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“Qui una volta era un ghetto”. Come ci stanno raccontando la riapertura del cimitero delle Fontanelle
(disegno di lorenzo la rocca) È quasi ora di pranzo, cercando di non far rumore mi chiudo il portone alle spalle ed esco. Salita Capodimonte è più placida del solito. Il palazzo dove vivo da sempre è tappezzato di manifesti delle onoranze funebri. Ieri c’è stato il funerale del marito di Stefy. «Stev’ chin’ ‘e tumor’», mi ha detto la signora di fronte. Scendendo per la strada incupita dall’atmosfera mortuaria, cerco su Google maps la posizione del Cimitero delle Fontanelle. Non ci vado da sette, otto anni e non ricordo precisamente dove sia. L’ex cava di tufo, usata per secoli come luogo di sepoltura fuori dalle mura della città, divenne alla fine dell’Ottocento l’ossario di Napoli. Negli anni Trenta si sviluppò il culto delle anime pezzentelle: l’adozione e la cura di teschi anonimi in cambio di protezione. Il credo raggiunse il suo apice nel dopoguerra, per poi essere bandito dal cardinale Ursi, che chiuse il cimitero per arginare pratiche considerate incompatibili con la modernizzazione della Chiesa introdotta dal Concilio Vaticano II. Da allora il sito alterna lunghi periodi di chiusura e riaperture precarie. Il 18 aprile 2026, dopo sei anni dalla chiusura per il Covid, il cimitero è stato riaperto al pubblico. Percorrendo salita Capodimonte verso la Sanità, vedo una scolaresca in gita fuori la Basilica di San Severo. Alle loro spalle un manifesto pubblicizza il “Figlio Velato” dello scultore Jago, uno dei nuovi volti della riqualificazione del rione. Li guardo quasi con sospetto perché, nonostante i cosiddetti “viaggi d’istruzione” a Napoli siano sempre più gettonati nelle scuole di tutta Italia, devo ancora abituarmi a vedere classi intere di turisti in giro per il mio quartiere. Superata piazza della Sanità, comincio a vedere le prime indicazioni per il Cimitero delle Fontanelle. Sono grandi banner con scritto “Vien’ appriess’ a mme! / Come with me”. Li hanno realizzati i bambini di una scuola del quartiere che, a pennarello, hanno descritto il percorso da seguire per raggiungere l’ex cava diventata cimitero. Superata la Basilica di Santa Maria della Sanità, mi affaccio all’ingresso-shop delle Catacombe di San Gaudioso. Sono esposti frammenti di maioliche e vasi rimessi insieme alla meglio, senza nessuna indicazione. Vendono tote bags, qualche calamita, occhi della madonna in resina stampati in 3D, venticinque euro mi sembra un po’ tanto. C’è anche una selezione di libri tra cui spicca Noi del Rione Sanità. I giovani e la forza del cambiamento di padre Antonio Loffredo. Per un attimo mi compiaccio del look moderno, da galleria d’arte europea dell’ingresso delle catacombe e poi ritorno sulla strada. Camminando verso le Fontanelle, passo per l’ex largo Vita, ribattezzato largo Totò nel 2017, in occasione dei cinquant’anni dalla morte dell’attore nato e cresciuto nella Sanità. L’iniziativa fu promossa dalla Fondazione di Comunità San Gennaro, fondata da padre Antonio Loffredo. Lì, davanti al monolite in cui è scavata l’iconica sagoma con la bombetta di Totò, qualche anziano fuma seduto sulle panchine e gruppi di ragazzini giocano a pallone. La primavera sta lasciando spazio all’estate e bambini e bambine sono in fila davanti al carretto di Gennaro delle granite che gratta il blocco di ghiaccio con la pialla d’acciaio, producendo quel suono che per me è indissolubilmente legato alle calde giornate d’agosto passate a Napoli. Dietro le bottiglie di sciroppi dolciastri dai colori brillanti guardo l’insegna del family restaurant srilankese sul marciapiede di fronte: a sinistra la bandiera con il leone cingalese, a destra lo stemma della SSC Napoli. Proseguo verso il cimitero seguendo Maps. Su uno dei manifesti pubblicitari-segnaletici leggo: “Cammina ancora ‘nu poco. Ce sta ‘nu cancello blu. Si arrivato! Chill è o cimitero d’ ‘e fontanelle” – Stephan Fernando, 10 anni, 4°A plesso Lombardi. Sono arrivato. Davanti alla biglietteria, su uno slargo giallo tufo, ci sono turisti di diverse età e provenienze, oltre a decine di studenti, anche loro in viaggio con la scuola. Entro. La ragazza in cassa mi chiede se ho prenotato la visita. Le dico di no e lei mi risponde che c’è uno slot libero tra venti minuti. Le chiedo se posso semplicemente farmi un giro autonomamente, senza guida. Mi dice di no, e aggiunge che la gestione adesso è molto diversa dal passato. Prima, racconta, era tutto più libero: potevano entrare anche trecento persone insieme, le guide a volte facevano addirittura i tour col megafono… Il biglietto costa otto euro, quando però le dico che sono del quartiere mi chiede la carta d’identità per controllare. «Ok, allora non paghi niente, per i residenti della seconda e terza municipalità è gratis». Mi dice di scaricare l’applicazione “IntoRioneSanità” per avere l’audioguida nella cava, dove la rete internet non è stata ancora messa in funzione. Poi aggiunge che la nuova gestione del sito è frutto di una partnership tra il comune di Napoli e la cooperativa la Paranza, nata nel rione Sanità intorno all’esperienza di padre Antonio Loffredo e che già gestisce le Catacombe di San Gennaro e di San Gaudioso, tra i principali punti di attrazione del quartiere. Per i lavori di ristrutturazione dell’ex cava, La Paranza ha investito circa 650 mila euro, attivando risorse messe a disposizione dalla Fondazione Con il Sud e dalla Fondazione di Comunità San Gennaro, oltre al sostegno di soggetti privati e donatori. A questi si aggiungono 200 mila euro del Comune per interventi di messa in sicurezza. Il rifacimento dell’ingresso e la trasformazione del vecchio marciapiede in basoli nello slargo color tufo dove sosta la scolaresca del nord Italia, rientra invece nel progetto “G124 – Sanità” sviluppato da giovani architetti del Dipartimento di Architettura dell’Università di Napoli Federico II, coordinato da Renzo Piano.  La ragazza della biglietteria mi saluta e mi dice di aspettare il mio turno nella chiesa accanto. Mi fermo a guardare lo shop dove vendono maglie, cartoline, segnalibri e notebook a tema ossa e cape di morto. Anche qui, tra i libri spicca quello di padre Loffredo. Nell’aletta anteriore si parla della Sanità come “cuore autentico” della città e del parroco come uomo coraggioso, che ha saputo vedere nella povertà del quartiere una ricchezza nascosta, arrivando a trasformare il ghetto in un polo di attrazione capace di richiamare centinaia di migliaia di visitatori, generando nuove opportunità, lavoro e prospettive per il futuro. Alle 14:45 spaccate è il nostro turno. Nella chiesa arriva Raffaella, la guida: «Il Cimitero delle Fontanelle è sicuramente uno dei luoghi più importanti e simbolici di Napoli. Il sito però è stato chiuso per tanti anni. Da parte di noi abitanti del rione c’è sempre stata la voglia di restituire questo luogo alla collettività e di raccontarlo. Già nel 2010 occupammo pacificamente il sito, e ci passammo una notte per chiederne la riapertura, che aspettavamo dal 2006, dopo i lavori di messa in sicurezza fatti dal Comune. Poi nel 2020, tra pandemia e problemi strutturali mai del tutto risolti, arrivò una nuova chiusura. Solo nelle ultime settimane, il cimitero è tornato a essere accessibile al pubblico. Fino a vent’anni fa il rione Sanità era un quartiere famoso per spaccio, criminalità, povertà educativa. Era proprio un ghetto! Un luogo che persino molti abitanti del posto tendevano a evitare…». Una delle persone sedute sulle panche della parrocchia mormora: «Ma come un ghetto, io qua ci vivo! Come si permette questa di dire che noi abitanti evitavamo il nostro stesso quartiere, ora me ne vado!». Il vociare del gruppo di turisti copre l’intervento del residente, che decide di non trasformare il commento in una discussione aperta. La guida allora continua indisturbata: «Il cambiamento è iniziato nel 2001, quando nel quartiere è arrivato un nuovo parroco: padre Antonio Loffredo. Lui ha avuto la capacità di vedere che qui non c’era solo marginalità e problemi sociali, ma anche un enorme e prezioso patrimonio culturale, all’epoca in gran parte chiuso o mal tenuto, e tanti giovani su cui investire. È in questo contesto che è nata la cooperativa La Paranza, che ha iniziato a gestire prima le catacombe di San Gaudioso e poi quelle di San Gennaro. Per il cimitero delle Fontanelle la svolta è arrivata nel 2023, quando il comune di Napoli ha deciso di affidare la gestione a soggetti esterni, pubblicando un bando per la valorizzazione del sito rivolto al terzo settore. La mia cooperativa ha partecipato insieme ad altre realtà, anche più strutturate, e ha vinto per la proposta fortemente radicata nel territorio…». Raffaella ci chiede poi se tutti abbiamo scaricato l’app e ci conduce nel cimitero dal nuovo ingresso disegnato dall’archistar. Qui la situazione è molto diversa da come la ricordavo. Un nuovo sistema di luci accompagna il percorso dentro la cava, illuminando la scena in maniera quasi cinematografica. Anche le capuzzelle, sia quelle contenute nelle teche dove venivano custodite dopo le “grazie” ricevute, sia quelle ammassate a terra, mi sembrano più ordinate e pulite di come le ricordavo, con un effetto molto più museale che inquietante. La visita consiste in un accompagnamento per le tredici tappe previste dall’audioguida. A ogni stop Raffaella ci introduce al contenuto che andremo ad ascoltare e si attiva un audio con la voce di un abitante del quartiere che racconta una storia del luogo, in una sorta di preservazione della memoria orale. L’ambiente è sorvegliato con telecamere ovunque. Ci sono estintori, percorsi delimitati e, in alcuni tratti, per facilitare il passaggio delle persone in sedia a rotelle, addirittura moquette color tufo. Chiodature e reti d’acciaio contengono eventuali distacchi della roccia, mentre vetrini fessurimetri controllano lo stato delle pareti e sensori monitorano la presenza di radon, gas radioattivo cancerogeno rilasciato dal tufo. Le uscite di sicurezza sono ben segnalate da luci led verdi con l’omino che corre, a desacralizzare ulteriormente il cimitero già ampiamente secolarizzato dalla nuova gestione. Raffaella ci dice anche di non distaccarci dal gruppo e di non avventurarci nelle gallerie, «per non perderci» in uno spazio che tutto sommato non è né così grande né tantomeno, vista anche la nuova illuminazione, particolarmente labirintico. Qualcuno viene redarguito per essersi spostato dal gruppo di sei o sette metri. Abituato al laissez-faire della gestione precedente, questo atteggiamento mi infastidisce un po’, ma mi dico che in fondo Raffaella sta solo facendo il suo lavoro, per cui mi tengo le mie remore. Tra una tappa e l’altra, scambio due chiacchiere con Raffaella, siamo coetanei. Mi racconta di avere appena finito la triennale in psicologia e di essere poi entrata nel programma di formazione gratuito per guide turistiche che ha coinvolto venti giovani del quartiere. Di questi, lei e altri dieci sono stati inseriti a lavorare nella cooperativa La Paranza. Mi dice: «Vabbè, lo sai pure tu che sei di qua, già solo il fatto di avere un contratto fa veramente la differenza. Per me entrare nella Paranza è stata una grande svolta». Dopo quaranta minuti esatti la visita termina. Raffaella ringrazia i turisti per aver scelto di guardare il quartiere «da un’altra prospettiva», e ricorda che con lo stesso biglietto si ha uno sconto del quindici per cento per l’accesso al resto dei siti del quartiere gestiti dalla cooperativa. Ci suggerisce anche un ristorante nella Sanità per un pranzo tipicamente napoletano, dove i visitatori del cimitero ricevono il dieci per cento di sconto. Per curiosità lo cerco su Google. È di gran lunga il locale con più recensioni di tutto il rione Sanità. Chissà se anche loro devono ringraziare padre Antonio Loffredo per il successo. (errico forte)
May 25, 2026
Napoli MONiTOR
Città. Quale cambiamento?
