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Chi fa insieme fa per tuttə
C’è un’urbanistica che impone barriere e c’è un’urbanistica – quella che ci piace raccontare – che ricuce ferite. Accade a Biella, dove un cerchio di cemento dimenticato, un’ex sabbiera nei giardini di via Lombardia, si trasforma in un abbraccio collettivo. Non parliamo solo di arredo urbano, ma di una risposta pulsante a quella necessità di prossimità che troppo spesso sacrifichiamo. L’intervento richiama con forza la visione di Paolo Pileri e il concetto di “piazza scolastica“. Pileri ci ricorda che lo spazio attorno alle scuole deve smettere di essere un parcheggio o un luogo di transito frettoloso. Deve farsi piazza: un’estensione della scuola stessa, un territorio liberato dove i bambini possano giocare, gli adulti sostare e la comunità ritrovarsi. La “piazza scolastica” è un atto politico di cura contro la solitudine delle nostre città. Il valore profondo di questo diametro di 4,5 metri sta nelle mani che lo hanno plasmato. Il Cerchio è nato dal basso, all’interno del progetto Fuoriclasse finanziato dal Programma Operativo Nazionale è sostenuto dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Biella, che ha coinvolto le ragazze e i ragazzi dell’IC Biella 3. La scuola è uscita dalle proprie aule e il territorio ha risposto. Un ruolo fondamentale di ascolto e cura è stato svolto da Noi per la casa, a sua volta finanziato con il PR FSE+ 2021-2027 della Regione Piemonte,  , presidio capace di raccogliere i bisogni reali degli abitanti e di coordinare la realizzazione pratica delle panche, continuando il lavoro anche quando i laboratori scolastici si sono conclusi. È la dimostrazione che quando le istituzioni, la parrocchia, le associazioni e i singoli cittadini si muovono all’unisono gli effetti si vedono. Il 5 giugno in via Lombardia non si taglierà solo un nastro. Si festeggerà un presidio di pace e socialità. Un piccolo cerchio che, speriamo, saprà allargarsi a tutto l’arcipelago biellese. Nel frattempo, volendo, potrete farvi la vostra panca. Qui puoi trovare le istruzioni: https://ecomuseo.it/cerchio-del-villaggio/ Articolo originale pubblicato su https://cittadellarte.it/it/articles/chi-fa-insieme-fa-per-tutti Ettore Macchieraldo
May 28, 2026
Pressenza
Si è conclusa l’occupazione dell’Università di San Marcos
Gli studenti dell’Università Nazionale Maggiore di San Marcos (UNMSM) hanno posto fine all’occupazione del campus universitario, in seguito all’istituzione di un tavolo di dialogo e alla firma di un accordo per la cessazione della protesta; le lezioni in presenza e le attività accademiche riprenderanno quindi giovedì 28. Gli accordi raggiunti prevedono che l’università pubblichi il proprio rifiuto del progetto di legge 12736 che consente la rielezione delle autorità universitarie e lo trasmetta al Congresso della Repubblica (principale richiesta degli studenti). Inoltre, la richiesta di conclusione del mandato delle principali autorità universitarie sarà discussa in Assemblea Universitaria prima del 26 luglio 2026. È stato inoltre concordato che il rappresentante della Federazione Universitaria di San Marcos (FUSM) partecipi con diritto di voto alle sessioni dell’Assemblea Universitaria, del Consiglio Universitario e delle sue commissioni, per tutta la durata del procedimento giudiziario con la federazione. Allo stesso modo, non saranno avviati procedimenti amministrativi contro gli studenti che hanno partecipato all’occupazione. Il tavolo di dialogo era composto dal rettore Jerí Ramón, dal vicerettore accademico, dal rappresentante dei presidi dell’università, da tre rappresentanti del Difensore del Popolo e da tre rappresentanti degli studenti, che hanno tenuto l’incontro presso il Centro Culturale di San Marcos, meglio conosciuto come La Casona. L’occupazione della città universitaria di San Marcos è iniziata lo scorso 12 maggio e terminerà il 27 maggio a mezzogiorno. Gli studenti universitari accusano l’attuale amministrazione di voler modificare gli statuti e i regolamenti interni per favorire una rielezione e garantire la continuità di un gruppo politico; inoltre, hanno denunciato irregolarità nei precedenti processi elettorali, l’esclusione delle liste dell’opposizione e la mancanza di trasparenza, oltre all’inerzia delle autorità di fronte alle rivendicazioni studentesche. Attualmente, oltre a San Marcos, altre università sono in lotta: all’Università Nazionale di Ucayali (Ucayali) gli studenti protestano pacificamente per nuove autorità e per denunce di irregolarità nella gestione universitaria, e all’Università La Cantuta (Lima) gli studenti hanno occupato parte della città universitaria denunciando l’appropriazione indebita della residenza universitaria. Redacción Perú
May 27, 2026
Pressenza
Rete Studenti Medi del Lazio: “State calpestando la democrazia”
Stamattina a Roma gli studenti della Consulta Provinciale di Roma hanno occupato simbolicamente la plenaria. Gli studenti  di Azione Studentesca hanno risposto violentemente. La Rete degli Studenti Medi del Lazio riferisce che la protesta dei giovani antifascisti è nata dopo delle gravi forzature all’interno del Consiglio di Presidenza, composto a maggioranza da Azione Studentesca, giovanile di Fratelli d’Italia. In specifico, la simbolica occupazione della plenaria è seguita alla delibera per la cancellazione della commissione Antifascismo e Memoria Storica, rinominata ‘Memoria Storica e Democrazia’, senza una votazione dell’assemblea composta da tutte le rappresentanze degli studenti. Il comunicato della Rete degli Studenti Medi del Lazio informa che, bloccandone i lavori ed esponendo cartelli con le scritte “La Plenaria è sovrana”, “Vi fa così paura la democrazia?” e “L’USR è complice”, gli studenti hanno chiesto il rispetto della sovranità della plenaria e denunciato il comportamento dell’Ufficio Scolastico Regionale. “Il fatto che si siano schierati per eliminare la parola ‘antifascismo’ dal nome della nostra commissione è soltanto l’ultimo episodio che possiamo raccontare”, aveva spiegato ieri a Fanpage.it il presidente della commissione Antifascismo e Memoria Storica, Simone Casalino, che oggi ha dichiarato: «La democrazia non può valere solo quando fa comodo. Il Consiglio di Presidenza a maggioranza Azione Studentesca ha già dimostrato l’utilizzo proprietario di quest’organo, questa è l’ultima riprova. Se si impedisce all’assemblea di votare e decidere, si sta negando il principio stesso della rappresentanza studentesca. Per questo oggi abbiamo deciso di fermare i