Tag - razzismo

Attentato razzista e islamofobo vicino Parigi, tra “remigrazione” e vendetta antipopolare
Nella mattinata del 23 ottobre, intorno alle 10:30, un uomo armato di mitra ha aperto il fuoco per le strade di Trappes e La Verrière, comuni nel dipartimento degli Yvelines, a ovest di Versailles. Il tragico bilancio è di una vittima e cinque feriti, tra cui una bambina in condizioni […] L'articolo Attentato razzista e islamofobo vicino Parigi, tra “remigrazione” e vendetta antipopolare su Contropiano.
October 24, 2026
Contropiano
HubForDefenders: team legale per assistere i manifestanti
Dopo i fatti di Milano, HubForDefenders ha ricevuto decine di segnalazioni e richieste di assistenza, prevalentemente da genitori di persone minorenni fermate durante le manifestazioni. Per questo l’Hub ha attivato un team legale per offrire supporto, seguire le situazioni segnalate e verificare il rispetto dei diritti e delle garanzie previste dalla legge. LE PROTESTE A MILANO E LE SEGNALAZIONI RICEVUTE Solo in queste ore sono 23 le segnalazioni ricevute, riguardanti in molti casi persone minorenni e razzializzate, che, secondo quanto riferito, sarebbero state trattenute fino a 12 ore in questura senza che i genitori fossero informati. Tra le denunce giunte al centralino figurano anche la privazione di cibo e acqua, l’impossibilità di effettuare una telefonata e il trattenimento senza che ne fossero comunicate le motivazioni. HubForDefenders è uno strumento nazionale di protezione dello spazio civico e delle libertà fondamentali, promosso da una rete di associazioni della società civile tra cui ARCI, A SUD, Un Ponte Per, Amnesty International Italia, Giuristi Democratici, Legal Team Italia. Attraverso il coinvolgimento di professionisti offre assistenza legale, monitora possibili violazioni e mette a disposizione strumenti di protezione per persone, attivisti e organizzazioni, in situazioni di particolare esposizione e vulnerabilità. L’ATTIVAZIONE DI UN TEAM LEGALE A MILANO L’attivazione a Milano di un team legale è una risposta concreta a un bisogno di tutela emerso in queste ore: le decine di segnalazioni e le richieste di assistenza per le persone minorenni fermate durante le manifestazioni. Quando sono coinvolte persone minorenni è richiesta una particolare attenzione. Devono essere pienamente rispettate le specifiche garanzie previste dall’ordinamento, anche rispetto alle procedure, all’assistenza legale e al coinvolgimento dei familiari. L’Hub sta raccogliendo informazioni e verificando eventuali criticità. Il monitoraggio delle possibili violazioni dei diritti fondamentali è parte integrante del lavoro di HubForDefenders. L’Hub non interviene nel merito politico delle manifestazioni né esprime giudizi sulle responsabilità individuali, il cui accertamento spetta alla magistratura. Questo non significa essere neutrali rispetto alla tutela dello spazio civico. L’Hub ha infatti una posizione precisa: il diritto di manifestare, di esprimere dissenso e di partecipare alla vita democratica deve essere protetto. Le garanzie dello Stato di diritto devono essere rispettate sempre, anche nelle situazioni più conflittuali.   CONTATTI DI HUBFORDEFENDERS: telefono: +39 353 495 3606 mail: hub4defenders@proton.me Amnesty International
October 24, 2026
Pressenza
Donzelli attacca la Casa del Popolo di Marano. Sabato manifestazione contro il Cpr a Castel Volturno
Il capogruppo parlamentare di Fratelli d’Italia Donzelli ha attaccato in un post la scuola di italiano della Casa del Popolo di Marano per il post di Potere al Popolo: “Scaffali vuoti, e loro spendono 43 milioni per un lager a Castel Volturno”. Il deputato di Fratelli d’Italia ha rilanciato il […] L'articolo Donzelli attacca la Casa del Popolo di Marano. Sabato manifestazione contro il Cpr a Castel Volturno su Contropiano.
October 22, 2026
Contropiano
Il razzismo è uno dei meccanismi più antichi ed efficaci per dividere le persone e distogliere l’attenzione dai problemi sociali.
