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Ex OGR. Il risveglio della ragione contro il modello unico
A notte fonda cadi dal letto e batti la testa, badabum! Ti svegli e ti accorgi che stavi dormendo da anni, un sonno incosciente e passivo, un torpore arido. Certo che eri contrario alle oligarchie autoritarie, alle multinazionali rapaci, alla … Leggi tutto L'articolo Ex OGR. Il risveglio della ragione contro il modello unico sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Alla città-vetrina si sono rotti i vetri
-------------------------------------------------------------------------------- Foto SPIN TIME LABS -------------------------------------------------------------------------------- La questione Spin Time a Roma, nel quartiere Esquilino, si potrebbe rappresentare con l’esclamazione di quel bambino che vedendo il Re sfilare esclamò: il Re è nudo! Mentre tutti gli altri sudditi voltavano il capo all’indietro per fingere di non vedere. Perché, come giustamente scrive Riccardo Troisi (Chi può abitare il centro di Roma?), le vicende romane di Spin Time e del Dente Cariato (sempre all’Esquilino) hanno messo a nudo una contraddizione che a Roma esiste da più tempo, ovvero se il patrimonio immobiliare pubblico deve essere solo un capitale da valorizzare, come fosse una merce (magari attraverso la famigerata rigenerazione urbana) o piuttosto lo strumento con il quale riportare casa pubblica, accoglienza e welfare di comunità anche nel cuore della città. Detto in altri termini: chi può abitare il centro di Roma? O ancora più esplicitamente: di chi è la città? Tutte le politiche pubbliche messe in campo dall’Amministrazione, hanno dimostrato come la mediazione tra interessi privati e utilità pubblica si risolvono assai spesso con grandi vantaggi dei primi e con l’impoverimento progressivo dei beni pubblici, con conseguente espulsione dei ceti meno abbienti verso le periferie e la trasformazione del Centro della città in merce da dare al miglior offerente che ne snatura la funzione, il valore simbolico, il senso comunitario e assai spesso il valore architettonico: privatizzazione di spazi, dehors, alberghi di lusso e così via. Questo processo diventato sempre più aggressivo prende, a detta dell’Amministrazione, il nome di modernizzazione o di rigenerazione urbana, espressioni in genere positive ma che nascondono intenzioni speculative e di estrazione di rendite a favore di grandi agenzie immobiliari. Alessandro Scassellati chiama “neoliberismo progressista” questo sdoppiamento tra la retorica dei diritti civili e l’estrazione sistematica della rendita commerciale, turistica (Il regime della città-vetrina. Governance progressista nelle metropoli italiane). Il mantra agitato dall’amministrazione è quello di catturare il più possibile capitali da investitori privati, i soli che consentirebbero di rimodernizzare la città rendendola ancora più attraente agli occhi e alla rapacità di quest’ultimi. L’urbanistica, in origine disciplina riformista volta a mitigare gli interessi pubblici con quelli privati, in questi casi è completamente stravolta a ruolo di ancella del capitale privato. Prevalgono trattative private (spesso non trasparenti), tavoli negoziabili, varianti al PRG, revisione di norme tecniche a salvaguardia di interessi privatistici, conferenze di servizi, vecchi “debiti” contratti dai passati PRG (cosiddette compensazioni urbanistiche) che ne annullano qualsiasi velleità riformista. Ma l’urbanistica non si riduce semplicemente a tecnica separata dalla politica. Essa nelle sue vocazioni originali riguarda i modi attraverso i quali si manifesta la vita associativa, comunitaria come scriveva ai suoi tempi il grande sindaco di Firenze Giorgio La Pira: “La crisi del nostro tempo – che è una crisi di sproporzione e di dismisura rispetto a ciò che è veramente umano – ci fornisce la prova del valore terapeutico e risolutivo che in ordine ad essa la città possiede. Come è stato felicemente detto, infatti, la crisi del tempo nostro può essere definita come sradicamento della persona dal contesto organico della città” (Le città non possono morire, discorso di La Pira ai sindaci di tutto il mondo, Firenze, 2 ottobre 1955). Un urbanista, poeta, scrittore, recentemente scomparso: Giancarlo Consonni, sulle orme di La Pira scrisse pochi anni fa un libricino importante il cui titolo significativo era: Non si salva il pianeta se non si salvano le città (Quodlibet). E tuttavia noi stiamo sempre più privatizzando questo bene comune, riducendolo a valore di merce. E poi ancora il greenwashing urbano, quella “politica ecologica” che fa credere che bastino piste ciclabili (spesso inutili) o l’inaugurazione di qualche giardino municipale o, ancora, qualche piantumazione in sostituzione del taglio di alberi, a contrastare il riscaldamento climatico. Quando poi quello che veramente contribuisce ad esso è il consumo di suolo e i numerosi manufatti e infrastrutture cementizie che continuano a proliferare in città. Una delle tante promesse elettorali di molti sindaci era appunto quello del consumo di suolo zero e del contrasto al cambiamento climatico. È ancora Scassellati che dice: “Sulla superficie visibile della metropoli, quella destinata al turismo e ai media, il centro-sinistra mette in scena una vetrina attraente fatta di piste ciclabili, grandi eventi (come le Olimpiadi invernali), inclusività LGBTQIA+ e parole d’ordine sull’ecologia. Dietro questa facciata sfolgorante, però, la realtà materiale per chi ci vive è completamente diversa. Le giunte comunali portano avanti scelte che favoriscono i grandi costruttori, i proprietari immobiliari e i fondi finanziari, mentre la vita quotidiana delle lavoratrici e dei lavoratori è schiacciata dal carovita, dalla carenza di alloggi ad affitti accessibili e dal precariato”. C’è dunque una narrazione falsa, quantomeno distorta, che occulta la contraddizione tra ciò che l’amministrazione quotidianamente afferma e quello che invece realizza. Una narrazione che fa dire a molti e incolpevoli cittadini: ma, insomma finalmente Roma sta diventando una metropoli moderna. Qualcosa si muove. In realtà si fa molto, forse troppo, ma non sempre a favore dei suoi abitanti, quelli almeno che con fatica arrancano per arrivare a fine mese col proprio stipendio. Si fanno studentati, alberghi di lusso, inutili megastadi, residenze anch’esse riservate ai ceti più ricchi e poi tanti eventi (e tante inaugurazioni) per celebrare i nuovi fasti di questa città: “La mappa elettorale parla chiaro: il centro-sinistra progressista è diventato il rappresentante politico di un blocco sociale ben preciso, formato da chi guadagna con la speculazione immobiliare e commerciale e da un ceto medio benestante che vive di rendita nei quartieri centrali storici o lavora nei servizi culturali”(A. Scassellati, op. cit.). Dunque tanto più appropriata e urgente la domanda di Riccardo Troisi: chi può (ancora) abitare il centro della città? Una città diventata vetrina per i fondi immobiliari, per le grandi agenzie straniere che lucrano sulle rendite. Perché tanti cinema sono chiusi? Perché tanti immobili di proprietà pubblica e non sono abbandonati? È una domanda che molti si fanno. Cosa ci guadagnano i loro proprietari a tenerli chiusi, abbandonati e degradati? Aspettano che quella merce salga di valore per poi, con qualche variante di PRG, possa essere destinata a scopi assai più redditizi. Come per i mercati generali – leggi La posta in gioco agli ex mercati generali di Roma di Lorenzo Romito e diversi interventi di Sarah Gainsforth – nove ettari di terreno incolto che potrebbero in parte risolvere la crisi abitativa e in parte anche mitigare il cambiamento climatico della città, vengono invece offerti per tanti anni a fondi immobiliari che ne “valorizzano” le potenzialità costruendo studentati per pochi e ricchi studenti. Merce dunque sottoposta alle regole del libero mercato. Questa politica urbana si manifesta con due volti: da una parte offre a professionisti, turisti e qualche studente benestante la possibilità di risiedere in una città di servizi di buon o ottimo livello; dall’altra respinge o mette ai margini i lavoratori poveri, le famiglie senza tetto, emargina gli immigrati. Sembra appartenere a questa politica il caso di Spin Time, uno degli ormai tanti casi di costruzione di legami di mutualismo tra persone e famiglie messe ai margini, una straordinaria esperienza di comunità. E se questo caso è stato per molto tempo nelle pagine dei quotidiani è grazie anche alla straordinaria mobilitazione e solidarietà dei romani che non hanno fatto mai mancare la loro voce accanto agli occupanti. Ma il “caso” ha anche smascherato lo sfavillio della città-vetrina mettendo a nudo le sue storiche contraddizioni: accanto alla “Roma che si trasforma” (come recitano retorici manifesti affissi in molte parti della città) è improvvisamente comparsa l’altra faccia della città-vetrina, quella dei poveri, delle famiglie invisibili che vivevano, quasi clandestinamente, in luoghi abbandonati e sconosciuti e pur tuttavia avevano dimostrato come il mutualismo e la cooperazione potessero creare comunità virtuose e nuovo welfare. Il sindaco ha tentato di recuperare il danno provocato da tanti anni di concessione ai poteri dei fondi immobiliari accusandoli di “non avere cuore”. Sarebbe stato meglio una severa autocritica sulla politica urbana seguita in tanti anni, sia pure da diverse amministrazioni, di destra e di sinistra. Intervento tardivo che forse non è riuscito nemmeno a far riflettere su cosa vuol dire un progetto di città, intesa come comunità vivente. Spetta a noi realizzarlo. -------------------------------------------------------------------------------- Enzo Scandurra, urbanista, saggista e scrittore, scrive da sempre su Comune (qui oltre cento suoi articoli). Già ordinario di Urbanistica presso La Sapienza di Roma, è stato direttore del dipartimento di Architettura e Urbanistica. Tra i suoi libri più recenti La svolta ecologica. Ultima chance per il pianeta e per noi e Roma. O dell’insostenibile modernità, editi da DeriveApprodi. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Alla città-vetrina si sono rotti i vetri proviene da Comune-info.
