Tortura: ecco come l’Italia (non) rispetta gli obblighi della Convenzione ONULa Rete Italiana per il Supporto alle Persone Sopravvissute a Tortura (ReSST 1),
in collaborazione con Action Aid, ha pubblicato il 21 maggio 2026 il rapporto
“L’Italia e la riabilitazione delle vittime di tortura” che mostra come
l’Italia, al di là di annunci e raccomandazioni non vincolanti, sia ancora
largamente inadempiente rispetto agli obblighi internazionali che impongono di
rendere accessibili ai sopravvissuti a tortura i servizi specialistici necessari
per una piena riabilitazione.
Il rapporto, anticipato al Comitato ONU contro la tortura (CAT) in occasione
della 7° revisione periodica sull’Italia, sarà discusso in un webinar “L’Italia
e la riabilitazione delle vittime di tortura. Come (non) rispettiamo gli
obblighi posti dalla Convenzione ONU contro la Tortura”, organizzato dalla ReSST
il prossimo lunedì 25 maggio alle 17.30.
Al webinar saranno presenti Pietro Buffa, curatore del rapporto, Chiara
Montaldo, responsabile medica di Medici Senza Frontiere (MSF) e Gianfranco
Schiavone, presidente del Consorzio Italiano di Solidarietà (ICS).
Iscrizione al webinar
CURE SULLA CARTA
Il rapporto evidenzia come le Linee Guida del ministero della salute del 2017
hanno un valore di indirizzo, ma non garantiscono il rispetto degli obblighi.
Anche il Vademecum sulle vulnerabilità del ministero dell’interno del 2023
rimane un insieme di raccomandazioni non vincolanti e prive di qualsiasi
attuazione concreta.
Quello che emerge è un sistema in cui il diritto alla riabilitazione esiste
formalmente ma non è garantito nella pratica, e dove l’accesso ai servizi
dipende più dal territorio in cui ci si trova – o dalla fortuna di incontrare un
operatore particolarmente formato – che da una garanzia uniforme dello Stato. Le
organizzazioni del privato sociale tamponano dove il pubblico è assente, ma con
finanziamenti a progetto, discontinui e non strutturali.
«Attualmente l’Italia, la principale destinazione europea per migliaia di
persone che hanno subito torture nei paesi di origine o durante il transito, in
Libia e in Tunisia, non rispetta nessuno degli obblighi della Convenzione ONU
contro la tortura», dichiara la dr.ssa Chiara Montaldo di MSF. «I servizi
esistenti si basano quasi interamente su iniziative individuali all’interno del
sistema sanitario pubblico e, soprattutto, sul terzo settore».
Il risultato è un sistema che, pur esistendo sulla carta, spesso non riesce a
garantire un percorso di riabilitazione reale alle persone sopravvissute a
tortura. In molte parti dell’Italia mancano ancora servizi dedicati e personale
formato per assistere chi ha vissuto torture e violenze estreme. A questo si
aggiunge una scarsa collaborazione tra il sistema sanitario e quello
dell’accoglienza, oltre all’assenza di strumenti che permettano di verificare se
i programmi di riabilitazione funzionino davvero e arrivino alle persone che ne
hanno bisogno. Per questo, molte persone sopravvissute a tortura non sono
identificate precocemente e faticano ad accedere in tempi rapidi a cure e
supporto specialistico continuativo.
Secondo l’analisi di Action Aid contenuta nel rapporto, nel sistema di
accoglienza non esistono oggi le condizioni minime per riconoscere tortura e
traumi complessi, a causa dei servizi drasticamente ridotti, del poco tempo
disponibile per ogni persona e dell’aumento delle richieste di protezione. «Così
è pressoché impossibile che la vulnerabilità venga individuata e presa in carico
per tempo e rischia di emergere solo quando diventa crisi, e la privazione della
libertà rischia di tradursi in omissione di protezione», aggiunge Fabrizio
Coresi, esperto di migrazioni di ActionAid Italia.
