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64˙000 bambini orfani nella Striscia di Gaza. Un progetto di intervento concreto
A Gaza, nel quasi totale silenzio dei media mainstream, si sono intensificati gli attacchi e la situazione è peggio che mai… La destra di Smotrich, Katz e i coloni intendono impadronirsi di Gaza e ricolonizzarla al più presto espellendo (o estinguendo) i palestinesi. I messaggi che riceviamo quotidianamente dalle/i gazawi attraverso il Comitato Un Aiuto per la Palestina ci dicono che bombardamenti e spari sono costanti. Mai avevamo ricevuto così tante notizie di uccisioni come in questi giorni. Dal piccolo “osservatorio” delle 40 famiglie sostenute dal Comitato giungono immagini di bambini uccisi, bambini rimasti orfani, alcuni del tutto soli. Tanti perdono amici e vicini. Alcuni scrivono di sentirsi vivi per caso, altri non rispondono al cellulare. Le condizioni di vita sono insostenibili, con un caldo a 42°, pochissima acqua, insetti, topi, malattie. Circola voce, a Gaza, che gli israeliani hanno dichiarato sui loro media di avere individuato 2000 “target” da colpire. Le persone sono spaventate, ma cercano (ancora) di agire. Mosbah continua a distribuire acqua sotto le bombe e Yousef a curare la scuola Il futuro nelle mani dei piccoli, che ha sospeso le lezioni, ma tiene attività estive. Chiedono di parlare di loro, di diffondere le loro foto e messaggi per rompere il silenzio e pretendere giustizia (in allegato tre foto ricevute), di sostenere i loro progetti. In questo periodo le voci delle piazze si sono affievolite, ma le nostre coscienze sono lucide e vive e continuano a interrogarci su quello che possiamo fare. Accogliendo la proposta di Mosbah Al-Halabi, la Scuola per la Pace si è impegnata a sostenere il progetto del Campo Bambini Orfani nel Nord di Gaza, così presentato: > La Striscia di Gaza sta affrontando una crisi umanitaria senza precedenti a > causa del genocidio in corso, che ha provocato una distruzione diffusa delle > infrastrutture, delle case e un massiccio sfollamento delle famiglie, che > vivono in condizioni insostenibili in tende, al freddo o al caldo torrido, in > condizioni igieniche terribili. > La mortalità violenta ha colpito il 56% dei bambini, delle donne e degli > anziani (dato pubblicato sulla rivista The Lancet, febbraio 2026). > I bambini sono stati tra i gruppi più colpiti: migliaia di loro hanno perso > uno o entrambi i genitori. > I dati riportati dal Ministero dello Sviluppo Sociale palestinese ad aprile > 2026 riferiscono di oltre 64˙000 orfani nella Striscia di Gaza, di cui oltre > 55˙000 avrebbero perso entrambi i genitori o il capofamiglia (breadwinner). > Nella cultura palestinese quando la famiglia è monoreddito è quasi sempre il > padre a provvedere al sostentamento economico. > Gli operatori sanitari hanno coniato l’acronimo WCNSF (“Wounded Child, No > Surviving Family”, ovvero “Bambino ferito, senza familiari sopravvissuti”) per > descrivere i bambini che hanno perso l’intera famiglia e che spesso sono > feriti a causa degli stessi bombardamenti in cui hanno perso i familiari; > frequentissime fra i bambini le amputazioni di uno, sino a quattro arti. > Ci sono poi migliaia di bambini non accompagnati che sono stati separati dai > genitori a causa dei continui spostamenti. Spesso vengono registrati negli > ospedali come “sconosciuti” o “bambini soli” in attesa di riconoscimento. > Molti di questi minori sono stati trovati feriti, intrappolati sotto le > macerie. > Gli orfani privi di una rete familiare sono i più vulnerabili alla fame > sistemica, all’assenza di cure e ad ogni forma di protezione (compresi gli > abusi sessuali). > Lo stesso Ministero sottolinea che gli orfani in Palestina, sia in > Cisgiordania che nella Striscia di Gaza, devono affrontare, oltre alla perdita > dei genitori, o di uno dei due, altre difficoltà: il rischio di povertà, > l’abbandono scolastico, l’accesso limitato ai servizi, nonché gravi > conseguenze psicologiche derivanti dalla perdita e dai ripetuti traumi subiti. > Il tessuto sociale e le istituzioni preposte alla tutela dei minori sono stati > in gran parte distrutti, il che significa che i bambini spesso devono fare > affidamento sulla famiglia allargata, sui vicini o su estranei per > sopravvivere. Sovente i bambini orfani vengono accolti dai parenti, magari dai > nonni, che però a loro volta faticano a procurarsi cibo a sufficienza e acqua > potabile, mettendo a dura prova risorse già limitate. > Molti bambini orfani vengono raccolti in centri di accoglienza che sono > sovraffollati e dove spesso vi è una grave carenza di cibo, acqua potabile, > assistenza medica e tende adeguate. Per le strade si vedono molti orfani, > soprattutto ragazzi, che cercano cibo o cercano di trovare, vendere o > scambiare oggetti per procurarsi i beni di prima necessità. Al momento gli > aiuti umanitari disponibili nella striscia sono pochissimi in quanto bloccati > da Israele ai valichi. > > La distribuzione geografica degli orfani nella Striscia di Gaza non è > uniforme, con alcune zone più colpite di altre. > Governatorato di Gaza (Gaza City): È l’area con la più alta concentrazione di > orfani, ospitando circa il 32,7% del totale dei bambini che hanno perso i > genitori. > Gaza Nord: Questa zona segue con un’alta percentuale di orfani (circa il > 22,5%), essendo stata teatro di intensi combattimenti, prima di essere stata > evacuata. > Khan Younis: Il governatorato meridionale ospita circa il 18,3% degli orfani. > Gaza Centrale e Rafah: Queste zone presentano percentuali inferiori rispetto > al nord ma comunque critiche, rispettivamente il 13,2% e l’8,2%. > > Dall’analisi della situazione che evidenzia la mancanza di una rete > strutturata in grado di proteggere i bambini orfani presenti a Gaza sono > emerse le seguenti criticità: > Fame sistemica – Gli orfani, privi di una rete familiare che possa procurare > cibo, affrontano quotidianamente una grave insicurezza alimentare e sono i più > vulnerabili alla fame sistemica. > Sistemi di supporto comunitario in difficoltà – Nonostante gli sforzi delle > organizzazioni locali e internazionali, la risposta umanitaria è gravemente > limitata e migliaia di bambini ricevono aiuti inadeguati o nessun aiuto. > Inoltre la mancanza di luoghi sicuri, la carenza di cibo, acqua e medicinali > rende problematica la creazione di reti di protezione strutturate. > Reti familiari allo stremo – Nella cultura palestinese, la prima linea di > supporto sono i parenti. Tradizionalmente, la famiglia allargata accoglieva > gli orfani, ma l’attuale povertà estrema e la perdita di più membri dello > stesso nucleo rendono spesso non possibile per i parenti sopravvissuti > prendersi cura di altri bambini. > Traumi psicologici estremi – La quasi totalità dei bambini di Gaza necessita > di supporto per la salute mentale. Molti soffrono di disturbi da stress > post-traumatico (PTSD), mutismo selettivo e ansia grave dopo aver assistito > alla morte dei propri genitori. L’impatto sulla salute mentale è enorme: > secondo le stime, quasi tutti i bambini di Gaza necessiterebbero di assistenza > psicologica e sostegno psicosociale. Sono frequenti i sintomi di stress > estremo, quali comportamenti aggressivi, ansia, angoscia, enuresi notturna, > insonnia, desiderio di morire, isolamento, comportamenti dello spettro > autistico, blocco della crescita evolutiva. > Carenza di assistenza medica – L’80% delle strutture sanitarie è danneggiato. > Molti orfani feriti, inclusi quelli che hanno