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Roma, migliaia in corteo nel ventennale dell’assassinio di Renato Biagetti
Diverse migliaia di persone hanno attraversato Roma nel corteo antifascista organizzato nel ventennale della morte di Renato Biagetti, il giovane ucciso nel 2006 a Focene. La manifestazione, partita da Porta San Paolo e arrivata al Parco Schuster dopo aver attraversato Ostiense, Ponte Spizzichino e Garbatella, è cresciuta progressivamente lungo il percorso. Un risultato che assume ancora più rilievo considerando le caratteristiche della mobilitazione: una partecipazione costruita soprattutto attraverso reti sociali e territoriali, senza una presenza delle grandi organizzazioni politiche e sociali e con una visibilità molto ridotta sui principali mezzi di informazione. Eppure migliaia di persone sono scese in strada. È questo il primo elemento politico della giornata. Collettivi, associazioni, realtà territoriali, reti militanti e organizzazioni politiche hanno dimostrato l’esistenza di un tessuto sociale capace di mobilitarsi anche lontano dai grandi circuiti mediatici e dagli apparati tradizionali. Ma sarebbe sbagliato leggere questo risultato come una contrapposizione tra movimenti e organizzazioni strutturate. Se l’obiettivo è trasformare una giornata riuscita in un movimento più largo e capace di incidere, le due dimensioni devono necessariamente incontrarsi: l’energia che nasce dal basso può aprire spazi nuovi, mentre organizzazioni politiche, sindacali e sociali possono contribuire ad allargarli, dare continuità alla mobilitazione e radicarla nel tempo. Il corteo nasce dal ricordo di Renato Biagetti, ma non si è limitato alla commemorazione. A vent’anni dal suo brutale assassinio, quella memoria è diventata un modo per interrogarsi sul significato dell’antifascismo oggi. Ed è questo uno degli aspetti più interessanti della manifestazione. L’antifascismo si è intrecciato con l’opposizione alla guerra e al riarmo, con il rifiuto del razzismo, con la critica alla crescente militarizzazione della società e con il richiamo alla costruzione di quelle “comunità resistenti” indicate nella stessa piattaforma della manifestazione. Non è un collegamento forzato. Le culture autoritarie non tornano necessariamente con le stesse forme del passato. Possono crescere dentro società segnate dalle disuguaglianze, dalla precarietà, dalla paura e dall’assuefazione all’idea che la guerra possa tornare a essere uno strumento ordinario della politica. Per questo l’antifascismo perde forza se viene confinato nella sola memoria storica. Continua invece ad avere una funzione quando diventa una chiave per leggere il presente: difesa della democrazia, contrasto al razzismo e alle discriminazioni, opposizione alle derive autoritarie e rifiuto della normalizzazione della guerra. Dentro questo quadro assume un significato particolare la presenza di moltissimi giovani e giovanissimi. Da anni si parla di disaffezione politica delle nuove generazioni, di astensionismo e individualismo. Ma una piazza come questa mostra che la domanda di partecipazione non è scomparsa. È cambiato piuttosto il rapporto con le forme tradizionali attraverso cui la politica si organizza. Una parte delle nuove generazioni fatica a riconoscersi nelle strutture classiche, ma continua a mobilitarsi quando incontra temi, linguaggi e pratiche percepiti come autentici. Una manifestazione cresciuta soprattutto attraverso circuiti sociali, territoriali e militanti, e capace comunque di raccogliere migliaia di persone, è dunque qualcosa di più di un buon risultato organizzativo: è un’indicazione politica. La composizione del corteo lo mostrava con chiarezza. Non una piazza costruita attorno a un unico soggetto, ma una pluralità di esperienze, culture politiche e realtà sociali. Una pluralità che può diventare una risorsa proprio se riesce a costruire relazioni durature e a trovare punti comuni. Per alcune ore Ostiense, Garbatella e il quadrante attraversato dalla manifestazione hanno restituito l’immagine di una Roma diversa da quella spesso descritta come frammentata, impaurita e ripiegata su se stessa: una città ancora capace di riconoscersi nello spazio pubblico, organizzarsi e costruire solidarietà. L’arrivo al Parco Schuster, con le iniziative e i concerti programmati, ha completato una giornata nella quale memoria, politica, cultura e socialità si sono fortemente intrecciate. Naturalmente una manifestazione non modifica da sola i rapporti di forza. Ma può rendere visibile ciò che normalmente resta sotto la superficie. Ed è forse questo il dato politico più importante della giornata romana. Esiste uno spazio per ricostruire un movimento capace di tenere insieme antifascismo e questioni sociali, opposizione alla guerra e al riarmo, difesa della democrazia e costruzione di solidarietà. Uno spazio che può crescere nei territori e nei movimenti, ma che per diventare realmente più significativo e incidere sui rapporti di forza sociali e politici ha bisogno anche del contributo delle grandi organizzazioni politiche, sindacali e sociali. Il ventennale della morte di Renato Biagetti non ha quindi prodotto soltanto una giornata della memoria. Ha prodotto una piazza. E soprattutto un segnale importante. In un tempo in cui la guerra torna a essere raccontata come inevitabile e le culture autoritarie cercano nuovi linguaggi per diventare socialmente accettabili, migliaia di persone hanno scelto di stare insieme e affermare un’altra idea di società. È quando la memoria diventa partecipazione, e la partecipazione incontra organizzazione e continuità, che smette di essere rito e torna a diventare politica.   Giovanni Barbera
September 6, 2026
Pressenza
Promuovere la Valutazione di Impatto Generazionale (VIG) nelle amministrazioni locali
