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Roma: Colpo di mano su Casale Garibaldi
Casale Garibaldi, nato come occupazione nella zona di Casilino 23, a sorpresa viene assegnata nell'ambito di un bando a associazioni diverse rispetto alla sua storia. Con un compagno dello spazio, viene presentato un quadro generale sulla necessità di difendere tutti gli spazi sociali e lanciata l'assemblea Roma non si vende, il Casale di difende per sabato 17 gennaio alle 16 a Casale Garibaldi, in via Balzani 87
Sud globale: la città come promessa mancata
Urbanizzazione africana (e non solo) tra attrazione e precarietà. di Fabrizio Floris (*)   L’urbanizzazione senza crescita Negli ultimi settant’anni, in gran parte del Sud Globale la città è divenuta l’orizzonte prevalente della vita sociale. In Africa, come in ampie aree dell’Asia meridionale e dell’America Latina, l’urbanizzazione ha assunto caratteri dirompenti: piccoli centri rurali si sono trasformati in agglomerati metropolitani
All’osteria del Vaticano
A un certo punto a Roma toglieranno la licenza residenziale e daranno quella ricettiva. La città eterna è una grande osteria di paese, una bottega storica impolverata i cui avventori sono Hines, Royal Caribbean, Blackstone, DeA Capital, Fabrica Immobiliare [...]
Studentati di lusso a Napoli, soldi pubblici profitti privati
(disegno di ginevra naviglio) All’angolo tra via Galileo Ferraris e corso Arnaldo Lucci, a pochi passi da piazza Garibaldi, è stato da poco inaugurato il Campus X. Alla cerimonia sono presenti un circoletto di manager e autorità cittadine, tra cui sindaco e rettore della Federico II. L’ex palazzo dell’Inps è stato revampato e al posto degli uffici ora ci sono miniappartamenti, aree di coworking, palestre, rooftop panoramici e ristoranti. È stato presentato come il modello “europeo” di studentato che a Napoli tanto mancherebbe, ma in realtà dello studentato ha ben poco, se non il fatto che ospiterà nei 540 posti letto disponibili un esiguo numero di studenti (84) a tariffe agevolate (ma solo per tre anni); in cambio di ciò, Investire SGR, la società d’ investimento parte del Gruppo Banca Finnat che ha acquistato lo stabile per circa quaranta milioni di euro, ha potuto beneficiare dei fondi del Pnrr: ventimila euro per ogni posto letto, per un totale di circa due milioni di euro. Una volta dichiarate di “interesse nazionale” queste strutture, in pratica private, si sottraggono all’iter del piano urbanistico comunale. Il palazzo dell’Inps è stato rinnovato e gli interni hanno assunto le sembianze di un rendering 3D. Si ha l’impressione di trovarsi nella hall di un ostello fighetto, con divanetti e mobili di design (ma forse è quello che è in sostanza). Perché la struttura, oltre a quei pochi posti riservati ai vincitori di borsa, è in sostanza un hotel privato e le restanti stanze/zone comuni saranno affittate a un prezzo ben al di sopra di quello mercato, 1.100 euro al mese per una singola di sedici metri quadrati. Anche per questo un gruppo di studenti universitari si è presentato il giorno dell’inaugurazione chiedendo un confronto con sindaco e rettore, che però non hanno voluto parlare con loro. Nello spot promozionale, con tanto di musichetta royalty-free, apparso inspiegabilmente sul canale YouTube del comune di Napoli, il rettore Lorito ha fatto solo un rapido e vago accenno al fatto che, nel prossimo anno, dovrebbero partire i progetti per cinque strutture, queste finalmente pubbliche, con i fondi della legge 338/2000, che prevede il cofinanziamento da parte dello Stato per interventi rivolti alla realizzazione di alloggi e residenze per studenti universitari. Si tratta circa di circa seicento posti letto, che si aggiungerebbero agli attuali novecento. Queste nuove strutture pubbliche, ancora lontane dall’essere pronte, saranno riservate ai vincitori di borsa di studio regionale, e si trovano nella Zona ospedaliera (100 posti), Portici (60 posti), a Napoli (330 posti), a Pozzuoli (70 posti). Ben poca cosa se paragonati ai 150 mila iscritti delle università partenopee, di cui 35 mila fuorisede. Tra questi ultimi quasi 30 mila  risultano idonei ma non beneficiari, ovvero studenti che nonostante abbiano tutte le carte in regola per beneficiare di un alloggio studentesco rimangono fuori dalla graduatoria per mancanza di strutture. Sono stati proprio questi studenti i primi ad accusare le conseguenze dell’impennata degli affitti in città. Negli scorsi anni in diverse occasioni hanno piazzato tende nei cortili delle università per denunciare che affittare sul mercato privato sta raggiungendo cifre proibitive. A influire sono vari fattori, tra cui spicca il fatto che molti degli alloggi del centro storico sono stati convertiti in stanze destinate ad affitti brevi orientati al mercato turistico. Le amministrazioni locali non  saputo (o voluto) mettere dei limiti al proliferare di questo nuovo tipo di strutture, che stanno determinando l’espulsione dei ceti più fragili. Le famiglie sfrattate, e gli studenti che non trovano più alloggio nelle zone che prima abitavano, sono costretti ad accontentarsi di case decrepite o a spostarsi in periferia. In questo modo gli effetti della speculazione si spalmano a cascata in tutta la città. ABBANDONATI A GIANTURCO Qualche giorno fa, in università mi trovo a commentare una notizia di attualità con due ragazzi da poco conosciuti: l’acquisto delle due torri del Banco di Napoli al Centro Direzionale. L’idea sarebbe di riconvertire pure quei due torrioni in acciaio e cemento armato in appartamenti per studenti universitari. In città, d’altronde, c’è penuria di case a prezzi abbordabili. I miei interlocutori, Antonio e Gennaro, sono entrambi studenti di giurisprudenza poco più giovani di me. Antonio ha avuto un’esperienza diretta della questione: ha ventidue anni ed è un fuorisede lucano che si è trasferito a Napoli per i suoi studi. Oggi vive in un appartamento condiviso con altri tre studenti in pieno centro storico, ma i suoi primi tre anni a Napoli li ha passati nello studentato pubblico di Gianturco, zona industriale a est di Napoli. Oggi paga quasi il doppio, perché non ne poteva più della struttura in cui stava. I tre anni che ha passato a Gianturco li descrive come un incubo. Mi mostra foto dei soffitti che cadono a pezzi: «Sembrava un ospedale, ti toglieva la felicità, quando si risolveva un problema se ne ripresentava subito uno nuovo, nella paura costante di essere trasferiti in altre strutture. La sensazione che provano inquilini e lavoratori dello studentato pubblico è abbandono, abbandono da parte dell’istituzione universitaria, da parte di chi dovrebbe gestirlo». Gianturco secondo lui è troppo isolata e pericolosa, quindi per evitare brutte sorprese aveva preso l’abitudine di tornare a casa entro le 18, praticamente un coprifuoco. «Quale studente potrebbe permettersi una singola a novecento euro al mese?», si chiedono i miei due amici. Gennaro aggiunge, tra l’esasperato e il rassegnato: «Lo Stato ha abbandonato il ruolo di garante del diritto allo studio, creando un vuoto che ora viene “colmato” unicamente da operatori privati». Contribuisco alla discussione: gli dico che a Bagnoli stanno facendo un’operazione del genere: al posto di un hotel termale, poi scuola superiore, dismessa da anni, vogliono fare uno Student Hotel di lusso con vista mare. Anche qui il progetto è il sogno dei palazzinari, migliaia di metri cubi di cemento a ridosso dell’arenile. Ma non è l’unico, anche al Rione Berlingieri, a Calata Capodichino, ad Arzano, a Pietrarsa si preparano i cantieri per ristrutturare o creare da zero nuove strutture acquistate da fondi di investimento, gestite da privati, ma che beneficiano di circa venti milioni del Pnrr. In realtà, quello dello studentato sembra una facciata per poi guadagnare anche su altri business: pernottamenti di turisti e viaggiatori, affitto di spazi di lavoro alle piccole aziende, palestra, ecc. Come spiegano bene Portelli e Davoli nel recente volume Abitare in affitto. Le nuove frontiere dell’estrattivismo immobiliare, la diffusione degli studentati di lusso è al centro di una più larga serie di dinamiche urbane. Innanzitutto l’arrivo di attori e capitali finanziari nel mercato