
Al fianco dei nostri figli nel percorso a ostacoli della transizione di genere
Pressenza - Thursday, May 21, 2026“La transizione di genere è sempre un percorso a ostacoli, ma tutti possiamo contribuire a renderlo meno doloroso: dalla famiglia alle istituzioni. E invece oggi questo governo manifesta l’intenzione di mettersi ulteriormente di traverso”. A parlare è Giulia (nome di fantasia), madre di un ragazzo di 17 anni (che chiameremo Massimo): non si è sentita di partecipare alla mostra “Ritratto di famiglie” realizzata da Agedo Milano, l’associazione di cui anche lei fa parte, ma ci tiene a portare la sua testimonianza.
Ci racconti di suo figlio, che sta compiendo la transizione dal genere femminile a quello maschile.
È nato con identità femminile. Fin da quando era piccolo, voleva i capelli corti e indossava sempre pantaloni, detestava il rosa e prediligeva giochi e sport “maschili”. Manifestava disagio quando stava in gruppi femminili, ma non era pienamente accettato neppure in quelli maschili. Questo ha comportato un crescente isolamento.
Pensa sia stato oggetto di bullismo?
Non credo, se non vogliamo considerare l’esclusione una forma di bullismo. O almeno non ce ne ha mai parlato. Di sicuro aveva difficoltà a fare amicizia, si sentiva sempre fuori luogo.
Voi genitori vi siete resi conto di questo suo disagio?
Sì e no. Diciamo che non abbiamo saputo interpretare correttamente certi segnali e di questo mi sento responsabile. La situazione è andata via via peggiorando nella preadolescenza. Abbiamo provato a mandarlo da una psicoterapeuta, ma non si è rivelata la persona giusta. In occasione di un paio di vacanze di gruppo con coetanei per motivi di studio o sportivi mio figlio ha però probabilmente maturato una maggiore consapevolezza. Quando aveva 13 anni, ha iniziato a buttare lì frasi tipo: ‘Penso che potrei innamorarmi di una ragazza, ma anche di un ragazzo o di una persona trans”, e io invece di cogliere il messaggio gli rispondevo: ‘L’importante è che sia una brava persona’. Poi ha chiesto a me e a suo padre di uscire una sera a cena solo noi tre, senza il fratello più piccolo. Abbiamo provato a organizzare, ma non era il luogo adatto ed è passato del tempo.
E poi cosa è successo?
Un sabato mattina non trovavo Massimo in casa, lo chiamavo e non rispondeva. Stavo mettendo le scarpe per uscire a cercarlo quando il mio figlio minore è venuto a dirmi che era chiuso in bagno e piangeva. L’abbiamo trovato seduto in terra in preda a una crisi di panico: singhiozzava talmente forte da non riuscire a parlare e quasi a respirare, non voleva essere toccato. Eravamo tutti sconvolti e spaventati, incapaci di aiutarlo. Siamo rimasti a lungo seduti per terra accanto a lui nel bagno. Poi finalmente ho capito: gli ho toccato una spalla e gli ho mormorato: ‘Tu vuoi dirci chi sei’. Un’ora dopo abbiamo letto la sua lettera, in cui ci confessava tutta la sua frustrazione e sofferenza. Scriveva di disforia, quando guardava nello specchio un corpo in cui non si riconosceva. E di euforia, quando qualcuno per strada si rivolgeva a lui al maschile pensando fosse un ragazzo.
Come si è sentita?
Soprattutto colpevole per non aver saputo cogliere i messaggi che mio figlio continuava a mandarci. Ho capito di aver bisogno di sostegno e mi sono rivolta ad Agedo. Con il suo aiuto Massimo ha iniziato un percorso di psicoterapia mirata con una professionista esperta su identità e affermazione di genere. Nel frattempo abbiamo aperto la strada per parlarne con la famiglia allargata e con gli amici.
Come hanno reagito?
I familiari bene: tutti hanno espresso solidarietà e l’augurio di serenità e benessere. Tra gli amici abbiamo avuto qualche sorpresa sia in positivo che in negativo. Con alcuni abbiamo interrotto i rapporti: un atteggiamento giudicante o poco comprensivo non è compatibile con l’amicizia. Anche nella scuola superiore alla fine del primo anno Massimo ha fatto il suo ‘coming out’ con i compagni e i professori, che hanno accettato di usare il suo nome maschile d’elezione. Purtroppo non ha potuto avere accesso alla “carriera alias”[1] (secondo la dirigente non era ‘necessaria’), e questo ha comportato il fatto che ogni supplente facesse per esempio l’appello con il vecchio nome. Anche quando è passato dal biennio al triennio i docenti non sono stati informati e questo ha comportato situazioni difficili”.
È in discussione in Parlamento una legge restrittiva sulla transizione di genere.
Il Ddl 2575 (Disposizioni per l’appropriatezza prescrittiva e il corretto utilizzo dei farmaci per la disforia di genere) è attualmente in esame alla Camera. Il testo stabilisce regole più rigide e stringenti per la prescrizione dei farmaci e ormoni che sospendono la pubertà nei minori, sollevando diverse critiche da parte delle società scientifiche. Per noi non cambia molto, dato che tra sei mesi Massimo compirà 18 anni, ma per tanti altri ragazzi e ragazze è un’ulteriore fonte di sofferenza: veder emergere caratteristiche sempre più evidenti in un corpo che già non riconosci come tuo è un dolore grande. E tutto questo solo a causa di pregiudizi ideologici di persone che non hanno mai davvero parlato con una persona transgender né hanno approfondito l’argomento. Una vera ingiustizia”.
Anche nelle scuole il tema ‘gender’ è bandito.
Proprio così. Anche i dirigenti e i docenti più illuminati temono di incorrere nelle ire del ministero, schierato con le posizioni reazionarie del movimento Pro vita. Questo non fa che aumentare la confusione nei bambini e ragazzi che si interrogano sulla propria identità sessuale e di genere. Si sentono ancora più ‘sbagliati’ e persino colpevoli, imprigionati in un corpo che sentono estraneo. Per fortuna oggi ci sono personaggi pubblici transgender che non hanno paura di mostrarsi: artisti, musicisti, sportivi, anche politici. Speriamo che quella legge oscurantista non passi e che la società civile apra gli occhi su persone che hanno diritto al rispetto e al riconoscimento. Proprio per questo sono importanti eventi come la mostra Ritratto di famiglie, che diventerà itinerante. Consiglio a tutti di non perdersela.
[1] La carriera alias è un profilo amministrativo, temporaneo e confidenziale che consente alle persone transgender di utilizzare un nome di elezione (e il pronome corrispondente) diverso da quello anagrafico all’interno di un’istituzione — come università, scuole o luoghi di lavoro — senza attendere l’iter di rettifica legale. Il suo scopo principale è tutelare la privacy, prevenire il disagio psicologico e garantire il diritto allo studio e al lavoro in un ambiente inclusivo.