Intervista a Miriyam Aouragh Antropologia digitale, teoria critica, media globali e antirazzismo intorno al Lago ex Snia Il contesto dell’incontro Anna Lodeserto: Che cosa ti ha portata qui e qual è il significato di questo incontro? Miriyam Aouragh: Sono stata invitata a parlare di razzismo e antirazzismo nell’ambito di questo incontro organizzato presso il lago dell’ex Snia. Tra pochi minuti si svolgerà una manifestazione legata alla lotta contro il razzismo e alla costruzione di un mondo alternativo, diverso da quello in cui viviamo. Qui possiamo già vedere, su piccola scala, un esempio di quel mondo: persone che si ritrovano, tavoli con messaggi politici, attività collettive, cibo e bevande condivisi, musica. Sono tutte pratiche che contribuiscono a costruire comunità e a creare spazi di solidarietà. È una splendida giornata e questo incontro esprime qualcosa di importante sul significato dell’azione politica collettiva. Razzismo, disuguaglianze sociali e trasformazioni contemporanee Anna Lodeserto: Nel tuo lavoro analizzi il rapporto tra razzismo, strutture politiche e innovazione tecnologica. Quali sono oggi le principali tendenze e i rischi del razzismo contemporaneo? In che modo le forme tradizionali di razzismo si intrecciano con i nuovi sistemi di controllo tecnologico e di sorveglianza digitale? Miriyam Aouragh: Il razzismo è un fenomeno estremamente complesso e, al tempo stesso, per certi aspetti molto semplice. Fa parte della vita quotidiana e le società in cui viviamo sono strutturate intorno allo sfruttamento. Gli Stati nazionali che si sono formati nel corso degli ultimi secoli si fondano sull’idea di confine e generano, attraverso queste strutture, profonde contraddizioni sociali. Il razzismo è uno dei meccanismi più antichi ed efficaci per dividere le persone e distogliere l’attenzione dai problemi sociali. È presente ogni giorno, anche se in alcuni momenti risulta più visibile che in altri. Le sue modalità e i suoi bersagli cambiano nel tempo, perché cambia il mondo in cui viviamo. Per questo è fondamentale comprendere il rapporto tra il razzismo e le trasformazioni storiche. Nel mio intervento di questa mattina ho analizzato, per esempio, i cambiamenti avvenuti a partire dagli anni Novanta, dopo la fine della Guerra fredda, il crollo dell’Unione Sovietica e l’affermazione della cosiddetta «fine della storia». Questi processi hanno trasformato anche il razzismo. Quando le società attraversano cambiamenti profondi, cambia tutto: ciò che mangiamo e beviamo, il modo in cui comunichiamo e le tecnologie che utilizziamo. Anche fenomeni sociali come il razzismo e il sessismo si trasformano in risposta a questi mutamenti. Negli anni Novanta e Duemila abbiamo assistito a una contraddizione particolarmente evidente: da un lato, un enorme aumento della ricchezza, con i più ricchi diventati ancora più ricchi; dall’altro, il peggioramento delle condizioni di vita di ampie fasce della popolazione, sempre più impoverite. La concentrazione della ricchezza è strettamente legata al complesso militare-industriale e all’espansione dei conflitti armati. È una delle grandi contraddizioni di quel periodo. Avremmo dovuto entrare in una nuova epoca, caratterizzata dalla cosiddetta «fine della storia», dal consumismo liberale e dalla libertà individuale. In realtà, queste libertà e questi privilegi sono rimasti in larga misura circoscritti a gruppi sociali e Paesi relativamente ristretti e privilegiati. Gran parte del mondo non ha mai conosciuto livelli comparabili di ricchezza e libertà. Nel frattempo, abbiamo assistito a conflitti devastanti in Somalia, nell’ex Jugoslavia, in Medio Oriente, in Sudan e in altre regioni. Queste guerre hanno provocato enormi sofferenze, distruzione e povertà, contribuendo anche all’aumento del numero di persone sfollate e rifugiate. Parallelamente, la concentrazione della ricchezza nelle mani di un numero sempre più ristretto di persone ha ulteriormente peggiorato le condizioni di vita della popolazione. Un altro fattore determinante è stato il ruolo delle istituzioni finanziarie internazionali, tra cui la Banca Mondiale e il Fondo monetario internazionale, insieme a raggruppamenti politici come il G8. Questi attori hanno promosso la privatizzazione e la liberalizzazione economica in numerosi Paesi, imponendo spesso condizioni a Stati già alle prese con il debito postcoloniale e con gravi crisi finanziarie. In diversi Paesi del Nord Africa e del Medio Oriente, per esempio, i prestiti sono stati utilizzati come strumento di pressione per imporre programmi di aggiustamento strutturale. Che cosa significava tutto questo nella pratica? Beni essenziali e servizi pubblici da cui dipendeva la popolazione, come la farina e l’olio da cucina sovvenzionati, l’acqua e l’elettricità, sono stati progressivamente sottoposti a privatizzazione e a riforme orientate al mercato. Questi processi hanno contribuito ad aggravare le disuguaglianze e le crisi sociali, anche in alcune aree del Nord globale e nei Paesi situati alla sua periferia. Il collasso economico dell’Argentina nel 2001 rappresenta un esempio significativo. La crisi