La turistificazione del palco
C’è una logica che negli ultimi anni abbiamo imparato a riconoscere: la città
trattata come risorsa da estrarre. L’abbiamo vista all’opera sulle case, sui
centri storici, sui flussi turistici. Funziona sempre allo stesso modo. Un luogo
è denso, servito, riconoscibile e questa densità produce valore, ma il valore
non resta dove è stato generato. Viene catturato a monte, da chi controlla
l’accesso e a valle lascia inaridimento. Rendita di posizione in cima, deserto
alla base.
Il Rapporto Siae 2025, senza volerlo, documenta questa logica mentre trova un
nuovo terreno: la musica dal vivo. Non lo dice, naturalmente. Dice l’opposto e
lo dice con un titolo pronto da mesi, prima ancora dei dati: i concerti di
musica pop, rock e leggera hanno superato per la prima volta il miliardo di euro
di spesa del pubblico, 1.064.869.479 per la precisione. «Un anno record per la
musica dal vivo». Con appena il 2% degli eventi complessivi del sistema dello
spettacolo, i concerti raccolgono il 27% della spesa: sono il motore economico
dell’intero comparto e nessun altro macro-aggregato gli si avvicina.
Il problema non è il miliardo. È dove si concentra e cosa lascia dietro di sé. E
per capirlo non serve alcuna dietrologia: bastano i numeri che il Rapporto
stampa da sé, a condizione di leggerli come si legge una mappa dell’estrazione e
non come un bollettino di vittoria.
POCHI EVENTI: IL GROSSO DEL VALORE
Il primo dato è quello spaziale ed è anche il più netto. Le grandi venue, gli
stadi, le arene, le strutture oltre i trentamila posti, sono lo 0,4% di tutti
gli eventi del comparto. Ma catturano il 35,6% della spesa. Un evento su
duecentocinquanta produce più di un terzo del fatturato. Preso da solo è un
grado di concentrazione altissimo, ma una concentrazione può essere stabile, una
caratteristica strutturale con cui si convive.
Qui non lo è. Nel 2024 quella stessa fetta pesava per il 31,4% della spesa, nel
2025 è al 35,6%: quattro punti guadagnati in dodici mesi. Non è una fotografia,
è un movimento in accelerazione. E il Rapporto lo certifica in un altro
capitolo, senza accorgersi di quel che ammette: «La concentrazione del valore si
intensifica». Pochi eventi, pochi nomi, due o tre città. Il valore della musica
dal vivo italiana si sta addensando in un numero sempre più ristretto di punti
sulla mappa.
Non sono punti qualsiasi. Sono le città che funzionano da giacimento: dense di
trasporti, ricettività, richiamo, un nome che vende da solo. Qui il parallelo
con la turistificazione smette di essere un’analogia e diventa una descrizione,
perché il meccanismo è identico in ognuno dei suoi passaggi.
La rendita che un’industria turistica estrae non è qualcosa che ha prodotto: è
l’attrattività che una città ha accumulato in generazioni, la sua densità, il
suo nome. L’operatore non la crea, la incassa. Il concerto allo stadio fa lo
stesso: non costruisce il richiamo di Milano o di Roma, lo usa. Estrae una
rendita di posizione da un’infrastruttura costruita e mantenuta collettivamente,
di cui è, per una sera, il concessionario.
Come nel turismo, quella rendita non torna indietro. Gli incassi degli affitti
brevi lasciano il quartiere gentrificato, il valore del grande evento si
concentra su pochi headliner e pochi organizzatori. Nel frattempo il costo di
stare in quel luogo sale per tutti: gli affitti nella città turistificata, il
prezzo del biglietto nella città del live. E qui i due circuiti smettono di
correre paralleli e si saldano: il mega-evento è esso stesso un volano
turistico, produce arrivi, pernottamenti, domanda di affitti brevi, cioè
alimenta direttamente la stessa pressione che espelle la cittadinanza. Non
somiglia alla turistificazione, la mette in moto e ne diventa un asset. Così la
trama che quel valore aveva reso possibile si assottiglia due volte: i residenti
spinti fuori e le botteghe fattesi negozi di souvenir da un lato, le venue
piccole che chiudono e gli esordi senza palco dall’altro.
C’è persino l’ultimo passaggio, il più sottile. La turistificazione trasforma un
luogo vissuto in una destinazione da raggiungere. Lo stesso accade alla musica
quando si concentra in pochi mega-eventi: da pratica diffusa, quotidiana, di
prossimità, diventa un’occasione verso cui si viaggia. E il Rapporto lo
festeggia: i concerti, scrive Luca Castaldo nell’editoriale, alimentano «un
forte richiamo al turismo e all’indotto». Grazie per l’assist. È esattamente il
punto.
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CHI RESTA PAGA DI PIÙ
Se il valore si concentra in alto, il costo dell’accesso, invece, sale ovunque.
È il secondo movimento della stessa dinamica e si legge scomponendo la crescita
di quel miliardo.
Un ricavo può aumentare per due ragioni diverse: più gente che paga o ognuno che
paga di più. Nel 2025 gli spettacoli sono fermi (+0,7%), il pubblico cresce del
9,3%, la spesa del 18,5%. Il divario tra le ultime due cifre dice tutto: la
spesa corre a quasi il doppio della velocità delle presenze. Metà della crescita
viene da più gente in sala, l’altra metà dal fatto che ciascuno spende di più.