dell’edilizia studentesca, poi la contemporanea speculazione immobiliare in altri settori (per esempio quello turistico). Questa nuova stagione di “imprenditorialismo urbano”, dopata dai miliardi del Pnrr, è in sostanza una chance per investitori privati di fare cassa. La casa non è più bene d’uso ma investimento dal quale estrarre rendite crescenti. Quello del “partenariato pubblico-privato” è solo un mito, nei fatti il ruolo delle amministrazioni locali è quello di mettere disposizione risorse e garanzie, mentre i profitti ricadono sui soggetti privati. Gli studentati di lusso a Bagnoli e al Centro Direzionale, il Campus X a piazza Garibaldi, sono la dimostrazione che i cosiddetti vuoti urbani — cioè fabbricati non utilizzati, trascurati o mantenuti sfitti di proposito — non derivano quasi mai da coincidenze o da semplice negligenza. Lasciare che intere aree restino in stato di abbandono permette agli attori immobiliari di comprarle a prezzi irrisori, attendere gli interventi pubblici di riqualificazione e, successivamente, trarre profitto dall’aumento del loro valore. Queste strutture sono presentate da autorità e giornali cittadini come interventi di “rigenerazione” che tentano di risolvere il problema degli alloggi per studenti in città. In realtà, queste opere non fanno altro che riprodurre il problema che millantano di voler risolvere. (francesco nunziante)
Nuovo attacco al mercato dei poveri. La storia di Stefania, venditrice del Balon a Torino
(disegno di francesca ferrara) Ogni sabato e ogni domenica si tiene un mercato delle pulci in via Carcano, in un angolo lontano della periferia settentrionale di Torino fra il cimitero monumentale e un centro di raccolta di rifiuti urbani. Il mercato – controllato dall’associazione Vivibalon – garantisce la sopravvivenza di persone che appartengono alle classi sociali più povere della città. Quest’estate la regione Piemonte ha modificato la legge regionale relativa a questo tipo di esercizio e ha imposto un limite di dodici mercati annuali. In seguito a un negoziato con la giunta cittadina, a dicembre è stata emanata una convenzione che alza a quaranta il tetto di mercati annuali: meno della metà delle giornate attuali. Anche la convenzione sancirebbe la fine del mercato, realizzando finalmente il desiderio di politici di destra interessati a guadagnare consensi grazie alla guerra a poveri e immigrati. Da poche settimane è nata una mobilitazione per difendere il mercato: un comitato raccoglie le firme contro la legge regionale, politici di sinistra ed entità del terzo settore sostengono la realtà di via Carcano, altri gruppi invocano sui social la necessità di preservarne l’esistenza. Certo è importante opporsi alle politiche regionali discriminatorie, eppure provo scoramento nel leggere gli appelli alla difesa di via Carcano. Il mercato di via Carcano è un ghetto dove negli ultimi anni sono stati rinchiusi i poveri a seguito di politiche di riqualificazione urbana che hanno interessato l’area di Porta Palazzo e Borgo Dora. Nel 2017 il mercato domenicale, che un tempo occupava piazza della Repubblica, è stato spostato qui, accanto al cimitero. Poi nel 2019 la giunta Appendino ha attaccato il mercato degli straccivendoli che si teneva ogni sabato al Balon di Borgo Dora: i venditori più poveri sono stati esiliati in via Carcano dopo nove mesi di resistenza e lotte, in seguito a cariche della Celere e multe onerose. Mi auguro che possibili forme di solidarietà si espandano e siano efficaci e spero si possa immaginare uno scenario che trascenda la mera difesa di una gabbia. Per questo credo sia fondamentale conoscere la storia del mercato e ascoltare la voce e le esigenze di chi lo anima ogni settimana. Per contribuire al radicamento di una lotta consapevole, segue la storia di vita raccontata da Vittoria, venditrice al Balon negli anni Sessanta, Ottanta e in questo secolo, impegnata nella resistenza contro lo spostamento del mercato nel 2019 e oggi venditrice in via Carcano. (francesco migliaccio) *     *     * Sono nata in corso Brescia al 32, dove c’era una piola con una bocciofila nel cortile. All’età di quattordici anni lavoravo in fabbrica, mia madre mi faceva lavorare perché avevamo bisogno di soldi, mio padre era piastrellista, una testa matta anche lui perché era stato partigiano e non trovava lavoro. Una vita difficile. Sono andata a lavorare in fabbrica, ma studiavo anche. A quel tempo ho conosciuto il padrone del Maglificio Calzificio Torinese, quello con il simbolo dell’aquila, da cui poi sarebbe nato Robe di Kappa. Ho conosciuto il proprietario e lui mi ha preso a benvolere e mi lasciava studiare: facevo le tecniche alberghiere e studiavo lingue. Questo proprietario era interessato alla mia formazione e mi ha aiutato, facendomi andare a scuola la mattina e il pomeriggio a lavorare. Andavo a scuola dalle otto all’una, mangiavo e alle due andavo in fabbrica e lavoravo fino alle dieci. Questo fino a diciassette anni. Nel frattempo ho trovato casa a mia mamma, perché noi abitavamo in una stanza soltanto al terzo piano di corso Brescia, una casa ballatoio, eravamo tre figli, mamma e papà. Ho trovato una casa al terzo piano in via Monza, davanti alla fabbrica Nebiolo, avevano appena chiuso la Nebiolo. Io e le mie sorelle avevamo una camera, i miei un’altra. E mio papà muore nel ’65. La mia era una famiglia tradizionalista. Quindi proibizionismo assoluto: fino ai vent’anni la mia vita era casa e lavoro, lavoro e casa, e niente di più. Uscivo la sera al massimo fino a mezzanotte dai diciotto anni ai ventuno. Mio padre muore e io ho ventun anni. Una sera – era ottobre o novembre del 1965 – esco e non rientro a casa per dormire. Mia madre dice: «Vattene via!». Io esco, me ne vado via, e mi trovo in mezzo alla strada. Lavoravo, però avevo la testa in panne e ho smesso di lavorare. E sono andata al Balon: lì ho conosciuto per la prima volta la realtà del Balon. Il Balon era ancora su tutto il fianco della Dora, da corso Giulio Cesare e scendeva giù. E c’era il fianco della Dora che era un prato e noi – che eravamo i più poveri – facevamo il mercato lì, tutto fino in fondo. C’era ancora la rotaia sul ponte e passavano ancora i treni. E c’era il Balon che continuava anche in via Borgo Dora e in tutte le viuzze attorno, ricordo che un uomo comprava il ferro davanti al Maglio. Si andava liberi, si arrivava la mattina e chi arrivava, arrivava: il primo si piazzava. È chiaro che io ero giovane e avevo un posto piccolino e c’erano i prepotenti che arrivavano con tanta roba e ti volevano mandare via, gli altri ti difendevano, ma era una lotta verbale tra compagni. Eravamo abituati a essere autonomi, a gestirci da soli, ci controllavamo da soli e facevamo in modo che non succedessero stronzate tra noi. Trovavo le cose in giro, amici che conoscevano le mie condizioni mi davano una mano. E questo è stato un periodo molto breve, un paio di mesi, però mi ha dato da vivere: sono sopravvissuta. Abitavo in corso Vittorio Emanuele, in una pensione. Combinazione: ho vinto un concorso di miss, perché ero una bella ragazza, e ho partecipato al Cantagiro. Avevano liberalizzato la birra e io ero diventata Miss Birra Bruna, facevo il Cantagiro e facevo la velina. E lì ho conosciuto cantanti e musicisti, ho conosciuto la vita che non conoscevo. Sono andata a Ischia e lì ho conosciuto dei grandi sarti. E ho cominciato a fare la matta: non lavoravo più, ho fatto l’indossatrice per le sorelle Fontana, ho fatto la fotomodella per le fotografie della Fiat. Poi ho fatto anche la rivoluzione del Sessantotto! Ho fatto la sessantottina, la rivoluzionaria, e nel frattempo andavo in giro di notte. Ero una testa accesa. A quel tempo vivevo con un musicista, però ho conosciuto il padre di mia figlia e sono diventata la sua amante. Lui è stato il primo importatore di flipper e jukebox dall’America, quindi era ricchissimo. Lui in via Po, angolo via Rossini, aveva aperto una discoteca. Il locale si chiamava Don Pepe. Sotto c’era la discoteca, al primo piano aveva un ristorante e di fronte aveva una paninoteca. E lui – dopo qualche anno – voleva che gestissi tutte queste attività. Al Don Pepe, di sera, servivamo tutto: whiskey, birra; di giorno invece non servivamo