Tag - deportazioni

Socio-technical imaginaries of security in EU migration governance
Papers, una rubrica di Melting Pot per la condivisione di tesi di laurea, ricerche e studi. Per pubblicare il tuo lavoro consulta la pagina della rubrica e scrivi a collaborazioni@meltingpot.org. -------------------------------------------------------------------------------- Università degli Studi di Bologna Department of Political and Social Sciences Master’s Degree in International Relations SOCIO-TECHNICAL IMAGINARIES OF SECURITY IN EU MIGRATION GOVERNANCE: CHALLENGING THE MYTH OF TECHNOLOGICAL NEUTRALITY IN EU MIGRATION PACT AND RETURN REGULATION Dissertation in Criminology of the Borders Di Valeria Gentili (2025-2026) Scarica l’elaborato (EN) INTRODUZIONE Da diversi anni, il settore della sicurezza e della difesa è profondamente attraversato da processi di trasformazione digitale che ne hanno ridefinito strumenti, pratiche e modalità operative attraverso l’impiego di un articolato ecosistema tecnologico. Quest’ultimo ricomprende banche dati, algoritmi decisionali, sistemi di intelligenza artificiale, droni, sensori di movimento, telecamere di sorveglianza e tecnologie di identificazione biometrica. Si tratta di un ambito caratterizzato da una pluralità di attori e da una salda sinergia tra governi e colossi tecnologici, comunemente noti come Big Tech. Tali società si configurano come le principali produttrici di tecnologie di sorveglianza, fungendo da fornitrici privilegiate per gli Stati, che ne costituiscono i clienti primari. All’interno di questo intreccio – frequentemente definito security-industrial complex – convergono e si alimentano a vicenda gli interessi di imprese private, imprenditori, partiti politici, esperti di IT, forze dell’ordine, centri di ricerca e consulenti di sicurezza. La gestione delle frontiere e della mobilità umana è da tempo integrata nel comparto della sicurezza e rappresenta, di conseguenza, uno degli ambiti in cui le tecnologie digitali trovano l’applicazione più pervasiva. Nel corso del tempo, i confini sono divenuti veri e propri laboratori di sperimentazione per nuovi dispositivi tecnologici, testati sul campo sia su persone documentate sia su individui irregolari. Da un lato, le frontiere – storicamente concepite come linee fisse e visibili – si sono ulteriormente fortificate grazie a sistemi avanzati, dalle torri di sorveglianza alle reti radar e di sensori schierate lungo i tratti confinari. Dall’altro, proprio in virtù di tali tecnologie, la frontiera è sfuggita al controllo visivo immediato, facendosi mobile, invisibile e onnipresente. Non è più necessario raggiungere il confine fisico per essere identificati: la frontiera si proietta potenzialmente ovunque, manifestandosi nelle termocamere in dotazione alle forze di polizia nelle foreste balcaniche, nei sistemi TVCC dei centri commerciali o nei varchi aeroportuali europei, dove dispositivi automatizzati tracciano e identificano istantaneamente le persone in movimento. L’impiego delle tecnologie digitali nella gestione dei flussi migratori si inserisce in un mutamento di paradigma che ha ridefinito la concettualizzazione e il governo della mobilità umana. A partire dagli ultimi decenni del Novecento, infatti, il fenomeno migratorio è stato progressivamente riletto in chiave emergenziale e associato alla criminalità e al terrorismo. Di conseguenza, la migrazione è stata inquadrata prevalentemente come una minaccia alla sicurezza nazionale anziché come un fenomeno sociopolitico, orientando le risposte istituzionali verso un approccio rigidamente securitario. Ciò si è tradotto nel potenziamento del controllo confinario e nel consolidamento dei meccanismi di espulsione e respingimento, contesti nei quali il ricorso agli strumenti digitali ha conosciuto una costante crescita. All’interno dell’Unione Europea questa dinamica trova riscontri paradigmatici: dall’impiego dei droni di Frontex per il pattugliamento del Mediterraneo centrale – volti a guidare le intercettazioni in mare delle guardie costiere – all’installazione lungo i confini terrestri di torri di sorveglianza automatizzate con termocamere a lungo raggio. Tale tendenza emerge altresì nel finanziamento europeo a progetti di ricerca altamente controversi come iBorderCtrl, fondato su algoritmi per l’analisi delle micro-espressioni facciali a scopo di “lie detection”. Un controllo pervasivo analogo si ritrova nei centri di detenzione greci, strutturati su reti di sensori, telecamere, droni e varchi biometrici, così come nell’espansione delle banche dati europee per il tracciamento sistematico di chi fa ingresso nel territorio dell’Unione. Infine, questa logica trova la sua massima formalizzazione politica e giuridica nel Nuovo Patto sulla Migrazione e l’Asilo e nel collegato Regolamento sui Rimpatri, due cornici normative che basano i processi di identificazione e sorveglianza sull’interoperabilità dei dati biometrici e digitali. Muovendo da tale contesto, il presente lavoro di tesi intende indagare criticamente questo massiccio dispiegamento di strumenti digitali, mettendo in discussione l’idea – sostenuta dai loro fautori – secondo cui essi possano essere impiegati in modo neutrale, razionale e con benefici diffusi per tutti gli attori coinvolti. A questo scopo, si rende necessario interrogare le motivazioni politiche e sociali, nonché gli orizzonti ideologici, che alimentano il crescente affidamento alla tecnologia nei processi di sicurezza e controllo confinario. Ci si chiede pertanto se, entro un quadro segnato da dinamiche di securitizzazione ed esternalizzazione delle frontiere e dalla criminalizzazione di determinate categorie di migranti, le tecnologie digitali possano davvero operare quali strumenti oggettivi, o se, al contrario, non contribuiscano a consolidare e riprodurre tali processi. Per rispondere a tale interrogativo, l’indagine si articolerà lungo due assi principali. In primo luogo, verranno esaminate le banche dati europee per la gestione delle frontiere – i cosiddetti sistemi IT su larga scala -, analizzandone l’architettura originaria e l’evoluzione riformatrice fino allo scenario attuale, per comprendere come tali infrastrutture si siano adeguate alle crescenti istanze di sorveglianza. In secondo luogo, l’attenzione si sposterà sulle novità introdotte dal Nuovo Patto sulla Migrazione e l’Asilo e dalla proposta di Regolamento sui Rimpatri, approfondendo il modo in cui entrambi gli strumenti normativi imperniano la propria efficacia sull’uso del digitale. In quest’ambito, un focus specifico sarà dedicato all’evoluzione del sistema Eurodac e all’implementazione delle tecnologie biometriche – quali il riconoscimento facciale e la rilevazione delle impronte digitali – impiegate sia nelle procedure di screening ai confini sia all’interno