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L’assemblea internazionale dei giovani a Milano lancia mobilitazione contro la guerra e leva militare
L’Assemblea internazionale e internazionalista dei giovani contro la leva militare e il riarmo, sapeva già di momento storico da venerdì 20, quando fuori l’Università Statale i primi compagni delle delegazioni internazionali arrivati a Milano si raggruppavano, conoscendosi e scambiando materiale politico. Cambiare Rotta e OSA hanno ospitato nel capoluogo lombardo un incontro […] L'articolo L’assemblea internazionale dei giovani a Milano lancia mobilitazione contro la guerra e leva militare su Contropiano.
March 22, 2026
Contropiano
“D’istruzione Pubblica” di Greco e Melchiorre: tra critica radicale e prospettive educative
È uscito nelle sale da qualche settimana il docufilm D’Istruzione Pubblica di Federico Greco e Mirko Melchiorre, il terzo tassello di una trilogia (speriamo non definitiva e con qualche spin-off sulla militarizzazione di scuole, sanità e trasporti!) che ha inteso denunciare l’aggressione neoliberistica nei settori chiave del welfare nazionale all’interno del più ampio contesto mondiale. Diciamo subito che sbaglia chi crede di trovare nel documentario, di soli 93 minuti, le risposte pedagogiche, in positivo, alla crisi della scuola, per le quali si dovrebbe cercare altrove, a patto che si trovi qualche ricerca veramente interessante condotta con spirito critico. Di conseguenza, riteniamo che le pesanti critiche mosse alle grossolane e superficiali considerazioni pedagogiche espresse nel documentario rischiano di mancare l’obiettivo, distogliendo l’attenzione dal problema principale della scuola italiana degli ultimi 25 anni, che è, e resta ancora oggi, l’aggressione neoliberistica ai luoghi della formazione, sdoganata dalla riforma dell’Autonomia scolastica di Luigi Berlinguer. Del resto, bisognerebbe essersi avvicinati alla scuola dal 1999 in poi per comprendere qual è l’orizzonte teoretico di ordine pedagogico che è stato fornito ai/alle docenti che sono passate/i attraverso SSIS, TFA, CSAS e tutto il corredo di pedagogia a peso d’oro diffuso nei corsi di formazione abilitanti – e non – pensati per docenti che sperano di potere accedere (a pagamento) ad un ruolo nella scuola pubblica statale. Chi ha avuto la malaugurata sorte, per questioni anagrafiche, di incappare in questi percorsi formativi può riferire di un approccio ad una pedagogia che smarrisce la sua funzione principale di Paideia e pretende di assurgere a disciplina positiva, scientifica, virando così verso le competenze e la valutazione oggettiva di prestazioni, diventando propriamente autoreferenziale. Di tutto ciò sono perlopiù infarciti i/le docenti più giovani, prone/i ai meccanismi della valutazione a test, alimentando ansie e prestazionismi in un clima che altrove abbiamo definito Psicoistruzione. Ecco, se manca questa consapevolezza, allora si rischia di confondere la critica al pedagogismo ideologico e completamente depoliticizzato, che sorregge questo sistema, con la critica alla pedagogia, magari quella degli anni ’70-’80, che intendeva la formazione come Paideia, quella della democratizzazione quei processi d’istruzione che nella scuola gentiliana erano riservati alle classi dirigenti. Ma, è il caso di ribadirlo, nel docufilm tutto questo non c’è, dal momento che, in linea con la progettualità intenzionale dei registi, il focus è sulla deriva neoliberista, alla quale la pedagogia delle competenze è asservita. Semmai, per esercitare un sano diritto di critica, ciò che i registi avrebbero certamente potuto evitare in questo preciso frangente storico è lo spazio riservato per diversi fotogrammi, anche in primo piano, ad un marchio di materiale informatico che andrebbe boicottato, come sostiene BDS, per il coinvolgimento con l’entità sionista di Israele nei sistemi di controllo del popolo palestinese oggetto di genocidio anche a causa dei servizi resi da quel marchio. Per stare sul focus, dunque, non c’è dubbio che l’approccio ipercritico contro il neoliberismo e l’autonomia scolastica rappresentino uno spaccato assolutamente realistico