lavori della plenaria: per difendere uno spazio democratico che appartiene agli studenti e alle studentesse». «Difendere l’antifascismo dentro la Consulta significa difendere il carattere democratico stesso della rappresentanza studentesca – dichiarano gli studenti antifascisti della Consulta romana – L’antifascismo è un valore fondante della nostra democrazia e della scuola pubblica. I membri della giovanile di Fratelli d’Italia stanno cercando di cancellare una commissione antifascista con lo scopo di mettere sullo stesso piano tutte le dittature della storia. Questa storpiatura della storia è per noi inaccettabile. Continueremo a mobilitarci: perché la Consulta resti uno spazio democratico, libero e realmente rappresentativo». La Rete degli Studenti Medi di Roma inoltre riferisce: “Gli studenti  di Azione Studentesca hanno risposto aggredendo anche fisicamente i protestanti e lanciando sedie”. Il coordinamento studentesco esprime piena solidarietà con l’occupazione della plenaria della Consulta Provinciale degli Studenti di Roma a cui sta prendendo parte, inoltre condanna fortemente l’aggressione dei giovani di Azione Studentesca nei confronti degli studenti in protesta e ribadisce: “Di fronte al mancato rispetto dei processi democratici interni alla Consulta e alla cancellazione della commissione Antifascismo e Memoria Storica senza voto della plenaria, abbiamo ritenuto necessario bloccare i lavori dell’assemblea per difendere la sovranità della Consulta per difendere i valori della nostra costituzione. Gli stessi che vogliono scavalcare questi processi democratici riconfermano in plenaria la loro natura antidemocratica, aggredendo a spintoni e spallate chi chiede chiarezza”. Rete degli Studenti Medi del Lazio Redazione Italia
May 26, 2026
Pressenza
I Comuni contro le mafie
Legalità, beni confiscati e intimidazioni agli amministratori: i numeri dell’impegno dei Comuni contro le mafie Sono oltre 1.100 i Comuni italiani destinatari di beni confiscati alla criminalità organizzata, insieme a 7 Città metropolitane coinvolte nella gestione e nel riutilizzo sociale degli immobili sottratti alle mafie. È uno dei dati più significativi elaborati dall’Area Sicurezza e Legalità di Anci e presentati nel corso della 28esima puntata di “Fuori dal Comune”, la trasmissione di Radio Rai Gr Parlamento realizzata in collaborazione con l’Anci, dedicata questo sabato al ruolo dei territori nella lotta alla mafia. Secondo i dati aggiornati al 21 maggio 2026 della piattaforma unica dell’Agenzia nazionale dei beni sequestrati e confiscati, il Comune con il maggior numero di beni destinati è Palermo con 1.217 immobili e terreni confiscati. Seguono Roccella Valdemone con 284 beni, Reggio Calabria con 252, Castelvetrano con 235, Roma con 221 e Milano con 211. I beni confiscati vengono utilizzati soprattutto per progetti con il Terzo Settore, emergenza abitativa, agricoltura sociale, tutela ambientale, servizi contro fragilità e disagio sociale e sostegno alle donne vittime di violenza. Per l’Anci non si tratta soltanto di patrimoni immobiliari, ma di strumenti di sviluppo locale, welfare e inclusione sociale. Particolarmente delicata resta la situazione dei piccoli Comuni: circa 880 enti destinatari di beni confiscati dispongono infatti di strutture amministrative ridotte, mentre quasi 230 sono Comuni capofila dei Piani di Zona sociale. Tra le criticità più segnalate emergono il cattivo stato di conservazione degli immobili, la carenza di risorse per ristrutturazioni e recuperi, la complessità burocratica e la difficoltà nell’individuare soggetti gestori. Sul fronte della sicurezza degli amministratori locali, nei primi sei mesi del 2025 sono stati registrati 299 atti intimidatori contro sindaci e amministratori, con una diminuzione dell’8,6% rispetto allo stesso periodo del 2024. Le regioni più colpite risultano Lombardia con 50 episodi, seguita da Sicilia e Calabria. Secondo l’Anci il fenomeno interessa ormai tutto il territorio nazionale e non è riconducibile esclusivamente alle mafie, ma anche a tensioni sociali, conflitti locali e fragilità economiche. Per rafforzare il sostegno agli enti locali, su proposta dell’Anci è stato istituito un Fondo nazionale per la promozione della legalità e il supporto agli amministratori vittime di intimidazioni, rifinanziato per il 2025 e il 2026 fino a 6 milioni di euro annui. Nel solo 2025 il riparto ha riguardato 454 Comuni e 5 Province. Tra le iniziative promosse dall’Anci figurano inoltre il gruppo di lavoro nazionale costituito nel 2024 con grandi città impegnate sul tema dei beni confiscati, la realizzazione di un vademecum operativo per i Comuni e le campagne territoriali e social dedicate alla cultura della legalità, tra cui #RinasciLegale. Le testimonianze dei sindaci intervenuti durante la puntata Ad aprire la puntata è stato il responsabile dell’Area Sicurezza e legalità dell’Anci, Antonio Ragonesi, che ha fatto il punto sull’impegno dell’Anci nella gestione dei beni confiscati e nel supporto ai Comuni impegnati nel contrasto alle mafie. “I beni confiscati vanno restituiti alla collettività e trasformati in strumenti di sviluppo sociale e opportunità per i territori”, ha spiegato Ragonesi. Da Pollica il sindaco Stefano Pisani ha ricordato l’eredità civile e amministrativa lasciata da Angelo Vassallo. “La morte di Angelo è diventata uno strumento di grande potenza per le scelte del territorio”, ha spiegato Pisani, sottolineando che “la comunità ha reagito trasformando il dolore in partecipazione civica. Abbiamo trasferito alle nuove generazioni l’idea che si possa costruire sviluppo nella legalità e nell’amore per la propria terra”. Il sindaco ha poi evidenziato che “il valore del presidio del territorio e dell’economia sana sono strumenti di contrasto all’illegalità. Chi ha ucciso Angelo pensava di abbattere un baluardo, invece ha rafforzato nei cittadini la volontà di difendere il territorio”. Da Caltagirone il sindaco Fabio Roccuzzo ha raccontato il lavoro portato avanti sul fronte della memoria civile e dell’educazione alla legalità. “La cultura antimafia si costruisce dal basso, spiegando ai ragazzi che cos’è davvero la mafia e quanto sia subdola. Trasformare un un bene confiscato in un luogo dedicato alla cultura dell’antimafia è il modo migliore per  mantenere viva la memoria di Falcone, Borsellino e delle vittime delle mafie. Possiamo sperare in una società migliore, combattendo allo stesso tempo anche il disagio economico e il lavoro precario nei territori più fragili”. Da Avola la sindaca Rossana