subito amputazioni, non hanno > accesso a riabilitazione o cure adeguate. > Assenza di tutele legali – Il caos degli sfollamenti impedisce spesso > l’identificazione formale dei bambini, rendendo difficile l’inserimento in > programmi di affido o adozione. > > PROGETTO di INTERVENTO > Alla luce di quanto descritto sino ad ora, in relazione al contesto > emergenziale a Gaza e al carattere di immediatezza che richiede la situazione, > il Progetto che qui si propone intende sostenere un Centro di protezione per > gli orfani, già operativo, situato nella zona a Nord di Gaza, che presenta una > grave carenza delle risorse necessarie al suo funzionamento. > Strumenti di analisi utilizzati – L’analisi situazionale è stata fatta in > collaborazione con il Partner in loco e dove necessario integrata con i dati > reperibili su documenti e siti di organizzazioni locali e internazionali > Settore di intervento prevalente – Beneficiari diretti e analisi dei bisogni > del campo bambini orfani nel nord di Gaza. > > Il campo per bambini orfani nella zona nord di Gaza, che questo progetto > intende sostenere, ospita circa 217 bambini orfani di età compresa tra 0 e 18 > anni. In base agli aspetti problematici su delineati, il progetto mira a > fornire un sostegno concreto (cibo, acqua, tende, farmaci, materiale educativo > e ricreativo). > > AREE DI INTERVENTO > > – Alloggio: la maggior parte delle tende o delle abitazioni necessita di > riparazioni, alcune rischiano di crollare e l’elettricità è intermittente. > > – Cibo e acqua: non è garantita la disponibilità quotidiana di pasti nutrienti > e di acqua potabile in quantità sufficiente. > > – Sostegno psicosociale, psicologico ed educativo: i bambini soffrono di > traumi causati dalla perdita dei genitori e da condizioni di vita difficili, > senza poter accedere a servizi di assistenza psicologica o ad attività > ricreative. > > – Educazione: i bambini non sono iscritti a scuole formali e il materiale > didattico e i programmi educativi sono in gran parte assenti. > > – Salute: non vengono effettuati controlli sanitari regolari e le forniture > mediche sono limitate. > > Il progetto è previsto per un periodo di sei mesi, rinnovabile. > > Obiettivi Specifici: > • Fornire pasti nutrienti regolari ai bambini orfani. > • Garantire l’accesso all’acqua potabile pulita all’interno del campo. > • Offrire attività di supporto psicologico e sociale per aiutare i bambini a > elaborare i traumi. > • Fornire cure mediche di base e trattamento per i bambini malati. > • Istituire una tenda educativa temporanea per supportare l’apprendimento e le > attività didattiche. > > Attività del Progetto > 1. Supporto Alimentare – Fornitura di pasti regolari ai bambini che vivono nel > campo. > 2. Fornitura di Acqua Pulita – Approvvigionamento di acqua potabile sicura per > uso quotidiano. > 3. Supporto Psicosociale – Sessioni di gruppo, attività ricreative e programmi > di supporto emotivo. > 4. Supporto Sanitario – Visite regolari effettuate da idoneo personale > sanitario, fornitura di medicinali di base e trattamento per i bambini malati > e, ove possibile, invio dei casi gravi a strutture specializzate. > 5. Tenda Educativa – Allestimento di una tenda per l’apprendimento dotata di > materiali didattici di base e organizzazione di attività educative. > > Risultati Attesi > • Miglioramento delle condizioni nutrizionali per 217 bambini orfani. > • Parziale riduzione dello stress psicologico attraverso attività psicosociali > strutturate. > • Accesso affidabile all’acqua potabile pulita nel campo. > • Garanzia di controlli sanitari e supporto medico essenziale per i bambini > malati. > • Accesso all’istruzione di base e opportunità di apprendimento tramite uno > spazio educativo temporaneo. > > Implementazione e Monitoraggio > Il progetto sarà implementato nel Nord di Gaza dal team del campo umanitario, > con il sostegno di Mosbah Al-Halabi, volontario per il Comitato Un aiuto per > la Palestina e collaboratore dell’Associazione Al Amal di Gaza. > Le attività saranno monitorate regolarmente e documentate tramite rapporti, > foto e aggiornamenti sul campo per garantire trasparenza e rendicontazione nei > confronti del Comitato proponente e di eventuali altri soggetti che aderiscano > e/o sponsor del progetto. > > Budget, valutato insieme ai gazawi coinvolti nell’attuazione del progetto > > CATEGORIA DI SPESA IMPORTO STIMATO (EURO) > Cibo e pasti 9.000 > Fornitura di acqua pulita 3.000 > Attività di supporto psicosociale 3.500 > Cure mediche e medicinali 3.500 > Tenda educativa e materiali 2.500 > Costi operativi e amministrativi 1.500 > Totale 23.000 > > Il Comitato ed il team gazawi continueranno a cercare ulteriori partnerships e > opportunità di finanziamento, sia per attivare il progetto che per mantenere > il supporto ai bambini orfani nel campo ed aumentare i servizi necessari. > > Conclusione > Questo progetto rappresenta una risposta umanitaria urgente a sostegno dei > bambini che hanno perso le loro famiglie durante la guerra a Gaza. Grazie al > generoso supporto dell’organizzazione donatrice, il progetto contribuirà a > restituire dignità, speranza e stabilità ai bambini orfani che vivono in > circostanze estremamente difficili. > > Informazioni sul progetto > Nome del progetto : Supporto per i bambini orfani del nord di Gaza > Donatore : Un aiuto per la Palestina > Team implementatore : Team umanitario Mosbah Al-Halabi > Sede : Nord di Gaza / Campo per bambini orfani (under 18) > Durata : 6 mesi > Numero di beneficiari : 217 bambini orfani > Budget totale : 23.000 euro > > Donazioni: > Satispay > – https://web.satispay.com/download/qrcode/S6Y-SVN–19FF359D-701C-4FB9- > A522-F50008F5E53E?locale=it > Bonifico bancario – Iban IT76A0883301003000000013283; destinatario Un aiuto > per la Palestina; causale Campo orfani Gaza. La Scuola per la pace Torino e Piemonte
July 21, 2026
Pressenza
(Perù) Attivisti della Generazione Z: dall’indignazione all’organizzazione
Determinati a «prendere il toro per le corna», lunedì 20 presso il Congresso della Repubblica, diversi attivisti della Generazione Z (GZ) hanno inaugurato l’organizzazione «Legado Nacional Unido», con l’obiettivo di responsabilizzare i giovani nella vita politica e nelle questioni pubbliche del Paese. Questa iniziativa si aggiunge alle organizzazioni, agli accordi e alle piattaforme che costituiscono il tessuto sociale attuale del Paese e che si sono unite nell’impegno per il bene comune. La cerimonia e la firma dell’Atto Costitutivo dell’organizzazione giovanile «Legado Nacional Unido» si sono svolte nell’Auditorium Alberto Andrade del Congresso della Repubblica e sono state condotte dai membri del Consiglio istituzionale: Yackov Solano, attivista sociale della Generazione Z e del Parlamento dei Giovani; l’attivista politica Flavia Nestares; Josué Ramos, attivista nel settore audiovisivo e membro del Parlamento dei Giovani; nonché Caroline Buitrón, comunicatrice e attivista. PARTECIPAZIONE POLITICA ATTIVA DEI GIOVANI Nel dare il via all’evento, Yackov Solano ha sottolineato che l’organizzazione giovanile «Legado Nacional Unido» nasce in risposta al profondo deterioramento della vita democratica che il Paese sta vivendo negli ultimi anni. «Siamo stati testimoni di una crisi politica caratterizzata dall’erosione delle istituzioni democratiche, dalla promozione di norme che favoriscono l’impunità, dall’indebolimento dello Stato di diritto e dalla crescente polarizzazione e allontanamento dei cittadini dalla politica, in