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Viviamo in un sistema che uccide
ABDERRAHIM FAKIR È MORTO A BOLOGNA SOTTO IL PESO DI AGENTI E SANITARI CHE NON HANNO AGITO PER SALVARLO. UNA MORTE ASSURDA INTORNO ALLA QUALE SONO NATI DOLORE E RABBIA OVUNQUE. SERVE PERÒ PROVARE A PENSARE A COSA DI DIVERSO POSSIAMO E DOBBIAMO FARE ORA. SERVE, AD ESEMPIO, ESSERE CONSAPEVOLI CHE NEL CALDO TORRIDO LE CITTÀ SONO INVIVIBILI, CHE SERVIZI PREZIOSI E DIFFICILI COME IL 112, DOVE IL TELEFONO SQUILLA SENZA INTERRUZIONE, SONO SOTTO ORGANICO, CHE PER LE FORZE DELL’ORDINE OCCORRE UNA SELEZIONE ATTENTA E UNA COSTANTE FORMAZIONE Bologna, 20 luglio 2026. Foto di V. Jina Dhana -------------------------------------------------------------------------------- Restare umani è quasi impossibile, per questo è necessario. La morte di Fakir a Bologna, per mano di poliziotti che cercavano di contenere la sua agitazione, è una tragedia per tutte le persone con un briciolo di sensibilità e umanità. Non si può morire così, a 42 anni. Ci saranno le inchieste per capire il grado di responsabilità dei due poliziotti nell’esercizio della loro funzione, ma qualunque siano gli esiti immagino le loro vite trasformate per sempre, e quella di Fakir che non c’è più, e tanto mi basta per fare una riflessione fuori dai processi, e sentire che le responsabilità sono molto più diffuse di così. Barbara Spinelli, avvocata di Fakir, ha scritto un post molto bello e ci richiama a una responsabilità individuale, oltre che collettiva. Il post finisce così: “Ci sono richieste ormai improrogabili da vedere realizzate, per le quali lottare e scioperare: la revisione delle tecniche di contenimento in uso, con esclusione di quelle che espongono al rischio di asfissia posizionale, una formazione sistematica su uso proporzionato della forza, de-escalation, primo soccorso e non discriminazione; l’istituzione di un meccanismo indipendente di indagine sulle condotte delle forze di polizia; la raccolta e pubblicazione sistematica di dati sulle morti avvenute in custodia o in occasione di operazioni di polizia. Fakir ne sarebbe orgoglioso…”. Di queste possibilità vorrei ragionare. Come fare per ottenerle. Non abbocchiamo alla propaganda degli sciacalli fascio leghisti, facciamo qualcosa. Tutti sanno che il mestiere in divisa, “un mestiere qualunque” cantava Primo Brown, è un lavoro pieno di contraddizioni, di difficoltà, di fragilità umane e professionali, e prima di misurare le responsabilità dei due poliziotti mi piacerebbe fare una riflessione sui due uomini, e sulle migliaia di altri uomini e donne che, malgrado tutto, fanno un mestiere qualunque. Nel caldo torrido che brucia l’Europa e un pezzo di mondo, le nostre città non sono vivibili per la maggior parte delle persone. In questo caldo torrido, a Roma, ad esempio, molti quartieri restano continuamente senza luce e senza acqua, e senza aria per respirare… I telefoni del numerico unico d’emergenza, il 112, squillano ininterrottamente giorno e notte. Le persone stanno male, cercano aiuto, chiamano. Gli operatori del 112 rispondono appena possono, spesso dopo minuti di attesa, spesso ascoltando persone esasperate, arrabbiate, disperate. Risse, furti, aggressioni, violenze domestiche, rapine, incendi, fughe di minori, truffe, e psichiatrici… tante chiamate per segnalare per esempio persone con disturbi psichiatrici o stati di agitazione. Chiamano i familiari o cittadini spaventati… Come probabilmente è successo a Bologna. Gli operatori del 112 devono restare lucidi, capire la richiesta, processarla, inoltrarla al servizio giusto, alle forze dell’ordine, ai vigili del fuoco, all’emergenza sanitaria, a tutti insieme. Per farlo anche loro aspettano in linea che qualcuno gli risponda. Nel frattempo gli utenti possono perdere le pazienza, insultarli, buttare giù il telefono. È un lavoro prezioso, delicato e difficile, e non è assistito da un’equipe di psicologi che li aiuti a prevenire il burn out, né gestito con turni umani, il turno di notte dura dieci ore. Quindi dopo un po’ di mesi o anni così scappi via a cercare un altro lavoro. Come in tutti i lavori, alcuni lo fanno molto bene, e salvano vite, e altri no. La costante è che sono sottonumero, mal organizzati di fronte alla certezza che non basteranno a gestire le emergenze. Questo processo si ripete identico quando la telefonata raggiunge il servizio competente: poche pattuglie disponibili, poche ambulanze disponibili, molta attesa in linea, molti agenti che rischiano la loro vita ogni giorno per un salario ridicolo, mal visti da molti. Sì, ci sono molti agenti che invece fanno male il loro lavoro, screditando così anche i loro colleghi migliori, che commettono abusi di potere, che si lasciano corrempere, che uccidono per futili motivi. Come per il 112 i servizi di cura e benessere per le forze dell’ordine, una selezione molto attenta dei candidati, la formazione, gli strumenti di prevenzione del burn out, il giusto dimensionamento degli organici, sempre sotto numero, non sono da decenni una priorità di chi governa. Sulle carceri non mi devo esprimere, ho il presentimento che sulla condizione in cui vivono agenti e detenuti ne sappiamo abbastanza: una cosa tipo l’inferno, sempre, ma d’estate anche peggio, con tassi di violenza e suicidi altissimi. In questo sistema che uccide io non indosso una divisa, ma sento che abbiamo una responsabilità condivisa con chi la indossa, sento che qualcosa di diverso la possiamo e la dobbiamo fare, che giudicare, imprecare, restare attoniti, non basta e non serve. Venticinque anni oggi dalla morte di Carlo Giuliani. Nel frattempo il decreto sicurezza e altri provvedimenti che mirano alla fascistizzazione delle forze dell’ordine, pazzi mitomani che tengono il mondo in scacco e un’idea di futuro che fa sempre più paura. Serve restare umani, e restare lucidi. Scrive ancora Barbara Spinelli: “Basta processare Fakir, chi era, cosa faceva. Era un lavoratore, era gentile. Era rammaricato di aver dovuto licenziare alcuni dipendenti per il calo di lavoro…”. “Non chiedetevi chi era Fakir. Chiedetevi perché è morto mentre era nelle mani di chi aveva il dovere istituzionale di tutelare la sua vita, perché era nella loro custodia. Chiedetevi se è obbligatoria la formazione per eseguire le manovre di contenzione, se oltre alla polizia anche i sanitari e parasanitari la studiano e sanno come intervenire mentre viene eseguita per verificare i segni di vitalità, chiedetevi se sia l’unico strumento possibile per contenere persone in fase in di fermo di polizia. Chiedetevi quante persone sono morte a causa di questa manovra, o della sua scorretta esecuzione, e di che colore e nazionalità erano. Chiedetevi perché ancora una volta un arabo e al Pilastro al centro del mirino. Chiedetevi se vogliamo aprire un dibattito serio sulla formazione ed identificazione dei poliziotti e lavorare per avere una polizia democratica e rispettosa dei diritti umani, per evitare nuovi Cucchi e Aldrovandi ecc.ecc. Chiedetevi se è giusto morire nelle mani dello Stato, che sia in un carcere sovraffollato, durante una manifestazione o nel corso di un fermo di polizia…”. -------------------------------------------------------------------------------- Loris Antonelli, educatore nella periferia di Roma -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Viviamo in un sistema che uccide proviene da Comune-info.
July 21, 2026
Comune-info
Stato, mercato e spirito santo. Tre polemiche romane su cooptazione e movimenti
(disegno di roberto-c.) Il 9 luglio a Roma un picchetto nel quartiere Garbatella ha costretto l’ufficiale giudiziario a rinviare lo sfratto di una donna di quasi cento anni di età. A ordinarne l’espulsione è Francesco Gaetano Caltagirone, il quinto uomo più ricco d’Italia e principale palazzinaro della capitale. La tragedia non è solo l’età avanzata della donna, ma anche il fatto che fino a dieci anni fa il suo appartamento era vincolato a un uso sociale: lo stato obbligava la proprietà, Cassa Forense, a mantenere gli affitti accessibili. Quasi novantamila appartamenti della capitale erano tutelati da questi vincoli: erano le case degli enti previdenziali, un patrimonio di edilizia calmierata che garantiva un alloggio anche a chi non poteva accedere al mercato privato. Dagli anni Novanta quasi tutte queste case sono state liberate dai vincoli e una parte importante è finita nelle mani di banche e speculatori. Caltagirone ha acquisito centinaia di appartamenti di Cassa Forense; ha alzato gli affitti e ha cacciato chi non poteva pagare, per trasformare alcuni di questi palazzi in studentati privati. Gli studentati sono finanziati dal Pnrr, quindi l’imprenditore può aspirare a soldi pubblici dopo essersi preso delle case tutelate dallo stato. Come spiega Manuel Aalbers in un recente rapporto all’Ue, la via principale con cui i grandi speculatori riescono a fare enormi profitti sugli immobili residenziali oggi è proprio attingendo allo stato. La proprietà immobiliare è ancora troppo diffusa per mettere insieme un patrimonio abbastanza grande da produrre rendite rilevanti sui mercati finanziari; bisognerebbe comprare le case una a una, e ci vorrebbero anni. Attaccando il patrimonio pubblico, o semipubblico – i grandi patrimoni municipali come Deutsche Wohnen in Germania, o previdenziali come Enasarco in Italia –, e trasformandolo in fondi privati, riescono a prenderne grandi quantità tutte insieme. Le nuove mani sulla città sono spesso anche le vecchie mani, i grandi palazzinari di una volta; ma il loro gioco è nuovo. Non si punta più solo a costruire per vendere o affittare, bensì a prendersi lo stato. In un libro scritto con Chiara Davoli abbiamo usato il concetto di “cattura del regolatore” per descrivere questo processo: i privati puntano a catturare le strutture che dovrebbero regolarli. Social housing, finanza a impatto sociale, concessioni straordinarie, interesse pubblico, filantropia capitalista: oggi il lavoro principale dello stato non è regolare l’estrazione di valore da ogni aspetto della vita pubblica, bensì facilitarlo il più possibile. Questo è il ruolo storico della giunta Gualtieri a Roma. Il modello Milano è approdato nella capitale, ricompattando le élite su leggi speciali, commissariamenti, deroghe e varianti che permettono di scavalcare tutte le regole e i controlli sui beni collettivi. Così, tutti i progetti del “modello Giubileo” implicano procedimenti straordinari affinché dei grandi speculatori traggano profitti da beni pubblici. Grazie ai poteri speciali conferiti da Draghi a Gualtieri per il Giubileo, il fondo texano Hines prende in concessione gli ex Mercati generali sull’Ostiense e la Royal Caribbean fa un porto privato su terreni demaniali di Fiumicino. Grazie a Cassa Depositi e Prestiti, la Coima di Manfredi Catella avrà le ex caserme Guido Reni a Flaminio; grazie al commissario agli stadi, i Friedkin costruiranno un complesso sportivo privato da sessantamila posti su un’area naturale pubblica a Pietralata. Questi miliardari potrebbero comprarsi tutti i terreni e i palazzi che vogliono, ma puntando allo Stato li ottengono gratis a spese della collettività. Sui ventisette ettari di Pietralata ceduti per novant’anni, il Friedkin Group di San Diego calcola di guadagnare centocinquanta milioni l’anno, ma al Comune ne pagherà sessantaseimila: duecento euro al mese per ogni ettaro di terreno. È un furto ai danni dell’intera città, ma nel discorso pubblico delle classi dirigenti diventa “valorizzazione”, “rigenerazione”. Alla luce di questa premessa possiamo raccontare le tre polemiche romane di quest’estate, per chi non ha avuto la fortuna di seguirle giorno per giorno. La prima è sulla trasformazione del convento di via di Sant’Ambrogio in una scuola privata ebraica. La seconda è il dibattito sul concorso di idee “Roma Regeneration”. La terza riguarda la controversia tra il sindaco Gualtieri e Valerio Carocci del Cinema America. Sembrano storie diverse, ma appartengono alla stessa logica di delega del pubblico al privato – privato speculativo, privato religioso, privato sociale –, che la sinistra municipale ha trasformato in una macchina per dispensare soldi e potere sulle spoglie della città pubblica. DA BENE PUBBLICO A SCUOLA PRIVATA Cominciamo dal caso più scandaloso, quello dell’ex-Rialto Sant’Ambrogio dietro piazza delle Tartarughe. Questo edificio monumentale al centro del ghetto ebraico, tra piazza Venezia e largo Argentina, a fine anni Novanta era stato dato in gestione agli occupanti di un cinema abbandonato in pieno centro, il Rialto. Per riprendere il cinema (che resterà poi chiuso per altri ventisei anni), la giunta Veltroni incluse il convento nella famigerata delibera per l’assegnazione del patrimonio pubblico a usi sociali. Per quindici anni, il Sant’Ambrogio fu la sede del collettivo teatrale dell’ex-Rialto e di altre associazioni tra cui il Forum dei movimenti per l’acqua, che vi organizzò il famoso referendum del 2011, e il Circolo Gianni Bosio, che vi creò una scuola di musica popolare. Nel 2017 il palazzo fu sgomberato. Come per quasi tutti i progetti interessati dalla delibera, la giunta non aveva completato i tramiti per la cessione, e il commissario Tronca multò le associazioni per centinaia di migliaia di euro di mancati introiti per lo stato. Si garantì però che il Sant’Ambrogio sarebbe stato assegnato alla Soprintendenza per i beni culturali, restituendolo almeno alla sua finalità pubblica. Dopo un