ha mostrato le conseguenze devastanti dell’instabilità economica, dell’inflazione e del crollo del potere d’acquisto. Pressioni analoghe, seppure in forme differenti, si sono manifestate anche in altre parti del mondo. Quando le persone non riescono più a sostenersi nel luogo in cui vivono, sono costrette a spostarsi. Migrano perché hanno bisogno di cibo, sicurezza e condizioni che consentano loro di sopravvivere. La tragica ironia è che molte persone sono costrette a migrare o a cercare rifugio a causa di condizioni prodotte, almeno in parte, dai Paesi più ricchi e dall’ordine economico internazionale. Non si tratta semplicemente di scelte individuali o di circostanze interne ai Paesi di origine. Eppure, le narrazioni mediatiche e i discorsi che attraversano il sistema educativo si concentrano spesso sulla presunta arretratezza di queste società o sulla corruzione. L’Africa, per esempio, viene frequentemente rappresentata attraverso generalizzazioni sulla corruzione, sugli Stati falliti e sulle cosiddette «repubbliche delle banane». Queste narrazioni contribuiscono a sottrarre l’Unione europea, gli Stati Uniti e altri attori potenti alle proprie responsabilità, oscurando il ruolo delle loro decisioni economiche e politiche nella produzione di queste crisi. Le persone comuni, tuttavia, continuano a spostarsi alla ricerca di condizioni di vita migliori. Negli ultimi dieci-quindici anni, le migrazioni sono proseguite in un contesto sempre più difficile. Frontiere europee, migrazioni e sorveglianza digitale Le disuguaglianze economiche, i conflitti e gli equilibri di potere internazionali contribuiscono a determinare i fenomeni migratori. Come sono cambiate le politiche migratorie europee e quale ruolo svolgono l’esternalizzazione delle frontiere, le tecnologie di sorveglianza e le imprese private nel controllo dei flussi migratori? Miriyam Aouragh: L’Unione europea ha adottato politiche migratorie sempre più restrittive, rafforzando il modello della cosiddetta «Fortezza Europa». Parallelamente, ha esternalizzato le proprie frontiere, trasferendo parte del controllo migratorio al di fuori del territorio europeo. Paesi governati da regimi autoritari o repressivi sono stati coinvolti in accordi che prevedono finanziamenti in cambio di interventi volti a impedire ai migranti di raggiungere l’Europa. La Libia, la Tunisia, l’Algeria e il Marocco sono diventati attori importanti di questo sistema di esternalizzazione delle frontiere. Si tratta di accordi profondamente calcolati e disumani. I finanziamenti sono collegati, in varie forme, all’intercettazione dei migranti e al tentativo di impedirne l’arrivo in Europa. Il controllo delle migrazioni diventa così parte di un meccanismo politico ed economico. Durante le mie ricerche in Marocco, in particolare tra le comunità migranti di Tangeri, nel nord del Paese, ho osservato una trasformazione significativa. Storicamente, il Marocco è stato soprattutto un Paese di emigrazione, da cui partivano cittadini diretti verso l’Europa, compresa l’Italia. Nel tempo è diventato anche un Paese di transito e di arrivo per persone provenienti da altre regioni dell’Africa e del mondo, che sperano di attraversare il Mediterraneo per raggiungere la Spagna. Una situazione analoga si osserva in Tunisia, da dove i migranti cercano di raggiungere l’Italia, e in altri Paesi di transito da cui le persone tentano di entrare in Europa. Questi movimenti sono contrastati attraverso un’intensa repressione. Tuttavia, poiché il controllo delle frontiere è legato anche ad accordi finanziari, il sistema può generare incentivi perversi. Per esempio, la gendarmeria e la polizia di frontiera marocchine possono arrestare i migranti, registrare le operazioni e ricevere finanziamenti connessi alle attività di controllo. I migranti possono poi essere rilasciati e arrestati nuovamente. Si crea così un sistema nel quale le stesse persone possono essere sottoposte ripetutamente ai controlli, mentre il processo migratorio continua. Il risultato è il prolungamento dei percorsi migratori, una maggiore insicurezza e un’intensificazione della repressione al di fuori dei confini europei. Anche le grandi imprese tecnologiche sono entrate a far parte di questo sistema. Le Big Tech, le agenzie europee di controllo delle frontiere come Frontex e gli appaltatori privati contribuiscono sempre più allo sviluppo delle infrastrutture tecnologiche utilizzate per il controllo dei confini e la sorveglianza delle migrazioni. Attraversare le frontiere europee è diventato così molto più difficile. Rotte un tempo più accessibili, comprese quelle dirette verso la Spagna e le enclave spagnole di Ceuta e Melilla, in Nord Africa, sono oggi sempre più pericolose e sottoposte a controlli stringenti. Le persone vengono quindi spinte verso percorsi più rischiosi, spesso affidandosi ai trafficanti o tentando pericolose traversate via mare. Il punto fondamentale è che le migrazioni non sono scomparse. Le crisi economiche, le guerre e le ristrutturazioni neoliberiste continuano a spingere le persone ad abbandonare le proprie case, mentre le politiche migratorie sempre più