Socio-technical imaginaries of security in EU migration governance
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Università degli Studi di Bologna
Department of Political and Social Sciences
Master’s Degree in International Relations
SOCIO-TECHNICAL IMAGINARIES OF SECURITY IN EU MIGRATION GOVERNANCE:
CHALLENGING THE MYTH OF TECHNOLOGICAL NEUTRALITY IN EU MIGRATION PACT AND RETURN
REGULATION
Dissertation in Criminology of the Borders
Di Valeria Gentili (2025-2026)
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INTRODUZIONE
Da diversi anni, il settore della sicurezza e della difesa è profondamente
attraversato da processi di trasformazione digitale che ne hanno ridefinito
strumenti, pratiche e modalità operative attraverso l’impiego di un articolato
ecosistema tecnologico. Quest’ultimo ricomprende banche dati, algoritmi
decisionali, sistemi di intelligenza artificiale, droni, sensori di movimento,
telecamere di sorveglianza e tecnologie di identificazione biometrica. Si tratta
di un ambito caratterizzato da una pluralità di attori e da una salda sinergia
tra governi e colossi tecnologici, comunemente noti come Big Tech. Tali società
si configurano come le principali produttrici di tecnologie di sorveglianza,
fungendo da fornitrici privilegiate per gli Stati, che ne costituiscono i
clienti primari. All’interno di questo intreccio – frequentemente definito
security-industrial complex – convergono e si alimentano a vicenda gli interessi
di imprese private, imprenditori, partiti politici, esperti di IT, forze
dell’ordine, centri di ricerca e consulenti di sicurezza.
La gestione delle frontiere e della mobilità umana è da tempo integrata nel
comparto della sicurezza e rappresenta, di conseguenza, uno degli ambiti in cui
le tecnologie digitali trovano l’applicazione più pervasiva. Nel corso del
tempo, i confini sono divenuti veri e propri laboratori di sperimentazione per
nuovi dispositivi tecnologici, testati sul campo sia su persone documentate sia
su individui irregolari. Da un lato, le frontiere – storicamente concepite come
linee fisse e visibili – si sono ulteriormente fortificate grazie a sistemi
avanzati, dalle torri di sorveglianza alle reti radar e di sensori schierate
lungo i tratti confinari. Dall’altro, proprio in virtù di tali tecnologie, la
frontiera è sfuggita al controllo visivo immediato, facendosi mobile, invisibile
e onnipresente. Non è più necessario raggiungere il confine fisico per essere
identificati: la frontiera si proietta potenzialmente ovunque, manifestandosi
nelle termocamere in dotazione alle forze di polizia nelle foreste balcaniche,
nei sistemi TVCC dei centri commerciali o nei varchi aeroportuali europei, dove
dispositivi automatizzati tracciano e identificano istantaneamente le persone in
movimento.
L’impiego delle tecnologie digitali nella gestione dei flussi migratori si
inserisce in un mutamento di paradigma che ha ridefinito la concettualizzazione
e il governo della mobilità umana. A partire dagli ultimi decenni del Novecento,
infatti, il fenomeno migratorio è stato progressivamente riletto in chiave
emergenziale e associato alla criminalità e al terrorismo. Di conseguenza, la
migrazione è stata inquadrata prevalentemente come una minaccia alla sicurezza
nazionale anziché come un fenomeno sociopolitico, orientando le risposte
istituzionali verso un approccio rigidamente securitario. Ciò si è tradotto nel
potenziamento del controllo confinario e nel consolidamento dei meccanismi di
espulsione e respingimento, contesti nei quali il ricorso agli strumenti
digitali ha conosciuto una costante crescita.