COSA SONO OGGI LE CITTÀ? COME RIPENSARE IL RAPPORTO TRA CENTRI URBANI E ZONE RURALI? QUALI ESPERIENZE SULL’ABITARE APRONO ORIZZONTI NUOVI? COME POSSIAMO ORGANIZZARE UNA CITTÀ DIVERSA ATTRAVERSO POLITICHE E SCELTE INDIVIDUALI E COLLETTIVE CHE RIGUARDANO IL CIBO E IL CLIMA? QUAL POTREBBE ESSERE SU QUESTI TEMI IL RUOLO DEI COMITATI DI QUARTIERE? ESISTONO INIZIATIVE ENERGETICHE COMUNITARIE ETICHE PER LA PRODUZIONE E IL CONSUMO DI ENERGIA? QUALI MODALITÀ DIVERSE DI GESTIONE DI SPAZI PUBBLICI DELLE CITTÀ, TRA MUTUALISMO E SOLIDARIETÀ, SONO OGGI PRATICABILI? QUESTE ALCUNE DOMANDE INTORNO ALLE QUALI È STATA PROMOSSA DAL 21 AL 24 MAGGIO, A TORINO, LA SCUOLA DI POLITICHE “CITTÀ OLTRE LA CRESCITA”, ORGANIZZATA – CON L’INTERVENTO DI AUTOREVOLI OSPITI – DA BENVENUTI IN ITALIA, MOVIMENTO PER LA DECRESCITA FELICE, COLLETTIVO NUMEGA, E CHE HA COINVOLTO NUMEROSI GIOVANI PARTECIPANTI TRA LEZIONI E RIELABORAZIONI IN PICCOLI GRUPPI. APPUNTI DAL DIARIO DELLA SCUOLA Foto Fondazione Benvenuti Italia -------------------------------------------------------------------------------- Giovedì 21 maggio Il 21 maggio al Kontiki Torino abbiamo inaugurato la Scuola di Politiche “Città Oltre la Crescita” (21-24 maggio) organizzata a Torino da Benvenuti in Italia, Movimento per la Decrescita Felice, collettivo Numega, con l’incontro “Le città possibili”. Abbiamo scelto di organizzare la seconda edizione della 𝐒𝐜𝐮𝐨𝐥𝐚 𝐝𝐢 𝐏𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐡𝐞 per continuare il percorso iniziato lo scorso anno, rafforzare la rete decrescentista con sempre più realtà e attivistɜ, scoprire pratiche esistenti per un mondo possibile: l’incontro si è aperto con le parole di 𝐌𝐚𝐮𝐫𝐨 𝐁𝐞𝐚𝐧𝐨, presidente di Benvenuti in Italia. L’evento 𝐋𝐞 𝐜𝐢𝐭𝐭𝐚̀ 𝐩𝐨𝐬𝐬𝐢𝐛𝐢𝐥𝐢, con la moderazione di 𝐊𝐚𝐫𝐥 𝐊𝐫𝐚̈𝐡𝐦𝐞𝐫, Università di Torino e co-presidente di Movimento per la Decrescita Felice, ha affrontato diversi aspetti delle città, della decrescita e di possibilità alternative insieme ad 𝐀𝐧𝐧𝐚 𝐏𝐚𝐠𝐚𝐧𝐢, King’s College di Londra, 𝐁𝐚𝐫𝐛𝐚𝐫𝐚 𝐏𝐢𝐳𝐳𝐨, Università La Sapienza e Donatella Gasparro, Scuola Normale Superiore di Firenze. Cosa sono oggi le città? Sono ancora i centri urbani cuore di scambi e commercio, oppure il loro metabolismo risponde unicamente al capitalismo e alle loghiche della crescita infinita? A partire da questa domanda, lɜ ospiti si sono susseguitɜ dialogando di crescita e PIL nella città, oggi esempi primi di consumismo ed estrazione di rendita ma anche luoghi ancora da sognare e plasmare, del rapporto tra centri urbani e zone rurali, spesso svuotate in favore delle città anche a causa dell’assenza di servizi pubblici adeguati, e delle alleanze trasversali possibili e necessarie per restituire potere allɜ cittadinɜ, a partire dalle comunità locali. -------------------------------------------------------------------------------- Venerdì 22 maggio Dopo l’accoglienza dellɜ partecipanti e un momento di conoscenza e scambio realizzato grazie al gruppo cura della Scuola, questa mattina abbiamo iniziato a ragionare partendo da un tema essenziale per i centri urbani e per Torino, la città dove si svolge la nostra Scuola: l’𝐚𝐛𝐢𝐭𝐚𝐫𝐞. Grazie allɜ ospiti 𝐀𝐧𝐧𝐚 𝐏𝐚𝐠𝐚𝐧𝐢, Senior Lecturer Dipartimento di Ingegneria del King’s College London, 𝐌𝐚𝐫𝐚 𝐅𝐞𝐫𝐫𝐞𝐫𝐢, Senior Researcher presso il Politecnico di Torino e 𝐊𝐚𝐫𝐥 𝐊𝐫𝐚̈𝐡𝐦𝐞𝐫, Ricercatore presso l’Università di Torino, siamo statɜ guidatɜ nel panel “Abitare la città” muovendo dalle quattro proposte evidenziate nel “Manifesto per l’abitare nella post-crescita”: 𝑠𝑣𝑜𝑙𝑡𝑎 𝑖𝑑𝑒𝑜𝑙𝑜𝑔𝑖𝑐𝑎, 𝑑𝑒𝑚𝑒𝑟𝑐𝑖𝑓𝑖𝑐𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒, 𝑟𝑒𝑑𝑖𝑠𝑡𝑟𝑖𝑏𝑢𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒, 𝑎𝑚𝑝𝑙𝑖𝑎𝑟𝑒 𝑙𝑜 𝑠𝑔𝑢𝑎𝑟𝑑𝑜. 𝐒𝐯𝐨𝐥𝐭𝐚 𝐢𝐝𝐞𝐨𝐥𝐨𝐠𝐢𝐜𝐚, per cambiare i nostri immaginari e darci il permesso di pensare la casa come un luogo di convivialità e giustizia 𝐃𝐞𝐦𝐞𝐫𝐜𝐢𝐟𝐢𝐜𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞, per distinguere tra la proprietà del terreno e quella degli edifici, magari pensando alla proprietà collettiva e alla co-gestione come alternative possibili. 𝐑𝐞𝐝𝐢𝐬𝐭𝐫𝐢𝐛𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞, per contribuire anche con l’abitare alla creazione di giustizia sociale e stabilità per tuttɜ. E, infine, 𝐚𝐦𝐩𝐥𝐢𝐚𝐫𝐞 𝐥𝐨 𝐬𝐠𝐮𝐚𝐫𝐝𝐨: ribadiremo in questi giorni l’intersezione tra lotte e rivendicazioni apparentemente diverse, e per farlo è necessario guardare anche alla tema della casa dall’alto, con uno sguardo ampio, per leggerne le connessioni profonde con tutti gli altri diritti di base. -------------------------------------------------------------------------------- Venerdì 22 maggio Abbiamo dedicato il pomeriggio della giornata sull’”𝐚𝐛𝐢𝐭𝐚𝐫𝐞 𝐥𝐚 𝐜𝐢𝐭𝐭𝐚̀” ad approfondire tre pratiche ed esperienze concrete locali. Divisɜ in tre gruppi, lɜ partecipanti hanno scelto un 𝐚𝐬𝐩𝐞𝐭𝐭𝐨 𝐩𝐚𝐫𝐭𝐢𝐜𝐨𝐥𝐚𝐫𝐞 del diritto alla casa e all’abitare da discutere e poi riportare in assemblea. Con Andrea Couvert, esperto in processi partecipativi di co-progettazione, parte di Fondazione di Comunità Porta Palazzo e 𝐅𝐨𝐧𝐝𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐂𝐨𝐦𝐦𝐮𝐧𝐢𝐭𝐲 𝐋𝐚𝐧𝐝 𝐓𝐫𝐮𝐬𝐭, abbiamo conosciuto un esempio torinese nato in Corso Giulio Cesare che ha scelto la forma del Community Land Trust, primo esempio in Italia e già diffusa in altre città europee. Obiettivo? Facilitare l’accesso all’abitazione nella nostra città e la partecipazione della comunità locale. Rocco Albanese, attivista di Co.Mu.Net, ha invece raccontato l’esperienza di VAR – Vuoti a rendere, 𝐩𝐫𝐨𝐩𝐨𝐬𝐭𝐚 𝐝𝐢 𝐝𝐞𝐥𝐢𝐛𝐞𝐫𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐢𝐧𝐢𝐳𝐢𝐚𝐭𝐢𝐯𝐚 𝐩𝐨𝐩𝐨𝐥𝐚𝐫𝐞 che ha coinvolto decine di organizzazioni torinesi lanciata all’inizio del 2024. Oggetto della proposta: nuove tutele per il diritto alla casa – censimento e restituzione alla città di alloggi in stato di non uso. Per parlare di abitazioni pubbliche, invece, sono statɜ con noi Andrea Sacco, consigliere di amministrazione di 𝐀𝐓𝐂 Piemonte ATC Torino, e Carolina Pressi, responsabile per l’associazione ACMOS dell’ambito DAI – Diventare Adulti Insieme, nel quale sono compresi tre progetti di 𝐜𝐨𝐚𝐛𝐢𝐭𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐠𝐢𝐨𝐯𝐚𝐧𝐢𝐥𝐞 𝐬𝐨𝐥𝐢𝐝𝐚𝐥𝐞. Esperienze concrete, che però ci spronano a liberare l’immaginario, allargare lo sguardo, come abbiamo ascoltato questa mattina: chissà cos’altro e ancora possibile creare. Starà a noi farlo, e ne abbiamo discusso nella plenaria di chiusura della giornata. -------------------------------------------------------------------------------- Sabato 23 maggio Sabato mattina al Kontiki Torino la Scuola di Politiche “Città Oltre la Crescita” ha affrontato il tema del 𝐦𝐞𝐭𝐚𝐛𝐨𝐥𝐢𝐬𝐦𝐨 𝐮𝐫𝐛𝐚𝐧𝐨: rifiuti, metabolismo sociale, energia, riciclo. Abbiamo approfondito vari aspetti specifici con lɜ nostrɜ ospiti del panel di questa mattina. 𝐎𝐬𝐦𝐚𝐧 𝐀𝐫𝐫𝐨𝐛𝐛𝐢𝐨, docente dell’Università di Parma, i cui studi si concentrano sulla transizione ecologica come processo sociale e politico, con cui abbiamo approfondito la sufficienza energetica e la necessità di andare oltre alla sola transizione energetica, accompagnandola invece a un radicale cambiamento dei nostri consumi a livello strutturale oltre che individuale. 𝐑𝐢𝐜𝐜𝐚𝐫𝐝𝐨 𝐁𝐫𝐮𝐧𝐨, ricercatore presso il Politecnico di Torino, che si è focalizzato sul tema del cibo e della sua connessione con le città e la decrescita, affrontando in particolare le motivazioni per cui parlare di cibo in città ha a che fare non solo con la filiera di produzione e il trasporto, ma con l’intero sistema produttivo di base. 𝐃𝐚𝐧𝐢𝐞𝐥𝐞 𝐕𝐢𝐜𝐨, dottorando in Ecologia Politica a Barcellona, esperto in pratiche del lavoro informale e gestione dei rifiuti urbani, con il quale siamo arrivatɜ alla riflessione sulla necessità di lavorare proprio su questo livello strutturale. Agire il cambiamento solamente sulla filiera, e non sforzarci di ripensare collettivamente i sistemi e le strutture, in particolare economiche, non potrebbe migliorare fino in fondo il metabolismo urbano e sociale. E allora, dopo aver affrontato dati, problemi e criticità, 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐨𝐫𝐠𝐚𝐧𝐢𝐳𝐳𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐮𝐧 𝐬𝐢𝐬𝐭𝐞𝐦𝐚 𝐝𝐢𝐯𝐞𝐫𝐬𝐨? Agendo sulle politiche pubbliche che riguardano il cibo, anche a livello locale, ridando potere allɜ cittadinɜ, ad esempio attraverso le assemblee climatiche, togliendo potere alle grandi lobby. Ma anche cambiando il nostro immaginario e le nostre convinzioni culturali, per esplorare i luoghi in cui viviamo e le reti di economia e consumo alternativo che già esistono nelle nostre città. Q𝐮𝐚𝐥𝐢 𝐚𝐥𝐭𝐞𝐫𝐧𝐚𝐭𝐢𝐯𝐞, personali, collettive, strutturali, sono possibili e immaginabili per un territorio? Qual è il ruolo dei comitati di quartiere? Come avvicinare la produzione del cibo alle persone che vivono in città? Esistono iniziative energetiche comunitarie e più etiche per la produzione e il consumo di energia? Tante risposte, e 𝐩𝐫𝐨𝐩𝐨𝐬𝐭𝐞, le abbiamo ascoltate con le quattro 𝐭𝐞𝐬𝐭𝐢𝐦𝐨𝐧𝐢𝐚𝐧𝐳𝐞 di questo pomeriggio, che al metabolismo urbano torinese e italiano contribuiscono in modo positivo. Con 𝐀𝐥𝐛𝐞𝐫𝐭𝐨 𝐆𝐮𝐠𝐠𝐢𝐧𝐨, dell’APS CiòCheVale , abbiamo esplorato modi alternativi e sostenibili di nutrire la città, riprendendo il tema portato da Riccardo Bruno nel panel “Metabolismo urbano”. Ciò Che Vale si impegna per ridurre le distanze tra cittadinɜ e produttorɜ locali, mettendo in contatto più di cento famiglie e otto produttorɜ del territorio, per permettere alle persone l’accesso a cibo sano e a minor impatto ambientale, e rafforzare la connessione mentale e sociale tra consumatorɜ e filiera alimentare. Per conoscere un’alternativa comunitaria alla produzione e al consumo di energia, invece, è stata con noi 𝐆𝐢𝐮𝐥𝐢𝐚 𝐌𝐨𝐧𝐭𝐚𝐧𝐚𝐫𝐢 di CER Sinergie, comunità energetica di cui Benvenuti in Italia è tra gli enti co-fondatori. CER Sinergie è nata con l’obiettivo di democratizzare e rendere accessibile l’autoproduzione e la condivisione di energia per lɜ cittadinɜ attraverso la messa in circolo dell’energia prodotta dallɜ membri della CER, che ha inoltre scelto di dedicare esplicitamente parte della propria ripartizione economica a finalità sociali. Grazie ad 𝐀𝐥𝐞𝐬𝐬𝐚𝐧𝐝𝐫𝐨 𝐒𝐭𝐢𝐥𝐥𝐨 e 𝐆𝐢𝐮𝐥𝐢𝐚 𝐃𝐢 𝐌𝐚𝐫𝐭𝐢𝐧𝐨, infine, abbiamo potuto conoscere l’esperienza di Rete Onu e Barattolo Torino da un lato, e di Sbaratto Palermo e Arci