decennio, tuttavia, la giunta Gualtieri ne ha annunciato la cessione gratuita e senza bando alla comunità ebraica romana, che vi farebbe sorgere una scuola privata confessionale. Se le associazioni no profit furono multate per quindici anni di mancati affitti, la scuola privata avrà il palazzo gratis per mezzo secolo. Inoltre, di tutte le comunità religiose della capitale interessate ad aprire scuole confessionali, la giunta ha scelto proprio quella che rappresenta l’ebraismo sionista, e che ha sempre sostenuto senza condizioni Israele e i suoi crimini. Una beffa, soprattutto di fronte alle sedicimila firme raccolte per la rescissione degli accordi del Comune con Israele. La questione si fa ancora più drammatica quando un’inchiesta rivela che i fondi per ristrutturare il convento provengono da un imprenditore ucraino-israeliano del gioco d’azzardo, Uri Poliavich, che gestisce siti di scommesse proibiti nell’Unione europea. Sfruttando la ludopatia, Poliavich ha creato una fondazione che ha aperto scuole ebraiche private in diversi paesi. In un’intervista recente l’imprenditore dichiara che l’obiettivo delle sue scuole è spingere i giovani ebrei a trasferirsi in Israele e ad arruolarsi nel suo esercito (in questo video, min. 0:52). Inutile dire che tutte le critiche a questo accordo sono state considerate antisemitismo. Il tramite dell’operazione è l’assessore al patrimonio Zevi, che è anche presidente di un’associazione ebraica, la Fondazione Hans Jonas. Invece di tutelare la funzione pubblica del patrimonio amministrato, l’assessorato lo cede gratuitamente a dei privati con cui intrattiene rapporti. Ma lo stesso assessore è anche referente e promotore di una serie di accordi stipulati dal Comune con settori di movimenti politici di base; per esempio, l’acquisizione delle due occupazioni di via del Porto Fluviale (Ostiense) e Metropoliz (Tor Sapienza) per farne alloggi di edilizia pubblica per gli occupanti, naturalmente visti come una vittoria dai movimenti per la casa. Il rapporto tra l’assessorato e alcune realtà del movimento per l’abitare ha dato adito alle polemiche della destra anche quando i giornali hanno riportato l’assunzione da parte dell’assessorato di un rappresentante di Spin Time Labs, un palazzo occupato dove abitano quattrocento famiglie organizzate dalla rete Action-Diritti in movimento. Nonostante questa parte di movimento sia vicina ad alcuni settori del Pd, il tentativo di tenere sotto lo stesso ombrello un centro di reclutamento per l’esercito israeliano e i collettivi di lotta per la casa era destinato a crollare. L’URBANISTICA DEI FONDI IMMOBILIARI Non è molto diversa la situazione che si è verificata con il concorso di idee “A vision for Rome”, promosso da una fondazione chiamata Roma REgeneration, con il RE maiuscolo che significa real estate. La fondazione comprende tre grandi fondi immobiliari: DeA Capital (gruppo De Agostini), InvestiRE (Banca Finnat) e, di nuovo, Fabrica Immobiliare (Caltagirone), oltre a molti investitori immobiliari più piccoli. Il fine del concorso era di “contribuire a costruire una visione nuova della città basata su principi di sostenibilità ambientale, sociale ed economica”. All’inizio del 2025 Roma REgeneration si presenta al Mipim, la fiera dell’imprenditoria immobiliare di Cannes; nel padiglione Roma del Mipim il sindaco Gualtieri e gli assessori Zevi e Veloccia mostrano le opportunità di profitto ai rappresentanti dei grandi fondi immobiliari internazionali, con lo slogan “Roma è aperta al futuro”. Il concorso – che ha il patrocinio del Comune e della Regione – riceve trentacinque proposte, elaborate da più di mille professionisti, tra architetti, urbanisti, artisti, sociologi. A maggio 2026 si annuncia la vittoria del progetto Roma Continua, che riceve i centoventimila euro del primo premio. Il progetto dice le solite cose che tanto eccitano la grande finanza all’assalto dello stato: rigenerazione, innovazione, sostenibilità, impatto sociale. Quando si rivela il vincitore, però, emerge un conflitto di interessi. Nella cordata prescelta, infatti, c’è la società di un economista della Bicocca di Milano, la Open Impact, che ha lavorato anche sull’impatto sociale dell’occupazione Spin Time Labs, per impedirne lo sgombero. Ma il palazzo di Spin Time appartiene proprio a InvestiRE, uno dei tre fondi immobiliari che hanno promosso il concorso! Come l’edificio di Garbatella che era di CassaForense, Spin Time era la sede dell’Inpdap, l’Istituto di previdenza per i dipendenti pubblici. Una volta dismesso dallo stato, e occupato, è stato acquistato da questo fondo, che vuole farne un albergo di lusso ed è riuscito a farsi dare ventuno milioni di euro dallo stato per i mancati guadagni. La stessa società, Open Impact, lavora sia per chi sgombera che per chi è sgomberato; lo stesso linguaggio si usa per difendere sia l’occupazione che gli interessi di chi la vuole trasformare in hotel. Il corto circuito di Open Impact è stato messo in luce da un articolo che ha fatto scalpore, scritto da due urbanisti, Giorgio De Ambrogio e Luca Tricarico, uscito a fine maggio. “Prestare – scrivono gli autori – la propria expertise a soggetti che per anni hanno sostenuto e praticato espansione immobiliare indiscriminata, spesso in cambio di qualche aiuola, qualche incarico, qualche concessione cosmetica, è una scelta che chiede quantomeno di essere nominata per quello che è: una forma di specializzazione professionale che il mercato remunera e che la critica disciplinare dovrebbe almeno interrogare. Non condannare, ma quantomeno interrogare”. Non si capisce, in effetti, che cosa debba succedere ancora per iniziare a condannarli… La contraddizione, infatti, non riguarda solo Open Impact, ma tutto il meccanismo di cooptazione utilizzato dalla speculazione immobiliare per ammantare di buoni sentimenti la cattura del regolatore. L’operazione che al tempo de Le mani sulla città si faceva in segreto – orientare lo sviluppo urbano verso il profitto – oggi viene sbandierata e promossa istituzionalmente. Gli speculatori decidono lo sviluppo urbano ricoprendolo di una patina di belle parole e scritturando chi sa usare gli strumenti retorici progressisti. Il sacco di Roma è trasmesso in diretta streaming, accompagnato da un chiacchiericcio buonista che ne esalta i successi immaginari. Dopo I buoni di Luca Rastello e L’impresa del bene di Luca Rossomando non possiamo più negare l’appeal che il mondo del terzo settore ha per i padroni delle città, e neanche l’incredibile forza di attrazione che questi riescono a esercitare sulle strutture nate per contrastarli (in un modo diverso ne parla anche Andrea Muehlebach). A fine giugno, in un dibattito al Torrione di Torpignattara, si è parlato di questo tema con gli autori dell’articolo, alcuni esperti di studi urbani e l’economista Luigi Corvo di Open Impact – scelto come rappresentante di una tendenza alla cooptazione che però non riguarda certo solo lui. La finanza immobiliare non si appropria solo di terreni e palazzi pubblici, si prende anche il presunto pensiero critico, quello che avrebbe il compito di smontare le sue logiche, ma che si può tenere a bada con poco più di centomila euro. CINEMA ALL’APERTO L’ultima vicenda è quella del conflitto tra il sindaco Gualtieri e Valerio Carocci, leader della Fondazione Piccolo Cinema America. A partire dall’occupazione di un cinema abbandonato a Trastevere, in pochi anni la fondazione è diventata la stampella culturale della giunta Gualtieri: l’immagine dei bravi ragazzi giovani, volenterosi e politicamente corretti è l’apoteosi della cooptazione dei movimenti, che consentono alle élite di ripulirsi la faccia anche sulla scena internazionale. Carocci, in particolare, in pochi anni è diventato selezionatore della Festa del Cinema di Roma e referente per l’incontro del Papa con le star di Hollywood; in un decennio la fondazione si è aggiudicata quasi tre milioni di finanziamenti, arene estive, addirittura una sala di Trastevere ristrutturata dal Comune, a poche migliaia di euro di canone (si veda qui, qui, qui, qui e qui). Queste risorse naturalmente sono sottratte a decine di altri operatori culturali della città, che infatti vedono la fondazione come l’equivalente sul piano culturale dei fondi immobiliari che si accaparrano la città pubblica. Ma questi accordi sono fragili. Il pretesto per la rottura dell’idillio è stato la conversione del cinema Metropolitan su via del Corso, chiuso da vent’anni, in un centro commerciale di tre piani. L’operazione era stata annunciata a maggio 2025 e già condannata dalla Fondazione Cinema America, ma senza troppo rumore. Un anno dopo, a inizio estate 2026, Carocci tira fuori di nuovo la questione, forse in risposta a un articolo che lo accusava, forse dopo delle minacce (ma una precedente vicenda fa dubitare delle sue parole). In ogni caso, il leader tuona contro la svendita della città al capitale, rompe con la giunta Gualtieri e annuncia una lista civica alternativa. Segue una lettera di solidarietà sottoscritta da grandi nomi del cinema, tra cui Ken Loach, grazie alla quale il tema fa breccia su stampa e social media, portando la questione dei fondi immobiliari nel dibattito pubblico. Il paradosso è che a parlarne è un imprenditore della cultura che sta provando a capitalizzare le critiche al modello Giubileo, provenendo dall’interno di quello stesso modello. Carocci si fa vedere addirittura a una manifestazione contro la cessione dei Mercati Generali a Piramide, evidentemente cercando sponde politiche tra chi difende la città pubblica. Per alcuni giorni tutti sembrano voler dire la loro. Gli urbanisti fanno subito una raccolta firme per chiedere una città più vivibile e partecipativa, l’ex assessore di municipio Raimo ricostruisce la storia dei movimenti sin dal 1977 per rintracciarvi una “tradizione felice” di collaborazione tra attivisti politici e amministrazione; un altro invoca l’alleanza tra occupazioni e “terzi luoghi” per resistere alla crudeltà del potere. La sinistra cittadina si divide subito tra pro e contro, anche perché sullo sfondo c’è lo spauracchio del neofascismo e i richiami all’unità delle sinistre – nonostante la pessima prova di sé che hanno dato i fautori della remigrazione (con poche migliaia di persone per quella che doveva essere una grande manifestazione nazionale), e le varie macchiette xenofobe come il pugile fallito Simone Carabella. Tutti cercano una sintesi, una rinascita, un angoletto da ritagliarsi nel collasso generalizzato, e così facendo alimentano il collasso. Terzi luoghi, terza missione, terzo settore: di fronte alla fusione compiuta tra stato e mercato, i “buoni” si rifugiano nell’ossessione trinitaria, immaginandosi come terzo incomodo che potrebbe mediare tra l’uno e l’altro, fingendo di ignorare il dogma per cui padre, figlio e spirito santo sono la stessa persona. Nel frattempo, la polizia sgombera per due volte la storica occupazione anarchica di via Bencivenga sulla Nomentana; perquisisce le case dei militanti e ne arresta alcuni senza prove; mette i sigilli all’Angelo Mai; in alcuni municipi il Pd vota contro il boicottaggio a Israele o lascia l’aula; la sinistra depotenzia e annacqua le proteste contro la svendita dei Mercati Generali; il Comune terrorizza e punisce chiunque ostacoli la costruzione dello stadio di Pietralata; architetta nuove deroghe, varianti e commissariamenti per eseguire il masterplan di Ostia; e intanto continua a tagliare centinaia di alberi, sfrattare famiglie, sgomberare spazi, inventando soluzioni assurde per affrontare i problemi che ha creato. Il nuovo potere finanziario richiede che il potere politico lavori a suo vantaggio, dividendo i fronti di lotta e reprimendo chi non si fa catturare. I meccanismi di cooptazione penetrano ovunque, ma se vogliamo davvero opporci a questo sistema di morte, dobbiamo evitarli senza eccezioni, perché sono il meccanismo con cui ogni critica viene trasformata in melassa inoffensiva, il brodo di coltura della cattura del regolatore. (stefano portelli)
July 15, 2026
Napoli MONiTOR
Monopoli a Torino. Il piano regolatore al servizio dei costruttori