Il “divario generazionale”, che rischia di ampliarsi sempre più, impone di adoperarsi per introdurre in maniera diffusa – e a tutti i livelli di governo – la Valutazione di Impatto Generazionale, che consente di stimare l’impatto generazionale ex ante ed ex post delle politiche pubbliche nelle sue dimensioni economica, sociale e ambientale. In maniera complementare: https://www.pressenza.com/it/2026/08/le-disuguaglianze-tra-generazioni-continuano-ad-ampliarsi/. La legge 167/2025 ha introdotto la Valutazione di Impatto Generazionale (VIG) e un Osservatorio dedicato, innovando qualità e sostenibilità della normazione. Ogni atto normativo del Governo, a esclusione dei decreti legge, dovrà essere accompagnato da un’analisi degli effetti ambientali e sociali che ricadono sulle generazioni future. Una valutazione che si colloca all’interno dell’Analisi di Impatto della Regolamentazione (AIR), già prevista dalla legge 246/2005. La VIG, quindi, diventa obbligatoria quando un provvedimento produce effetti significativi di tipo ambientale o sociale, promuovendo di fatto l’equità intergenerazionale e obbligando a considerare gli effetti ambientali, sociali ed economici delle politiche pubbliche sulle giovani generazioni. Oltre alla VIG, la legge istituisce presso la Presidenza del Consiglio dei ministri l’Osservatorio nazionale per l’impatto generazionale delle leggi, un organismo con funzioni di monitoraggio, analisi e proposta, che avrà il compito di verificare se le norme promuovono effettivamente l’equità tra generazioni, suggerendo strumenti per migliorare la qualità della produzione normativa. L’introduzione della VIG in una norma, tuttavia, non garantisce di per sé un cambiamento reale: senza una maggiore informazione, una larga partecipazione e una forte spinta civica, anche questa riforma (come è successo altre volte) corre il rischio di non produrre effetti significativi. Una spinta importante potrebbe arrivare dai territori, dalle autonomie regionali e locali. Di recente alcune amministrazioni locali hanno attivato iniziative che si ispirano alla stessa logica della VIG, puntando sulla prossimità, sulla conoscenza diretta dei bisogni del territorio e sulla capacità di intervenire in modo tempestivo e mirato sulle politiche pubbliche territoriali. Un interessante Paper di  ASviS e di Save the Children, che analizza le basi giuridiche della VIG, il quadro europeo e il caso italiano, offrendo dati, modelli e dieci raccomandazioni operative per attuare la riforma, realizzato nell’ambito del progetto Ecosistema Futuro, una partnership lanciata nel maggio 2025 che coinvolge oltre 70 soggetti con l’obiettivo di riportare i “futuri” al centro del dibattito pubblico (https://asvis.it/ecosistema-futuro/), passa in rassegna alcune “buone pratiche” territoriali. E’ il caso del Comune di Parma, designata Città europea dei Giovani 2027, che rappresenta la prima sperimentazione di VIG locale in Europa, e una delle più avanzate sul piano applicativo. Con la delibera di Giunta n. 156 dell’8 maggio 202349, la collaborazione con le e i giovani si è tradotta nella creazione di focus group dedicati alla marcatura delle misure del Documento Unico di Programmazione (DUP). Questo percorso ha consentito di individuare un set di indicatori per le successive valutazioni e la produzione di report utili alla definizione di un modello replicabile. Sulla stessa linea si colloca il Comune di Bologna che, con la delibera di Giunta n. 118 del 21 maggio 2024, ha approvato le “Linee guida per la programmazione e Valutazione dell’Impatto Generazionale (VIG) delle politiche pubbliche”, richiamando la definizione di sviluppo sostenibile del Rapporto Brundtland (1987) e i principi dell’Agenda 2030, sottolineando la necessità di politiche capaci di “soddisfare i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri”. A queste esperienze si affianca quella del Comune di Casalecchio di Reno, che si appresta a diventare il primo Comune italiano non capoluogo ad adottare formalmente la VIG, integrandola con processi di coprogettazione che coinvolgono le associazioni giovanili attive nella consulta locale. Infine, rilevante è anche quella dell’area metropolitana di Reggio Calabria, che ha formalmente adottato la VIG con delibera di Giunta di fine dicembre 2025 relativa al DUP 2026-2028. La successiva marcatura ha permesso già di orientare verso le giovani generazioni alcuni bandi a valere sulle risorse del PON Metro. La stessa Associazione dei Comuni, l’ANCI, è intervenuta con le “Linee Guida per la Valutazione di Impatto Generazionale dei Documenti Unici di Programmazione dei Comuni”, che propongono un modello articolato in quattro fasi principali: marcatura delle azioni; attribuzione degli indicatori generazionali; monitoraggio periodico; consultazione giovanile (https://www.osservatoriopolitichegiovanili.it/_files/ugd/176730_c3255148268c414cb16438f8466e75e6.pdf). Nel Paper vengono schematizzate 10 Raccomandazioni di carattere generale affinché la VIG non resti sulla carta: 1. Assumere la VIG come “infrastruttura cognitiva permanente” del processo normativo e di disegno delle politiche; 2. Utilizzare la VIG come leva per spostare le politiche da una logica difensiva a una generativa; 3. Rafforzare la partecipazione delle cittadine e dei cittadini, e in particolare delle e dei giovani, come componente strutturale della valutazione; 4. Garantire l’indipendenza tecnica degli organismi individuati quali responsabili della VIG e dotarli di adeguate e qualificate risorse umane e strumentali; 5. Rafforzare la capacità del Parlamento di utilizzare i risultati della VIG e valutare l’impatto intergenerazionale di emendamenti introdotti durante l’iter legislativo; 6. Assicurare la tempestività della VIG, specialmente nel caso di decreti legge; 7. Promuovere l’uso della VIG a livello locale e favorire lo scambio di buone pratiche tra i diversi livelli di governo; 8. Potenziare il sistema informativo nazionale e l’ecosistema dei dati su infanzia, adolescenza e transizioni generazionali;  9. Rafforzare la base metodologica della VIG attraverso la costruzione di modelli e indicatori integrati; 10. Considerare nella VIG l’effetto degli andamenti demografici di medio-lungo periodo. Qui il Paper “La valutazione d’impatto generazionale delle leggi: un cambio di paradigma per le politiche pubbliche”:  https://asvis.it/public/asvis2/files/Pubblicazioni/Futuro/FuturePaperVIG.pdf.   Giovanni Caprio
September 5, 2026
Pressenza
La Francia reintroduce il servizio militare per i giovani, per ora su base volontaria
In Francia, da settembre 2026, viene reintrodotto il servizio militare anche se per ora a carattere volontario. Si tratta di una leva su base volontaria (dunque non obbligatoria) aperta a giovani di 18 e 19 anni, sia uomini che donne, che abbiano la cittadinanza francese. La leva durerà in totale […] L'articolo La Francia reintroduce il servizio militare per i giovani, per ora su base volontaria su Contropiano.