Porco Rosso dall’altro. Con loro, lɜ partecipanti alla Scuola hanno avuto l’opportunità di confrontarsi sull’importanza dell’informalità per costruire reti di fiducia cittadine, del valore del riuso e della circolarità dal basso come strumenti culturali contro l’imperativo della crescita. E quale può essere, in quest’ottica, il ruolo delle Istituzioni nel rapporto con tuttɜ lɜ cittadinɜ? Abbiamo chiuso la 𝐭𝐞𝐫𝐳𝐚 𝐠𝐢𝐨𝐫𝐧𝐚𝐭𝐚 di Scuola di Politiche restituendoci pensieri, dubbi e nuovi spunti in assemblea plenaria. -------------------------------------------------------------------------------- Domenica 24 maggio L’ultimo panel della Scuola di Politiche si è concentrato sul terzo tema individuato come essenziale per parlare delle città e della decrescita: gli 𝐬𝐩𝐚𝐳𝐢 𝐝𝐢 𝐩𝐚𝐫𝐭𝐞𝐜𝐢𝐩𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐩𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐚. Ne abbiamo discusso con cinque ospiti che ci hanno portato esperienze di partecipazione politica collegata a luoghi, spazi fisici di diverse città: 𝐋𝐨𝐫𝐞𝐧𝐳𝐨 𝐕𝐞𝐥𝐨𝐭𝐭𝐢, ricercatore postdoc presso la Scuola Normale Superiore e attivista di Agora, nel quartiere di Raval, a Barcellona; 𝐂𝐚𝐫𝐥𝐚 𝐁𝐚𝐫𝐛𝐚𝐧𝐭𝐢, presidente di Trame di Quartiere a Catania, ingegnere e architetta con un focus sulla pianificazione urbana e le pratiche organizzazione civica capillare; 𝐂𝐡𝐢𝐚𝐫𝐚 𝐅𝐢𝐨𝐫𝐞, attivista di Comala, spazio pubblico, autocostruito, grazie al recupero di alcuni spazi dell’ex Caserma La Marmora; 𝐒𝐚𝐫𝐚 𝐃𝐢𝐞𝐧𝐚, consigliera comunale a Torino dal 2021 con una storia di attivismo climatico e transfemminista; 𝐃𝐢𝐞𝐠𝐨 𝐌𝐨𝐧𝐭𝐞𝐦𝐚𝐠𝐧𝐨, membro di Benvenuti in Italia e responsabile del progetto GENTE – Generare Territori Educativi con il MoVI – Movimento di Volontariato Italiano. Lɜ partecipanti hanno conosciuto, attraverso parole, immagini, video, e anche storie personali, le esperienze di esistenza e resistenza di vari spazi sociali e politici italiani e internazionali, per poi avviarsi al confronto reciproco con lɜ ospiti e tutto il gruppo su modalità di gestione di spazi politici nelle città, mutualismo e solidarietà, spazio per la comunità locale e voci dissidenti, importanza della lotta di classe nell’intersezione con le altre rivendicazioni. Con l’obiettivo di creare, curare, abitare, anche nella complessità di visioni, alleanze sostanziali, per guardare di più al fine ultimo, e non solo ai mezzi per raggiungerlo. -------------------------------------------------------------------------------- . -------------------------------------------------------------------------------- Questo articolo è stato qui pubblicato anche in relazione al progetto CORE . -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Città. 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May 24, 2026
Comune-info
Isernia e le aree interne. Quel confine sottile tra gestione del declino e abbandono
(disegno di ginevra naviglio) Mi trovo su un pullman mezzo vuoto, partito con qualche minuto di ritardo dal Metropark di Napoli, direzione Isernia. Sto tornando per trascorrere il ponte del primo maggio con la mia famiglia e i vecchi amici del liceo e, come me, anche gli altri ragazzi sul pullman, a giudicare dalla mole delle valigie che si trascinano dietro. Siamo arrivati a Venafro, l’ultima fermata che mi separa da casa. Come sempre, mando un messaggio sul gruppo di famiglia per avvisare che a breve arriverò in stazione. Durante l’ultima mezz’ora, osservo gli alberi e le montagne che sembrano ripetersi. Ci stiamo avvicinando a Isernia, precisamente al suo lato meridionale. Una volta in città, ad accoglierci è un edificio con le mura di un color salmone un po’ sbiadito, ovvero l’ospedale Veneziale di Isernia. Sul marciapiede antistante, c’è una tenda da campeggio azzurra, che da oltre cento giorni è diventata il simbolo delle gravi carenze della sanità molisana. Di fianco, uno striscione in caratteri cubitali rossi: “Quanto vale qui una vita?”. A montarli è stato Piero Castrataro, sindaco d’Isernia e indipendente di centro-sinistra, che dorme lì da ormai più di tre mesi. Dietro a tale gesto c’è la volontà di riportare l’attenzione sulle condizioni in cui versa l’ospedale del capoluogo pentro e cercare di trovare delle soluzioni pratiche. La situazione a Isernia è problematica da diversi anni, ma le criticità si estendono a tutta la regione. In Molise, infatti, la sanità è commissariata da diciassette anni e, in questo tempo, si sono accumulati oltre cinquecento milioni di debiti, portando così la regione in un regime di piano di rientro. In particolare, l’ospedale Veneziale, l’unico del territorio, negli ultimi anni ha visto un drastico calo del personale: al pronto soccorso lavorano quattro medici sui tredici previsti, mentre in radiologia sono tre su dodici.   Sebbene molti problemi fossero già noti, per il sindaco il punto di rottura è arrivato lo scorso dicembre, dopo aver letto le dichiarazioni di uno dei subcommissari, secondo il quale andrebbe disattivato il punto nascita di Isernia e mantenuto quello di Termoli, che avrebbe migliori prospettive di crescita demografica. Uno dei problemi principali, infatti, è strettamente numerico: secondo il decreto ministeriale 70 ci sono dei parametri che andrebbero rispettati per mantenere funzionanti le strutture ospedaliere, ma Isernia, che è sottoposta a un massiccio spopolamento, non è in grado di soddisfarli. L’epilogo di questa vicenda è arrivato proprio negli ultimi giorni: il punto nascita del Veneziale chiude i battenti. Non si nascerà più a Isernia, ma si dovrà necessariamente arrivare a Campobasso. In stazione trovo mia madre ad attendermi. Il breve tragitto in auto è tutto un aggiornarsi di cose successe nelle settimane trascorse dalla mia ultima visita. Arriviamo a casa, una villetta trifamiliare tinteggiata di un arancione vivace, circondata da diverse file di ulivi, che si trova a metà strada tra Isernia e Miranda, il paesino in cui sono cresciuta. Visto da casa mia, Miranda sembra una macchietta colorata in mezzo alle montagne che, di questi giorni, sono di un verde brillantissimo. Che quel verde fosse così vitale per me l’ho realizzato solo quando mi sono trasferita a Napoli, dove, tra i palazzi del centro storico, è quasi inesistente. Passano un paio d’ore, salgo in auto e inizio a guidare in direzione Miranda. La strada per arrivare in paese è un susseguirsi di tornanti e curve strettissime, sulle quali a volte capita di incontrare qualche animale selvatico. È maggio, ma a Miranda fa ancora freddo, e l’aria odora di fumo di camino. Sono venuta a trovare mia nonna, che abita nel centro storico di questo paese, ormai ridotto a un insieme di case per la maggior parte vuote. La sua, di quelle proprio a forma di “casa”, come le disegnano i bambini, grande e gialla, di pietra, col tetto a due spioventi e le tegole color terracotta, è una delle uniche ancora abitate in questa strada. Arrivata la sera, mi ritrovo al bar con gli amici, come sempre. O meglio, come quelle tre o quattro volte l’anno che, tornati dalle nostre rispettive città, ci riuniamo. A Miranda ci sono due bar, ai due estremi della piccola piazza principale, che a causa della loro posizione vengono chiamati il “bar di sopra” e il “bar di sotto”. Stasera siamo tutti al bar di sopra. In un angolo, affissa su una bacheca, c’è la civetta di un giornale locale che riferisce: “A Isernia non si nascerà più”. Ne parlo con Simone, che ha ventinove anni e da cinque si occupa di ricerca e consulenza. Dopo triennale e magistrale in economia e management, ha fatto il dottorato e ora sta portando avanti le sue ricerche con una borsa di studio all’Università D’Annunzio di Pescara. «È la questione più importante, da cui dipende il futuro di questo posto. Perdiamo 30 mila persone ogni dieci anni e nel momento in cui si riduce il gettito fiscale ci sono meno soldi a disposizione per le misure pubbliche. La situazione dell’ospedale è solo un anticipo di quel che accadrà in questi territori, ovvero il totale smantellamento della sanità pubblica e in generale dei servizi pubblici. C’è poi la connivenza con i poteri poco trasparenti e più o meno leciti della sanità privata, che con le cliniche convenzionate sta facendo concorrenza al pubblico». La conversazione si allarga dall’ospedale alla questione delle aree interne. Simone, che su questo ci ha fatto pure un master e lavora con varie associazioni in paese, si ritiene un vero e proprio attivista della causa. «La Strategia Nazionale delle Aree Interne individua gli enti locali e li definisce secondo la distanza dai centri dell’offerta di servizi, individuando tre elementi fondamentali: sanità, trasporti e istruzione di secondo grado. Per farla breve, va a classificare tra “enti centrali, di cintura, di nodo, periferici e ultra-periferici”, a seconda che siano lontani dai dieci ai quarantacinque minuti dal centro di offerta dei servizi. Miranda, per esempio, è un ente locale periferico, perché è a più di quarantacinque minuti dal centro di offerta dei servizi, il cosiddetto polo, che per noi non è più Isernia, ma Campobasso, il posto che rispetta tutti e tre i requisiti individuati dalla Strategia Nazionale». Quello delle aree interne non è un problema solo molisano, ma una realtà sempre più presente nel territorio italiano. La Strategia Nazionale di cui parla Simone è una politica volta a migliorare la qualità dei servizi essenziali, avviata dallo Stato nel 2014, poi confermata per il ciclo 2021-2027. Nel Piano Strategico stilato a marzo 2025, vengono distinte quattro tipologie di obiettivi, in funzione delle condizioni di partenza di ogni realtà locale. L’obiettivo numero 4, chiamato “Accompagnamento in un percorso di spopolamento irreversibile”, sostiene che alcune aree interne, a causa di fattori demografici quali la popolazione di piccole dimensioni, “non possono porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza ma non possono nemmeno essere abbandonate a sé stesse”. Viene evidenziata la necessità di un piano che possa assistere queste aree in un “percorso di cronicizzato declino” per renderlo “socialmente dignitoso per chi ancora vi abita” Simone, dal suo canto, crede che si possa fare qualcosa di concreto. «Da abitante delle aree interne, conosco perfettamente il fatalismo dei