della situazione in cui versa la scuola pubblica. Il contributo narrativo di Marina Boscaino, Franco Coppoli, Lucio Russo e altri/e docenti, impegnati da anni come attiviste/i nei sindacati di base e nelle associazioni di docenti nella denuncia di questa deriva con tutti i suoi risvolti pratici, compresi i test INVALSI che spostano altrove la programmazione e la valutazione, rende ragione dell’impianto del prodotto cinematografico. Si tratta di soggettività che vivono la scuola quotidianamente e saggiano con consapevolezza critica, civile, professionale, ma anche pedagogica, l’impossibilità di progettare spazi democratici di convivenza per le umanità future, come suggerirebbe Gert Biesta ai nostri giorni. Certo, impostare gran parte del racconto documentale sulla figura di un dirigente, nella fattispecie Lorenzo Varaldo di Torino, che, per quanto critico nei confronti della deriva attuale della scuola e informale nel rapporto con i/le docenti, rimane strutturalmente una pedina fondamentale nel processo apicale di distruzione della scuola pubblica, potrebbe essere, a seconda dei punti di vista, un punto di forza, ma anche un punto di debolezza. Di sicuro, la voce degli studenti e delle studentesse, magari delle scuole superiori, che subiscono FSL (ex PTCO), test INVALSI, profilazione di massa, orientamento ideologico, confusionarie indicazioni su Capolavoro, piattaforme da compilare e abbassamento del livello della qualità del loro studio sarebbe stato più incisivo, a nostro avviso. Cadono a pennello nell’architettura generale dell’argomentazione del docufilm le considerazioni  fugaci, alle quali per la verità dovrebbero prestare più attenzione tutte/i quelle/i che ritengono che l’operazione di Greco e Melchiorre strizzi l’occhio a destra e dia ragione all’impianto di Valditara, del filosofo e psicoanalista argentino naturalizzato francese Miguel Benasayag, critico della società prestazionale tipica dell’impianto neoliberistico, ma profondamente ottimista nei confronti di una scuola che può tornare protagonista di una stagione cruciale, come del resto accade in molte realtà in cui si attivano al proprio interno i canali democrati di base, in cui si assume la resistenza a tutta l’ideologia liberista come valore centrale del progetto educativo… se questa non è, anche, pedagogia! Michele Lucivero
March 21, 2026
Pressenza
Biella: “facciamo che fare” giustizia
Il Sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro è figlio di questa città, lo stesso capoluogo della Provincia in cui abito. Posso dirvi il clima che si respira: quello di una cittadina che spesso si trova all’onore delle cronache per fatti o polemiche curiosi e poco edificanti. Penso alla polemica con Zerocalcare per la serie Strappare lungo i bordi. Quale l’offesa di cui si è macchiato il fumettista? Quella di aver dipinto Biella come una città che ti mangia per il senso di vuoto che emana. Ma Zero Calcare ha solo rappresentato ciò che gli hanno descritto amici e conoscenti: una città con un’anima industriale importante ma decaduta, avvolta nella nebbia e con una vita sociale che spesso sembra inesistente. So però che non affrontare un fatto grave come quello su cui voglio scrivere è, per la città dove “faccio che fare” molte delle mie attività, una rimozione complice. E allora vi racconto di Augusto Festa Bianchet. Nella notte tra il 22 e il 23 febbraio 2002, Augusto, che all’epoca aveva 51 anni, fu brutalmente pestato mentre cercava riparo sotto i portici di Piazza Vittorio Veneto, nel cuore di Biella. Non fu il freddo a ucciderlo, ma la violenza cieca di chi lo colpì ripetutamente. Dopo il massacro, Augusto lottò tra la vita e la morte per oltre tre settimane presso l’Ospedale degli Infermi. Il suo cuore smise di battere il 18 marzo. Augusto era un uomo che aveva scelto di vivere ai margini, privo di beni materiali ma non di dignità. La sua morte non fu un incidente, ma il risultato di un’aggressione brutale che scosse la città, portando anni dopo alla proposta di una lapide in suo onore come monito contro l’indifferenza e la barbarie. Bene, a parte poche e cocciute persone che lo ricordano, la città