Dublinanti--------------------------------------------------------------------------------
Foto Giovanni Izzo
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Dublinanti. Una parola che fino a poco tempo fa non si sentiva. Non apparteneva
al lessico comune, né a quello politico. Ora comincia a comparire nel linguaggio
amministrativo, politico e giornalistico. È entrata nel linguaggio come entrano
certe muffe: silenziosamente, senza che nessuno se ne accorga, finché non è
troppo tardi.
Ha l’aria neutra e pulita delle parole amministrative, quelle che sembrano fatte
apposta per mettere in ordine i fogli, per classificare, per rendere gestibile
ciò che è complesso. Ed è proprio questo che inquieta. Perché un dublinante non
nasce con quel nome. Lo diventa dentro uno sportello, in un momento che spesso
non riconosce nemmeno come decisivo. È un’etichetta che non descrive una
condizione umana, ma una procedura. Eppure finisce per sostituire tutto il
resto: la storia, la vulnerabilità, le relazioni, le speranze.
La genealogia di una parola
Il termine deriva dal sistema di Dublino, l’insieme di norme europee pensate per
stabilire quale Stato debba esaminare una domanda di asilo. Nasce con la
Convenzione di Dublino del 1990, diventa Regolamento — con Dublino II, nel 2003,
poi Dublino III, nel 2013 — via via che l’Unione ne irrigidisce i meccanismi. In
teoria, uno strumento di coordinamento. In pratica, un sistema che ha finito per
concentrare una parte importante della responsabilità sui Paesi di primo
ingresso e per sottoporre gli spostamenti dei richiedenti asilo all’interno
dell’Unione a procedure di trasferimento verso lo Stato ritenuto responsabile.
Il linguaggio tecnico ha fatto il resto: da “persona soggetta al Regolamento di
Dublino” si è passati a “dublinante”.
Una parola che non dice quasi nulla della persona, ma molto del sistema che la
nomina. In concreto, succede questo: un uomo o una donna arriva in Europa,
attraversa un confine e appoggia un dito su uno scanner. Un gesto minimo, quasi
invisibile. In quel momento, spesso senza saperlo, lascia una traccia
amministrativa che può accompagnarlo nel suo percorso. La prima impronta
digitale diventa un segno che può inseguirlo attraverso l’Europa. Se poi prova
ad andare altrove — per raggiungere un parente, un amico, un luogo dove si sente
più sicuro — può trovarsi davanti alla procedura di trasferimento verso lo Stato
considerato responsabile della sua domanda. Non perché abbia commesso un reato.
Non perché rappresenti un pericolo. Ma perché, secondo quella procedura, “spetta
a un altro Stato”.
E intanto c’è una vita che aspetta. Una fila. Un appuntamento. Una stanza. Una
risposta. Un sì o un no che può arrivare dopo mesi. La paura di essere
trasferiti. La necessità di lasciare ancora una volta un luogo nel quale, forse,
si era cominciato a costruire qualcosa. E poi ricominciare.
La neutralità come maschera
È qui che il linguaggio rivela la sua postura politica. Trasformare una persona
in una categoria amministrativa significa anche rendere più facile pensarla come
un caso da gestire, un fascicolo da spostare, una procedura da chiudere. La
categoria burocratica diventa una copertura perfetta: permette di parlare di
esseri umani attraverso il linguaggio delle pratiche e, allo stesso tempo,
rassicura chi guarda.
Il linguaggio amministrativo non è mai soltanto neutro: è anche uno strumento di
governo, che organizza la realtà per conto delle istituzioni.
Una vita reale dietro la parola
Dietro ogni “dublinante” c’è una storia che la parola non contempla. C’è, per
dire, Amir — chiamiamolo così — ventitré anni, arrivato a Lampedusa in ottobre
con addosso una giacca troppo leggera per il mare aperto. Ha un fratello a
Norimberga, un letto già pronto in un appartamento condiviso, un numero di
telefono imparato a memoria prima ancora del proprio documento. Quel dito
appoggiato sullo scanner in Sicilia, quel gesto di un secondo, ha già deciso per
lui: la Germania non potrà mai essere sua, non su questa domanda. Il fratello
resta a un treno di distanza che non prenderà. Ma la parola non vede nulla di
tutto questo.
La parola serve a non vedere. Non vediamo la persona che aspetta una risposta:
vediamo una procedura. Non vediamo la paura di dover partire ancora: vediamo un
trasferimento. Non vediamo il tempo sospeso di chi non sa dove potrà vivere
domani: vediamo una pratica.
E forse dovremmo chiederci se abbiamo mai provato davvero a immaginare che cosa
significhi vivere dentro una parola come questa. Vivere dentro una procedura che
decide dove puoi restare e dove devi andare. Aspettare. Non sapere.
Ricominciare.
Fermarsi davanti alle parole nuove
Forse dovremmo fermarci di più davanti alle parole nuove. Chiederci non solo da
dove arrivano, ma quale idea di umanità stanno servendo. Perché ogni volta che
accettiamo una categoria senza interrogare ciò che nasconde, rinunciamo a un
pezzo della nostra responsabilità.
Prima delle procedure, delle impronte e della propaganda, c’era — e resta —
semplicemente un essere umano. E il modo in cui lo nominiamo dice molto di noi.
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