particolare dei giovani. La nostra generazione è cresciuta in un contesto di mobilitazioni sociali, incertezze e ripetute promesse non mantenute. Di fronte a questa realtà, ci impegniamo a trasformare l’indignazione in organizzazione, in una partecipazione politica attiva, responsabile e democratica. Con questa convinzione abbiamo costituito l’Organizzazione Giovanile “Legado Nacional Unido” come piattaforma per formare una nuova generazione di leader impegnati al servizio del Paese e alla costruzione di una democrazia più solida, inclusiva e partecipativa. L’Organizzazione è un movimento sociale e politico composto da giovani provenienti da tutte le regioni del Perù, che credono nella capacità della nostra generazione di promuovere lo sviluppo del Paese attraverso il dialogo, il rispetto per la democrazia e la partecipazione civica, nonché il riconoscimento delle diversità che caratterizzano la nostra nazione». Da parte sua, Josué Ramos ha dichiarato: «Noi giovani spesso diciamo “siamo delusi dalla politica”, ma dobbiamo renderci conto che sono i politici stessi a farci deludere da loro. Dobbiamo migliorare il Paese, e dobbiamo farlo fin da ora, perché noi siamo il futuro, ma anche il presente che plasmeremo non solo per noi stessi, ma anche per i nostri figli e le generazioni future». SOSTEGNO DEI MEMBRI DEL CONGRESSO E DEL CNDDHH I giovani membri dell’organizzazione e i partecipanti all’evento hanno ricevuto il sostegno dell’ex candidato alla presidenza della Repubblica, Mesías Guevara; di Ruth Luque, deputata e senatrice designata; di Ana Aguilar, rappresentante delle popolazioni indigene di Juliaca, Puno; di Diego Pomareda, avvocato costituzionalista; di Germán Vargas, segretario esecutivo della Coordinatrice Nazionale per i Diritti Umani (CNDDHH); e di altri ancora. L’evento si è concluso con la firma di un Atto Costitutivo, sottoscritto sia dai membri del Consiglio sia dagli ex membri del Congresso e dai rappresentanti delle istituzioni che difendono i diritti umani, sociali e politici. «Questo atto costitutivo, questo atto di fondazione, rappresenta un primo passo verso l’istituzionalizzazione dell’organizzazione dei giovani che vogliono lavorare per il Paese, e questo è molto prezioso. Credo che sia innanzitutto la via verso l’istituzionalizzazione. In secondo luogo, non abbiamo paura, impegniamoci nelle questioni pubbliche, nella politica, e costruiamo quel Paese che tanto sogniamo. E un’altra cosa molto importante che avete detto: non possiamo essere neutrali in un Paese in cui viene violata la dignità della persona. Non c’è spazio per la neutralità. Noi prendiamo posizione a favore della vita, a favore della dignità di tutte, di tutte le persone», hanno sottolineato i membri del Congresso a sostegno dell’organizzazione. Redacción Perú
July 21, 2026
Pressenza
Perù: «Non ci arrenderemo finché la modifica alle borse di studio non verrà archiviata»
La lotta per un’istruzione inclusiva continua ad essere portata avanti dagli studenti, dai borsisti e dagli ex borsisti del Programma Nazionale di Borse di Studio (PRONABEC), che stanno ora organizzando una veglia permanente davanti alla sede del Ministero dell’Istruzione, situata nel distretto di San Borja, nella città di Lima. «Non ci arrenderemo, resteremo qui, mentre nel contempo continuiamo il dialogo con la presidente eletta», hanno affermato. Bryan Melgar, rappresentante del Fronte Nazionale dei Borsisti del Perù (FRENABEP), ha rilasciato alcune dichiarazioni a Pressenza durante il picchetto che decine di studenti, borsisti ed ex borsisti del PRONABEC hanno deciso di mantenere, chiedendo che questo governo (o quello entrante) archivi il progetto di modifica del Regolamento della Legge n. 29837, che snatura l’accesso all’istruzione per i giovani di talento ma in condizioni di vulnerabilità economica. «Questo governo ha deciso di ignorare la nostra richiesta, la nostra rivendicazione. Ha emanato una risoluzione ministeriale che proroga la consultazione pubblica di altri 30 giorni; in un certo senso è un risultato, ma è anche un modo per lavarsene le mani e lasciare il problema al prossimo governo. Quello che chiediamo è che questo governo si assuma le proprie responsabilità e, fin da ora, archivi questa risoluzione ministeriale, rendendola nulla», ha dichiarato Melgar in mezzo agli studenti in veglia. Il rappresentante del FRENABEP ha inoltre segnalato che, sebbene il periodo di consultazione pubblica sia stato esteso a 30 giorni, esso non ha avuto un’adeguata diffusione: «L’hanno pubblicato solo sul loro sito ufficiale, non l’hanno nemmeno pubblicato sui social network o su altri mezzi di comunicazione più vicini ai borsisti», limitando così la partecipazione civica delle persone coinvolte nella modifica normativa. EPURAZIONE DEI BORSISTI Attualmente il PRONABEC assiste 60.000 borsisti universitari e 283 di dottorato. Le modifiche che lo Stato peruviano intende apportare al programma di borse di studio sono considerate dagli studenti come una «snaturazione del programma». Pertanto, con la nuova normativa, i borsisti non potrebbero manifestarsi liberamente, poiché correrebbero il rischio di perdere la borsa di studio. Non potrebbero nemmeno ripetere gli anni di corso, né cambiare corso di laurea, e verrebbe loro revocato il sostegno psicologico-emotivo. «Il sistema che gestiscono è troppo rigido e poco attento alla realtà dei giovani e dei borsisti. Ecco di cosa stiamo parlando. C’è qualcosa che stanno gestendo, internamente, che potremmo definire una “epurazione dei borsisti”. Per loro siamo solo una spesa. Da dicembre, con la Beca 18, le borse di studio sono state praticamente tagliate, perché senza soldi non ci sono borse di studio. Di chi è la colpa? Non si è mai saputo. Ma delle 38.000 borse di studio promesse, non sono mai esistite. Da lì hanno persino avviato un processo di snaturamento, la cosiddetta riorganizzazione del Programma Nazionale delle Borse di Studio. Potremmo dire che si tratta di un vero e proprio processo, di un’iniziativa volta a snaturare l’attuale sistema di borse di studio e a trasformarlo in un altro tipo di sistema. Al settore dell’istruzione, a quanto pare, non interessa. Hanno già iniziato, da tempo, a tagliare i bilanci, per miliardi. Per questo ne stanno soffrendo tutte le università pubbliche e private, gli istituti, a livello nazionale. Ciò che stanno causando è semplicemente tagliare i sogni, stroncare l’istruzione del Paese. Modificando l’intera legge sul Programma Nazionale delle Borse di Studio, stanno cambiando i corsi di laurea, i corsi post-laurea, i crediti, l’intero numero di borse di studio esistenti. Stanno cambiando tutto, a loro piacimento, senza una vera consultazione, senza coordinamento con i giovani e con i borsisti”, ha denunciato Bryan Melgar. SOSTEGNO DA PARTE DEGLI STUDENTI E DEI CITTADINI I manifestanti accampati davanti al Ministero dell’Istruzione sottolineano che continueranno la veglia permanente fino a quando non otterranno una risposta dall’attuale governo o da quello entrante, a partire dal prossimo 28 luglio. La richiesta dei borsisti ha ricevuto il sostegno delle federazioni universitarie di Lima e Callao, nonché dell’Università Cattolica e dell’Università Cayetano Heredia. Inoltre, nel caso delle università prive di federazioni, hanno ricevuto il sostegno delle associazioni studentesche, come quelle dell’Università Científica, dell’UPC, dell’Università Ruiz de Montoya e di altre a livello nazionale. Redacción Perú
July 20, 2026
Pressenza
Dalle Marche se ne sono andati oltre 28.000 giovani in sei anni