Ancora più allarmante la situazione nei Centri di Permanenza per il Rimpatrio
(CPR): le visite mediche di ingresso sono descritte come sbrigative, condotte
spesso in assenza di mediazione culturale e in presenza delle forze dell’ordine,
basate su modelli prestampati che non cercano segni di tortura né valutano la
salute mentale. Tra i trattenuti – il cui numero di richiedenti asilo è in forte
crescita, con circa il 43% del totale nel 2025 – è realistico che vi siano
vittime di tortura, per le quali la detenzione stessa può riattivare traumi e
aggravare la sofferenza psichica. Mancano protocolli per la gestione delle
vulnerabilità e per la prevenzione del rischio suicidario, come documentato in
modo sistematico dal Garante Nazionale delle Persone Private della Libertà in
rapporti che si ripetono, con le stesse criticità, dal 2019 al 2025.
A complessive e identiche conclusioni è arrivato anche il CAT nel suo documento
di Osservazioni Conclusive, approvato a seguito dell’ultima sessione di
revisione periodica sull’Italia. Il CAT si è rammaricato sul fatto che l’Italia
non abbia fornito alcuna informazione sull’esistenza di programmi di
riabilitazione per le vittime di tortura come previsto dall’articolo 14 della
Convenzione ONU.
Il CAT ha chiesto all’Italia di garantire che tutte le vittime di tortura
ottengano i mezzi per una riabilitazione il più completa possibile (conclusione
n.38), e di adottare ulteriori misure per assicurare la tempestiva
identificazione delle vittime di tortura (conclusione n.16), tramite di
procedure di screening da applicarsi sia all’ingresso in Italia sia al momento
dell’ammissione nei centri di trattenimento.
LE RICHIESTE ALL’ITALIA
La ReSST esorta l’Italia ad attuare le raccomandazioni del CAT in modo da
sopperire a questa asimmetria persistente tra gli obblighi assunti e la loro
concreta attuazione. «Ovunque si trovi in Italia, un sopravvissuto a tortura
dovrebbe avere accesso alle cure», conclude Chiara Montaldo di MSF. «Servono
meccanismi finanziari stabili e dedicati per passare da risposte basate sulle
emergenze a misure a lungo termine, nonché un sistema di monitoraggio per
valutare qualità, efficacia e trasparenza».
Il rapporto, nelle raccomandazioni finali, chiede che si vada in una direzione
opposta: una legge nazionale, il recepimento delle Linee Guida in tutte le
Regioni, investimenti stabili, formazione obbligatoria e un sistema di
monitoraggio indipendente che renda conto ogni anno di come vengono spesi i
soldi pubblici e di quante vittime di tortura ricevono effettivamente la cura a
cui hanno diritto.
Scarica il rapporto completo
1. Nata nel 2024, la ReSST riunisce enti pubblici e privati e ONG che
gestiscono in Italia programmi o servizi specializzati per la presa in
carico di persone che hanno subito tortura: Caritas, Centro immigrazione
asilo e cooperazione internazionale (Ciac), Kasbah, Medici Contro la Tortura
(MCT), Medici Senza Frontiere (MSF), Medici per i Diritti Umani (MEDU),
NAGA, SaMiFo ASLRoma 1 e USL Toscana Centro. La ReSST si pone come obiettivi
informare e sensibilizzare sulla tortura e le sue conseguenze, migliorare la
disponibilità e la qualità dei servizi per la riabilitazione delle persone
sopravvissute a tortura, e promuovere attività di ricerca scientifica,
formazione e aggiornamento professionale. Oltre agli enti associati,
impegnati in servizi diretti per i sopravvissuti alla tortura, fanno parte
della Rete, in qualità di osservatori, anche A Buon Diritto, Amnesty
International Italia, Antigone e SIMM – Società Italiana di Medicina delle
Migrazioni. ↩︎