restrittive rendono il viaggio più pericoloso. La mia conclusione è che le migrazioni non sono diminuite: sono aumentati i morti. Le persone continuano a partire e spesso sono ancora più numerose quelle che tentano il viaggio, ma un numero crescente di loro perde la vita lungo il percorso. Il Mar Mediterraneo è diventato un immenso cimitero. Nel frattempo, attivisti e organizzazioni umanitarie continuano a contrastare questa situazione attraverso operazioni di ricerca e soccorso. Eppure, chi cerca di salvare vite umane viene sempre più spesso criminalizzato e trattato come se stesse violando la legge. Anche chi partecipa alle operazioni di soccorso può essere arrestato e sottoposto a procedimenti giudiziari. Esistono inoltre iniziative importanti che riuniscono antropologi forensi e sviluppatori tecnologici con l’obiettivo di identificare i corpi delle persone morte durante questi viaggi. Le dimensioni della tragedia sono enormi. Durante l’estate, per esempio, sono state riportate notizie di un numero molto elevato di persone che hanno tentato di raggiungere Ceuta, l’enclave spagnola in territorio marocchino. Molte sono state respinte, mentre altre sono morte, tra cui bambini e persone che non sapevano nuotare. Le circostanze di alcune di queste traversate sono particolarmente drammatiche. Gli ostacoli e le misure adottate per il controllo delle frontiere possono rendere ancora più letale un attraversamento già estremamente pericoloso. Antropologi forensi e tecnologi stanno sviluppando metodi per identificare le persone decedute. Il loro lavoro è essenziale: migliaia di persone muoiono senza che sia possibile risalire alla loro identità. Morire senza essere identificati rappresenta un’ulteriore ingiustizia. Le famiglie possono non sapere mai che cosa sia accaduto ai propri cari, non ricevere conferma della loro morte e non avere la possibilità di salutarli un’ultima volta. L’identificazione dei corpi non è dunque soltanto una questione tecnica: riguarda la dignità, la giustizia e l’umanità. Nel loro insieme, questi fenomeni delineano una dinamica più ampia, caratterizzata dall’aumento della militarizzazione, della privatizzazione, delle disuguaglianze economiche, della sorveglianza e della violenza, in un contesto segnato dalla persistenza delle migrazioni e dall’inasprimento delle politiche di frontiera. Nessuna di queste misure ha eliminato le migrazioni. Le persone continuano a partire perché cercano di sottrarsi a condizioni insostenibili e di costruire una vita migliore. La mobilità è una risposta profondamente umana, che accompagna le società da millenni. Il risultato principale delle politiche migratorie sempre più restrittive non è stato, dunque, la fine delle migrazioni, bensì l’aumento delle morti. Colonialismo digitale, antirazzismo e solidarietà politica Quali connessioni individui tra le tue ricerche sul colonialismo digitale e sull’imperialismo digitale, il tuo impegno antirazzista e le lotte politiche dei gruppi che hai incontrato a Roma? Miriyam Aouragh: Inizialmente sono stata invitata a parlare delle mie ricerche sul colonialismo digitale e sull’imperialismo digitale. L’obiettivo era quello di approfondire le connessioni tra questi concetti, le teorie dell’imperialismo e le critiche politiche della tecnologia. Poi, come spesso accade, una cosa ha portato all’altra. Le persone mi hanno raccontato le iniziative a cui partecipavano e mi sono resa conto che anch’io lavoravo su alcune delle stesse questioni. Mi hanno parlato di campagne antirazziste e di altre attività politiche, e ho riconosciuto che questi temi facevano già parte del mio lavoro e ho avuto l’opportunità di incontrare diversi collettivi attivi a Roma. Per certi aspetti, questa esperienza mi ha fatto sentire come se stessi tornando a casa. Non ero mai stata qui prima e non conosco particolarmente bene la cultura locale, ma sono rimasta colpita dalla familiarità della cultura politica, delle sue dinamiche e persino del linguaggio utilizzato dalle persone. Ho ritrovato qualcosa di familiare nel modo in cui le persone entrano in relazione tra loro e organizzano la propria vita. Ho la sensazione che questa visita sia soltanto l’inizio di molti altri incontri. Ho conosciuto persone straordinarie e ascoltato le storie di chi è impegnato in programmi educativi, nell’organizzazione antifascista e in iniziative che mettono in relazione la storia e l’eredità dell’antifascismo in Italia con le lotte politiche contemporanee. Oggi ho incontrato anche persone che collaborano con gruppi palestinesi e altre che lavorano con organizzazioni argentine. Mi ha colpita soprattutto la quantità di connessioni possibili tra questi gruppi, le loro storie e le loro lotte. Non ci sono abbastanza ore in una giornata per incontrare tutte le persone e approfondire ogni possibile relazione. Per questo ho la sensazione che siamo soltanto all’inizio. È stata un’esperienza davvero bella e spero che possa aprire la strada a nuove conversazioni, collaborazioni e ad altre occasioni di incontro e di ricerca. *Miriyam Aouragh ( Amsterdam , 18 novembre 1972) è un’attivista e accademica olandese-marocchina residente a Oxford (Regno Unito). Scrive e insegna di infrastrutture, rivolte politiche e implicazioni sociali dei media digitali. È professoressa di Antropologia Digitale presso l’ Università di Westminster. Anna Lodeserto