(disegno di peppe cerillo) Martedì 7 luglio è iniziato il Festival dell’architettura: tre giorni di monologhi organizzati dalla Fondazione per l’architettura e dall’Ordine degli architetti di Torino con il supporto della Compagnia di San Paolo e della Camera di commercio cittadina. Il festival si è tenuto nell’ex mercato ittico di Porta Palazzo e il tema riguardava la gestione degli immobili vuoti: “Chi abiterà le case vuote?”, era la traccia su cui hanno discettato urbanisti, economisti, architetti. Il giorno dell’inaugurazione il sindaco Lo Russo ha intrattenuto per alcuni minuti una platea di politici e professionisti. Ho trascritto il suo discorso: è un documento sullo stato della città e sull’ideologia delle classi dirigenti. A margine della trascrizione segue un commento critico. *   *   * «Grazie di essere qui in questo luogo, sono anche emozionato perché questo credo sia l’avvio di una fase nuova di questo spazio che noi amministrazione abbiamo rimesso in gioco per usi temporanei a vantaggio di diverse attività culturali. E non poteva che partire con il Festival dell’architettura. Una delle discussioni che mi sono trovato spesso a fare in questi anni è quella del riuso degli spazi dismessi. Per sua definizione la città è un organismo vivente, un organismo che crea spazi, li chiude, li apre e li trasforma. Accompagnare questa trasformazione dell’uso degli spazi e, conseguentemente, la trasformazione degli spazi, è una delle challenge di qualunque amministrazione e lo è stata anche della nostra. Sono grato alla Fondazione e all’Ordine per aver scelto questo luogo e sono grato alla mia amministrazione che lo ha reso possibile. Noi siamo stati pionieri da questo punto di vista. Noi abbiamo avviato una cosa che il nostro mitico piano regolatore di Gregotti e Cagnardi non prevedeva: l’uso temporaneo degli spazi. E questo ha messo Torino davanti a tante altre realtà nella capacità di flessibilità. «Il tema posto è cruciale: penso davvero che la questione della casa è cruciale per le realtà urbane, lo è a livello cittadino, ma lo è anche a livello europeo. L’agenda dell’housing dà una risposta a uno dei paradossi di Torino. Il paradosso è avere numerosissime case vuote – il piano regolatore ne ha censite svariate decine di migliaia – e contemporaneamente una difficoltà all’accesso all’affitto; un tema che pone tutte le contraddizioni di questa città. Una città, Torino, che sta attraversando una trasformazione silenziosa ma importante. Voi pensate che nel 2005 gli ultraottantenni a Torino erano il 3,4 %, vent’anni dopo, nel 2025, questa percentuale era del 10,8 %. Il che vuol dire che su ogni dieci abitanti uno ha più di ottant’anni. Se andiamo a vedere come si compongono gli 854 mila abitanti di questa città, ci accorgiamo che il 16 % è di cittadinanza non italiana, a fronte di una media nazionale del 9 %. Ma se vado a vedere come si distribuiscono le fasce anagrafiche scopro che tra i minorenni la percentuale di bambini e ragazzi non italiani a Torino è del 25 %, come dire uno su quattro. «Se io guardo questa traiettoria e la interpreto, ho molte risposte in merito allo stato dell’arte: una situazione in cui i nuclei famigliari nella nostra città sono composti per quasi la metà da una sola persona, in molti casi persone anziane. E questo è un tema che pone a chi disegna un piano regolatore una serie di sfide. Io ringrazio l’Ordine per aver accompagnato questo processo di redazione, c’era bisogno di un nuovo piano regolatore a Torino, era un dibattito che si trascinava da almeno una decina di anni. Il fatto che questo piano regolatore si occupi della questione dell’abitare è un risultato che non era affatto scontato. […] Questo è un tema che il nostro nuovo piano regolatore affronta di petto, parlando di riuso e rigenerazione anziché di nuova costruzione, e lo fa in ottica propositiva rispetto ai nuovi bisogni dell’abitare, che sono diversi rispetto a quelli del passato, perché accompagnano una transizione demografica che è accaduta, sta accadendo e accadrà. Nuclei familiari grandi oggi ne abbiamo prevalentemente in famiglie di origine straniera, prevalentemente in alcune zone. In molte aree le persone anziane che vivono da sole hanno abitazioni sovradimensionate rispetto a quelle che sono le loro reali esigenze. Soprattutto, ed è un tema tutto politico, abbiamo una fascia grigia di persone che da un punto di vista reddituale non sono così povere da poter accedere all’edilizia residenziale pubblica, ma non sono sufficientemente solide da poter entrare nel mercato privato. Questa fascia in molti casi è composta da giovani, famiglie giovani, lavoratori giovani e a questa fascia la politica oggi non sta dando adeguate risposte. E non le sta dando perché non riesce a costruire una strumentazione atta a sviluppare un mercato della locazione per chi non ha la sostenibilità economica per comprare e al contempo non può accedere all’edilizia residenziale pubblica. Se dovessi cogliere uno spunto che spero possa essere esaminato in questi giorni di festival, credo sia necessaria una riflessione collettiva sugli strumenti che noi possiamo mettere in campo a livello locale, ma soprattutto a livello nazionale, per fare in modo che vi sia una maggiore accessibilità a questo tipo di esigenze: questo è un buon punto su cui concentrare la riflessione in termini prospettici. […] Fortunatamente, negli ultimi tre anni si è arrestato il calo demografico che era costante negli ultimi ventidue anni. Siamo riusciti a stoppare questo calo e gradualmente stiamo risalendo: tutti gli indicatori ci dicono che la strada che abbiamo imboccato è stata una strada forte; siamo la città leader in Italia per le transizioni immobiliari, siamo una città che ha tutti i numeri del turismo in crescita. Questi elementi ci incoraggiano ad andare avanti. Godetevi i dibattiti in questo straordinario spazio che da oggi rimane aperto agli usi temporanei della città: uno dei tanti modi con cui noi interpretiamo la contemporaneità e la gestione dell’importante patrimonio da lasciare alle future generazioni». *   *   * Il vecchio mercato del pesce appare come un corridoio al coperto: ai lati c’erano i pescivendoli che disponevano i loro banchi in spazi delimitati da muri divisori. Oggi la struttura accoglie eventi culturali e la sua nuova funzione è stata inaugurata proprio questo 7 luglio 2026. Dopo la pandemia la Città ha ritirato la concessione ai pescivendoli e lo spazio, di proprietà pubblica, è rimasto a lungo disabitato. Il bando di assegnazione a privati per la gestione del luogo è andato deserto alla fine del 2023 e nell’ottobre del 2024 i giornali riportavano la notizia di un’indagine per turbativa d’asta a carico di Paola Virano, dirigente comunale nel settore commerciale. L’indagine s’era avviata a partire dai tentativi dell’amministrazione di trovare soggetti privati disposti a controllare questo vecchio mercato. L’inchiesta è stata archiviata nel 2026 senza accuse a carico di Virano, ma resta evidente la difficoltà gestionale del Comune: la trasformazione del mercato del pesce in arena per eventi culturali è una mossa conseguente ai precedenti fallimenti. Lo Russo menziona la “trasformazione d’uso” del mercato ittico grazie allo strumento degli “usi temporanei”. Per “uso temporaneo” il sindaco intende la sospensione della destinazione d’uso di uno spazio prevista dal piano regolatore degli anni Novanta (elaborato da Gregotti e Cagnardi) e l’attribuzione di una nuova funzione. Così un immobile adibito al commercio può temporaneamente diventare un “hub culturale” in deroga al piano regolatore. Questa amministrazione nel giugno 2024 ha approvato la delibera 444 sugli usi temporanei che facilita la procedura di trasformazione delle destinazioni d’uso. La delibera 444 disegna spazi flessibili in cui è più semplice e veloce la trasformazione della destinazione senza seguire procedure articolate e tracciabili dai cittadini. Non a caso la delibera è stata presentata dall’assessore all’urbanistica Mazzoleni come una prefigurazione del nuovo piano regolatore generale. La “challenge” evocata da Lo Russo è la creazione di una legislazione urbanistica agile e dotata di “capacità di flessibilità”, ovvero così porosa e malleabile da attrarre maggiori investimenti privati riducendo burocrazia e concertazione. Il nuovo piano regolatore supera la rigidità del piano degli anni Novanta e mette a sistema la visione neoliberale della giunta al governo di Torino. Il progetto preliminare del nuovo piano regolatore è stato approvato dalla maggioranza nel dicembre 2025. Si prevede proprio lo smantellamento della rigidità delle destinazioni d’uso. I punti 5.03 e 5.04 delle Norme di attuazione decretano un’ampia flessibilità: “Tutte le destinazioni d’uso sono liberamente insediabili senza un rapporto percentuale predefinito” a condizione di non aumentare “l’insediamento di nuove superfici edilizie” laddove il piano non lo concede. Eppure è possibile derogare a questa norma a patto di non contraddire le “normative sovraordinate” e di deporre “una relazione asseverata” in caso di “mutamento di destinazione d’uso per superfici superiori a 250 mq”. In precedenza, ogni modifica di destinazione d’uso richiedeva una variante urbanistica da discutere e approvare in consiglio comunale; adesso le procedure sono più snelle, semplici e meno trasparenti. Lo Russo è la sua giunta si dichiarano “pionieri”, eppure adottano un modello molto simile a quello milanese. Una regola urbanistica peculiare introdotta dal nuovo piano è la perequazione. Il piano regolatore individua diversi ambiti territoriali e all’interno di questi distingue fra “sending areas” e “receiving areas”, termini che traggo dalla Relazione illustrativa. Le “sending areas” sono spazi preposti a “servizi urbani” e “servizi pubblici” con “attrezzature collettive”, mentre le “receiving areas” sono porzioni di territorio disponibili alla “rigenerazione urbana” dove è possibile “densificare”, ovvero costruire e aumentare il volume degli immobili. A ciascun ambito territoriale sono attribuiti omogenei diritti edificatori e la perequazione è il meccanismo che regola lo spostamento dei diritti edificatori dalle “sending areas” alle “receiving areas”. Per avere facoltà di costruire è necessario trasferire i diritti edificatori da un’area all’altra: chi vuole aumentare la densità urbanistica in una zona residenziale deve cedere alla Città i diritti edificatori che detiene su uno spazio dove possono sorgere servizi per la comunità. Per esempio, un imprenditore può aumentare l’altezza delle palazzine in un isolato remunerativo e cedere in cambio i diritti edificatori su una zona in cui realizzare “attrezzature pubbliche, infrastrutture o servizi ecosistemici”. Il nuovo piano scommette sulla crescita della densità urbanistica e sull’espansione in altezza dei volumi per finanziare di conseguenza i servizi pubblici. “Lo scambio regolato di diritti edificatori – afferma la Relazione illustrativa – redistribuisce il valore generato dal Piano e finanzia la città pubblica tramite le trasformazioni private”. Torino si trasforma così in una plancia di un grande gioco strategico. Nel gioco urbanistico sognato dal sindaco e dalla sua giunta – un Monopoli a Torino – i residui di welfare dipendono dal successo degli speculatori. Secondo Lo Russo il piano regolatore si concentra su “riuso e rigenerazione anziché [sulla] nuova costruzione”. È una manipolazione della verità. Il piano, come ho appena dimostrato, prevede un’espansione edilizia in verticale, soprattutto in zone strategiche peculiari come gli isolati vicini alla futura linea 2 della metro. Eppure il sindaco riconosce il calo demografico strutturale della città post-industriale. Solo negli “ultimi tre anni” si è stabilizzata la perdita demografica. Come è possibile allora disegnare un piano fondato su una crescita immobiliare? Il 17 dicembre 2025, all’indomani della approvazione in consiglio comunale del progetto preliminare, Lo Russo ha annunciato di prevedere una città che accoglierà in futuro “un milione e cinquantamila abitanti teorici”, circa duecentomila in più rispetto ai residenti attuali. Chi sono allora queste duecentomila persone in più? Le classi dirigenti immaginano una città dinamica attraversata da professionisti di passaggio, lavoratori pendolari, turisti, soggetti che consumano e usufruiscono dei servizi della città senza risiedervi in modo stabile. In questa variegata classe sociale l’amministrazione individua la leva per legittimare la previsione di un’espansione cui trarranno beneficio i costruttori. Queste promesse spiegano anche le politiche per la casa esposte da Lo Russo. Per il sindaco la casa è un bene privato da cui estrarre profitti, dunque la gestione degli appartamenti vuoti è un’opportunità per proprietari e grandi capitali; anziché lasciare case vuote, è possibile gestirle come risorse di una città in espansione e valorizzarle a vantaggio della “fascia grigia” di potenziali locatari. Le case vuote per Lo Russo e i borghesi della platea in ascolto sono nuove occasioni di profitto da sommare alle promesse edificatorie del nuovo piano regolatore. Le élite non guardano certo a chi è stato sfrattato o è a rischio di sfratto, ma alla piccola e media borghesia, giovane, itinerante e flessibile che rappresenta una classe dinamica da attrarre per incrementare il valore immobiliare complessivo. Per queste ragioni le politiche abitative eque e attente alle fasce più deboli sono nei fatti inesistenti nel programma di Lo Russo. I punti dedicati alle politiche abitative nelle Norme di attuazione del piano regolatore si limitano ad affermare che in caso di costruzione di “nuove superfici a destinazione d’uso residenziale” o di “mutamenti di destinazione d’uso verso la residenza” il piano obbliga a “destinare una quota non inferiore al 20 % della Superficie Lorda residenziale complessiva alla realizzazione di edilizia residenziale finalizzata all’inclusione sociale e al supporto alle politiche dell’abitare”. Qui non si fa riferimento all’edilizia residenziale pubblica, ma alle ibride forme di housing sociale capaci di accogliere la domanda della “fascia grigia”. Il nuovo piano è un meccanismo di regole che favorisce gli interessi di investitori privati e costruttori, toglie ai cittadini la possibilità di controllare i fenomeni di speculazione e causa un ulteriore impoverimento delle classi sociali più deboli. Questo scenario, tuttavia, è plausibile se i desideri degli affaristi e degli speculatori sostenuti da questa giunta sono realizzabili nel contesto concreto di Torino. Come si presenta la città oggi? I capitali del Pnrr sono finiti, i cantieri hanno esaurito il loro compito e presto graverà il peso del debito pubblico generato dai finanziamenti europei. I conflitti internazionali hanno causato l’aumento dei costi dei materiali edili e già s’intravedono i segni della crisi: il cantiere lungo la Dora di The Social Hub è fermo da mesi e anche i lavori per il prolungamento della linea 1 della metro sono al momento sospesi. La città in espansione e ricca di opportunità prefigurata da Lo Russo rischia di collassare. Le classi dirigenti, pur di aggrapparsi al modello di crescita attuale e dilazionarne il fallimento, agiranno in modo spregiudicato per favorire i flussi di capitali in settori specifici: l’espansione dell’industria delle armi e del turismo. Queste saranno, probabilmente, le ultime carte che le élite giocheranno per evitare il dissesto dei loro sogni. (francesco migliaccio)