dello spazio europeo. Attraverso la disamina di questi dispositivi e del loro utilizzo nell’ambito delle politiche migratorie dell’Unione, l’obiettivo finale sarà verificare se e in che misura la concreta attuazione di tali tecnologie alimenti le logiche di controllo, tracciamento ed esclusione che caratterizzano la governance europea dei confini. Occorre infine sottolineare la profonda interconnessione tra i due ambiti di analisi: il Patto trova infatti la propria chiave di volta nell’interoperabilità delle banche dati europee e, in particolare, in Eurodac, che ne costituisce il vero e proprio braccio operativo informatico. Comprendere il contesto specifico in cui le tecnologie digitali vengono implementate, gli interessi che servono e le pratiche che facilitano è di fondamentale importanza. Tale architettura tecnologica si inserisce infatti entro un quadro sempre più repressivo e orientato al controllo, una realtà che sia il Nuovo Patto sulla Migrazione e l’Asilo sia il Regolamento sui Rimpatri consolidano formalmente. L’urgenza di analizzare questo fenomeno deriva innanzitutto dal fatto che sia le riforme relative ai sistemi IT europei sia il Nuovo Patto comportano conseguenze profonde e destabilizzanti per la vita di migliaia di cittadini di paesi terzi. Eppure, questi sviluppi spesso sfuggono al controllo pubblico, con decisioni cruciali prese in uno stato di diffusa inconsapevolezza. Tuttavia, i cambiamenti strutturali introdotti ai vertici dell’Unione Europea, insieme alle modalità operative di questo impianto tecnologico, portano con sé implicazioni significative per le pratiche contemporanee di sorveglianza, controllo e raccolta dati. Infatti, come questa tesi intende dimostrare, queste ultime stanno diventando sempre più totalizzanti, estendendo la loro portata su uno spettro sempre più ampio di individui. Tale scenario richiede dunque monitoraggio rigoroso, una profonda comprensione e una critica sistematica di ogni deriva che si traduca in violazioni dei diritti fondamentali anziché nel bene pubblico – specialmente in considerazione del fatto che questo apparato risponde agli interessi dei centri di potere, i quali definiscono chi debba essere sorvegliato in funzione di precisi obiettivi politici. Allo stato attuale, questi obiettivi appaiono saldamente diretti verso la sorveglianza di un numero sempre maggiore di individui e il controllo totale della mobilità umana. I processi decisionali in questo campo procedono in modo sottile, lento e incrementale, consolidandosi nell’arco di decenni attraverso il coinvolgimento di una pluralità di attori che mettono a punto le politiche pubbliche sulla base di interessi stratificati. Nel caso dell’Unione Europea, il percorso verso le riforme analizzate in questo lavoro è il risultato di dinamiche di lunga data guidate dagli interessi politici ed economici dei governi, delle Big Tech e delle multinazionali private. Oggi, questo complesso di sicurezza-industriale trova nella tecnologia il proprio perno: prodotta dai mercati privati, essa viene impiegata dalle istituzioni statali nella gestione migratoria e, più ampiamente, nelle politiche di sicurezza. Alla luce di ciò, demistificare le ragioni e le forme di questa strumentalizzazione diventa un imperativo analitico. Tale prospettiva porta a chiedersi se la tecnologia possieda un potenziale emancipatorio destinato a rimanere inespresso finché la sua progettazione risponde prevalentemente alle esigenze degli attori egemoni. In questo senso, il problema non risiede nella tecnologia in sé, ma piuttosto i quadri sociali, politici ed economici all’interno dei quali viene sviluppata e dispiegata. Come suggerito da esempi quali le tecnologie utilizzate per la giustizia climatica, per favorire decisioni trasparenti e responsabili o per colmare le disuguaglianze sistemiche, un uso giusto ed etico degli strumenti digitali è del tutto possibile e i risultati dipendono dalle logiche che ne governano la progettazione e l’uso. Infine, nell’esaminare un dispiegamento così pervasivo di strumenti digitali all’interno delle politiche migratorie europee, sorge una domanda ancora più ampia: è la tecnologia a servire le frontiere, o sono le frontiere a servire la tecnologia? Interrogare questa dinamica è fondamentale per evitare che questo apparato tecnologico – e gli interessi nascosti che lo guidano – continui a infliggere danni sistemici a popolazioni che sono già emarginate, o che rischiano di diventarlo proprio perché la tecnologia viene usata come un’arma per profitto economico e politico. Soprattutto nell’attuale clima legislativo plasmato dal Patto e dal Regolamento sui Rimpatri, e all’interno di un contesto sociale caratterizzato da proposte legislative sulla “re-migrazione” in Italia e da violente proteste anti-immigrazione a Belfast, è impossibile non temere che la tecnologia venga usata come un’arma per allinearsi a queste tendenze xenofobe e restrittive. Pertanto, è imperativo comprendere a fondo come questo strumento venga dispiegato, perché la conoscenza è potere, ed è fondamentale che questo potere sia detenuto da coloro le cui azioni sono guidate da interessi diversi dal profitto economico e dalla sorveglianza. Per condurre la ricerca svolta, si è scelto di adottare le lenti teoriche della criminologia digitale (digital criminology) e degli studi critici sulla sicurezza (Critical Security Studies). La criminologia digitale muove dal presupposto che la realtà contemporanea si configuri come una dimensione tecnosociale, in cui società e tecnologia risultano ormai inscindibili, influenzandosi reciprocamente in modo continuo. Questa costante interazione ha ridefinito le pratiche di sicurezza e di controllo sociale, con un impatto significativo sulla gestione della mobilità. Tale prospettiva permette dunque di decostruire l’infrastruttura tecnologica delle frontiere europee, sfidando la sua immagine di mero insieme di strumenti neutrali al fine di mostrarla, al contrario, come un complesso di dispositivi denso di implicazioni politiche e sociali. Inoltre, questo approccio evidenzia come la dimensione digitale possa trasformarsi in un vettore di controllo e di riproduzione delle disuguaglianze, un aspetto che trova ampio spazio di approfondimento all’interno della presente tesi. Per quanto riguarda i Critical Security Studies, si tratta di un quadro concettuale che fornisce gli strumenti analitici per connettere l’implementazione dell’infrastruttura tecnologica europea con le dinamiche di securitizzazione, esternalizzazione e criminalizzazione di specifiche categorie di persone in movimento. In particolare, questa lente teorica consente un’analisi del contesto politico e discorsivo che caratterizza i casi di studio presi in esame, focalizzandosi su come la percezione della migrazione sia mutata