
La turistificazione del palco
Jacobin Italia - Monday, July 13, 2026
C’è una logica che negli ultimi anni abbiamo imparato a riconoscere: la città trattata come risorsa da estrarre. L’abbiamo vista all’opera sulle case, sui centri storici, sui flussi turistici. Funziona sempre allo stesso modo. Un luogo è denso, servito, riconoscibile e questa densità produce valore, ma il valore non resta dove è stato generato. Viene catturato a monte, da chi controlla l’accesso e a valle lascia inaridimento. Rendita di posizione in cima, deserto alla base.
Il Rapporto Siae 2025, senza volerlo, documenta questa logica mentre trova un nuovo terreno: la musica dal vivo. Non lo dice, naturalmente. Dice l’opposto e lo dice con un titolo pronto da mesi, prima ancora dei dati: i concerti di musica pop, rock e leggera hanno superato per la prima volta il miliardo di euro di spesa del pubblico, 1.064.869.479 per la precisione. «Un anno record per la musica dal vivo». Con appena il 2% degli eventi complessivi del sistema dello spettacolo, i concerti raccolgono il 27% della spesa: sono il motore economico dell’intero comparto e nessun altro macro-aggregato gli si avvicina.
Il problema non è il miliardo. È dove si concentra e cosa lascia dietro di sé. E per capirlo non serve alcuna dietrologia: bastano i numeri che il Rapporto stampa da sé, a condizione di leggerli come si legge una mappa dell’estrazione e non come un bollettino di vittoria.
Pochi eventi: il grosso del valore
Il primo dato è quello spaziale ed è anche il più netto. Le grandi venue, gli stadi, le arene, le strutture oltre i trentamila posti, sono lo 0,4% di tutti gli eventi del comparto. Ma catturano il 35,6% della spesa. Un evento su duecentocinquanta produce più di un terzo del fatturato. Preso da solo è un grado di concentrazione altissimo, ma una concentrazione può essere stabile, una caratteristica strutturale con cui si convive.
Qui non lo è. Nel 2024 quella stessa fetta pesava per il 31,4% della spesa, nel 2025 è al 35,6%: quattro punti guadagnati in dodici mesi. Non è una fotografia, è un movimento in accelerazione. E il Rapporto lo certifica in un altro capitolo, senza accorgersi di quel che ammette: «La concentrazione del valore si intensifica». Pochi eventi, pochi nomi, due o tre città. Il valore della musica dal vivo italiana si sta addensando in un numero sempre più ristretto di punti sulla mappa.
Non sono punti qualsiasi. Sono le città che funzionano da giacimento: dense di trasporti, ricettività, richiamo, un nome che vende da solo. Qui il parallelo con la turistificazione smette di essere un’analogia e diventa una descrizione, perché il meccanismo è identico in ognuno dei suoi passaggi.
La rendita che un’industria turistica estrae non è qualcosa che ha prodotto: è l’attrattività che una città ha accumulato in generazioni, la sua densità, il suo nome. L’operatore non la crea, la incassa. Il concerto allo stadio fa lo stesso: non costruisce il richiamo di Milano o di Roma, lo usa. Estrae una rendita di posizione da un’infrastruttura costruita e mantenuta collettivamente, di cui è, per una sera, il concessionario.
Come nel turismo, quella rendita non torna indietro. Gli incassi degli affitti brevi lasciano il quartiere gentrificato, il valore del grande evento si concentra su pochi headliner e pochi organizzatori. Nel frattempo il costo di stare in quel luogo sale per tutti: gli affitti nella città turistificata, il prezzo del biglietto nella città del live. E qui i due circuiti smettono di correre paralleli e si saldano: il mega-evento è esso stesso un volano turistico, produce arrivi, pernottamenti, domanda di affitti brevi, cioè alimenta direttamente la stessa pressione che espelle la cittadinanza. Non somiglia alla turistificazione, la mette in moto e ne diventa un asset. Così la trama che quel valore aveva reso possibile si assottiglia due volte: i residenti spinti fuori e le botteghe fattesi negozi di souvenir da un lato, le venue piccole che chiudono e gli esordi senza palco dall’altro.
C’è persino l’ultimo passaggio, il più sottile. La turistificazione trasforma un luogo vissuto in una destinazione da raggiungere. Lo stesso accade alla musica quando si concentra in pochi mega-eventi: da pratica diffusa, quotidiana, di prossimità, diventa un’occasione verso cui si viaggia. E il Rapporto lo festeggia: i concerti, scrive Luca Castaldo nell’editoriale, alimentano «un forte richiamo al turismo e all’indotto». Grazie per l’assist. È esattamente il punto.
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IMMAGINARIOLa partita contro il mercato non è chiusa
Alberto «Bebo» Guidetti
Chi resta paga di più
Se il valore si concentra in alto, il costo dell’accesso, invece, sale ovunque. È il secondo movimento della stessa dinamica e si legge scomponendo la crescita di quel miliardo.