September 5, 2026
Comune-info
Bosco urbano di comunità
IL CASO DEL BOSCO OSPIZIO DI REGGIO EMILIA NELLE ULTIME DUE SETTIMANE HA FINALMENTE ATTIRATO MOLTE ATTENZIONI, ANCHE FUORI DALLA CITTÀ (QUI L’OTTIMO ARTICOLO, MOLTO LETTO, DI MARCO DERIU: CHI DECIDE COS’È UN BOSCO?, PUBBLICATO IL 20 AGOSTO). IN QUESTI GIORNI L’ASSEMBLEA BOSCO OSPIZIO HA PRESENTATO IL PROGETTO DEL BOSCO URBANO COMUNITARIO AL POSTO DELL’ENNESIMO SUPERMERCATO. CI SONO PEZZI DI CITTÀ IN MOVIMENTO DA CUI IMPARARE MOLTE COSE IN QUESTI TEMPI DI CRISI CLIMATICA E DISSESTO IDROGEOLOGICO Foto Bosco Ospizio -------------------------------------------------------------------------------- La nostra proposta alternativa per salvare interamente il Bosco Ospizio e renderlo fruibile alla cittadinanza è rimasta fino ad ora circostanziata ai soli ambienti istituzionali, presentata da una nostra delegazione prima all’Amministrazione Comunale, poi a Conad Centro Nord. In questo momento di stallo, in cui il soggetto attuatore sostiene di stare valutando quanto da noi illustrato in quell’ultimo incontro, decidiamo di condividere questa proposta, per trasparenza, con la città. La nostra è una idea progettuale, non un progetto fatto e finito: questo perché, coerentemente con il nostro percorso assembleare, non stiamo imponendo delle scelte immodificabili, ma crediamo che la partecipazione degli abitanti dovrebbe iniziare ben prima della progettazione definitiva. La nostra proposta vede l’area trasformata in un Bosco Urbano di Comunità, valorizzata attraverso Nature Based Solutions (NBS) – un approccio che riconosca nei processi naturali una vera e propria infrastruttura per la rigenerazione del territorio – e capace di assolvere a quattro funzioni principali: 1. Natura, con la conservazione della vegetazione spontanea, biodiversità, suolo e servizi ecosistemici; 2. Fruizione, con percorsi pedonali, luoghi di sosta, accessibilità e sicurezza; 3. Educazione, con attività per scuole, bambini, cittadini e associazioni; 4. Comunità, con la partecipazione degli abitanti a iniziative di cura e conoscenza del bosco. Questa proposta progettuale si snoda lungo quattro fasi principali: una prima fase di conoscenza approfondita dello stato attuale del Bosco Ospizio, in cui sarà indispensabile uno studio ecologico, paesaggistico e di fruibilità affidato a professionisti qualificati. Una seconda fase di articolazione in ambiti del Bosco, che rispecchi le quattro funzioni principali. Una terza fase di fruizione da parte della comunità, in cui non tutte le aree saranno accessibili allo stesso modo. Infine, un’ulteriore fase di studio e ricerca orientata a considerare il Bosco come una vera infrastruttura verde di cui studiare in maniera approfondita i servizi ecosistemici forniti. La gestione del nuovo Bosco Urbano di Comunità dovrebbe essere in carico a un Comitato per il Bosco Ospizio, che proponiamo composto almeno dal Comune di Reggio Emilia, dalla proprietà dell’area, dall’Università di Modena e Reggio Emilia, da associazioni ambientaliste del territorio, da rappresentati del quartiere e da uno o più tecnici forestali. Sulla proprietà dell’area sono state illustrate più opzioni. La più immediata è che Conad Centro Nord resti il proprietario e avalli il progetto come un investimento in responsabilità ambientale e sociale: un’occasione unica di rendere finalmente concreti i numerosi proclami green e di sostenibilità presenti nei bilanci di impatto sociale della cooperativa. Non ci dimentichiamo, ovviamente, di quei servizi al quartiere spesso utilizzati come argomento a favore della controparte. Fin dal gennaio 2025 proponiamo alternative reali di collocazione della Casa della Comunità in edifici dell’area San Lazzaro già di proprietà di AUSL, con la quale cerchiamo da tempo una interlocuzione e che sollecitiamo ad ascoltare le istanze dei medici di medicina generale. In tali stabili troverebbe facilmente posto anche la biblioteca, in un ipotetico ponte tra il quartiere e il nuovo campus universitario. La proposta così strutturata responsabilizza tutti i soggetti coinvolti: l’Amministrazione Comunale, che si farebbe supporto e garante delle istanze dei cittadini; Conad Centro Nord, che metterebbe realmente in essere buone pratiche di sostenibilità territoriale; i cittadini, che diventerebbero a tutti gli effetti parte attiva della gestione e della manutenzione di un’area restituita alla città. [Assemblea Bosco Ospizio] -------------------------------------------------------------------------------- Un’iniziativa pubblica di presentazione, con maggiori dettagli della proposta, è in programma per venerdì 4 settembre ore 20 presso il Presidio Permanente in zona Campo di Marte II a Reggio Emilia. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Bosco urbano di comunità proviene da Comune-info.
September 3, 2026
Comune-info
Chi può abitare il centro di Roma?
LE VICENDE ROMANE DI SPIN TIME E DELL’EDIFICIO DENTE CARIATO, SEMPRE ALL’ESQUILINO, DICONO CHE BISOGNA DECIDERE SE IL PATRIMONIO IMMOBILIARE PUBBLICO DEBBA ESSERE SOLTANTO UN CAPITALE DA MONETIZZARE OPPURE LO STRUMENTO CON IL QUALE RIPORTARE CASA PUBBLICA, ACCOGLIENZA E WELFARE DI COMUNITÀ ANCHE NEL CUORE DELLA CITTÀ Le foto sono di Caterina Micheli (che ringraziamo) -------------------------------------------------------------------------------- L’incendio e lo sgombero di fatto di oltre quattrocento persone dall’occupazione storica della Capitale, Spin Time, dall’edificio di via Santa Croce in Gerusalemme, hanno reso visibile una contraddizione che Roma ignora da tempo. A poca distanza, davanti alla stazione Termini, il palazzo ammalorato e più conosciuto come “Dente Cariato” continua a essere un grande vuoto urbano di proprietà pubblica. Da una parte, una comunità costretta ad abbandonare uno stabile privato nel quale, durante tredici anni, ha costruito non soltanto abitazioni, ma servizi, relazioni, inclusione e capacità di cura. Dall’altra, un immobile pubblico ancora privo di una destinazione capace di rispondere alla domanda abitativa e sociale del centro. Il “Dente Cariato”, va premesso, non può essere presentato come la soluzione magica nella quale trasferire meccanicamente l’esperienza di Spin Time. Le dimensioni, i tempi, i regimi proprietari e le condizioni urbanistiche sono differenti. Eppure i due luoghi pongono la stessa domanda politica: il centro di Roma deve essere progressivamente riservato a usi più redditizi e al dilagare degli alloggi temporanei, oppure può continuare a essere abitabile da persone con redditi, età e condizioni sociali diverse? La risposta dipende in larga parte dal modo in cui il patrimonio pubblico viene amministrato. Quando la valorizzazione coincide prevalentemente con la vendita o con la ricerca del massimo rendimento, gli immobili cessano di essere strumenti di politica urbana e diventano risorse da monetizzare. -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- La perdita di capacità pubblica è permanente e, nelle aree centrali, spesso irreversibile. Ricostruire in futuro una presenza equivalente di abitazioni accessibili costerebbe molto più che conservarla o crearla oggi. Il patrimonio determina la geografia sociale della città Secondo la ricostruzione dell’Osservatorio Casa Roma, i programmi di alienazione promossi dal Campidoglio e dalla proprietà regionale delle case popolari, Ater, interessano complessivamente circa 14 mila alloggi popolari. Non sono immobili già tutti venduti: una volta inseriti nei piani di dismissione, vengono sottratti alle future assegnazioni e destinati alla vendita quando si liberano. Se le alienazioni previste fossero integralmente attuate, lo stock residenziale pubblico di Roma Capitale e Ater potrebbe ridursi da circa 72 mila a poco più di 50 mila alloggi. I valori derivano da basi di calcolo e periodi differenti e non vanno letti come un consuntivo, ma indicano con chiarezza la direzione del processo. La contrazione avviene mentre la domanda resta elevata. Il Secondo rapporto MEMOTEF–Sapienza censisce 66.109 alloggi di edilizia residenziale pubblica (ERP) appartenenti a Roma Capitale e Ater e registra 17.082 richieste di alloggio di nuclei nella graduatoria riferita alle domande e agli aggiornamenti pervenuti entro il 31 dicembre 2025. Le due grandezze non sono sovrapponibili: la maggior parte degli alloggi è regolarmente occupata e una quota è indisponibile per manutenzione, occupazioni senza titolo o impedimenti amministrativi e tecnici. Le assegnazioni procedono quindi lentamente e ogni alloggio sottratto allo stock riduce una capacità di risposta già insufficiente. La giunta Gualtieri ha avviato un’inversione di tendenza attraverso il Piano strategico per il diritto all’abitare e nuove acquisizioni. Considerando gli alloggi già acquistati e quelli compresi nelle operazioni autorizzate o programmate, l’incremento potenziale del patrimonio pubblico potrebbe corrispondere a poco più del 7 per cento dei nuclei in graduatoria. È tuttavia una stima teorica: una parte degli immobili non è ancora entrata nel patrimonio comunale e l’effettiva disponibilità dipenderà dal perfezionamento degli acquisti, dalle condizioni materiali e tecniche delle case, dalle eventuali occupazioni e dai tempi delle assegnazioni. Manca, però, un obiettivo territoriale esplicito: un alloggio pubblico in una periferia scarsamente servita non è uguale a uno vicino a trasporti, scuole, servizi sanitari e opportunità lavorative. Non basta stabilire quanti alloggi acquisire: occorre decidere quale quota di residenza accessibile garantire anche nel centro e nel semicentro. In assenza di questa scelta, sarà il mercato a determinare la geografia sociale di Roma e il pubblico si limiterà ad amministrarne le conseguenze. L’espulsione delle fasce meno abbienti dal centro non è un processo naturale prodotto soltanto dall’aumento dei prezzi. Dipende anche dalle destinazioni urbanistiche, dagli affitti brevi, dall’espansione della ricettività turistica e dalle decisioni sull’uso del patrimonio. Quando studentati ad alto costo, strutture ricettive e funzioni commerciali vengono preferiti alle case popolari, è già stata presa una decisione su chi possa abitare le diverse zone della città. Un centro riservato alle persone ad alto reddito e alle presenze temporanee non è soltanto più diseguale: è anche più povero di relazioni, servizi di prossimità e vita quotidiana. Garantire la permanenza di famiglie, anziani, giovani, lavoratori e persone vulnerabili produce valore pubblico e contribuisce alla vitalità dei quartieri. L’edilizia popolare nel centro non sottrae valore alla città: impedisce che quello immobiliare diventi l’unico riconosciuto. Spin Time: ciò che una politica della casa dovrebbe preservare Spin Time ha, per questo, reso visibili due distinte idee di centro urbano: da una parte, uno spazio scarso da destinare prevalentemente agli usi più redditizi e alle persone con maggiore capacità economica; dall’altra, un bene comune la cui qualità e disponibilità dipende dalla