October 20, 2026
Pressenza
La destra all’attacco del V Municipio di Roma
Mi alzo presto questa mattina, vado a fare colazione al bar, in via di Torpignattara c’è chi non è mai andato a dormire dalla notte precedente, chi ha bevuto troppo, chi vive per strada, in queste strade sporche, c’è immondizia e pure un topo morto in un’aiuola. Al bar la discussione tra le colleghe al bancone è sulla condizione della stazione Malatesta di notte, il senso di insicurezza, la paura di essere una donna da sola al buio la sera o la mattina molto presto. E come non capirle, la sento anche io quella paura. E dal senso di insicurezza, si passa al degrado per concludere con il problema dell’immigrazione, causa di tutti i mali. Anche se due su tre delle bariste sono di origine migrante, in effetti sono arrivate con il bus, spiegano alla terza. E così si rimodula la conversazione, il problema sono gli uomini neri e arabi (non bianchi, quelli no, sono bravissimi a nascondere la violenza dentro casa e sotto le coperte), il razzismo è salvo, e mette d’accordo le tre lavoratrici. E avrebbe trovato l’accordo della destra ed estrema destra europea che utilizza le donne come ancelle del peggior razzismo e dell’odio islamofobico. > Nessun commento sul salario o sugli orari di lavoro, nonostante il commercio > abbia tra le peggiori condizioni lavorative, come la ristorazione e > l’edilizia. E forse non sarà un caso che due su tre delle lavoratrici erano di > origine migrante. Mangio il mio cornetto, e mi sale già la rabbia, e mi prendo pure una pizzetta rossa per la mia seconda colazione. Poi dici che c’ho l’acidità. Cammino verso la Casilina, e guardo le rotaie vuote del trenino, tra le pietre dei binari si incastrano bottiglie di plastica, e sulle panchine dove prima aspettavamo il trenino giallo, ora dorme una persona senza casa e con problemi di dipendenze. Ora posso decidere se aspettare il 105, sempre pieno anche alle 6 del mattino, il 409 o l’inutile navetta che porta alla metro C, dove nelle banchine senza segnale telefonico puoi attendere il treno fino a venti minuti, manco fosse un regionale. Insomma il trenino giallo faceva schifo, era sporco, inaccessibile e lento, ma ci ritroviamo a rimpiangere pure quello. Rimangono le rotaie vuote e la promessa di un tram, di cui non esiste nemmeno un calendario lavori. > Ecco come sta il quadrante est. A Torpignattara siamo esattamente a metà tra > gentrification e turistificazione, che alzano i prezzi e svuotano i quartieri, > e il completo abbandono delle aree periferiche, dove si lascia che intere aree > dismesse diventino i luoghi di nessuno, le case di edilizia pubblica cascano a > pezzi, si aspetta l’autobus ben più di mezz’ora, o si fanno file chilometriche > in auto. E soprattutto le strade sono invase dal crack. Sotto casa mia, davanti a una scritta “remigrazione”, ci sono due ragazzi con una pipetta, e qualche giorno fa ne ho visti altri due che fumavano in pieno giorno sulle panchine. I pezzi di verde abbandonato diventano rifugio per gli ultimi degli ultimi, in fuga anche da se stessi. Forse loro avevano la pelle nera o marrone, ma ne ho conosciuti tanti di amici e di amiche di pelle bianca, anzi bianchissima, che si sono persi in appartamenti sulla Casilina per giorni, a volte settimane, qualcuno ci ha perso la vita. > La situazione è rovente. E i sassi delle rotaie abbandonate sembrano tizzoni > ardenti. La destra e l’estrema destra hanno deciso di soffiare e far bruciare > l’intero municipio. La strategia è semplice: attaccare chi è più in basso di > te, chi non può difendersi, chi non ha i mezzi per prendere parola. E allora il problema sono le persone tossicodipendenti, non le narcomafie che mettono le bombe. Il problema sono le persone migranti che lavorano sfruttate per 3-5 euro l’ora sotto il ricatto del permesso di soggiorno, non chi affitta in nero dei tuguri o fa lavorare senza rispettare i contratti. Il problema sono i poveri, non la povertà e lo sfruttamento. Che poi il lavoro in nero, lo sfruttamento, gli affitti troppo alti sono un problema comune a chiunque vive in questo quadrante. Eppure sono riusciti a dividerci con tagli netti seguendo la linea del colore, perché per noi persone bianche rispecchiarci nelle persone bengalesi, arabe, cinesi ci fa troppo paura. Ci ricorda che alla fine anche la nostra condizione di classe media, più o meno benestante, si sta sgretolando sotto i nostri piedi. E rischiamo di caderci anche noi in quella povertà, un po’ come rischiamo di cadere nelle buche dei nostri marciapiedi, attorno alle quali viene messo del nastro bianco e rosso per segnalarle, ma nessuno le ripara mai. Attenzione: pericolo povertà. Invece di dirci poveri, di nuovo poveri, come le nostre nonne o bisnonne emigrate nelle Americhe, preferiamo continuare a tappare le buche. Senza contratti, senza lavoro, in naspi, senza diritti, senza giornate di riposo e con i