alcolici. Anche perché il Don Pepe è nato per i ragazzi che tagliavano da scuola e venivano da noi. Nel nostro locale di via Rossini è nata Lotta Continua e si incontravano anche quelli di Potere Operaio. Venivano sotto la sera, dove c’era la discoteca. Io partecipavo alle lotte alla Fiat nel ’69 e ’70. Il padre di mia figlia nel frattempo faceva puttanate, aveva giri strani e io non lo sapevo. Quando mia figlia aveva otto anni suo padre è finito in galera in Francia. Mi aveva detto che era stato coinvolto involontariamente. E il palazzo dove c’era il Don Pepe era crollato, quindi non avevo più niente, non avevo la sussistenza. E lì sono tornata a fare il Balon, perché ero bloccata. Ho fatto di nuovo per qualche mese il Balon, che era sempre libero, non c’erano vincoli, niente: si arrivava, si piazzava e si vendeva. Mi figlia era piccola e veniva con me a fare il Balon; pensa, si ricorda che le avevano insegnato a fare le figure di carta, sai gli uccelli, le rane, e lei faceva quelle e le vendeva: dieci lire, venti lire. E mi aiutava così. Io vendevo le mie cose perché, essendo ricca prima, avevo tanta roba da casa mia. Poi un amico del padre di mia figlia mi ha detto: «Ma cosa fai a fare il Balon? Apri una sala giochi». E ho aperto una sala giochi in via Po, angolo via Rossini, la prima sala giochi di Torino è stata la mia. La sala giochi era di fronte al posto dove c’era il Don Pepe, là dove prima gestivo la paninoteca. Questo amico mi ha aiutato e abbiamo messo i flipper e i jukebox. E siamo andati avanti, poi c’erano i videogame e lì c’era la prima sala dei videogame. Nel frattempo il padre di mia figlia torna dopo tre anni di prigione e mi fa la guerra. Voleva rimpossessarsi di tutto e io ho detto: «No, non mi sta bene perché non voglio avere a che fare con te». Lui mi ha buttato fuori di casa, mi ha tolto la sala giochi e io mi sono trovata di nuovo al Balon. Sono finita al Balon perché non avevo altra soluzione! Facendo il Balon, incontro un mio cugino e mi offre di lavorare con lui per INA Assitalia. «Vieni a lavorare con me, ti faccio fare il corso», dice. E lui mi ha aiutato veramente, mi ha mandata a studiare a Milano: ho fatto una specie di master in economia per poter lavorare nel mondo finanziario perché vendevo polizze pensionistiche, le prime polizze pensionistiche. A metà anni Ottanta nascono i fondi di investimento e mio cugino, con un suo socio, comincia a lavorare per Agos, finanziaria del gruppo Montedison e mi chiede se voglio lavorare anche io. Io faccio di nuovo un master a Milano e comincio. Chiaro che quel mondo lì era tutta un’altra cosa, non era più il mondo della notte, delle marachelle, non era più il mondo della tossicità. Era un mondo bello, mi piaceva. Poi sono caduta in disgrazia. Tutto quello che avevo guadagnato fino al 1988 – e guadagnavo bene perché avevo lavorato per INA Assitalia e poi Montedison – l’ho investito in un fondo sbagliato. Allora vado a lavorare in banca. Do l’esame, che è un esame di stato, e divento consulente finanziario di questa grossa banca. Inizio nel 1988. Però sono una irrequieta e lavorando in banca conosco persone del settore immobiliare e mi chiedono se volevo lavorare per l’immobiliare e ho detto sì. Ho conosciuto gente molto ricca che aveva degli immobili e ho fatto l’amministratore per questi ricconi di Pinerolo. Uno è un assessore, tutta gente ricchissima, che aveva proprietà enormi, fazendas in Sud America. Mi guardi stupito, eh? Mi davano una percentuale sugli affitti che andavo a riscuotere. Tutti gli anni Novanta ho lavorato in banca e come privato per questa amministrazione. Mantenevo mia figlia, non mi costava poco. Ero una brava venditrice. In seguito mia figlia è a Roma e io decido di mollare tutto e andare a Roma. Ho chiesto aiuto a una conoscente e lei mi ha fatto lavorare per una società di Milano, siamo nel Duemila, una società che si occupa di caricamenti nei supermercati. Coprivo il centro Italia: Lazio, Marche, Abruzzo. Facevo la refill manager per gli ipermercati. Questa società di Milano faceva i caricamenti dei supermercati, significa che mandava il personale nei supermercati a caricare per le grandi aziende: Coca Cola, Barilla e altre. Arrivava il materiale e i ragazzi pagati dalle società di distribuzione mettevano a posto gli scaffali. Io insegnavo ai ragazzi le tecniche per riempire gli scaffali e andavo negli ipermercati a controllare che facessero questo. In tutti gli ipermercati: Coop, Conad e altri. Io come refill manager gestivo duecentocinquanta ragazzi. Andavo in giro per l’Italia, non stavo mai a casa. Poi ho una discussione con mia figlia, litighiamo e io faccio le valigie e vengo via dopo aver vissuto due anni a Roma, era il 2002. E lascio quel lavoro di punto in bianco, a Milano erano disperati. Torno a Torino e vado ospite da mia sorella. Poi avevo la residenza in una stanza che era una ex portineria, me la sono fatta riattare e ho messo il soppalco. Ero insoddisfatta, irrequieta. E sono arrivata a sessant’anni nel 2004, l’età della pensione, e vado in pensione, però lì non so più cosa fare. Allora sono andata a lavorare per un’agenzia di viaggi, però non faceva per me: sì, io parlo tre lingue, sono andata in Corsica, in Francia, ma non mi sentivo a mio agio a fare quel lavoro lì. Per qualche anno, tornata da Roma, sono sopravvissuta, ma ero in difficoltà e allora mi sono ricordata del mercato e di come mi aveva aiutato in passato: così mi sono riavvicinata al Balon! Sono andata in giro per vedere che cosa succedeva al Balon e dal 2007 a oggi faccio il Balon. Andavo nel canale Molassi [dietro a via Borgo Dora, non distante dal luogo originario dove piazzavano gli straccivendoli] e allora il mercato dei poveri era controllato dall’associazione Vivibalon [l’ente che controlla il mercato dei venditori più poveri dal 2003]. Era cambiato, perché dovevi pagare una quota per il tuo spazio. Prima non dovevi pagare, non ero abituata e ho dovuto abituarmi, però non mi sono trovata male. Finché non ci hanno rotto i coglioni [nel 2019] non si stava male. Sempre raccattavo oggetti dagli amici, dai conoscenti, con la vita che ho vissuto conoscevo un mucchio di gente, di tutto e di più. La gente aveva visto che ero caduta in disgrazia. Prima ero milionaria, poi sono diventata una pensionata. Io in tutto prendo seicentoventi euro al mese di pensione, e questa cifra solo da quando ho compiuto ottant’anni. Ti ho conosciuto nel canale Molassi in Borgo Dora nel 2017, 2018, poi è avvenuto lo sfacelo. Un macello! Succede che ci vogliono far chiudere, ma noi non eravamo abituati a questo tipo di atteggiamento da parte della politica. [Alle fine del 2018 la giunta Appendino intima lo spostamento del mercato gestito da Vivibalon: un trasferimento dalla sede storica di Borgo Dora in via Carcano]. Io chiaramente non sono d’accordo, voi ragazzi ci aiutate a fare casino, a farci sentire. Siamo andati davanti al municipio a far bordello, ma non è servito a nulla. A un certo punto il gran capo qui [di Vivibalon] ci dice che dobbiamo lasciare tutto perché la polizia ci trasferisce qui in via Carcano. Io sono una di quelle che non è venuta in via Carcano, sono stata nove mesi abusiva in canale Molassi. Pochissimi venivano qui in via Carcano. Le notti di venerdì accendevamo i fuochi e prendevamo i posti in Borgo Dora. Il venerdì sera andavo a prendere il posto dopo le sette nel canale Molassi, con il mio baracchino. Facevo il fuoco, stavo lì a chiacchierare, a tenere compagnia. A volte non ce la facevo e andavo a dormire, ma c’era sempre qualcuno che guardava affinché non mi rubassero la roba. E nessuno ha mai toccato niente! I ladri non esistevano, fra di noi non ci siamo mai rubati niente. In questa lotta ci organizzavamo da soli, tra noi, senza controlli, senza bisogno che qualcuno venisse a dirci come comportarci, anzi tra di noi ci controllavamo ed eravamo tanti, veramente in tanti. Anche per raccogliere le immondizie, eravamo noi a gestire: controllavamo che tutti buttassero dentro il camion, che continuava a esserci. Poi hanno costruito un muro [nel piazzale di San Pietro in Vincoli, accanto al canale Molassi] per impedirci di vendere ed è arrivata la Celere. Io sono una che è stata caricata