Dal 2020 al 2026 nelle Marche è scomparsa all’anagrafe una città grande quanto Fabriano.  Ma a parte il centro studi della CISL Marche, non se n’è accorto nessuno. O peggio, chi dovrebbe accorgersene, la cosiddetta ‘classe dirigente’, preferisce costruirsi un’altra narrazione.  Sono due Marche diverse, quelle fotografate da una parte dal rapporto CISL Marche 2025, presentato ad Ancona il 17 luglio, e quelle della kermesse organizzata dal Corriere Adriatico il giorno prima sulla Riviera del Conero.  Qui, al SeeBay Hotel, si è avvicendata ai microfoni tutta l’attuale dirigenza istituzionale ed economica della regione, per parlare di “Destinazione crescita. Infrastrutture, credito, imprese e connessioni per il futuro delle Marche”.  Prima del buffet a bordo piscina, l’idea della crescita della regione può essere ben sintetizzata dall’intervento del fabrianese Francesco Casoli, uno dei più importanti imprenditori delle Marche, con alle spalle un settennato senatoriale con Berlusconi. Chiamato ad intervenire nel panel “Cammini, turismo e percorsi nelle Marche”, rispetto all’idea della ricerca di un nuovo modello economico, basato anche sul turismo di nicchia, ha concluso, tra gli applausi scroscianti della platea, con “Non sottovalutiamo i fricchettoni, perché sono un asset”.   Poi, lontane dal mainstream, ci sono le Marche più reali e sobrie del rapporto del sindacato regionale, fatto di numeri che analizzano tutti i settori della vita quotidiana dei marchigiani.  Andando a guardare i dati della fascia anagrafica (0-34 anni) più lontana da quella platea prevalentemente maschile e gerontocratica convocata dal Corriere Adriatico, emerge un quadro di estremo allarme, che parla del presente; dal quale l’attuale classe dirigente marchigiana è lontana; se, per inazione, non risulta decisamente ostile. Scorrendo il report, al 1° gennaio 2025 nelle Marche risultano residenti 460.415 cittadini di età compresa tra 0 e 34 anni, di cui 58.566 cittadini stranieri residenti (il 12,7% del totale dei giovani residenti). La presenza di quest’ultimi è più elevata nelle fasce adulte, soprattutto 30-34 anni (16,7%) e 25-34 anni (16,3%), mentre è più bassa tra i 6-16 anni (10,4%).  Questo profilo suggerisce che la componente straniera svolge già oggi una funzione di compensazione demografica e occupazionale, soprattutto nelle età più direttamente legate al lavoro e alla formazione familiare. Inoltre, mentre gli stranieri più giovani calano, la fascia 15-29 straniera cresce del 2,6% tra il 2019 e il 2025: è un segnale importante, perché proprio nel segmento che nelle Marche tiene meglio sul totale giovanile, la componente straniera contribuisce alla tenuta. Non è quindi un fenomeno periferico, ma una leva strutturale.  Per quanto riguarda la situazione occupazionale, gli occupati con età compresa tra 15 e 34 anni nelle Marche sono 139.473. Il 19,1% nella fascia d’età 15-24, l’80,9% in quella 25-34. Spicca la differenza tra il 2024 e il 2025, quando è evidente una sensibile riduzione del numero degli occupati, specie nella fascia d’età 15-24 anni. Altro dato interessante è che si registrano 33.876 giovani NEET (non studiano, non lavorano e non frequentano corsi di formazione) in età compresa tra 15-34 anni; il fenomeno è in crescita negli ultimi 2 anni.  Il quadro generale che emerge dal Report è quello di un “peggioramento selettivo” legato alla divergenza tra giovani e popolazione generale. Il mercato del lavoro marchigiano non sembra in una situazione di crisi generale, ma è in atto una segmentazione generazionale crescente, dove i giovani sono appunto la componente più fragile. Per quanto attiene ai livelli di istruzione nel 2024 tra la fascia di età 25-34 anni, il 15,6% aveva un titolo di primaria e secondaria inferiore, il 51,1 %di secondaria superiore, il 33,3% di laurea e post laurea. Rispetto alla media italiana e alle regioni del Centro Italia, spicca il dato che vede le Marche in testa nella percentuale di persone con diploma di tecnico superiore ITS o di titolo di studio terziario di primo livello. Ottima anche la performance relativa alla percentuale di persone che hanno conseguito il titolo di studio Universitario o il Dottorato di ricerca. Significativo il dato degli occupati sovraistruiti laureati, con età tra 25 e 64 anni, che nel 2025 per le Marche è il più elevato della media nazionale, del centro Italia e delle regioni di riferimento.  Nei cicli scolastici, il sistema appare efficiente: bassa incidenza di ripetenze (inferiore alla media nazionale) e buoni livelli di competenze di base (secondo posto dopo l’Umbria). Anche la dispersione precoce nelle scuole medie è contenuta. Tuttavia, emergono segnali contrastanti: nelle scuole superiori il tasso di ripetenza resta significativo (5%); l’uscita precoce dal sistema educativo (9,1%) è superiore alla media del Centro Italia, avvicinandosi al dato nazionale. Questo indica una fragilità nella fascia adolescenziale, dove parte della popolazione studentesca fatica a completare il percorso. Ma il dato clamoroso, quello da ‘allerta rossa’ se usassimo un termine da Protezione Civile, è quello che riguarda i cambi di residenza e il saldo migratorio. Negli ultimi sei anni le Marche hanno perso oltre 28.000 residenti tra 0 e 34 anni (per l’appunto una città delle dimensioni di Fabriano). E secondo le proiezioni demografiche, potrebbero perderne oltre 100.000 entro il 2050, con conseguenti rilevanti sul mercato del lavoro, sulla sostenibilità del welfare e sulla competitività del sistema economico regionale.  Sono numeri che suggeriscono che le Marche non crescono per attrattività interna, ma per dinamiche migratorie internazionali, sulle quali incide una componente di popolazione, appunto quella straniera, che esprime titoli di studio di livello mediamente più basso. Il vero problema marchigiano è la perdita di italiani (soprattutto verso l’estero); il punto critico è ovviamente la “fuga” dei laureati. Il tasso di mobilità dei laureati marchigiani denota una perdita di capitale superiore alla media nazionale e del centro Italia, nonché di Toscana ed Emilia Romagna. La minor presenza di opportunità qualificate di lavoro genera il fenomeno della fuga, che impoverisce il tessuto produttivo generando a sua volta minori future occasioni per i giovani. Il problema centrale riguarda la competitività. Le Marche non trattengono talenti e non competono con mercati esteri. Il rischio strutturale è che nel lungo periodo si verifichi un impoverimento del capitale umano e un rallentamento della crescita economica.  C’è però un’opportunità nascosta: la presenza di stranieri può diventare un asset se integrata e valorizzata. Ma le Marche in questo, dati alla mano e fenomeni di cronaca recenti, così come il resto d’Italia, è una regione in cui le persone straniere, ma anche i nativi di seconda generazione, sono quotidianamente razzializzati. Finora l’intervento della Regione Marche a guida Fratelli d’Italia dal 2020, e quindi responsabile anche dei dati registrati dal rapporto CISL Marche, si è limitato al recente bando con una dotazione iniziale di 500.000 € “per inserimento stabile di competenze qualificate nelle imprese rivolto ai giovani”; il solito ‘aiutino’ alle imprese. Ma non direttamente ai giovani. Per loro le politiche del lavoro sono state delegate ad Amazon, niente politiche per la casa, per la mobilità pubblica, per il diritto allo studio, la salute, l’integrazione; anzi, per quest’ultimo aspetto, la risposta politica ed istituzionale è semplicemente securitaria e poliziesca, con la recente delibera di giunta regionale “Marche sicure”.  Se queste sono le risposte politiche ed istituzionali per invertire il fenomeno del trasferimento in sei anni di oltre 28.000 marchigiani over 34 in altre regioni e all’estero, nelle Marche, nei prossimi anni, non ci verranno, nonostante la proposta dell’imprenditore fabrianese Francesco Casoli, neanche i ‘fricchettoni’; sarebbero esposti sicuramente ad un fermo identificativo di polizia.    Leonardo Animali