salari più bassi d’Europa, con la benzina a 2,20 €, con le scuole dove piove dentro, senza riuscire a prenotare delle visite mediche, preferiamo scegliere la via più semplice. E allora lo vedi che a Torpignattara aprono solo negozi gestiti da persone migranti che vendono cianfrusaglie e cibi che io non mangio? E allora lo vedi che il quartiere è sempre più sporco? E chi è che sporca? Lo vedi che fanno il mercatino la sera? Cercano nell’immondizia e poi la lasciano tutto fuori dal cassonetto? A breve credo che uscirà una teoria del complotto sul trenino, lo sapete chi è stato, no ma chi è stato veramente? E se invece ci chiedessimo: se il trenino fosse passato a Collina Fleming sarebbe andata a finire allo stesso modo? > Ora è stata indetta una nuova fiaccolata da un comitato dietro il quale > probabilmente si cela Fratelli d’Italia. Infatti alla piazza di domenica > scorsa, che non è mai riuscita a partire, dal megafono hanno parlato quasi > esclusivamente eletti nelle liste della destra del V municipio. Tra le tante, direi tantissime, persone di sinistra che abitano questi quartieri sento spesso dire che “la sinistra ha smesso di parlare alle periferie”. E in un certo senso hanno ragione, ma sarebbe più corretto dire che “il centro-sinistra, il PD o tutti quei partiti e sindacati che hanno aperto la strada alle politiche neoliberali” hanno smesso di vivere e parlare con le periferie. Ma qui, in queste strade, esiste un variegato mondo di associazioni, comitati, centri sociali, gruppi informali, che spesso non vanno nemmeno d’accordo, che questi quartieri li hanno abitati, costruiti e curati. Doposcuola autogestiti, centri estivi a prezzi popolari, sport accessibili, corsi di italiano L2, cori di musica popolare, festival del cinema multiculturale, librerie dove scegli tu il prezzo dei libri, gruppi che puliscono le aree verdi, gruppi di acquisto solidale, volontariato che distribuisce pacchi alimentari, eventi culturali, festival musicali… Tutto questo esiste solo grazie al contributo volontario di decine, centinaia di persone che a Torpignattara, come in tutto il quadrante est, hanno costruito un’alternativa contro l’abbandono istituzionale, la povertà e lo sfruttamento. Qui le scuole hanno lottato per diventare presidi multietnici e antirazzisti, costruendo solidarietà tra genitori, insegnanti e studenti contro la discriminazione e la ghettizzazione. Qui ci sono presidi dei diritti umani come la palestra popolare di Quarticciolo. E luoghi fondativi per il punk, l’hip-hop e la musica techno come il Forte Prenestino. E potremmo andare avanti, perché ci sono davvero tanti esempi. Questa incredibile rete, che non si parla, e spesso non si capisce, è stata ciò che ha permesso alle persone di sostenere la vita in questi quartieri, e ha bloccato i discorsi faciloni della destra ed estrema destra, che qui è sempre stata presente. > Ma ora con affitti alle stelle, sfratti, carovita, povertà, spaccio, > dipendenze, l’odio contro “l’altro” riesce a trovare nuovo spazio. L’abbandono > e la povertà sono pronti a bruciare nelle fiaccolate dei comitati > anti-degrado, per trasformarsi velocemente in ronde anti-immigrato. Pompate da > influencer pagati con i soldi delle lobby trumpiane. Dopo quattro anni di governo Meloni, e non so nemmeno quanti decreti sicurezza, la destra si prepara all’ennesima campagna elettorale sulla sicurezza. Ed è l’evidenza che le loro stesse politiche non servono a nulla. Anzi costruiscono e alimentano insicurezza, povertà, discriminazione e sfruttamento. Nel frattempo grazie a istituzioni locali assolutamente manchevoli, stiamo ancora aspettando nuove corse del 105, per poi rimanere imbottigliate nel traffico della Casilina, e arrivare in ritardo al nostro lavoro sottopagato. Forse è proprio arrivato il momento di uscire da questa poliedrica e stancante frammentazione della sinistra non istituzionale. Bisogna rivendicare molto di più da queste istituzioni locali di centro-sinistra e allo stesso tempo distruggere la campagna d’odio montata dalla destra. Io a Torpignattara ci abito, in V municipio ci insegno, non ho intenzione di stare a guardare comitati e ronde che distruggono reti di solidarietà costruite in decenni di lavoro. E non ho intenzione di permettere che un municipio multietnico e multilinguistico sia portato a farsi la guerra, dopo anni di vita in comune, portata avanti con tutte le sue difficoltà. Non posso accettare che paladini autonominati sfilino in queste vie per aizzare odio e paura. In queste strade c’è molto di più, tanti progetti per quartieri migliori, molta rabbia per l’abbandono in cui ci costringono a vivere, e molta più voglia di vivere insieme, è ora che tutto questo si riprenda le strade. Immagine di copertina di Indeciso42 da wikimedia Questo articolo è gratuito ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostrainformazionelibera e accessibile abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno. Clicca sul banner qui sotto e fai una donazione. Dona il tuo 5×1000 scrivi il codice fiscale 96405560580 L'articolo La destra all’attacco del V Municipio di Roma proviene da DINAMOpress.