dalla polizia! Volevo lo stesso piazzarmi, e non mi hanno lasciato, poi ho visto degli altri, poverini, che hanno piazzato e gli hanno sequestrato tutto, gli hanno fatto la multa, li hanno portati via, un sacco di casini. Io, combinazione, non avevo piazzato perché non avevo fatto in tempo: ero lì che manifestavo e mi hanno caricato! Nonostante hanno visto i miei capelli bianchi, non gli è fregato un cazzo di niente: hanno caricato lo stesso. E io sono una di quelle che si è messa a urlare e le ha prese. E adesso? Mi sono integrata qui in via Carcano, sto facendo via Carcano. E quanti anni è? Dal 2020, tanti anni. Il mercato qui non è male, ma chi lo dirige [l’associazione Vivibalon] fa il bello e il cattivo tempo e noi venditori non abbiamo nessun potere: non fanno assemblee, fanno tutto loro. E nel frattempo la politica ha deciso che ci vuole chiudere perché dicono che qua ci sono i ladri, i delinquenti, ma non è vero. Pensa che qua hanno fatto delle multe con verbali per dei portasaponette. I vigili hanno fatto la multa di centosessanta euro perché sul banco di Michele hanno trovato due portasaponette che avevano ancora il cartellino attaccato e qui non si può vendere nulla di nuovo. Qui la gente vive di elemosina e i vigili vanno a caccia di due piccoli oggetti nuovi. E siamo anche tutti obbligati ad avere il tesserino addosso quando vendiamo. Passa il vigile, che ci conosce da sempre, e ci dice: «La tessera!». Siamo obbligati a tenere la tessera al collo, da qualche mese. Il Balon era la libertà e adesso ti hanno messo l’anello al naso! Il Balon è stata un’ancora di salvezza in tutti i momenti difficili e adesso lo è ancora. Che cosa faccio io? Vado a chiedere l’elemosina? Se non faccio il Balon, come faccio la spesa? Non bastano le offese della vita? Ho fatto delle puttanate, e le ho pagate tutte, ma non rimpiango niente di quello che ho fatto. Rifarei esattamente tutto quello che ho fatto nella vita: errori compresi. Anche perché io sono il risultato dei miei errori e se ho una sensibilità di un certo tipo è perché ho pagato sulla mia pelle i miei errori. Altrimenti non sarei così a ottantun anni, non sarei disposta a fare la guerra alla mia età. Quelli della mia età non hanno più voglia di fare la guerra, io ce l’ho ancora. E ti dirò di più: anche se non faccio più il Balon perché non ho più il fisico per farlo, se c’è bisogno di contestare, io ci sono, io vengo. Se chiudono via Carcano, ci mettiamo tutti qua davanti a protestare e far casino e poi torniamo in Borgo Dora, al Balon! Non c’è dubbio! Non c’è alternativa. Questa è tutta gente che, bene o male, vive di questo.  
Morte delle città, morte dei santuari. Rileggere Mike Davis
A tre anni dalla morte, l’opera di Mike Davis continua ad essere ripubblicata e ritradotta in italiano, con la nuova edizione di Città morte (DeriveApprodi, 2025) del 2003 che si aggiunge alla ristampa di Città di quarzo (manifestolibri, 2023) del 1990 in quella che – più che una sorta di Davis revival a carattere memorialistico, a vent’anni circa dalle prime traduzioni italiane e dal conseguente dibattito – è la conferma di un’opera e, soprattutto, di un lavoro e di un metodo ancora di enorme rilevanza. Lavoro e metodo che transitano per la sociologia urbana senza farsene ingabbiare, così come concentrano l’attenzione su Los Angeles e, in misura minore, su Las Vegas e altri luoghi, senza limitarsi alle peculiarità più idiosincratiche di questi contesti urbani. Questa pluralità di interessi si riflette con evidenza anche in Città morte, terzo capitolo di una trilogia che comprende anche Città di quarzo (1990) e Ecology of Fear: Los Angeles and the Imagination of Disaster (1998) – come avvisa anche Rebecca Solnit nel suo breve e prestigioso contributo, che si associa alle puntuali osservazioni del sociologo Giovanni Semi nell’introdurre il pubblico italiano a un’edizione in questo caso integrale del volume, che colma le lacune della precedente selezione antologica uscita per Feltrinelli nel 2004. Rispetto ai volumi precedenti, Città morte – forte anche della scrittura di Olocausti tardovittoriani (2001) – si presenta come sintesi provvisoria, perlomeno dal punto di vista tematico: attraverso il prisma di Los Angeles e di altre città, infatti, si possono osservare le devastazioni ambientali – oggi note come “crisi climatica” e dibattute nel contesto di una categoria, “Antropocene”, che all’epoca muoveva i primi, deboli passi – che si aggiungono alle tensioni sociali nel definire la crisi e, soprattutto, il grande livello di «pericolo» raggiunto nel periodo della prima globalizzazione post-guerra fredda dalla metropoli capitalista che «domina invece di cooperare con la natura» (p. 24). In questo senso, il primo (e più evidente, anche perché più superficiale) avversario dialettico individuato da Mike Davis è l’ecofascismo, rappresentato ad esempio da un libro come Ecocide in the USSR. Health and Nature Under Siege (1992) di Murray Fesbach e Alfred Friendly Jr., dove si afferma che «la potenza, non [il] fallimento, delle ambizioni utopistiche» sovietiche ha prodotto un immane “ecocidio”. «È chiaro che Fesbach e Friendly non sono mai stati nel Nevada o nello Utah occidentale» (p. 51) scrive Davis, con immediato ribaltamento prospettico, passando così ad analizzare la devastazione ambientale prodotta da una lunga storia di test nucleari nella cosiddetta “Marlboro Country”. Tuttavia, si è di fronte a forme di ecofascismo, magari più subdole, anche nel dibattito sulla pianificazione urbana nelle città e nei deserti della California: «messi all’angolo, gli ambientalisti potrebbero perdersi nel vicolo cieco malthusiano del controllo alle frontiere alleandosi ai gruppi sciovinisti che vorrebbero deportare gli immigrati latini lavoratori» (p. 120), preconizza Davis, anticipando il possibile movimento più generale, attivo anche e soprattutto oggi, con cui varie politiche xenofobe e razziste fanno uso del cosiddetto green washing. Tuttavia, il vero avversario di Davis non può che essere il turbocapitalismo post-reaganiano, affrontato con rigore scientifico e insieme piglio anti-accademico, ovvero, per usare una semplificazione, con lo sguardo dell’uomo della strada. In effetti, dopo il primo, e variamente criticato, tentativo in Prisoners of the American Dream. Politics and Economy in the History of the U.S. Working Class (1986), Davis ha rinunciato al grande affresco analitico per farsi guidare da un’esperienza sul terreno consolidata in anni di lavoro come camionista, spesso affrontato in alternanza o in congiunzione al precariato universitario. Più sottile e convincente è la rete di analisi sociologiche puntuali che si crea, anche in Città morte, cogliendo nei risvolti della vita urbana i motivi delle grandi trasformazioni socioeconomiche. Uno dei capitoli del libro più interessanti, in questo senso, sembra essere “Il gioco infinito”, sull’espansione di Los Angeles Downtown quale «strategia faraonica e socialmente irresponsabile della riqualificazione» (p. 194) sospinta dal capitale privato verso esiti censurabili dal punto di vista sia economico che ambientale: per quanto il saggio in questione si chiuda sulle note, forse più concrete ma anche più triviale, dei correlati problemi di viabilità («Ancora più inquietante è lo spettro del superingorgo che paralizza Downtown e gran parte della contea di Los Angeles», p. 193), non si può non sottolineare il fatto che questo saggio è datato 1990 e quindi chiedersi, come fa Massimo Ilardi in chiusura del suo recente contributo su Doppiozero: «Polarizzazione sociale, tensioni razziali, criminalizzazione delle persone di colore, un corpo di polizia brutale, una sistematica operazione di privatizzazione degli spazi pubblici, proliferazione di enclave suburbane fortificate con prati infestati da segnali che minacciano ritorsioni armate e soprattutto un paradiso di merci protette solo da fragili vetrine e di conseguenza una domanda di libertà che non vuole impedimenti. Che altro ci voleva per far esplodere la grande rivolta di L.A. del 1992?». Il conflitto sociale e la possibilità della rivolta – che si legheranno, come si ricorderà, al caso delle riprese video del pestaggio di Rodney King da parte di alcuni