compresenza di redditi, età, provenienze e forme dell’abitare differenti. -------------------------------------------------------------------------------- Foto di Caterina Micheli -------------------------------------------------------------------------------- L’esperienza costruita nel rione Esquilino ha mostrato quanto siano connesse dimensioni che le politiche pubbliche tendono ad affrontare separatamente: la casa, considerata soprattutto come unità immobiliare; i servizi sociali; la cultura, l’educazione, l’accoglienza e il mutualismo. A Spin Time questi elementi si sono tenuti insieme. Vivere all’Esquilino per gli abitanti di Spin Time non ha significato soltanto disporre di una stanza, ma poter contare su relazioni, mediazione, attività culturali, spazi comuni, sostegno alle fragilità e legami con il quartiere. Riconoscere il valore di questa esperienza non significa idealizzare un’occupazione né ignorare le contraddizioni, la precarietà e la fatica che ha attraversato questa comunità per tredici anni. Significa prendere atto di un dato politico e sociale: dove il mercato e il sistema pubblico non hanno garantito risposte adeguate, si è formata nel tempo , un’infrastruttura comunitaria capace di produrre accoglienza, inclusione, protezione e partecipazione. La mobilitazione seguita all’evacuazione non è nata improvvisamente, ma è il risultato di anni di relazioni costruite dentro l’edificio e nel quartiere. Non è dunque un caso che le associazioni del vicino Polo Civico Esquilino, insieme a molte altre realtà cittadine, abbiano attivato immediatamente una rete di sostegno agli sfollati di Spin Time, garantendo accoglienza, pasti, docce, mediazione linguistica, cura dei bambini e presidio sanitario. Queste azioni hanno risposto alle necessità più urgenti, ma anche a una prospettiva più ampia: evitare che alla perdita temporanea della casa si aggiungesse la dispersione della comunità. Allontanare le famiglie senza considerare la loro vita quotidiana avrebbe potuto interrompere la frequenza scolastica dei bambini, rendere più difficili le cure, indebolire i percorsi di inclusione e spezzare reti di sostegno costruite nel tempo. L’azione del Polo Civico e delle altre realtà coinvolte indica quindi una direzione precisa per le politiche pubbliche: intervenire sulla casa senza separarla dalla scuola, dalla salute, dai servizi e dalle relazioni sociali. -------------------------------------------------------------------------------- Foto di Caterina Micheli -------------------------------------------------------------------------------- La solidarietà territoriale non può sostituire la responsabilità delle istituzioni, ma può accompagnarne l’intervento, renderlo più consapevole delle condizioni concrete e contribuire a soluzioni che non si limitino a contenere l’emergenza. Il punto non è soltanto trovare una collocazione temporanea, ma impedire che la perdita dell’alloggio produca anche quella della comunità. Dall’emergenza alla responsabilità pubblica Roma Capitale ha avanzato una proposta per acquistare l’immobile occupato da Spin Time da Investire SGR, subordinando il prezzo alle valutazioni degli organismi pubblici competenti. È giusto riconoscere l’importanza e l’impegno politico dell’amministrazione. C’è una domanda, tuttavia, che non può essere elusa: perché la possibilità di acquisire e mettere in sicurezza lo stabile è diventata concreta soltanto dopo l’esplosione dell’emergenza? Una politica strutturale dovrebbe arrivare prima, individuare i rischi, costruire alternative e non dipendere ogni volta dalla disponibilità negoziale di una proprietà privata. L’acquisto di Spin Time, se economicamente e giuridicamente sostenibile, era ed è una strada da perseguire, già inclusa da diversi anni tra le ipotesi del piano comunale di acquisizione di immobili da destinare all’edilizia pubblica. Ma se la proprietà non intende vendere, non può restare l’unico orizzonte. Occorre predisporre misure transitorie dignitose e una soluzione pubblica che impegni l’amministrazione ad una alternativa certa e credibile. Un’istruttoria specifica può esaminare anche gli altri strumenti consentiti dall’ordinamento, compresa l’eventuale espropriazione per pubblica utilità, verificandone rigorosamente presupposti, coerenza urbanistica, copertura finanziaria, proporzionalità e rischi di contenzioso. Qualunque sia l’esito della trattativa, la risposta non dovrebbe disperdere le persone né cancellare l’innovazione sociale prodotta in questi anni. È qui che il Dente Cariato entra nella vicenda: non come sostituto automatico di Spin Time, ma come possibilità di trasformare una lezione nata nell’informalità in una politica pubblica programmata. Il Dente Cariato come banco di prova L’area compresa tra via Giolitti, via Manin e via Gioberti, di fronte alla stazione Termini e comunemente denominata “Dente Cariato”, costituisce da decenni uno dei vuoti urbani più rilevanti dell’Esquilino. La proprietà pubblica, la posizione strategica e la consistenza dell’immobile ne fanno un banco di prova particolarmente significativo: non soltanto per la rigenerazione di una porzione incompiuta della città, ma per verificare quale funzione Roma intenda attribuire al proprio patrimonio nelle aree centrali. -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Le ipotesi di valorizzazione esaminate dal Campidoglio nel 2026 rendono evidente questa alternativa. Quattro delle sei proposte attribuiscono un ruolo prevalente alla residenzialità privata, in particolare a quella rivolta agli studenti, mentre una sola contempla una componente di edilizia residenziale pubblica accompagnata da servizi sociali strutturati. Tale prevalenza non è neutrale. Mostra quali destinazioni siano considerate dal mercato immediatamente sostenibili e finanziabili e quali, invece, siano chiamate ogni volta a dimostrare la propria legittimità economica e istituzionale. Il rischio è che la valorizzazione del patrimonio pubblico venga identificata quasi automaticamente con la sua capacità di generare rendita, relegando la risposta ai bisogni abitativi e sociali a una funzione residuale o compensativa. In questo quadro si collocano le proposte avanzate dal Polo civico Esquilino insieme ad associazioni territoriali e ad alcune realtà imprenditoriali. Queste elaborazioni hanno indicato la possibilità di destinare l’immobile a una combinazione di funzioni abitative accessibili, servizi pubblici e attività di interesse collettivo: alloggi pubblici per famiglie e studenti, spazi culturali e sociali, attrezzature sportive e luoghi aperti alla partecipazione degli abitanti. Il loro elemento più significativo non risiede soltanto nell’elenco delle funzioni previste, ma nell’affermazione di un principio: la rigenerazione del “Dente Cariato” deve essere valutata anzitutto per la sua capacità di rispondere ai bisogni dell’Esquilino e della città, preservando la titolarità e la regia pubblica dell’operazione e impedendo che un bene strategico venga assorbito da processi di privatizzazione o valorizzazione prevalentemente speculativa. A partire da queste proposte, e alla luce delle vicende più recenti, è possibile formulare un’ipotesi più definita, capace di assumere Spin Time non come modello da trasferire meccanicamente, ma come esperienza dalla quale ricavare indicazioni operative. La proposta potrebbe prevedere la destinazione della quasi totalità della superficie residenziale alla realizzazione di circa cento alloggi pubblici e accessibili, accompagnati da un sistema integrato di servizi e spazi collettivi. Al piano terra potrebbero trovare posto attività commerciali di vicinato, servizi pubblici e presìdi sociali aperti al quartiere; il mezzanino e i livelli seminterrati potrebbero accogliere spazi culturali, laboratori, servizi educativi e sociali e luoghi di incontro; la copertura dell’edificio potrebbe essere attrezzata per attività sportive e ricreative, compatibilmente con i vincoli strutturali, urbanistici e di sicurezza. Sulla base dello studio di fattibilità fatto per la sua valorizzazione, possiamo dedurre che circa 7.380 metri quadrati lordi sarebbero destinabili alla residenza sociale: cento alloggi corrisponderebbero a una media di 73,8 metri quadrati lordi e, considerati muri, distribuzione e impianti, a circa 50–70 metri quadrati utili. Con un mix di bilocali, trilocali e quadrilocali, unità accessibili e appartamenti predisposti per essere uniti o separati nel tempo, la capacità potrebbe attestarsi nell’ordine di 250–290 persone. È una stima preliminare, non un progetto definitivo. Non coincide con le dimensioni di Spin Time e non può risolvere da sola né la situazione delle persone evacuate né la domanda ERP cittadina. Il “Dente Cariato” può diventare il primo nodo di una rete di immobili pubblici centrali e semicentrali, non una riserva nel quale confinare un problema. Prima di utilizzare in modo intercambiabile espressioni come ERP, social housing e co-housing occorrerà definire il regime del progetto. L’ERP stabilisce criteri di accesso e canoni propri; il social housing può comprendere fasce e modelli finanziari differenti; il co-housing descrive una configurazione abitativa e gestionale, non un titolo di assegnazione. Una scelta credibile dovrebbe indicare quante unità destinare all’ERP, se prevedere una quota a canone calmierato e come integrare alloggi autonomi, spazi comuni e servizi senza comprimere la qualità della vita privata. Il collegamento con Spin Time sarebbe quindi funzionale, non quantitativo. Spin Time mostra quali relazioni e servizi una politica dell’abitare dovrebbe riconoscere; il “Dente Cariato” offre un patrimonio pubblico nel quale tali funzioni possono essere progettate fin dall’origine, dentro regole trasparenti e responsabilità istituzionali definite. -------------------------------------------------------------------------------- Foto di Caterina Micheli -------------------------------------------------------------------------------- Condizioni di fattibilità: costi, assegnazioni e gestione La stima preliminare di questa operazione, riadattando una delle proposte già presentate all’amministrazione capitolina dal gruppo di lavoro promosso dal Polo Civico Esquilino , si aggira intorno ai 35–40 milioni di euro e deve essere verificata con un progetto di fattibilità aggiornato, un computo metrico e un cronoprogramma autorizzativo. Rapportata a cento alloggi, equivale indicativamente a 250–300 mila euro per unità (nella media dei costi di nuovi alloggi Erp), ma comprende anche il recupero del basamento, gli spazi pubblici, i servizi e la complessità di un cantiere nel centro storico. Il confronto corretto non è soltanto con il costo di costruzione di un appartamento in periferia: deve considerare il patrimonio che rimane pubblico, l’accessibilità, il consumo di suolo evitato e i costi sociali dell’espulsione. Questi benefici non eliminano l’obbligo di dimostrare la sostenibilità economica di un’operazione tanto ambiziosa, con un piano finanziario, l’individuazione