September 4, 2026
Contropiano
L’urgenza di occuparsi dei giovani adulti che non studiano né lavorano
I giovani NEET, dall’acronimo inglese Not in employment, education or training, sono l’insieme dei ragazzi e delle ragazze che non studiano, non lavorano e non stanno seguendo corsi di formazione di alcun tipo. Non una generazione apatica, di “sdraiati” come sarebbe fin troppo facile classificarli, ma un insieme di risorse che non sempre la società e il mondo del lavoro sono capaci di valorizzare. Un primato poco edificante che tocca soprattutto l’Italia, a livelli mediamente più elevati rispetto al resto d’Europa. Ai NEET è dedicato “Ripartenze possibili: NEET e transizioni interrotte tra i giovani adulti“, il Terzo Rapporto sull’Agenda FAST1. realizzato da Percorsi di Secondo Welfare e Fondazione Lottomatica, scritto da Alice Sofia Fanelli, Concetta Filace e Franca Maino, con la prefazione di Maurizio Ferrera. Si tratta di  un documento che si concentra in particolare sui cosiddetti giovani adulti, ovvero gli appartenenti alla fascia 25-34 anni. Un segmento spesso trascurato dalla letteratura e dalle statistiche ufficiali, in cui l’inattività rischia di trasformarsi da condizione transitoria in esclusione strutturale. Il Rapporto ricostruisce anzitutto il quadro teorico del fenomeno NEET, mettendo in luce l’estrema eterogeneità: dietro la stessa etichetta statistica convivono giovani disoccupati in cerca attiva di lavoro, persone scoraggiate, chi è assorbito da responsabilità familiari e chi, semplicemente, resta in attesa dell’occasione giusta. Sul piano empirico, i dati Istat 2018-2024 mostrano una riduzione dell’incidenza dei NEET dopo il picco pandemico, un segnale che il Rapporto collega alla ripresa economica e all’effetto di programmi pubblici. Un miglioramento, tuttavia, che non è uniforme: la fascia 25-34 anni resta quella più esposta, con un tasso di inattività femminile nel 2024 che sfiora ancora il 32%, a fronte di un 17% maschile, e un divario territoriale che vede il Mezzogiorno superare il 30% contro il 10-20% del Nord e del Centro. Anche l’istruzione, pur riducendo il rischio di esclusione, non è sufficiente ad azzerare le disuguaglianze di genere e territoriali.  “I dati Istat 2024, si legge nel Rapporto, evidenziano forti differenze territoriali e di genere nell’incidenza dei NEET nella fascia 25-34 anni. Il Mezzogiorno registra valori nettamente più elevati rispetto al Nord e al Centro, confermando la persistenza di un marcato divario territoriale. In tutte le macroaree le donne risultano più esposte al fenomeno dei NEET rispetto agli uomini, ma il divario di genere è particolarmente accentuato nel Mezzogiorno, dove l’incidenza femminile supera ampiamente il 40%, a fronte di valori significativamente più contenuti tra gli uomini. Anche nel Nord e nel Centro, pur in presenza di livelli complessivamente più bassi, le donne presentano tassi superiori rispetto ai coetanei maschi. L’incidenza totale dei NEET si mantiene su livelli relativamente contenuti nel Nord e nel Centro (tra il 10% e il 20%), mentre supera il 30% nel Mezzogiorno. Nel complesso, emerge con chiarezza come il genere e il contesto territoriale agiscano congiuntamente, amplificando le disuguaglianze nei percorsi di transizione dalla scuola al lavoro, soprattutto per le giovani donne residenti nelle regioni meridionali”. Il Rapporto passa in rassegna le politiche attive del lavoro e le politiche giovanili adottate in Italia negli ultimi decenni, a partire dalla legge sull’apprendistato del 1955 fino alle riforme più recenti. Vengono analizzate nel dettaglio le principali misure rivolte ai NEET: Garanzia Giovani, avviata nel 2014 e capace di coinvolgere oltre 1,6 milioni di giovani ma con risultati più deboli proprio verso i profili più vulnerabili; Programma Nazionale Giovani, Donne e Lavoro 2021-2027, che ne ha raccolto l’eredità ampliando l’attenzione a donne e persone fragili; Programma GOL – Garanzia di Occupabilità dei Lavoratori, perno del PNRR, che ha raggiunto oltre 4,2 milioni di beneficiari con un tasso di occupazione stabile pari al 33,8%. Il quadro che emerge è quello di un sistema che ha ampliato la platea dei beneficiari e migliorato il coordinamento tra i servizi, ma che continua a faticare nell’aggancio (outreach) dei giovani più distanti dal mercato del lavoro, penalizzati da una logica di attivazione che presuppone spesso una motivazione e delle risorse che proprio i più vulnerabili non hanno. Una parte interessante del Rapporto è dedicata a quattro esperienze territoriali, allo scopo di comprendere cosa funzioni davvero per affrontare il fenomeno dei NEET. Queste le esperienze indagate: Articolo+1 a Torino, basato su un modello di finanziamento a risultato e su partenariati tra servizi per il lavoro, agenzie formative ed enti del terzo settore; Aperti Orizzonti a Brescia, costruito sulla credibilità relazionale degli operatori per intercettare i giovani “invisibili” attraverso canali informali e formali; Level Up! a Ravenna, che ha puntato su una comunicazione non istituzionale e sulla gamification per superare lo stigma della categoria NEET; Oltre la Pandemia a Catania, incentrato sulla riattivazione motivazionale prima ancora che sull’acquisizione di competenze tecniche. Come scrive Maurizio Ferrera nella prefazione: “La <<questione NEET>> deve uscire dal cono d’ombra