l’ha rimosso. E lo ha fatto per quel falso perbenismo che permette ai Delmastro di prosperare. Mi riferisco alle spifferate su cui un sottosegretario alla Giustizia dovrebbe essere riservato, ai silenzi se non all’omertà sugli spari a Capodanno e, infine, alla controversa vicenda di una partecipazione societaria in un ristorante romano con la figlia di un soggetto coinvolto in gravi vicende giudiziarie. Beh, Biella non è solo questa impunità e tristezza. È il posto dove è arrivata per prima la rivoluzione industriale in Italia; la chiamavano la Manchester italiana. È il posto dove fu firmato un accordo sindacale che parificava il salario delle donne e degli uomini, ed era il 1943. Non tutti i giovani scappano: ce ne sono a Biella che si occupano degli altri. C’è chi, come la consigliera Sara Novaretti, ha portato il ricordo di Augusto fin dentro l’aula del Consiglio Comunale, rompendo quel muro di silenzio istituzionale che durava da troppo tempo. E poi è andata a pulire quella targa sporca e dimenticata. Un gesto che dice: “Noi non dimentichiamo”. C’è un terreno fertile per la solidarietà, il mutualismo e il volontariato; una fitta rete di associazioni, produttori locali e fondazioni che sta costruendo un futuro per questo territorio, integrando città, campagna e montagna. Amici biellesi, smettiamo di farci ridicolizzare da personaggi dubbi, alziamo la testa e riscattiamo questo territorio. Lo dice un biellese nato a Milano, venuto in questo territorio per scelta e non per trovarci il luogo di sperimentazione del nuovo autoritarismo italico. Ettore Macchieraldo
March 20, 2026
Pressenza
Milano: operazione repressiva sul 22 settembre
Undici persone colpite da misure cautelari per l’azione alla Stazione Centrale nel giorno del primo sciopero generale per la Palestina. A Milano è in corso una dura azione repressiva legata al tentativo di occupazione della Stazione Centrale durante la manifestazione “Blocchiamo tutto” del 22 settembre, contro il genocidio in Palestina e a sostegno della Global Sumud Flotilla. A sei mesi dai fatti, si contano decine di persone indagate e numerosi procedimenti giudiziari. Al momento risultano colpiti da misure di vario tipo 11 militanti del CSA Lambretta e di Gaza FREEstyle. L’operazione si inserisce nella più ampia deriva autoritaria nella gestione dell’ordine pubblico e arriva a ridosso della manifestazione nazionale del 28 marzo e della nuova partenza della Global Sumud Flotilla, a cui le realtà milanesi partecipano attivamente[g.p.] DI SEGUITO IL COMUNICATO DEL CSA LAMBRETTA In questo momento a Milano è in corso un’operazione repressiva di polizia che coinvolge decine di persone, alcune delle quali appartenenti al CSA Lambretta e a Gaza FREEstyle. Ad ora si tratta di nuovi procedimenti giudiziari verso 11 compagn* (di cui diverse misure cautelari) in riferimento allo sciopero generale – contro il Genocidio del popolo Palestinese e al fianco della Global Sumud Flottilla – per Gaza del 22 settembre, conclusosi con il tentativo di occupare Stazione Centrale: un’azione di massa, non certo riconducibile a un singolo gruppo politico o, come alcuni giornali hanno suggerito, etnico. > È STATA L’AZIONE DI UN CORPO COLLETTIVO, NEL CONTESTO DI RIVOLTA SOCIALE CHE > HA ATTRAVERSATO L’ITALIA: “BLOCCHIAMO TUTTO” ERANO LE SUE PAROLE D’ORDINE In quelle settimane di mobilitazione, milioni di persone sono scese in piazza in decine di città italiane ed europee per chiedere la fine della guerra genocida di Israele nella Striscia di Gaza e denunciare le responsabilità politiche che l’hanno resa possibile (e continuano a farlo). Le complicità del nostro governo, dell’Unione Europea, del Nord Globale: continuiamo ad avere rapporti diplomatici ed economici con Israele, ma soprattutto continuiamo a vendere loro armi. Secondo i dati diffusi dalle principali organizzazioni umanitarie internazionali, dal 7 ottobre sono state uccise decine di migliaia di persone palestinesi, una percentuale enorme delle quali bambini e bambine. Più dell’80% delle città è stato completamente raso al suolo. Senza dimenticare la distruzione di un intero ecosistema. La popolazione di Gaza