July 18, 2026
Pressenza
47 giorni di protesta a Tirana: la voce degli studenti
Ieri sera la Rivoluzione dei Fenicotteri è arrivata al suo quantasettesimo giorno. Il presidio si è via via ingrandito e il corteo che ogni sera segue un diverso itinerario per le vie di Tirana era formato da migliaia e migliaia di persone. Oggi però alcuni giovani hanno inscenato una performance vestiti da neo laureati con il tradizionale copricapo e un mantello nero. Diamo quindi a loro la parola traducendo i loro cartelli. Mi sono laureato: all’Accademia di Polizia, ma la decisione della commissione mi ha bloccato; in Giurisprudenza, ma un raccomandato ha preso il mio posto; in Ingegneria, ma l’amico del ministro ha ottenuto l’incarico al posto mio; come ingegnere forestale, ma le foreste sono diventate resort; in Scienze Politiche, ma la burocrazia mi dava davvero sui nervi; in Finanza, ma devi accettare che 5×4=25 in Sicurezza Informatica, ma le spie del Partito mi sono passate avanti; in Urbanistica, ma le società straniere si sono aggiudicate i progetti; come attore, ma non posso permettermi il costo della vita; in Architettura, ma il figlio del sindaco ha ottenuto l’incarico al mio posto; in Marketing, ma il Primo Ministro ha nominato un altro al mio posto; come insegnante, ma una bustarella ha deciso per me; in Belle Arti, ma il nepotismo mi è stato di ostacolo; come Giornalista, ma la stampa non è libera; in Legge, ma il figlio di un criminale ha ottenuto il posto che sarebbe dovuto spettare a me; in Relazioni Internazionali, ma la posizione è stata presa dalla figlia di un oligarca; in Storia e stiamo scrivendo la Storia proprio ora. Mauro Carlo Zanella
July 17, 2026
Pressenza
La “giusta misura” della propaganda di “la Repubblica” per TELT
Dal sito NoTav.info pubblichiamo il comunicato prodotto dal movimento, in risposta ad un servizio giornalistico de “la Repubblica”, con il quale – nella visita effettuata al cantiere della TELT  – si racconta lo stato dell’arte dei lavori dell”impresa coinvolta nella realizzazione  del progetto sull’Alta  Velocità in quel di Val di Susa[accì]    Confessiamo una certa invidia. Non capita tutti i giorni di vedere un reportage trasformarsi, senza quasi che il lettore se ne accorga, in un opuscolo promozionale. Nell’articolo che Repubblica dedica al cantiere della Torino-Lione a firma Beniamino Pagliaro non manca nulla: gli eroi, la montagna da conquistare, il futuro radioso, i cattivi e perfino la morale finale. Se non fosse per la testata in cima alla pagina, potrebbe tranquillamente essere una pubblicazione di TELT. Il problema non è raccontare un cantiere, è più che legittimo farlo ci mancherebbe. Il problema è farlo cancellando il conflitto che quel cantiere rappresenta da oltre trent’anni e tutte le sue contraddizioni, chiare e alla luce del sole. Entrare nel cantiere «restituisce la giusta misura», scrive il giornalista. Curioso. Fino a quel momento pensavamo che la misura di un’infrastruttura la dessero i dati, i costi, i benefici, gli impatti ambientali e il confronto democratico. Scopriamo invece che basta una visita guidata organizzata da TELT per trovare quella “giusta”. È questo, in fondo, il cuore dell’articolo. Ancora più sorprendente è il passaggio in cui leggiamo che «è l’uomo che chiede spazio alla natura, si fa strada con la forza dell’ingegno». Sembra di leggere un cinegiornale dell’Istituto Luce. L’uomo che piega la montagna. La natura che deve farsi da parte. L’esplosivo come simbolo del progresso. Solo che siamo nel 2026. Mentre le Alpi perdono ghiacciai, le estati diventano ogni anno più torride e gli eventi estremi si susseguono con una frequenza che ormai nessuno può più fingere di non vedere, c’è ancora chi riesce a raccontare cariche di esplosivo che frantumano una montagna come se fossero il trionfo dell’ingegno umano. Peccato che il reportage dimentichi di raccontare anche l’altra faccia della medaglia. Sul versante francese, ad esempio, il cantiere continua a fare i conti con difficoltà ben diverse dalla retorica del progresso: la talpa Viviana ha incontrato problemi geologici che ne hanno rallentato sensibilmente l’avanzamento e in Val Maurienne continuano a emergere preoccupazioni per gli effetti dei lavori sulle risorse idriche. Non sono dettagli: sono parte della storia. Eppure, nell’epopea raccontata da Repubblica, non trovano spazio. L’ingegno sarebbe un’altra cosa. Sarebbe raccontare anche ciò che non funziona. Sarebbe chiedersi se quest’opera serva davvero. Sarebbe avere il coraggio di dire che forse la migliore infrastruttura è quella che non devasta altro territorio quando esiste già una linea ferroviaria internazionale largamente sottoutilizzata. Sarebbe misurare il progresso non in metri di galleria scavati, ma nella capacità di evitare opere inutili. Poi arriva uno dei passaggi più surreali dell’articolo. Ci viene spiegato che il progetto è stato modificato perché «il territorio non era d’accordo (ed è stato ascoltato)». Ascoltato? Il territorio non ha mai chiesto qualche ritocco progettuale. Il territorio ha chiesto l’opzione zero. Ha chiesto di non costruire una nuova linea perché quella esistente ha ancora enormi margini di utilizzo. Dire che il territorio è stato ascoltato perché sono state cambiate alcune parti del progetto è come sostenere che una persona sia stata ascoltata dopo averle risposto: “Ti ho sentito, ma faccio comunque quello che avevo deciso.” C’è poi un altro particolare che colpisce. L’articolo parla di un’opera «realizzata al 30%» e di «50 chilometri già scavati», senza spiegare al lettore che cosa significhino davvero questi numeri. In quella percentuale rientrano anche opere preparatorie e gallerie di servizio, mentre il tunnel di base è ben lontano dall’immagine di un’opera ormai avviata verso il traguardo che il reportage suggerisce. Anche i numeri, quando vengono privati del loro contesto, possono diventare uno strumento di narrazione. Ma il passaggio che più colpisce è forse un altro. Da una parte, quella francese, ci sarebbe stata una protesta “dignitosa”. Dall’altra, quella valsusina, ridotta a “totem politico”, “violenti”, “residui”. Da quando Repubblica distribuisce patenti di dignità ai movimenti sociali?  Chi stabilisce quale protesta è degna e quale no? Un quotidiano dovrebbe raccontare un conflitto, non assegnare pagelle morali a chi dissente. Soprattutto quando quel dissenso dura da oltre trent’anni, ha coinvolto migliaia di persone, amministratori locali, tecnici, ricercatori, comitati e intere comunità. Infine arriva l’argomento che non manca mai: i No Tav usano l’Alta Velocità e poi si lamentano se il treno non raggiunge i 300 chilometri orari. Davvero questo sarebbe il livello del dibattito? Nessuno ha mai contestato l’esistenza dei treni. Nessuno è contrario al progresso. Il movimento No Tav contesta un’opera precisa, per ragioni precise: la sua utilità, il suo impatto ambientale, il suo costo economico e il fatto che esista già una linea ferroviaria internazionale ampiamente sottoutilizzata. Ridurre tutto a una caricatura serve soltanto a evitare il confronto nel merito. È una vecchia tecnica di delegittimazione: invece di discutere gli argomenti, si costruisce uno stereotipo dell’avversario e lo si prende in giro. Per oltre trent’anni il movimento No Tav è stato accusato di fare propaganda, poi si legge un articolo come questo e diventa difficile capire dove finisca il giornalismo e dove cominci la comunicazione di una grande opera. Un quotidiano nazionale dovrebbe raccon tare anche ciò che disturba il racconto ufficiale: i dati che non tornano, le criticità ambientali, le ragioni del dissenso, i dubbi sull’utilità dell’opera. I soldi che non ci sono e che l’Europa non darà mai. Quando tutto questo scompare e rimane soltanto un’epica del cemento, della montagna da conquistare e del futuro già scritto, non siamo più davanti a un reportage. Siamo davanti a un’operazione di costruzione del consenso. Ed è questo l’aspetto più inquietante dell’intera vicenda. Contenti voi! Redazione Torino