in cui è stata sinora relegata. Essa deve imporsi con urgenza nel dibattito e nell’agenda politica nazionale. I  giovani sono <<tutto il futuro che abbiamo>>. Un futuro già presente nell’oggi, che non possiamo permetterci di sprecare”. FAST è un acronimo delle direttrici di marcia necessarie al nostro welfare per invertire la rotta: F come famiglia, a cui indirizzare trasferimenti e agevolazioni fiscali capaci di ridurre il costo dei figli senza disincentivare il lavoro delle madri;  A come asili, soprattutto nidi; S come servizi che permettano a donne (e uomini) di non dover sacrificare la procreazione per i troppi carichi di cura; T come tempi flessibili da ottenere attraverso lavoro “agile”, riorganizzazione dei “tempi della città” e così via. Ma FAST, sottolineano gli autori, ricorda anche quanto serva fare in fretta (“fast” in inglese significa “veloce”) nello sviluppare interventi che siano in grado di andare oltre la retorica e che permettano di determinare un approccio strategico verso la natalità. Questo Terzo Rapporto sull’Agenda FAST estende lo sguardo che Fondazione Lottomatica e Percorsi di Secondo Welfare hanno rivolto, nei primi due Rapporti, alla famiglia, agli asili e ai servizi per la prima infanzia (https://www.secondowelfare.it/).  Qui il Rapporto sui NEET: https://www.secondowelfare.it/wp-content/uploads/2026/07/Rapporto-FAST-3_Neet_Percorsi-di-Secondo-Welfare-e-Fondazione-Lottomatica.pdf.  Giovanni Caprio
September 4, 2026
Pressenza
Rete Studenti Medi: «Studiare è un diritto, non un privilegio»
“Tra rincari dei libri (+1,8%) e del materiale di cancelleria (+2/4%), il diritto allo studio viene messo a rischio. Secondo le ultime stime, la spesa tra libri e corredo può raggiungere la cifra record di 1˙300 € a studente”, avverte la Rete degli Studenti Medi del Lazio. Avvisando che “con l’avvicinarsi del rientro a scuola il caro-scuola torna a colpire le famiglie”, il coordinamento degli studenti chiede a Ministero e Regione Lazio interventi strutturali: “più risorse e misure uniformi per il rimborso dei libri, insieme a comodato d’uso ed ebook gratuiti nelle scuole”. «I mercatini di libri usati, come quelli che organizziamo, aiutano concretamente le famiglie, ma non possono sostituire l’intervento delle istituzioni – dichiara Simone Montori, referente della Rete degli Studenti Medi del Lazio – Al quarto anno di governo Meloni, studiare costa sempre di più. Le forze politiche di opposizione che si candidano a governare il Paese devono affrontare il caro-scuola alla radice, mettendo al centro dei propri programmi elettorali un’evoluzione del sistema del diritto allo studio, capace di rispondere alle esigenze degli studenti di oggi». Redazione Roma
September 1, 2026
Pressenza
Riparare il mondo e cedere il potere: l’incontro con la Portentosa Cura Intergalattica
C’è un modo molto comune per interrompere la comunicazione tra le generazioni: l’atteggiarsi a custodi della verità da parte dei più maturi. È un atteggiamento spesso saccente, tipico di sempre, ma che oggi acquisisce un peso particolarmente grave. Grazie all’inverno demografico, infatti, la gioventù attuale si trova in una condizione di minoranza assoluta, cosa mai avvenuta per i giovani del passato. Mi riferisco ovviamente all’Occidente (ma a ovest di cosa?), ai Paesi ricchi (ma ricchi per chi?), insomma agli USA, al Canada, al Giappone, all’Europa e – al suo interno – al caso estremo dell’Italia. Non sto a riportare i dati, li vediamo tutti. Calo delle nascite, allungamento della speranza di vita e dinamiche migratorie fanno dell’Italia, insieme al Giappone, un Paese per vecchi. Tutto questo in un contesto di policrisi, ovvero di fratture che si intersecano e si nutrono a vicenda: climatica, politica, migratoria, sociale, energetica, logistica. Mao Zedong avrebbe detto: «Grande è la confusione sotto il cielo, la situazione è eccellente». Un po’ la stessa logica del «Tanto peggio, tanto meglio» dei massimalisti nostrani. Anche questo è un giudizio con parametri vecchi, senza senso, che cerca solo di scaricare sui più giovani le nostre responsabilità. Mi vengono in mente le parole di Marco Rossi-Doria ascoltate anni fa a Biella: noi adulti dobbiamo fare due cose essenziali, porci il problema di come riparare il mondo e trovare il modo per cedere il potere alle generazioni successive. Faccio questo preambolo perché sono stato a un incontro organizzato da persone molto più giovani di me a Subiaco, vicino a Roma. Hanno scelto un nome non canonico e provocatorio, specie come acronimo: PCI, Portentosa Cura Intergalattica. Naturalmente usano il femminile sovraesteso: invece di ricorrere al maschile plurale, retaggio della società patriarcale, scelgono il femminile. È una delle pratiche che mi hanno insegnato in questi anni le mie figlie, insieme al rifiuto del binarismo di genere e ad altri elementi propri delle culture alternative contemporanee. Vedo già le smorfie dei lettori più maturi. Bene, vi dico una cosa: se avete questa reazione verso il linguaggio sovraesteso è perché non volete cedere il potere e, soprattutto, non vi interessa riparare il mondo. Al contrario, ho trovato molta attenzione e una profonda disponibilità all’ascolto nelle giornate trascorse con la Portentosa Cura Intergalattica. Cosa possiamo fare noi adulti? Intanto porci in ascolto; dopodiché raccontare, senza sovrabbondare, le nostre esperienze e lasciare che siano loro a scegliere ciò che può servire per costruire un futuro diverso. Così ho fatto, portando l’autocostruzione: una proposta nata dal design radicale degli anni ’70 che arriva fino a noi attraversando i decenni del disimpegno prima e dell’emergenza climatica poi. Giudicate voi come è andata…   Ettore Macchieraldo