al punto da inquadrare il fenomeno come una minaccia e sul conseguente impatto che tale cambiamento ha avuto sulle politiche migratorie europee. Così, l’integrazione di questi due quadri teorici permette un approccio di ricerca critico volto a smantellare i discorsi istituzionali sulla sicurezza e a stimolare una profonda riflessione sulle reali logiche nascoste dietro l’uso della tecnologia. Per raggiungere questo obiettivo, è stata condotta un’analisi qualitativa del contenuto di fonti normative e documenti ufficiali, tra cui Regolamenti e decisioni dell’UE, direttive, proposte legislative e comunicazioni della Commissione Europea, nonché documentazione istituzionale delle Agenzie europee. L’obiettivo di questo esame non è stato semplicemente quello di decodificare il testo letterale, ma di portare alla luce le logiche sottostanti e di verificare se la tecnologia si configuri effettivamente come uno strumento neutrale. Tra le fonti supplementari consultate figurano testi della letteratura scientifica e accademica di riferimento, fonti giornalistiche e di attualità e contenuti multimediali. All’interno di questo quadro, un’importanza centrale è stata attribuita ai rapporti e ai briefing di ONG e coalizioni di esperti di diritti digitali, utilizzati in particolare per lo studio del Patto sulla Migrazione e l’Asilo e della proposta di Regolamento sui Rimpatri. Questa scelta si è resa necessaria trattandosi di un campo normativo estremamente recente e in continua evoluzione; un terreno inedito le cui reali conseguenze a lungo termine su piano pratico e tecnologico potranno essere verificate solo in futuro. Il primo capitolo di questa tesi esaminerà le motivazioni socio-politiche e gli eventi che hanno portato alla creazione della cosiddetta “frontiera digitale” (denominata anche “technoborder”). In particolare, esplorerà come l’impiego delle tecnologie digitali nella gestione dei confini e della mobilità sia strettamente connesso alle dinamiche della globalizzazione e del neoliberismo. Questi processi hanno infatti condotto a una securitizzazione delle frontiere che si è evoluta oggi in una vera e propria “tecno-securitizzazione” grazie alle più recenti innovazioni tecnologiche. L’analisi mostrerà come questa tendenza abbia ridefinito il fenomeno migratorio, identificandolo come una minaccia alla sicurezza e consolidando così il nesso tra migranti irregolari e criminalità. In questo contesto, un ruolo catalizzatore è stato svolto dalla paura: sebbene il dibattito sulla securitizzazione fosse già in atto, gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 negli Stati Uniti hanno legittimato un’accelerazione della digitalizzazione delle frontiere, specialmente attraverso l’uso delle tecnologie biometriche. Successivamente, il capitolo approfondirà le trasformazioni strutturali subite dalle frontiere a seguito della loro digitalizzazione e il loro impatto su chi le attraversa. Si discuterà di come esse siano diventate “semi-permeabili” in relazione alla funzione di filtraggio che svolgono, proprio attraverso le tecnologie digitali. Queste ultime, infatti, permettono la raccolta di dati sulla base dei quali avviene una rapida selezione – il cosiddetto social sorting – che distingue i soggetti “desiderabili”, i quali attraversano i confini senza ostacoli, da quelli “indesiderabili”, che vengono invece intercettati. Per comprendere appieno questo meccanismo, verranno introdotti i concetti di profilazione del rischio (risk profiling) e di governance preventiva della mobilità (pre-emptive mobility governance), evidenziando come l’obiettivo sia quello di intercettare le potenziali minacce tramite la profilazione prima che gli individui raggiungano fisicamente la frontiera, esercitando così un controllo anticipato sulla mobilità. Il secondo capitolo sposterà l’attenzione sull’infrastruttura tecnologica europea per il controllo e la gestione delle frontiere, occupandosi nello specifico delle banche dati progettate a tal fine. Verrà innanzitutto esaminato il ruolo dell’Agenzia dell’Unione Europea per la Gestione Operativa dei Sistemi IT su Larga Scala (eu-LISA), che gestisce i database europei dal 2012. Il ruolo di eu-LISA sarà analizzato per portare alla luce gli immaginari, i progetti politici e le visioni del futuro che guidano questo attore, condizionando direttamente la progettazione e la riforma degli archivi digitali. Saranno presi in considerazione sia i primi sistemi informativi, come SIS, VIS ed Eurodac, sia quelli più recenti, come EES ed ETIAS. L’obiettivo è tracciarne l’evoluzione nel corso degli anni, identificando gli interessi politici e l’approccio ideologico dietro ogni modifica. L’analisi dimostrerà come sia le vecchie che le nuove banche dati convergono verso un’unica direzione e un’identica necessità: estendere la sorveglianza e il controllo sul maggior numero possibile di persone in movimento. Infine, il terzo capitolo esaminerà il Nuovo Patto sulla Migrazione e l’Asilo, in vigore dal 12 giugno 2026, e la proposta di Regolamento sui Rimpatri. L’obiettivo sarà quello di analizzare come entrambi gli strumenti legislativi si affidino pesantemente all’uso massiccio di tecnologie digitali e biometriche. Nello specifico, si vedrà come l’efficacia del Patto dipenda fortemente dall’interoperabilità delle banche dati europee (in primis Eurodac) e dall’identificazione biometrica all’ingresso delle frontiere, che diventa fondamentale per reindirizzare rapidamente i migranti verso le corrette procedure di asilo o di rimpatrio. La parte finale del capitolo si concentrerà sulla proposta di Regolamento sui Rimpatri, evidenziando il rischio di un’estensione della sorveglianza digitale anche all’interno degli Stati membri, in particolare attraverso misure di rintracciamento per identificare i cittadini di paesi terzi in situazione irregolare. Sia la proposta di Regolamento sui Rimpatri sia il nuovo Patto prevedono una raccolta massiccia di dati sensibili, un aspetto di cui verranno sottolineati rischi e criticità. Infine, l’analisi esaminerà anche come entrambi gli strumenti normativi rischino di estendere la detenzione amministrativa, la quale ha luogo in strutture notoriamente iper-tecnologizzate al fine di garantire sorveglianza e sicurezza. Il terzo capitolo lascerà aperta una questione cronologica: mentre il Patto entrerà in vigore nel giugno 2026, la proposta di Regolamento sui Rimpatri, al momento della stesura di questa tesi, è ancora in fase di discussione. Tuttavia, il quadro delineato da entrambi gli strumenti solleva notevoli preoccupazioni circa il loro carattere repressivo. L’intento sembra infatti essere quello di facilitare le espulsioni e ostacolare l’esercizio del diritto di asilo; in questo scenario, la tecnologia gioca un ruolo fondamentale nel veicolare tali obiettivi.