July 15, 2026
Pressenza
La storia dell’archivio del G8. Che non si trova a Genova ma a Bologna, accolto dal Vag61
Lo spazio autogestito nel quartiere Cirenaica ha salvato l’immenso archivio del controvertice del 2001, che ha dovuto cambiare Regione per il disinteresse delle istituzioni. Centinaia di documenti, fotografie e video, fondamentali anche nei processi, sono custoditi dal febbraio 2021 nel Centro doc intitolato a Francesco Lorusso e Carlo Giuliani. Non è un semplice magazzino ma un luogo che incrocia il lavoro storico, la ricerca e la costruzione del conflitto_ “Non sono passati due anni dal G8 di Genova ma venticinque. Ci sono stati dei processi che hanno accertato una verità, per quanto parziale, che fa parte della nostra storia. E questa storia ci dice che Genova non ha voluto accogliere l’archivio del G8 che ora si trova a Bologna”. Per più di dieci anni il documentarista Carlo Bachschmidt ha raccolto insieme ai volontari della Segreteria legale del Genoa social forum articoli, documenti e testimonianze utili alla difesa dei manifestanti coinvolti nei processi sulle giornate di luglio 2001: 310 faldoni contenenti gli atti dei processi -quello contro i manifestanti accusati di devastazione e saccheggio, quelli per i fatti della scuola Diaz e della caserma di Bolzaneto- una rassegna stampa composta da 6.275 articoli di giornale e ore e ore di materiale audiovisivo. Un patrimonio enorme che, terminati i processi e dopo i tentativi falliti con il Comune e l’Università di trovargli una sistemazione, nel 2021 è stato trasferito a Bologna. Oggi la memoria di Genova è custodita tra gli scaffali del Vag61, da più di vent’anni un riferimento della cultura indipendente bolognese. Nel cuore del quartiere Cirenaica, in quella stessa via Paolo Fabbri che Francesco Guccini cantava negli anni Settanta, il Vag61 porta avanti progetti di cooperazione sociale guidati dai principi del mutualismo e dell’autogestione. Ha ospitato eventi in collaborazione con Mediterranean saving humans, ha dato vita al portale di informazione Zeroincondotta e ha creato il Centro di documentazione dei movimenti Lorusso-Giuliani, dove cinque anni fa sono confluiti i materiali relativi a Genova. “Il Centro doc esiste dal 2004 e lo abbiamo dedicato a due ragazzi entrambi uccisi in manifestazioni di piazza”, spiega Valerio Monteventi, attivista del Vag61 e volto storico della militanza bolognese. “Francesco Lorusso è stato ucciso da un carabiniere durante una manifestazione studentesca a Bologna, nel 1977, Carlo Giuliani durante il controvertice di Genova nel 2001. Seppur siano due momenti distanti tra loro, c’è una continuità nelle forme e nei contenuti di quelle lotte. Io -continua Monteventi, con la lucidità di chi ha vissuto le stagioni più calde dell’Italia repubblicana- ero un adolescente nel 1968, un ragazzo nel 1977 e un uomo nel 2001. Chi come me è stato testimone di quei momenti non era soddisfatto del modo in cui i media raccontavano le proteste, con descrizioni banali e strumentali. Così abbiamo iniziato a raccogliere volantini, fanzine, riviste pubblicate dalla fine degli anni Sessanta in poi, per restituire la ricchezza culturale di quegli anni”. Da questa raccolta, iniziata casa per casa, è nato il Centro doc, “che non è un archivio -specifica Monteventi- perché non è stato pensato come un museo della resistenza movimentista ma come una struttura viva, dove la trasmissione della memoria serva a rafforzare il presente. Dopo tutti questi anni -conclude- sono ancora convinto che si possa fare politica senza avere un partito alle spalle”. A ricostruire il viaggio delle testimonianze di Genova, prima del loro arrivo al Vag, è Nicola Pezzi che ogni martedì sera si ritrova insieme ai volontari e ai tirocinanti dell’Università di Bologna per continuare la digitalizzazione avviata dalla Segreteria legale. “Siamo stati contattati da Bachschmidt in pieno lockdown -racconta Pezzi con alle spalle una parte dei 300 faldoni blu che contengono le copie degli atti processuali-. Ci conosciamo perché qui ogni anno ospitiamo iniziative su Genova. Dopo la chiusura dei processi, nel 2012, l’attenzione era calata e lui era rimasto solo ad occuparsi dell’archivio. Ha continuato per qualche anno ma quando il contratto di locazione dell’ufficio è scaduto, si è rivolto alle istituzioni genovesi. Di fronte al loro disinteresse, su consiglio di Heidi Giuliani, che ci aveva affidato la documentazione relativa all’uccisione del figlio Carlo, si è rivolto a noi. Così nel febbraio del 2021 siamo andati a prelevare il materiale a Genova”. Nei faldoni c’è il lavoro di avvocati e volontari che negli anni hanno analizzato migliaia di video, fotografie e comunicazioni radio per prepararsi alle udienze dei processi. Il G8 di Genova, infatti, è stata la prima grande manifestazione in Italia ad essere ripresa da ogni lato e questo ha prodotto una quantità sterminata di materiale che è stata utilizzato, prima, per identificare parte dei manifestanti e accusarli di aver “devastato” la città; dopo, per smentire le ricostruzioni ufficiali e dimostrare l’uso ingiustificato e sproporzionato della forza da parte delle autorità. Questo ha reso possibile anche l’accertamento giudiziario dei pestaggi nella scuola Diaz e delle violenze avvenute nella caserma di Bolzaneto. “La scannerizzazione degli atti dei processi è un lavoro lungo ma necessario -continua Pezzi-. Su internet mettiamo solo gli indici perché ci teniamo al rapporto con le persone. Genova ci permette di fare dei ragionamenti sul presente e questo è il senso di un archivio militante. Tutto quello che conserviamo qua è una base per le lotte attuali”. Il movimento del Sessantotto, quello del Settantasette, il processo del 7 aprile 1979 contro i vertici dell’Autonomia operaia, il fondo del poeta Roberto Roversi e la stagione dei Social forum conclusasi con Genova: il patrimonio custodito tra le pareti del Vag61 è immenso e attraversa mezzo secolo di storia. “Dal 2021 sono passati da qui 94 studenti, anche dall’estero. Ne sono venuti fuori -racconta Pezzi con orgoglio- molti lavori di tesi. Abbiamo ospitato una compagnia teatrale francese, fatto laboratori con le scuole e siamo finiti in un podcast sul ventennale di Genova”. Tante soddisfazioni che, però, non hanno destato grande attenzione a livello istituzionale. “Nel 2015 la Soprintendenza dei beni archivistici dell’Emilia-Romagna, che è un organo di Stato, ha riconosciuto il valore storico dell’archivio ma è un atto puramente simbolico. Dal Comune di