Cannata ha posto l’attenzione sul rapporto tra legalità, libertà di stampa e formazione delle nuove generazioni, ricordando la figura del giornalista Giuseppe Fava. “Fare memoria è un dovere delle istituzioni – ha dichiarato Cannata – per questo abbiamo deciso di intitolare una struttura sportiva a Pippo Fava. Lo sport può diventare un antidoto alla mafia, per il valore educativo delle iniziative rivolte ai giovani. Vedo una Sicilia che reagisce, che si riscatta e che vuole lasciarsi alle spalle gli anni più bui”, ha concluso. Nel corso della trasmissione è intervenuto anche il sindaco di Nettuno Nicola Burrini, che ha richiamato il valore della trasparenza amministrativa e della ricostruzione della fiducia pubblica dopo lo scioglimento del Comune per infiltrazioni mafiose. “La legalità si ricostruisce ogni giorno attraverso la presenza delle istituzioni e la partecipazione dei cittadini”, ha spiegato Burrini, sottolineando “il grande lavoro che stiamo portando avanti sul fronte della trasparenza amministrativa e del recupero del rapporto con la comunità locale. Solo rafforzando il legame tra cittadini e istituzioni si può contrastare davvero il radicamento della criminalità nei territori”, ha aggiunto. La sindaca di Settimo Torinese Elena Piastra ha invece evidenziato il ruolo della prevenzione culturale e del coinvolgimento delle nuove generazioni. “Le mafie si contrastano costruendo comunità consapevoli. Il lavoro svolto dal Comune attraverso scuole, associazioni e percorsi di educazione civica è fondamentale così come importantissimo è l’utilizzo sociale dei beni confiscati e del welfare territoriale come strumenti di inclusione e presidio democratico. La partecipazione civica – ha sottolineato – è il primo antidoto contro ogni forma di infiltrazione criminale”. Da Spino d’Adda il sindaco Enzo Galbiati ha raccontato l’esperienza del recupero di immobili confiscati alla criminalità di un piccolo comune, organizzata e restituiti alla collettività attraverso progetti sociali e di welfare territoriale. “Restituire questi beni ai cittadini significa trasformare luoghi simbolo dell’illegalità in opportunità concrete per il territorio. Anche i piccoli comuni del Nord siano chiamati a confrontarsi con il fenomeno delle infiltrazioni mafiose. Per questo la sfida è costruire comunità più forti e consapevoli, capaci di difendere legalità e coesione sociale”, ha concluso.   Redazione Italia
May 23, 2026
Pressenza
Nelle grandi città un/a minore su dieci vive nelle aree più fragili
Nelle 14 città metropolitane italiane circa 142mila bambini, bambine e adolescenti – il 10,3% del totale – vivono nelle 158 Aree di disagio socioeconomico urbano (ADU) individuate dall’ISTAT. Roma, Milano, Napoli, Torino e Palermo concentrano quasi il 73,5% dei minori che vivono in queste aree, mentre solo a Roma risiedono oltre 30mila 0-17enni. In queste periferie il 42,3% delle famiglie vive in povertà relativa e le disuguaglianze educative e sociali risultano molto più marcate rispetto al resto delle città. Le disuguaglianze più marcate emergono soprattutto nel Sud e nelle Isole: a Palermo la povertà riguarda il 63,8% delle famiglie nelle ADU, a Napoli il 60,1%, mentre anche nel Centro-Nord si registrano forti divari, come a Torino e Milano. Le difficoltà economiche incidono anche sulla quotidianità. Secondo la  ricerca di Save the Children “I luoghi che contano”, presentata in occasione della Biennale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, che si è svolta il 21 maggio a Roma: il 12,7% non pratica sport perché troppo costoso; il 19,3% rinuncia a uscire con gli amici e le amiche per difficoltà economiche; il 16,5% non ha fatto vacanze di più giorni. Nelle aree vulnerabili anche il livello di istruzione dei genitori risulta più basso: solo il 19,1% delle madri e il 16,4% dei padri degli studenti e delle studentesse delle aree vulnerabili è laureato/a. Inoltre, solo una madre su due ha un lavoro. Le disuguaglianze territoriali emergono con forza soprattutto sul piano educativo. Dalla ricerca di Save the Children emerge che il 15,4% di studentesse e studenti delle scuole secondarie ha abbandonato la scuola o ripetuto l’anno scolastico, una percentuale doppia rispetto alla media delle città metropolitane. Inoltre, il 20,8% degli alunni e delle alunne dell’ultimo anno delle medie è a rischio dispersione scolastica implicita. In alcune città i divari risultano ancora più evidenti. A Bologna il rischio di dispersione implicita raggiunge il 23,1% nelle scuole delle aree vulnerabili, mentre a Milano arriva al 21,1% e a Firenze al 22,2%. A pesare è anche la carenza di servizi educativi. In 37 delle 158 aree fragili il tempo pieno è molto inferiore rispetto alla media cittadina e in 18 aree è completamente assente: 8.813 bambini e bambine che frequentano 50 scuole primarie non hanno accesso a questo servizio fondamentale. Il 16,7% degli studenti e delle studentesse che frequentano scuole nelle aree vulnerabili dichiara di non avere avuto il materiale scolastico necessario all’inizio dell’anno, mentre il 17,3% ha rinunciato a una gita scolastica per motivi economici. Le differenze emergono anche nelle aspettative per il futuro: solo il 36,5% di ragazze e ragazzi delle scuole delle aree vulnerabili pensa di iscriversi al liceo, contro il 66,9% dei coetanei e delle coetanee che vivono in quartieri meno vulnerabili. Meno di un/a studente/studentessa su quattro si dichiara inoltre pienamente convinto/a di iscriversi all’università, a conferma di quanto le disuguaglianze territoriali influenzino le possibilità future di bambini, bambine e adolescenti, mentre oltre un/a giovane tra i 15 e i 29 anni non studia e non lavora. A Palermo il dato supera il 55%, mentre a Napoli raggiunge il 42,9%. Gli amici sono una presenza stabile nella vita di ragazzi e ragazze, indipendentemente dal contesto in cui vivono. Più di uno su due (51,2%) dichiara di avere più di 15 amici. Tuttavia, tra gli studenti delle ADU le reti di amicizia risultano un po’ meno ampie: il 44,3% afferma di avere più di 15 amici, contro il 53,9% delle altre aree. Allo stesso tempo, però, queste reti sono più eterogenee: il 41,5% ha amici con famiglie sia di origine italiana sia provenienti da altri Paesi, rispetto al 30,5% di chi vive in altre zone. Nelle scuole delle aree fragili è anche più alta la presenza di studenti con background migratorio: il 15,8% degli alunni è nato in un Paese extra UE, contro il 5,4% nelle scuole delle aree non fragili. Quasi la metà degli studenti che vive nelle periferie ritiene