Remigrazione, deportazioni e razza negli Stati Uniti di Trump. L’incessante lotta del capitale contro la libertà – di Marco Antonio Pirrone
Invisibile e crudele, nel silenzio complice di buona parte della sinistra italiana e internazionale, la remigrazione[1] — termine proposto e rilanciato dai movimenti della destra internazionale ed europea[2], dalla più moderata a quella estrema di stampo neofascista e neonazista, ma che si sta diffondendo sempre di più anche nel linguaggio politico istituzionale — negli [...]
September 4, 2026
Effimera
Italia, Ruanda e la nuova esternalizzazione dei rimpatri
La Presidente del Consiglio Giorgia Meloni sembra non aver molto in comune con la Prima Ministra danese Mette Frederiksen, se non il fatto di essere le uniche due donne al governo in Europa. Tuttavia, a inizio agosto, in seguito ai fatti avvenuti a Ceuta e Melilla, entrambe hanno sottolineato in una dichiarazione congiunta che, nonostante le differenze, ciò che le accomuna è il desiderio di “difendere l’Europa” da coloro che “vogliono imporci stili di vita che non vogliamo”, desiderio che si traduce ovviamente nella implementazione di una politica migratoria rigorosa. Essa però, ai loro occhi, non basta più. Occorre “realizzare centri di rimpatrio in Paesi terzi, così come altre soluzioni innovative al di fuori dell’Europa”. “Ci stiamo lavorando con impegno”, scrivono.  Era già evidente come il modello Albania, promosso dall’Italia, fosse stato accolto e sostenuto non solo dalla Danimarca ma dall’Unione Europea stessa. Infatti, in seguito al nuovo regolamento per il rimpatrio dei migranti approvato dal Parlamento europeo a giugno 1, 19 Paesi hanno scritto una lettera ai leader europei, sottolineando la necessità di “dimostrare risultati concreti” e “portare avanti quanto prima soluzioni nei Paesi terzi”. La principale soluzione sono proprio i centri per il rimpatrio (return hub), strutture in cui trattenere coloro che non hanno un diritto legale a restare nel territorio europeo e che sono destinatarie di un provvedimento di rimpatrio. I centri potranno essere costruiti anche in un uno Stato non appartenente all’UE, basta che abbia un accordo con uno Stato membro, così come succede in Albania da ottobre 2024 2.  I centri sono luoghi di transito, dove le persone vengono collocate in attesa di essere rimpatriate nel Paese di origine, ma possono diventare vere e proprie strutture di detenzione. Nel caso albanese erano destinati a ospitare soltanto richiedenti asilo, esternalizzando la procedura, che veniva gestita dalle autorità italiane. Dopo una serie di ricorsi legali, nel marzo 2025 il governo Meloni ha trasformato il centro in una struttura per le espulsioni di migranti irregolari che avevano già ricevuto una decisione di rimpatrio. Questo cambiamento ha reso la struttura albanese un primo precursore dei centri per il rimpatrio, ma sono ancora le autorità italiane a gestirlo e a essere responsabili del rimpatrio finale dei migranti. Il modello europeo potrebbe, invece, esternalizzare interamente la gestione e la responsabilità delle procedure di asilo e di espulsione a un Paese non appartenente all’UE. Nello specifico, Germania, Austria, Danimarca, Grecia e Paesi Bassi hanno confermato di essere in trattativa per l’istituzione di tali strutture in Paesi come Uganda, Ruanda e Ghana. Il loro obiettivo è concludere la prima partnership entro la fine dell’anno, con la firma prevista all’inizio del 2027 3.  Al momento, comunque, solo il Ruanda ha confermato di essere in trattative con l’Italia, confermandosi un partner strategico. Illustrazione: Wikimedia commons La portavoce del governo ruandese Yolande Makolo ha ribadito che “i richiedenti asilo sono africani” e il Paese non vuole “che gli africani soffrano in paesi che non li accolgono. Non vogliamo che intraprendano pericolosi viaggi attraverso il deserto e muoiano nel (mare) Mediterraneo (…), né in altri paesi che non li vogliono”. “L’ideale sarebbe che rimanessero a casa, avessero opportunità e sicurezza nelle proprie case. E se non riescono a ottenerlo, forse possono trovarlo in altri paesi, specialmente in Africa. (…) Vogliamo che i giovani africani siano felici vivendo nel loro continente e che contribuiscano a costruirlo insieme”, ha affermato 4.  Il Paese, infatti, aveva già stretto un accordo con il Regno Unito di Boris Johnson nel 2022 che prevedeva di mandare in Ruanda i richiedenti asilo arrivati irregolarmente nel Regno Unito, in cambio di finanziamenti a Kigali.  In seguito, la Corte suprema aveva bocciato il piano nel novembre 2023, ritenendo che il Paese non fosse sufficientemente sicuro, dato il rischio di persecuzione o di maltrattamenti, ed esso fu annullato durante il governo di Keir Starmer nel 2024. Il governo ruandese ha poi fatto causa chiedendo altri 115 milioni di sterline come risarcimento per i pagamenti futuri non corrisposti e la fine anticipata dell’intesa 5, risarcimento che è stato recentemente considerato illegittimo.  In realtà, già nel 2014 un accordo permise a Israele di trasferire nel paese africano alcune migliaia di eritrei e sudanesi 6; dal 2019, inoltre, il dispositivo dell’Emergency Transit Mechanism (ETM) di Gashora, nel distretto meridionale di Bugesera, avviato da Ruanda, Unione Africana e Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, ha raccolto profughi evacuati dalla Libia e in attesa di reinsediamento o rimpatrio volontario 7. Kigali skyline (PH: Wikimedia commons) La situazione politica attuale in Ruanda è dominata dal controllo del Fronte Patriottico Ruandese (RPF) e dalla presidenza di Paul Kagame, riconfermato nel luglio 2024 per un ulteriore mandato con oltre il 99% dei voti. Kagame governa il paese dal 2000 e le riforme costituzionali gli consentono di mantenere il potere, limitando lo spazio per l’opposizione politica e la libertà di stampa. Nel frattempo, il Paese persegue una rapida modernizzazione e un forte sviluppo economico, presentandosi come un modello efficiente di stabilità e attrazione per gli investimenti esteri. Tra questi, anche quelli del Piano Mattei 8 che, con l’aggiunta del Ruanda a luglio 2026 per “sostenere la mitigazione e l’adattamento al cambiamento climatico nella Nazione”, arriva a interessare 18 Paesi africani 9.  