delle fonti pubbliche e degli eventuali contributi, una stima dei costi di manutenzione e gestione e la valutazione delle entrate compatibili generate dalle funzioni commerciali. Il progetto dovrebbe essere confrontato con alternative equivalenti nel centro, non con soluzioni periferiche che offrono condizioni territoriali diverse. Tradurre Spin Time senza riprodurlo Il passaggio dall’esperienza sociale alla politica pubblica richiede un’avvertenza. Non basta costruire alloggi e aggiungere qualche spazio comune: il rischio è passare dalla casa come merce alla casa come semplice contenitore pubblico. L’esperienza di Spin Time indica la necessità di un’infrastruttura sociale di gestione che preveda assegnazioni trasparenti, manutenzione programmata, accompagnamento sociale, spazi comuni gestiti in maniera comunitia e partecipazione degli abitanti. Una fondazione di partecipazione o una cooperativa di comunità abitativa con un partenariato pubblico-sociale potrebbe riunire Roma Capitale, soggetti del Terzo settore, rappresentanze degli abitanti e competenze tecniche, mantenendo inequivocabile la responsabilità pubblica. -------------------------------------------------------------------------------- Foto di Caterina Micheli -------------------------------------------------------------------------------- Il co-housing, in questo quadro, non sarebbe un’etichetta alla moda né un modo per rinominare in modo accettabile degli spazi privati, ma una infrastruttura sociale composta da alloggi autonomi, ambienti condivisi, servizi di prossimità e regole costruite con chi abita. La sfida è costruire una composizione sociale plurale e replicare il modello in più immobili del centro e del semicentro. Il “Dente Cariato” può essere un primo tassello di questa strategia. Dal caso singolo a una politica del centro Il “Dente Cariato” così reinterpretato avrebbe valore strategico soltanto se inserito in una politica più ampia. Il primo passo è un processo di partecipazione autentico da costruire intorno al censimento pubblico e aggiornato degli immobili inutilizzati o sottoutilizzati appartenenti a Roma Capitale, altri enti pubblici, società partecipate e grandi proprietà istituzionali, già avviato da Roma Capitale per la parte di propria comoetenza. Per ogni bene devono essere accessibili informazioni su stato, vincoli, costi di recupero, destinazioni possibili, tempi e decisioni assunte. Prima di ogni alienazione dovrebbe essere obbligatoria una valutazione dell’alternativa abitativa e sociale, accompagnata da una motivazione pubblica. Al Piano delle alienazioni deve corrispondere un Piano delle acquisizioni e delle trasformazioni per la casa, con risorse, scadenze e obiettivi territoriali. Nelle grandi trasformazioni urbane va inoltre prevista una quota strutturale di edilizia accessibile, evitando che il contributo alla casa sia residuale o negoziato caso per caso. Serve, infine, una capacità tecnica permanente: una struttura in grado di monitorare la domanda in tempo reale, acquisire, progettare, recuperare e gestire immobili con continuità. Senza questa infrastruttura amministrativa, anche le dichiarazioni più ambiziose resteranno dipendenti dall’emergenza, dai singoli finanziamenti e dalle occasioni del mercato. La vicenda di Spin Time può concludersi con un acquisto, un diverso strumento giuridico, una soluzione alternativa o una combinazione di interventi. Qualunque sia l’esito, non dovrebbe chiudersi come un caso eccezionale, ma aprire una nuova stagione politica. Il Dente Cariato può trasformare un vuoto pubblico in case, servizi e relazioni e dimostrare che un altro uso del patrimonio è praticabile, misurabile e replicabile. Nel centro ci sono altri spazi di proprietà del comune dove poter ampliare questa proposta ad esempio l’ex istituto Angelo Mai nel rione Monti, un bene di Roma Capitale la cui ristrutturazione si trascina, incompiuta, da anni. Se ne potrebbe valutare la trasformazione in un progetto di housing familiare, con circa cinquanta alloggi accessibili, spazi comuni e servizi di quartiere. Le aree centrali e semicentrali di Roma non devono essere rese accessibile alle persone con redditi più bassi come eccezione o concessione, ma conservarsi abitabii per la società intera. È questo un indicatore concreto per ogni politica pubblica della casa: non quante emergenze riesce temporaneamente a contenere, ma quanta città riesce a sottrarre all’espulsione e a restituire alle persone che la vivono. -------------------------------------------------------------------------------- Fonti * Bibliografia e sitografia: Comune-info, «Spin Time, quando un rione diventa comunità», 3 agosto 2026. * Comune-info, «Il tempo nuovo di Spin Time», 25 agosto 2026. * Diario dei nuovi appalti e concessioni, «Proposte di valorizzazione per il Dente Cariato», 30 luglio 2026. * MEMOTEF – Sapienza Università di Roma, Secondo rapporto sull’edilizia residenziale pubblica a Roma, 2026. * Osservatorio Casa Roma, «I piani vendita a Roma: programmi comunali e Ater e scenario sullo stock ERP», s.d. * Polo civico Civico IL DENTE CARIATO NON SI VENDE, SI CURA * Reti Solidali, «Intervista a Enrico Puccini sul Piano casa di Roma Capitale e sull’emergenza abitativa», 26 giugno 2026. * Roma Capitale, «Roma Capitale acquista 120 nuove case popolari», 4 gennaio 2023. * Roma Capitale, «Roma acquista nuove case popolari», comunicato relativo all’autorizzazione all’acquisto di 88 alloggi di proprietà dell’INPS, 22 marzo 2025. * Roma Capitale, «Case popolari da Enasarco: sottoscritto primo rogito», relativo all’acquisizione di 336 alloggi, 30 dicembre 2025. * Roma Capitale, Determinazione dirigenziale QC/2505/2026: Piano strategico e acquisizione di 338 alloggi ERP, 2026. * Roma Capitale, Proposta di acquisto di Spin Time, comunicato, 7 agosto 2026. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Chi può abitare il centro di Roma? proviene da Comune-info.
September 3, 2026
Comune-info
Guerra alla guerra. Ripoliticizzare la vita
CIÒ CHE ANIMA I NUOVI PADRONI DEL MONDO È LA CONVINZIONE DI TROVARSI ALL’INIZIO DI UNA NUOVA STORIA, DOVE L’IMPETUOSO SVILUPPO TECNOLOGICO NON LASCIA PIÙ SPAZIO ALLE LETTURE ETICHE DELL’AGIRE POLITICO, MA ANCHE L’IDEA DELLA GUERRA COME MEZZO DI PURIFICAZIONE NEI CONFRONTI DEL MALE. PER QUESTO È DIFFUSO IL BISOGNO IN BASSO DI SOSTENERE, IN TANTI MODI DIVERSI, LA NECESSITÀ DI RIPOLITICIZZARE LE RELAZIONI, CIOÈ IL BISOGNO DI RIDEFINIRE LE PRIORITÀ E I VALORI NON IN MODO ASTRATTO MA SULLA BASE DI UNA CONTRAPPOSIZIONE ALLO STATO DI COSE PRESENTI. CHE TIPO DI RELAZIONI SOCIALI PROPONIAMO? QUALE RAPPORTO CON LA NATURA? COSA SIGNIFICA SVILUPPO? IL MUTUALISMO PUÒ OFFRIRE DELLE SOLUZIONI? -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- In una recente intervista di Simone Pieranni a Wang Hui – probabilmente l’esponente più in vista della New Left cinese – l’influente pensatore politico dedica ampio spazio a due concetti: la “politica della depoliticizzazione” e la “ripoliticizzazione”. Riprendendo per sommi capi ciò che Wang Hui dice, la depoliticizzazione non è, come sembrerebbe indicare il termine, l’assenza della politica tout court. È piuttosto la presentazione di atti, discorsi, strategie sulla base di protocolli di pretesa neutralizzazione, o tecnicizzazione, degli stessi, con lo scopo di sottrarli alla controversia politica, stigmatizzando e criminalizzando i suoi detrattori. La neutralizzazione propone una universalità di valori basati sui concetti apparentemente indiscutibili di progresso tecnologico, predisposizione genetica, centralità del QI, fiducia nelle capacità dei migliori di produrre ciò di cui abbiamo bisogno, il diritto all’accesso a ciò che serve a qualunque costo, in nome di uno sviluppo che si presenta come infinito e inarrestabile. Dietro a tutto questo, come ha dimostrato Quinn Slobodan, c’è una scelta politica precisa, con obiettivi chiari. È la stessa, sembra, che Wang Hui riconduce alla politica della depoliticizzazione. Ancora una volta, sono gli USA a definire le linee lungo le quali si articola questo nuovo corso. Non tutto è frutto della attuale amministrazione, anche se il trumpismo rappresenta la sua estremizzazione, sotto molti punti di vista. In termini generali, questa politica è, o si presenta come, la risposta allo stato di crisi in cui si trova l’Occidente, per lo meno a partire dal 2008. La politica della depoliticizzazione va oltre le forme più consolidate di organizzazione neoliberalista del rapporto tra mercato e istituzioni, pubblico e privato. Spinge verso i nuovi scenari di cui, con gradi diversi di consapevolezza, siamo tutti testimoni. Sostenuta dall’impatto dell’IA sull’impalcatura istituzionale, sulle forme di organizzazione del lavoro, delle configurazioni sociali, della vita nella sua accezione biologica e sociale più ampia, la politica della depoliticizzazione si presenta oggi come l’antitesi dell’etica in politica. Quello che stiamo vivendo non è appena un ulteriore passaggio nella lunga e lineare vita del capitalismo. Alla visione depoliticizzata dei nuovi padroni del mondo non basta più la definizione del modello capitalistico come “la fine della storia”. Ciò che li anima è la convinzione di trovarsi all’inizio di una nuova storia, dove l’impetuoso sviluppo tecnologico non lascia più spazio alle letture etiche dell’agire politico del XX secolo. In quell’ambito si inseriscono la proiezione transumanista di superamento della morte, la ridefinizione escatologica del destino del mondo, l’individuazione con toni biblici dei nemici della loro idea di progresso. Conseguentemente, la guerra, declinata in molti modi differenti, assume la funzione purificatrice nei confronti del male, dell’Anticristo. Quest’ultimo è semplicemente tutto ciò che si frappone alla produzione del futuro definito dal loro “progetto teologico secolarizzato”, come lo chiama Rafael Azzi. Che sia guerra all’ambiente, ai poveri, a quel che rimane dello stato sociale, in nome di uno “sviluppismo” che non fa prigionieri, o che la si consideri nel senso più stretto del termine, la politica della depoliticizzazione trova nella guerra la sua più coerente e elevata espressione. Per Wang Hui, anzi, la guerra non è altro che la continuazione della politica della depoliticizzazione. E su questo, sembra difficile trovare argomenti che confutino la sua tesi. Il successo di questa politica sta nella capacità di penetrazione e condizionamento tanto della nostra vita attiva sempre più connessa, quanto del nostro inconscio offline. A questo proposito, un altro intellettuale cinese, Yuk Hui, preferisce, parlando del modello economico e culturale dominante, porre l’accento sui processi di disindividuazione come conseguenza di una prevalenza delle pulsioni, rispetto all’economia della libido. Da qui nasce la necessità di una nuova individuazione del pensiero, “per la cui realizzazione la tecnologia è fondamentale”, visto che proprio l’uso attuale della tecnologia è visto come la causa principale della disindividuazione. Una