agenti del Los Angeles Police Department – sono in effetti moventi fondamentali per l’approccio di Davis – d’altra parte nato a Fontana, in California, nel 1946, nello stesso luogo in cui di lì a poco sarebbe nata la banda motociclistica degli Hell’s Angels. In effetti, alcuni saggi inclusi in Città morte presentano un ritorno al rapporto, talora venato di romanticismo e, in ultima istanza, parzialmente ambiguo, di Davis con le gang di strada di Los Angeles: il suo avvicinamento alla ventennale faida tra i Crips e i Bloods – immortalata in Colors (1988) di Dennis Hopper o anche in Boyz n the Hood (1991) di John Singleton – nell’area di South Central LA diventa un coinvolgimento in prima persona, tramite i rapporti di amicizia dell’autore con uno dei leader dei Crips, Dewayne Holmes. Ciò non impedisce a Davis di individuare, in un primo momento, un certo orientamento “reaganiano” degli appartenenti a queste gang – immediatamente visibile nella tendenza iper-individualistica all’arricchimento, per sé e per la propria cerchia – per poi arrivare invece a sottolineare le circostanze sociali e politiche della rivalità di strada, sottraendola così a quei dibattiti tanto moralistici quanto securitari che finiscono per sostenere ideologicamente la repressione poliziesca. Se quest’ultimo versante del lavoro di Davis resta oggi di grandissima attualità nel dibattito sulle “baby gang” e sui “maranza” – sul quale, peraltro, DeriveApprodi e Machinalibro stanno svolgendo ormai da qualche anno un necessario lavoro di approfondimento – Davis registra anche il riassetto capitalista posteriore all’esplosione del conflitto sociale. Si tratta di una riconfigurazione in primo luogo urbanistica – come nella secessione “borghese” della San Fernando Valley dall’orbita di Los Angeles – e anche architettonica – rinviando, ad esempio, alle critiche capillari, in Città di quarzo, alla cosiddetta “architettura ostile” propria delle gated communities californiane, ma anche dei faraonici progetti losangelini dell’archi-star Frank O. Gehry, recentemente scomparso – che poi si diffonde in tutti gli ambiti della socialià. Se questo processo di trasformazione – inteso qui, superficialmente, come ciclo di azione-reazione – è oggi ancora in fieri, è pur vero che gli ultimi decenni non ci mettono a confronto soltanto con le ribellioni delle comunità urbane, ma anche con quelle di un ambiente devastato dalla crisi climatica. Nella scia di Olocausti vittoriani – già basato sulle prime, imponenti manifestazioni del fenomeno del Niño – anche Città morte è attraversato da una vena neo-catastrofista che, nonostante la scrittura dei saggi si collochi generalmente nell’ultimo decennio del Novecento, evita ogni millenarismo e anzi anticipa quel dibattito sull’Antropocene e la sua fine che dominerà all’inizio del ventunesimo secolo. Con l’eccezione di alcuni affondi discutibili – uno dei quali prevede, ad esempio, che la catastrofe sia heimlich a Napoli, sotto l’ombra del Vesuvio, e unheimlich a Los Angeles (p. 24), che pure è collocata sulla faglia di San Andrea, vivendo quindi nel rischio del big one, ossia di un terremoto di proporzioni immani – l’attenzione di Davis per gli sviluppi nelle scienze naturali e insieme della storia umana è certamente alta, come sottolinea anche Rebecca Solnit nella sua prefazione. Gli esiti sono spesso illuminanti, come nella definizione del deficit pubblico cittadino, per un autore altresì attento all’ecocidio della Marlboro Country, come “vero ordigno nucleare” sganciato contro i settori pubblici dell’istruzione e in generale del welfare pubblico, e dunque contro le classi sociali più povere. Tale è l’approccio materialista di Davis, che non risparmia stoccate alla filosofia postmoderna – identificata ad esempio, e non senza qualche semplificazione, nel decostruzionismo (come accade nell’ultima, emblematica frase di Città morte: «Non abbiamo bisogno di Derrida per sapere da che parte soffia il vento o perché il ghiaccio sta scomparendo=» – ma non si allea neppure con la critica marxista del postmodernismo avviata nella seconda metà degli anni Ottanta da Fredric Jameson e poi manifestata con chiarezza in un libro quasi coevo di Città di quarzo, come Postmodernismo o la logica culturale del tardo capitalismo (1991). Peraltro, nelle note di quest’ultimo libro, si ritrovano le visibili tracce dell’annosa polemica tra i due studiosi, con una sorta di scherno, da parte di Jameson, della militanza à la Davis: il pomo della discordia era stato, ancora una volta, la rappresentazione di una città proteiforme, ma sicuramente al centro delle tensioni culturali e politiche della postmodernità, come Los Angeles. Del resto, è a questa città che prima o poi si torna sempre, nell’opera di Mike Davis, ma il movimento potrebbe essere anche invertito: contando sul grande coinvolgimento e insieme sul disallineamento temporale dell’autore rispetto al suo presente – Marshall Berman, nella sua recensione dell’epoca di Città di quarzo, descriveva il marxismo di Davis come segnato da un “corroborante arcaismo”, mente Federico Ferrari, in un più recente contributo su Antinomie, ha preferito parlare di una qualità tout court “profetica” della sua scrittura – si può parimenti guardare alla Los Angeles degli ultimi anni per poi volgere lo sguardo verso l’opera di Davis. È il caso, ad esempio, della serie di incendi del gennaio 2025, noti come Palisades Fire, che hanno devastato per molti giorni grandi aree di Los Angeles, raggiungendo un grande risalto mediatico internazionale anche per il timore – a propria volta catastrofista, per quanto basato su dati scientifici inquietanti – che fosse divenuto impossibile estinguere gran parte dei fuochi divampati in quelle settimane. Inoltre, come sottolineato già nei primissimi giorni dei Palisades Fire da un reportage del Washington Post, a sostenere la propagazione delle fiamme sono state le numerose criticità della pianificazione urbana non soltanto di Los Angeles, ma dell’intera California meridionale – criticità esacerbate da una politica neoliberale di valutazione (ma non per questo di riduzione, trattandosi poi di interventi e investimenti pubblici) del rischio incendi. Se, purtroppo, il risultato di questa combinazione letale di trasformazione sociale e urbana e di crisi climatica sembra facilmente replicabile anche in futuro, lo è anche un altro fenomeno che ha recentemente riguardato Los Angeles, così come molte altre “città-santuario” degli Stati Uniti. L’attacco trumpiano allo statuto stesso di queste città, con le deportazioni gestite direttamente dall’ICE (Immigration and Customs Enforcement) in aperto contrasto con la giurisdizione locale, appare come l’esito radicale di un dibattito politico incapace di assumere tanto i risultati più superficiali quanto quelli più profondi dell’analisi del conflitto sociale – attivo non solo tra diverse gang, ma anche tra diverse “comunità” – operata per decenni da Mike Davis, preferendo una gestione spettacolarizzata e negli ultimi tempi arrivata sulla soglia della pulizia etnica xenofoba anti-Latinx. Arcaico o profetico, militante o accademico, marxisticamente ortodosso o meno che sia stato, il punto di vista di Mike Davis resta dunque inascoltato e dunque ancora oggi inattuale e a disposizione dei lettori per la costruzione di una rinnovata critica sociale e politica. Come ricorda Giovanni Semi nella sua introduzione (p. 8), lo stesso può accadere per un altro sociologo, più o meno coetaneo e altrettanto “irregolare”, che ha scritto le sue opere più importanti lungo i tre decenni coperti da Mike Davis, ovvero Alessandro Dal Lago. La critica della contemporaneità, in altre parole, non si può esimere dal confronto con quelle figure intellettuali che hanno visto e potuto commentare già in una sorta di “presa diretta” (comunque filtratissima, e assai strutturata) l’affermazione del paradigma neoliberale, nonché le sue dilanianti contraddizioni, sin dai primi passi. Ancora, e purtroppo, in linea con i nostri passi presenti, e probabilmente futuri, verso l’abisso nel quale si gettano i lemming, e non solo dal Sunset Boulevard. L'articolo Morte delle città, morte dei santuari. Rileggere Mike Davis proviene da Pulp Magazine.