Un ricavo può aumentare per due ragioni diverse: più gente che paga o ognuno che paga di più. Nel 2025 gli spettacoli sono fermi (+0,7%), il pubblico cresce del 9,3%, la spesa del 18,5%. Il divario tra le ultime due cifre dice tutto: la spesa corre a quasi il doppio della velocità delle presenze. Metà della crescita viene da più gente in sala, l’altra metà dal fatto che ciascuno spende di più. Il prezzo medio per spettatore sale dell’8,3%; il biglietto, al netto di prevendite e omaggi, del 12,4% in un anno. Il settore non si sta allargando, sta rivalutando l’accesso.
Un’obiezione è legittima: non sarà solo inflazione? No e il Rapporto stesso fornisce il metro. L’inflazione media annua che cita, su dato Istat, è dell’1,5%. Il prezzo del biglietto cresce sei volte tanto. È un rincaro reale, non un riallineamento monetario. Il Rapporto lo sa e lo racconta come una virtù: il pubblico, scrive, «continua a riconoscere valore all’esperienza del live anche di fronte a un accesso mediamente più costoso». Tradotto: la domanda è rigida, regge il rincaro senza contrarsi, e una domanda rigida è esattamente ciò che permette a chi controlla l’offerta di alzare i prezzi fin dove il pubblico non rinuncia. La rendita chiamata riconoscimento.
C’è un dettaglio che chiude il quadro e che il Rapporto tiene su pagine diverse senza collegarlo. Nelle grandi venue il prezzo del biglietto, nel 2025, resta fermo: poco più di sessantaquattro euro, come l’anno prima. Il rincaro non nasce ai vertici, dove il ticket era già altissimo, nasce nell’ossatura media e diffusa del calendario, nei concerti «normali», quelli che non fanno notizia. A salire non è la punta del sistema, è tutto il corpo intermedio. Estrazione a monte, inaridimento a valle: il valore si concentra in cima e in pochi poli, mentre il costo per accedere alla musica dal vivo cresce ovunque, per tutti.
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CITTÀCittà pubblica e città privata
Redazione Jacobin Italia
Il report contro sé stesso
La cosa più divertente è che questa lettura non va importata dall’esterno, ma è già dentro il documento, solo confinata dove non disturba la contabilità.
Lo stesso Castaldo che festeggia il richiamo turistico, nell’editoriale non riesce comunque a tacere i due punti dolenti che i capitoli-dati smussano. Sui prezzi: «La nota dolente dei prezzi, sono alti e sono ancora più alti considerando la pratica crescente della differenziazione del costo del biglietto per accedere a zone riservate, Pit, incontri con l’artista». Sulla base del settore: «Dimentichiamo troppo spesso le carenze del livello di base, quello degli esordi. I posti dove poter suonare sono troppo pochi e poco incoraggiati dalle istituzioni». I prezzi che escludono e la base che si assottiglia: nominati a chiare lettere, due colonne più in là dai grafici che li ignorano. L’istituzione produce simultaneamente il dato e la sua rimozione.
Non è un incidente ed è qui che la statistica lascia il posto alla struttura. Un indicatore misura ciò che si è deciso di fargli misurare. La nota metodologica è esplicita: l’unità di rilevazione è l’evento a pagamento, la spesa registrata è quella «derivante dall’acquisto del titolo di accesso». La Siae conta ciò che passa dal botteghino ed è una scelta legittima. Ma una contabilità costruita sul flusso di cassa in ingresso non ha alcuna casella per la sua distribuzione a valle, né per ciò che quel flusso lascia sul territorio dove nasce. Il documento non nasconde maliziosamente: non è attrezzato per vedere. E ciò che uno strumento non è attrezzato per vedere sparisce dal racconto che quello strumento produce.
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La salute e la febbre
La retorica del record mette in scena un settore che sta benissimo. Ha però un difetto che nessuna prosa può correggere, perché è iscritto nei numeri che la prosa commenta: confonde la salute con la febbre.
Un mercato in cui la spesa cresce al doppio del pubblico, il prezzo reale dell’accesso sale sei volte l’inflazione e la concentrazione guadagna quattro punti l’anno non è un mercato che si espande. È un mercato che si stringe e che chiama crescita l’aumento del prezzo di ciò che è rimasto.
È il profilo di un giacimento: rende molto, in pochi punti, finché dura. E il cortocircuito si chiude qui. Le città che offrono di più sui grandi eventi sono le stesse che il grande evento contribuisce a rendere più care, meno accessibili, più difficili da abitare. La densità che attrae lo stadio e il festival è la stessa che attrae la rendita immobiliare; il movimento che alza il prezzo del biglietto è lo stesso che alza l’affitto, il costo della vita, la soglia per restare. Un solo gesto economico, letto due volte. Così il luogo che concentra l’offerta di musica dal vivo diventa il luogo dove chi quella musica la fa, la prova, la fa nascere, non può più permettersi di stare. La città massimizza il concerto ed espelle il musicista. Estrae la festa e prosciuga chi la festa la tiene in vita.
La logica che abbiamo già visto all’opera sulle case e sui centri storici ha trovato un terreno nuovo e il Rapporto Siae ne è, suo malgrado, il catasto.
Lo sa. Lo scrive. Poi cambia pagina.
*Alberto Bebo Guidetti è consulente strategico e autore. Il suo ultimo libro, Il capitale musicale, è uscito a maggio per Timeo.
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