nuova individuazione corrisponde, quindi, alla declinazione a livello della vita del soggetto del concetto di ripoliticizzazione che Wang Hui analizza collocandosi su un piano relazionale più ampio. Sostenere la necessità di ripoliticizzare le relazioni non significa misconoscere la molteplicità di azioni politiche che, nei più disparati ambiti, registrano livelli di partecipazione popolare molto elevati. Non è questo il punto, o, se vogliamo, questo è solo un aspetto del processo di ripoliticizzazione di cui si intende parlare e forse, o per fortuna, il meno problematico. Dall’Europa alle sue frontiere esterne (Albania e Serbia), a molti paesi del tricontinente, tra cui Kenya e India, senza dimenticare gli USA è un continuo diffondersi di proteste politicamente importanti ed efficaci. Il tema della ripoliticizzazione interessa tanto le azioni politiche specifiche, quanto il “politico”. Questo è da intendersi come il senso generale dell’agire che ridefinisce le priorità e i valori, sulla base di una contrapposizione antagonistica allo stato di cose presenti. La sua fondazione non è astratta, ma radicata nelle lotte politiche che a esso rimandano. Il politico non è la sommatoria di quelle vertenze politiche, anche laddove queste nascono all’interno di uno stesso ambito e manifestano delle analogie, o punti di contatto. Rimanda al concetto di egemonia, intesa nel senso gramsciano di lotta culturale nella dimensione etico-politica, che Laclau ha tradotto nell’idea di catene equivalenti crescenti tra soggetti e azioni per la definizione di una democrazia radicale. Il politico, quindi, costituisce il quadro di riferimento antagonistico, a cui le diverse azioni politiche rimandano e che, allo stesso tempo, ognuna di esse contribuisce a formare. Esiste un processo di reciprocità tra i due elementi: è questo che definisce il percorso di costituzione dell’egemonia. È un percorso che va attivato, non è sempre e già esistente da qualche parte, che ha bisogno solo di essere portato alla superficie. Le catene equivalenti e le articolazioni tra i soggetti che producono azioni politiche antagoniste sono la nervatura e l’ossatura di quel percorso. Sulla base di quanto è stato detto nelle righe precedenti, l’elemento che può costituirsi come quadro di riferimento della potenza collettiva delle azioni politiche che si fanno politico è “la guerra alla guerra”. Questo sembra essere oggi il significante in grado di mettere in moto un progetto egemonico di ampio raggio. La guerra intesa nella sua accezione più ampia – si è detto – è la continuazione della politica della depoliticizzazione. Combattere quella politica con le armi della ripoliticizzazione significa fare di ogni azione che la contrasti un tassello del progetto egemonico che vogliamo condurre a termine. Per fare questo, abbiamo bisogno di produrre elementi convincenti, che non si limitino a contrastare. Abbiamo bisogno anche di nuovi nomi. La guerra che vogliamo muovere alla guerra all’ambiente deve poter dire che tipo di rapporto proponiamo tra la società umana e la natura, cosa significa sviluppo, produzione e consumo in prospettiva ecosocialista, come sostiene Sabrina Fernandes. Lo stesso vale per la guerra contro la guerra ai soggetti marginali, alla sanità e alla scuola pubblica, al diritto a una vita degna, a una casa, a un reddito. Il mutualismo può offrire delle soluzioni? Aiuta a definire un modello societario in cui investire, proprio perché sottratto alla valorizzazione diretta del capitale? Combattere le guerre genocide che usano le armi prodotte direttamente o indirettamente nelle nostre città e che transitano nei nostri porti ha bisogno di ulteriori alleanze per promuovere azioni efficaci e durevoli. Ciò che sta già avvenendo è importantissimo, ma non è sufficiente: la lotta deve trovare il modo di estendersi non solo in orizzontale, ma anche in verticale, lungo la catena di approvvigionamento. I nuovi mezzi computazionali di organizzazione, produzione e controllo devono diventare un campo di battaglia, facendo della conoscenza un’arma da rivolgere contro i loro produttori. Anche questo passaggio rientra nella supply chain su cui è importante intervenire. Gli hacker, come li intende MacKenzie Wark, cioè i produttori di informazioni e metodi di utilizzo dei sistemi contro i loro padroni vettorialisti, sono, da questo punto di vista, un soggetto di importanza vitale. La creazione di catene equivalenti, l’articolazione tra soggetti diversi, producono sapere, cura, solidarietà, consapevolezza e potenza. È lì dove il politico viene rafforzato da e rafforza l’espansione delle lotte in un ecosistema che non ha confini prestabiliti. La sua dimensione si definisce sulla base del funzionamento di un’ecologia, dove tutto co-evolve e dove la distribuzione delle azioni non è sinonimo di debolezza, ma di variabilità non totalizzabile di una rete. La città si presenta come il laboratorio ideale dove la ripoliticizzazione può assumere concretezza e visibilità immediata, dove sperimentare un percorso che abbia come obiettivo la creazione di una nuova egemonia culturale e etico-politica. Questa trova sostegno e forza nell’idea di cittadinanza attivista, che ridefinisce le posizioni e le priorità di chi vive e trasforma gli spazi urbani quotidianamente, dentro e contro le trasformazioni imposte. Le articolazioni, i punti di sutura tra le azioni distribuite dei soggetti, ognuno con la propria specificità, contribuiscono a definire e ampliare il significato di “Guerra alla guerra”. Se questo significasse sottrarci, almeno in parte, all’asfissia opprimente e criminale che ci circonda, la guerra alla guerra potrebbe diventare allora il modo per ricominciare a respirare collettivamente. È accaduto al tempo delle città ribelli, accade oggi con la New York di Mamdani. Le città, talvolta, ci sorprendono per la capacità di trasformazione che dimostrano, grazie all’autonomia, o sovranità, che le contraddistingue e che ha fatto sì che, in passato, fossero viste come ambiti “illegali”. Se la storia si ripetesse, non avremmo altra scelta che stare, senza alcun rimorso, dalla parte dell’illegalità. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Guerra alla guerra. Ripoliticizzare la vita proviene da Comune-info.
August 31, 2026
Comune-info
Fuga dal lavoro sociale
LE PERSONE IN STRADA AUMENTANO OVUNQUE E IL LORO DISAGIO È SEMPRE PIÙ COMPLESSO. EPPURE, OSSERVA ROBERTO DE LENA, ASSISTENTE SOCIALE, SONO POCHE LE PERSONE CHE SI AVVICINANO AL LAVORO SOCIALE. LE CAUSE SONO TANTE, DEL RESTO NON È FACILE PROTEGGERE IL SENSO DELLA SOLIDARIETÀ E IL VALORE DEL LAVORO SOCIALE IN UNA SOCIETÀ CHE INSEGNA AD ESSERE PERFORMATIVI E CHE HA PER BUSSOLA LA CITTÀ ATTRATTIVA Termoli (Cb), maggio 2026: assemblea in piazza per dire che la salute non è una merce -------------------------------------------------------------------------------- Abdel si è steso sul marciapiede e di tanto in tanto rotola in mezzo alla strada, bloccando il traffico. Lo incontriamo nel nostro consueto giro di strada: è giovanissimo, molto trasandato, un sorriso strampalato stampato sul viso. Un sorriso che viene da non so dove; gli occhi, in realtà, stanchi. Ci diamo appuntamento in stazione. Non arriverà. Poco prima, Angelo l’ho incrociato steso in una cunetta, tra il muro e l’erba, con delle buste addosso. Ha la faccia rossa, gonfia di alcol, sembra stremato. Quando sono ripassato non c’era più, ho saputo che era già intervenuta la polizia. Abdel e Angelo sono “solo” due tra le persone in strada, un lunedì di metà agosto in una cittadina di mare della provincia del sud Italia. Insieme a loro c’è anche Mohamed, poco più che un ragazzino, che racconta di essere stato recluso nei Centri di detenzione in Albania (quelli che vorrebbero diventare modello per l’intera Europa) e che ora ha iniziato a bere fortissimo; non sa se riuscirà a regolarizzare la sua posizione con i documenti, intanto lava i piatti nei locali sul mare, dorme in mezzo alla strada, e beve. Beve forte. E con loro molti altri, uomini per lo più, spesso con problemi di salute fisica e mentale. Ma anche intere famiglie, costrette a tornare in Italia dalla Germania (che calvario!). Mentre a pochi metri da loro la città-vetrina si consuma di aperitivi e concerti, si ritagliano anfratti in quel che resta della città turistificata. Spesso sono costretti a spostarsi perché danno fastidio e fanno una brutta impressione. E poi sta cominciando (finalmente, dopo giorni di caldo torrido!) un po’ di pioggia. Fuga Quel che tuttavia mi preoccupa maggiormente del mio lavoro con le persone senza dimora a Termoli (Campobasso, Molise) non è tanto il fatto che da alcune settimane le persone in strada e in dormitorio aumentano costantemente. Non è nemmeno il fatto che alcune di queste persone esprimono un disagio molto molto importante e complesso, di cui si tamponano solo alcuni sintomi ma di cui si fa fatica a prendersi cura. Tutto ciò preoccupa, ma non è al momento la mia principale preoccupazione. Le cose che mi preoccupano di più sono la sensazione e il fatto che siano poche le persone che si avvicinano a questo lavoro, disposte e interessate a fare lavoro sociale di bassa soglia con le marginalità estreme. Cercando di coniugare passione ed etica, impegno civico e politico, spirito critico e professionalità. Sporcandosi le mani nelle sofferenze e nelle contraddizioni. Da quel che ne so, si tratta, peraltro, di un problema abbastanza diffuso a livello nazionale per molte professioni socio-sanitarie, e non solo. La questione ha molte sfaccettature (modello di welfare, questione sindacale), e qui non è possibile affrontarle tutte (anche se sarebbe bello e utile poterlo fare): «fra il 2023 e il 2024 sono diminuiti del 35% i candidati all’abilitazione e gli assistenti sociali abilitati sono scesi di oltre il 40%. Numeri che preoccupano per la tenuta del welfare territoriale» (vita.it); «Il problema è strutturale, e sta a monte: in un sistema di finanziamenti pubblico del welfare che continua a premiare il ribasso invece della qualità, che finanzia i progetti e lascia scoperte le persone, che chiede a chi si prende cura degli altri di farlo senza che nessuno si prenda cura di loro. Il risultato è una crisi silenziosa ma profonda: mancano educatori, mancano infermieri, mancano assistenti sociali. I giovani faticano a scegliere queste strade. Chi le ha percorse spesso le abbandona, non per mancanza di passione, ma per eccesso di solitudine, di fatica, di promesse mancate» (Vita, maggio 2026). Dis-agio degli operatori Gli operatori che restano cominciano a “invecchiare” senza aver aiutato altre persone a formarsi; spesso rimaniamo noi stessi ingabbiati in strada insieme alle persone marginalizzate (marginalizzati con loro), con poche o nulle prospettive evolutive. E con una enorme responsabilità sulle spalle. Le ragioni di ciò sono molteplici e molte risiedono anche nella debolezza delle nostre, in alcuni casi piccole, organizzazioni. Così come, certamente, nella debolezza della