Al fianco dei nostri figli nel percorso a ostacoli della transizione di genere
“La transizione di genere è sempre un percorso a ostacoli, ma tutti possiamo
contribuire a renderlo meno doloroso: dalla famiglia alle istituzioni. E invece
oggi questo governo manifesta l’intenzione di mettersi ulteriormente di
traverso”. A parlare è Giulia (nome di fantasia), madre di un ragazzo di 17 anni
(che chiameremo Massimo): non si è sentita di partecipare alla mostra “Ritratto
di famiglie” realizzata da Agedo Milano, l’associazione di cui anche lei fa
parte, ma ci tiene a portare la sua testimonianza.
Ci racconti di suo figlio, che sta compiendo la transizione dal genere femminile
a quello maschile.
È nato con identità femminile. Fin da quando era piccolo, voleva i capelli corti
e indossava sempre pantaloni, detestava il rosa e prediligeva giochi e sport
“maschili”. Manifestava disagio quando stava in gruppi femminili, ma non era
pienamente accettato neppure in quelli maschili. Questo ha comportato un
crescente isolamento.
Pensa sia stato oggetto di bullismo?
Non credo, se non vogliamo considerare l’esclusione una forma di bullismo. O
almeno non ce ne ha mai parlato. Di sicuro aveva difficoltà a fare amicizia, si
sentiva sempre fuori luogo.
Voi genitori vi siete resi conto di questo suo disagio?
Sì e no. Diciamo che non abbiamo saputo interpretare correttamente certi segnali
e di questo mi sento responsabile. La situazione è andata via via peggiorando
nella preadolescenza. Abbiamo provato a mandarlo da una psicoterapeuta, ma non
si è rivelata la persona giusta. In occasione di un paio di vacanze di gruppo
con coetanei per motivi di studio o sportivi mio figlio ha però probabilmente
maturato una maggiore consapevolezza. Quando aveva 13 anni, ha iniziato a
buttare lì frasi tipo: ‘Penso che potrei innamorarmi di una ragazza, ma anche di
un ragazzo o di una persona trans”, e io invece di cogliere il messaggio gli
rispondevo: ‘L’importante è che sia una brava persona’. Poi ha chiesto a me e a
suo padre di uscire una sera a cena solo noi tre, senza il fratello più piccolo.
Abbiamo provato a organizzare, ma non era il luogo adatto ed è passato del
tempo.
E poi cosa è successo?
Un sabato mattina non trovavo Massimo in casa, lo chiamavo e non rispondeva.
Stavo mettendo le scarpe per uscire a cercarlo quando il mio figlio minore è
venuto a dirmi che era chiuso in bagno e piangeva. L’abbiamo trovato seduto in
terra in preda a una crisi di panico: singhiozzava talmente forte da non
riuscire a parlare e quasi a respirare, non voleva essere toccato. Eravamo tutti
sconvolti e spaventati, incapaci di aiutarlo. Siamo rimasti a lungo seduti per
terra accanto a lui nel bagno. Poi finalmente ho capito: gli ho toccato una
spalla e gli ho mormorato: ‘Tu vuoi dirci chi sei’. Un’ora dopo abbiamo letto la
sua lettera, in cui ci confessava tutta la sua frustrazione e sofferenza.
Scriveva di disforia, quando guardava nello specchio un corpo in cui non si
riconosceva. E di euforia, quando qualcuno per strada si rivolgeva a lui al
maschile pensando fosse un ragazzo.
Come si è sentita?
Soprattutto colpevole per non aver saputo cogliere i messaggi che mio figlio
continuava a mandarci. Ho capito di aver bisogno di sostegno e mi sono rivolta
ad Agedo. Con il suo aiuto Massimo ha iniziato un percorso di psicoterapia
mirata con una professionista esperta su identità e affermazione di genere. Nel
frattempo abbiamo aperto la strada per parlarne con la famiglia allargata e con
gli amici.
Come hanno reagito?
I familiari bene: tutti hanno espresso solidarietà e l’augurio di serenità e
benessere. Tra gli amici abbiamo avuto qualche sorpresa sia in positivo che in
negativo. Con alcuni abbiamo interrotto i rapporti: un atteggiamento giudicante
o poco comprensivo non è compatibile con l’amicizia. Anche nella scuola
superiore alla fine del primo anno Massimo ha fatto il suo ‘coming out’ con i
compagni e i professori, che hanno accettato di usare il suo nome maschile
d’elezione. Purtroppo non ha potuto avere accesso alla “carriera alias”[1]
(secondo la dirigente non era ‘necessaria’), e questo ha comportato il fatto che
ogni supplente facesse per esempio l’appello con il vecchio nome. Anche quando è
passato dal biennio al triennio i docenti non sono stati informati e questo ha
comportato situazioni difficili”.
È in discussione in Parlamento una legge restrittiva sulla transizione di
genere.
Il Ddl 2575 (Disposizioni per l’appropriatezza prescrittiva e il corretto
utilizzo dei farmaci per la disforia di genere) è attualmente in esame alla
Camera. Il testo stabilisce regole più rigide e stringenti per la prescrizione
dei farmaci e ormoni che sospendono la pubertà nei minori, sollevando diverse
critiche da parte delle società scientifiche. Per noi non cambia molto, dato che
tra sei mesi Massimo compirà 18 anni, ma per tanti altri ragazzi e ragazze è
un’ulteriore fonte di sofferenza: veder emergere caratteristiche sempre più
evidenti in un corpo che già non riconosci come tuo è un dolore grande. E tutto
questo solo a causa di pregiudizi ideologici di persone che non hanno mai
davvero parlato con una persona transgender né hanno approfondito l’argomento.
Una vera ingiustizia”.
Anche nelle scuole il tema ‘gender’ è bandito.
Proprio così. Anche i dirigenti e i docenti più illuminati temono di incorrere
nelle ire del ministero, schierato con le posizioni reazionarie del movimento
Pro vita. Questo non fa che aumentare la confusione nei bambini e ragazzi che si
interrogano sulla propria identità sessuale e di genere. Si sentono ancora più
‘sbagliati’ e persino colpevoli, imprigionati in un corpo che sentono estraneo.
Per fortuna oggi ci sono personaggi pubblici transgender che non hanno paura di
mostrarsi: artisti, musicisti, sportivi, anche politici. Speriamo che quella
legge oscurantista non passi e che la società civile apra gli occhi su persone
che hanno diritto al rispetto e al riconoscimento. Proprio per questo sono
importanti eventi come la mostra Ritratto di famiglie, che diventerà itinerante.
Consiglio a tutti di non perdersela.
[1] La carriera alias è un profilo amministrativo, temporaneo e confidenziale
che consente alle persone transgender di utilizzare un nome di elezione (e il
pronome corrispondente) diverso da quello anagrafico all’interno di
un’istituzione — come università, scuole o luoghi di lavoro — senza attendere
l’iter di rettifica legale. Il suo scopo principale è tutelare la privacy,
prevenire il disagio psicologico e garantire il diritto allo studio e al lavoro
in un ambiente inclusivo.
Claudia Cangemi