Fare orecchiette da mercante
Articolo di Simone Trotta Al mattino, in primavera, le vie di Bari Vecchia brulicano di turisti. Si raccolgono in gruppi nella piazza antistante la Cattedrale di San Sabino per poi partire alla scoperta di questo pezzo di città con i suoi monumenti e il suo patrimonio di tradizioni, colori e sapori. Percorrono così le arterie principali del reticolo della città vecchia fermandosi occasionalmente nei negozi di souvenir o in uno dei tanti ristoranti per un aperitivo o un piatto di orecchiette, divenute negli ultimi anni il volto della rinnovata attrattività di Bari, il simbolo del nuovo turismo di massa basato sulla ricerca sfrenata e ossessiva dell’«autenticità». Varcando gli accessi alla città vecchia, si ha l’impressione di entrare in un parco a tema: ogni vicolo è costellato da B&B, bar, pizzerie. I numeri confermano: stando a Unioncamere, nel 2024 a fronte della chiusura di circa 300 attività artigianali, si sono aperti altrettanti ristoranti. Cinquecento, invece, i B&B censiti da Paytourist, senza contare le numerose locazioni illegali. Come in altri centri storici, l’effetto più evidente dell’iperturismo è lo spopolamento: i dati Istat certificano che la città vecchia è passata da 8.000 abitanti a 5.700 tra 1991 e 2021. Rapportando questo dato alle presenze turistiche annuali (nel primo trimestre 2025, oltre 482 mila, il 34% in più dell’anno precedente), si intravede il futuro di Bari vecchia: una distopica Disneyland affacciata sull’Adriatico, imbellettata a uso e consumo dei turisti, ma senza più abitanti. Ma come si è arrivati fin qui?  La prima testa di ponte della turistificazione del quartiere fu il Piano Urban del 1995, un progetto europeo di rigenerazione urbana che prevedeva l’elargizione di finanziamenti per il risanamento fisico e socioeconomico delle aree cittadine degradate. Per l’amministrazione comunale, all’epoca in balìa di una tempesta giudiziaria, l’Urban rappresentava un’occasione imperdibile per dare un nuovo volto alla città e renderla più vitale e attrattiva. La scelta dell’area bersaglio ricadde immediatamente, senza alcuna discussione politica, sulla città vecchia: riqualificare un quartiere storico, affacciato sul mare e attaccato al centro, avrebbe portato molti più effetti benefici alla città di quanti ne avrebbe avuti l’intervento su quartieri più periferici altrettanto bisognosi. In più, come ha rivelato Nicola Signorile, giornalista esperto di urbanistica, «Nel concreto il Piano agì su zone già destinate alla riqualificazione da un piano urbanistico degli anni Ottanta, tanto che spesso si confondono come virtù del Piano Urban delle scelte precedenti». In sostanza, esso favorì la ristrutturazione di immobili fatiscenti e l’apertura di attività artigianali e commerciali in quelle stesse aree. Si tentò anche di promuovere la nascita dei B&B, per fornire un reddito in più ai piccoli proprietari, ma (ironia della sorte) non pervenne alcuna domanda di finanziamento.  Nella retorica politica, il Piano Urban doveva servire anche a liberare la città vecchia dalla presenza pervasiva della criminalità e dal potente stigma che ha accompagnato i suoi abitanti per decenni, ben sintetizzato dall’appellativo Scippolandia, tanto in voga negli anni Novanta sulla stampa locale. Ma fino ai primi anni 2000 – nel 2001 l’assassinio del giovane Michele Fazio risvegliò le coscienze sul problema mafioso – ben poco fu fatto su questo versante. Lo sa bene Michele Fanelli, presidente e fondatore del circolo Acli Enrico Dalfino, sito di fianco alla Cattedrale: «Ho aperto il circolo nel 1994 perché volevo impegnarmi nel sociale, per questo quartiere. Qui negli anni Ottanta si sparava e si uccideva. Esisteva un disegno occulto per permettere la speculazione edilizia: tutte le presenze istituzionali sparirono da Bari vecchia e il quartiere fu abbandonato. Per questo la mafia ha preso il sopravvento». Durante quegli anni, era complicato anche iscriversi a scuola: «I nostri genitori, per evitare di farci crescere qui, provavano a mandarci a scuola nel quartiere murattiano, ma non appena le scuole si accorgevano che provenivamo da Bari vecchia ci respingevano» ricorda Giuseppe Bolumetto, titolare del Panificio Santa Rita, uno dei più antichi di Bari vecchia, divenuto di recente un must-see per i turisti. Infine, come ha spiegato Angela Barbanente, Ordinaria di Urbanistica al Politecnico di Bari, «quella dell’Urban fu un’esperienza contraddittoria, che ebbe esiti paradossali che oggi risultano lampanti ma che già si intuivano all’epoca». Infatti, da un lato gli interventi a tutto tondo per il risanamento del quartiere, con progetti elaborati anche dalle associazioni dei cittadini – come l’allora neonato circolo Acli di Fanelli – contribuirono in positivo alla riqualificazione dell’immagine di un luogo prima considerato una roccaforte di criminali da cui stare alla larga. Ma ben presto la predominanza di bar, pizzerie e ristoranti rispetto alle attività artigianali (che invece dovevano essere il fulcro della rigenerazione) comportò un appiattimento del tessuto economico e sociale del centro storico. Inoltre, la ristrutturazione degli spazi e degli immobili favorì la gentrificazione e la sostituzione della popolazione residente: i risultati furono la penetrazione nel quartiere dei ceti medi, un tempo diffidenti e sospettosi nei confronti del centro storico ma ora affascinati dal mito del ritorno alla città vecchia, e l’esodo dei non proprietari, gravati dall’aumento degli affitti e attratti dall’opportunità di comprare case più confortevoli in periferia a prezzi convenienti. Proprio in quegli anni, infatti, si registrò una nuova ondata di migrazioni verso i quartieri di nuova costruzione, come ad esempio Enziteto-San Pio, in direzione nord, e Carbonara 2 e Loseto nelle aree interne, a sud-est.  Ma c’è un costo molto più alto, non ancora del tutto pagato dalle famiglie di Bari vecchia andate a vivere fuori dal proprio quartiere d’origine: è il costo della costruzione di una nuova vita sociale in un altrove distante e isolato dopo il disfacimento del proprio tessuto di relazioni intrecciate nell’arco di una vita. Il senso di estraneità rispetto ai nuovi quartieri (e di espulsione rispetto alla città vecchia) è molto presente nelle famiglie originarie di Bari vecchia, ancora oggi a distanza di trent’anni: sono moltissimi coloro che preferiscono trascorrere la propria quotidianità nella città vecchia, dove hanno mantenuto amicizie, legami affettivi e in alcuni casi il lavoro. Lo testimonia la signora Gianna, segretaria della parrocchia della Cattedrale, una delle tante persone che, appena sposata, negli anni della sbornia dell’Urban, ha scelto volontariamente di andare a vivere fuori Bari vecchia, al quartiere San Paolo: «L’ho fatto per comodità: qui le case erano difficili da trovare, mentre lì ho potuto comprare una casa più grande, con posto auto. Ma la mia vita è rimasta qui, dove ho rapporto con ognuno dei parrocchiani che viene a trovarmi, anche solo per scambiare due parole o trovare conforto».  