All’interno dell’Unione Europea questa dinamica trova riscontri paradigmatici:
dall’impiego dei droni di Frontex per il pattugliamento del Mediterraneo
centrale – volti a guidare le intercettazioni in mare delle guardie costiere –
all’installazione lungo i confini terrestri di torri di sorveglianza
automatizzate con termocamere a lungo raggio. Tale tendenza emerge altresì nel
finanziamento europeo a progetti di ricerca altamente controversi come
iBorderCtrl, fondato su algoritmi per l’analisi delle micro-espressioni facciali
a scopo di “lie detection”. Un controllo pervasivo analogo si ritrova nei centri
di detenzione greci, strutturati su reti di sensori, telecamere, droni e varchi
biometrici, così come nell’espansione delle banche dati europee per il
tracciamento sistematico di chi fa ingresso nel territorio dell’Unione. Infine,
questa logica trova la sua massima formalizzazione politica e giuridica nel
Nuovo Patto sulla Migrazione e l’Asilo e nel collegato Regolamento sui Rimpatri,
due cornici normative che basano i processi di identificazione e sorveglianza
sull’interoperabilità dei dati biometrici e digitali.
Muovendo da tale contesto, il presente lavoro di tesi intende indagare
criticamente questo massiccio dispiegamento di strumenti digitali, mettendo in
discussione l’idea – sostenuta dai loro fautori – secondo cui essi possano
essere impiegati in modo neutrale, razionale e con benefici diffusi per tutti
gli attori coinvolti. A questo scopo, si rende necessario interrogare le
motivazioni politiche e sociali, nonché gli orizzonti ideologici, che alimentano
il crescente affidamento alla tecnologia nei processi di sicurezza e controllo
confinario. Ci si chiede pertanto se, entro un quadro segnato da dinamiche di
securitizzazione ed esternalizzazione delle frontiere e dalla criminalizzazione
di determinate categorie di migranti, le tecnologie digitali possano davvero
operare quali strumenti oggettivi, o se, al contrario, non contribuiscano a
consolidare e riprodurre tali processi.
Per rispondere a tale interrogativo, l’indagine si articolerà lungo due assi
principali. In primo luogo, verranno esaminate le banche dati europee per la
gestione delle frontiere – i cosiddetti sistemi IT su larga scala -,
analizzandone l’architettura originaria e l’evoluzione riformatrice fino allo
scenario attuale, per comprendere come tali infrastrutture si siano adeguate
alle crescenti istanze di sorveglianza. In secondo luogo, l’attenzione si
sposterà sulle novità introdotte dal Nuovo Patto sulla Migrazione e l’Asilo e
dalla proposta di Regolamento sui Rimpatri, approfondendo il modo in cui
entrambi gli strumenti normativi imperniano la propria efficacia sull’uso del
digitale. In quest’ambito, un focus specifico sarà dedicato all’evoluzione del
sistema Eurodac e all’implementazione delle tecnologie biometriche – quali il
riconoscimento facciale e la rilevazione delle impronte digitali – impiegate sia
nelle procedure di screening ai confini sia all’interno dello spazio europeo.
Attraverso la disamina di questi dispositivi e del loro utilizzo nell’ambito
delle politiche migratorie dell’Unione, l’obiettivo finale sarà verificare se e
in che misura la concreta attuazione di tali tecnologie alimenti le logiche di
controllo, tracciamento ed esclusione che caratterizzano la governance europea
dei confini. Occorre infine sottolineare la profonda interconnessione tra i due
ambiti di analisi: il Patto trova infatti la propria chiave di volta
nell’interoperabilità delle banche dati europee e, in particolare, in Eurodac,
che ne costituisce il vero e proprio braccio operativo informatico.
Comprendere il contesto specifico in cui le tecnologie digitali vengono
implementate, gli interessi che servono e le pratiche che facilitano è di
fondamentale importanza. Tale architettura tecnologica si inserisce infatti
entro un quadro sempre più repressivo e orientato al controllo, una realtà che
sia il Nuovo Patto sulla Migrazione e l’Asilo sia il Regolamento sui Rimpatri
consolidano formalmente.
L’urgenza di analizzare questo fenomeno deriva innanzitutto dal fatto che sia le
riforme relative ai sistemi IT europei sia il Nuovo Patto comportano conseguenze
profonde e destabilizzanti per la vita di migliaia di cittadini di paesi terzi.