August 30, 2026
Pressenza
Non dimentichiamoci di Gaza
Quanto segue è un appello a partecipare alla mobilitazione “Non dimentichiamoci di Gaza” che abbiamo pensato insieme Docenti per Gaza e Scuola per la Pace per l’inizio di questo anno scolastico. Invitiamo a far discutere durante il primo collegio docenti una mozione che: esprime solidarietà al popolo palestinese e condanna il genocidio e ogni forma di connivenza e collaborazione; serve a ricordare che la libertà d’insegnamento caratterizza, attraverso una norma di rango costituzionale, la scuola italiana; impegna e invita a tenere una lezione durante il primo giorno di scuola in solidarietà al popolo palestinese, a partire da attività come far volare un aquilone, leggere la poesia di Mahmoud Darwish “Pensa agli altri”, proiettare il video “Canto e canterò ancora” di Luigi Lo Cascio e Moni Ovadia o quant’altro sceglieranno insieme alunni e docenti. Attraverso questa mobilitazione pacifica ma netta, si intende rivendicare con un atto pratico il diritto d’insegnare liberamente che ci spetta per Costituzione e con cui intendiamo mantenere la nostra postura docente per questo anno che inizia. Questo perché, nonostante le numerose e infondate ispezioni dell’anno scorso non abbiano portato a nulla, il discorso ufficiale delle istituzioni scolastiche e universitarie italiane oggi continua nel suo tentativo di: collaborare con università israeliane e aziende delle armi; equiparare antisionismo e antisemitismo; militarizzare le scuole; reprimere e indurre autocensura nel corpo docente. Ci troviamo in un momento storico in cui come docenti siamo chiamate e chiamati a fare il nostro lavoro con la responsabilità e la coscienza che ci contraddistinguono. Le governances europee investono fondi pubblici nel riarmo invece che nella scuola, i ministeri della difesa studiano come reintrodurre la leva e come diffondere la cultura della difesa, i principali attori statali internazionali tornano a considerare pubblicamente l’utilizzo di armi nucleari per “risolvere i conflitti”. Le forze armate di vari paesi della NATO considerano le menti della popolazione un campo di battaglia. Ciò significa che mettono in atto operazioni militari con l’obiettivo di influenzare le opinioni pubbliche verso un’identità collettiva centrata su un’idea di Patria e di Nemico. L’obiettivo è una società militarizzata che sostenga il loro operato perfino con il voto. Questo è uno degli aspetti che denunciamo come tentativo di “israelizzare la società“. Questo significa autoritarismo e fascismo dai vertici delle istituzioni scolastiche da una parte e lezioni sul cyberbullismo tenuti nelle nostre classi non da noi ma da uomini e donne sorridenti e in divisa dall’altra. Con noi docenti accanto ad annuire e a legittimarli. Questa prima mobilitazione è per rivendicare una postura diversa, di resistenza. Per portarla nella tua scuola: manda in questi giorni una mail alla tua scuola chiedendo l’inserimento della mozione “Non dimentichiamoci di Gaza” all’odg del primo collegio docenti dell’anno; durante il primo collegio, leggi la mozione e descrivi le attività proposte. Ogni docente, in modo pienamente legittimo, sarà libero/a di sceglierne una da fare in classe il primo giorno di scuola. Se la mozione non viene approvata, coloro che sono comunque intenzionate e intenzionati a portarla avanti possono dichiarare, sempre in sede di collegio, di avvalersi quindi dell’opzione di minoranza; il primo giorno di scuola, tieni la lezione che desideri! quando torni a casa, compila il form per la raccolta delle restituzioni (Modulo restituzioni mobilitazione per Gaza primo giorno di scuola). Solo in questo modo potremo avere un’idea incontestabile della nostra forza e legittimità. È che un clima di paura e autocensura va in frantumi se rendiamo collettivo e visibile questo atto di pace, educante e politico. Infine, se scegli l’attività degli aquiloni, mi raccomando prova a farne volare almeno uno prima! Perché la bellezza delle idee si traduce spesso nella fatica di capire come caspita si scioglie un nodo mostruoso. E nella gioia di capire quando correre (accelera per farlo alzare). Insomma torniamo bambini e bambine un attimo prima di questo nuovo inizio di anno scolastico. Perché rifiutare un sistema, fare un atto d’amore e insegnare qualcosa… È solo un inizio. Buon vento, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università Docenti per Gaza Scuola per la pace – Torino e Piemonte MOZIONE-NON-DIMENTICHIAMOCI-DI-GAZA.pdf (qui le proposte di attività) Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
August 30, 2026
Pressenza
Virginia Veludo: “Nessuno si salva da solo”