Il prezzo medio per spettatore sale dell’8,3%; il biglietto, al netto di
prevendite e omaggi, del 12,4% in un anno. Il settore non si sta allargando, sta
rivalutando l’accesso.
Un’obiezione è legittima: non sarà solo inflazione? No e il Rapporto stesso
fornisce il metro. L’inflazione media annua che cita, su dato Istat, è
dell’1,5%. Il prezzo del biglietto cresce sei volte tanto. È un rincaro reale,
non un riallineamento monetario. Il Rapporto lo sa e lo racconta come una virtù:
il pubblico, scrive, «continua a riconoscere valore all’esperienza del live
anche di fronte a un accesso mediamente più costoso». Tradotto: la domanda è
rigida, regge il rincaro senza contrarsi, e una domanda rigida è esattamente ciò
che permette a chi controlla l’offerta di alzare i prezzi fin dove il pubblico
non rinuncia. La rendita chiamata riconoscimento.
C’è un dettaglio che chiude il quadro e che il Rapporto tiene su pagine diverse
senza collegarlo. Nelle grandi venue il prezzo del biglietto, nel 2025, resta
fermo: poco più di sessantaquattro euro, come l’anno prima. Il rincaro non nasce
ai vertici, dove il ticket era già altissimo, nasce nell’ossatura media e
diffusa del calendario, nei concerti «normali», quelli che non fanno notizia. A
salire non è la punta del sistema, è tutto il corpo intermedio. Estrazione a
monte, inaridimento a valle: il valore si concentra in cima e in pochi poli,
mentre il costo per accedere alla musica dal vivo cresce ovunque, per tutti.
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La cosa più divertente è che questa lettura non va importata dall’esterno, ma è
già dentro il documento, solo confinata dove non disturba la contabilità.
Lo stesso Castaldo che festeggia il richiamo turistico, nell’editoriale non
riesce comunque a tacere i due punti dolenti che i capitoli-dati smussano. Sui
prezzi: «La nota dolente dei prezzi, sono alti e sono ancora più alti
considerando la pratica crescente della differenziazione del costo del biglietto
per accedere a zone riservate, Pit, incontri con l’artista». Sulla base del
settore: «Dimentichiamo troppo spesso le carenze del livello di base, quello
degli esordi. I posti dove poter suonare sono troppo pochi e poco incoraggiati
dalle istituzioni». I prezzi che escludono e la base che si assottiglia:
nominati a chiare lettere, due colonne più in là dai grafici che li ignorano.
L’istituzione produce simultaneamente il dato e la sua rimozione.
Non è un incidente ed è qui che la statistica lascia il posto alla struttura. Un
indicatore misura ciò che si è deciso di fargli misurare. La nota metodologica è
esplicita: l’unità di rilevazione è l’evento a pagamento, la spesa registrata è
quella «derivante dall’acquisto del titolo di accesso». La Siae conta ciò che
passa dal botteghino ed è una scelta legittima. Ma una contabilità costruita sul
flusso di cassa in ingresso non ha alcuna casella per la sua distribuzione a
valle, né per ciò che quel flusso lascia sul territorio dove nasce. Il documento
non nasconde maliziosamente: non è attrezzato per vedere. E ciò che uno
strumento non è attrezzato per vedere sparisce dal racconto che quello strumento
produce.
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LA SALUTE E LA FEBBRE
La retorica del record mette in scena un settore che sta benissimo. Ha però un
difetto che nessuna prosa può correggere, perché è iscritto nei numeri che la
prosa commenta: confonde la salute con la febbre.
Un mercato in cui la spesa cresce al doppio del pubblico, il prezzo reale
dell’accesso sale sei volte l’inflazione e la concentrazione guadagna quattro
punti l’anno non è un mercato che si espande. È un mercato che si stringe e che
chiama crescita l’aumento del prezzo di ciò che è rimasto.
È il profilo di un giacimento: rende molto, in pochi punti, finché dura. E il
cortocircuito si chiude qui. Le città che offrono di più sui grandi eventi sono
le stesse che il grande evento contribuisce a rendere più care, meno
accessibili, più difficili da abitare. La densità che attrae lo stadio e il
festival è la stessa che attrae la rendita immobiliare; il movimento che alza il
prezzo del biglietto è lo stesso che alza l’affitto, il costo della vita, la
soglia per restare. Un solo gesto economico, letto due volte. Così il luogo che
concentra l’offerta di musica dal vivo diventa il luogo dove chi quella musica
la fa, la prova, la fa nascere, non può più permettersi di stare. La città
massimizza il concerto ed espelle il musicista. Estrae la festa e prosciuga chi
la festa la tiene in vita.
La logica che abbiamo già visto all’opera sulle case e sui centri storici ha
trovato un terreno nuovo e il Rapporto Siae ne è, suo malgrado, il catasto.
Lo sa. Lo scrive. Poi cambia pagina.
*Alberto Bebo Guidetti è consulente strategico e autore. Il suo ultimo libro, Il
capitale musicale, è uscito a maggio per Timeo.
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