La stabilità interna, basata anche su una forte repressione del dissenso, contrasta con le forti tensioni nella regione dei Grandi Laghi. Il Ruanda è infatti accusato da organismi internazionali e dalla Repubblica Democratica del Congo di sostenere i ribelli del movimento M23 e, nonostante i tentativi di mediazione diplomatica e i fragili accordi di pace sottoscritti tra le parti, la situazione lungo i confini con la RDC e il Burundi resta instabile e caratterizzata da ricorrenti scontri armati.  Anche per quanto riguarda gli altri Paesi, comunque, la situazione è poco chiara. Il Ghana ha firmato un accordo con gli Stati Uniti per accettare nel proprio Paese migranti di altre nazionalità africane espulsi da Washington, fungendo da hub di transito, e diversi gruppi di difesa dei diritti hanno presentato ricorsi e cause legali contro lo Stato ghanese presso la Corte di Giustizia dell’ECOWAS e i tribunali locali, contestando la detenzione in strutture militari, la segretezza dell’accordo e il rischio di persecuzioni per i migranti rispediti nei paesi da cui erano fuggiti 10.  L’Uganda segue una strada simile a quella ruandese. Il Paese vive una forte tensione politica dopo la conferma del presidente Yoweri Museveni per il suo settimo mandato nelle elezioni di gennaio 2026: all’età di 81 anni e al potere dal 1986, Museveni ha vinto le elezioni con circa il 72% dei voti, tanto che il principale sfidante Bobi Wine ha denunciato brogli elettorali, violenze e arresti domiciliari per gli oppositori. Nel frattempo, cresce il peso politico del figlio del presidente, Muhoozi Kainerugaba, capo dell’esercito e considerato il possibile erede.  Come ha affermato Michael O’Flaherty, Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, si “rischia di creare un buco nero per i diritti umani con i suoi return hubs per i migranti” 11. L’Europa non è estranea alle politiche di esternalizzazione e le violazioni di lunga data dei diritti dei rifugiati e dei migranti in Libia e Tunisia dimostrano che la cooperazione migratoria volta a prevenire l’arrivo nell’UE porterà a gravi e diffuse violazioni dei diritti umani. “Come può qualcuno ragionevolmente credere che questa volta sarà diversa?”, chiede il Commissario.  L’UE sta chiaramente cadendo vittima di “retorica populista” sui migranti, ha detto Jean-Nicolas Beuze, rappresentante dell’UNHCR a Bruxelles. I rifugiati corrono il rischio di essere inviati in un paese dove possono “subire danni irreparabili” 12. Anche Human Rights Watch 13 ha costantemente riscontrato che le deportazioni verso paesi terzi espongono le persone a detenzioni arbitrarie, maltrattamenti, indigenza e rimpatrio a catena, cioè il ritorno in luoghi di pericolo. Secondo l’organizzazione, i Paesi UE dovrebbero abbandonare del tutto i piani per i centri per il rimpatrio, dato che nessuno dei paesi presi in considerazione supererebbe una seria revisione sulla situazione del rispetto dei diritti umani. 1. Approvato il nuovo regolamento UE sui rimpatri – Parlamento UE (giugno 2026) ↩︎ 2. Come sottolinea Euronews, inoltre, l’Italia prevedeva inizialmente di ospitare circa tremila migranti al mese nei centri albanesi, contro un numero effettivo appena 500 persone in totale da quando il complesso è stato convertito in centro per le espulsioni. Il costo complessivo supera i 670 milioni di euro e, secondo un recente studio dell’università di Bari, trattenere i migranti in questi centri si è rivelato molto più costoso per l’Italia rispetto alla loro permanenza sul proprio territorio ↩︎ 3. EU countries eye setting up migrant ‘return hubs’ in Rwanda and Uzbekistan, Politico (giugno 2024) ↩︎ 4. Ruanda negozia con l’Italia di accogliere richiedenti asilo espulsi dal paese europeo, Democrata (agosto 2026) ↩︎ 5. Corte respinge richiesta del Ruanda: niente 115 milioni dal Regno Unito per piano migranti bocciato, EuroNews (giugno 2026) ↩︎ 6. Il Ruanda apre al modello Ruanda. Ma l’Italia è ferma al modello Libia – Il Manifesto (agosto 2026) ↩︎ 7. Il Ruanda apre alle espulsioni europee: «Stiamo trattando con l’Italia» – Africa Rivista (agosto 2026) ↩︎ 8. Piano Mattei per l’Africa, Presidenza Consiglio dei Ministri ↩︎ 9. Questo link un database strutturato dei dati degli investimenti del Piano in Africa con una tabella Excel scaricabile ↩︎ 10. Rights lawyers sue Ghana over third-country deportation deal with Trump administration, PB News (giugno 2026) ↩︎ 11. Europe is at risk of creating a human rights black hole with its ‘return hubs’ for migrants, The Guardian (luglio 2026) ↩︎ 12. EU countries eye setting up migrant ‘return hubs’ in Rwanda and Uzbekistan – Politico (giugno 2026) ↩︎ 13. Dangerous EU Momentum Towards Offshore Deportation Centers – HRW (giugno 2026) ↩︎
Aggiornamenti dal CPR di Gradisca d’Isonzo (GO). Agosto 2026
“Sognavo un futuro migliore e mi sono ritrovato in una cella di prigione. Ha senso tutto questo?” Conosciamo ormai da molto tempo le condizioni di detenzione nel CPR di Gradisca. Gabbie, vuoto, insensatezza, una prassi brutale, inconcepibile per chi ci finisce, ma pienamente operativa, in alcuni casi performativa, nel sistema razzista in cui è inserita. […]
«Ho tentato di arrivare a Ceuta. Mi hanno fermato, mi hanno messo su un bus e mi hanno portato nel sud. Ora sto peggio di prima»