Eppure, questi sviluppi spesso sfuggono al controllo pubblico, con decisioni
cruciali prese in uno stato di diffusa inconsapevolezza. Tuttavia, i cambiamenti
strutturali introdotti ai vertici dell’Unione Europea, insieme alle modalità
operative di questo impianto tecnologico, portano con sé implicazioni
significative per le pratiche contemporanee di sorveglianza, controllo e
raccolta dati. Infatti, come questa tesi intende dimostrare, queste ultime
stanno diventando sempre più totalizzanti, estendendo la loro portata su uno
spettro sempre più ampio di individui. Tale scenario richiede dunque
monitoraggio rigoroso, una profonda comprensione e una critica sistematica di
ogni deriva che si traduca in violazioni dei diritti fondamentali anziché nel
bene pubblico – specialmente in considerazione del fatto che questo apparato
risponde agli interessi dei centri di potere, i quali definiscono chi debba
essere sorvegliato in funzione di precisi obiettivi politici. Allo stato
attuale, questi obiettivi appaiono saldamente diretti verso la sorveglianza di
un numero sempre maggiore di individui e il controllo totale della mobilità
umana.
I processi decisionali in questo campo procedono in modo sottile, lento e
incrementale, consolidandosi nell’arco di decenni attraverso il coinvolgimento
di una pluralità di attori che mettono a punto le politiche pubbliche sulla base
di interessi stratificati. Nel caso dell’Unione Europea, il percorso verso le
riforme analizzate in questo lavoro è il risultato di dinamiche di lunga data
guidate dagli interessi politici ed economici dei governi, delle Big Tech e
delle multinazionali private. Oggi, questo complesso di sicurezza-industriale
trova nella tecnologia il proprio perno: prodotta dai mercati privati, essa
viene impiegata dalle istituzioni statali nella gestione migratoria e, più
ampiamente, nelle politiche di sicurezza. Alla luce di ciò, demistificare le
ragioni e le forme di questa strumentalizzazione diventa un imperativo
analitico. Tale prospettiva porta a chiedersi se la tecnologia possieda un
potenziale emancipatorio destinato a rimanere inespresso finché la sua
progettazione risponde prevalentemente alle esigenze degli attori egemoni. In
questo senso, il problema non risiede nella tecnologia in sé, ma piuttosto i
quadri sociali, politici ed economici all’interno dei quali viene sviluppata e
dispiegata. Come suggerito da esempi quali le tecnologie utilizzate per la
giustizia climatica, per favorire decisioni trasparenti e responsabili o per
colmare le disuguaglianze sistemiche, un uso giusto ed etico degli strumenti
digitali è del tutto possibile e i risultati dipendono dalle logiche che ne
governano la progettazione e l’uso.
Infine, nell’esaminare un dispiegamento così pervasivo di strumenti digitali
all’interno delle politiche migratorie europee, sorge una domanda ancora più
ampia: è la tecnologia a servire le frontiere, o sono le frontiere a servire la
tecnologia? Interrogare questa dinamica è fondamentale per evitare che questo
apparato tecnologico – e gli interessi nascosti che lo guidano – continui a
infliggere danni sistemici a popolazioni che sono già emarginate, o che
rischiano di diventarlo proprio perché la tecnologia viene usata come un’arma
per profitto economico e politico. Soprattutto nell’attuale clima legislativo
plasmato dal Patto e dal Regolamento sui Rimpatri, e all’interno di un contesto
sociale caratterizzato da proposte legislative sulla “re-migrazione” in Italia e
da violente proteste anti-immigrazione a Belfast, è impossibile non temere che
la tecnologia venga usata come un’arma per allinearsi a queste tendenze xenofobe
e restrittive. Pertanto, è imperativo comprendere a fondo come questo strumento
venga dispiegato, perché la conoscenza è potere, ed è fondamentale che questo
potere sia detenuto da coloro le cui azioni sono guidate da interessi diversi
dal profitto economico e dalla sorveglianza.