cittadini: “qui si è sempre fatto così, non abbiamo la forza per cambiare le cose”. Io invece penso che questo possa accadere, ne ho avuto testimonianza diretta durante la mia esperienza di visiting in un’area interna dell’Abruzzo, Gagliano Aterno, dove, grazie a un sindaco illuminato e a un gruppo di ricercatori e volontari, in cinque anni si è ribaltato un paese e le sue tendenze demografiche, mettendo una pezza a questa emorragia. Per fare qualcosa, però, bisogna ripartire dalla partecipazione, senza la quale il destino è abbastanza segnato». Ed è proprio questo l’obiettivo di Miror, l’associazione nata nel 2019, di cui Simone è parte attiva. «Miror nasce come reazione a un’assenza totale di un discorso sulla cultura. Sono state varie le iniziative di questi anni, dai momenti di festa a quelli di dibattito, anche politico. Tre anni fa è nato un gruppo di lettura, poi c’è stato “chiese aperte” col racconto della Chiesa di Miranda, e poi ancora Memoranda, che ha raccolto le memorie degli abitanti ultraottantenni di Miranda sul periodo del fascismo, ed è stato un lavoro di raccolta e di salvaguardia della memoria storica». Quattro anni fa, da Miror nasceva il festival Marginalia, citando le note ai margini dei libri ricopiati dagli amanuensi, che spesso nascondevano significati molto più importanti rispetto al corpus del libro. «Giocando – continua Simone – sul significato della marginalità geografica, culturale e politica, diventa la sfida di portare qualcosa della città al paese. Nell’ultima edizione abbiamo regalato alla cittadinanza, insieme alle altre associazioni del territorio, un murales fatto da Claudia Romagnoli, in arte Croma, che si trova sulla Casa La Terra e che era legato al tema dell’anno scorso, la migrazione: rappresenta una famiglia del secolo scorso che va via da Miranda; e c’è questa bimba che si gira, all’ultimo, per dare l’ultima occhiata al paese, con uno sguardo nostalgico ma direi anche speranzoso, che non esclude un potenziale ritorno, come è stato per i nostri nonni, bisnonni e zii, e un po’ anche per noi, come generazione di persone costrette a migrare loro malgrado». Senza rendercene conto, abbiamo passato quasi mezz’ora a parlare. Nel frattempo, ci siamo spostati al bar di sotto. Prendiamo un’altra birra e continuiamo la nostra conversazione. Simone si scusa, dice che quando parla di questo argomento si accalora tantissimo: «Il futuro di Miranda e di Isernia non mi fa dormire la notte. Mi sento responsabile ogni volta che torno nel mio paese e vedo i miei amici che sono rimasti qui a lottare. Io parlo spesso di aree interne, faccio ricerche, sono un ragazzo di paese e anche un consulente per gli enti locali e le aree interne, però di fatto vivo in città, il che fa di me un privilegiato. Sta a noi giovani trovare delle soluzioni, che poi magari non saranno efficaci, però sento spesso parlare di problemi e mai di soluzioni, invece mai come ora il Molise ha bisogno di trovare tante piccole soluzioni». Il barista interrompe la nostra conversazione per raccontare una barzelletta. Ridiamo di gusto, anche se la barzelletta non è granché. Rimaniamo con gli altri a chiacchierare, a ridere, a giocare a biliardino. Guardo l’orologio, si è fatto tardi. Saluto tutti, probabilmente li rivedrò quest’estate. Dopo baci e abbracci di rito, mi dirigo verso la mia auto. Il paese è vuoto, non c’è nessuno per le strade. A rompere il silenzio, di tanto in tanto, le risate squillanti dei ragazzi rimasti al bar, che ormai sento in lontananza. Sono le 8:55 di lunedì. Mi trovo alla stazione di Isernia, in attesa dell’autobus che mi porterà a Napoli. Si è creata una piccola fila al botteghino per comprare i biglietti. Molti hanno la mia età, e riconosco anche un paio di persone. Ognuno di loro si trascina dietro almeno una valigia, qualcuno ha anche una borsa frigo. Arriva il mio autobus e quasi contemporaneamente appare da dietro l’angolo anche quello per Roma. Saliamo tutti in maniera composta e i pullman partono, uno dopo l’altro. Guardo fuori dal finestrino, la piazza si è svuotata quasi del tutto. (caterina marzano)
May 20, 2026
Napoli MONiTOR
La politica e l’etica della “vita giusta”. Il futuro è ora
ATTRAVERSO LE ASSEMBLEE POPOLARI, IL JORNAL DOS BAIRROS, LA RÁDIO VIDA JUSTA E LE MOBILITAZIONI CONTRO GLI SFRATTI, LA VIOLENZA POLIZIESCA, L’AUMENTO DEL COSTO DELLA VITA E LA CRIMINALIZZAZIONE DELLA POVERTÀ, IL MOVIMENTO VIDA JUSTA, NATO NEGLI ULTIMI ANNI IN ALCUNI QUARTIERI DI LISBONA, CERCA DI RICOSTRUIRE LEGAMI COMUNITARI. LA “RIVOLUZIONE DEI QUARTIERI” NON È SOLO UN MOVIMENTO DI PROTESTA MA UN TENTATIVO DI COSTRUIRE, QUI E ORA, FORME DI VITA FONDATE SULLA SOLIDARIETÀ, SULL’AUTO-ORGANIZZAZIONE E SULLA CAPACITÀ COLLETTIVA DI DECIDERE SULLE PROPRIE CONDIZIONI DI ESISTENZA La capacità di adattamento dimostrata dal capitalismo nel corso degli ultimi due secoli condurrebbe a considerare la celebre frase di Margaret Thatcher, “There’s no alternative”, come una profezia che si autoavvera. Da allora, ulteriori cambiamenti si sono succeduti, in risposta a insurrezioni di movimenti e crisi di varia natura e intensità. In nessuno di questi momenti si è giunti davvero a mettere in discussione la coesione e le fondamenta di un sistema globale che, per non lasciare dubbi, si autocolloca alla “fine della storia”. Quindi, come ha affermato disincantatamente Mark Fisher, è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo? Per chi è vivo oggi, sì, senza dubbio. La profezia di Thatcher e l’amara riflessione di Fisher rappresentano una verità difficilmente contestabile. L’orizzonte si fa ancora più nitido e cupo allo stesso tempo, nel momento in cui consideriamo alcuni degli elementi che segnano pesantemente lo scenario offerto dal capitalismo algoritmico. Si tratta dello sviluppo a tutto tondo di ciò che, nel corso del primo decennio di questo secolo, si è imposto come economia delle piattaforme. La centralità dello strumento algoritmico ha rivoluzionato le relazioni tra gli individui e con se stessi, ben al di là del contesto lavorativo. La tendenza all’individualizzazione, la perdita di senso delle forme collettive di lettura dei processi e di costruzione di risposte, il dominio dell’ideologia del successo a qualsiasi costo e della meritocrazia — dove il fallimento è indicato come colpa individuale —, la costante svalutazione delle relazioni corporee a favore di quelle digitali: è in corso una mutazione antropologica che raggiunge livelli profondi, inclusa la sfera dell’inconscio e dei sogni. La difficoltà a riconoscersi in un soggetto collettivo storicamente definito, su cui costruire una reale alternativa — soggetto che deve essere creato, non trovato da qualche parte, né cortocircuitato in una “moltitudine” sempre e già antagonista —, produce, come scrive Márcio Pochmann su Outras Palavras, frustrazione e risentimento. Questi, a loro volta, rafforzano il senso di individualità e solitudine, alimentando il circolo vizioso che ci sta logorando. Gli ultimi dieci anni sono stati segnati da un’accelerazione impressionante del processo di consolidamento di questo nuovo paradigma, al contempo economico, sociale, culturale, politico e antropologico. La sua velocità non ci ha lasciato tempo per riflettere su ciò che stava accadendo. Le tracce che lascia sono indelebili e già oggi chiaramente visibili. Senza dubbio, lo saranno ancora di più nei prossimi anni, soprattutto tra le generazioni più giovani, in tutte le dimensioni della vita quotidiana. Ciò non ci impedisce di pensare a un altro futuro, anche perché “pensare” significa immaginare e conoscere qualcosa di nuovo, di imprevedibile, in contrapposizione al semplice riconoscere ciò che già si conosce. In questo senso, conoscere il nuovo si traduce nel vivere il nuovo, ciò che ancora non è. “L’immaginazione, la finzione, il mito non sono fughe dal reale, ma modalità della sua intensificazione, articolazione e trasformazione”, scrive Vittorio Gallese in Il Sé digitale (2025). “Frequentare il futuro” — come suggeriva il medico Cardoso a Pereira, il giornalista anziano del celebre romanzo di Tabucchi Sostiene Pereira — diventa, quindi, condizione di possibilità per una resistenza creatrice. “La capacità di creare mondi possibili, di abitare l’alterità, di costruire strutture di senso condivise che eccedono ciò che già esiste” (Gallese, 2025) è ciò che dobbiamo recuperare, proprio perché rappresenta il campo in cui agisce l’estrattivismo sulla nostra specificità di esseri umani. Il futuro può cominciare a essere creato già ora. Può essere sperimentato nella quotidianità delle nostre vite, negli spazi che sottraiamo al dominio implacabile e onnivoro a cui siamo assoggettati. Lì è dove riusciamo a vivere, seppur temporaneamente e parzialmente, al di là dell’orizzonte tracciato per noi. Ogni lotta, ogni conquista, ogni blocco produce nuove relazioni, dove la capacità di immaginare si trasforma in potenza di costruire già da ora ciò che deve divenire un’alterità piena. E, in nome di questa, non siamo disponibili ad accettare nulla che possa essere diverso. Di fronte a un capitalismo algoritmico che sussume ogni spazio — fisico e temporale — della nostra esistenza nella catena di valorizzazione che lo alimenta e riproduce, la risposta può collocarsi soltanto al livello della vita nel suo insieme. È, di fatto, l’unica risposta possibile alle tecniche di potere che si esprimono nella biopolitica: al suo interno dobbiamo trovare il terreno dove produrre il conflitto. Nella misura in cui la vita collettiva diviene ambito di intervento di quelle tecniche, la rivendicazione di una “vita giusta” incarna la sua sovversione, ne proietta il rovescio. Ciò elimina i confini tra “produzione” e “riproduzione”, tra conflitti lavorativi e conflitti sociali. Amplia la gamma di iniziative fondate sulla “cura di sé” come condizione per la “cura degli altri”. Riposiziona l’etica politica — e non la morale — al centro della visione del mondo in cui vogliamo vivere. L’etica è la cartografia delle potenze che producono forme di vita orientate a una sanità sociale, politica, economica e culturale, riferita tanto alla comunità quanto a ciascuno dei suoi membri. In questo senso, etica, politica e giusto lavorano insieme. Nell’articolo che, nelle