ILARIA MOHAMUD GIAMA 1 Le parole di A. arrivano da lontano. Non solo geograficamente. Arrivano da un limbo che dura da anni. L’ho conosciuto questo gennaio a Rabat, durante le proteste davanti all’UNHCR. Un ragazzo aveva appena tentato di darsi fuoco davanti alla sede. La disperazione di chi resta bloccato senza via d’uscita era nell’aria. A. era lì. Sudanese, senza documenti riconosciuti, senza lavoro, senza prospettive. Viveva esattamente ciò che le associazioni denunciano da tempo: il Marocco non dispone di un vero sistema nazionale di asilo. Non esiste una procedura strutturata, con tempi certi, diritti garantiti e un’autorità indipendente che valuti le domande. C’è solo l’ufficio dell’UNHCR, che raccoglie le richieste preliminari e rilascia documenti di registrazione. Nella pratica, quei documenti offrono scarse tutele. Chi li possiede resta comunque esposto a rastrellamenti, controlli arbitrari, fermi e trasferimenti forzati verso il sud del paese. Quando a metà luglio ha sentito che qualcosa si stava muovendo verso Ceuta, ha deciso di tentare. Si è messo in viaggio. Non è mai arrivato. Su un bus, durante un controllo, lo hanno fatto scendere insieme ad altri migranti neri. Poi lo hanno caricato su un altro mezzo e lo hanno portato centinaia di chilometri più a sud. La sua esperienza non è un incidente. È il funzionamento ordinario di un confine che non si limita a fermare le persone, ma produce gerarchie. Decide chi può muoversi e chi deve restare fermo, chi può tentare e chi viene allontanato. Foto di A. – Prima della deportazione Foto di A. – Luogo dove vengono scaricate le persone In quei giorni i giovani marocchini potevano raggiungere la frontiera e attraversarla. I migranti di origine subsahariana trovavano invece strade e bus trasformati in filtri. La selezione basata sul colore della pelle non è un dettaglio operativo: è una tecnologia di confine. A. mi ha messo in contatto con un’altra persona, W., che ha seguito un percorso diverso, ma con lo stesso esito. Era riuscito ad arrivare in Spagna via terra. Assieme a lui migliaia di altre persone. Immagini di W. – Durante la rotta per le foreste Dopo poco è stato però respinto con la forza oltre il confine e, una volta tornato in Marocco, è stato caricato su un mezzo e deportato nel sud del Marocco. Due traiettorie, lo stesso meccanismo di allontanamento e isolamento. Queste operazioni non sono un’iniziativa autonoma del Marocco. Sono parte di un sistema commissionato e finanziato dall’Unione Europea. Attraverso accordi, fondi e pressioni politiche, l’Europa ha trasformato il paese in un gatekeeper: un territorio incaricato di contenere, selezionare e disperdere chi cerca di muoversi verso nord. I trasferimenti di massa verso il sud – spesso senza procedure, senza documenti, senza possibilità di ricorso – sono uno degli strumenti di questa esternalizzazione. Il video virale di un agente delle Fuerzas Auxiliares che lancia ripetutamente una grossa pietra contro un giovane vicino al confine non è un’eccezione. È un fotogramma della violenza ordinaria con cui questo sistema si mantiene. A. oggi è di nuovo nel sud. Ha perso giorni, soldi, energie. È tornato nello stesso limbo da cui aveva cercato di uscire, solo più isolato. W., dopo aver toccato territorio spagnolo, è stato respinto e deportato nel sud del Paese, e al momento risulta irreperibile. L’ultimo aggiornamento riguarda un luogo di detenzione per migranti nel sud del Marocco. Ultima immagine di W. All’interno di una struttura di detenzione per migranti neri Le loro storie non sono eccezioni. Sono il risultato concreto di una politica che ha delegato la violenza del confine a paesi terzi, finanziandone i meccanismi di controllo senza costruire reali sistemi di protezione. Mentre i media contano quanti marocchini sono entrati a Ceuta e quanti sono tornati, sulle strade del nord del Marocco continua a funzionare un filtro silenzioso. Un filtro che non si limita a bloccare. Produce differenze. Decide chi può tentare e chi deve essere allontanato. E lo fa, ancora una volta, lungo la linea del colore della pelle, con il sostegno indiretto ma decisivo dell’Unione Europea. 1. Ricercatrice e attivista per i diritti umani, studentessa di Geografia all’Università di Bologna. Mi occupo di scrittura e divulgazione su temi geografici, culturali e geopolitici, con particolare attenzione alle dinamiche di confine, alla mobilità e ai diritti nelle zone di frontiera interne ed esterne all’Europa. ↩︎
Governare la mobilità attraverso il razzismo
L’11 giugno 2024, all’aeroporto di Zagabria, Emmanuel Achiri, ricercatore e attivista, attende un volo per Bruxelles quando tre agenti lo isolano per un controllo dei documenti. Alla sua richiesta di chiarimenti, la giustificazione fornita è stata chiara: la Croazia è una “società omogeneamente bianca” e il colore della sua pelle lo rende automaticamente un soggetto potenzialmente pericoloso. Questa vicenda, documentata nel rapporto dell’European Network Against Racism (ENAR), “Raceless in Name Only: Whiteness and the Racial Governance of Mobility in the European Union” 1, è la manifestazione del funzionamento del principio della razza all’interno dell’Unione Europea. Scopo del report è proprio documentare come le politiche di esternalizzazione, il regime dei visti e il profilamento razziale non siano “errori di sistema”, bensì strumenti deliberati per preservare una presunta identità europea basata sull’esclusione di alcune categorie di persone. Il rapporto si basa su un’analisi comparativa, insieme teorica ed empirica, condotta tra giugno 2024 e dicembre 2025 in diverse zone di confine (Germania-Austria, Germania-Repubblica Ceca, Italia-Francia, Croazia-Slovenia e paesi Baschi) e in tre Paesi europei (Cipro, Grecia e Francia). Il risultato è che, indipendentemente dalle zone analizzate, la gestione dei confini e della migrazione europea risulta razzista e securitaria: essa espone alla violenza e alla precarietà migranti stranieri ed europei razzializzati mostrando il ruolo di una immaginaria whiteness, una costruzione identitaria, politica e storica, che inquadra l’Europa come omogeneamente bianca ed esclude coloro che non rientrano in questo immaginario 2.  I processi legislativi in corso oggi stanno consolidando questo sistema violento e razzializzato: a cominciare dal Pact on Migration and Asylum 3, che normalizza procedure di detenzione amministrativa accelerate; ma anche la Deportation Regulation 4, che rende punizione e rimpatrio le risposte di default al fenomeno migratorio, e l’Anti-Smuggling Package 5, che rischia di criminalizzare la solidarietà umana e coloro che difendono i diritti dei migranti. Tutto ciò nel quadro di politiche di securitizzazione della migrazione, cominciate a partire dagli anni ’90, per cui la migrazione viene sempre più costruita come una minaccia di sicurezza che richiede controllo e deterrenza, piuttosto che come una questione sociale e umanitaria.  