Bologna non è arrivato nulla”. Nemmeno quando si è arricchito del materiale arrivato da Genova. Anche Carlo Bachschmidt, che negli anni si è interfacciato più volte con le autorità del capoluogo ligure, si è interrogato su questo silenzio: “Io non cercavo un semplice magazzino dove lasciare il materiale -spiega- ma un soggetto che finanziasse un lavoro storico. Se questo progetto dell’archivio non è andato in porto è perché, da una parte, noi del movimento non abbiamo trovato una sintesi delle nostre posizioni; dall’altra però il Comune ha lasciato cadere la questione. In realtà l’allora direttrice dell’archivio di Genova si era interessata ma il problema non era tecnico, bensì politico: una volontà dell’amministrazione non di rifiutare il progetto ma di disinteressarsene. A quel punto, dopo anni, ero stanco di ribadire che quello era un pezzo della storia di Genova. Così mi sono rivolto ai bolognesi”. una delle tavole del fumetto di Christian Mirra Quel lavoro di memoria, oggi, lo porta avanti il Vag61, nella convinzione che i temi delle piazze di Genova siano ancora attuali: la privatizzazione della sanità, la precarietà lavorativa, la denuncia di un mondo in cui le merci circolano liberamente mentre si innalzano muri contro le persone. Gestito interamente dal basso, il fondo “Lorusso-Giuliani” permette di studiare i fatti di Genova a partire dalla verità scritta delle sentenze, e interrogarsi su ciò che di questa verità rimane fuori. L’archivio custodisce anche la documentazione relativa all’omicidio di Carlo Giuliani, avvenuto il 20 luglio 2001, per il quale non c’è mai stato nessun processo. “L’accusa è stata archiviata -spiega Monteventi- perché il carabiniere che sparò, Mario Placanica, fu prosciolto per legittima difesa e uso legittimo delle armi. Allo stesso modo, il collega che nel 1977 uccise Francesco Lorusso, fu protetto dalla Legge Reale del 1975. Oggi questa legge è ancora in vigore, anzi è stata inasprita dall’ultimo “Decreto sicurezza”. Il problema è che lo Stato, a prescindere dai governi, continua ad affrontare la conflittualità sociale con una logica emergenziale e del nemico, sia esso un militante o un migrante”. altreconomia
July 15, 2026
Pressenza
L’Italia delle professioni invecchia e i giovani pagano il conto
In cinquant’anni l’età mediana della popolazione è salita da 33 a 49 anni, i giovani si sono dimezzati e gli over 65 sono raddoppiati. Questo squilibrio demografico si riflette direttamente sulla libera professione: meno ingressi, più pensionamenti, percorsi più lenti. Le nuove generazioni faticano a entrare, mentre la platea dei professionisti si sposta verso età sempre più mature, ampliando la distanza tra giovani e senior lungo tutto il ciclo di vita. È quanto emerge dal rapporto “Generazioni a confronto tra demografia e redditi”, realizzato dall’Osservatorio di Confprofessioni e curato da Ludovica Zichichi, Camilla Lombardi e Alessia Negrini. La ricerca rivela che nel 2025 i lavoratori dipendenti under 35 rappresentano il 24% del totale, mentre tra i liberi professionisti scendono al 16% e tra gli altri indipendenti al 15%. L’età mediana dei professionisti raggiunge i 50 anni tra gli uomini e 46 tra le donne che, pur essendo mediamente più giovani, stanno rapidamente convergendo verso le fasce più mature. Il lavoro dipendente mantiene una struttura più equilibrata grazie a canali di ingresso più standardizzati, mentre la libera professione richiede tempi di avviamento più lunghi, stabilità economica iniziale e reti consolidate, condizioni che favoriscono le generazioni più mature e rendono più selettivo l’ingresso dei giovani. Il rapporto tra under 35 e over 55 evidenzia un ricambio generazionale già debole nel 2015 e ulteriormente peggiorato nel 2025. Tra gli uomini la presenza dei giovani resta strutturalmente bassa; tra le donne il vantaggio iniziale si riduce fino a scendere, a partire dal 2022, sotto la soglia della parità. “Nel lavoro dipendente, si legge nel Rapporto, si osserva un processo di invecchiamento contenuto e relativamente uniforme, che riflette comunque il più ampio cambiamento della struttura demografica della popolazione. L’età mediana passa da 44 anni nel 2015 a 46 anni nel 2025, con differenze di genere limitate: uomini e donne partono da un livello simile e presentano nel 2025 uno scarto ridotto, con le donne leggermente più mature. Anche il rapporto giovani/maturi diminuisce nel tempo, coerentemente con l’invecchiamento generale, ma resta su livelli prossimi alla parità per entrambi i sessi e mostra differenze di genere contenute. Il comparto mantiene, quindi, una struttura per età relativamente bilanciata. Il quadro muta significativamente nel lavoro indipendente e in particolare tra i liberi professionisti. L’età mediana risulta più elevata e differenziata per sesso: nel 2025 raggiunge i 50 anni tra gli uomini e i 46 tra le donne. Tale divario riflette una diversa stratificazione temporale dell’ingresso nella professione, con una componente femminile mediamente più giovane in quanto più recentemente inserita. Guardando al rapporto tra giovani e maturi, il quadro appare ancora più chiaro. Tra i liberi professionisti il ricambio è già debole nel 2015 e peggiora nel 2025, con un numero di giovani nettamente inferiore a quello dei lavoratori più maturi.” Parallelamente all’invecchiamento degli occupati, cambia la distribuzione dei redditi lungo il ciclo di vita. Se nel 1987 i giovani tra 25 e 34 anni percepivano redditi pari al 97% della media complessiva, nel 2022 scendono al 78%: quasi 20 punti percentuali di reddito persi in 35 anni. La tradizionale curva “a campana” si abbassa nelle età iniziali e si sposta in avanti nelle fasi centrali, segnalando una maturità economica più tardiva e un avvio professionale più ripido. Nel lavoro indipendente le differenze sono ancora più marcate: alla fine degli anni ’80 i giovani autonomi guadagnavano il 20% in più dei senior, mentre nel 2022 guadagnano il 16% in meno. L’analisi evidenzia un divario generazionale persistente: i giovani restano stabilmente sotto la fascia mid‑career (35–54 anni), i senior sopra, con una distanza che nel lavoro autonomo continua ad ampliarsi. Le nuove generazioni faticano a entrare nella libera professione, le opportunità di progressione economica sono più lente, i redditi iniziali più bassi e la distanza dai senior tende ad ampliarsi soprattutto dopo la crisi del 2008, che ha colpito in modo asimmetrico le generazioni più giovani, prive di posizioni consolidate. Le differenze di genere si intrecciano con quelle generazionali, con le giovani donne che mostrano divari leggermente inferiori rispetto ai giovani uomini, ma solo perché l’intera distribuzione dei redditi femminili è più compressa. Non è un vantaggio, bensì un segnale di fragilità strutturale. “Le pari opportunità non rappresentano un semplice vessillo da esibire”, ha sottolineato Raffaele Loprete, delegato di Confprofessioni a Giovani, Pari opportunità e Politiche Gender Gap. “Sono un principio di governo, una leva di politica economica, una responsabilità verso la comunità nazionale. Un Paese che valorizza il merito, che offre ai giovani le condizioni per costruire il proprio futuro e che consente alle donne di esprimere pienamente il proprio talento è un Paese che cresce, innova e si rafforza. In definitiva, è un Paese migliore”. E Giulia Maddalena, coordinatrice della Consulta Giovani di Confprofessioni, ha aggiunto: “Partendo da questi dati, la Consulta avvierà nelle prossime settimane, in collaborazione con l’Osservatorio delle Libere Professioni, una ricerca dal titolo <Il lavoro che vorrei>, rivolta a laureandi e neo laureati, con l’obiettivo di capire quali caratteristiche del lavoro orientino le scelte delle nuove generazioni. Siamo convinti che questo sia il punto di partenza necessario per formulare proposte concrete: servono azioni mirate a ridurre i divari generazionali e di genere, per non perdere una generazione di nuovi liberi professionisti”. Qui il Rapporto: https://confprofessioni.eu/wp-content/uploads/2026/07/Generazioni-a-confronto-tra-demografia-e-redditi_7-luglio-2026-2.pdf Giovanni Caprio