nostre intenzioni, rappresentava la prima parte delle riflessioni che qui seguono, abbiamo descritto le modalità di attuazione e il ruolo svolto dalla guerra in un contesto alimentato e gestito dal caos. Vale la pena ricordare la celebre affermazione di Foucault nel corso Bisogna difendere la società, al Collège de France: la politica è la guerra condotta con altri mezzi. Mai come oggi quella affermazione suona più che mai attuale. La centralità della guerra nello scenario politico globale, con tutti i dispositivi che la accompagnano, relega la politica “tradizionale” a un ruolo derivato. Basta leggere i 22 punti contenuti nel recente manifesto di Palantir, pubblicato da Alex Karp in The Technological Republic, per capire come la stessa società si trasformi in un campo di applicazione delle logiche della guerra permanente e totale. La “guerra” contro tutti coloro che appaiono come minaccia agli obiettivi definiti dal capitalismo algoritmico non prevede limiti né rimorsi. Ciò che si vuole eliminare è la stessa idea di società civile come spazio di azione politica legittimamente antagonista. Uno spazio in cui sia legittimo agire per sovvertire l’ordine dei principi che regolano le relazioni tossiche alle quali tutti siamo sottomessi. [Stefano Rota*] -------------------------------------------------------------------------------- L’esperienza di “Vida Justa” – Lisbona L’emergere del Movimento Vida Justa mostra che, anche all’interno di una società profondamente frammentata dal capitalismo algoritmico come Stefano Rota qui descrive, continuano a esistere possibilità concrete di ricomposizione collettiva. In questi tre anni di esistenza e lotta, Vida Justa porta la forza dell’azione e del pensiero dei quartieri popolari, che non vogliono più essere soltanto territori di gestione della povertà e della marginalizzazione, ma spazi di organizzazione politica e produzione di solidarietà. Attraverso le assemblee popolari, il Jornal dos Bairros, la Rádio Vida Justa e le mobilitazioni contro gli sfratti, la violenza poliziesca, l’aumento del costo della vita e la criminalizzazione della povertà, il movimento cerca di ricostruire legami comunitari distrutti dall’individualizzazione neoliberale e dallo sfruttamento capitalista. In questo senso, la “rivoluzione dei quartieri” assume una centralità particolare: non come mito insurrezionale astratto, ma come pratica concreta di creazione di potere popolare a partire dalla vita quotidiana, dai territori e dai bisogni reali delle persone. Il Movimento Vida Justa diventa esempio di ciò che chiamiamo una politica della “vita giusta”. La lotta non appare più confinata al luogo di lavoro tradizionale, ma si espande all’insieme dell’esistenza: abitazione, trasporti, violenza poliziesca, immigrazione, cura, alimentazione, dignità e diritto alla città. Organizzando soggetti spesso isolati e resi invisibili, il movimento rompe con la logica secondo cui ogni individuo deve sopravvivere da solo e assumersi piena responsabilità della propria precarietà. La “rivoluzione dei quartieri” rappresenta, così, un’esperienza anticipatoria di futuro: un tentativo di costruire, qui e ora, forme di vita fondate sulla solidarietà, sull’auto-organizzazione e sulla capacità collettiva di decidere sulle proprie condizioni di esistenza. Non si tratta soltanto di resistenza difensiva, ma della creazione pratica di un’altra idea di società, fondata sulla convinzione che la vita non può continuare a essere subordinata alle esigenze della valorizzazione permanente e della guerra sociale diffusa che struttura il capitalismo contemporaneo. Il Movimento Vida Justa è stato un laboratorio dei conflitti sociali e di un’azione politica partitica e di piazza. È nato nel contesto della crisi inflazionistica e abitativa che si è aggravata in Portogallo dopo la pandemia, soprattutto nelle periferie urbane dell’Area Metropolitana di Lisbona. L’idea ha cominciato a prendere forma nel 2022, a partire da incontri tra attivisti, abitanti di quartieri popolari, associazioni locali e militanti di vari movimenti sociali. Un momento importante è stato un laboratorio sulla comunicazione e l’attivismo svoltosi a Cova da Moura, dove è emersa la proposta di organizzare una mobilitazione “dei quartieri” contro l’aumento del costo della vita. Fin dall’inizio, il movimento ha cercato di rompere con la separazione tra gli spazi tradizionali della politica e i territori periferici normalmente esclusi dalla rappresentazione pubblica. La manifestazione del 25 febbraio 2023 a Lisbona ha segnato quella irruzione politica: migliaia di persone provenienti dai quartieri popolari hanno posto al centro del dibattito temi come abitazione, salari, prezzi dei beni essenziali, razzismo strutturale e trasporti pubblici. Il movimento è stato presente in tutte le manifestazioni di solidarietà con gli immigrati, nelle questioni lavorative e nelle date di celebrazione e lotta come il 25 Aprile e il 1° Maggio. Ha organizzato una grande marcia di solidarietà con Odair Moniz [ucciso dalla polizia a distanza ravvicinata nel 2024] e altre vittime del razzismo strutturale. Vida Justa si definisce come una piattaforma che “dà voce ai quartieri” e cerca di costruire potere popolare a partire dalle condizioni concrete della vita quotidiana. La sua particolarità sta precisamente nel fatto di articolare questioni tradizionalmente separate: abitazione, violenza poliziesca, immigrazione, lavoro precario, mobilità urbana, alimentazione, salute mentale e dignità sociale appaiono come dimensioni inseparabili di un’unica lotta per la vita. Il movimento si è organizzato territorialmente in nuclei locali: Margem Sul, Amadora, Sintra, Loures, Odivelas, Cascais, Lisbona. Più che un movimento rivendicativo classico, cerca di affermare ciò che chiama una “rivoluzione dei quartieri”: l’idea che i soggetti storicamente marginalizzati possano trasformarsi in produttori di organizzazione politica, solidarietà e capacità collettiva di decisione. [Marta Lança**] -------------------------------------------------------------------------------- * Stefano Rota è ricercatore indipendente. Gestisce il blog “Transglobal”. Le sue più recenti pubblicazioni collettive sono La fabbrica del soggetto. Ilva 1958-Amazon 2021 (Sensibili alle foglie, 2023), e in G. Ferraro (a cura di), Altraparola. La figura di sé (Efesto Edizioni, 2024). Collabora occasionalmente con riviste online italiane e lusofone. ** Marta Lança è libera professionista in vari linguaggi della cultura: programmazione, traduzione, giornalismo, ricerca, cinema. Collabora con pubblicazioni in Portogallo, Angola e Brasile. Dal 2010, cura la redazione del portale Buala. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La politica e l’etica della “vita giusta”. Il futuro è ora proviene da Comune-info.
May 19, 2026
Comune-info
Quale futuro per le città?
-------------------------------------------------------------------------------- Roma, 28 febbraio: protesta in Campidoglio in difesa degli ex Mercati Generali, a rischio di speculazione immobiliare e finanziaria. Foto S.G. -------------------------------------------------------------------------------- Su Roma c’è una narrazione distorta della realtà. Mascherata, da una parte, da un super attivismo dell’Amministrazione e, dall’altra, da una propaganda retorica (“Roma si trasforma”) che impedisce di vedere come questa città sia in larga parte alla mercé dell’invasione di fondi immobiliari speculativi, soprattutto esteri, che privilegiano i ceti più ricchi ed espellano quelli meno abbienti. Sarah Grainsforth, ricercatrice e giornalista free lance nota ai lettori di Comune, ha recentemente documentato l’attività di questi fondi in un articolo pubblicato sul Fatto quotidiano (11.05.2026), dimostrando come il già noto e vituperato “Modello Milano” venga esportato anche nella Capitale sotto l’insegna di studentati privati di lusso, sparpagliati in varie parti della città. È un’operazione che fa da apripista a nuove speculazioni, una volta che quelle aree diventeranno appetibili per nuove localizzazioni private, con la conseguente espulsione degli abitanti ivi residenti. Ma non è solo questo: numerosi interventi non sembrano avere molto a che fare con il benessere dei cittadini e la salvaguardia del bene pubblico. Fra questi si distinguono: la realizzazione (in fieri) di un porto croceristico a Fiumicino (comune diverso da Roma ma il cui progetto ha avuto il beneplacito del sindaco di Roma, qui un reportage fotografico, Quel pezzetto di mare non ha chiesto un porto crocieristico), l’inceneritore di Santa Palomba, il nuovo stadio della Roma a Pietralata, nuovi parcheggi lungo il Tevere, la concessione a fondi immobiliari stranieri degli ex Mercati Generali, il progetto di modifica (stravolgimento) dello stadio Flaminio (tutelato dalle Sovrintendenze), il lago Ex Snia a rischio di speculazione privata e, infine, gli effetti della cosiddetta compensazione urbanistica dovuta al vecchio piano regolatore, per citare solo quelli più eclatanti. Nel frattempo si stanno mettendo le mani sulle nuove Norme Tecniche che dovranno sostituire le vecchie del PRG e che, probabilmente, saranno redatte per favorire queste trasformazioni. E, come se non bastasse, sul fronte culturale appare quanto meno scandalosa la proposta di ampliare la Galleria Borghese con la motivazione (veramente assurda) che “a Villa Borghese si esporrebbero poche opere, entrerebbero troppi pochi visitatori, si staccherebbero troppi pochi biglietti e così con la logica di un supermercato bisogna aumentare, aumentare, aumentare” (T. Montanari, Lo scempio che piace anche a Gualtieri, Il Fatto quotidiano del 12.05.2026). A prevalere è il modello della valorizzazione o commercializzazione del patrimonio artistico, affidando a società private la redazione dei progetti (meglio se con la firma di qualche archistar) e tentando di convincere le Soprintendenze sulla bontà degli interventi mirati quasi esclusivamente a fare cassa. La sbandierata retorica sul consumo di suolo zero è costantemente ignorata dalle nuove costruzioni, anche in zona dell’agro, con colate di cemento che non sembrano arrestarsi. Così come risultano assenti vere opere di mitigazione o adattamento per la crisi