Negli ultimi anni, questa lettura è stata ulteriormente resa popolare attraverso la retorica politica, ad esempio nell’accento posto dalla Commissione Europea sotto Ursula von der Leyen sulla “protezione dello stile di vita europeo” 6, che collega la governance migratoria a questioni di identità culturale, di sicurezza e di appartenenza. Basti pensare, inoltre, a tutta la propaganda sulla “sostituzione etnica” – o grand remplacement nelle parole di Renaud Camus, che ha reso popolare il concetto – e la conseguente “remigrazione”, tanto cara a Roberto Vannacci e ormai pienamente diffusa in diversi Paesi europei.  Queste pratiche, comunque, sono parte di un’architettura più ampia di gestione della migrazione razzializzata, la quale non è solo una conseguenza delle riforme più recenti. Al contrario, essa è il frutto di un approccio alla mobilità e alla gestione della popolazione che è storicamente radicato in gerarchie coloniali, razziali e di classe, le quali operano secondo un principio necropolitico. In base ad esso, si distingue tra coloro che hanno diritto alla mobilità e di conseguenza, sempre più spesso, alla vita, e coloro che invece possono essere considerati sacrificabili 7. La figura della persona migrante è quindi tutt’altro che neutrale: è una categoria prodotta attraverso dinamiche di potere storiche e politiche in cui le autorità costruiscono il migrante attraverso marcatori di differenza, spesso razzializzati, per limitare i diritti, preservare una forza lavoro precaria e mantenere il potere di espellere coloro che sono considerati indesiderabili. Tuttavia, in tali discorsi, l’uso esplicito del termine “razza” è stato sostituito da concetti come “cultura”, che diventano il terreno apparentemente neutrale per l’autoprotezione tramite l’esclusione, lasciando intatta la logica di fondo della differenza razziale ereditata e naturalizzata. Il filosofo Étienne Balibar parla a questo proposito di razzismo senza razze o razzismo culturale 8, che, invece di definire l’altro per caratteristiche innate o biologiche, afferma l’incompatibilità e la presunta superiorità di stili di vita, religioni o costumi, giustificando l’esclusione sociale di alcuni gruppi ritenuti una minaccia per la società. Nascosto dalla post-razzialità 9, il razzismo però sopravvive rendendo sempre più difficile evidenziarlo nelle società occidentali, tranne che come fenomeno storicamente superato o presente come eccezione, e impedendo l’elaborazione di un diverso tipo di identità europea veramente pluralistica, nella quale le persone razzializzate non siano costantemente alterizzate (otherised) e migrantizzate (migranticised).  Secondo il rapporto, inquadrare queste dinamiche come delle “eredità del periodo coloniale” implica una distanza storica che in realtà non è così distante. Logiche di governo coloniale – controllo della mobilità, sovranità asimmetrica, securitizzazione, sorveglianza quotidiana razzializzata, estrazione del lavoro, iper-precarietà, criminalizzazione, detenzione e confinamento carcerario, controllo epistemico, criminalizzazione della solidarietà, e coercizione e irregolarizzazione economica – continuano ad essere in atto, spesso negli stessi spazi e attraverso meccanismi simili 10. Avendo analizzato la whiteness come logica operativa della governance migratoria europea, il rapporto approfondisce le pratiche concrete osservate durante le ricerche e attraverso le quali questa logica è effettivamente resa operativa, ad esempio tramite il regime dei visti, un sistema gerarchico di controllo della mobilità che regola chi può essere autorizzato a entrare nel territorio, per quanto tempo e secondo quali regole. I visti, tuttavia, lungi dall’essere semplicemente strumenti tecnici o giuridici, sono centrali per comprendere come funzionano le logiche razzializzanti incorporate nei rapporti di potere all’interno del sistema internazionale e come tali logiche costituiscono, nella gestione delle migrazioni, una “prima linea di difesa” contro l’ingresso degli indesiderabili 11.  Un altro strumento è l’esternalizzazione del controllo delle frontiere, ovvero l’insieme di politiche e pratiche attraverso cui gli Stati cercano di prevenire, deviare e controllare la migrazione oltre i loro confini territoriali. In Tunisia, uno dei casi più esemplari, l’esternalizzazione razzializzata dell’UE rafforza il razzismo contro le persone nere provenienti da altri paesi dell’Africa all’interno del regime di confine dello Stato stesso 12. Ma anche la Mauritania è un esempio di uno Stato extra-UE che è cresciuto in importanza geostrategica per l’esternalizzazione dell’UE, e della Spagna in particolare 13. L’esternalizzazione funziona, quindi, delegando la deterrenza e la detenzione a territori periferici e autorità partner, permettendo all’UE, e in particolare ai suoi Paesi centrali, di proiettare il proprio border power a distanza, riducendo la responsabilità legale e politica diretta 14.  