che il proprio quartiere venga giudicato negativamente dagli altri. Il 49,1% dei ragazzi e delle ragazze percepisce infatti uno stigma sociale legato al luogo in cui vive. Circa un/a ragazzo/a su tre dichiara di aver assistito a prese in giro rivolte a coetanei e coetanee per il quartiere di provenienza. Nelle aree vulnerabili emerge anche una minore percezione di sicurezza, soprattutto tra le ragazze: solo una su due si sente al sicuro nel proprio quartiere, contro il 75% delle studentesse che vivono in altre zone della città. Nonostante questo, molti adolescenti mantengono un forte legame con il territorio in cui crescono e indicano con chiarezza le priorità per migliorarlo. Tra le richieste più frequenti ci sono: servizi di pulizia e raccolta rifiuti più efficienti; più spazi di aggregazione per ragazzi e ragazze; campetti, palestre e luoghi per fare sport; parchi pubblici più curati e accessibili; maggiore sicurezza e illuminazione pubblica; più trasporti pubblici e collegamenti con altre zone della città; più luoghi culturali e musicali accessibili. Qui il Report: https://s3-www.savethechildren.it/public/allegati/i-luoghi-che-contano_1.pdf. Giovanni Caprio
May 23, 2026
Pressenza
Perù: sospesa la riforma delle pensioni e avviato un tavolo di dialogo alla PUCP
La richiesta degli studenti della Pontificia Università Cattolica del Perù (PUCP) ha avuto esito positivo. Dopo diversi giorni di proteste e l’occupazione dell’edificio Dinthilac (Rettorato), le autorità e gli studenti hanno firmato un accordo di dialogo per sospendere l’applicazione del nuovo sistema pensionistico, il ritiro degli studenti dall’edificio occupato e l’applicazione di una giustizia riparativa, che non sanzioni gli studenti manifestanti. Oltre all’impegno a portare avanti la richiesta di sospensione del nuovo sistema pensionistico, l’università si è impegnata a costituire un tavolo di dialogo su pensioni e borse di studio, che lavorerà con una Commissione Consultiva sull’argomento. È prevista una prossima riunione domenica 24 maggio. L’accordo è stato raggiunto dopo un periodo di colloqui tra le autorità universitarie e gli studenti. Questi ultimi protestavano contro la riduzione delle categorie pensionistiche più basse stabilite dall’università per l’ammissione a questo ateneo. La misura avrebbe avuto un impatto sull’accesso alla PUCP, università umanistica dal carattere inclusivo, poiché sarebbe entrata in vigore a partire dal 2027. Redacción Perú
May 23, 2026
Pressenza
Sabir non rinnoverà il contratto per l’accoglienza di minori stranieri non accompagnati a Crotone
Sabir Srl Impresa Sociale ETS comunica pubblicamente che, nelle condizioni attuali, non sottoscriverà il nuovo contratto del progetto di accoglienza per minori stranieri non accompagnati gestito nel territorio di Crotone. Si tratta di una decisione sofferta, maturata dopo mesi di confronto difficile con l’Amministrazione e dopo reiterate criticità organizzative, economiche e istituzionali che hanno progressivamente reso impossibile proseguire un’esperienza che, nonostante tutto, ha rappresentato un modello concreto di accoglienza, integrazione e tutela dei minori. In questi anni Sabir ha costruito una casa, non semplicemente una struttura. Una comunità educativa capace di garantire continuità scolastica, formazione professionale, inserimenti lavorativi, percorsi sportivi, supporto psicologico, mediazione culturale e relazioni umane autentiche. A Crotone, territorio complesso, funestato da spopolamento e brain drain, decine di ragazzi hanno frequentato scuole, avviato tirocini, costruito reti sociali, imparato un mestiere, iniziato un percorso di autonomia reale. Molti di loro, dopo aver attraversato deserti, torture, guerre e detenzioni in Turchia o Libia, hanno trovato per la prima volta una dimensione stabile e dignitosa. Nel corso del progetto sono stati persino avviati percorsi di affido familiare e affido culturale, esperienze estremamente rare nel sistema dei CAS per MSNA e quasi assenti nella prassi ordinaria dell’accoglienza straordinaria. Un risultato che dimostra quanto il lavoro educativo e territoriale svolto abbia generato legami reali tra i minori accolti e la comunità locale, superando la logica meramente assistenziale e costruendo invece relazioni di fiducia, inclusione e corresponsabilità sociale. Oggi tutto questo rischia di essere cancellato da una gestione burocratica, illogica e profondamente distante dalla realtà concreta dei minori. Non esistono, allo stato, soluzioni logistiche compatibili con la prosecuzione dei percorsi già avviati. Non esistono garanzie sulla continuità educativa. Non esiste alcuna visione pedagogica. Esiste soltanto una logica amministrativa che tratta i minori come numeri da spostare e redistribuire. Ed è forse questo il punto più grave. In Italia si organizzano continuamente tavoli sulla devianza giovanile, sulle baby gang, sull’emarginazione sociale e sul disagio dei minori. La politica nazionale invoca sicurezza, integrazione e prevenzione. Si moltiplicano dichiarazioni pubbliche sulla necessità di investire sui giovani e sui percorsi educativi, poi però, nei territori si lasciano spegnere esperienze che funzionano davvero. Si mortificano realtà che hanno dimostrato concretamente che un altro modello di accoglienza è possibile: un modello fondato sulla relazione educativa, sulla presenza quotidiana, sulla costruzione di autonomia e sul radicamento territoriale. La vicenda di Crotone rappresenta purtroppo l’esplosione locale di un problema nazionale: l’incapacità di considerare i minori stranieri non accompagnati come persone e non come meri posti letto. Eppure esistono esperienze che dimostrano il contrario. Il modello sviluppato da Sabir – “Da CAS a CASA” – parte da un principio semplice ma rivoluzionario: i minori non hanno bisogno solo di essere ospitati, ma di appartenere a una comunità educante. Il progetto “Da CAS a CASA” non rappresentava soltanto una struttura di accoglienza, ma una proposta avanzata di governance territoriale dei MSNA, fondata sulla continuità educativa, sull’integrazione sociale, sulla valutazione di impatto, sulla co-programmazione tra pubblico e Terzo Settore e sulla prevenzione della marginalità e della devianza minorile. Tutto questo è stato realizzato nonostante richieste gestionali prive di sostenibilità economica e l’assenza di un reale confronto istituzionale orientato alla tutela superiore dei minori. Oggi però non possiamo più accettare che venga chiesto di mantenere operativa una struttura complessa senza alcuna