Nell’accogliente giardino della Biblioteca Civica di Luino, all’ombra di un enorme albero della canfora, si è svolto sabato 29 agosto l’incontro con Virginia Veludo, insegnante, divulgatrice culturale con il nome di rossaperpendicolare e autrice del libro E mi sono sentita meno sola. Vivere una normale giornata in Italia oltre la rassegnazione, all’interno dell’iniziativa Tax the Rich, con raccolta di firme per la proposta di legge di iniziativa popolare 1% EQUO. In un intenso dialogo con Davide Di Giuseppe, insegnante al Liceo Sereni di Luino, Virginia ha iniziato spiegando l’importanza dell’esperienza diretta come base del suo libro. Anche Cristina, la protagonista, è un’insegnante, una persona simile a lei prima che acquisisse la consapevolezza della possibilità di intervenire sulla realtà. Cristina si sente persa, disorientata, ansiosa, inadeguata e rassegnata, vittima del deleterio mantra “Ma tanto non cambia niente, quindi perché impegnarsi?” Sempre per esperienza diretta, Virginia ha parlato a lungo dello stato drammatico della scuola, ormai sempre più ridotta a un’azienda, anche nei termini utilizzati, con un corpo docente frammentato e in gran parte precario, studenti che stanno perdendo la capacità di capire un testo, ragazze giovanissime convinte che la gelosia sia normale (e che avrebbero un gran bisogno di quell’educazione affettivo-sessuale tanto osteggiata dal ministro Valditara). Una scuola che non fornisce strumenti per alimentare lo spirito critico, come proponeva Don Milani, fatta per creare cittadini disposti ad accettare qualsiasi condizione. Certo, ci sono insegnanti coraggiosi e appassionati che cercano di tamponare la situazione, nonostante l’acqua stia uscendo da tutte le parti e ragazzi che si oppongono a questa deriva aziendalista e autoritaria. E qui si arriva a un altro tema cruciale: perché i giovani vengono tanto criticati e bersagliati da divieti e termini denigratori tipo “Maranza”? Da una parte non c’è da stupirsi di certi comportamenti aggressivi, dato che il mondo è governato da bulli violenti e arroganti che la fanno sempre franca e costituiscono quindi dei modelli, per quanto deleteri, dall’altra bisogna ricordare che i giovani fanno paura. Le rivoluzioni e i cambiamenti sono sempre partiti da loro (un esempio recente è il movimento degli scarafaggi in India, che con le sue proteste nonviolente ha ottenuto le dimissioni del Ministro dell’Istruzione). E ancora, bisogna ricordare i tanti che si oppongono ai progetti di mega resort di lusso, o l’enorme e decisiva partecipazione dei giovani al voto nel referendum sulla giustizia. Certo, è difficile trovare un’alternativa, ma bisogna continuare a manifestare e a fare pressione. Si è poi passati a un tema straziante, quello dei migranti morti in mare, esemplificato dalla storia del ragazzino maliano annegato con la pagella cucita nei vestiti in un naufragio che ha causato 900 vittime. Come in tanti altri punti del libro, ai dati crudi e drammatici si alternano poesie, in questo caso la bellissima “Casa” della poetessa somalo-britannica Warsan Shire. E i morti in mare sono solo l’ultima, drammatica conseguenza di un problema causato da noi occidentali, con le guerre e i disastri climatici da cui i migranti scappano, per poi trovarsi alle prese con vergognose risposte razziste e tossiche narrazioni su una presunta invasione. Virginia ha manifestato la stessa, appassionata indignazione nei confronti del dramma forse più terribile del nostro tempo, il genocidio a Gaza, chiedendosi quale sia la linea rossa da oltrepassare per cui finalmente l’Occidente reagirà. Anche qui la risposta è sempre la stessa: l’importanza di fare pressione sui governi – complici colonie di Israele e Stati Uniti – e di dare segnali più chiari possibile. In fondo, tornando al titolo del libro, partecipare aiuta a sentirsi meno soli. Un altro aiuto può arrivare dalle poesie: come detto, il libro ne contiene molte, in particolare di Bertolt Brecht, magnifico esempio del ruolo di poeti e scrittori nel dare strumenti critici per capire e interpretare la realtà, al contrario della tendenza all’evasione e al disimpegno di tanti artisti. Questo tema è tornato anche nelle risposte ad alcune domande del pubblico, in relazione all’aiuto che la letteratura può dare nel trasmettere modelli diversi ai ragazzi: c’è bisogno di persone, in particolare insegnanti, che credono in quello che dicono e offrono un’altra visione del mondo e questo loro lo sentono. E ancora, l’importanza dei mezzi di informazione indipendenti nel far conoscere le tante esperienze positive oscurate dai media mainstream, come le vittorie a catena dei socialisti negli Stati Uniti. I temi del libro – le tante ricadute sulla vita quotidiana delle scelte politiche deleterie dei governi – si legano benissimo alla proposta di legge 1% EQUO – Tax The Rich, un’imposta dell’1% sui patrimoni sopra i 2 milioni di euro (esclusa la prima casa), che ha giù superato le 60.000 firme e di cui si è parlato con Dario Ballardini (Coordinatore Campagna 1% Equo) e Antonio Cuomo (Segretario Provinciale Rifondazione Comunista). Virginia ha commentato che questa dovrebbe essere la proposta unitaria e principale di tutta la sinistra, lasciando perdere le sterili differenziazioni sulle percentuali da adottare. E così si torna al concetto centrale di tutto l’incontro: “Nessuno si salva da solo”, dunque la partecipazione è l’unico modo per uscire dall’isolamento e dalla rassegnazione. Anna Polo
August 30, 2026
Pressenza
Tirocini all’ACN: quando sfuma la differenza tra civile e militare