July 13, 2026
Napoli MONiTOR
La turistificazione del palco
C’è una logica che negli ultimi anni abbiamo imparato a riconoscere: la città trattata come risorsa da estrarre. L’abbiamo vista all’opera sulle case, sui centri storici, sui flussi turistici. Funziona sempre allo stesso modo. Un luogo è denso, servito, riconoscibile e questa densità produce valore, ma il valore non resta dove è stato generato. Viene catturato a monte, da chi controlla l’accesso e a valle lascia inaridimento. Rendita di posizione in cima, deserto alla base. Il Rapporto Siae 2025, senza volerlo, documenta questa logica mentre trova un nuovo terreno: la musica dal vivo. Non lo dice, naturalmente. Dice l’opposto e lo dice con un titolo pronto da mesi, prima ancora dei dati: i concerti di musica pop, rock e leggera hanno superato per la prima volta il miliardo di euro di spesa del pubblico, 1.064.869.479 per la precisione. «Un anno record per la musica dal vivo». Con appena il 2% degli eventi complessivi del sistema dello spettacolo, i concerti raccolgono il 27% della spesa: sono il motore economico dell’intero comparto e nessun altro macro-aggregato gli si avvicina. Il problema non è il miliardo. È dove si concentra e cosa lascia dietro di sé. E per capirlo non serve alcuna dietrologia: bastano i numeri che il Rapporto stampa da sé, a condizione di leggerli come si legge una mappa dell’estrazione e non come un bollettino di vittoria. POCHI EVENTI: IL GROSSO DEL VALORE Il primo dato è quello spaziale ed è anche il più netto. Le grandi venue, gli stadi, le arene, le strutture oltre i trentamila posti, sono lo 0,4% di tutti gli eventi del comparto. Ma catturano il 35,6% della spesa. Un evento su duecentocinquanta produce più di un terzo del fatturato. Preso da solo è un grado di concentrazione altissimo, ma una concentrazione può essere stabile, una caratteristica strutturale con cui si convive. Qui non lo è. Nel 2024 quella stessa fetta pesava per il 31,4% della spesa, nel 2025 è al 35,6%: quattro punti guadagnati in dodici mesi. Non è una fotografia, è un movimento in accelerazione. E il Rapporto lo certifica in un altro capitolo, senza accorgersi di quel che ammette: «La concentrazione del valore si intensifica». Pochi eventi, pochi nomi, due o tre città. Il valore della musica dal vivo italiana si sta addensando in un numero sempre più ristretto di punti sulla mappa. Non sono punti qualsiasi. Sono le città che funzionano da giacimento: dense di trasporti, ricettività, richiamo, un nome che vende da solo. Qui il parallelo con la turistificazione smette di essere un’analogia e diventa una descrizione, perché il meccanismo è identico in ognuno dei suoi passaggi. La rendita che un’industria turistica estrae non è qualcosa che ha prodotto: è l’attrattività che una città ha accumulato in generazioni, la sua densità, il suo nome. L’operatore non la crea, la incassa. Il concerto allo stadio fa lo stesso: non costruisce il richiamo di Milano o di Roma, lo usa. Estrae una rendita di posizione da un’infrastruttura costruita e mantenuta collettivamente, di cui è, per una sera, il concessionario. Come nel turismo, quella rendita non torna indietro. Gli incassi degli affitti brevi lasciano il quartiere gentrificato, il valore del grande evento si concentra su pochi headliner e pochi organizzatori. Nel frattempo il costo di stare in quel luogo sale per tutti: gli affitti nella città turistificata, il prezzo del biglietto nella città del live. E qui i due circuiti smettono di correre paralleli e si saldano: il mega-evento è esso stesso un volano turistico, produce arrivi, pernottamenti, domanda di affitti brevi, cioè alimenta direttamente la stessa pressione che espelle la cittadinanza. Non somiglia alla turistificazione, la mette in moto e ne diventa un asset. Così la trama che quel valore aveva reso possibile si assottiglia due volte: i residenti spinti fuori e le botteghe fattesi negozi di souvenir da un lato, le venue piccole che chiudono e gli esordi senza palco dall’altro. C’è persino l’ultimo passaggio, il più sottile. La turistificazione trasforma un luogo vissuto in una destinazione da raggiungere. Lo stesso accade alla musica quando si concentra in pochi mega-eventi: da pratica diffusa, quotidiana, di prossimità, diventa un’occasione verso cui si viaggia. E il Rapporto lo festeggia: i concerti, scrive Luca Castaldo nell’editoriale, alimentano «un forte richiamo al turismo e all’indotto». Grazie per l’assist. È esattamente il punto. LEGGI ANCHE… IMMAGINARIO LA PARTITA CONTRO IL MERCATO NON È CHIUSA Alberto «Bebo» Guidetti CHI RESTA PAGA DI PIÙ Se il valore si concentra in alto, il costo dell’accesso, invece, sale ovunque. È il secondo movimento della stessa dinamica e si legge scomponendo la crescita di quel miliardo. Un ricavo può aumentare per due ragioni diverse: più gente che paga o ognuno che paga di più. Nel 2025 gli spettacoli sono fermi (+0,7%), il pubblico cresce del 9,3%, la spesa del 18,5%. Il divario tra le ultime due cifre dice tutto: la spesa corre a quasi il doppio della velocità delle presenze. Metà della crescita viene da più gente in sala, l’altra metà dal fatto che ciascuno spende di più. Il prezzo medio per spettatore sale dell’8,3%; il biglietto, al netto di prevendite e omaggi, del 12,4% in un anno. Il settore non si sta allargando, sta rivalutando l’accesso. Un’obiezione è legittima: non sarà solo inflazione? No e il Rapporto stesso fornisce il metro. L’inflazione media annua che cita, su dato Istat, è dell’1,5%. Il prezzo del biglietto cresce sei volte tanto. È un rincaro reale, non un riallineamento monetario. Il Rapporto lo sa e lo racconta come una virtù: il pubblico, scrive, «continua a riconoscere valore all’esperienza del live anche di fronte a un accesso mediamente più costoso». Tradotto: la domanda è rigida, regge il rincaro senza contrarsi, e una domanda rigida è esattamente ciò che permette a chi controlla l’offerta di alzare i prezzi fin dove il pubblico non rinuncia. La rendita chiamata riconoscimento. C’è un dettaglio che chiude il quadro e che il Rapporto tiene su pagine diverse senza collegarlo. Nelle grandi venue il prezzo del biglietto, nel 2025, resta fermo: poco più di sessantaquattro euro, come l’anno prima. Il rincaro non nasce ai vertici, dove il ticket era già altissimo, nasce nell’ossatura media e diffusa del calendario, nei concerti «normali», quelli che non fanno notizia. A salire non è la punta del sistema, è tutto il corpo intermedio. Estrazione a monte, inaridimento a valle: il valore si concentra in cima e in pochi poli, mentre il costo per accedere alla musica dal vivo cresce ovunque, per tutti. LEGGI ANCHE… CITTÀ CITTÀ PUBBLICA E CITTÀ PRIVATA Redazione Jacobin Italia IL REPORT CONTRO SÉ STESSO La cosa più divertente è che questa lettura non va importata dall’esterno, ma è già dentro il documento, solo confinata dove non disturba la contabilità. Lo stesso Castaldo che festeggia il richiamo turistico, nell’editoriale non riesce comunque a tacere i due punti dolenti che i capitoli-dati smussano. Sui prezzi: «La nota dolente dei prezzi, sono alti e sono ancora più alti considerando la pratica crescente della differenziazione del costo del biglietto per accedere a zone riservate, Pit, incontri con l’artista». Sulla base del settore: «Dimentichiamo troppo spesso le carenze del livello di base, quello degli esordi. I posti dove poter suonare sono troppo pochi e poco incoraggiati dalle istituzioni». I prezzi che escludono e la base che si assottiglia: nominati a chiare lettere, due colonne più in là dai grafici che li ignorano. L’istituzione produce simultaneamente il dato e la sua rimozione. Non è un incidente ed è qui che la statistica lascia il posto alla struttura. Un indicatore misura ciò che si è deciso di fargli misurare. La nota metodologica è esplicita: l’unità di rilevazione è l’evento a pagamento, la spesa registrata è quella «derivante dall’acquisto del titolo di accesso». La Siae conta ciò che passa dal botteghino ed è una scelta legittima. Ma una contabilità costruita sul flusso di cassa in ingresso non ha alcuna casella per la sua distribuzione a valle, né per ciò che quel flusso lascia sul territorio dove nasce. Il documento non nasconde maliziosamente: non è attrezzato per vedere. E ciò che uno strumento non è attrezzato per vedere sparisce dal racconto che quello strumento produce. LEGGI ANCHE… BOLOGNA MORDI E FUGGI Alex Giuzio LA SALUTE E LA FEBBRE La retorica del record mette in scena un settore che sta benissimo. Ha però un difetto che nessuna prosa può correggere, perché è iscritto nei numeri che la prosa commenta: confonde la salute con la febbre. Un mercato in cui la spesa cresce al doppio del pubblico, il prezzo reale dell’accesso sale sei volte l’inflazione e la concentrazione guadagna quattro punti l’anno non è un mercato che si espande. È un mercato che si stringe e che chiama crescita l’aumento del prezzo di ciò che è rimasto. È il profilo di un giacimento: rende molto, in pochi punti, finché dura. E il cortocircuito si chiude qui. Le città che offrono di più sui grandi eventi sono le stesse che il grande evento contribuisce a rendere più care, meno accessibili, più difficili da abitare. La densità che attrae lo stadio e il festival è la stessa che attrae la rendita immobiliare; il movimento che alza il prezzo del biglietto è lo stesso che alza l’affitto, il costo della vita, la soglia per restare. Un solo gesto economico, letto due volte. Così il luogo che concentra l’offerta di musica dal vivo diventa il luogo dove chi quella musica la fa, la prova, la fa nascere, non può più permettersi di stare. La città massimizza il concerto ed espelle il musicista. Estrae la festa e prosciuga chi la festa la tiene in vita. La logica che abbiamo già visto all’opera sulle case e sui centri storici ha trovato un terreno nuovo e il Rapporto Siae ne è, suo malgrado, il catasto. Lo sa. Lo scrive. Poi cambia pagina. *Alberto Bebo Guidetti è consulente strategico e autore. Il suo ultimo libro, Il capitale musicale, è uscito a maggio per Timeo. DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. 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July 13, 2026
Jacobin Italia
Ridisegnare un’altra città
IL DIRITTO ALLA CITTÀ, DICONO TANTI SPAZI SOCIALI E OCCUPAZIONI ABITATIVE DI ROMA, PRENDE FORMA E SI ESPANDE QUANTO PIÙ BENI E RELAZIONI SONO SOTTRATTE AL PROFITTO. PER QUESTO C’È CHI NEGA IN TUTTI I MODI QUEL DIRITTO. IN QUESTO CONTESTO DALL’ANGELO MAI E LUCHA Y SIESTA, DA ACROBAX A CASALE GARIBALDI, PASSANDO PER CASALE FALCHETTI, ESC ATELIER, PALESTRA POPOLARE SAN LORENZO, CASETTA ROSSA, ARARAT, LSA100CELLE, BRANCALEONE, SPIN TIME NON SMETTONO DI IMMAGINARE, RIDISEGNARE E CREARE IN BASSO, LÌ DOVE È ANCORA POSSIBILE CAMBIARE IN PROFONDITÀ LE RELAZIONI SOCIALI, UN’ALTRA CITTÀ, DA SOTTRARRE AI PRIVATI CHE SPECULANO SU BENI E TERRITORI PER RESTITUIRLA A CHI LA VIVE E LA ABITA: IN QUESTE SETTIMANE, PER QUEL GRANDE “DISEGNO” COLLETTIVO, HANNO INDIVIDUATO ANCHE UNA LORO AGENDA Foto Andrea Valeri (che ringraziamo) -------------------------------------------------------------------------------- La città che vogliamo? L’eccedenza di fa programma, si potrebbe dire, in un sistema che ormai mette a profitto anche l’aria. Si scherza su ciò che di base è la verità, all’assemblea sit-in indetta nel parco San Sebastiano da3 protagonist3 della vita artistica e culturale dell’Angelo Mai dopo i sigilli apposti dalla questura la notte tra il 27 e il 28 giugno. L’ennesimo atto proditorio che è diventato l’occasione per ricomporre i percorsi dei tanti spazi sociali così come delle occupazioni abitative, e fare fronte comune per rivendicare il diritto alla città a misura della vita delle persone. La chiamata è stata immediata, e la risposta è stata generale. Tantissim3, furios3, determinat3. Perché l’Angelo Mai sconta dalla sua prima occupazione nel 2004 a Monti un atteggiamento persecutorio fatto di sgomberi, sigilli, labirinti burocratici per non arrivare mai all’assegnazione, perché questa è la modalità fotocopia che tutti gli spazi subiscono, a cominciare da quelli ormai sgomberati, perché questa volta si è attivata la questura, brandendo l’obbligo del certificato di prevenzione incendi (CPI) stringente dopo la tragedia di Crans Montana. Lecito, se non avessero chiuso il teatro (non soggetto al provvedimento) ma solo la parte dove la messa a norma deve essere ultimata. Continuiamo l’elenco? Eccolo: perché che intervenga la questura sa di scelta politica e non amministrativa, perché infilarsi nel labirinto kafkiano delle norme amministrative vuol dire rimanere impantanati a produrre documenti, un tempo rubato alle attività, alle