climatica. Tuttavia a fronte di questi interventi che non miglioreranno certo la città pubblica, l’Amministrazione si vanta di aver avviato una trasformazione della città inaugurando nuove opere che ne dovrebbero migliorare la vecchia immagine ma che andranno quasi ad esclusivo beneficio della sua capacità di attrazione di ulteriori fondi immobiliari e dell’over turismo invasivo. Dopo l’attribuzione di poteri speciali per il Giubileo della Chiesa cattolica al Sindaco commissario, e del PNRR, ora è in ballo un’altra legge di riforma costituzionale in materia di Roma Capitale: è quella che conferirebbe all’Assemblea capitolina poteri legislativi di livello regionale su materie fondamentali come: urbanistica, trasporto locale, turismo, edilizia residenziale pubblica, ecc. Questa nuova legge sarebbe dettata dalla necessità di “restituire alla Capitale il ruolo che le spetta e dare i poteri che hanno le altre capitali europee”. La domanda che si pone è: per fare cosa? Non è una domanda retorica considerato che non esiste una visione urbana rispetto alla quale mancano le risorse o i poteri per realizzarla. Continua a imperversare il “pianificar facendo” in assenza di una chiara prospettiva di sviluppo della Capitale. Quale sviluppo? Quello delle metropoli globali dove aumentano le disuguaglianze e le povertà o quello inclusivo per dare casa a chi non ce l’ha, redistribuire le ricchezze, accoglienza dei migranti, contenimento del traffico, fermare l’ingresso di fondi immobiliari speculativi. In assenza di tali scelte conferire ulteriori poteri alla Capitale sarebbe accentuare i fenomeni in corso. L’amministrazione gode di una certa popolarità acquisita a forza di proclami retorici che enfatizzano gli interventi sparsi nella città e occultano la reale trasformazione operata dai privati e dai grandi interventi che hanno lo scopo di “migliorare” l’aspetto della città potenziando la sua capacità attrattiva. Inoltre l’Amministrazione ha operato la cooptazione di rappresentanze politiche un tempo avverse alla politica capitolina indebolendo l’opposizione e dando l’idea che intorno alle trasformazione ci sia una larga convergenza. A ben vedere quanto accade a Roma non è diverso da quanto è in atto nelle principali città italiane come Milano e Firenze dove recentemente gli interventi che dovrebbero dare nuovi lustri a queste città sono sotto l’attenzione della magistratura. Il “Modello Milano” con alcune varianti è diventato virale, copiato in vari modi da molte altre amministrazioni. In tutto questo l’urbanistica è diventata, in molti casi, l’ancella fedele del capitalismo estrattivo che opera nelle città; in altre, è semplicemente ignorata e superata da accordi di programma che baipassano ogni norma ancora in vigore. La sinistra, dopo essere stata affascinata dall’economia liberista, si mostra ora timida nei riguardi di una visione urbana che espelle i suoi abitanti poveri e prepara le basi per l’accoglienza dei ricchi. I centri di queste città sono diventati le sedi di agenzie straniere, di piattaforme immobiliari, di esibizione di ricchezza, di attrazione turistica, svuotandoli dei loro originari abitanti. È diventato persino impossibile in essi aprirsi un varco a piedi, tra i turisti e le molteplici attività a loro uso e consumo (dehors, negozi di scarso valore delle merci, eccetera). E tuttavia questo imponente processo di trasformazione avviene spesso proprio quando la sinistra è al governo di queste città. Quale futuro attende dunque le nostre città? Diventeranno le vetrine di una fiera globale gareggiando per la loro capacità attrattiva, come Dubai o Abu Dhabi, sedi di improbabili architetture globali sradicate da ogni contesto, città per facoltosi residenti i cui scarti saranno divisi tra gli abitanti sempre più impoveriti, città di moltitudine di schiavi governati da sistemi tecnologici? Sono paesaggi distopici per ora, ma già in alcune parti del mondo essi sono diventati realtà: oasi felici per evasori di tasse, sedi di banche che attirano monete da tutto il mondo, luoghi di divertimento per riccastri di ogni genere. Città libertarie sono l’ultima proposta di Peter Thiel padrone di Pay Pal e di Palantir (qui raccontiamo cos’è il sistema Palantir); città sottoposte a legislazioni eccezionalmente favorevoli alle imprese con poche tasse e assenza del sindacato. Tuttavia le recenti e imponenti manifestazioni per la Global Sumud Flottilia e quella del 25 Aprile di quest’anno a Roma, hanno dimostrato che forze antagoniste (movimenti, associazioni, gruppi giovanili, femminismo) sono sempre più attive nel contrastare questa privatizzazione delle città. La speranza è che queste forze, che al momento non hanno il potere di contare concretamente, possano diventare le protagoniste di una nuova politica. -------------------------------------------------------------------------------- Enzo Scandurra, urbanista, saggista e scrittore, scrive da sempre su Comune (qui oltre cento suoi articoli). Già ordinario di Urbanistica presso La Sapienza di Roma, è stato direttore del dipartimento di Architettura e Urbanistica. Tra i suoi libri più recenti La svolta ecologica. Ultima chance per il pianeta e per noi e Roma. O dell’insostenibile modernità, editi da DeriveApprodi. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Quale futuro per le città? proviene da Comune-info.
May 17, 2026
Comune-info
La città possibile
PUBBLICHIAMO L’INTRODUZIONE DEL LIBRO FUTURI URBANI POSSIBILI, UN TESTO CHE NASCE DALL’ESPERIENZA DI RICERCA E DI LAVORO SUL CAMPO MATURATA NELLE PERIFERIE ROMANE DA LABSU – LABORATORIO DI STUDI URBANI «TERRITORI DELL’ABITARE» DEL DICEA DI SAPIENZA UNIVERSITÀ DI ROMA, E DEL GRUPPO DI RICERCA DELL’UNIVERSITÀ DI ROMA TRE, DOVE IL TEMA DELLA RIGENERAZIONE URBANA SI INTRECCIA CON QUELLO DELLA GIUSTIZIA SOCIALE, DELLA PARTECIPAZIONE E DELLE NUOVE FORME DELL’ABITARE. ATTRAVERSO UNO SGUARDO CRITICO VERSO I MODELLI DOMINANTI DI TRASFORMAZIONE DELLE CITTÀ, IL VOLUME PROPONE L’IDEA DI UNO SVILUPPO LOCALE INTEGRALE, CAPACE DI METTERE AL CENTRO RELAZIONI, COMUNITÀ E PROTAGONISMO SOCIALE. UN CONTRIBUTO AL DIBATTITO CONTEMPORANEO SULLE CITTÀ COME LUOGHI DI INNOVAZIONE POLITICA E DI COSTRUZIONE DI NUOVI FUTURI POSSIBILI Per molti anni mi sono occupato di periferie e di “rigenerazione dal basso”, studiando soprattutto la città di Roma e i suoi quartieri e sviluppando una critica serrata alla “rigenerazione urbana” per come se ne parla diffusamente e secondo il mainstream prevalente. Al di là dell’intento positivo, infatti, spesso si tratta in realtà di operazioni di valorizzazione immobiliare, se non di vera e propria speculazione edilizia. Nel migliore dei casi, il nodo problematico della “rigenerazione urbana” è che si limita a concentrarsi sugli aspetti fisici dei quartieri (o addirittura dei singoli edifici) su cui intervenire, in questo risultando di fatto niente di più della “riqualificazione urbana” che già conosciamo e che pure ha avuto esperienze positive. Già questa, nei casi migliori, prospettava e prometteva un approccio integrato di più ampio respiro, che però, almeno in Italia, non c’è stato, se non raramente. Si tratta, quindi, di una cosiddetta “rigenerazione urbana” auspicata ma che, però, proprio per questi motivi, manca i suoi stessi obiettivi e viene meno alle aspettative che crea. Più recentemente mi sono dedicato, invece, a sviluppare sperimentazioni di sviluppo locale integrale (che ritengo una prospettiva più ampia e complessa della “rigenerazione urbana” mainstream) in alcuni quartieri, per poter verificare che effettivamente alcuni percorsi qualificati – nonostante tutto – siano possibili. Si tratta di percorsi spesso faticosi, pluriennali, che richiedono molte energie da impegnare sul campo, secondo un approccio relazionale a cui siamo molto legati e che non dà certo risultati immediati, ma sicuramente più profondi. L’obiettivo è appunto verificare la praticabilità di alcuni percorsi per poter affermare alla fine che: “si può fare!”. E poterlo riproporre alle politiche pubbliche. In questi ultimi anni, quindi, con un gruppo di giovani ricercatori molto impegnati e molto interessanti, coordinati nell’ambito del LabSU – Laboratorio di Studi Urbani “Territori dell’abitare” del DICEA (Dipartimento di Ingegneria Civile Edile e Ambientale), Sapienza Università di Roma, abbiamo sviluppato alcuni percorsi sperimentali nei quartieri della periferia romana, valutando e interrogandoci sui diversi problemi emergenti. In questa prospettiva di lavoro non siamo soli. In particolare, a Roma bisogna segnalare il lavoro fondamentale del gruppo di ricerca dell’Università di Roma Tre, coordinato da Francesco Careri, cui abbiamo chiesto di contribuire a questo testo con le importanti esperienze che stanno conducendo. Ma anche in giro per l’Italia sono tanti i contesti in cui si lavora in questa direzione (e vi torneremo nel corso del libro), così come nel resto d’Europa. Non mancano le esperienze, né il dibattito, sebbene le situazioni possano essere molto problematiche. Il libro, quindi, mantenendo il carattere agile e di più ampia diffusione, e senza diventare tanto tecnico e specialistico, accanto alla critica al modello tradizionale di “rigenerazione urbana” (su cui si è già scritto tanto, ma su cui vale la pena ritornare, anche se rapidamente), vuole essere soprattutto la restituzione delle prospettive e dei percorsi praticabili qualora le politiche pubbliche volessero imboccare con decisione questa strada, discutendo le diverse problematiche emergenti (che non sono poche). Da cui il titolo di “Futuri urbani possibili”. Indubbiamente un ruolo rilevante è svolto dal protagonismo sociale che sempre più sta diventando un motore (se non “il motore”) delle città, soprattutto in termini di mutualismo e di innovazione sia sociale che della cultura politica. L’approccio proposto nel libro parte da qui. Se, quindi, la rigenerazione urbana è diventato un tema particolarmente rilevante negli ultimi anni sia nella ricerca scientifica sia nelle politiche e nel dibattito pubblico, diventando un tema di moda, spesso uno slogan, in generale un termine ambiguo, noi vorremmo raccontare un’altra storia. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La città possibile proviene da Comune-info.