Per condurre la ricerca svolta, si è scelto di adottare le lenti teoriche della
criminologia digitale (digital criminology) e degli studi critici sulla
sicurezza (Critical Security Studies). La criminologia digitale muove dal
presupposto che la realtà contemporanea si configuri come una dimensione
tecnosociale, in cui società e tecnologia risultano ormai inscindibili,
influenzandosi reciprocamente in modo continuo. Questa costante interazione ha
ridefinito le pratiche di sicurezza e di controllo sociale, con un impatto
significativo sulla gestione della mobilità. Tale prospettiva permette dunque di
decostruire l’infrastruttura tecnologica delle frontiere europee, sfidando la
sua immagine di mero insieme di strumenti neutrali al fine di mostrarla, al
contrario, come un complesso di dispositivi denso di implicazioni politiche e
sociali. Inoltre, questo approccio evidenzia come la dimensione digitale possa
trasformarsi in un vettore di controllo e di riproduzione delle disuguaglianze,
un aspetto che trova ampio spazio di approfondimento all’interno della presente
tesi. Per quanto riguarda i Critical Security Studies, si tratta di un quadro
concettuale che fornisce gli strumenti analitici per connettere
l’implementazione dell’infrastruttura tecnologica europea con le dinamiche di
securitizzazione, esternalizzazione e criminalizzazione di specifiche categorie
di persone in movimento. In particolare, questa lente teorica consente
un’analisi del contesto politico e discorsivo che caratterizza i casi di studio
presi in esame, focalizzandosi su come la percezione della migrazione sia mutata
al punto da inquadrare il fenomeno come una minaccia e sul conseguente impatto
che tale cambiamento ha avuto sulle politiche migratorie europee.
Così, l’integrazione di questi due quadri teorici permette un approccio di
ricerca critico volto a smantellare i discorsi istituzionali sulla sicurezza e a
stimolare una profonda riflessione sulle reali logiche nascoste dietro l’uso
della tecnologia.
Per raggiungere questo obiettivo, è stata condotta un’analisi qualitativa del
contenuto di fonti normative e documenti ufficiali, tra cui Regolamenti e
decisioni dell’UE, direttive, proposte legislative e comunicazioni della
Commissione Europea, nonché documentazione istituzionale delle Agenzie europee.
L’obiettivo di questo esame non è stato semplicemente quello di decodificare il
testo letterale, ma di portare alla luce le logiche sottostanti e di verificare
se la tecnologia si configuri effettivamente come uno strumento neutrale. Tra le
fonti supplementari consultate figurano testi della letteratura scientifica e
accademica di riferimento, fonti giornalistiche e di attualità e contenuti
multimediali. All’interno di questo quadro, un’importanza centrale è stata
attribuita ai rapporti e ai briefing di ONG e coalizioni di esperti di diritti
digitali, utilizzati in particolare per lo studio del Patto sulla Migrazione e
l’Asilo e della proposta di Regolamento sui Rimpatri. Questa scelta si è resa
necessaria trattandosi di un campo normativo estremamente recente e in continua
evoluzione; un terreno inedito le cui reali conseguenze a lungo termine su piano
pratico e tecnologico potranno essere verificate solo in futuro.
Il primo capitolo di questa tesi esaminerà le motivazioni socio-politiche e gli
eventi che hanno portato alla creazione della cosiddetta “frontiera digitale”
(denominata anche “technoborder”). In particolare, esplorerà come l’impiego
delle tecnologie digitali nella gestione dei confini e della mobilità sia
strettamente connesso alle dinamiche della globalizzazione e del neoliberismo.
Questi processi hanno infatti condotto a una securitizzazione delle frontiere
che si è evoluta oggi in una vera e propria “tecno-securitizzazione” grazie alle
più recenti innovazioni tecnologiche.
L’analisi mostrerà come questa tendenza abbia ridefinito il fenomeno migratorio,
identificandolo come una minaccia alla sicurezza e consolidando così il nesso
tra migranti irregolari e criminalità. In questo contesto, un ruolo
catalizzatore è stato svolto dalla paura: sebbene il dibattito sulla
securitizzazione fosse già in atto, gli attacchi terroristici dell’11 settembre
2001 negli Stati Uniti hanno legittimato un’accelerazione della digitalizzazione
delle frontiere, specialmente attraverso l’uso delle tecnologie biometriche.