iniziative, all’organizzazione, alla sistemazione, alla vita degli spazi sociali della città. E sono tanti, va detto (lo avevamo raccontato nell’AmMappa! prodotta durante l’occupazione del Globe nel 2021, una preziosissima mappa di tutti gli spazi sociali, e delle diverse condizioni in cui si trovavano). Un tema su cui in tant3, a cominciare da Lucha y Siesta, hanno posto l’accento: la solitudine – e quindi gli ostacoli decuplicati – dei percorsi che ciascuno ha fatto, una conseguenza della delibera 104 approvata poi nel 2022, ma fondamentalmente disapplicata nella sua sostanza: essere uno strumento per legittimare queste esperienze, rovesciando il valore di mercato misura di tutte le cose con il valore dell’attività umana di servizio. La cura contro lo sfruttamento. Ecco l’eccedenza, tutto ciò che non può essere messo a profitto. Ed è esattamente il perno dell’inclusione di tutte le esperienze presenti, comprese quelle come LOA Acrobax che hanno scelto di non misurarsi con la delibera. Ma che sono a tutti gli effetti determinanti per la vita sociale di questa città. E che insieme agli altri, Casale Garibaldi, Casale Falchetti, Esc Atelier, Palestra Popolare San Lorenzo, Casetta Rossa, Ararat, LSA100celle, Brancaleone, tanto per elencarne alcuni fra gli altri, comprese le occupazioni abitative come Spin Time, pretendono di ridefinire le regole. A cominciare dall’inosservanza della delibera 104: dalla sostenibilità dei canoni in termini di economia sociale alla questione bandi inesistente mentre è prevista l’assegnazione e persino la condivisione se c’è più di una richiesta sullo stesso spazio, previa accordo fra le parti; quel “comma 22” che è l’imputazione di lavori e costi “senza titolo di possesso” neanche fossero vuoti a perdere; il “diritto di prelazione” di chi è già occupante; l’assegnazione gratuita di tutti gli spazi, occupati e liberi, seguendo la stessa procedura messa in atto per l’ex Rialto. Questi i punti messi a fuoco nelle successive due assemblee tenute a Spin Time, che hanno prodotto la necessità di stilare un documento comune che metta insieme tutte le esigenze, sociali, culturali e abitative per ridisegnare un’altra città, da sottrarre ai privati che speculano su beni e territori per restituirla a chi la vive e la abita. Un programma comune, che consenta di restituire tempo alla cura e all’immaginario, al gioco e alla condivisione, ora così compresso e sottratto alle tantissime attività e alle altrettante potenzialità da mettere in campo. La prima tappa di questo percorso sarà il 30 luglio, quando a Casale Garibaldi la direzione tecnica del Municipio V si presenterà “per un sopralluogo” indipendentemente dalla presenza dell3 attivitst3. Una vera provocazione, non solo perché di sopralluoghi ne sono stati fatti a iosa, ma perché vuol dire ritenere di poter agire impunemente solo per il fatto di avere un ruolo. Qui sta un nodo determinante, che la stessa delibera 104 contiene: parlare di “Roma Capitale proprietaria” degli spazi come se quest’ente non fosse incarnato da tutt3 3 cittadin3, ma una superfetazione del potere chissà come determinato dal voto. Una dinamica patriarcale che deve finire, per fare posto ad un’autentica condivisione ben più orizzontale. Di questo anche si parlerà a settembre, per il ventennale di Renoize, il festival organizzato da Acrobax nel nome di Renato Biagetti, ucciso dai fascisti il 27 agosto 2006 a Focene. “Colpire uno vuol dire colpire tutt3”: è il segnale che arriva da questo essersi ritrovat3, vale per 3 compagn3 come per gli spazi. Ed è chiaro a tutt3 che l’intervento della questura è il segnale d’allarme di una fase politica su un brutto crinale. Forse lo sanno anche dall’amministrazione comunale, dal momento che pochi giorni dopo la mobilitazione un comunicato stampa dell’assessorato al patrimonio fa sapere di aver istituito una “task force” (e già la definizione è insopportabile, se il linguaggio è importante) per gli spazi sociali e culturali, a cui segue una telefonata all’Angelo Mai per informare che è stata fatta domanda per il dissequestro dello spazio. Che queste prese di posizione siano la conseguenza della mobilitazione? O magari della denuncia ormai generalizzata dello scandalo dell’assegnazione gratuita dell’ex Rialto S. Ambrogio? Se non è un gioco delle parti seguiranno sicuramente atti concreti, a cominciare dall’ascolto finalizzato ad un radicale cambiamento nella gestione della città. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Ridisegnare un’altra città proviene da Comune-info.
July 12, 2026
Comune-info
Ascoltare le aree interne
Le aree interne sono spesso caratterizzate da peculiarità territoriali o dalla scarsità d’infrastrutture che ne rendono difficile la percorrenza o il raggiungimento: per questo, anche alcuni capoluoghi di provincia sono stati classificati come area interna, così come alcune periferie urbane caratterizzate dalla scarsa – se non nulla – accessibilità ai servizi. CHE COSA SONO I MARGINI? Le aree interne sono ai margini. Margini visivi, perché si vede quel che vi accade solo quando si può fare sciacallaggio mediatico-politico su un fatto di cronaca (keyword: Caivano). Margini geografici, perché spesso le aree interne sono chiuse da barriere come montagne, mari o laghi, oppure hanno scarsi collegamenti col territorio circostante o i centri maggiori. Margini psicologici, perché l’assenza o la scarsità di servizi, lo spopolamento e le poche opportunità offerte da molti (ma non tutti!) luoghi al margine influenzano la qualità della vita. In sanità essere ai margini significa rinunciare a essere seguiti dal giusto professionista o di chiedere aiuto, oppure accettare enormi compromessi per avere quello che è un diritto garantito, ovvero l’accesso a cure o prevenzione. Ne è un esempio questo stralcio d’intervista a una 18enne di un paesino di montagna, avvenuta all’interno di un progetto rivolto alle aree interne: > Il mio psicologo è a 45 km da qui, devo uscire prima da scuola, e la prof di > matematica storce sempre il naso anche se sa che da quando è morta mia sorella > io sto malissimo, poi ogni volta sono due ore di viaggio. Per un adolescente, la rapidità d’intervento all’insorgere di disturbi del comportamento, dell’umore o alimentari incidono sul decorso del disturbo. Di conseguenza un margine sociale diventa politico perché la consapevolezza di essere ininfluenti in un’agenda politica condiziona la partecipazione, le iniziative dal basso e la possibilità di riunirsi e abitare i luoghi con i corpi e le idee.  Lungi dal romanticizzare questioni sociali, essere ai margini non è necessariamente un male: spesso vi sono meno rigidità burocratiche e istituzionalizzazione dei processi, più possibilità di problem solving creativo e collaborativo e in alcuni casi un maggior senso di comunità si traduce in una percezione più positiva dei servizi sanitari. Chi meglio di tutti ha parlato di questa discrasia è la filosofa e attivista bell hooks che descrive i margini come uno spazio ambivalente: da un lato messo da parte fisicamente e socio-politicamente, dall’altro capace di osservare e mettere in discussione il centro. SCUOLA GIACOBINA 18•19•20 Settembre 2026 Firenze Scopri il programma e iscriviti! Proprio grazie alla sua posizione defilata, un cittadino o cittadina al margine riesce a dare una prospettiva – politica, sociale e culturale – diversa da chi vive al centro, dà voce e assume le posizioni di chi non ha privilegi strutturali e da lì costruisce consapevolezze, iniziative, azioni politiche, sociali e culturali diverse, a volte ostinate e contrarie. Infine, la scarsità di risorse, nelle giuste condizioni e con le giuste possibilità costringe a un boost di creatività nonché rafforza la coesione sociale. Come afferma un professore di un Istituto professionale di un’area interna intervistato:  > 50 minuti di andata e 50 di ritorno da casa mia, ma nessuno mi schioda: qui > posso permettermi di sperimentare cose per cui in un’altra scuola avrei dovuto > firmare 30 carte. E a maggio faccio lezione sul prato. Ezio Manzini, professore onorario al Polimi e auctoritas in materia di design per la sostenibilità, sottolinea come nei contesti marginali nascano spesso soluzioni più flessibili e collaborative, proprio usando la scarsità di risorse come punto di partenza se non punto di forza. Se la scarcity non diventa una strategia con cui le istituzioni delegano ai cittadini il loro dovere. LEGGI ANCHE… CITTÀ CITTÀ PUBBLICA E CITTÀ PRIVATA Redazione Jacobin Italia Oggi questa spinta parte da comunità che vogliono o devono reinventare il proprio modo di vivere in seguito (o in previsione) a crisi economiche, fenomeni socio-demografici dirompenti come migrazione o decrescita, e disastri ambientali ridisegnando l’idea stessa di benessere, lavoro, socialità e partecipazione pubblica. Le soluzioni non possono arrivare solo dall’alto né dai vecchi modelli economici: ecco perché laddove ci sono dei margini c’è una potenziale fucina d’innovazione sociale. Una marginalità meno evidente, invece, è quella nei dati: se un’area interna non è nell’agenda politica, essa continua a esistere – fisicamente – e potrebbe creare anche grande innovazione sociale, ma i suoi dati saranno assenti. Andando a scavare ulteriormente, vi saranno dati in questo contesto ancora più inaccessibili di altri. Ad esempio quelli sui braccianti stranieri sfruttati dai proprietari terrieri, quelli su chi abbandona gli studi prima del diploma, sui lavoratori del sesso ma anche sulle categorie che in altri contesti sarebbero al centro delle politiche pubbliche. Miranda Fricker parla di ingiustizia epistemica per indicare quando alcune esperienze non vengono riconosciute o ascoltate, vuoi per mancanza di focus, vuoi per una fallacia nei mezzi investigativi, vuoi, infine, per un bias sociale. In Italia le aree marginalizzate sono caratterizzate da un andamento a spirale dove perdita di popolazione tra invecchiamento e migrazione verso i centri maggiori, aumento dell’età media, riduzione dei servizi e/o difficoltà di accesso, si alimentano reciprocamente. In questo contesto, i giovani non solo non sono il target delle risorse pubbliche – essendo una popolazione minoritaria – ma sono soggetti a un bias che li vede come esseri che non necessitano o addirittura rifiutano le attenzioni.  Quando si parla di giovani, bisogna distinguere tra adolescenti (10-19 anni) e giovani adulti (fino ai 24 o 29 anni). Per lungo tempo l’adolescenza è stata considerata l’età più sana in quanto – nei contesti occidentalizzati – meno caratterizzata da mortalità: per questo, è stata spesso trascurata nelle politiche sanitarie ma anche da una ricerca accademica in grado di andare oltre la prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili. Oggi quest’idea di adolescenza è sempre meno convincente. È vero che alcune patologie insorgono tipicamente in età avanzata e spesso vengono messe sotto attenzione anche a causa del loro elevato costo per il Ssn. Tuttavia, se si entra nell’ottica della prevenzione – quindi screening, buona alimentazione, attività fisica costante, eliminazione di sostanze nocive alla salute – la prospettiva cambia: per costruire stili di vita sani occorre partire presto. Occorre inoltre aggiungere che molti disturbi sono tipici dell’adolescenza o degli young adults: Dca, dipendenze (incluso il gioco d’azzardo), Sdt e disturbi dell’umore ne sono un esempio. Qui le politiche pubbliche risentono del pregiudizio secondo il quale un tumore si cura dall’oncologo mentre l’anoressia si cura mangiando di più, senza professionisti. In Toscana per esempio, il questionario Edit mostra che, a fronte di un aumento dell’età del primo rapporto cresce anche la quota di rapporti non protetti arrivando al 40,4%, fino al 65,3% nelle aree interne, spesso vissuti solo come prevenzione della gravidanza e non anche come prevenzione da malattie sessualmente trasmissibili (Sdt). A questo si aggiungono la leggera ma costante diminuzione dei rapporti amicali soprattutto da parte dei maschi, più episodi di violenza relazionale (14,1%), e di atti di bullismo subiti in un anno (15,2% nelle aree remote) con un’incidenza significativamente maggiore per i giovani che vivono un’incongruenza di genere. L’innalzamento dell’età media del primo rapporto – a prima vista un dato positivo – non sembra dovuto alla presenza di una buona educazione sessuoaffettiva tra gli adolescenti. La novità riguarda la diffusione significativa del gioco d’azzardo, che tocca oltre il 30% degli adolescenti, con un picco di più del 40% nelle aree interne. Dalle interviste svolte con adolescenti di questi territori è inoltre emerso che cercare o chiedere aiuto, informarsi su sanità fisica, mentale e sessuale o semplicemente parlare di sé e della propria salute alla persona giusta può essere molto complicato. Un elemento difficile da misurare ma ricorrente nelle testimonianze è proprio la vergogna, declinata in diverse accezioni: dalla timidezza alla fobia sociale fino al pregiudizio verso alcuni luoghi atti alla prevenzione o alla cura. L’esempio più eclatante sono i consultori, che stando a una ginecologa intervistata, sono visti come dei veri e propri marchi di degrado sociale. Come sintetizza magistralmente G, 18 anni:  > Sì, c’era uno psicologo a scuola, il mercoledì, in biblioteca, che neanche > aveva la chiave. Tanto che se il mercoledì stavi in bagno per troppo tempo > tutti credevano che stavi dallo psicologo.  