continua a vivere sotto assedio anche adesso, nonostante la “Tregua”, amministrata dal Board Of Peace per conservare i profitti e le conquiste di Israele e i suoi alleati. Le infrastrutture civili sono distrutte, gli ospedali ridotti a nulla o al collasso: una crisi senza precedenti. In questo contesto, la mobilitazione sociale è diventata uno degli strumenti principali attraverso cui una parte crescente della società civile prova a opporsi a quella che molte organizzazioni internazionali definiscono una punizione collettiva su larga scala. I provvedimenti e le misure cautelari che oggi colpiscono attivist* e militanti a Milano non sono un episodio isolato: negli ultimi mesi centinaia di persone in tutta Italia e numerose realtà sono state raggiunte da denunce, arresti, DASPO urbani e altre limitazioni della libertà personale per aver partecipato a cortei, blocchi, scioperi e azioni di disobbedienza civile legate alla solidarietà con la popolazione palestinese. Un’escalation repressiva che riflette una tendenza più ampia: negli ultimi anni l’utilizzo di strumenti amministrativi e giudiziari contro le mobilitazioni sociali è aumentato in modo significativo, trasformando spesso il dissenso politico in questione di sicurezza nazionale, ovvero in difesa dello status quo. Il governo Meloni attacca sistematicamente le realtà sociali organizzate – forte dell’approvazione dei decreti sicurezza – per limitarne l’agibilità politica e silenziarne la capacità di costruire conflitto e proposte. Non si tratta soltanto di colpire singoli episodi di protesta, ma di intervenire su quei luoghi collettivi che negli anni hanno costruito spazi liberati, pratiche vive di cittadinanza. Non è casuale, inoltre, il tempismo di questa operazione. Arriva pochi giorni prima della grande mobilitazione nazionale “No Kings” che stiamo costruendo insieme a decine di realtà sociali e politiche e che porterà migliaia di persone in piazza il 27 e il 28 marzo a Roma. Due giornate di iniziative contro la guerra, il riarmo e le gerarchie di potere che continuano a produrre conflitti e disuguaglianze. E arriva anche a poche settimane dalla partenza di una nuova missione della Global Sumud Flotilla, un’iniziativa internazionale che punta ancora una volta a rompere l’isolamento della Striscia di Gaza e a portare aiuti umanitari alla popolazione civile, sfidando un blocco che dura ormai da oltre quindici anni. > COME CSA LAMBRETTA E GAZA FREESTYLE SIAMO IMPEGNATI IN QUESTI MESI ED IN > QUESTE SETTIMANE PER DARE IL NOSTRO CONTRIBUTO ALLA NUOVA MISSIONE IN PARTENZA Nonostante gli ostacoli e le difficoltà che inevitabilmente deriveranno da queste misure repressive, il nostro impegno non si ferma. Al contrario, si rafforza. Perché la storia dei movimenti sociali insegna che ogni tentativo di criminalizzare il dissenso nasce dalla paura che quel dissenso possa diventare contagioso, capace di mettere in discussione l’ordine delle cose. Viviamo in un tempo segnato da crisi economiche ricorrenti, guerre sempre più tecnologiche e diffuse, crescita vertiginosa delle spese militari e concentrazione del potere nelle mani di élite sempre più ristrette. L’industria militare ha ottenuto profitti record negli ultimi anni negli ultimi anni, mentre intere fasce della popolazione continuano a subire precarietà, impoverimento e tagli ai servizi essenziali. In questo scenario, le prime a pagare il prezzo delle scelte politiche e militari sono sempre le persone comuni: è la cancellazione di ogni possibilità di presente e di futuro. Per questo continuiamo a pensare che sia necessario immaginare e costruire un mondo diverso, in cui la vita e la dignità delle persone tornino a essere centrali e in cui l’economia dal basso del benessere sociale sostituisca l’economia di guerra e di occupazione. Una società fondata sull’etica dell’empatia e della libertà, non dell’autorità e della ricchezza. Ogni volta che si prova a zittire una piazza si finisce soltanto per riempirne un’altra: ci vediamo là, dove siamo sempre stat*. PER SOSTENERE LE SPESE LEGALI: INTESTAZIONE: “MUTUO SOCCORSO MILANO APS” C/O BANCA ETICA CAUSALE: SPESE LEGALI   CODICE IBAN NUMERO IT92F0501801600000016973398 PUBBLICATO ANCHE SU GLOBAL POJECT Redazione Italia