programmazione seria. Non firmeremo un nuovo contratto che rischierebbe di trasformare un’esperienza educativa di eccellenza in una lenta agonia amministrativa. Non lo faremo per rispetto del nostro lavoro. Non lo faremo per rispetto degli operatori. Soprattutto, non lo faremo per rispetto dei ragazzi: con queste modalità non tuteleremmo il superiore interesse dei minori. Ma allo stesso tempo, continueremo a monitorare attentamente quanto accadrà ai minori coinvolti, ai loro percorsi educativi, scolastici, lavorativi e psicologici, affinché nessuna scelta amministrativa possa produrre ulteriori danni nel silenzio generale. Sabir continuerà a difendere, in ogni sede pubblica, istituzionale e giuridica, l’idea che i minori stranieri non accompagnati non abbiano bisogno soltanto di un tetto, ma di comunità educanti, continuità affettiva, stabilità e futuro. La decisione di chiudere l’esperienza del Cas da “Cas a Casa” non rappresenta una fuga dalle responsabilità. Al contrario, è un atto di denuncia pubblica e politica contro un sistema che troppo spesso sacrifica la qualità dell’accoglienza sull’altare della burocrazia, dell’improvvisazione e dell’indifferenza istituzionale Spegnere oggi esperienze come questa di Crotone significa non solo interrompere percorsi educativi già avviati, ma anche arrivare impreparati proprio alla fase storica che l’Europa sta imponendo ai sistemi nazionali di accoglienza. I dati e le esperienze maturate dimostrano infatti che investire in percorsi educativi strutturati significa anche prevenire marginalizzazione, sfruttamento e criminalizzazione dei minori stranieri. Sabir dichiara sin da ora la propria disponibilità a condividere strumenti metodologici, pratiche educative, dati di monitoraggio e risultati maturati nel progetto “Da CAS a CASA”, affinché un’esperienza nata in un territorio difficile possa contribuire ad aprire una riflessione nazionale seria sul futuro dell’accoglienza dei minori stranieri non accompagnati in Italia. Occorre superare definitivamente la distinzione artificiale tra “prima” e “seconda” accoglienza, costruendo invece una presa in carico globale e continuativa del minore fin dal primo giorno, nel pieno rispetto del superiore interesse del minore sancito dalla Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia, dal D.Lgs. 142/2015 e dalla Legge 47/2017. Persino nel nuovo Patto europeo su migrazione e asilo si riconosce la necessità di garantire ai minori stranieri non accompagnati percorsi differenziati di tutela, continuità educativa e presa in carico qualificata. Lo stesso Patto richiama infatti il principio di “adequate capacity”, imponendo agli Stati membri di garantire capacità di accoglienza adeguate e personale qualificato e adeguatamente formato (“qualified and well-trained personnel”). Inoltre, il nuovo quadro europeo rafforza l’obbligo di garantire ai minori accesso effettivo all’istruzione, ai servizi e a percorsi di protezione coerenti con la loro vulnerabilità specifica. Per questo oggi lanciamo un appello pubblico nazionale al Governo, al Ministero dell’Interno, al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, alle Prefetture, agli enti locali, al Terzo Settore, al mondo universitario e a tutte le organizzazioni che si occupano di infanzia, adolescenza e migrazioni: aprire immediatamente una stagione di co-programmazione nazionale sull’accoglienza dei MSNA ai sensi dell’art. 55 del Codice del Terzo Settore, superando definitivamente le logiche emergenziali, frammentate e meramente numeriche che hanno caratterizzato troppe esperienze di accoglienza. Manuelita Scigliano, Presidente Sabir Srl Impresa Sociale ETS   Redazione Italia
May 22, 2026
Pressenza
Al fianco dei nostri figli nel percorso a ostacoli della transizione di genere
“La transizione di genere è sempre un percorso a ostacoli, ma tutti possiamo contribuire a renderlo meno doloroso: dalla famiglia alle istituzioni. E invece oggi questo governo manifesta l’intenzione di mettersi ulteriormente di traverso”. A parlare è Giulia (nome di fantasia), madre di un ragazzo di 17 anni (che chiameremo Massimo): non si è sentita di partecipare alla mostra “Ritratto di famiglie” realizzata da Agedo Milano, l’associazione di cui anche lei fa parte, ma ci tiene a portare la sua testimonianza. Ci racconti di suo figlio, che sta compiendo la transizione dal genere femminile a quello maschile. È nato con identità femminile. Fin da quando era piccolo, voleva i capelli corti e indossava sempre pantaloni, detestava il rosa e prediligeva giochi e sport “maschili”. Manifestava disagio quando stava in gruppi femminili, ma non era pienamente accettato neppure in quelli maschili. Questo ha comportato un crescente isolamento. Pensa sia stato oggetto di bullismo? Non credo, se non vogliamo considerare l’esclusione una forma di bullismo. O almeno non ce ne ha mai parlato. Di sicuro aveva difficoltà a fare amicizia, si sentiva sempre fuori luogo. Voi genitori vi siete resi conto di questo suo disagio? Sì e no. Diciamo che non abbiamo saputo interpretare correttamente certi segnali e di questo mi sento responsabile. La situazione è andata via via peggiorando nella preadolescenza. Abbiamo provato a mandarlo da una psicoterapeuta, ma non si è rivelata la persona giusta. In occasione di un paio di vacanze di gruppo con coetanei per motivi di studio o sportivi mio figlio ha però probabilmente maturato una maggiore consapevolezza. Quando aveva 13 anni, ha iniziato a buttare lì frasi tipo: ‘Penso che potrei innamorarmi di una ragazza, ma anche di un ragazzo o di una persona trans”, e io invece di cogliere il messaggio gli rispondevo: ‘L’importante è che sia una brava persona’. Poi ha chiesto a me e a suo padre di uscire una sera a cena solo noi tre, senza il fratello più piccolo. Abbiamo provato a organizzare, ma non era il luogo adatto ed è passato del tempo. E poi cosa è successo? Un sabato mattina non trovavo Massimo in casa, lo chiamavo e non rispondeva. Stavo mettendo le scarpe per uscire a cercarlo quando il mio figlio minore è venuto a dirmi che era chiuso in bagno e piangeva. L’abbiamo trovato seduto in terra in preda a una crisi di panico: singhiozzava talmente forte da non riuscire a parlare e quasi a respirare, non voleva essere toccato. Eravamo tutti sconvolti e spaventati, incapaci di aiutarlo. Siamo rimasti a lungo seduti per terra accanto a lui nel bagno. Poi finalmente ho capito: gli ho toccato una spalla e gli ho mormorato: ‘Tu vuoi dirci chi sei’. Un’ora dopo abbiamo letto la sua lettera, in cui ci confessava tutta