Perfettamente in linea con quello che accade quando le istituzioni non supportano la crescita dei giovani cittadini, G aggiunge: «Io ho dei genitori fantastici, parlo di tutto con loro, per cui non vado dallo psicologo». Che ne è di chi non ha genitori fantastici? Cosa fare se invece proprio quel genitore fantastico non sa rispondere a domande ed esigenze che competono a un professionista? LEGGI ANCHE… CITTÀ WALKING DEAD QUARTICCIOLO Mario Pinceta FRAGILITÀ DELLE ISTITUZIONI Nelle aree marginalizzate, le scuole sono spesso piccoli presidi che fanno i conti con pochi studenti e risorse limitate. In alcuni casi, la loro sopravvivenza dipende da numeri minimi difficili da raggiungere. Come testimoniato da una preside intervistata, nel 2022 una scuola elementare di un’area periferica ha evitato la chiusura grazie all’arrivo di una famiglia migrante: i due figli hanno permesso di raggiungere il numero minimo di iscritti. Anche i servizi sanitari risentono della distanza e dell’isolamento incidendo sulla prevenzione e sul benessere mentale dei giovani. Le professioniste del consultorio intervistate hanno confermato una difficoltà da parte dei giovani, e – soprattutto – dei non automuniti a raggiungere i due consultori disponibili nel raggio di 40 km, sia a causa di problemi infrastrutturali e di trasporti sia per le lunghe distanze.Inoltre la connettività – anch’essa carente – è fondamentale laddove il problema logistico è effettivo. Secondo un medico di base intervistato, la poca disponibilità di risorse è una delle difficoltà più complesse da affrontare: in alcuni territori, per esempio, è più difficile intercettare precocemente fattori di rischio o condizioni che, se trattate in tempo, potrebbero essere gestite meglio. La prevenzione, soprattutto tra i giovani, richiede presenza sul territorio e continuità, due elementi che nelle aree interne non sono sempre garantiti. CHI RESTA AI MARGINI? Le fragilità di un territorio tendono a colpire di più chi è già in una posizione fragile. In un contesto dove i servizi devono essere rivolti in primis agli anziani, in quanto popolazione maggioritaria, i giovani restano doppiamente marginalizzati: per età e per contesto. A ciò si aggiunge quella fetta di popolazione che sfugge alla rappresentazione statistica e alla raccolta dati: che ne è dei giovani provenienti da contesti migratori o carcerari, dei minori non accompagnati, o quelli soggetti alla dispersione scolastica? Ricerca e istituzioni hanno sempre usato le scuole (secondarie di secondo grado) come mezzo per intercettare i giovani, ma non tutti sono (o si fermano) lì: bisogna guardare anche altrove, occuparsi anche degli ultimi tra gli ultimi. Per molto tempo, la voce dei giovani è stata filtrata lasciando genitori o insegnanti parlare per loro o è stata interpretata attraverso categorie esterne. I loro linguaggi sono stati spesso letti come segnali di rottura più che come tentativi di comunicazione, dimenticando tuttavia che quando una voce non viene riconosciuta come credibile, si crea una forma di ingiustizia. Essere ai margini non è per forza sinonimo di svantaggio bensì di apertura radicale. Richiamando bell hooks, i margini sono spazi da cui partono cambiamenti. Il punto è se si è disposti ad ascoltare chi li abita. *Veronica Cruciani è una ricercatrice (precaria) alla Scuola Superiore Sant’Anna dove si è dottorata in economia comportamentale al laboratorio di Management and healthcare, con una tesi sui carichi amministrativi in sanità. Le persone intervistate hanno acconsentito al trattamento sui dati, tuttavia alcuni dettagli delle interviste ai giovani sono stati modificati per rendere il dato meno riconoscibile possibile Assalto ai fornelli Acquista l’ultimo numero della rivista L'articolo Ascoltare le aree interne proviene da Jacobin Italia.
July 9, 2026
Jacobin Italia
Una burocrazia del disprezzo. Il nuovo ufficio immigrazione della questura di Torino
(disegno di salvatore liberti) Nella primavera del 2024 Selma Arnaldo, cittadina brasiliana, aveva raccontato le angherie subite dalle persone costrette a visitare l’ufficio immigrazione della questura in corso Verona a Torino. Nei mesi le code notturne di centinaia di persone fuori da quegli uffici richiamarono l’attenzione pubblica, suscitando l’indignazione ipocrita di alcuni assessori progressisti (Tresso, Rosatelli), di un professionista della politica di rappresentanza (Ahmed del Pd), dei vertici della principale fondazione bancaria e dei consueti dirigenti del terzo settore. La questura si impegnò a trovare nuove soluzioni e all’inizio del febbraio 2025 aprì un nuovo sportello in via Botticelli, assicurando una migliore organizzazione. Nello stesso periodo chiusero gli uffici di corso Verona, situati in un’area rilevante per lo sviluppo urbanistico della città: tra il campus universitario e il centro direzionale Lavazza, e accanto alla nuova palestra GOfit inaugurata dal sindaco in persona nel febbraio 2026. Forse agli occhi del governo urbano le code in corso Verona non erano scandalose per il trattamento subito dalle persone, ma erano inaccettabili in un quartiere disponibile agli investimenti dei grandi capitali. Ora lo sportello dell’ufficio immigrazione di via Botticelli si trova all’estrema periferia nord della città, tra il fiume Stura e le stecche delle case popolari di corso Taranto. Accanto vi sono pompe di benzina, rivendite di auto, carrozzerie scaldate dal sole di luglio. Anche in via Botticelli le code sono lunghe e le persone sono sottoposte a trattamenti degradanti. I giornali cittadini scrivono nuovi articoli, i professionisti del progressismo rilasciano ulteriori, identiche dichiarazioni e la questura afferma che “il periodo estivo è caratterizzato da una maggiore affluenza dell’utenza, in considerazione anche della maggiore necessità di viaggio della stessa”. Ogni attore tenta, ancora una volta, di affermare che il trattamento disumano sia un’emergenza e non la condizione strutturale cui sono sottoposte le persone senza cittadinanza italiana. Proponiamo qui, come nuovo documento di questo tremendo presente, la traduzione di un racconto scritto da -nw, cittadina indiana, sulle code in via Botticelli. *   *   * Una studentessa arriva all’ufficio immigrazione alle dieci del mattino e vede centinaia di persone allineate sotto il sole. Chiede a dei giovani se è la coda per prendere il permesso di soggiorno e loro le dicono che non dovrebbe perdere tempo ad aspettare, che loro sono in fila dalle sei del mattino e stanno aspettando solo per tentare la fortuna, non credono davvero di potercela fare. Lei rimane sul posto per osservare cosa sta succedendo. Nei cinque minuti successivi qualcuno sviene. C’è un po’ di trambusto nella parte iniziale della fila. Nessuno sa davvero cosa stia succedendo, stanno tutti aspettando. Due poliziotti arrivano con alcune bottiglie di acqua da distribuire; quando gli si chiede qualsiasi cosa rispondono con un “boh”, una scrollata di spalle, un’alzata di sopracciglia e gli angoli della bocca tirati in basso. Qualcun altro vomita, la coda rimane lì in attesa. Alle 12:30 la polizia comunica che non farà più entrare nessuno. La maggior parte delle persone se ne va, alcune rimangono, sperando che alla fine li facciano passare. Quelli che aspettano chiacchierano con i poliziotti; i poliziotti trovano alcuni di loro divertenti, mentre altri li infastidiscono profondamente. Tra coloro che sono rimasti ad aspettare si è sparsa la voce che il primo della coda è arrivato alle due del mattino, o a mezzanotte, e che alcune persone hanno dormito lì fuori piazzando i materassi alle sette di sera. Sentendo questa storia il gruppo di giovani, a quanto pare tutti studenti, decide di tornare a mezzanotte, con snack, cibo e maggiori energie; tutto ciò che vogliono è ottenere il permesso. Il piano era di arrivare a mezzanotte, ma il giorno dopo la prima di loro arriva alle tre di notte; ci sono già trentotto persone ad aspettare, pazientemente disposte. Quelli che sono già lì hanno cominciato a organizzarsi, hanno dei post-it su cui hanno scritto il numero che assegna loro la posizione nella fila; sanno che al mattino ci sarà un gran trambusto. La studentessa riceve un post-it col numero trentanove e informa i suoi amici di sbrigarsi e arrivare velocemente. Una delle sue amiche era in viaggio e sarebbe arrivata più tardi, così si organizzano affinché un’altra persona vada lì a prendere un numero e tenere il posto per lei. Altri sono venuti con tappetini, libri e sedie. Alcuni sono qui per farsi scannerizzare le impronte digitali, altri per avviare la richiesta di permesso, altri ancora sono tornati perché le loro richieste sono state ritenute incomplete. Il sole non è ancora sorto e tutti sono già stanchi e un po’ nervosi per quello che li attende; si chiedono se valga la pena fare tutta questa fatica. Quelli che aspettano fino all’alba si dicono tra loro che difenderanno con determinazione l’ordine numerico. Con il sorgere del sole, cresce il ritmo con cui arrivano le persone e quelli che hanno passato la notte sul posto fanno in modo che chi è arrivato “in ritardo” non salti la coda: quando gli ultimi arrivati cercano di avvicinarsi al cancello dell’ufficio, vengono respinti a gomitate. Pochi nerboruti e testardi non si lasciano intimidire dalle occhiatacce e dagli insulti e restano saldi e inamovibili. La polizia arriva alle otto di mattina e l’atmosfera si fa tesa: cominceranno a dare dei numeri ufficiali? Gli agenti sono rilassati e disinvolti, si mantengono di buon umore. Si aggirano lì attorno, chiacchierano tra loro, vagamente sorridenti. Le persone si chiedono cosa succederà, nessuno sa come andrà. C’è frenesia e agitazione, quando la polizia inizia a distribuire i numeri. Dopo alcuni falsi allarmi, intorno alle nove del mattino, alle prime dieci persone viene permesso di entrare. I numeri vengono distribuiti a gruppi di dieci, quindi chi si trova dietro non sa se oggi riceverà un numero. Si fanno ipotesi su quante persone riescano a entrare ogni giorno. Alcuni dicono duecento, altri dicono trecento. In coda ce ne sono già almeno il doppio, o anche di più. Tutti stanno in piedi sotto il sole estivo, alcuni svengono, altri vomitano, i bambini piangono, le persone litigano tra loro: chi è arrivato prima di chi, chi sta cercando di saltare la fila; fianco a fianco, tutti schierati contro chiunque sia arrivato “dopo”. Verso mezzogiorno la polizia distribuisce bottiglie d’acqua, molte persone sono ancora gentili con gli agenti e li riempiono di ringraziamenti; altri li ringraziano in modo sarcastico, oppure evitano persino di incrociare i loro sguardi. Coloro che riescono a entrare, quando escono raccontano che ci sono solo due poliziotti alle scrivanie. Non esiste alcun sistema, o non c’è alcun incentivo ad averne uno, oppure il sistema è proprio questo caos? (-nw)
July 8, 2026
Napoli MONiTOR
Ricomporre visioni di città: cosa ci dice il nuovo rapporto IFEL sulle politiche urbane italiane
UN VOLUME CHE, ATTRAVERSO LE TESTIMONIANZE DIRETTE DI AMMINISTRATORI E TECNICI, RICOSTRUISCE QUINDICI ANNI DI POLITICHE URBANE ITALIANE, METTENDO IN LUCE LA DISTANZA TRA STRATEGIE NAZIONALI, STRUMENTI DI FINANZIAMENTO E CAPACITÀ DEI COMUNI DI GOVERNARE LE TRASFORMAZIONI DELLE CITTÀ. Ci sono rapporti tecnici che restano confinati agli addetti ai lavori e rapporti che, pur nascendo come strumenti di lavoro per amministratori e uffici tecnici, finiscono per dire qualcosa di più ampio sul modo in cui lo Stato italiano governa, o non governa, le proprie città. Ricomporre visioni di città, pubblicato da IFEL nella collana Trasformazioni Urbane e curato da Federico Sartori e Dalila Riglietti con il contributo di Mecenate 90, appartiene alla seconda categoria. Sotto la veste di un lavoro di documentazione su politiche urbane, coesione e PNRR, il rapporto restituisce un quindicennio di tentativi, spesso disorganici, di dare all’Italia una politica nazionale per le città, e lo fa attraverso un metodo insolito per questo tipo di pubblicazioni: non le tabelle aggregate degli osservatori nazionali, ma le voci dirette di sindaci, assessori e dirigenti tecnici di nove città, da Bologna a Napoli, chiamati a raccontare come quella politica, sul territorio, si sia effettivamente tradotta in scelte. Il titolo è già un programma. Ricomporre significa ammettere che qualcosa si è scomposto, e il rapporto lo individua con chiarezza nella distanza tra la retorica della rigenerazione urbana, che da almeno un decennio informa i documenti strategici europei e nazionali, e la frammentazione degli strumenti attraverso cui quella rigenerazione viene concretamente finanziata e attuata. Il volume ricostruisce la genesi di questa frammentazione a partire dai primi programmi di riqualificazione urbana degli anni Novanta, passando per la stagione dei Contratti di quartiere e i Programmi integrati, fino ad arrivare, negli ultimi anni, alla sovrapposizione tra fondi di coesione europea, PON Metro, PN Metro Plus e, infine, PNRR: una sequenza di strumenti che si sono succeduti senza mai comporsi in una politica urbana nazionale stabile, lasciando ai Comuni il compito di adattarsi di volta in volta a regole di accesso, tempistiche e priorità decise altrove. Il volume è costruito in tre parti che meritano di essere lette come un unico ragionamento più che come sezioni indipendenti. La prima ricostruisce la cornice delle politiche urbane europee e nazionali, dalla nascita