Successivamente, il capitolo approfondirà le trasformazioni strutturali subite
dalle frontiere a seguito della loro digitalizzazione e il loro impatto su chi
le attraversa. Si discuterà di come esse siano diventate “semi-permeabili” in
relazione alla funzione di filtraggio che svolgono, proprio attraverso le
tecnologie digitali. Queste ultime, infatti, permettono la raccolta di dati
sulla base dei quali avviene una rapida selezione – il cosiddetto social sorting
– che distingue i soggetti “desiderabili”, i quali attraversano i confini senza
ostacoli, da quelli “indesiderabili”, che vengono invece intercettati. Per
comprendere appieno questo meccanismo, verranno introdotti i concetti di
profilazione del rischio (risk profiling) e di governance preventiva della
mobilità (pre-emptive mobility governance), evidenziando come l’obiettivo sia
quello di intercettare le potenziali minacce tramite la profilazione prima che
gli individui raggiungano fisicamente la frontiera, esercitando così un
controllo anticipato sulla mobilità.
Il secondo capitolo sposterà l’attenzione sull’infrastruttura tecnologica
europea per il controllo e la gestione delle frontiere, occupandosi nello
specifico delle banche dati progettate a tal fine. Verrà innanzitutto esaminato
il ruolo dell’Agenzia dell’Unione Europea per la Gestione Operativa dei Sistemi
IT su Larga Scala (eu-LISA), che gestisce i database europei dal 2012. Il ruolo
di eu-LISA sarà analizzato per portare alla luce gli immaginari, i progetti
politici e le visioni del futuro che guidano questo attore, condizionando
direttamente la progettazione e la riforma degli archivi digitali. Saranno presi
in considerazione sia i primi sistemi informativi, come SIS, VIS ed Eurodac, sia
quelli più recenti, come EES ed ETIAS. L’obiettivo è tracciarne l’evoluzione nel
corso degli anni, identificando gli interessi politici e l’approccio ideologico
dietro ogni modifica. L’analisi dimostrerà come sia le vecchie che le nuove
banche dati convergono verso un’unica direzione e un’identica necessità:
estendere la sorveglianza e il controllo sul maggior numero possibile di persone
in movimento.
Infine, il terzo capitolo esaminerà il Nuovo Patto sulla Migrazione e l’Asilo,
in vigore dal 12 giugno 2026, e la proposta di Regolamento sui Rimpatri.
L’obiettivo sarà quello di analizzare come entrambi gli strumenti legislativi si
affidino pesantemente all’uso massiccio di tecnologie digitali e biometriche.
Nello specifico, si vedrà come l’efficacia del Patto dipenda fortemente
dall’interoperabilità delle banche dati europee (in primis Eurodac) e
dall’identificazione biometrica all’ingresso delle frontiere, che diventa
fondamentale per reindirizzare rapidamente i migranti verso le corrette
procedure di asilo o di rimpatrio. La parte finale del capitolo si concentrerà
sulla proposta di Regolamento sui Rimpatri, evidenziando il rischio di
un’estensione della sorveglianza digitale anche all’interno degli Stati membri,
in particolare attraverso misure di rintracciamento per identificare i cittadini
di paesi terzi in situazione irregolare. Sia la proposta di Regolamento sui
Rimpatri sia il nuovo Patto prevedono una raccolta massiccia di dati sensibili,
un aspetto di cui verranno sottolineati rischi e criticità.
Infine, l’analisi esaminerà anche come entrambi gli strumenti normativi rischino
di estendere la detenzione amministrativa, la quale ha luogo in strutture
notoriamente iper-tecnologizzate al fine di garantire sorveglianza e sicurezza.
Il terzo capitolo lascerà aperta una questione cronologica: mentre il Patto
entrerà in vigore nel giugno 2026, la proposta di Regolamento sui Rimpatri, al
momento della stesura di questa tesi, è ancora in fase di discussione. Tuttavia,
il quadro delineato da entrambi gli strumenti solleva notevoli preoccupazioni
circa il loro carattere repressivo. L’intento sembra infatti essere quello di
facilitare le espulsioni e ostacolare l’esercizio del diritto di asilo; in
questo scenario, la tecnologia gioca un ruolo fondamentale nel veicolare tali
obiettivi.