
Spin Time, dalla vertenza romana alla costruzione di un progetto nazionale
Pressenza - Monday, September 21, 2026Dopo il corteo di sabato, domenica 20 settembre la mobilitazione di Spin Time è continuata davanti all’immobile di via Santa Croce in Gerusalemme con un’assemblea nazionale durata alcune ore.
Questa volta niente corteo. La strada davanti a Spin Time, chiusa al traffico, è diventata il luogo nel quale sedersi, ascoltarsi e provare a capire che cosa fare dopo.
Non era semplice, anche perché intorno a Spin Time nelle ultime settimane si sono incontrate storie molto diverse: realtà sociali, associazioni, studenti, sindacati, esperienze mutualistiche e persone arrivate da altre città. Una pluralità che si era vista chiaramente già il giorno precedente, insieme a una presenza molto forte di giovani e giovanissimi.
Ed è proprio da qui che è partita una parte della discussione.
La solidarietà nata dopo l’incendio e intorno alla vertenza di Spin Time è riuscita progressivamente ad andare oltre l’emergenza. Ha rimesso in comunicazione pezzi di città che da tempo faticavano a parlarsi e ha riportato dentro una stessa discussione questioni troppo spesso affrontate separatamente.
Non sono state nascoste neppure le assenze del giorno prima. Alcune erano state molto visibili e nelle settimane precedenti non erano mancate polemiche e divisioni. Ma nell’assemblea è prevalsa soprattutto un’altra preoccupazione: provare a ricucire, nella convinzione che la frammentazione finisca per rendere tutti più deboli.
La mattinata è stata divisa sostanzialmente in due momenti.
Il primo è servito a guardare quello che sta succedendo nelle nostre città.
Sono intervenute esperienze provenienti da territori diversi. Eppure, ascoltandole, le somiglianze erano molte.
Cambiano le città e cambiano i problemi specifici, ma tornano alcune questioni: il costo delle case, gli sfratti, la rendita immobiliare, la precarietà, i bassi salari, la scomparsa degli spazi sociali e culturali. A Venezia il turismo ha assunto un peso particolare, altrove prevalgono altri fenomeni, ma il risultato spesso è lo stesso: pezzi di popolazione vengono progressivamente spinti fuori dai luoghi nei quali hanno vissuto.
C’è poi una generazione che chiede luoghi nei quali incontrarsi, organizzarsi, produrre cultura e sperimentare forme diverse di socialità e che sempre più spesso non li trova. La presenza così numerosa di giovani nel corteo di sabato ha reso questa domanda ancora più evidente.
Le esperienze raccontate durante l’assemblea hanno mostrato anche l’altra faccia di questa storia.
In molte città ci sono comunità che hanno ripreso luoghi abbandonati o destinati ad altri usi e li hanno restituiti alla vita collettiva attraverso occupazioni, mutualismo, cooperazione, attività culturali, vertenze sul lavoro e sull’abitare.
Sono stati definiti “argini”.
Ma durante la discussione è tornata una domanda: può bastare continuare a fare argine?
Probabilmente no.
Ed è qui che è cominciata, di fatto, la seconda parte dell’assemblea.
Se ci si limita a difendere ogni singolo luogo o ogni singola vertenza, si rischia di arrivare sempre dopo, quando le decisioni sono già state prese. Il problema diventa allora provare a intervenire prima, costruendo una forza capace di pesare sulle scelte che trasformano la città.
Non è facile, perché significa mettere insieme mondi che hanno storie, linguaggi e anche idee diverse. Ma proprio questo è stato uno dei punti centrali della discussione: la somma delle singole battaglie non basta.
Casa, urbanistica, ambiente, precarietà, salari, verde, cultura e spazi sociali sono parti di una questione comune: chi decide come deve essere una città e nell’interesse di chi viene trasformata?
Da qui è tornata più volte una proposta: costruire un’alleanza nazionale per la città pubblica.
Non un’altra sigla o una nuova organizzazione. Piuttosto uno spazio nel quale realtà differenti possano ritrovarsi intorno ad alcuni punti comuni: il diritto alla casa, la difesa del patrimonio pubblico, il contrasto al consumo di suolo, il recupero degli immobili abbandonati, la tutela degli spazi sociali e culturali, il verde e la risposta a una crisi climatica che nelle nostre città significa anche estati sempre più difficili da sopportare.
Tra le proposte discusse c’è anche quella di una legge di iniziativa popolare sul diritto all’abitare. L’idea è di non farne soltanto una raccolta di firme, ma una campagna da portare nei quartieri, utilizzandola per parlare con chi vive concretamente il problema della casa.
C’è stato inevitabilmente anche un ragionamento politico.
Roma e altre città si avvicinano a una nuova stagione elettorale e proprio per questo da più interventi è arrivato l’invito a non permettere che le elezioni diventino l’ennesimo motivo per dividersi.
Prima vengono i contenuti.
L’idea è provare a costruire una piattaforma comune, autonoma, nata dalle realtà e dalle vertenze emerse anche nel dibattito. Poi ognuno farà le proprie scelte politiche ed elettorali. Ma avere alcuni punti condivisi significherebbe presentarsi con più forza nel confronto con qualunque amministrazione.
Un’altra preoccupazione ha attraversato l’assemblea: il restringimento degli spazi di partecipazione e di conflitto. Per questo la difesa degli spazi sociali è stata legata più volte al tema dell’antifascismo. Non soltanto come affermazione di principio, ma come pratica concreta: non lasciare sole le persone, difendere i luoghi nei quali si costruiscono relazioni e conquistarne di nuovi.
Alla fine una parola è tornata più delle altre: convergenza.
Una parola molto usata negli ultimi anni, che rischia anche di diventare vuota. Nell’assemblea si è provato a darle un significato concreto: far incontrare chi lotta per la casa con chi si occupa di ambiente, chi difende uno spazio culturale con chi combatte la precarietà, generazioni diverse e realtà che fino a ieri avevano poche occasioni per parlarsi.
Nessuno, alla fine della mattinata, ha fatto finta che bastassero poche ore per risolvere tutto.
La stessa restituzione conclusiva lo ha riconosciuto: il materiale emerso è molto e avrà bisogno di essere ordinato, discusso e trasformato in proposte più precise.
Ma un punto è rimasto sul tavolo.
Spin Time, in queste settimane, è riuscito a fare incontrare pezzi diversi di Roma e, con l’assemblea nazionale, esperienze arrivate da altre città. Adesso la questione è capire se quella solidarietà, nata intorno a un’emergenza, riuscirà a trasformarsi in qualcosa di più stabile.
La sfida è tutta qui: capire se da una vertenza nata intorno a un edificio di Roma possa prendere forma un percorso più largo, capace di mettere in relazione esperienze, lotte e città diverse. Sarà questo uno dei terreni sui quali lavorare e misurarsi nei prossimi mesi.