dell’Agenda urbana europea fino all’intreccio, negli ultimi anni, tra fondi di Coesione e PNRR, tracciando quindici anni di provvedimenti nazionali sulle città che raramente si sono succeduti secondo una logica coerente. È una parte utile proprio perché resiste alla tentazione di raccontare il PNRR come un punto di partenza, mostrando invece come il Piano si innesti su una stratificazione di strumenti precedenti, spesso mai del tutto conclusi né valutati, che continuano a produrre effetti sul modo in cui i Comuni oggi si rapportano ai nuovi fondi disponibili. La seconda parte, quella su cui si concentra la maggior parte del volume, raccoglie le prospettive di nove città raggruppate in tre contesti regionali: l’Emilia-Romagna di Bologna, Parma e Modena, la Toscana di Firenze, Livorno e Pistoia, la Campania di Napoli, Benevento e Salerno. La scelta di non limitarsi alle grandi aree metropolitane, includendo capoluoghi di dimensione media come Pistoia o Benevento, è probabilmente la decisione editoriale più significativa del rapporto, perché permette di verificare se le tensioni individuate valgano solo per le città più strutturate o attraversino l’intero sistema urbano italiano indipendentemente dalla scala. Le interviste raccolte, del resto, non si limitano al racconto dei progetti finanziati, ma restituiscono anche il punto di vista degli amministratori sui vincoli procedurali, sulle difficoltà di coordinamento tra uffici e sulla percezione, spesso esplicita, di rincorrere un’agenda decisa altrove più che di guidarla. È in questo secondo blocco che si inserisce l’analisi del PNRR, trattato non come un’anomalia ma come l’ultimo, più imponente, capitolo di questa storia. I numeri aggregati raccontano un afflusso di risorse senza precedenti verso i territori: nel solo perimetro campano analizzato nel volume, oltre 12 miliardi di euro assorbiti, pari a più di 2.250 euro per abitante. Ma è nei nove casi di studio, non nei totali regionali, che il rapporto individua il vero nodo, quello che le sintesi ministeriali tendono a lasciare in ombra: la distanza, cioè, tra le risorse che un Piano nazionale fa atterrare su un territorio e la quota di quelle risorse che l’amministrazione di quel territorio governa effettivamente in prima persona. A Napoli, città che riceve tre miliardi di euro di finanziamenti PNRR distribuiti su oltre quattromila progetti, il Comune ne amministra direttamente solo una parte minoritaria; a Benevento la sproporzione è ancora più marcata. Sono numeri che il rapporto non enfatizza in chiave polemica, restituendoli piuttosto come materiale di lavoro, ma che parlano da soli a chi li legge con un minimo di attenzione amministrativa. La terza parte, meno citata ma non meno rilevante, prova a tirare le conclusioni assumendo il Comune come nodo di ricomposizione delle politiche urbane, l’ente cioè che nella pratica amministrativa quotidiana si trova a dover tenere insieme strumenti, fondi e tempistiche pensati altrove. È qui che il rapporto propone alcune piste operative per governare questa complessità, dal rafforzamento delle strutture di missione interne fino a una maggiore stabilità degli strumenti di finanziamento nel tempo, prima di approdare, nelle pagine finali, alla sintesi interpretativa più originale del volume: quattro tensioni che, secondo gli autori, attraversano oggi qualunque politica urbana in Italia, indipendentemente dal colore politico dell’amministrazione o dalla dimensione della città. Una prima tensione oppone la visione strategica di medio periodo alla logica di spesa imposta da un Piano scandito da milestone e target trimestrali, che ha spinto molte amministrazioni a inseguire le opportunità di finanziamento più che a costruire un disegno urbano autonomo. Vi si affianca la frammentazione delle politiche settoriali, urbanistica, sociale, abitativa, ambientale, chiamate a misurarsi con problemi urbani che per loro natura sono integrati e non si lasciano governare per compartimenti stagni. Più scomoda, politicamente, è la tensione che mette a confronto le responsabilità crescenti attribuite ai Comuni con le loro capacità amministrative reali, spesso insufficienti a reggere il carico di coordinamento e rendicontazione che il nuovo modello di governance richiede. Resta, infine, il nodo del ruolo che dati e conoscenza tecnica giocano nelle scelte urbane, con il rischio che modelli previsionali e infrastrutture informative, per quanto necessari, finiscano per sostituirsi silenziosamente alla deliberazione politica, spostando altrove il luogo reale della decisione. Non è un caso che tra i temi ricorrenti nei casi di studio compaia con insistenza l’edilizia residenziale pubblica: a Napoli oltre un terzo dei progetti PNRR di trasformazione territoriale riguarda l’edilizia sociale, a Benevento la quota supera la metà. È il settore in cui le quattro tensioni si sommano con più evidenza. La casa pubblica è infrastruttura sociale di lungo periodo, eppure si trova vincolata a un cronoprogramma europeo che ne scandisce i tempi; richiede manutenzione ordinaria costante, e però compete per gli stessi fondi straordinari destinati alla rigenerazione; è terreno di diritti soggettivi degli assegnatari, ma sempre più spesso anche variabile di un processo decisionale che si consuma altrove rispetto agli enti che quel patrimonio gestiscono quotidianamente. Anche le città della Toscana e dell’Emilia-Romagna, pur muovendosi in contesti amministrativi generalmente più solidi di quelli campani, restituiscono varianti dello stesso schema: Bologna e Firenze, città con uffici tecnici storicamente più strutturati, riescono a governare quote più ampie dei propri interventi, ma anche lì il rapporto segnala tensioni analoghe tra la programmazione di lungo periodo, costruita in anni di piani strategici comunali, e la logica emergenziale imposta dai tempi del PNRR. È un dato che conferma come le quattro tensioni non siano il sintomo di un’arretratezza amministrativa localizzata, ma una caratteristica strutturale del modo in cui il Piano nazionale si è innestato sulle autonomie locali italiane, dal Nord al Sud, indipendentemente dalla qualità pregressa delle amministrazioni coinvolte. Il valore civico di un rapporto come questo, al di là della sua funzione tecnica per gli addetti ai lavori, sta proprio nell’aver reso leggibile, attraverso il racconto diretto di chi amministra, un problema che i grandi numeri nazionali tendono a nascondere: che la qualità di una politica urbana non si misura solo dalle risorse stanziate, ma dalla distanza, spesso enorme, tra chi decide dove va la trasformazione di una città e chi quella trasformazione la vive ogni giorno. Colmare quella distanza, più che accelerare ulteriormente la spesa, dovrebbe essere il criterio con cui si giudicherà, tra qualche anno, se questa stagione di investimenti straordinari avrà lasciato alle città qualcosa di più della somma dei cantieri completati in tempo, e se il metodo scelto da IFEL, dare la parola diretta a chi amministra invece di limitarsi ai numeri aggregati, diventerà uno standard anche per le prossime valutazioni sulla programmazione europea 2028–2034. Fonti * IFEL – Ricomporre visioni di città (scheda della pubblicazione) * IFEL – Online il Rapporto «Ricomporre visioni di città» Francesco Russo
July 5, 2026
Pressenza
Uomini e turisti
-------------------------------------------------------------------------------- Unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- La parola turista compare per la prima volta in italiano nel 1837 (turismo soltanto nel 1907). L’etimologia è chiara: il tour (il grand tour) è il viaggio di formazione che gli aristocratici e gli intellettuali europei compiono a partire dal XVIII secolo soprattutto in Italia per conoscerne la storia dell’arte, i modi di vita e la cultura. Come spesso avviene, quello che all’inizio era proprio di un’élite, si è trasformato col tempo in un fenomeno di massa. Significativo è che il suo antecedente siano certamente i pellegrinaggi che i credenti intraprendevano per visitare i luoghi sacri della loro religione: anche i turisti, come i pellegrini, sono peregrini, cioè, secondo il significato del termine latino, stranieri sulla terra. Il turismo è il segno di un mutamento epocale nel rapporto fra gli uomini e la terra che abitano: ovunque si trovino, essi sono extranei, di fuori (extra), innanzitutto nella stessa città in cui vivono. Ricordo perfettamente lo stupore con cui, già molti anni fa, quando abitavo a Venezia, mi accorsi che non era più possibile distinguere i veneziani dai turisti. Cambiato non è, però, solo il rapporto dei cittadini con la loro città, mutata è, insieme, la stessa città: gli uomini sono diventati turisti, cioè stranieri, nella misura stessa in cui extranea e peregrina è ora la terra che abitano (o, piuttosto, abitavano un tempo). Se si legge, come mi è capitato in questi giorni, la straordinaria descrizione che Joseph Roth fa di Marsiglia nell’autunno del 1925, con i suoi vicoli densi e avventurosi, dove in una superficie di pochi chilometri si affollavano vive tutte le epoche della storia e nessuno era straniero, è difficile sottrarsi all’amara, implacabile costatazione che le città oggi non esistono più: il turismo ha potuto distruggerle, perché esse avevano già smesso di essere vive. L’overtourism non viene da fuori, è cominciato dentro di noi, dentro i rioni e i quartieri familiari, che non siamo più capaci di abitare. Abitare è una forma intensiva del verbo avere (habeo) e significa un certo modo di dimorare e di vivere, di avere abiti e abitudini. E se ethos in greco designa la dimora abituale, allora l’abitazione è la forma primordiale dell’etica. Essere diventati turisti, aver perso la capacità di abitare, essere ovunque peregrini ed estranei, ci obbliga allora a immaginare da capo una possibile etica, a reinventare da cima a fondo la capacità di abitare. Compito certamente non facile, ma che ci offre forse la sola via per uscire dal turismo, per rendere nuovamente abitabili la nostra terra e le nostre città. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su Quodlibet (e qui con l’autorizzazione della casa editrice). Tra i libri più importanti di Giorgio Agamben: Homo Sacer. Edizione integrale 1995-2015, (Quodlibet) e L’uomo senza contenuto (Quodlibet). Il suo ultimo libro invece è Amicizie (Einaudi). -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI ENZO SCANDURRA: > Quale futuro per le città? -------------------------------------------------------------------------------- Traduzione in spagnolo: Hombres y turistas La palabra *turista* aparece por primera vez en italiano en 1837 (*turismo*, solo en 1907). La etimología es clara: el *tour* (el *Grand Tour*) era el viaje de formación que, a partir del siglo XVIII, realizaban los aristócratas e intelectuales europeos, sobre todo a Italia, para conocer su historia del arte, sus formas de vida y su cultura. Como ocurre a menudo, aquello que en un principio era propio de una élite se ha transformado con el tiempo en un fenómeno de masas. Es significativo que su antecedente sean, sin duda, las peregrinaciones que los creyentes emprendían para visitar los lugares sagrados de su religión: también los turistas, como los peregrinos, son *peregrini*, es decir, según el significado del término latino, extranjeros sobre la tierra. El turismo es el signo de un cambio de época en la relación entre los hombres y la tierra que habitan: allí donde se encuentren, son *extranei*, están fuera (*extra*), ante todo en la misma ciudad en la que viven. Recuerdo perfectamente el asombro con el que, hace ya muchos años, cuando vivía en Venecia, me di cuenta de que ya no era posible distinguir a los venecianos de los turistas. Pero lo que ha cambiado no es solo la relación de los ciudadanos con su ciudad; ha cambiado también la ciudad misma: los hombres se han convertido en turistas, es decir, en extranjeros, en la misma medida en que la tierra que habitan (o, mejor dicho, que *habitaban antaño*) se ha vuelto ahora *extraña y peregrina*. Si se lee, como me ha sucedido estos días, la extraordinaria descripción que hace Joseph Roth de Marsella en el otoño de 1925, con sus callejuelas densas y aventureras, donde en una superficie de pocos kilómetros se agolpaban, vivas, todas las épocas de la historia y nadie era extranjero, resulta difícil sustraerse a la amarga e implacable constatación de que hoy las ciudades ya no existen: el turismo ha podido destruirlas porque ellas ya habían dejado de estar vivas. El *overtourism* no viene de fuera; comenzó dentro de nosotros, dentro de los barrios y vecindarios familiares que ya no somos capaces de habitar. Habitar es una forma intensiva del verbo *haber* (*habeo*) y significa una determinada manera de morar y de vivir, de tener hábitos y costumbres. Y si *ethos*, en griego, designa la morada habitual, entonces la habitación —el habitar— constituye la forma primordial de la ética. Habernos convertido en turistas, haber perdido la capacidad de habitar, ser en todas partes peregrinos y extraños, nos obliga entonces a imaginar de nuevo una ética posible, a reinventar de arriba abajo la capacidad de habitar. Una tarea, ciertamente, nada fácil, pero que quizá nos ofrece la única vía para salir del turismo y volver a hacer habitable nuestra tierra y nuestras ciudades. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Uomini e turisti proviene da Comune-info.