October 19, 2026
DINAMOpress
Lavoricidio: 10 morti in due giorni
Articoli e analisi di Carlo Soricelli (*). A seguire una poesia di Yuleisy Cruz Lezcano per ricordare Andrea Di Risio. Il bollettino di questa guerra silenziosa continua ad aggiornarsi con una frequenza spaventosa. In sole 48 ore abbiamo registrato altri 10 lavoratori che non sono tornati a casa. LE TRAGEDIE DI IERI (5 VITTIME) Ayoub Abourabil (31 anni): operaio di
October 16, 2026
La Bottega del Barbieri
Continueranno a sognare i ragazzi di Ceuta. Noi no
-------------------------------------------------------------------------------- Unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- Spesso certe notizie scompaiono dai nostri radar, ma la gente implicata, no. A Ceuta ci sono tanti ragazzi che aspettano ancora tra cartoni e coperte improvvisate delle soluzioni. Arrivano dal Marocco e, come tutti i ragazzi del mondo, hanno un’idea abbastanza precisa di ciò che vorrebbero diventare. Youssuf sogna di fare il barbiere, Mohamed il calciatore, Omar di aprire un bar. Non hanno smesso di immaginare un futuro diverso da quello che è capitato loro in sorte, continueranno comunque a sognare quei ragazzi. A pochi passi da dove si trovano c’è l’Europa. Da una parte una promessa di opportunità, libertà e benessere; dall’altra una frontiera che li respinge. Ma a Ceuta i loro destini si risolvono nello spazio di una notte. Racconta Claudio Fava su Domani: “Duemila baracche tirate su nella spiaggia di Benitez, poi, all’alba, non c’è più nulla: sono venuti a prenderli di notte, hanno fatto un rapido triage, asilo umanitario per nessuno, tutti espulsi. Se vanno via con le buone, potranno riprovarci. Altrimenti resteranno fuori dall’Europa per i prossimi cinque anni”. Siamo in Spagna, oltretutto una Spagna con un governo di sinistra, ma è così in tutta Europa dove le destre stanno prendendo il sopravvento e dettano le regole. Nelle piazze di tutta Europa aumentano i consensi grazie al loro programma, forte, sintetico, efficace: remigrazione. E lo sanno molto bene, con quel semplice slogan guadagnano voti. Negli ultimi anni abbiamo imparato a ripetere che non possiamo accogliere tutti. È una constatazione che, in alcuni casi, contiene una parte di verità. Ma troppo spesso è diventata anche il modo per interrompere ogni altra domanda. Come se le disuguaglianze globali, il colonialismo, le guerre, lo sfruttamento economico, le frontiere e la sorte di chi nasce dalla parte sbagliata del mare fossero fenomeni naturali, sottratti alla responsabilità umana. È qui che si è consumato uno slittamento più profondo. Abbiamo progressivamente smesso di chiederci come trasformare ciò che appare ingiusto e abbiamo iniziato a chiederci soltanto come difendere ciò che possediamo. Il valore delle cose sembra misurarsi sempre più in termini di sicurezza, proprietà, protezione del proprio benessere. Ciò che non rientra in questo perimetro perde consistenza morale. La cura, la giustizia, l’attenzione verso chi resta indietro vengono percepite come esigenze secondarie, quasi un lusso da concedersi soltanto quando tutto il resto è garantito. Se la derisione del più debole diventa linguaggio comune L’indifferenza, del resto, raramente nasce da una scelta deliberata. Cresce poco alla volta. Si insinua nelle abitudini, nei gesti quotidiani, nel modo in cui impariamo a convivere con la sofferenza senza più lasciarcene toccare. Accade quando il dolore degli altri diventa parte del paesaggio. Oggi, però, sembra emergere qualcosa di ancora più inquietante. Per molto tempo l’indifferenza ha assunto soprattutto la forma del voltarsi dall’altra parte. Ora, sempre più spesso, non basta più ignorare. Assistiamo a una trasformazione culturale che premia l’ostentazione della durezza. Il rifiuto diventa spettacolo. La derisione del più debole diventa linguaggio comune. L’empatia viene liquidata come ingenuità o debolezza, mentre il disprezzo si presenta come realismo, lucidità, buon senso. Non siamo soltanto di fronte a una società stanca. Siamo di fronte a una società che rischia di fare dell’incattivimento un’identità. Questo cambiamento non resta confinato ai comportamenti individuali. Entra nel discorso pubblico, diventa linguaggio politico e cerca consenso. In Italia lo vediamo chi governa