Oggi nessuno rimpiange l’epoca in cui Bari vecchia era una zona off-limits dominata dalla criminalità e ghettizzata. I più entusiasti della svolta sono ovviamente i commercianti, i cui profitti sono lievitati: «Si sta molto meglio oggi, viene talmente tanta gente che possiamo aprire anche a pranzo» dice la proprietaria della storica pizzeria di Largo Albicocca, la famosa ‘piazza degli innamorati’. Altri, però, sembrano più rassegnati: «Prima vendevo anche merendine, latte e uova per la gente del quartiere, ora invece perlopiù i prodotti tipici che cercano i turisti. Se questa è la strada, ci dobbiamo adeguare», ammette Nicola Lapesara, titolare della salumeria che porta il suo nome. Altri si dicono preoccupati dagli esiti nefasti del turismo di massa sulla vita del quartiere: «Il turismo lo abbiamo voluto, ci siamo battuti per questo» dice ancora Fanelli, che dal suo circolo organizza visite guidate, «ma così stiamo perdendo la nostra identità. Serve una regolamentazione». Tanti non riconoscono i luoghi in cui sono nati e cresciuti: «È bello che la città vecchia sia attrattiva, ma non la sento più mia: quando abbiamo organizzato la processione della Via Crucis mi sono sentita quasi di disturbo», confessa ancora Gianna.  Ma è negli sguardi di chi vive nelle viuzze più nascoste, quelle che i turisti non percorrono, che si scorge maggiore diffidenza. In questi luoghi, gli abitanti soffrono un duplice isolamento, da una parte nei confronti dei propri spazi – «Qui prima potevamo stare in strada tutti insieme, chiacchierare, ci conoscevamo tutti, mentre ora siamo rimasti in pochi, perché le persone vengono sfrattate dai proprietari che vogliono creare i B&B» – dall’altra, quello nei confronti della grande ondata del turismo: «Il turista viene, dorme e se ne va. Per quelli che lavorano e che vendono, va bene, ma per noi no», dichiara amaramente una signora, mentre espone le sue orecchiette su un tavoliere sull’uscio della propria casa, nel tentativo di attrarre qualche passante. È proprio qui che si cela il lato oscuro della turistificazione, ben coperto dagli intonaci colorati che per anni sono stati passati su Bari vecchia, strato su strato, fino a farla soffocare. *Simone Trotta, barese, è dottorando di ricerca in Storia contemporanea. Ha realizzato questo articolo nell’ambito della Scuola di reportage narrativo «Alessandro Leogrande». L'articolo Fare orecchiette da mercante proviene da Jacobin Italia.
Monologo Torino. Voci di classi dirigenti durante lo sgombero di Askatasuna
(disegno di peppe cerillo) Nel museo del Risorgimento di Torino c’è una stampa ottocentesca davanti alla quale mi soffermo spesso. Si ritrae un’immaginaria piazza del Plebiscito a Napoli. La piazza s’apre sul mare, il Vesuvio appare lontano avvolto dal fumo e la città attorno è scomparsa. In primo piano il re Ferdinando II regge spaventato la costituzione del 1848 mentre s’accalca attorno una folla inferocita pronta a bastonarlo. Il re è tenuto fermo da tre figure: uno scheletro che reca una falce con su scritto “Morte”, una donna guerriera con una spada con l’incisione “Forza” e una vecchia dai capelli scarmigliati con una veste che dice: “Paura”. Una didascalia recita: “Il re di Napoli nel momento che dava le riforme al suo popolo”. Poco oltre, basta attraversare alcuni corridoi del museo, s’apre la Sala Plebisciti di palazzo Carignano, ampia e decorata con stucchi, appesi alle pareti vasti dipinti risorgimentali con cannoni e patrioti all’assalto. Qui si tiene un incontro organizzato da La Stampa e rivolto ai lettori. Sul palco leggo lo slogan “La Stampa è con voi”. È il pomeriggio di giovedì 18 dicembre: una data che segnerà la coscienza storica della città. Non sono settimane facili per il giornale torinese. Dopo l’irruzione in redazione da parte di alcuni manifestanti, era il 28 novembre, La Stampa ha ottenuto un sostegno pressoché unanime e ha ricevuto anche la visita del suo editore John Elkann. Solo pochi giorni dopo lo stesso editore – certo persona corretta, educata, non un vandalo che distrugge redazioni – ha annunciato la vendita del gruppo che controlla il giornale e il destino de La Stampa è ancora incerto. La conferenza di oggi assume così un valore simbolico: gli ospiti partecipano e intervengono per mostrare affetto e sostegno. La mattina si sono alternati sul palco, fra gli altri, l’ex-sindaco Chiamparino, la presidente della Fondazione CRT, il presidente dell’Unione Industriali di Torino, l’assessora alla cultura della città. Questo pomeriggio, invece, vedo Luigi Ciotti, il presidente della Compagnia di San Paolo Marco Gilli, Elsa Fornero, il direttore del Museo Egizio, il presidente di Iren Spa, Carlo Petrini di Slow Food e altre personalità del mondo della cultura e dell’imprenditoria. Dialogano con loro il direttore, il vicedirettore e i giornalisti de La Stampa. «Io penso che è il momento di far rinascere questo giornale. Non viviamo questo momento come un momento di lutto, ma di rinascita!», esclama Petrini invano. È un funerale, anche se nessuno lo ammette. La famiglia Agnelli ha abbandonato il suo giornale così come ha lasciato la città: all’ombra delle fabbriche dismesse non c’è più bisogno d’un foglio padronale che garantisca il consenso e amministri la verità. Oggi tutti, contriti eppure ottimisti, si riuniscono al capezzale e raccontano di quando, da bambini, vedevano i nonni dispiegare sul tavolo i fogli stampati di fresco. Segue in platea un pubblico attento, borghese e invecchiato, che non fa mancare i suoi applausi e sommesse risate a sottolineare i passaggi arguti. Se fosse stato un altro giorno, avrei scritto un articolo comico, o grottesco. «Torino ha qualcosa di veramente speciale», dice Baricco con ampi gesti delle mani. «Se c’è uno sport nel mondo che consiste nell’essere una città che si sfila dai suoi splendori per trovare un nuovo equilibrio, una compostezza e una bellezza sua – Baricco in video allarga di nuovo le braccia con pausa da retore – …se c’è questo sport del declino delle città – pausa, sorniona – …se c’è questo sport Torino è veramente campione mondiale». Avrei scritto un articolo comico citando a caso una frase tratta dall’intervento a distanza di Maurizio De Giovanni. Avrei potuto menzionare la già presidente dell’Accademia Albertina lanciare un monito democratico: «Non ricordo chi lo disse: “Libertà è partecipazione”». E il vicedirettore de La Stampa: «Gaber!». O ancora Vladimir Luxuria: «Bisogna difendere La Stampa, è spesso stata sotto attacco. Penso ad alcuni, non so come definirli, teppisti che hanno assalito la redazione. Lunga vita a La Stampa!». Ma non posso scrivere un articolo grottesco, o ironico il 18 dicembre, il giorno in cui sgomberano Askatasuna. Poco distante, là fuori, mentre qui parlano le classi dirigenti, ci sono due idranti che lanciano acqua ai solidali e una ventina di camionette bloccano il quartiere di Vanchiglia. Le scuole accanto sono state chiuse sin dall’alba. La difesa della democrazia è un discorso ricorrente. Nei giorni successivi al 28 novembre La Stampa è stata riconosciuta come irrinunciabile “presidio di democrazia”. Ora afferma Andrea Malaguti, il direttore del giornale: «L’informazione è la fonte della democrazia e io credo fermamente in questo. Noi siamo in un pianeta in cui il novantadue per cento degli esseri umani, il novantadue per cento, quindi praticamente tutti, sono guidati da governi che non sono democrazie. Noi facciamo parte dell’otto per cento. Noi, piccolini, pochi, abbiamo questo privilegio che non capiamo, che rischiamo di perdere». Prima di lui Luigi Ciotti libera una metafora: «L’informazione è sorgente di democrazia, innanzitutto – la voce è interrotta dagli applausi – e una democrazia progredisce solo se è costituita da cittadini informati e quindi proteggere un