May 8, 2026
Comune-info
Religione, femminismo, emancipazione. Studentesse musulmane a Napoli
(disegno di otarebill) Dal numero 15 (dicembre 2025) de Lo stato delle città Mentre si passeggia per il centro storico di Napoli, in particolare nella zona di piazza Garibaldi, è facile osservare come la fisionomia della città, almeno in superficie, rifletta anche le istanze e le necessità di una società multietnica in continua evoluzione. Nonostante non esistano dati precisi circa la presenza musulmana in città, si stima che vi risiedano circa trentamila musulmani provenienti da cinquantatré paesi (senza considerare i convertiti), prevalentemente nei quartieri del centro: San Lorenzo, Mercato, Pendino, dove il costo degli affitti è più basso e si concentra gran parte delle attività commerciali, per le quali lavorano molti musulmani. Questa forte presenza della comunità musulmana ha portato all’apertura di spazi pubblici che rispondono ai suoi bisogni culturali e religiosi. Nei tre quartieri sono infatti situate le sette moschee della città, che sono in realtà sale di preghiera o centri di aggregazione, e negozi di alimentari halal. L’alta concentrazione di queste strutture ha reso però difficile per i musulmani non residenti in centro usufruire quotidianamente degli spazi islamici, quasi assenti nelle province e in misura ridotta nelle zone lontane dal cuore della città. Ne parlo con Afaf e con Iman, studentesse marocchine dell’Orientale, su una terrazza dell’università. È ora di pranzo e abbiamo appena seguito una lezione di arabo. Mentre si presentano, le loro voci si confondono con il rumore dei clacson nel traffico di via Marina e cercano di sovrastare il caos della zona portuale della città. Afaf ha diciannove anni e studia inglese e arabo. Vive in una frazione di Caserta con la sua famiglia e mi racconta che per arrivare all’università impiega quasi un’ora. Nella sua zona «i musulmani si contano sulle dita di una mano», ma frequentando l’università sta conoscendo delle ragazze arabe, alcune arrivate in Italia da meno di due anni. «A Caserta – dice – non esiste una comunità musulmana, quindi la fisionomia della città risente poco dell’esistenza di gruppi culturali e religiosi diversi, che hanno necessità diverse, e ciò ha impattato molto sul modo in cui ho vissuto la mia religione per tanto tempo, perché mi ha impedito di essere la musulmana che vorrei essere. Io mangio la carne del supermercato, perché la macelleria islamica più vicina è a Santa Maria Capua Vetere e non siamo neppure certi sia davvero halal. Nel mese di Ramadan i miei vanno a Napoli per comprare la carne, ma sarebbe impossibile comprarla qui tutti i giorni. E non vado in moschea, perché quella più vicina è al centro di Napoli. Si sente che a Napoli la comunità musulmana è più forte. Qualche giorno fa passeggiavo con un’amica a piazza Mercato ed è stato confortante notare che vendevano tappeti per la preghiera e che ci fossero persone musulmane che mi sorridevano, mi stringevano la mano e mi chiedevano come stessi. Avevo la sensazione che mi stessero dicendo “tu sei mia sorella, anche se non ti conosco”. Frequentare Napoli è un’opportunità per crearmi uno spazio in cui vivere la religione diversamente da come ho fatto finora». L’assenza di una comunità musulmana adeguatamente riconosciuta si nota anche dagli spazi interni all’università. Afaf mi spiega che durante la giornata ci sono cinque momenti di preghiera, ma che spesso è a lezione e non riesce a rispettarli: «Qui in università non c’è una sala adibita alla preghiera, non solo musulmana, che invece è presente in molte università all’estero». Iman è una studentessa fuorisede. Mi racconta di essere cresciuta a Cersosimo, un piccolo paesino in provincia di Potenza, e che la sua famiglia era l’unica musulmana della zona. Mi spiega che l’Islam è una religione comunitaria, in cui è centrale il concetto di “umma”, vale a dire la comunità di fedeli, e che quindi non sentire l’appartenenza a un gruppo ha una grande influenza sull’esperienza religiosa del singolo. Secondo Iman il cristianesimo è una religione più individuale, in parte perché nasce in una società che spinge all’individualizzazione; qui un cristiano non sente il bisogno di rivedersi in qualcun altro, perché dà per scontato che gli altri siano come lui, credano in ciò in cui crede lui. «Penso che noi, in quanto esseri umani, sentiamo la necessità di appartenere a un gruppo – mi dice Iman –. Sarebbe stato bello condividere il momento della preghiera in moschea o l’esperienza del mese di Ramadan con altre persone, perché sapere che qualcuno vicino a me doveva pregare o digiunare mi avrebbe invogliata a farlo. Quando manca quel senso di appartenenza, spesso rischia di venire meno anche un’identità religiosa forte e definita». Iman mi spiega che l’assenza di una comunità musulmana a Cersosimo, e in generale in Basilicata, si riflette nello spazio pubblico del suo quartiere e impatta sulla quotidianità della sua famiglia. «Mio padre nei giorni festivi va a pregare in una moschea in Calabria, a due ore di macchina da casa, e lì vicino c’è anche una macelleria halal, dove compriamo la carne. Io mi sono trasferita a Napoli da poco, quindi non conosco bene la città e non frequento ancora posti come piazza Mercato, ma almeno so che esistono e questa è una consolazione. So che se voglio andare in moschea posso farlo senza dover guidare per due ore e che se ho voglia di mangiare la carne ci sono le macellerie in cui posso comprarla. Posso finalmente contare su degli spazi che nel mio paesino non esistono e che in qualche modo mi permettono di rafforzare la mia identità musulmana. È bello vedere che Napoli, al pari di altre città, si sta modellando sui bisogni di quella che ormai non è più una minoranza, ma un gruppo consolidato con delle necessità. Credo che anche qui, nelle strutture universitarie, ci siano i presupposti per creare degli spazi inclusivi, in cui potersi rilassare o in cui poter pregare». Per Afaf essere una musulmana in Italia significa anche cercare di preservare cultura e religione dalle spinte all’occidentalizzazione. «Non ho mai avuto amici musulmani e i miei non conoscono arabi qui a Napoli, perché nella mia zona ce ne sono davvero pochi. Io e la mia famiglia non abbiamo un legame quotidiano con la cultura marocchina: non mangiamo il couscous tutti i venerdì, che è il giorno sacro, dedicato alla preghiera e alla famiglia, e il tajine, una pietanza che si cucina all’interno di un particolare piatto di ceramica che dà il nome al cibo, lo mangiamo una volta a settimana. Se avessimo un legame più forte con le nostre tradizioni lo mangeremmo tutti i giorni, ma mangiamo con il pane e utilizzando la mano destra, perché è sunnah, cioè è una consuetudine presente negli Hadith, detti e fatti attribuiti al profeta che fanno parte della Sunna». Afaf mi parla delle due feste importanti celebrate dall’Islam, l’Eid al-Adha, la Festa del Sacrificio [che comporta l’uccisione degli agnelli, pratica proibita in Italia all’interno di case private e negli spazi pubblici] e la festa della rottura del digiuno alla fine del Ramadan, l’Eid al-Fitr, che negli ultimi anni si è celebrata a piazza Garibaldi e a piazza del Plebiscito. Mi racconta che i suoi genitori sono arrivati in Italia venticinque anni fa e che quindi si sono “italianizzati”: sua madre non porta il velo e a casa non parlano in arabo, infatti sua sorella minore non conosce ancora la lingua, se non qualche parola. «Io l’ho imparato per necessità durante un’estate che ho trascorso in Marocco – mi spiega –. Avevo sei anni, dovevo comunicare con i miei parenti e i miei genitori non erano con me. Lo parlo come lo parlerebbe un bambino e si sente la mia pronuncia italiana. Mio padre ha subìto l’occidentalizzazione meno di mia madre. Lui va molto più spesso in Marocco e ha un legame più forte con la cucina marocchina e con il paese». I genitori di Iman sono arrivati in Italia più di trent’anni fa: «I miei a casa parlano in arabo, ma quando lo parlo si nota che sono italiana, e spesso mi capita di fare confusione tra le lingue o di passare da una lingua all’altra. Mia madre è arrivata qui quando aveva ventidue anni, quindi ha lasciato andare la cultura e la lingua, ma porta ancora il velo». Iman va spesso in Marocco e cerca di mantenere un contatto costante con l’arabo, che parla bene, perché sa che i suoi genitori ci tengono a preservare la cultura marocchina e la religione islamica. «Stando qui e tornando lì ti accorgi di quante differenze ci sono tra un mondo e l’altro». In Marocco la situazione è diversa rispetto ad altri paesi più tradizionalisti. «Si può tranquillamente girare senza indossare l’hijab – mi spiega –, si è superata l’idea che le donne debbano necessariamente portarlo. Quello sul velo è un discorso molto complesso, che spesso utilizza la religione come giustificazione di una cultura patriarcale e repressiva». Negli ambienti accademici, sia in Oriente che in Occidente, accanto a un femminismo laico, che guarda alla religione come ostacolo all’emancipazione femminile, si è sviluppato un movimento femminista islamico, ancora poco noto tra le donne e le giovani della comunità musulmana, tant’è che Afaf e Iman mi dicono di non averne mai sentito parlare. La prima a parlare di femminismo islamico è stata l’antropologa iraniana Afsaneh Najmabadi nel 1994. Secondo questo movimento, all’origine dell’oppressione femminile e della diseguaglianza di genere nei paesi islamici non ci sono i testi sacri, bensì la loro interpretazione patriarcale da parte delle élite al potere, che hanno negato il punto di vista femminile nel processo di esegesi e distorto il contenuto dei testi, al fine di imporre e giustificare una gerarchia religiosa e socio-culturale intrisa di misoginia. Il dibattito sul velo è diventato uno dei principali terreni di scontro tra femministe laiche e femministe islamiche. Tra le femministe islamiche ci sono coloro che non indossano il velo, e coloro che lo indossano. Tutte però difendono la scelta di coprirsi il capo. La prima immagine che viene in mente a chi pensa all’Islam è quella della donna velata, costretta a stare in casa, che nell’immaginario occidentale è il simbolo della coercizione e dell’oppressione di una religione che vuole la donna in posizione di subalternità, ma nessuno pensa mai all’uomo con il vestito lungo, la barba lunga e le braccia coperte. Così come le donne indossano il velo, anche gli uomini musulmani devono vestire con abiti modesti, che coprano la awrah, cioè la zona dalla vita fino alle ginocchia, come la tunica lunga fino alle caviglie, e devono indossare l’irham durante l’hajj, il pellegrinaggio verso la Mecca. «All’uomo musulmano – dice Iman – è concesso un margine di scelta molto più ampio: la donna che non vuole indossare il velo è un mostro, mentre l’uomo che non rispetta il codice di abbigliamento è socialmente accettato». «Noi ragazze ne paghiamo le conseguenze: se io venissi molestata in Marocco, sarebbe colpa mia, perché non porto il velo, ma come lo spieghi a tutte le ragazze con il velo che sono state molestate che non avrebbero potuto evitarlo? Che anche se avessero indossato il velo sarebbero state molestate lo stesso? Io non mi aspetto che tutti gli uomini musulmani abbassino lo sguardo quando passo davanti a loro, come c’è scritto nel Corano, ma mi aspetto che non mi infastidiscano». La scelta di indossare il velo non ha solo un carattere religioso per le ragazze che vivono in contesti occidentalizzati. Indossare il velo significa scegliere la possibilità di rappresentarsi diversamente nello spazio pubblico e di rifiutare i simboli occidentali di emancipazione femminile, presentati come unica alternativa possibile di femminilità giusta. Se da un lato l’hijab è un simbolo di emancipazione e di rifiuto per il modello occidentale di femminilità, anch’esso limitante, dall’altro diventa uno strumento di oppressione nel momento in cui le donne sono obbligate ad indossarlo. Chiedo alle ragazze quanto del divario di genere, di cui l’obbligo di indossare l’hijab è solo una delle tante espressioni, è imputabile alle sacre scritture e quanto alla cultura e alla società. «Parlare di interpretazione patriarcale delle sacre scritture è giusto», sostiene Iman. Mi spiega che un esempio di interpretazione fallace è proprio legata all’uso del velo. Il versetto 59 di sura XXXIII del Corano esorta il Profeta a dire alle spose, alle figlie e alle donne di coprirsi con i loro veli, affinché vengano riconosciute e non molestate. Fatima Mernissi, sociologa e scrittrice marocchina, che fu impegnata in un processo di reinterpretazione delle sacre scritture, sosteneva che il velo avesse una funzione temporanea di protezione delle donne nei primi anni dell’Islam, durante la crisi