la sua frustrazione e sofferenza. Scriveva di disforia, quando guardava nello specchio un corpo in cui non si riconosceva. E di euforia, quando qualcuno per strada si rivolgeva a lui al maschile pensando fosse un ragazzo. Come si è sentita? Soprattutto colpevole per non aver saputo cogliere i messaggi che mio figlio continuava a mandarci. Ho capito di aver bisogno di sostegno e mi sono rivolta ad Agedo. Con il suo aiuto Massimo ha iniziato un percorso di psicoterapia mirata con una professionista esperta su identità e affermazione di genere. Nel frattempo abbiamo aperto la strada per parlarne con la famiglia allargata e con gli amici. Come hanno reagito? I familiari bene: tutti hanno espresso solidarietà e l’augurio di serenità e benessere. Tra gli amici abbiamo avuto qualche sorpresa sia in positivo che in negativo. Con alcuni abbiamo interrotto i rapporti: un atteggiamento giudicante o poco comprensivo non è compatibile con l’amicizia. Anche nella scuola superiore alla fine del primo anno Massimo ha fatto il suo ‘coming out’ con i compagni e i professori, che hanno accettato di usare il suo nome maschile d’elezione. Purtroppo non ha potuto avere accesso alla “carriera alias”[1] (secondo la dirigente non era ‘necessaria’), e questo ha comportato il fatto che ogni supplente facesse per esempio l’appello con il vecchio nome. Anche quando è passato dal biennio al triennio i docenti non sono stati informati e questo ha comportato situazioni difficili”. È in discussione in Parlamento una legge restrittiva sulla transizione di genere. Il Ddl 2575 (Disposizioni per l’appropriatezza prescrittiva e il corretto utilizzo dei farmaci per la disforia di genere) è attualmente in esame alla Camera. Il testo stabilisce regole più rigide e stringenti per la prescrizione dei farmaci e ormoni che sospendono la pubertà nei minori, sollevando diverse critiche da parte delle società scientifiche. Per noi non cambia molto, dato che tra sei mesi Massimo compirà 18 anni, ma per tanti altri ragazzi e ragazze è un’ulteriore fonte di sofferenza: veder emergere caratteristiche sempre più evidenti in un corpo che già non riconosci come tuo è un dolore grande. E tutto questo solo a causa di pregiudizi ideologici di persone che non hanno mai davvero parlato con una persona transgender né hanno approfondito l’argomento. Una vera ingiustizia”. Anche nelle scuole il tema ‘gender’ è bandito. Proprio così. Anche i dirigenti e i docenti più illuminati temono di incorrere nelle ire del ministero, schierato con le posizioni reazionarie del movimento Pro vita. Questo non fa che aumentare la confusione nei bambini e ragazzi che si interrogano sulla propria identità sessuale e di genere. Si sentono ancora più ‘sbagliati’ e persino colpevoli, imprigionati in un corpo che sentono estraneo. Per fortuna oggi ci sono personaggi pubblici transgender che non hanno paura di mostrarsi: artisti, musicisti, sportivi, anche politici. Speriamo che quella legge oscurantista non passi e che la società civile apra gli occhi su persone che hanno diritto al rispetto e al riconoscimento. Proprio per questo sono importanti eventi come la mostra Ritratto di famiglie, che diventerà itinerante. Consiglio a tutti di non perdersela. [1] La carriera alias è un profilo amministrativo, temporaneo e confidenziale che consente alle persone transgender di utilizzare un nome di elezione (e il pronome corrispondente) diverso da quello anagrafico all’interno di un’istituzione — come università, scuole o luoghi di lavoro — senza attendere l’iter di rettifica legale. Il suo scopo principale è tutelare la privacy, prevenire il disagio psicologico e garantire il diritto allo studio e al lavoro in un ambiente inclusivo.   Claudia Cangemi
May 21, 2026
Pressenza
Rubare l’infanzia. Dai bambini di Palmoli al sommerso: il caso di Leila e Jana Rovella
Quante volte in questi mesi ho pensato a loro: Galorian, Bluebell, Utopia Rose. Noi abbiamo rapito loro, e loro hanno rapito la mia anima innocente. Il poeta, il naufrago, il bambino che sono in me. Non sapevo nulla di loro quando, qualche mese fa, scrivevo la mia prima fiaba “Unicchetta e il gruppo dei Ricalchini” e parlavo di lei, Unicchetta, una bambina diversa dagli altri, che abita in un bosco, che mangia una grande carota al posto delle caramelle, che ha vestiti colorati, uno zaino particolare e magico, un modo diverso di apprendere e di relazionarsi agli altri. Unicchetta, cacciata da scuola per ragioni incomprensibili, perseguitata da paroloni troppo complicati, da logiche incomprensibili, non si lascia scomporre dalle angherie di grandi e piccini; porta la sua nuova amichetta Gaia a casa sua, sotto un fungo, e le mostra una cosa magica: il piccolo Sé, quella particella unica, luminosa, estensibile come l’anima ma piccolissima come un microbo, parte vitale di ognuno di noi, l’unica in grado di farci sentire vivi. Mi sono spesso chiesta il perché queste persone abbiano bucato gli schermi e i cuori: i sorrisi puri, gli sguardi selvaggi, gli abbracci autentici, mi sono detta; ma non basta. In loro abita qualcosa di più, abita il sacro, il tramonto che appare e scompare lasciandoci sconvolti, l’arcobaleno che turba la vista e rimette a posto l’anima dopo il malumore pluviale, un parto che sta andando male che di colpo riprende il suo corso naturale, una strada che si apre nella roccia, per far passare i viandanti. La risposta è tutta qui, nello stupore che ci provoca la vista di ciò che semplicemente è. Questi bambini sono di una purezza e bellezza disarmante, hanno la pelle, i sorrisi, gli sguardi, che i nostri bambini non hanno più. Lo denuncio da tempo, da quando per mantenermi negli studi per diventare una professionista del sociale e della salute mentale, lavoravo come tata tutto fare nelle case di persone benestanti, molto assenti per lavoro. I bambini avevano due bagni, grandi tavoli, tanti oggetti, ma mancava loro lo sguardo. E mi arrovellavo l’anima mentre constatavo che nessun bonifico, nessuna decisione, nessuna scuola altolocata avrebbe mai potuto restituirlo loro. Avevano bisogno di essere visti, e invece le uniche persone che condividevano la quotidianità con loro erano dietro pagamento. I genitori garantivano loro un futuro, almeno formalmente. Ma quale futuro può scavalcare il presente? Il sé si manifesta nel presente, ma si manifesta solo se lo sappiamo coccolare, invocare, rispettare, desiderare. Questi tre bambini hanno una famiglia unita, cosa molto rara, sono in tre, raro anche questo. Avevano il contatto quotidiano con la natura e gli animali, come