politica (locale e nazionale) che spesso si rifiuta di mettere la questione delle marginalità al centro del discorso pubblico. Ma, forse, una delle principali ragioni sta nel fatto che oggi si è (definitivamente?) smarrito il senso della solidarietà e del valore del lavoro sociale in una società che ci ha insegnato solo ad essere performativi. E che continuamente ci ripete che “la società non esiste, esistono solo gli individui” in competizione tra loro. Una ideologia che ha marginalizzato il lavoro sociale come costruzione di processi di cura, di relazionalità e reciprocità. La crisi delle professioni del welfare è, così, il sintomo della crisi della società contemporanea. Scrive Marco Rovelli nel suo libro, bellissimo (e consigliatissimo), Non siamo capolavori. Il disagio e il dissenso degli adolescenti (Laterza, 2025): «Disagio: non essere a proprio agio. L’etimologia ci rivela che parlare di disagio è quanto mai adeguato: agio – dal provenzale aize, a sua volta derivato dal tardo latino adiacens – è una situazione confortevole, dovuta alla vicinanza, alla prossimità. Disagevole, produttore di disagio, è ciò che non è prossimo. Nella non prossimità si vedono due aspetti distinti. Il primo è la non prossimità di ciò che ancora non siamo, e dunque l’individuazione di un orizzonte da raggiungere, un avvenire da realizzare – e questo è il disagio creativo, non solo necessario ma immanente all’essere umano, il quale si trasforma in relazione a un mondo cui dare forma. Il disagio dovuto alla mancanza di una forma riconoscibile è quel muove alla trasformazione e alla produzione di un mondo nuovo. Il secondo aspetto della non prossimità è non trovarsi prossimi ad alcunché: a un mondo, a un altro soggetto. Non sento nulla e nessuno vicino, non c’è nulla e nessuno che mi tocchi: non c’è contatto, non c’è connessione. Una connessione profonda, non quella immaginaria di un occhio disincarnato. Questo aspetto del disagio che è il sentirsi sconnessi, isolati, è allora l’isolamento di una società che ha fatto dell’individuo e del proprio successo l’unico valore. E questo isolamento, questa sconnessione, retroagisce negativamente anche sul primo aspetto del disagio: perché in una società fatta di individui che non sanno pensarsi come preceduti da una dimensione relazionale, e che impone all’individuo di costruire se stesso e il proprio successo, immaginare un avvenire e una forma possibile diventa un peso sempre più grande, e sempre più spesso intollerabile. E sotto questo peso ci si schianta». Una questione culturale e politica Il problema della fuga dal lavoro sociale diventa, in quest’ottica, più fondamentale (culturale, politico); e si estende anche a chi il lavoro sociale continua a farlo (ma con quale approccio metodologico?). Perché non si tratta “solo” di aiutare il prossimo (cosa necessaria), ma di comprendere la dimensione collettiva e trasformativa del nostro agire nelle pratiche sociali. Di comprendere, sul piano locale, che c’è un’incompatibilità di fondo tra il modello di città attrattiva e quello della città solidale (che vorremmo, e dovremmo, costruire con le nostre organizzazioni). Parlo della cittadina dove abito, ma forse la questione è estendibile anche ad altri territori. Prendiamo, ad esempio, l’housing first, che le missioni del PNRR hanno permesso di implementare in varie città: sono ottimi i nostri tentativi di sperimentare questo modello (prima la casa!) in favore di persone senza dimora, ma questi progetti come potranno avere gli effetti davvero sperati se non si pone concretamente (politicamente) il discorso del diritto all’abitare per tutte e per tutti? La cittadina di mare, attrattiva per i turisti ed espulsiva per i residenti, perde infatti abitanti, ma negli anni si è continuato a costruire case e interi complessi edilizi (la cementificazione è molto dannosa e pericolosa con la crisi climatica in corso) destinandoli per lo più alla turistificazione, con ciò facendo aumentare i costi delle case stesse e generando ulteriore disagio abitativo. Quanto si è investito (anche in termini di pensiero), invece, sull’abitare pubblico e cooperativo? Poco o nulla. Tale questione dovrebbe essere centrale, perché ha a che fare con il diritto alla città; mentre sembra lasciata in secondo piano. Un discorso simile riguarda il grande tema del lavoro: noi, dal “sociale”, possiamo (e dovremmo, aggiungo) promuovere varie forme di inserimenti lavorativi in favore di persone in condizione di svantaggio, ma come può ciò risultare davvero efficace se lo facciamo senza contrastare pubblicamente le varie di forme di sfruttamento lavorativo (a partire da quelle che avvengono nei “nostri” mondi del sociale), che generano ancora e ancora sofferenze ed esclusione sociale? E, al contrario, quante energie dedichiamo al promuovere la nascita di forme di lavoro cooperative e inclusive? Il senso trasformativo del lavoro sociale Noi che ci occupiamo, a vari livelli e con diverse responsabilità, di politiche sociali dovremmo insomma comprendere e far comprendere che queste sono il motore di una città più giusta e solidale, e non il tappeto sotto cui nascondere i mali o, peggio, uno strumento di controllo sociale. E dovremmo intrecciare lavoro sociale e lavoro culturale, altrimenti rimarremo in pochi (e sempre più frustrati) a occuparci di lavoro di cura. Con il rischio, già sotto i nostri occhi, da un lato, della delegittimazione del lavoro sociale stesso (“è tutto un business”) e, dall’altro, dell’intimizzazione delle pratiche solidali (“preferisco fare del bene da sola e con riservatezza”). Ma qui, siamo, appunto, già su un altro campo, quello dove il discorso ideologico neoliberista e neoautoritario ha già vinto. -------------------------------------------------------------------------------- Riferimenti * Rovelli M., Non siamo capolavori. Il disagio e il dissenso degli adolescenti, editori Laterza, Bari-Roma, 2025 * Vita, Social Worker, senza di loro perdiamo tutti, maggio 2026 * https://www.vita.it/crolla-il-numero-degli-aspiranti-assistenti-sociali/ -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Fuga dal lavoro sociale proviene da Comune-info.
August 25, 2026
Comune-info
Il tempo nuovo di Spin time
COSA ACCADE A SPIN TIME? SONO PASSATE QUATTRO SETTIMANE DALL’INCENDIO. GRAZIE AI PERCORSI DI MUTUO AIUTO NATI NEGLI ANNI SCORSI, INTORNO ALLE 400 FAMIGLIE RIMASTE IN STRADA È ESPLOSA UNA STRAORDINARIA SOLIDARIETÀ, ROMA CAPITALE HA CERCATO SOLUZIONI ASCOLTANDO LA COMUNITÀ DI SPIN TIME, MA SOPRATTUTTO È STATO MESSO AL CENTRO IL DIRITTO ALL’ABITARE. UN PEZZO PICCOLO DI CITTÀ, FRAGILE E NON PRIVO DI LIMITI E CONTRADDIZIONI, HA RICORDATO A TUTTI E TUTTE CHE LE CITTÀ NON POSSONO ESSERE LASCIATE NELLE MANI DEI FONDI IMMOBILIARI, CHE IL FONDO INVESTIRE SGR, PROPRIETARIO DELL’IMMOBILE SGOMBERATO CHE OGGI SI RIFIUTA DI VENDERE, COME TUTTI I FONDI IMMOBILIARI SPECULATIVI NON È NEUTRALE E IMPOVERISCE QUARTIERI ED ESPERIENZE. IL 19 SETTEMBRE È STATA INDETTA UNA MANIFESTAZIONE NAZIONALE E CUI SEGUIRÀ IL 20 UN’ASSEMBLEA PUBBLICA, INTANTO TUTTI I RESIDENTI HANNO TROVATO UNA SISTEMAZIONE D’EMERGENZA, ALCUNE FAMIGLIE DEVONO ANCORA LASCIARE IL PRESIDIO E LO FARANNO NEI PROSSIMI GIORNI, ALTRE GRAZIE ALLA RETE SOCIALE DEL POLO CIVICO ESQUILINO STANNO TROVANDO UNA SISTEMAZIONE CHE CONSENTA DI NON ABBANDONARE IL QUARTIERE PER NON INTERROMPERE PERCORSI DI CURA E PER SALVAGUARDARE LA CONTINUITÀ SCOLASTICA. PRIMA, DURANTE E DOPO LA DUE GIORNI SPIN TIME FA SAPERE CHE NON SMETTERÀ DI RICORDARE CHE LE CITTÀ SONO DELLE PERSONE CHE LE ABITANO Il selciato è ancora bollente alle 7 di sera nell’estate più calda da quando si misura la temperatura terrestre. Ma centinaia di persone hanno partecipato all’importante assemblea pubblica convocata lunedì 25 agosto da Spin Time (400 famiglie sgomberate la notte del 29 luglio con il pretesto di un incendio), mentre prosegue l’interlocuzione con Roma Capitale. Riassumiamo. Sono passate quattro settimane dall’incendio, dallo sgombero e dall’inizio della trattativa con Roma Capitale. Al tavolo c’erano il prefetto Giannini, il sindaco Gualtieri, Baldo Reina (vicario generale della Diocesi di Roma), il questore di Roma Massucci, l’assessore capitolino al patrimonio Tobia Zevi e i rappresentanti della proprietà, Investire SGR. Gualtieri presenta una proposta che prevede l’acquisizione dell’immobile sulla base della valutazione dell’Agenzia del demanio per consentire, nel più breve tempo possibile, il rientro delle famiglie e delle persone più fragili. Il fondo immobiliare Investire SGR, proprietario dell’immobile ex-INPDAP in via Santa Croce in Gerusalemme rifiuta di vendere e di far rientrare centinaia di persone nel palazzo, coprendosi dietro la falsa ingiunzione di inabilità dello stabile e mette a disposizione del Comune 500mila euro per una crisi che costa al Comune circa 3 milioni di euro. Gli uffici comunali e lo sportello di tutela sociale di Spin Time lavorano affinché venisse trovata una soluzione temporanea per le 400 persone che dormivano in strada, e hanno allestito insieme con reti, associazioni e con la Protezione Civile un presidio permanente con tende e gazebo. In pieno agosto in una città che vive una crisi abitativa perenne e strutturale, le strutture disponibili a ospitare 127 nuclei familiari sono poche. Nonostante le difficoltà, grazie al lavoro del Comune e alla comunità di Spin Time, tutti i residenti hanno trovato una sistemazione d’emergenza. Alcune famiglie devono ancora lasciare il presidio e lo faranno nei prossimi giorni; altre grazie alla rete sociale del Polo Civico Esquilino stanno trovando una sistemazione che consenta di non lasciare il quartiere per non interrompere percorsi di cura e per salvaguardare la continuità scolastica. Si tratta di soluzioni che dovrebbero durare tra i 60 giorni e i 4-6 mesi. Una soluzione tutt’altro che stabile. Le famiglie sgomberate dovranno avere alloggio entro tempi ragionevoli. Ma è un tempo nuovo quello che verrà nei prossimi mesi, un terzo tempo scandito dalla solidarietà di una città, di una popolazione e da migliaia di persone che hanno generato una mobilitazione nazionale, che eccede l’emergenza sociale e abitativa di Roma e ha prodotto la cristallina consapevolezza che nei prossimi mesi sono in gioco le possibilità di un modello di welfare comunitario. A Roma, come a Milano, a Torino, in Puglia, in Molise, in Albania, bisogna cambiare le politiche urbanistiche. I cittadini rifiutano la “presa” dei fondi immobiliari su città e territori, rifiutano il consumo di suolo e la turistizzazione e proprio nelle esperienze degli spazi sociali sottratti alla rendita, si sta elaborando una forma nuova di vita che non è affatto marginale ma offre diverse soluzioni: reti di mutuo aiuto, di solidarietà, di vicinato. Questo nuovo “modello”, sperimentato con successo da almeno vent’anni, tra limiti e contraddizioni, ha a sua volta fatto sì che si accumulasse un sapere comune delle lotte, delle emergenze, delle solidarietà, della cura e della tutela di