militare della città santa di Medina. «Coprirsi potrebbe significare indossare vestiti con le maniche lunghe, o semplicemente non andare in giro senza vestiti. Le mie zie in Marocco sono state molestate, nonostante indossassero il velo e il vestito lungo, da uomini che possono scegliere di non seguire delle regole che esistono tanto per noi quanto per loro. Essere femminista non è scoprirsi né coprirsi, ma è la possibilità di scegliere liberamente di fare entrambe le cose, ed è patriarcale qualsiasi gesto che ci priva di questa possibilità». Iman non porta il velo, ma ha sempre desiderato indossarlo. Mi racconta che quando era alle elementari si è presentata a scuola indossandolo e l’ha nascosto ai suoi genitori. Quando hanno chiamato sua madre, lei è arrivata a scuola e le ha detto di toglierlo. «Abitavo in un paesino molto piccolo e lì mia madre era l’unica donna a indossare l’hijab. Vedere una bambina con indosso il velo induce erroneamente a pensare che sia stata costretta a farlo, ma io ero soltanto una ragazzina che emulava la madre. Invece dei tacchi e il rossetto, io volevo indossare il velo, perché pensavo che mi avrebbe fatta sentire adulta». Afaf concorda con l’idea che i testi della Shari’a, la legge divina islamica, siano interpretati da un punto di vista patriarcale. Mi spiega che il Corano è un testo criptico, non semplice da leggere, in quanto è scritto in arabo standard e nei paesi islamici si parlano perlopiù i dialetti. Inoltre, può avere tantissime interpretazioni diverse, ma quella dominante continua a essere quella che legittima l’oppressione femminile. «Il dibattito sul velo – dice Afaf – è parzialmente riconducibile alle interpretazioni. La donna indossa il velo perché è Allah che glielo dice, non l’uomo. Gli uomini non possono imporre il velo alle donne, è una scelta molto intima, quindi chi non si sente pronta a indossarlo è libera di non farlo. Portare il velo non significa rinunciare ai diritti sul proprio corpo o sulla propria libertà, significa voler professare ciò in cui si crede seguendo la parola di dio». La relazione religiosa – ci tiene a sottolineare Afaf – è tra il credente e Allah. Nessuno può giudicare le scelte altrui. Confessare i peccati è un peccato stesso, infatti nell’Islam non esiste la pratica della confessione attraverso un sacerdote. «Indossare il velo è un impegno e una scelta sentita. Non si indossa l’hijab per compiacere la propria famiglia ed è sbagliato pensare che ci copriamo per gli altri uomini, che non ci dovrebbero guardare a prescindere dal velo». Per Afaf oggi l’hijab può avere una forte funzione di emancipazione: «Scegliere di coprirsi non significa accettare e legittimare l’oppressione, significa anche rappresentare una minoranza o contrapporsi a dei canoni presentati come libertari, ma altrettanto limitanti per le donne. Nella mia famiglia non tutte indossano il velo. Adesso non mi sento pronta a portarlo, ma in futuro lo farò, per seguire la religione in cui credo nel modo in cui dio ha detto che devo farlo. Mi è capitato di indossarlo e di essere criticata e discriminata per questa scelta, con frasi del tipo “è arrivato il kamikaze” oppure il grande classico, “perché non te ne torni al tuo paese?”». Afaf e Iman mi raccontano che la maggior parte degli insegnamenti sull’Islam li ha ricevuti dai genitori, ma che il confronto con persone al di fuori del nucleo familiare aiuta a emanciparsi da insegnamenti che tendono a confondere cultura e religione, o che sono il frutto di un’interpretazione soggettiva dei testi. Afaf racconta di aver imparato tanto sull’Islam tramite i social e su internet, dove ha scoperto che nel Corano alle donne sono riconosciuti tanti diritti che non vengono mai menzionati e che di conseguenza non vengono rispettati. «Online si crea una comunità fantasma, che ti spinge a informarti e a voler sapere di più sui testi, su quello che è haram o halal o sui diritti e i doveri che abbiamo». Iman ha conosciuto tante ragazze che, in nome dell’Islam, hanno ricevuto un’educazione diversa rispetto a quella dei fratelli. Un’educazione prodotta da una cultura maschilista, che permea il modo in cui i bambini vengono cresciuti anche nei paesi occidentali, ma che, nel caso delle famiglie musulmane, spesso viene nascosta dietro l’Islam. Far risalire alla religione il divario di genere, soprattutto nelle dinamiche familiari, può portare le giovani donne musulmane a credere che nell’Islam non ci sia uno spazio per loro. «Spesso crescendo si impara che le scritture non sono l’origine delle discriminazioni – spiega Iman – ma altrettanto spesso capita che le donne abbandonino la propria religione per colpa del modo in cui sono state cresciute». Afaf e Iman mi spiegano che le scritture sacralizzano la figura della donna e che è la loro interpretazione a essere problematica. Nel Corano c’è scritto che la donna deve studiare, lavorare e crearsi una propria indipendenza economica. «Non lo conosci il detto “il paradiso è sotto ai piedi di tua madre”? – mi domanda Iman –. Significa che trattare bene le proprie madri è fondamentale per andare in paradiso e spiega quanto la figura della donna sia centrale nell’Islam». Alle quattro e mezza ci salutiamo: io ho una lezione e Afaf deve avviarsi verso piazza Garibaldi per prendere il treno per Caserta. «Puoi scrivere questo?», mi chiede Iman prima di avviarsi verso casa: «Gli uomini, con il pretesto di costruire un mondo in cui le donne fossero protette, hanno finito per privarle degli strumenti per costruirsi da sole quel mondo. Questo è il vero problema. Ma si sa che gli uomini rovinano sempre tutto». (emma de simone)
May 6, 2026
Napoli MONiTOR
La scienza, chi ce l’ha?
-------------------------------------------------------------------------------- Unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- Qualche sera fa torno a casa, insolitamente, quasi all’una di notte. Dopo l’assemblea di quartiere (Santo Spirito di Firenze), iniziata alle nove di sera. Questa volta, c’è una sala piena, è il popolo dei Comitati, ce ne sono ben sedici. C’è il Presidente del Quartiere a cui sono affezionato, c’è anche l’Assessore alla Mobilità, che abita nel nostro rione e ha l’ingrato compito di gestire l’impossibile. I temi sono due – il Vigile di Quartiere e la Ztl: temi piccoli e locali, ma a un certo punto mi rendo conto che hanno implicazioni universali, riguardano l’essenza stessa della società in cui viviamo. Nove anni fa, un funzionario del Comune, Marco Lensi, aveva messo in pratica il “vigile di quartiere“, un esperimento che fu poi stroncato dall’alto. Non vi annoio con i dettagli, ma il Vigile di Quartiere doveva vegliare sulla qualità della vita, girando a piedi un quartiere che conosceva bene, facendosi segnalare tutte le problematiche, aiutando i cittadini che conosceva di persona a risolverle. La funzione della polizia municipale non è quella di garantire la sicurezza, di combattere la delinquenza: sono competenze dello Stato. Ma il Comune di Firenze, incalzato dal panico securitario della Destra, sta cercando sempre di più a usare i vigili come cacciatori di spacciatori. Ho sentito addirittura parlare di vigili cinofili, che non credo che dovrebbero fare le multe ai padroni dei cani che non raccolgono le cacche. Il secondo punto all’ordine del giorno, o della notte, era la ZTL. Con i residenti che segnalavano i mille buchi attraverso cui innumerevoli auto potevano penetrare in ogni momento, togliendo i posti macchina ai residenti, che quindi non potevano permettersi mai di uscire di casa la sera, perché al ritorno avrebbero trovato ogni angolo occupato da automobilisti di fuori venuti per godersi la movida in centro. Certi di non venire mai multati. I cittadini che intervengono sono toscani, e quindi parlano con foga, ironia, aneddoti: sanno raccontare molto bene ciò che vivono realmente. Ed essendo toscani, sono anche provocatori più del necessario, verso l’assessore e il presidente del Quartiere, che subiscono pazientemente tre ore di critiche. Alla fine, l’Assessore risponde. E in sostanza dice, “ascoltiamo voi dei Comitati, ma ascoltiamo anche tanti altri, e decidiamo noi. E quando decidiamo, qualcuno ci mette la firma. E se lo fa, vuol dire che si è informato e sa come stanno le cose, perché se no sa che finirà in galera”. In quel momento, colgo l’essenza della dialettica tra cittadini attivi e istituzioni. I cittadini hanno il diritto di lamentarsi, di sfogarsi, di esprimere la loro vita emotiva. Le Istituzioni hanno dalla loro, invece, la ragione. Hanno gli esperti e la scienza. E quindi vincono sempre contro i cittadini attivi. Metti una fruttivendola in pensione che parla delle buche nella strada sotto casa sua, contro un funzionario che in quella strada non ci è mai passato, ma è laureato in ingegneria. Eppure ci sarebbe una soluzione rivoluzionaria, che mi immaginò tempo fa un amico, ricercatore universitario in Architettura. In breve: l’Università, secondo la cosiddetta Legge Gelmini ha tre “missioni”. Insegnamento, ricerca, e “generare impatto sociale, culturale ed economico, trasformando la conoscenza accademica in benefici concreti per la società”. Ora, immaginiamo che l’Università istituisca un centro di prossimità attiva, a disposizione della cittadinanza, nel nostro quartiere. Per dire… Un cittadino nota una buca nella strada, e chiama il Comune. Il Comune manda la ditta sotto-appaltata con sede a Napoli, che ricopre la buca con catrame (non ho mai capito come facciano le ditte con sede a Napoli a vincere sempre gli appalti, ma dove fanno dormire gli operai nella città dove nemmeno chi ci è nato riesce a pagarsi casa?). Problema risolto, burocrazia sistemata. Poi un mese dopo, sbuca un’altra buca… Invece, immaginiamo un centro di prossimità attiva. La fruttivendola in pensione racconta della buca. Un ricercatore di chimica spiega, scienza alla mano, che la colata di catrame non è la soluzione. E chiama uno studente di ingegneria, che dice che il problema è il carico di mezzi troppo pesanti che passano tutto il giorno su un antico fondo stradale. E lì chiamano il professore di archeologia, che dice che in effetti quella strada ha ottocento anni. E quindi tocca deviare il traffico dei mezzi pesanti, e lo studente di urbanistica ci fa la tesi su dove mandare i camion (toscano singolare: i’ccàmio, plurale, i hàmi). E quando il funzionario del Comune dice, “eh ma non si può”, arriva lo studente di Legge che ci fa la tesi da 110 e lode per dire, “rilàssati,si può!”. Il Centro di Prossimità Attiva non darà sempre ragione alla fruttivendola, spesso avrà torto marcio anche lei. Ma ci sarà la separazione dei poteri: chi ha in mano il governo non avrà anche il monopolio della scienza. Tra cittadini e istituzioni ci sarà un terzo neutrale. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su Kelebek Blog -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La scienza, chi ce l’ha? proviene da Comune-info.
May 6, 2026
Comune-info
La periferia vi guarda con odio. Talk w/ Gabriel Seroussi & SemLove@1
“La musica che parte dalla strada, da chi non ha niente” Il termine “maranza” è ovunque: nei titoli di giornale, nei video virali, nelle conversazioni al bar. Ma è davvero solo una questione di tute in acetato e nike tn, o è la figura con cui nascondiamo la paura delle periferie e delle seconde generazioni? A partire dalle pagine di “La periferia vi guarda con odio. Come nasce la fobia dei maranza”, scritto da Gabriel Seroussi, abbiamo parlato con l’autore e SamLove, artista e producer della scena torinese, delle trasformazioni della nostra città, del rapporto complesso tra quartieri, seconde generazioni, musica e stigma. Il podcast è stato registrato durante il talk fatto il 18 aprile 2026 nel cortile della Radio e trasmesso live sulle libere frequenze. Buon ascolto. TALK W/ GABRIEL SEROUSSI & SEMLOVE DOMANDE DAL PUBBLICO E DIBATTITO
La periferia vi guarda con odio. Talk w/ Gabriel Seroussi & SemLove@0
“La musica che parte dalla strada, da chi non ha niente” Il termine “maranza” è ovunque: nei titoli di giornale, nei video virali, nelle conversazioni al bar. Ma è davvero solo una questione di tute in acetato e nike tn, o è la figura con cui nascondiamo la paura delle periferie e delle seconde generazioni? A partire dalle pagine di “La periferia vi guarda con odio. Come nasce la fobia dei maranza”, scritto da Gabriel Seroussi, abbiamo parlato con l’autore e SamLove, artista e producer della scena torinese, delle trasformazioni della nostra città, del rapporto complesso tra quartieri, seconde generazioni, musica e stigma. Il podcast è stato registrato durante il talk fatto il 18 aprile 2026 nel cortile della Radio e trasmesso live sulle libere frequenze. Buon ascolto. TALK W/ GABRIEL SEROUSSI & SEMLOVE DOMANDE DAL PUBBLICO E DIBATTITO