July 1, 2026
Comune-info
Il caldo non è democratico: le città dove la crisi climatica colpisce i più vulnerabili
Il nuovo rapporto di Greenpeace Italia mostra come il caldo estremo colpisca soprattutto anziani, bambini, persone senza dimora e famiglie vulnerabili. Napoli è uno dei simboli di una crisi che riguarda ormai tutto il Paese. Napoli brucia. Lo fa da anni, ma adesso i numeri lo dicono con una precisione che non lascia margini all’interpretazione. Il 96% dei residenti vive in quartieri dove la temperatura superficiale media supera i 40 gradi. L’isola di calore urbana supera gli 11 gradi di differenza rispetto alle campagne circostanti. Quasi 5 mila persone senza dimora dormono in strada. Sono dati del nuovo report di Greenpeace Italia, L’estate che scotta, pubblicato a giugno 2026 con il contributo dei ricercatori ISTAT Stefano Tersigni e Alessandro Cimbelli. Napoli non è un caso isolato. È, semmai, il riassunto più visibile di una condizione strutturale che riguarda le città italiane nella loro interezza. La quota di giornate estive con una temperatura percepita superiore ai 32 gradi è passata dal 39% degli anni Novanta al 62% del quinquennio 2021-2025. Non è un’eccezione climatica. È la norma nuova. È ciò che chiamiamo estate. Nel 2025, le regioni con più giornate oltre quella soglia sono state la Puglia, con il 79% delle giornate estive, seguita da Sicilia e Basilicata al 68%, Emilia-Romagna al 67% e Lombardia al 65%. Non è più una questione meridionale: è una questione italiana. L’indicatore utilizzato dal report per misurare lo stress termico percepito è l’UTCI, Universal Thermal Climate Index, un indice biometeorologico che non considera solo la temperatura dell’aria ma combina umidità, vento e radiazione solare. Oltre i 32 gradi di UTCI il corpo fatica a disperdere il calore accumulato, attiva meccanismi di difesa come la sudorazione eccessiva e l’aumento della circolazione sanguigna verso la pelle, con conseguente disidratazione, perdita di sali minerali e aumento della frequenza cardiaca. Se l’esposizione è prolungata o associata ad alta umidità e scarsa ventilazione, compaiono stanchezza, crampi, vertigini, difficoltà di concentrazione. Nei casi più gravi, il colpo di calore. Nelle città questo processo è amplificato da un fenomeno specifico che il report misura con precisione: le isole di calore urbane. La differenza di temperatura superficiale tra il tessuto urbano e le aree rurali circostanti può superare abbondantemente i 6 gradi considerati già critici dalla NASA. In Italia, nell’estate 2025, la stragrande maggioranza dei capoluoghi di regione ha registrato isole di calore ben più intense. Il caso più paradossale è quello di Torino: seconda in classifica per temperatura superficiale assoluta con 44,2 gradi di media massima estiva, è però prima per intensità dell’isola di calore, con oltre 15 gradi di differenza rispetto alle aree collinari e boschive che la circondano. Significa che una città già calda in termini assoluti accumula un surplus termico ulteriore prodotto dalla propria struttura urbana, dagli edifici, dall’asfalto, dai motori dei condizionatori sempre in funzione, dalla scarsità di verde. L’unica eccezione positiva è Bari, dove l’isola di calore è addirittura negativa: la città registra temperature leggermente inferiori rispetto alle campagne circostanti, per effetto della brezza marina e della morfologia del territorio. Non a caso è considerata la città con il miglior clima d’Italia secondo l’indice del Sole 24 Ore. C’è poi il problema delle notti. Nelle zone cementificate il caldo non si esaurisce al tramonto. Si parla sempre più spesso di notti tropicali, definite come le notti in cui la temperatura minima non scende sotto i 20 gradi. L’assenza di un’escursione termica significativa disturba il sonno, debilita il fisico e aumenta i rischi cardiovascolari. A Milano, secondo i dati di ARPA Lombardia, dal 2014 al 2021 la soglia di 60 notti tropicali all’anno — che era la media storica del trentennio 1981-2010 — è stata superata ogni anno, con picchi oltre le 80 notti. Il caldo, in queste condizioni, non è più una variabile stagionale ma una pressione continua sull’organismo, senza pause notturne di recupero. L’87% degli abitanti dei capoluoghi di regione — 8,2 milioni di persone — vive in quartieri dove la media delle temperature superficiali massime supera i 40 gradi. Tra loro ci sono 283 mila bambini sotto i cinque anni e 1,1 milioni di anziani sopra i 74. Torino ha il 98% della popolazione residente in aree con isole di calore intense o molto intense. Roma supera i 44 gradi di temperatura superficiale assoluta. I numeri non descrivono un’emergenza futura: descrivono la realtà urbana attuale. Il caldo, però, non colpisce tutti allo stesso modo. Chi può permettersi un condizionatore, un appartamento ben isolato, un quartiere con alberi, un lavoro al chiuso, attraversa l’estate con disagio ma senza rischi immediati. Chi non può, subisce conseguenze che vanno dalla perdita del sonno al colpo di calore, dall’aggravamento delle patologie croniche al rischio cardiovascolare acuto. Il report introduce il concetto di cooling poverty, elaborato dal Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici: le famiglie più povere spendono fino all’8% del proprio budget in elettricità per il raffrescamento, contro lo 0,2-2,5% delle famiglie ad alto reddito. Il caldo impoverisce ulteriormente chi è già in difficoltà, rendendo il raffrescamento una spesa necessaria e insostenibile nello stesso tempo. La cooling poverty non è solo l’impossibilità di acquistare un condizionatore: riguarda chi vive in case non isolate, in quartieri senza verde, in edifici con reti elettriche inefficienti, in contesti dove anche la soluzione tecnica più semplice è inaccessibile per ragioni economiche o strutturali. Le città italiane non si stanno surriscaldando per caso. L’asfalto, il cemento, la mancanza di verde, la scarsa ventilazione di quartieri costruiti senza alcuna previsione climatica sono il risultato di scelte urbanistiche decennali. Le stesse logiche che hanno espulso i più poveri verso le periferie cementificate, lontano dal mare o dai parchi, hanno costruito le condizioni dell’emergenza termica che oggi si misura quartiere per quartiere. Il report di Greenpeace permette proprio questo: incrociare i dati termici satellitari con il censimento ISTAT per sezione di censimento, individuando chi vive dove il calore è più intenso e chi sono le persone più vulnerabili in quelle zone. Il dottor Carlo Modonesi, del Comitato Scientifico di ISDE Italia, ricorda nel report che i rischi sanitari legati alle ondate di calore non sono semplici meccanismi di azione-reazione. Coinvolgono una cascata di eventi fisiopatologici: eventi cardiovascolari, insufficienza renale, colpi di calore, aggravamento di patologie croniche. Il carico termico netto che grava su chi è esposto dipende non solo dalla temperatura dell’aria ma dalla temperatura radiante media, dalla velocità del vento, dall’umidità assoluta, dal metabolismo individuale. Gli anziani sudano meno per effetto del normale invecchiamento fisiologico e sperimentano quindi una maggiore ipertermia a parità di stress termico. I bambini faticano a disperdere il calore. I senza dimora non hanno un luogo dove rifugiarsi. Nelle città europee la mortalità associata al calore è aumentata di 52 decessi per milione nell’arco di pochi decenni, e le allerte per caldo estremo nel periodo 2015-2024 sono aumentate del 316% in Europa meridionale rispetto al decennio 1991-2000. La dimensione globale del fenomeno è altrettanto allarmante. Uno studio pubblicato nel 2025 su Scientific Reports ha calcolato che nello scenario emissivo peggiore, entro fine secolo 217 delle 1.563 grandi città analizzate potrebbero superare una temperatura media annuale di 29 gradi, considerata oltre la soglia della nicchia climatica ideale per gli esseri umani. Sarebbero a rischio oltre 320 milioni di persone. I centri più esposti si trovano in Asia e Africa, dove le città partono già da temperature elevate e dispongono di risorse limitate per l’adattamento. Ma lo stesso studio segnala che in Europa le temperature cresceranno più rapidamente che nel resto del mondo, in tutti gli scenari emissivi: nello scenario peggiore si parla di una media di +4 gradi per le città europee entro il 2100. Napoli incorpora tutto questo con una coerenza brutale. Una città dove il 92% della popolazione è esposto a isole di calore intense, dove quasi 5 mila persone senza dimora abitano le strade più calde d’Italia, dove il patrimonio edilizio pubblico è spesso il meno isolato termicamente, il più vulnerabile, il più abbandonato dalla manutenzione ordinaria. Chi vive in un alloggio di edilizia residenziale pubblica senza impianto di climatizzazione, in un quartiere privo di alberature, non ha alternative praticabili. L’emergenza termica non è per queste persone un fastidio stagionale da gestire con qualche accorgimento: è una condizione strutturale che si aggrava ogni anno. Il Mediterraneo si sta scaldando più rapidamente della media globale. Davide Faranda, direttore di ricerca al CNRS di Parigi e autore IPCC citato nel report, è esplicito: le ondate di calore non sono più eventi eccezionali, sono la conseguenza diretta del riscaldamento causato dai combustibili fossili, rese più probabili e intense dal cambiamento climatico antropogenico. Greenpeace chiede al governo italiano una tassazione dei profitti delle aziende fossili e un piano per il phase-out del gas entro il 2035. Sono richieste necessarie. Ma accanto alla transizione energetica occorre affrontare anche ciò che la transizione da sola non risolve: la qualità del patrimonio abitativo pubblico, la rigenerazione urbana nei quartieri più cementificati, il diritto al raffrescamento come dimensione concreta del diritto all’abitare.   Fonti * https://www.greenpeace.org/italy/ * https://www.istat.it/ * https://www.isde.it/ * https://www.cmcc.it/ * https://www.nasa.gov/ * https://www.scientificreports.com/ * https://www.ipcc.ch/ * https://www.arpa.lombardia.it/ Francesco Russo
June 25, 2026
Pressenza