July 15, 2026
Pressenza
Palestina in Sardegna: al via la decima edizione
Il 17 e il 18 luglio, al Lazzaretto di Sant’Elia a Cagliari, due giornate dense di appuntamenti e incontri per far conoscere alla popolazione sarda una parte della cultura palestinese e, allo stesso tempo, promuovere un confronto con le espressioni artistiche e culturali della Sardegna. CAGLIARI, 10 luglio 2026 – Ritorna Palestina in Sardegna, rassegna organizzata dall’Associazione Culturale Amicizia Sardegna Palestina ODV con il patrocinio del Comune di Cagliari. Giunta alla X edizione, il 17 e 18 luglio, nello spazio del Lazzaretto in via dei Navigatori n.1 a Cagliari, due giornate dense di appuntamenti e incontri per far conoscere alla popolazione sarda una parte della cultura palestinese e, allo stesso tempo, promuovere un confronto con le espressioni artistiche e culturali della Sardegna. Quest’anno due ospiti d’eccezione: Yousri Alghoul, scrittore, saggista e attivista culturale palestinese, nato nel 1980 nel campo profughi di Al-Shati a Gaza City, laureatosi all’Università di al‑Azhar di Gaza, sopravvissuto al genocidio e Samih Almadhoun, giovane musicista di Gaza, di recente uscito dalla Striscia, studente del Conservatorio che per la prima volta si esibirà a Cagliari. “Anche in questa decima edizione gli obiettivi della rassegna sono quelli di far conoscere alla popolazione sarda una parte della cultura araba, palestinese nello specifico – spiega Fawzi Ismail, presidente dell’Associazione-. Nelle due giornate si terrà una breve rassegna letteraria con presentazione di testi di autori arabi e di scrittori e saggisti che hanno scritto sulla Palestina e sul Medio Oriente, un’anteprima della proiezione di un film del cinema arabo palestinese, uno spettacolo di teatro e un concerto musicale con artisti locali. Vogliamo approfondire alcuni temi della letteratura e del cinema palestinese, che in questo momento storico ci ricordano, con la forza delle testimonianze in prima persona di autori e registi, di cui alcuni scampati al massacro, cosa significhi vivere a Gaza, con un genocidio in corso, sotto l’offensiva coloniale di Israele: la rassegna è un’occasione per riflettere su cosa stia accadendo impedendoci così di distogliere lo sguardo in segno di solidarietà e supporto al popolo palestinese”. Il programma delle due giornate Si parte Venerdì 17 luglio 2026, alle ore 18.30, con l’introduzione alla rassegna con Fawzi Ismail e la presentazione del libro Hanno ucciso habibi, di Shrouq Aila,  a cura di Ibtissam Jayed. Shrouq Aila, giornalista pluripremiata, ci racconta cosa vuol dire vivere ancora a Gaza attraverso la sua storia, quella di una donna che cerca di crescere una figlia da sola, nella morsa della carestia e sotto il fuoco degli incessanti bombardamenti israeliani. Hanno ucciso habibi è anche la testimonianza della resilienza umana e del coraggio di un popolo la cui determinazione a ricostruire il proprio futuro sulle macerie rimane incrollabile. Le letture di brani scelti sono a cura Guido Cadoni.  Alle 19.30 presentazione del libro La Rosa di Gaza, incontro con uno degli autori, Luca Crastolla che dialoga con Aldo Nicosia, scrittore e docente di Lingua e Letteratura Araba presso l’Università di Bari e inoltre membro della giuria al Festival del Cinema Africano di Verona e all’International Festival of Documentary di Khourigba, in Marocco. Il volume dà voce a dieci donne palestinesi – studentesse, professioniste, madri – che narrano dall’interno l’esperienza quotidiana dell’assedio, della guerra e della sopravvivenza. A seguire, la presentazione del libro Nel dolore di Gaza alla presenza dell’autore Yousri Alghoul che dialoga con Claudia Ortu, docente di lingua inglese all’università di Cagliari.  Il libro, scritto durante una delle fasi più violente e distruttive dell’offensiva coloniale contro la popolazione palestinese della Striscia, non si presenta come un diario né come una cronaca ordinata degli eventi, ma come un insieme di testimonianze che nascono dall’esperienza vissuta e la trasformano in parola e immagine. Chiude la serata alle 21.30 la proiezione del film To a Land Unknown di Mahdi Fleifel, regista danese-palestinese diplomatosi nel 2009 presso la National Film & TV School del Regno Unito. Il film, dopo la presentazione nella Quinzaine a Cannes, ha collezionato 30 premi internazionali girando 150 festival in 60 paesi diversi. Ha ricevuto attestazioni di stima da personalità come Ken Loach, e lodi per come descrive in maniera schietta e diretta la condizione esistenziale di individui che si trovano a veder vacillare la loro stessa identità, sospesi in un limbo senza patria e senza destinazione conosciuta Sabato 18 luglio aprirà la rassegna, alle ore 18.30, la presentazione del dossier “Soffocare la macchina bellica”  a cura dei Giovani Palestinesi d’Italia. A seguire, la presentazione del libro Il segreto dell’olio e della spada, di Walid Daqqa a cura di  Aldo Nicosia che dialoga con Omar Suboh. Il volume riunisce due racconti, scritti in carcere dal martire palestinese Walid Daqqa (1961-2024): Il segreto dell’olio, 2018 e Il segreto della spada, 2021. I segreti contenuti nell’olio e nella spada diventano chiavi per la conoscenza delle radici culturali e dell’identità, da trasmettere alle nuove generazioni. Con i due racconti, Daqqa esprime la creatività di una fiction che mima la vita, e viceversa, ed afferma così la resistenza palestinese all’occupazione e al genocidio in corso. Alle 20 va in scena il monologo teatrale liberamente tratto dal libro Su Pessotimista di M. Bakri con Guido Cadoni, giornalista e conduttore televisivo. Su Pessotimista è la traduzione in sardo campidanese realizzata da Michele Zurru, con la supervisione di Wasim Dahmash, saggista, docente e traduttore dall’arabo all’italiano, del monologo teatrale al-Mutasha’il di Mohammad Bakri, a sua volta ispirato al celebre personaggio creato dallo scrittore palestinese Emil Habibi nel romanzo Il pessotimista. In questo monologo dissacrante e beffardo, il pessottimista racconta le strane avventure che lo hanno portato a vivere come quei palestinesi invisibili, rimasti in Palestina, che fingono di essere docili e ingenui, passano la vita a sopportare e a barcamenarsi, ma alla fine dovranno fare i conti con la ribellione dei figli. Come tutti gli anni, sarà possibile, con una sottoscrizione di 15 euro, (prenotazione whatsapp entro il 16 luglio al numero 333 260 2120) partecipare alla cena degustazione palestinese accompagnati dalla ISLA SOUND Dj Set & SISTA NAMELY e note di Gaza con l’Oud di Samih Al Madhoun. Chiude la rassegna il concerto di Dr.Drer & Crc Posse che presentano il nuovo disco “Fogu”, metafora del fuoco per rappresentare l’energia di cui ha bisogno la Sardegna per risollervarsi. La rassegna è patrocinata dal Comune di Cagliari; la Direzione artistica musicale è di Fabrizio Lai. Redazione Sardigna
July 14, 2026
Pressenza