parole, cose e azioni che oggi riguarda tutti gli esseri viventi sottoposti a distruttive tecnologie di governo, alla rapina indiscriminata di risorse, alla guerra planetaria permanente contro ciò che vive. Un filo rosso lega la lotta per Spin Time al tempo nuovo che viene: la lotta per il diritto all’abitare è lotta contro la precarietà, la lotta contro il lavoro precario è lotta contro la devastazione ambientale, per la formazione, contro il colonialismo e l’oppressione e contro l’idea che esistono popoli sacrificabili. Per questo la questione di Spin Time non riguarda solo Spin Time, dal momento che questa emergenza è stata creata con uno sgombero mascherato da intervento di sicurezza e si è rappresa nel momento in cui Investire SGR ha rifiutato perfino l’accordo ponte proposto dal Comune. Il 19 settembre è stata indetta una manifestazione nazionale e cui seguirà il 20 un’assemblea pubblica, perché, come tutti gli interventi hanno ricordato, Spin Time non è un problema di ordine pubblico, non è un “pezzo” di città da sgomberare, è uno spazio nel quale da anni si danno risposte concrete all’emergenza abitativa, si fa cultura, scuola, solidarietà e mutualismo che hanno preso il posto dell’abbandono. Da oggi al 19 e 20 settembre il presidio continua per confermare tre scelte: che Spin Time deve rientrare a via di Santa Croce, che occorre cambiare le politiche urbanistiche delle città e, soprattutto, che le città non sono dei fondi immobiliari ma delle persone che le abitano. É in gioco una certa idea di città e di proprietà che a quanto pare vale di più e sorpassa anche le soluzioni amministrativamente e economicamente praticabili. Infatti, ciò che non da oggi emerge è che il capitalismo della rendita produce città nelle quali il valore dei territori viene misurato dal prezzo al metro quadro e non dalla qualità della vita di chi lo abita. I fondi immobiliari speculativi non sono neutrali, fanno politica e gli intrecci tra politiche governative, speculazione immobiliare, repressione, degrado e privatizzazione degli spazi pubblici, alimentato interessi e profitti e impoveriscono ambienti, luoghi storici, esperienze, quartieri, socialità. Studentati di lusso vengono presentati come risposta ai bisogni sociali mentre contemporaneamente persone non riescono a trovare una casa. Terre abitate vengono violate per inutili e dannose “grandi opere” o trasformate in piattaforme per grandi investimenti, grandi infrastrutture per grandi eventi e affitti brevi, mentre le comunità di quei territori rischiano di perdere progressivamente beni, risorse, vita. L’altra evidenza è l’alleanza tra la destra reazionaria che parla di poveri, di aiutare le periferie e i padroni delle città: è su indicazione del Viminale che Investire ha detto NO alla proposta dell’acquisto dello stabile da parte del Comune. Investire SGR è un fondo, è una organizzazione che gestisce molte realtà non solo a Roma, con un falso racconto di sé: sul suo sito web ci sono pagine intere di documenti che alludono alla responsabilità sociale, alla sostenibilità economica e ambientale, all’housing sociale, ma i soci di Investire sono fondazioni come Cariplo, che sarebbero impegnate nel sociale, Allianz e Assicurazioni Generali… Si possono fare tante azioni in questo senso, cominciare a bombardare di mail e di provocazioni questi soggetti, cominciare a dire che prendano una posizione chiara. Bisogna smascherare questi soggetti che hanno speculato senza limiti in questi anni a partire dalla vendita degli immobili pubblici e rimettere al centro un sapere comune che dice che lo spazio pubblico viene prima della massimizzazione del profitto e che il territorio non è una risorsa da sfruttare, è una terra, un luogo e un ambiente da abitare, curare e salvaguardare. La cosiddetta “rigenerazione urbana” deve nascere da processi partecipativi come chiedono perfino i bandi europei e che sia una rigenerazione che tenga conto della rigenerazione sociale. Per questo il “precedente” di Spin Time, come quello del Leoncavallo, di Askatasuna e delle esperienze di luoghi di vita vera e di vera comunità, non quella imposta con i “decreti sicurezza”, con la militarizzazione dei territori, con la razzializzazione delle persone e con l’esclusione sociale, parlano davvero a tutti e tutte, alle povertà diffuse come alla maggioranza delle popolazioni. Questo è il momento in cui queste esperienze iniziano a creare un varco aperto dalle mobilitazioni contro guerra e genocidio, contro i re e le regine di questo mondo, che non devono più sentirsi tranquilli del loro potere che quanto più si crepa tanto più è feroce. Le voci che da qualche anno abbiamo ascoltato dicono in maniera chiara che si mettono a disposizione della città e del paese queste esperienze e che Spin Time deve essere “il precedente” per mostrare che riabitare un palazzo non solo è possibile ma è imperativo in un momento storico in cui “le destre governano senza fare mezza proposta concreta”; che si vuole un modello economico e politico radicalmente diverso da quello che viene imposto, che le risorse siano investite nei quartieri, nel recupero del patrimonio pubblico, che vengano messe al servizio delle persone, che vengano investite nella casa, nella sanità, nella scuola, nei servizi. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI GUIDO VIALE: > Prima le comunità -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il tempo nuovo di Spin time proviene da Comune-info.
August 25, 2026
Comune-info
I Giochi del Mediterraneo a Taranto: la messinscena del riscatto – di Franco Oriolo
Taranto è uno dei luoghi in cui le contraddizioni del cosiddetto sviluppo sono più evidenti. Per decenni questa città ha pagato il ricatto tra lavoro e salute, la devastazione ambientale e la subordinazione del territorio agli interessi della grande industria. Oggi continua a convivere con precarietà, difficoltà reddituali, emigrazione giovanile, crisi demografica, problemi sanitari [...]
August 19, 2026
Effimera
Corsi e ricorsi sismici nell’area flegrea
Fotogalleria di Paolo Modugno È un angosciante deja-vu questa nuova, gravissima crisi bradisismica in area flegrea. Questa volta a farne le spese sono case e persone del comune di Pozzuoli, già colpite allo stesso modo nel maggio 2024, dieci mesi prima dalla terza forte scossa di questo biennio, nel marzo 2025, che invece ebbe le conseguenze più gravi sul quartiere napoletano di Bagnoli. È un deja-vu perché sembra ogni volta di tornare al punto di partenza. In primo luogo, per l’assenza di qualsiasi tipo di assistenza per i più fragili, anziani e bambini su tutti. Poi, per l’accompagnamento alle persone sfollate, a cui viene ancora una volta proposto quel “contributo autonomo di sistemazione” che ha come principale vantaggio quello di deresponsabilizzare le istituzioni, assegnando cifre del tutto insufficienti a chi ha un appartamento inagibile e ne cerca uno temporaneo, ignorando del tutto l’andamento del mercato immobiliare (e le speculazioni dei proprietari dell’intera area metropolitana, sempre pronti a capitalizzare sulle disgrazie altrui). Infine, la programmazione e l’adeguamento sismico del territorio, su cui sono stati fatti dei timidi passi in avanti in questi anni, che collidono però con l’atteggiamento di gran parte delle istituzioni nazionali, sempre pronte a colpevolizzare chi in questo territorio è nato e vuole abitarci (qui il ministro Musumeci) e persino chi manifesta per rivendicare i propri diritti (i senatori di Fratelli d’Italia, Rastrelli e Cosenza). La situazione, a oggi, è critica. Dopo una settimana di sopralluoghi i vigili del fuoco hanno effettuato circa 1200 interventi, a fronte degli oltre 1400 richiesti. Gli edifici sgomberati sono al momento 198, per un totale di 880 abitazioni e con una proiezione di persone sfollate che potrebbe raggiungere le quattromila unità. Numeri che non si possono gestire delegando alla popolazione la ricerca di una sistemazione temporanea, ma che necessitano un piano organico di individuazione e intervento pubblico sulle case sfitte, sulle strutture ricettive, e di misure che regolino gli indiscriminati aumenti degli affitti.   Non ci sono però solo quelle famiglie, in assoluta e sottostimata emergenza, che la casa l’hanno persa con la scossa di fine luglio. Ci sono persone, a Pozzuoli e Bagnoli, che hanno avuto danni in passato e potrebbero averne con la prossima crisi: in questo senso il bradisismo è un fenomeno con cui si può certamente convivere, ma a patto di farsi trovare preparati, di abitare in case adeguate a una “emergenza” che nessuno è in grado di dire se e quando potrebbe finire. Gli strumenti tecnici ci sono, servono i soldi. E infatti, per non tirarli fuori, la presentazione delle domande per accedere ai fondi governativi per la ristrutturazione è stata finora regolata da termini temporali molto stretti, e da parametri estremamente rigidi, che escludono famiglie che hanno visto la propria casa distrutta, motivando quest’esclusione non solo in ragione di abusi consistenti, ma anche di piccole irregolarità e incongruenze catastali. L’Assemblea popolare di Bagnoli, con la rete di cittadini e comitati che si sta riunendo a Pozzuoli in questi giorni, definisce giustamente il riassetto del territorio una questione di pubblica sicurezza, da sostenere con piani a lungo termine, il finanziamento di azioni lungimiranti, slegate dalle continue crisi. Partendo da qui, la popolazione flegrea è tornata ad agitarsi. Prima con l’occupazione del porto di Pozzuoli, che ha comportato la presenza di una delegazione del movimento all’incontro di mercoledì con il presidente della Regione, il prefetto Di Bari e il ministro Piantedosi; il giorno dopo, con un lungo corteo terminato al rione Artiaco, una delle zone più colpite dalla scossa, proprio lì dove da ben due anni si promette l’apertura di un hub di accoglienza; e infine venerdì, con il passaggio simbolico della manifestazione al Rione Terra, da mesi nelle mire dei team dell’America’s Cup, che vorrebbero trasformarlo in un suggestivo villaggio per gli atleti. Le manifestazioni sono state partecipate, a dispetto del caldo terribile e della comprensibile stanchezza. Le persone hanno sfilato tra le macerie, arrabbiate e non rassegnate. La composizione è stata eterogenea. Dal canto loro, gli attivisti più esperti cercano di tenere insieme le istanze e le esigenze differenti. C’è chi ha una casa agibile, ma è stato sgomberato perché il palazzo accanto al proprio è pericolante da anni, e nessuno interviene dal momento che i proprietari non riescono ad accedere al contributo per la ristrutturazione; c’è chi ha difficoltà ad accedere al Cas perché la sua casa è considerata agibile, ma non può entrarci perché le scale del palazzo non lo sono; c’è chi ha un lavoro notturno e rischia di perderlo perché non ha un mezzo proprio, e non può rientrare prima che faccia mattina all’abitazione di emergenza che sta affittando, a venti chilometri di distanza dal luogo di lavoro; e soprattutto c’è chi passa intere