March 18, 2026
Pressenza
I minori nei servizi residenziali sono il doppio di quelli in affido familiare
Di minori fuori famiglia si parla – quasi sempre a sproposito o con eccessi di retorica – soltanto quando diventano casi di cronaca, come quello recente dei “bambini nel bosco”. Eppure, dati alla mano, i bambini e i ragazzi seguiti dai servizi sociali territoriali sono ben altro che “un buco nero”. A dircelo è l’ultima fotografia del ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, una rilevazione che ha coinvolto il 98,2% degli ambiti territoriali sociali, che vale la pena riprendere in mano a distanza di qualche mese dalla sua pubblicazione (è stata presentata a dicembre scorso) per cercare di superare le confusioni e le strumentalizzazione che sembrano caratterizzare anche il dibattito di queste settimane. Al 31 dicembre 2024 gli under 18 in carico al servizio sociale professionale risultano 345.083, compresi i minorenni stranieri non accompagnati. Considerando anche il numero di dimessi nel corso dell’anno, i minorenni in carico al servizio sociale beneficiari di qualche tipo di intervento sono pari a 374.327. Al netto dei bambini e degli adolescenti stranieri soli, si registrano 330.884 minorenni in carico ai servizi a fine anno e 355.844 nel corso del 2024. Per quanto riguarda l’affidamento familiare, al 31 dicembre 2024 risultano 15.870 under 18 inseriti in una qualche forma di affidamento, compresi i minorenni stranieri non accompagnati; nel corso dell’anno il valore sale a 17.315. Al netto dei bambini e degli adolescenti stranieri soli, invece, si segnalano 15.075 minorenni in affidamento familiare al 31 dicembre e 16.246 beneficiari nel corso dell’anno. Altri dati rivelano che gli under 18 accolti nei servizi residenziali sono, includendo i minorenni stranieri non accompagnati, 30.237 al 31 dicembre e 38.139 nel corso dell’anno (escludendo i bambini e degli adolescenti stranieri soli, invece, i numeri scendono a 20.592 a fine anno e 25.033 nel corso del 2024). I neomaggiorenni in carico ai servizi sociali territoriali sono, includendo i minorenni stranieri non accompagnati, 26.053 al 31 dicembre e 35.752 nel corso dell’anno (escludendo i bambini e degli adolescenti stranieri soli se ne registrano 21.841 presenti a fine anno e 28.136 presenti nel corso dell’anno). I neomaggiorenni in affidamento familiare sono 821 al 31 dicembre e 1.158 nel corso dell’anno (al netto dei minorenni stranieri non accompagnati i numeri scendono a 719 a fine anno e 930 durante l’anno). I neomaggiorenni accolti nei servizi residenziali risultano invece 3.112 a fine anno e 6.556 nel corso del 2024. Gli stessi dati al netto dei minorenni stranieri soli si riducono a 1.412 presenti al 31 dicembre e 2.226 presenti nel corso dell’anno.  In relazione alla popolazione minorile residente, per quanto riguarda l’affidamento familiare, il tasso è pari a 1,8 per mille. L’affidamento familiare si conferma particolarmente attivato in Piemonte (tasso pari a 4,4 a fine anno; 4,8 nel corso del 2024), con una significativa diffusione di forme di affido diverse da quella residenziale. Seguono l’Umbria con valori intorno al 3 per mille e il Molise, la Liguria e la Toscana con valori compresi tra il 2,2 per mille e il 2,7 per mille. Nella Provincia autonoma di Bolzano si conferma un tasso di attivazione superiore alla media nazionale dell’affidamento per meno di 5 notti la settimana o diurno. I tassi più bassi, inferiori all’1,5 per mille, si registrano in Veneto, in Calabria, in Friuli-Venezia Giulia, nel Lazio, in Abruzzo e in Campania. Per quanto concerne invece i tassi relativi ai minorenni accolti nei servizi residenziali, si osserva una riduzione dei valori medi nazionali dal 3,5 per mille al 2,4 per mille. A livello regionale la Liguria conferma il tasso di attivazione più elevato rispetto alla popolazione residente, seguono la Sardegna, l’Umbria e la Provincia autonoma di Trento con tassi intorno al 3 per mille al 31.12 e compresi tra il 3,6 per mille e il 4,4 per mille nel corso del 2024. Il Molise, la Sicilia