirono annegati mentre
cercavano di raggiungere l’enclave spagnola a nuoto (tragedia del Tarajal).
Nel 2017 circa 2.244 persone riuscirono a entrare irregolarmente a Ceuta.
Una parte significativa degli ingressi avvenne attraverso assalti collettivi
alla doppia recinzione di frontiera: nel febbraio dello stesso anno quasi
500 persone riuscirono a superare la barriera in un solo tentativo ↩︎
3. No Name Kitchen (NNK) è un’organizzazione non governativa che opera lungo le
rotte migratorie dei Balcani e del Mediterraneo, offrendo assistenza,
monitoraggio e supporto alle persone in movimento. A Ceuta documenta le
condizioni dei minori e delle persone migranti e denuncia le violazioni dei
loro diritti ↩︎
4. Nel 2026 la Città ha messo a gara altri 100 nuovi posti per il periodo
2026-2028.
↩︎