L’Agenzia per la cybersicurezza nazionale ha emanato un bando in cui si dà la possibilità a studenti e studentesse degli ITS Academy e dell’università di svolgere dei tirocini presso la loro sede. Nella scheda relativa al profilo dei tirocinanti, tra attività più o meno tecniche che riguardano l’ambito civile, si trova una sezione destinata a chi proviene dalla facoltà di Scienze politiche e di Economia in cui ci si occupa della «ricerca e analisi di politiche internazionali di sicurezza cyber e di innovazione tecnologica, elaborate anche nell’ambito di consessi multilaterali (ONU, NATO, OCSE, G7, Consiglio d’Europa, OECD)». Balza subito all’occhio in questo caso l’equiparazione di organizzazioni internazionali politiche e militari che sono attraversate allo stesso modo dalle problematiche che riguardano la sicurezza cibernetica e l’imporsi di nuove tecnologie. E in effetti, sebbene l’ACN si occupi prevalentemente di cybersicurezza sul piano civile, il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri del 24 luglio 2024 aveva già previsto l’inserimento all’interno dell’Agenzia di una Struttura Difesa che avrebbe dovuto operare per potenziare la collaborazione con l’omonimo Ministero. Volontà che è stata poi concretizzata il 9 giugno del 2025 quando è stato sottoscritto un atto di intesa tra i due organismi. Nel comunicato in cui si annuncia la sottoscrizione di questo documento il Prefetto Bruno Frattasi, all’epoca Direttore Generale dell’ACN, esprimeva in maniera molto chiara l’orizzonte all’interno del quale doveva essere inserito il concetto di cybersicurezza: «la costituzione di un meccanismo di tipo osmotico, che pur dipendente funzionalmente dal Vertice dell’Agenzia tuttavia conserva, in virtù del cosiddetto “doppio cappello”, un rapporto di stretta dipendenza con lo Stato Maggiore della Difesa, risponde ad un’esigenza non più eludibile di progressiva integrazione della componente civile con quella militare.» La progressiva militarizzazione dello spazio cibernetico viene definito “ineludibile”, non più prorogabile vista la complessità geopolitica che pone delle minacce in cui tutto entra a far parte potenzialmente dell’ambito della difesa nazionale. Lo scorso 4 agosto il Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro della Difesa Guido Crosetto, ha approvato il disegno di legge che va a modificare il Codice dell’ordinamento militare. Tra le proposte, all’articolo 7, si trova l’istituzione di uno «spazio cibernetico di interesse nazionale per la difesa e la sicurezza militare dello Stato» che non riguarderà più soltanto le reti di connessione ma anche hardware, software, campi e superfici elettromagnetiche, fino ad arrivare a tutto ciò che è digitale, inclusi gli aspetti cognitivi che si possono ritrovare in questo ambito. Inoltre, viene promossa una nuova figura professionale chiamata «Specialista Cyber Militare» che verrà formata in maniera specifica nell’ambito della cybersicurezza militare e dovrà rimanere in ferma per 5 anni, un periodo che sarà rinnovabile con delle ferme volontarie biennali. Chi decide di continuare viene premiato con un incentivo economico di 4300 € ogni due anni. È ovvio che questa novità pone il Ministero della Difesa come competitor della aziende commerciali che si occupano della sicurezza online e che faticano a trovare specialisti. È altrettanto ovvio però che arruolarsi nelle Forze Armate diventerà un occasione per acquisire competenze che poi potranno essere riversate nel tessuto industriale del Paese. Si verrà così a creare un sistema di “porte girevoli” in cui la compenetrazione tra logica militare e logica economica diventerà la regola. Se poniamo i tirocini proposti dell’ACN all’interno di questo quadro ci rendiamo conto di quanto sia facile per chi parteciperà vedere nel settore militare un’ottima opportunità di guadagno, formazione e carriera. Sebbene l’Agenzia non sia stata toccata dal DDL citato è ovvio che quella osmosi di cui parlava Frattasi nel suo comunicato è ancora più forte nel momento in cui la difesa si appropria di uno spazio cibernetico di pertinenza i cui perimetri potranno essere modificati di volta in volta in base alle esigenze politiche e all’evoluzione del quadro internazionale. Come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ci auguriamo che alle giovani generazioni venga proposto un futuro migliore rispetto a quello che vede una società completamente militarizzata in cui passare per le Forze Armate è il modo migliore per vedersi pagare gli studi e avere un accesso privilegiato al mondo del lavoro. Fonti:https://infodifesa.it/governo-ddl-difesa-nazionale-due-sottocapi-cyber-intel-avanzamenti-missioni-estero/; https://www.cybersecurity360.it/news/ddl-difesa-nasce-lo-spazio-cibernetico-militare-cosa-cambia-per-le-aziende/ Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
August 29, 2026
Pressenza
Le disuguaglianze tra generazioni continuano ad ampliarsi