sui libri dei potenti è scritto che si dovrebbe vivere, quei potenti che tagliano tutti i nostri alberi, ammassano i nostri animali in condizioni disumane, ci chiudono in case sempre più asettiche. Tre meraviglie, nutrite e seguite con amore, cura e attenzione. Un’educazione fatta di scelte minime, coerenti, piene di fatica, oggi costretti ad essere come tutti gli altri, ad ogni costo, anche al costo della violenza più brutale. Distruggerli per il gusto di farlo, rubare loro l’infanzia, portarli a vivere in asettiche realtà dove gli operatori hanno i loro turni, ma il bambino non appartiene a nessuno, eliminare la cosa più preziosa che hanno: l’amore di mamma e papà, quell’amore che tanti loro compagni purtroppo, per un destino crudele o per l’incapacità umana, non hanno. E la libertà, sempre più un fasullo ammasso di lettere da organizzare insieme, parola che viene sistematicamente usata nel discorso di fine anno del Presidente, ma che non sospettiamo nemmeno possa prevedere una precisa e quotidiana manifestazione del nostro essere nella realtà. Perché tutto questo dolore? Perché?  Da mesi me lo chiedo e non trovo una risposta all’altezza. Ringrazio questa famiglia perché porta addosso con tenacia il peso della diversità; sin da subito mi sono impegnata perché potessero tornare ad amarsi e a vivere in libertà, senza dover chiedere il permesso a nessuno, meno che mai a qualcuno che si è autoattribuito questa facoltà, giacché non mi risulta che nessuna legittimazione popolare ci sia mai stata per spodestare i genitori dal loro ruolo naturale, in favore di qualsivoglia istituzione, centro di potere, professionista, aula di tribunale. Mi ha colpito molto una frase della mamma dei bambini, Catherine, che oggi viene perseguitata solo perché questo è il rovescio della medaglia di ogni mitizzazione. Ha detto così: «Noi non siamo perfetti, noi impariamo sempre, proviamo sempre. Questa cosa non va bene? Non vuol dire che non vada bene per un altro, non va bene per me, e allora cambio, provo ancora, provo ancora». Ecco, dobbiamo fare di tutto, con il lavoro professionale, artistico e culturale, affinché tutti gli operatori coinvolti comprendano che senza ascolto, senza umiltà, senza compassione, senza accogliere e accettare la diversità come espressione naturale e paritaria, e non come qualcosa di inferiore o sbagliato da correggere, senza accantonare la voglia di insegnare in favore di quella di apprendere, è molto difficile fare questo mestiere, in generale è molto difficile avere a che fare con i bambini. Avevo promesso che avrei fatto il possibile affinché questa storia nata in tragedia nel 2025 ci conducesse ad un 2026 pieno di fiori e di frutti, anche per tutte le altre migliaia di famiglie cadute da anni in questo girone infernale e ho cercato di farlo. Il mio impegno mi è costato la soppressione dei miei spazi divulgativi su Facebook con grave perdita di contenuti e contatti, nonché di opportunità lavorative. Ma questo mi ha dato la spinta per andare avanti nel mio cammino, che è per lo più intimo, immateriale, e non si può fermare né con l’ostruzionismo subito 15 anni fa nella rete che gravita intorno ai Tribunali dei minori e ai centri antiviolenza, né con le logiche spietate di un algoritmo. Non perché io sia forte, ma perché è sempre forte la necessità di rivelazione. Sono tante le storie che “grazie” a questa vicenda sono emerse dal silenzio omertoso in cui erano cadute, ve ne ho raccontate alcune in un articolo ospitato in questa testata, oggi voglio raccontarvene un’altra. Questa è la storia di due bellissime bambine, Leila e Jana Rovella, figlie di Blagica Lamova, una donna macedone che vive in Italia dal 2012. Qui sposa un uomo, padre delle bimbe, con cui ha un’unione felice, un mantello per superare le difficoltà linguistiche e culturali, un’esperienza di genitorialità appagante, pur nelle difficoltà. C’è una data che Blagica porta dentro come una cicatrice: l’8 dicembre 2020 suo marito muore. Appena tre mesi dopo un’altra data luttuosa, ancora più innaturale: il 25 marzo 2021 le sue bambine — Leila, tre anni, e Jana, appena un anno e mezzo — le vengono portate via. Tutto è cominciato da alcuni dissapori familiari con la famiglia di suo marito, da cui sono stati sollecitati i servizi sociali. Una famiglia in lutto, spaccata dal dolore, e quella crepa è diventata il punto di ingresso di un sistema che non si è più fermato. Vedova da pochissimo, straniera in un Paese non suo, Blagica si è ritrovata sola davanti a un ingranaggio — fatto di relazioni, perizie, decreti — che ha continuato a girare per anni, inesorabile. Eppure, gli episodi che le sono stati contestati, letti da me senza pregiudizio, raccontano un’altra storia, la storia di una donna profondamente sola davanti ad un compito gravoso, crescere due figlie piccole, in stato di lutto, in una nazione non sua. Un giorno Blagica lascia le bambine a pochi metri da sé, in un campo vicino all’abitazione di un uomo a cui stava portando la spesa: poteva vederle, erano al sicuro, e in molte culture del mondo — e in un Italia non molto lontana — lasciare ai bambini una maggiore autonomia di quanto non capiti oggi in questo lembo di terra, era la normalità. Eppure questo episodio, insieme alla sua richiesta di informazioni al console macedone per l’espatrio, in vista di poter tornare nel suo Paese con le sue figlie, le sono costate l’accusa di “abbandono di minore”. Nessuno però si è preso il tempo di capire da dove venisse Blagica, né chi fosse davvero. Ingegnere aerospaziale nel suo Paese, in Italia faceva la donna delle pulizie, la baby sitter, la lavapiatti — diversi lavori per pagare i debiti e dimostrarsi degna. E sopportava tutto questo con un peso in più: una meningite infantile le aveva lasciato difficoltà di memoria e di espressione, difficoltà che – ci tengo a precisare – non menomavano le sue capacità genitoriali, ma andavano sicuramente prese in considerazione dai professionisti subentrati allo scopo di alleviare i suoi pesi, non di condannarla. Blagica avrebbe avuto bisogno, sin dal primo giorno, di un interprete e di un mediatore culturale competente, paziente, dalla sua parte, e invece è stata lasciata sola. Il mediatore culturale è arrivato tardi e, quando è arrivato, una persona che lo ha visto all’opera – in uno spazio protetto in luogo pubblico – lo ha descritto come il secondino di un carcere più che come una figura di sostegno. Qualcuno le ha forse tradotto le parole, ma nessuno ha mostrato verso di lei la necessaria empatia e un grammo di calore umano. Nelle