trasforma l’espulsione e il respingimento in una promessa di risanamento, ma anche nella retorica che presenta la difesa dei confini e dell’identità nazionale come risposta privilegiata alle inquietudini sociali. Lo vediamo nelle parole di Vannacci, Salvini e Meloni, pur con ruoli, posizioni e responsabilità politiche differenti. E lo ritroviamo, in forme proprie di ciascun Paese, nella crescita e nella legittimazione delle destre nazionaliste in Francia e in Germania. Non si tratta di mettere sullo stesso piano situazioni diverse, né di liquidare come irrazionale ogni preoccupazione legata alle migrazioni. La questione è un’altra: che cosa accade quando la paura viene alimentata, quando lo straniero viene rappresentato prima di tutto come una minaccia e quando il rifiuto viene presentato come una prova di coraggio? Che cosa accade quando la durezza non è più qualcosa di cui vergognarsi, ma diventa un segno di appartenenza, una qualità da esibire, persino una ragione per sentirsi migliori? I leader politici non si limitano a raccogliere le paure che attraversano una società. Con le parole che scelgono contribuiscono anche a orientarle, a dare loro una direzione, a stabilire chi merita protezione e chi può essere lasciato fuori. Per questo il linguaggio non è mai irrilevante: ciò che viene ripetuto, legittimato e trasformato in senso comune finisce per modificare anche il confine di ciò che siamo disposti ad accettare. Ed è questo il passaggio più pericoloso. Non quando smettiamo di vedere il dolore, ma quando iniziamo a rivendicare come un valore la nostra capacità di restarne immuni. Non quando la sofferenza altrui ci lascia indifferenti, ma quando la utilizziamo per rafforzare il senso di appartenenza a un gruppo, a una comunità, a una visione del mondo. Quando il benessere dei nostri viene contrapposto a quello degli altri, come se la dignità fosse una risorsa limitata e riconoscerla a qualcuno significasse sottrarla a qualcun altro. Abbiamo smesso di immaginare Vale allora la pena fermarsi e domandarsi: è davvero questo il futuro che desideriamo? Una società nella quale il benessere di alcuni richiede l’impoverimento morale di tutti? Una società che considera la durezza una virtù e la compassione una colpa? Una società nella quale si può ottenere consenso non mostrando la capacità di affrontare i problemi, ma indicando qualcuno da respingere e convincendoci che la sua esclusione ci renderà più sicuri? Abbiamo smesso di immaginare, di visualizzare un mondo in cui sia non accettabile il sacrificio di alcuni a beneficio di altri. Ricominciare a immaginare non significa inseguire un’utopia o negare i limiti della realtà. Significa rifiutare l’idea che il presente coincida con il destino. Significa ricordare che ciò che oggi appare inevitabile è quasi sempre il risultato di scelte, rapporti di forza, decisioni politiche e culture condivise. E che, proprio per questo, può essere messo in discussione. Immaginare un futuro diverso significa anche non accettare che le nostre paure diventino l’unico criterio con cui guardare il mondo. Significa provare a distinguere la necessità di affrontare problemi concreti dalla tentazione di trovare qualcuno su cui scaricarli. Significa non rinunciare alla domanda su quale società vogliamo costruire, anche quando le risposte sono difficili e nessuna soluzione è semplice. I ragazzi di Ceuta continuano ad aspettare tra i cartoni, aggrappati ai loro progetti e alle loro speranze. Forse la domanda che ci pongono non riguarda soltanto il loro futuro. Riguarda il nostro. Perché una società smette davvero di immaginare quando non riesce più a vedere alternative all’ingiustizia. E diventa più povera ancora quando, per sentirsi al sicuro, non si limita a respingere l’altro, ma sente il bisogno di disprezzarlo, fino a fare di quel disprezzo una ragione di orgoglio. Intorno a loro si consuma una discussione che conosciamo bene: c’è chi li considera un problema da contenere e chi vede prima di tutto delle persone da aiutare. Di fronte alla stessa realtà si aprono letture opposte. Da una parte la paura, dall’altra il riconoscimento. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Continueranno a sognare i ragazzi di Ceuta. Noi no proviene da Comune-info.
October 15, 2026
Comune-info