Come sottolineava il Rapporto Giovani 2026 (ed. Il Mulino), promosso dall’Istituto Giuseppe Toniolo in collaborazione con l’Università Cattolica, con Ipsos e con il sostegno di Fondazione Cariplo, “non è una singola crisi a caratterizzare i giovani di oggi, ma una sequenza continua di eventi destabilizzanti, che ha reso l’incertezza la loro condizione di partenza. Dall’11 settembre alla pandemia, dalla Grande Recessione al ritorno della guerra in Europa, diventare adulti nel XXI secolo significa fare i conti con un mondo strutturalmente instabile. Lavoro fragile, autonomia che si allontana, relazioni condizionate dalla precarietà. Eppure, i giovani non stanno fermi: chiedono spazio, voce e un ruolo nelle scelte collettive. La partecipazione al recente Referendum lo ha confermato”. (https://www.rapportogiovani.it/generazioni-in-dialogo-giovani-lavoro-e-futuro-nel-rapporto-giovani-2026/). C’è però un “divario generazionale”, che rischia di ampliarsi sempre più e con il quale occorre fare i conti. Il VII Rapporto 2025 a cura dell’Osservatorio Politiche Giovanili della Fondazione per la Ricerca Economica e Sociale ETS – RiES (https://www.fondazioneries.it/),  dal titolo “Il divario generazionale. Nuove generazioni, vecchi squilibri: rompere l’inerzia”, evidenzia infatti come l’Italia si trovi oggi di fronte a una “persistente emergenza generazionale”: una condizione in cui le disuguaglianze tra generazioni si ampliano, non solo in termini di reddito e ricchezza, ma anche di aspettative di vita, benessere psicologico e accesso a servizi fondamentali. I giovani italiani continuano a scontare ritardi strutturali nell’ingresso nel mercato del lavoro, nell’accesso all’abitazione e nella possibilità di costruire percorsi familiari e professionali stabili e duraturi. In parallelo, l’invecchiamento demografico accentua la pressione sui sistemi pensionistico e sanitario, riducendo gli spazi di investimento pubblico destinati alle politiche giovanili. L’indice di dipendenza (rapporto tra la popolazione residente in età non attiva sulla popolazione in età lavorativa) in Italia ha raggiunto 57,6 punti (Istat, gennaio 2024), segnalando un rischio crescente di squilibrio intergenerazionale nella distribuzione delle risorse pubbliche già fortemente sbilanciate a favore degli over 65 (numericamente ed elettoralmente sempre più preponderanti). Tale scenario conferma la necessità di passare da una logica di compensazione – che interviene a valle delle disuguaglianze – a una logica di prevenzione e riequilibrio strutturale, capace di incorporare la dimensione generazionale all’interno della programmazione economica, fiscale e sociale del Paese. E a tal proposito, il VII Rapporto sottolinea la necessità di introdurre in maniera diffusa – e a tutti i livelli di governo – la Valutazione di Impatto Generazionale, che consente di stimare l’impatto generazionale ex ante ed ex post delle politiche pubbliche nelle sue dimensioni economica, sociale e ambientale. In maniera complementare, il Rapporto suggerisce anche di istituzionalizzare il bilancio intergenerazionale, come strumento di trasparenza e responsabilità nella programmazione economica dei Paesi membri dell’Unione. Un ulteriore passaggio importante verso una maggiore equità intergenerazionale è rappresentato dall’introduzione generalizzata di soglie minime di investimento per le politiche che impattano sul mondo giovanile nei principali programmi pluriennali europei e nazionali, come già accade ad esempio nel caso del Fondo Sociale Europeo (FSE +), dove la Commissione UE ha stabilito che almeno il 12,5% delle risorse debba essere destinato all’occupazione giovanile. Il quadro generale che emerge dal Rapporto restituisce un Paese diviso, ma non immobile. Le nuove generazioni manifestano una forte domanda di equità, di futuro e di riconoscimento, mentre la società italiana nel suo complesso sembra progressivamente consapevole della necessità di un nuovo patto tra età, ruoli e responsabilità. Dall’insieme delle analisi condotte nel Rapporto emergono alcune linee di policy prioritarie, necessarie per avviare un riequilibrio strutturale tra le generazioni, a partire – come si diceva – dalla consapevolezza che in Italia la Valutazione di impatto generazionale delle politiche locali può rappresentare il principale strumento di attrattività e di contrasto allo spopolamento, uscendo dall’angolo nel quale sono racchiuse e relegate le politiche giovanili per considerare anche le politiche per la mobilità, l’abitazione, il lavoro, la ricerca e l’innovazione tecnologica e dall’istituzionalizzare il bilancio intergenerazionale, come strumento di trasparenza e responsabilità nella programmazione economica dei Paesi membri dell’Unione. Inoltre, occorre: orientare la spesa pubblica verso il futuro, incrementando la quota destinata a istruzione, ricerca, innovazione, abitazione e occupazione giovanile; rafforzare la partecipazione giovanile alle decisioni pubbliche; ridurre i divari territoriali, promuovendo investimenti infrastrutturali e sociali nel Mezzogiorno e nelle aree interne; superare, in tema di regime degli impatriati, l’attuale approccio fiscale indifferenziato, introducendo un quadro normativo integrato e generazionale in grado di riconoscere e valorizzare il ruolo strategico dei giovani nella crescita del sistema economico e sociale del Paese; dotarsi di dati statistici di sufficiente granularità e costanza per poter misurare e contrastare il divario generazionale. “Queste priorità, si legge nelle conclusioni del Rapporto, delineano una strategia di medio-lungo periodo che deve essere sostenuta da una governance multilivello e da un quadro normativo coerente, capace di superare la frammentazione e la discontinuità che storicamente caratterizzano le politiche giovanili italiane”. Qui il Rapporto: https://www.fondazioneries.it/wp-content/uploads/2026/05/Il-Divario-generazionale.-VII-Rapporto-2025.pdf. Giovanni Caprio
August 29, 2026
Pressenza