case famiglia dove è stata ospitata con le figlie, la rabbia e il dolore di Blagica — un dolore e una rabbia che nella sua situazione erano del tutto fisiologici — sono stati trasformati in prove della sua inadeguatezza come madre. Se protestava, era aggressiva. Se piangeva, era instabile. Se chiedeva di assecondare il bisogno delle bambine di dormire e mangiare con lei, violava le regole della struttura. Un giorno l’educatrice vieta addirittura a Blagica e alle altre donne lì presenti di uscire: Blagica usciva per lavorare, da lì in avanti i debiti crescono, gli equilibri con gli operatori crollano, lei viene nuovamente allontanata dalla casa famiglia. Le bambine restano lì. Cinque anni di battaglie legali. Cinque spostamenti— comunità e famiglie affidatarie diverse, in una delle quali Blagica denuncia presunti abusi subiti dalle figlie per via di indizi quantomeno allarmanti che vengono però usati come prova della sua instabilità mentale e della sua paranoia e sfiducia verso le istituzioni e gli educatori. L’ultima volta che Blagica ha abbracciato Leila e Jana è stato nel novembre 2024. Da allora, più nulla. Sa solo che sono state separate, ma non dove siano. Un anno e mezzo di timori e paure: e se le bambine dimenticassero persino il loro cognome e il cognome della loro madre? Da grandi non avrebbero più nemmeno l’opportunità di cercarla. Ma nel frattempo, Blagica non si è arresa. Ha un compagno, ha una casa dignitosa, ha un lavoro, ha preso la patente. Ogni euro guadagnato finisce ad avvocati e consulenti, perché vuole le sue figlie indietro. E sogna — con la concretezza di chi non si è mai permessa il lusso delle illusioni — di tornare nel suo Paese, dove sua madre la aspetta e potrebbe finalmente aiutarla a crescere Leila e Jana come meritano. Eppure nel dicembre del 2025 il Tribunale dei Minorenni ha confermato lo stato di adottabilità delle due bambine orfane di madre viva. Quello che è accaduto a Blagica accade. Accade quando la povertà viene scambiata per incuria, la differenza culturale per incapacità, la solitudine per abbandono, il dolore per pericolosità. Accade quando nessuno chiede a una madre il permesso di interpretare la sua vita e stravolgerla per renderla peggiore. Accade troppo spesso, ahimè. E accade nel silenzio — quello delle bambine che crescono senza sapere il perché di quello che vivono, quello di una madre che aspetta ancora di sapere dove siano, quello delle istituzioni che nascondono motivazioni e anima dentro linguaggi sempre più incomprensibili, quello di chi sa e non dice nulla, quello di chi ancora non sa. Io rompo questo silenzio. Lo faccio per Jana e Leila. Un giorno, questo scritto potrebbe essere un primo tassello per rimettere ordine e amore nella loro vita. Un giorno, forse, sapranno che la loro mamma non ha smesso mai di cercarle. Rosanna Pierleoni
May 21, 2026
Pressenza
Flotilla, gli studenti di un liceo di Ancona scioperano per il loro professore arrestato da Israele e scrivono a Tajani e Valditara
Stamattina gli studenti del collettivo Metropolis del Liceo Rinaldini di Ancona hanno organizzato uno sciopero per chiedere l’immediato rilascio del loro professore Vittorio Sergi, uno degli attivisti della Global Sumud Flotilla rapiti e arrestati da Israele. Di seguito la lettera che hanno scritto ai ministri Tajani e Valditara. Caro Signor Ministro degli Affari Esteri, Caro Signor Ministro dell’Istruzione, Vi scriviamo con grave allarme e urgenza perché un nostro professore è stato illegalmente prelevato in acque internazionali da Israele e molto probabilmente è sottoposto in questo momento a trattamenti inumani e degradanti. Come tutti sappiamo, volontari italiani a bordo di una flotta civile sono stati catturati dalla Marina di occupazione israeliana in acque internazionali. 36 cittadini italiani fanno parte della Global Sumud Flotilla, una missione umanitaria composta da circa 500 persone provenienti da oltre 40 nazioni, fermata con la forza mentre tentava di rompere l’assedio illegale israeliano su Gaza. Tra questi c’è Vittorio Sergi, nostro appassionato professore del Liceo di Stato “Carlo Rinaldini”. Questa situazione e le minacce di un’escalation di violenza in tutto il Medio Oriente da parte di Israele rendono l’intervento del nostro governo sempre più indispensabile. Quello che sta accadendo ai cittadini italiani ed europei in mano ad Israele non è certo una pratica isolata. Israele detiene attualmente migliaia di palestinesi senza accusa in regime di detenzione amministrativa, a cui si aggiunge la nuova legge che autorizza la pena di morte sui cittadini palestinesi, quindi, su base razziale. Il Comitato ONU contro la Tortura, l’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem e gli stessi ex detenuti hanno documentato torture sistematiche, abusi sessuali, negazione di cure mediche e morti in custodia. I volontari rapiti da Israele dalla flottiglia entrano in quello stesso sistema e le prime immagini che ci stanno arrivando dal porto di Ashdod testimoniano purtroppo questa evidenza. Siamo sconvolti all’idea che il nostro professore possa subire questi trattamenti! L’atteggiamento fin qui debole e passivo del governo italiano di fronte a quanto sta accadendo è gravissimo e sconfortante: come studenti non ci sentiamo rappresentati da persone che di fronte alla sistematica violazione del diritto internazionale, dei diritti fondamentali dell’uomo e di ogni convenzione tra Stati decidono di continuare ad appoggiare il governo criminale e genocida di Israele. Sottolineiamo, tra l’altro, che l’Italia continua ad essere il terzo fornitore mondiale di armi ad Israele. Chiediamo a gran voce di: * esigere il rilascio immediato e incondizionato di tutti i cittadini italiani e non solo della Flotilla detenuti da Israele, tra cui il nostro Professore Vittorio Sergi; * condannare pubblicamente qualsiasi intercettazione della Flotilla come violazione del diritto internazionale e dei diritti dei vostri cittadini; * adottare misure concrete per porre fine all’assedio illegale di Israele, al genocidio in corso a Gaza e alla ininterrotta pulizia etnica in atto in Cisgiordania. Vogliamo essere chiari: i governi che non seguono il loro dovere legale di difendere i propri cittadini e di rispettare il diritto internazionale saranno ritenuti pubblicamente responsabili della loro incapacità di agire. Cos’altro vi manca per decidervi ad agire diversamente? Aspettiamo la vostra risposta. Distinti saluti, Studenti e studentesse del liceo “Carlo Rinaldini” di Ancona. Redazione Marche
May 20, 2026
Pressenza