Il modo in cui sono strutturati il regime dei visti dell’Unione Europea e le frontiere esternalizzate porta, quindi, a serie limitazioni per chi vuole arrivare in Europa tramite canali regolamentati, facendo sì che l’irregolarità aumenti. Ma essa non è una caratteristica intrinseca e fissa: gli Stati e le istituzioni sono responsabili della produzione e della riproduzione dell’irregolarità tramite leggi, pratiche amministrative e controlli, che rendono le persone legalmente precarie, socialmente marginali e maggiormente esposte alla violenza 15. Inoltre, sono sempre più diffusi e normalizzati respingimenti, deportazioni e forme di detenzione. I primi, svolti nell’ambito di accordi bilaterali di ritorno, sono espulsioni di non cittadini, rifugiati e altri migranti, di solito verso un paese o una regione vicina. La deportazione, invece, è la rimozione formale di un non-cittadino dal territorio di uno Stato. Come sostiene De Genova, non è semplicemente una procedura amministrativa, è “una tecnica o tattica di dominio” su soggetti considerati deportabili e collocati fuori dalla sfera di protezione 16. Infine, la detenzione crea una condizione di non-persona legale e di deportabilità attraverso coercizione, incarcerazione e dinamiche di mobilità forzata o immobilità, spesso senza alcun supporto legale 17. Ad esempio, Farid, un richiedente asilo, ha cercato protezione in Austria ma, attraverso l’inganno della polizia, è stato trattenuto in un campo di pre-rimpatrio senza esserne informato. Ha descritto la situazione come una tortura insopportabile per chiunque: “tra la saggezza e la follia c’è solo una linea sottile”, ha affermato. Ha raccontato inoltre di un suo compagno somalo che, entrato nel centro in condizioni normali, ha completamente perso la ragione nel giro di tre soli giorni, iniziando a parlare da solo nell’indifferenza totale delle autorità 18. Le varie pratiche e tecnologie integrate nell’architettura dei confini europei descritte in questo rapporto hanno effetti notevoli sulla vulnerabilità e sofferenza individuale e collettiva, in particolare per gruppi socialmente rifiutati e razzializzati. Questa “condizione politicamente indotta” di esposizione differenziale alla violenza fisica e strutturale, derivante da “reti di supporto sociali ed economiche” negate o fragili, viene concettualizzata dalla filosofa Judith Butler come “precarietà” 19. L’incertezza insita nella posizione sociale della precarietà produce esperienze e sentimenti particolari come isolamento, ansia e vergogna, poiché le sue principali caratteristiche sono insicurezza, marginalità sociale e vulnerabilità nei regimi di sfruttamento. Per esempio, Ahmad un ragazzo di 25 anni, palestinese-marocchino, è finito nel limbo della burocrazia europea e, in attesa, vive a Parigi da irregolare, paralizzato dal terrore costante di essere arrestato: “da quando sono arrivato qui, non riesco a lavorare, non riesco a fare niente. Sono bloccato dalla paura e non sto facendo nulla della mia vita. È sempre nella mia testa. Mi sento un peso. Non riesco a pensare al futuro o a fare alcun piano.” 20 Questo rapporto conferma, ancora una volta, che la gestione della migrazione nell’Unione Europea è un sistema complesso di logiche coloniali incorporate in forme di dominio e disciplina su soggetti immaginati come “non abbastanza europei”. Ignorando come la governance delle migrazioni, la polizia e i quadri di sicurezza siano “siti centrali del razzismo strutturale”, si riproduce e si rafforza un regime di gestione delle migrazioni fondato su securitizzazione e razzializzazione, e si legittima l’esclusione basata su gerarchie razziali e immaginari coloniali della bianchezza, oltre che su divisioni di classe. Come sottolineano autrici e autori del rapporto, solo affrontando questi limiti strutturali all’interno del concetto stesso dello stato di diritto in Europa, il cambiamento politico può andare oltre gli impegni semplicemente performativi per smantellare le gerarchie che producono marginalizzazione e precarietà per le persone razzializzate e povere 21.  1. Consulta il rapporto ↩︎ 2. Per un approfondimento del concetto di “whiteness” e del ruolo che svolge non solo nelle questioni migratorie ma, più in generale, nell’articolazione del sapere e del potere globale, si vedano le riflessioni del filosofo Charles Mills. Cfr. ad esempio Mills, C.W. (2007) White Ignorance. In: Sullivan, S., and Tuan, N (eds.). Race and Epistemologies of Ignorance. Albany, NY: State University of New York Press, pp. 13-48 ↩︎ 3. European Commission, Pact on Migration and Asylum. A common EU system to manage migration (11 June 2026). Per un quadro della situazione, chiaro ma critico, segnaliamo il video di Flavia Carlini, con un intervento di SOS Mediterranee ↩︎ 4. European Commission, Proposal for a Regulation of the European Parliament and of the Council Establishing a Common System for the Return of Third-Country Nationals Staying Illegally in the Union, ↩︎ 5. European Commission, Proposal for a Directive of the European Parliament and of the Council Laying Down Minimum Rules to Prevent and Counter the Facilitation of Unauthorised Entry, Transit and Stay in the Union ↩︎ 6. Von der Leyen: “Lo stile di vita europeo è libertà, uguaglianza e democrazia” (EuNews, settembre 2019) ↩︎ 7. La necropolitica è una forma di sovranità che va oltre la gestione biopolitica della vita, causando una deliberata produzione di morte Cfr. Mbembe, A. (2016) Necropolitica, ombre corte, Bologna ↩︎ 8. Balibar, É. (2007) “Is There a ‘Neo-Racism’?” in Race and Racialization: Essential Readings, 2nd ed., ed. Tania Das Gupta et al. Canadian Scholars’ Press, Toronto, pp. 83–90. ↩︎ 9. Cfr. S. Sayyid, “Post-Racial Paradoxes: Rethinking European Racism and Anti-Racism,” Patterns of Prejudice 51, no. 1 (2017): 24, citato nel rapporto a p. 54. ↩︎ 10. Raceless in Name Only, p. 55. ↩︎ 11. Raceless in Name Only, p.56 ↩︎ 12. Raceless in Name Only, p. 63. Cfr.  Amnesty International, “Tunisia: President’s Racist Speech Incites a Wave of Violence against Black Africans,” March 10, 2023 ↩︎ 13. Raceless in Name Only, p. 63. Cfr. Human Rights Watch, “They Accused Me of Trying to Go to Europe”: Migration Control Abuses and EU Externalization in Mauritania (Human Rights Watch, August 27, 2025) ↩︎ 14. Raceless in Name Only, p.69. ↩︎ 15. Raceless in Name Only, p.70 ↩︎ 16. Raceless in Name Only, p.76. cfr. N. De Genova, “The Deportation Power,” Radical Philosophy 2.03 (December 2018), 23 ↩︎ 17. Raceless in Name Only, p. 84. Cfr. N. De Genova. “The Economy of Detainability: Theorizing Migrant Detention.” In Challenging Immigration Detention, edited by M. J. Flynn and M. B. Flynn, Cheltenham and Northampton: Edward Elgar Publishing, 2017 p. 163. ↩︎ 18. Raceless in Name Only, p. 87. ↩︎ 19. Raceless in Name Only, p. 104. Cfr. J. Butler, Regimi di guerra. O della vita che non merita lutto, Castelvecchi, Roma 2024. ↩︎ 20. Raceless in Name Only, p. 108. ↩︎ 21. Raceless in Name Only, p. 112 ↩︎