giornale, proteggere i giornalisti, vuol dire proteggere la democrazia di un paese». Dal telefono osservo un idrante della polizia su corso Regina Margherita che riversa acqua su persone sedute a tavolini piazzati in mezzo alla strada. Si susseguono gli interventi a ritmo serrato. Fra le facezie, il brusio insignificante tipico di questi eventi, le frasi di circostanza, spiccano le considerazioni di chi gestisce brani importanti di potere in città. Luca Dal Fabbro, presidente di Iren (la società partecipata dalla Città di Torino che controlla le reti elettriche, gas e rifiuti), ragiona sullo stato dell’imprenditoria nella regione «di Agnelli e Olivetti». Riflette sulle strategie industriali e sul rapporto con la ricerca universitaria e avverte dell’importanza dell’innovazione in ambito informatico per affrontare una futura “guerra ibrida”: «L’Italia è tra i paesi che può offrire soluzioni. […] Tutti siamo molto preoccupati dai missili, dai carri armati, dagli aerei, ma costano molti soldi, mentre un attacco cibernetico fa lo stesso danno di un missile e costa un decimo, un centesimo, un millesimo». Per Marco Gilli, presidente della Compagnia di San Paolo, «oggi è successo qualcosa di importante». Ecco, ora si espone sullo sgombero. «Oggi abbiamo dato i risultati del concorso di progettazione per la completa riqualificazione di tutto l’edificio della Galleria di Arte Moderna (Gam)». Menziona il vincitore del progetto, «una archistar di Rotterdam», e annuncia che «questo processo vuole ripensare la Gam, conservando ciò che c’è, e avere una grande capacità trasformativa. In modo da integrare veramente la Gam nella città, con gli spazi pubblici, gli spazi privati, gli spazi chiusi e gli spazi aperti». Massimo Broccio, presidente della Fondazione Torino Museo, annuisce fra il pubblico. Ma la Gam non è l’unico “progetto speciale” della Compagnia e alla fine dell’intervento Gilli ricorda anche la Cavallerizza, “polo culturale” e futuro quartier generale della fondazione. E ancora l’area dell’Ex-Moi: «Lì – conclude Gilli – vorremmo provare a mettere insieme laboratori della scuola di medicina e laboratori del Politecnico, per promuovere la ricerca interdisciplinare, una sinergia fra i nostri atenei e anche nuova imprenditorialità». Seguire i progetti della Compagnia di San Paolo significa impostare un’ampia, per quanto parziale, mappa dello sviluppo urbano e della speculazione a venire. Solo tre giorni fa la giunta comunale ha approvato il progetto preliminare del nuovo piano regolatore. Il piano garantirà più flessibilità di intervento, meno burocrazia e meno regole per gli investitori. Il piano regolatore ispira Paolo Verri direttore della fondazione Mondadori: «Dobbiamo lavorare sull’area metropolitana, pensare a un piano regolatore della cultura. E non a livello comunale, serve un piano regolatore della cultura a livello regionale, macro-regionale». Verri è stato il promotore della candidatura di Matera a capitale europea della cultura nel 2019 e adesso s’auspica lo stesso destino per Torino: «Torino deve vincere la candidatura a capitale della cultura nel 2033. Fate un applauso a Torino 2033!». Innovazione digitale, sviluppo culturale, incremento dell’offerta artistica. Nella Sala dei Plebisciti le classi dirigenti disegnano l’avvenire di una Torino morbida e flessibile, disposta ad accogliere gli investimenti e i turisti. Risulta allora necessario smussare gli spigoli, ricucire le smagliature, eliminare i resti refrattari al cambiamento. Immagino sia all’opera un generale processo di metabolismo urbano: tutto ciò che è informale, non ancora governato, o spontaneo, deve essere tradotto in un nuovo codice, comprensibile a chi amministra e a chi investe, e messo a valore. L’opera di traduzione può essere dolce e riformista: si possono impiegare gli strumenti innovativi come i patti civici e i beni comuni per trasformare l’esistente, e adeguarlo al nuovo tempo. Oppure si può impiegare la forza violenta delle camionette, come è avvenuto oggi là fuori. Mentre ascolto rimbombare l’eco delle parole emanate dal microfono, immagino che i reazionari al governo nazionale non siano null’altro che uno strumento di cui il neoliberismo si serve per conquistare nuove porzioni di territorio. Forse l’aria è cambiata anche a Torino e ci aspettano stagioni meno ipocrite, dove i colpi cadono più duri e diretti. Intorno a me gli ospiti parlano ancora, sono passate tre ore, e paiono soddisfatti, o compiaciuti. Qualcuno di loro osa ricordare quel che accade fuori. Paolo Verri si rivolge al pubblico: «Oggi è una giornata difficile, anche culturalmente. Perché lavorare sullo scontro è facile, lavorare sul dialogo è difficile. Io vorrei fare un applauso alla possibilità di fare il dialogo». Non ho capito il seguito a causa del battito collettivo di mani. E poi è il turno di Christian Greco, direttore del Museo Egizio: «Intendo il museo come piazza, come forum, come agorà, il museo come luogo sicuro in cui memorie si possono incontrare nel dialogo. Come si dice in greco? Dialegein, che lingua meravigliosa. Perché il dialogo è il sangue della nostra società. Se noi fossimo sempre tutti d’accordo non andremmo da nessuna parte». In realtà proprio qui, oggi, sono tutti d’accordo: non esiste alcuna alterità in questa melassa di linguaggio già omologato e adeguato al dominio del profitto sul mondo intero. Ho assistito a un monologo questo 18 dicembre, lo stesso monologo che ogni mattina trovo sulle pagine di carta. È tardi ormai, fuori la sera è inoltrata. È tempo di andare. Il direttore de La Stampa Andrea Malaguti vuole però intervenire sulla prima pagina di domani, dedicata allo sgombero di Askatasuna. «Si può trattare in molti modi quello che è successo oggi a Torino, riguardo ad Askatasuna – afferma Malaguti. Ho sentito i commenti durante la giornata di gente che si mette la maglia. Ci sono quelli che dicono “Finalmente, era ora! Questi si devono cacciare perché non si può mancare di rispetto alla legalità”, il che è sacrosanto. E ci sono quelli che dicono invece: “Poveretti, avevano diritto anche loro di avere un luogo, bisogna ascoltare tutte le sensibilità”. Ora, io confesso che non so esattamente dove posizionarmi in questo dibattito, salvo schierarmi sempre dalla parte della legalità. Però noto, e mi domando: ma perché esisteva questo luogo? Esisteva perché anche le forze dell’ordine si rendono conto che è più facile controllare chi ha comportamenti illegali, se queste persone sono concentrate in un posto. Io suppongo – ma non lo so – che dentro ci fossero un sacco di microspie, che ci fosse una intercettazione approfondita. Quindi il motivo per cui rimaneva lì non era un motivo banale: buoni contro cattivi. Era invece legato all’idea su come si controlla una situazione di questo genere nella maniera migliore. Da domani possiamo immaginare che queste persone non è che spariscono, ma vanno altrove. È più facile o meno facile controllarle?». Il presidio di democrazia chiude per oggi, l’aperitivo aspetta nella sala accanto. (francesco migliaccio)
Il capitale sottostante
Il numero 68 di Zapruder si interessa alla miniera e alle comunità che intorno a questa sorgono. Il contesto sociale "minerario" diventa uno dei punti di ingresso all'analisi della rivoluzione industriale, ma anche delle geografie di estrazione del ventunesimo secolo. L'articolo Il capitale sottostante sembra essere il primo su StorieInMovimento.org.