giornate per strada, perché ha paura o perché semplicemente non ha un posto dove andare. In questo senso, la crisi bagnolese del 2025 ha insegnato che le tattiche di logoramento e frammentazione attuate dalle istituzioni per allentare la pressione pubblica, prima o poi raccolgono risultati. L’Assemblea popolare è riuscita a tenere in piazza per tanto tempo le persone, ha organizzato incontri settimanali, mappature collettive degli edifici, ha supportato gli abitanti del quartiere con la burocrazia, ma la mobilitazione ha perso forza quando i destini di tanti hanno dovuto fare i conti con l’allontanamento forzato, le schizofreniche risposte istituzionali, la giungla burocratica per l’accesso ai fondi, nella quale è consigliabile muoversi con l’aiuto di figure tecniche (lautamente pagate) piuttosto che di generosi e determinati attivisti. Oggi, rispetto a un anno e mezzo fa, c’è però un altro problema, che potrebbe essere al contempo un’opportunità. Il mercato immobiliare flegreo è andato fuori controllo a causa della Coppa America. Esistono appartamenti di sessanta metri quadri a Bagnoli e Pozzuoli che oggi si affittano anche a duemila euro, case lasciate appositamente vuote nell’attesa di un mercato che verrà, temporaneo ma ultra-redditizio; e poi annunci di agenzie immobiliari che non propongono case in affitto, ma che cercano appartamenti vuoti da gestire “esclusivamente per personale team e visitatori Coppa America”. L’emergenza casa che si sta vivendo in zona flegrea può contribuire a mantenere alte rabbia e partecipazione, ed evidenziare come anche il bradisismo, così come la speculazione legata alla competizione velistica, non siano problemi locali ma di tutta la città. Questa rabbia può essere un propulsore per le battaglie contingenti, e a spingerle potrà essere anche la rivendicazione dei risultati che si sono ottenuti in questi due anni, a cominciare dall’aumento, su cui si è esposto pubblicamente il ministro Piantedosi, del fondo statale per l’adeguamento sismico dal cinquanta al settanta per cento. Sarà necessario però anche un rilancio della battaglia contro l’estromissione dal territorio del tessuto socio-abitativo originario, ora che gli interventi di rigenerazione urbana a Bagnoli, con i loro limiti e storture indicibili, sembrano avviati, dopo trent’anni di ruberie e continui dietrofront. Chi ha poco reddito o capacità di spesa – ora che non c’è più acciaio da fondere né tumori da sorbirsi – non è più benvenuto in questi luoghi e tutto, dal bradisismo alla Coppa America, sarà funzionale alla sua espulsione. Bisogna dirlo in ogni sede possibile, organizzarsi e resistere. Senza nel frattempo lasciare indietro nessuno. (riccardo rosa)
August 10, 2026
Napoli MONiTOR
Il polmone di Roma non ha tempo
A Spin Time è ormai soprattutto una questione di tempo. Il palazzo nei pressi di Santa Croce in Gerusalemme a Roma, sgomberato per un principio di incendio, vede ormai da sette giorni i suoi occupanti, circa 400 persone, molti bambini e anziani, accampati sulla strada di fronte in attesa che la situazione di disagio e di pericolo sanitario venga risolta. Le trattative istituzionali tra gli abitanti, il Comune, la Prefettura, con la presenza discreta ma reale del Vaticano, vanno avanti abbastanza velocemente. Ma il problema centrale è poter rientrare nelle proprie case da cui gli abitanti dell’immobile sono stati cacciati, per motivi di sicurezza, costretti ad abbandonare le proprie cose. Tanto da provocare fatti come quello di una persona sotto cura psichiatrica che senza i propri farmaci ha avuto una crisi che avrebbe potuto provocare dei malintesi con le forze di polizia e che si è dovuta risolvere con un trattamento sanitario obbligatorio.  Martedì mattina si è svolta l’ennesima conferenza stampa in cui i rappresentanti di Spin Time hanno fatto “il punto” sul tavolo di trattativa che si è tenuto lunedì sera, 3 agosto, in prefettura, al quale hanno partecipato il prefetto, il sindaco, il vicario generale della Diocesi di Roma, il questore, l’assessore capitolino al patrimonio e i rappresentanti della proprietà dell’immobile. La situazione al momento è questa:  il Comune ha presentato una proposta concreta, basata sulla valutazione dell’Agenzia del demanio, per l’acquisizione dell’immobile. La proprietà ovviamente tratta sul prezzo, al momento non c’è un esito.  «Ma è un passo avanti che non avremmo ottenuto senza la determinazione di chi da giorni resiste in strada, grazie alla mobilitazione della comunità resistente che ha abbracciato Spin Time in questi giorni» spiegano gli abitanti che fanno trapelare ottimismo e soddisfazione per aver potuto rimettere al centro «la regolarizzazione di questo palazzo» in direzione di uno spazio privato che torna pubblico. E quindi, dicono, grazie a «tutta la rete di solidarietà che si è stretta attorno a noi in queste settimane: dai sindacati, ai centri sociali, alla Chiesa e a tutte le realtà che si sono mobilitate ogni giorno». Realtà, anche singole, che in effetti si sono attivate prontamente, nonostante il caldo e il mese agostano. Un punto su cui torneremo più avanti. (Aggiornamento: intanto, giovedì 6 agosto, la trattativa è saltata e la proprietà ha rifiutato l’accordo temporaneo proposto dal Comune per consentire agli occupanti di rientrare nello stabile). Solo che tutto questo, per quanto importante, è ancora «insufficiente». La vita in strada, per quanto resa decorosa dalla presenza massiccia della Protezione civile, di un presidio sanitario e di tanti volontari e volontarie, è comunque una vita che al momento si svolge sotto tendoni improvvisati mentre la notte si dorme nelle tende Igloo posizionate sull’asfalto. Ci sono bambini da custodire, adolescenti che oscillano tra l’allegria della propria età e lo sguardo un po’ perso, anziani costretti a stare sdraiati su letti improvvisati sul marciapiede. «Ci sono malati cronici, persone in chemioterapia, donne in gravidanza. Chiediamo che le loro condizioni di salute vengano prese sul serio, che gli animali rimasti dentro al palazzo vengano tutelati subito, e ricordiamo che ci sono ancora persone che non possono entrare a recuperare le proprie medicine» «Abbiamo fiducia nei confronti del percorso che è stato intrapreso – aggiungono gli abitanti – ma non abbiamo tempo». Nel tardo pomeriggio di martedì poi, a causa del caldo, un bambino è stato trasportato in codice rosso al Policlinico. L’intervento dei soccorsi è stato immediato e le condizioni del minore sono migliorate, ma lo stato di emergenza è più che evidente. LEGGI ANCHE… POLITICA I MOVIMENTI DEL VATICANO Salvatore Cannavò Ecco quindi che viene rilanciato l’appello a partecipare al presidio e alle sue attività culturali – l’altra sera è intervenuto Roberto Saviano, martedì sera il film Pinocchio ha visto la presenza di Matteo Garrone e Massimo Ceccherini: «Ora, più che mai, è fondamentale essere qui con i propri corpi. Invitiamo le realtà culturali, gli artisti e tutte le persone che ci hanno sostenuto in questi giorni a essere qui con noi e a partecipare».  Il carattere emergenziale della situazione non elimina però un altro fattore con cui leggere i fatti di questi giorni e che balza agli occhi mentre si attraversa il presidio in strada. Spin Time ha ricreato in pochissime ore una comunità ampia, una zona speciale nel cuore di Roma fatta di solidarietà, fiducia nella lotta collettiva, rispetto, cura delle persone e del territorio. Lo si vede nei singoli o singole che, la borsa a tracolla o nelle mani, portano quel che in questi giorni viene richiesto tramite i social: martedì sera erano «vestiti lunghi donna (leggeri), mutande donna, reggiseni, pantaloncini uomo/ragazzo, scarpe di tela, ciabatte, infradito, spazzole, cuscini, costumi mare uomo (eh sì, ci sono delle piscinette), canottiere uomo, ventilatori, ciabatte corrente, scale muratore, teli ombreggianti e spago, carrellino spesa, stendini». Di fatto, un trattato di biopolitica. Le questioni urgenti sono esattamente queste, elementi quotidiani con cui ognun@ di noi fa i conti nella propria riservatezza e privacy e che qui costituiscono invece un fatto pubblico, politico. Ma Spin Time in questi giorni è il cuore della Roma solidale. Non c’è rete cittadina, formale e informale, che non faccia rimbalzare gli appelli alla solidarietà; non c’è realtà che non si informi, non voglia capire cosa succede e cosa succederà. Non è la solita lotta per la casa, è qualcosa di più, è una forma di mutualismo conflittuale che attorno al tema dell’abitare, declina i vari elementi di una lotta più ampia che, ad esempio, riguarda i diritti migranti, la tutela delle persone, la cittadinanza, la vivibilità della città e del territorio. Una comunità costruita nel tempo e che oggi si espone, senza pudore, a tutta la città che può così vedere quali sono i frutti di una solidarietà sedimentata senza alzare troppo la voce e senza arroganza, ma nella quotidianità di una lotta serrata. Questo è oggi Spin Time sotto i teloni di quella strada accaldata, dove giovani ragazzi tirano di pugilato, i piccoli giocano con la palla e qualcun@ riesce a bagnarsi nelle piccole piscine. Una situazione di disagio effettiva, un’urgenza a cui dare risposte immediate, ma esibite con la dignità di corpi che stanno lottando insieme. LEGGI ANCHE… CITTÀ CITTÀ PUBBLICA E CITTÀ PRIVATA Redazione Jacobin Italia Per questo si tratta di un polmone che offre ossigeno alla città intera. E la offre anche a un’amministrazione che da troppo tempo è dedita soprattutto alla speculazione edilizia e al dissesto di alcuni territori come dimostra la vertenza degli ex Mercati generali di viale Ostiense o il cosiddetto Pratone di piazzale Clodio. Al momento il Comune di Roma sta facendo la sua parte e se il risultato verrà ottenuto – non solo l’acquisto dell’immobile, ma soprattutto il rientro immediato in casa degli abitanti – potrà vantare un risultato di eccellenza sul piano della solidarietà (a cui un contributo non indifferente sta dando il Vicariato). Però il Pd romano, il suo sindaco, continuano a voler puntare a rappresentare tutto, anche gli opposti: il polmone di solidarietà di Santa Croce in Gerusalemme e il portafogli finanziario degli ex Mercati generali. É una pretesa che il centrosinistra italiano ha da sempre, la possibilità di costruire alleanze ampie tenendo insieme sia chi lotta che chi specula. Alleanze impossibili, eppure riproposte da venti anni in qua. Sarà un tema di riflessione importante in vista delle amministrative, anche se oggi c’è un’emergenza da chiudere. Il polmone di Roma, per tornare a respirare, deve rientrare a casa. *Salvatore Cannavò, già vicedirettore de Il Fatto quotidiano e direttore editoriale di Edizioni Alegre, è autore tra l’altro di Mutualismo, ritorno al futuro per la sinistra (Alegre, 2018) e Si fa presto a dire sinistra (Piemme, 2023). SCUOLA GIACOBINA 18•19•20 Settembre 2026 Firenze Scopri il programma e iscriviti! L'articolo Il polmone di Roma non ha tempo proviene da Jacobin Italia.
August 5, 2026
Jacobin Italia