e il Friuli-Venezia Giulia, che nei dati comprensivi 22 dei MSNA registravano dei valori molto superiori alla media nazionale, vedono una netta riduzione dei tassi. La Basilicata, il Veneto e la Calabria registrano invece tassi pari o inferiori al 2,0 per mille. Come si vede da questi numeri, i minori nei servizi residenziali sono il doppio di quelli in affido familiare e i servizi residenziali accolgono più minori anche se togliamo i minori stranieri non accompagnati: sono 15.075 i minori in affidamento familiare e 20.592 i minori accolti in servizi residenziali. Quindi, in questi anni sono i servizi residenziali a venire maggiormente incontro alle difficoltà e alle fragilità delle famiglie. E ciò nonostante la legge 149/2001, che all’articolo 2 fa espresso riferimento alla preferenza per l’affido: “ove non sia possibile l’affidamento nei termini di cui al comma 1, è consentito l’inserimento del minore in una comunità di tipo familiare o, in mancanza, in un istituto di assistenza pubblico o privato”. Prima di scagliarsi contro Assistenti sociali, Procure e Tribunali per i Minori e abbandonarsi a dichiarazioni superficiali e pericolose andrebbero innanzitutto letti i dati relativi ai minori fuori famiglia. “I dati, ha sottolineato la presidente dell’Ordine degli Assistenti Sociali, Barbara Rosina, a commento della pubblicazione del ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, non servono a difendersi, ma a capire meglio e a decidere meglio. Servono a migliorare gli interventi, a programmare politiche più efficaci e anche a riportare il dibattito pubblico su un piano di realtà, lontano dagli slogan. Si tratta di un contributo importante non soltanto per la programmazione e la valutazione delle politiche pubbliche, ma anche per il lavoro quotidiano dei servizi sociali, che troppo spesso operano in assenza di dati aggiornati e condivisi. Ogni volta in cui il lavoro dei servizi viene raccontato nello spazio pubblico in modo parziale, emotivo o strumentale, la conoscenza è essenziale anche per affrontare le criticità e restituire complessità, proporzioni e responsabilità istituzionali a interventi che coinvolgono migliaia di professionisti e di famiglie. Diffondere e utilizzare queste informazioni – conclude Rosina – significa rafforzare una cultura della tutela basata su evidenze, trasparenza e responsabilità pubblica. È anche così che si tutela il lavoro degli assistenti sociali e, soprattutto, i diritti delle persone e delle persone di minore età coinvolte”. Il compito dei giudici minorili e dei servizi sociali è alquanto delicato e una loro continua pregiudiziale delegittimazione può soltanto contribuire a peggiorare tutti il sistema, soprattutto a danno dei minori.  Qui la pubblicazione Quaderni della Ricerca Sociale 66: https://www.lavoro.gov.it/temi-e-priorita-infanzia-e-adolescenza/studi-e-statistiche/qrs-66-report-2024.  Giovanni Caprio
March 18, 2026
Pressenza
VOCI DALLE PIAZZE – RAGIONAMENTI A PARTIRE DALL’8 MARZO parte 1
Per il mese di marzo i saperi maledetti tornano con una serie di 3 puntate che a partire da interviste, raccontano la presenza giovanile nelle piazze e nei ragionamenti transfemministi. I ragionamenti partono dalle restituzioni della piazza dell’8 marzo in cui gli intervistati riflettono sul significato della manifestazione. E’ emersa l’importanza di una dimensione identitaria ossia di una piazza di cura intesa come condivisione di uno spazio sicuro. Tuttavia è emerso anche un desiderio di occupare quello spazio con meno leggerezza e più energia. Grazie al contributo del collettivo Altr3 Voci e quello della casa delle donne Lucha Y Siesta abbiamo esplorato la presenza di centri antiviolenza e servizi di base autogestiti nei territori e il loro ruolo nella lotta transfemminista.  Infine abbiamo intervistato una compagna della Valle che ci ha raccontato come si è strutturato il percorso transfemminista in una zone politicizzata ma comunque periferica e con una densità minore, riflettendo anche sulle differenze e ambiti da valorizzare nella costruzione di una mobilitazione in periferia rispetto che in città. Qui trovate la puntata integrale: