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Herat rompe la paura e protesta. Anche se la risposta dei Talebani è stata rapida e brutale
La città afghana a giugno è stata teatro di manifestazioni senza precedenti nei tempi recenti, registrando in piazza uomini e donne insieme contro il regime. Sono stati dispersi con violenza, tra morti, feriti e sequestri. L’attacco non è solo una reazione ma anche il tentativo di mantenere e consolidare l’apartheid di genere, soffocando una dei centri più liberi e progressisti del Paese. Il sostegno in Italia del Cisda La repressione a giugno delle proteste di Herat segna uno dei più gravi episodi di violenza compiuti dai Talebani negli ultimi mesi. Le manifestazioni sono nate spontaneamente dopo l’arresto di numerose donne accusate di non indossare l’abbigliamento imposto dal regime. Alla protesta hanno partecipato donne e uomini, un fatto inedito dall’agosto 2021, uniti dallo stesso slogan: “Istruzione, lavoro, libertà”. La risposta dei Talebani è stata immediata e brutale: uso delle armi, arresti, rastrellamenti e intimidazioni nei confronti della popolazione. Riportiamo le testimonianze di chi era presente, come quella di Fatima (nome di fantasia), attivista di Rawa, l’associazione per i diritti delle donne sostenuta dal Coordinamento italiano a sostegno alle donne afghane (Cisda). > “Durante la manifestazione i Talebani hanno sparato. Io sono arrivata dopo ma > ho visto bambini ancora traumatizzati dalla violenza e dalle scene a cui > avevano assistito. Il quartiere è abitato in gran parte da hazara (gruppo > etnico che vive principalmente nella zona centrale del Paese, ndr). Erano > arrivati armati: hanno fatto chiudere i negozi, vietato di andare in moschea e > ordinato a tutti di restare in casa. Ma la gente non ha obbedito ed è scesa in > strada. I Talebani hanno circondato la folla e l’hanno minacciata con le armi. > Le donne indossavano il chador iraniano ma un talebano ha detto che non era > accettabile. Hanno aperto il fuoco e due donne sono state uccise. Hanno anche > impedito a chi era presente di riprendere la scena con il cellulare. È > difficile descrivere la paura che ho visto nelle donne e nei bambini. È stato > ucciso anche un bambino e un giovane ferito è morto perché i soccorsi sono > stati impediti. I Talebani minacciavano chiunque cercasse di prestare aiuto. > Il giorno dopo hanno effettuato rastrellamenti e arrestato diverse persone. > Per la liberazione sono state chieste somme di denaro molto elevate. Sappiamo > che molte donne arrestate sono state violentate in carcere e che alcune si > sono suicidate per la vergogna”. La testimonianza descrive una repressione che non si limita a disperdere una manifestazione ma colpisce indiscriminatamente un’intera comunità, impedendo persino i soccorsi e la documentazione di quanto accade. La violenza con cui i Talebani hanno reagito non può essere letta soltanto come la risposta a una protesta. Si inserisce nella più ampia strategia con cui il regime sta consolidando il proprio sistema di apartheid di genere e di controllo sociale. © Beatrice Biliato Herat occupa una posizione particolare nella storia dell’Afghanistan. È una città che, rispetto ad altre aree del Paese, ha conosciuto una maggiore partecipazione femminile alla vita pubblica, nell’istruzione, nel lavoro e nella cultura. Anche il modo di vestire delle donne è tradizionalmente diverso da quello imposto oggi dal regime. Proprio per questo Herat rappresenta un banco di prova. Colpire una realtà storicamente più aperta significa verificare fino a che punto sia possibile estendere a tutto il Paese un modello fondato sulla paura, sull’obbedienza e sulla cancellazione progressiva delle donne dalla vita pubblica. L’obiettivo dei Talebani va ben oltre la punizione delle presunte violazioni del codice di abbigliamento o delle altre norme imposte alle donne. La repressione è parte di una strategia più ampia, finalizzata a creare un clima di paura permanente capace di modificare i comportamenti dell’intera popolazione. Non è sufficiente vietare alle donne di studiare, lavorare o muoversi liberamente: il regime punta a fare in modo che siano le donne, le loro famiglie e le comunità ad accettare queste limitazioni come inevitabili, fino a trasformarle in una normalità. © Beatrice Biliato È questo il meccanismo attraverso cui si consolida l’apartheid di genere: il controllo non viene esercitato soltanto dalla polizia morale ma viene progressivamente interiorizzato dalla società. Le famiglie diventano responsabili della sorveglianza delle donne; gli uomini sono chiamati a rispondere del comportamento delle proprie parenti; la paura sostituisce gradualmente la coercizione diretta. Quando questo processo si radica, il regime ha sempre meno bisogno di intervenire con la forza perché il controllo viene esercitato dalla società stessa. L’obiettivo, tuttavia, è ancora più profondo. I Talebani mirano a fare in modo che la cancellazione delle donne dalla vita sociale venga interiorizzata dalle donne stesse come una condizione naturale, fino a diventare un’autolimitazione che non richiede più una coercizione costante. Per questo la paura di uscire di casa, di esporsi nello spazio pubblico o di trasgredire, anche inconsapevolmente, le regole assume un ruolo centrale. Le donne sanno che il prezzo di ogni presunta trasgressione sarà pagato dall’onore dell’intera famiglia, che sarà esposta al giudizio e alla stigmatizzazione. Il risultato perseguito è che siano le donne stesse a scegliere l’isolamento, rinunciando progressivamente non solo alla possibilità di ribellarsi, ma persino alla memoria di un’esistenza diversa. Per questo i Talebani considerano particolarmente pericolose anche le forme minime di resistenza femminile. Ogni gesto di dissenso può rappresentare il punto di partenza di una mobilitazione più ampia e deve quindi essere soffocato sul nascere attraverso il terrore. Le violenze avvenute a Herat sembrano rispondere precisamente a questa logica: non soltanto reprimere una protesta ma inviare un messaggio all’intera popolazione. Chiunque metta in discussione l’ordine imposto rischia il carcere, la violenza, la sparizione forzata e di trascinare nel disonore anche la propria famiglia. L’obiettivo finale non è soltanto ottenere obbedienza ma impedire che sopravviva la possibilità stessa di immaginare un’alternativa. Il sistema di dominio deve apparire come l’unico ordine possibile. In questa prospettiva assumono un’importanza decisiva anche le nuove generazioni. I bambini e i ragazzi nati dopo il ritorno al potere dei Talebani stanno crescendo senza aver conosciuto un Afghanistan diverso. Molti di loro frequentano esclusivamente scuole e madrase controllate dal regime, dove ricevono un’educazione improntata all’ideologia fondamentalista. Per loro questa rischia di diventare l’unica normalità possibile. Nonostante la repressione, la protesta di Herat ha avuto eco internazionale. In numerose città del mondo la diaspora afghana ha organizzato manifestazioni di solidarietà, sostenute da istituzioni o promosse spontaneamente da donne e uomini costretti a lasciare il Paese. Anche a Roma il 21 giugno si è svolta una manifestazione alla quale ha aderito il Cisda, insieme alla comunità afghana e ad altre realtà solidali. Testimonianze, poesie, racconti, canti, danze e brevi performance teatrali hanno dato voce a chi continua a resistere. Tra i gesti più significativi è stato riproposto il Signal for help, il segnale internazionale utilizzato per chiedere aiuto in modo silenzioso, divenuto simbolo della lotta contro la violenza sulle donne. Le persone che hanno abbandonato l’Afghanistan hanno ricordato che l’esilio non interrompe il legame con il proprio Paese. Continuano a sostenere la popolazione afghana, in particolare le donne, mantenendone viva la voce e chiedendo il ripristino dei diritti fondamentali. Per i Talebani la paura è uno strumento di governo. Per chi continua a mobilitarsi, dentro e fuori l’Afghanistan, rompere il silenzio rappresenta invece la prima forma di resistenza. Beatrice Biliato fa parte del Coordinamento italiano a sostegno delle donne afghane (Cisda)- Questo articolo è apparso sul sito di AltrEconomia CISDA - Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane
July 19, 2026
Pressenza
Nessuno tocchi Rosalia
71 sagome, quest’anno. Le donne ammazzate dal partner o presunto tale nel 2025. “Nessuno tocchi Rosalia” è l’iniziativa de Le Onde – Centro antiviolenza di Palermo – giunta alla XIV edizione. Come sempre si svolge il 13 luglio, a ridosso del Festino di Santa Rosalia, amatissima fanciulla normanna patrona della città. Si possono sciorinare i numeri dei femminicidi, in lieve calo rispetto all’anno precedente ma sempre insopportabilmente troppi! Anche perchè sono la punta atroce dell’iceberg delle violenze da parte di ‘uomini’ verso quelle che considerano le ‘loro’ donne. E l’età dei responsabili si va sempre più abbassando: la violenza fisica, verbale, psicologica anche via social si rileva oggi anche nelle coppie di ragazzini/ragazzine! I centri antiviolenza – pochi e scarsamente finanziati – fanno un enorme lavoro, ma un lavoro più grande e capillare dovrebbero farlo le istituzioni educative per dare alle bambine, poi donne, la coscienza del proprio valore e ai bambini, poi uomini, il senso del limite ad un ego smisurato coltivato nei millenni. Mi auguro che dal prossimo anno siano degli uomini sensibili e consapevoli – ce ne sono – ad assumersi la responsabilità del proprio genere e prendere l’iniziativa di organizzare loro l’evento commemorativo/educativo “Nessuno tocchi Rosalia”. Sarebbe forse un esempio efficace per i/le passanti e non solo. E speriamo che ci siano sempre meno sagome da disegnare…. Redazione Palermo
July 15, 2026
Pressenza
America Latina: una donna uccisa ogni due ore. Le destre rispondono con il populismo punitivo
Negli ultimi cinque anni la regione ha registrato oltre 19mila femminicidi. Honduras e Guatemala sono tra i Paesi più colpiti, mentre più del 90% delle morti violente resta impunito. Le organizzazioni femministe denunciano l’inefficacia dell’inasprimento delle pene e chiedono prevenzione, indagini efficaci e politiche integrali contro la violenza di genere. L’Osservatorio parità di genere della Commissione economica per l’America Latina e i Caraibi (Eclac, per la sua sigla in inglese) delle Nazioni Unite ha registrato 19.254 femminicidi negli ultimi cinque anni, cioè 11 morti violente di donne per ragioni di genere al giorno, 1 ogni due ore. Nel 2024, 14 delle 25 nazioni con i tassi d’incidenza relativa di femminicidi più alti al mondo si trovano in America Latina e i Caraibi (UN Women ed Eclac), guidate dall’Honduras con 4,7 vittime ogni 100.000 donne, il Guatemala (1,9) e la Repubblica Dominicana (1,7). Tutto ciò senza contare l’enorme sottostima dei dati dovuta principalmente al timore o all’impossibilità di denunciare e, molto spesso, alla mancanza di fiducia nei confronti delle forze dell’ordine e di sistemi di giustizia visti come indifferenti, supponenti o, addirittura, complici dei criminali. Dati che vanno ben oltre la media ponderata della regione, che oscilla tra 1 e 1,3 casi ogni 100.000 donne. Brasile e Messico guidano la lista dei Paesi con il maggior numero assoluto di femminicidi, rispettivamente con 1.568 e 768 reati di sangue (2025). Il 42% degli attacchi mortali viene commesso dal partner o ex partner e l’ambiente domestico rappresenta il principale focolaio di rischio, in particolare per le donne con un’età compresa tra i 21 e i 30 anni (22% dei femminicidi). Nel 2025, in Honduras, l’Osservatorio del Centro per i diritti delle donne (Cdm, per la sua sigla in spagnolo) ha registrato 936 aggressioni contro donne e bambine, tra cui 412 reati sessuali e 262 femminicidi. Ciò significa che in Honduras una donna o una bambina viene uccisa ogni 33 ore. Il 46% delle persone aggredite ha un’età compresa tra gli 11 e i 39 anni, il che rappresenta un aumento del 49% rispetto all’anno precedente. La maggior parte degli aggressori apparteneva alla cerchia ristretta delle vittime. Per la prima volta, i reati sessuali (44%) superano i reati contro la vita (31%), colpendo principalmente bambine e ragazze (297). Le denunce di violenza domestica sono state 41.895 e quelle di maltrattamenti familiari 48.642. Nei primi sei mesi del 2026 la situazione non è cambiata. L’Osservatorio ha registrato 126 morti violente di donne, una ogni 34 ore. A maggio sono state uccise 8 donne in soli quattro giorni, quattro delle quali minorenni. Di fronte alla gravità della situazione e all’enorme sommerso e sottostimazione esistente, il Cdm e una ventina di organizzazioni, collettivi e piattaforme di donne e femministe hanno preso posizione a sostegno della necessità di un approccio integrale alla violenza contro le donne. “Questi numeri non sono statistiche astratte, sono vite strappate, famiglie distrutte, figli e figlie che crescono senza le loro madri. Ogni cifra ha un nome, una storia e una comunità che piange la sua assenza. Di fronte a questa realtà, nessuna organizzazione impegnata a favore dei diritti delle donne può rimanere in silenzio”, avvertono in una dichiarazione congiunta. Nel 2013, dopo una lunga lotta, il movimento delle donne honduregno ottenne un successo storico: la tipificazione del delitto di femminicidio. Nonostante ciò, come appena visto, l’emergenza non è cessata e i numeri testimoniano una situazione estremamente preoccupante. Il nuovo Parlamento, controllato dalle forze ultraconservatrici del bipartitismo tradizionale, come risultato di “elezioni truffa” fortemente condizionate dall’ingerenze statunitense e da denunce di brogli elettorali, ha approvato una riforma che innalza le pene per il delitto di femminicidio (da 25 a 30 anni) e femminicidio aggravato (tra i 40 e i 60 anni) e crea organi giudiziari specializzati. Per le organizzazioni che lottano per i diritti delle donne, questa misura non solo non è sufficiente, ma rischia di essere un debole palliativo, una sorte di “populismo punitivo” che si sta espandendo parallelamente all’avanzata delle destre nel continente latinoamericano. “Non serve a nulla aumentare le pene se non si promuovono politiche di prevenzione, né si attacca seriamente l’impunità che interessa più del 90% delle morti violente di donne”, spiega a Pagine Esteri, Erika García, coordinatrice del programma giustizia e contenzioso strategico femminista del Cdm.  Sotto accusa c’è quindi il sistema di giustizia e la mancanza di un approccio integrale al dramma della violenza di genere. Oltre a ciò, continua García, le organizzazioni denunciano il mancato rafforzamento del processo investigativo, la sistematica riluttanza di chi amministra giustizia ad applicare la figura del femminicidio, così come la complicità delle forze dell’ordine, composte in maggior parte da uomini. Dopo le elezioni del 2021, vinte da Xiomara Castro e dal partito Libertà e Rifondazione (Libre), varie organizzazioni si fecero promotrici di una proposta di legge speciale integrale contro la violenza verso le donne. L’allora maggioritaria opposizione bipartitista, con il sostegno dei settori religiosi fondamentalisti e l’apparato mediatico controllato dai gruppi di potere economico e politico, si oppose strenuamente alla sua presentazione in aula e il progetto non arrivò mai a essere discusso. La recente riforma resta quindi più un atto mediatico improvvisato che una risposta complessiva e integrale. “Da quando si sono insediati il nuovo parlamento e il nuovo governo hanno esposto la bandiera del movimento pro-vita sia nell’emiciclo che nei diversi ministeri. Inoltre – continua l’avvocata del Cdm – non hanno mai voluto ascoltare il parere di quelle organizzazioni che da anni sono in prima linea nel sostegno alle donne e che conoscono molto bene le dinamiche che permettono che le violenze si riproducano e si rafforzino. Sono molti, troppi gli esempi di incoerenza di questa gente”. Forte la critica anche contro il doppiopesismo della maggioranza parlamentare, che da un lato dice di voler difendere la vita delle donne, ma dall’altro approva leggi che la compromettono seriamente. “Hanno approvato normative che blindano le attività agroindustriali, che criminalizzano la difesa della terra e i beni comuni, che spogliano le comunità delle loro terre, che riattivano  l’impiego a tempo parziale, precarizzando ulteriormente il mercato del lavoro e smantellando i diritti. Sono le donne le principali vittime di queste leggi”, avverte García. Denunciano infine l’ipocrisia dell’agenda ultraconservatrice che ha legiferato la proibizione totale e assoluta dell’aborto, blindandola con una riforma che permette la sua modifica solo con il voto favorevole dei tre quarti dei deputati, e che trama, insieme all’integralismo religioso, per negare i diritti sessuali e riproduttivi delle donne. “La deriva fondamentalista religiosa e la sua incidenza sui diritti delle donne è una costante globale che va di pari passo con la radicalizzazione a destra dei governi della regione, diventandone uno strumento privilegiato”, conclude l’avvocata del Cdm. Molto grave è anche ciò che le donne vivono in Guatemala, al secondo posto tra i Paesi con il maggiore indice relativo di femminicidi. Nel 2025, le morti violente sono state 595, con un aumento del 6% rispetto all’anno precedente, di cui 206 femminicidi (+14,4%). Le denunce per violenza di genere sono state 17 al giorno, con un tasso di 402,2 denunce per ogni 100.000 donne (Procura generale). Nonostante ciò, è solo il 9% di chi subisce violenza che denuncia gli abusi. La sottostima colpisce in modo particolare le popolazioni indigene, che in Guatemala rappresentano il 46,3% della popolazione totale (Revista Puentes de Diálogos). Per ciò che riguarda la violenza sessuale, la Procura generale ha riportato 9.649 denunce, di cui il 60% (5,834 vittime) riguardava violazioni e il 29% (2.839 vittime) aggressioni sessuali. La maggior parte delle vittime sono bambine e ragazze (65,9%). La violenza porta poi all’aumento esponenziale delle gravidanze adolescenziali e infantili, con 2.101 parti di madri tra i 10 e i 14 anni nel 2024, con un aumento dell’8% rispetto all’anno precedente (Osservatorio della salute sessuale e riproduttiva). Malgrado nel 2008 le organizzazioni di donne e femministe abbiano ottenuto l’approvazione di normative speciali contro il femminicidio e altre forme di violenza contra le donne (decreto 22-2008), con pene tra i 25 e i 50 anni, e per la ricerca immediata di donne scomparse (decreto 9-2016), il Guatemala resta uno dei Paesi in cui le donne muoiono e scompaiono di più al mondo. Sarebbero almeno 13.800 le donne scomparse negli ultimi sette anni, cioè quasi 5 al giorno. “Dobbiamo tornare alla storia del Guatemala, uno Stato con caratteristiche coloniali che ha sempre rappresentato gli interessi delle oligarchie nazionali e del capitale multinazionale, escludendo sistematicamente i popoli originari e le donne. Uno Stato che poi nasconde questa realtà dietro una falsa narrazione di difesa dei diritti delle persone”, spiega a Pagine Esteri, Virginia Gálvez, membro del collettivo femminista Actoras de Cambio. I 36 anni di conflitto armato interno e di repressione feroce con più di 200 mila vittime e almeno 45 mila desaparecidos, così come l’influenza diretta degli Stati Uniti nelle politiche contrainsurrezionali, hanno usato la militarizzazione e il controllo maschile dei territori, nonché la violenza sessuale come armi contro i popoli, le donne maya, le donne organizzate. “Fu una vera e propria istituzionalizzazione della violenza sessuale, che è rimasta in quasi totale impunità e che si è rafforzata con il passare degli anni. Siamo quindi di fronte a una vera e propria disumanizzazione della donna, soprattutto quella indigena, il cui corpo diventa estensione del territorio da controllare e invadere od oggetto da sfruttare sessualmente”, segnala Gálvez. Varie organizzazioni di donne e femministe segnalano l’assistenza alle sopravvissute, il contenzioso strategico e la lotta contro l’impunità, la guarigione ancestrale e comunitaria e l’attività di sensibilizzazione politica come i principali elementi di una strategia integrale per affrontare il flagello del femminicidio e della violenza di genere. Per l’attivista è fondamentale inchiodare lo Stato alle sue responsabilità, denunciandone l’ipocrisia, legittimando il lavoro delle organizzazioni, costruendo meccanismi di risposta e di riparazione, di guarigione e recupero delle donne, generando condizioni sociali di non ripetizione. “Ci sono condizioni strutturali che devono essere cambiate, ma dobbiamo anche avanzare nella lotta contro l’impunità, nella denuncia del simulacro di protezione da parte dello Stato, rompendo il silenzio, riappropriandoci della nostra voce, del nostro corpo, della nostra storia”.   Giorgio Trucchi
July 14, 2026
Pressenza
Femminicidio: mercoledì 15 e giovedì 16 luglio le audizioni alla Camera dei Deputati
La Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio, nonché su ogni forma di violenza di genere svolge le seguenti audizioni, che si terranno a Palazzo San Macuto di Roma, via del Seminario 76: – mercoledì 15 luglio, presso l’Aula del II piano, * ore 8:30 – Gaya Spolverato, professoressa associata di chirurgia presso il Dipartimento di scienze chirurgiche, oncologiche e gastroenterologiche e primaria di chirurgia generale dell’Azienda Ospedaliera dell’Università di Padova, nell’ambito del filone di inchiesta sul rapporto tra violenza di genere e salute; * ore 9 – Barbara Funari, assessora alle Politiche Sociali e alla Salute di Roma Capitale, nell’ambito del filone d’inchiesta sulla vittimizzazione secondaria. – giovedì 16 luglio, presso l’Aula del IV piano, * ore 08:30 – Antonella Bellutti, docente sportiva e già campionessa olimpica di ciclismo, nell’ambito del filone di inchiesta sulla violenza di genere nel mondo dello sport; * ore 9 : Tommasa Maio, medico di medicina generale e segretaria nazionale dell’Esecutivo Nazionale Continuità assistenziale della FIMMG (Federazione italiana medici di medicina generale), nell’ambito del filone di inchiesta sul rapporto tra violenza di genere e salute. Gli incontri vengono anche trasmessi in diretta webtv sul canale della Camera dei Deputati Redazione Italia
July 14, 2026
Pressenza
Egadi Pride 2026
Per raccontare l’Egadi Pride del 2026, “Corpi unici, una galassia di immaginari”, bisogna cominciare dalla fine, quando l’intervento del presidente del Palermo Pride, Mirko Pace, si è fatto invito alla mobilitazione contro il governo nazionale e le amministrazioni locali non solo attraverso il voto ma puntando alla scelta di farsi rappresentanza nei luoghi del potere prima che, ancora vincitori, i fascisti al governo “vengano a prenderci a casa”. Festa ed esercizio di libertà per la galassia colorata qui intervenuta, il Pride delle Egadi rivendica il diritto di tutti e tutte alla lotta e alla gioia nei colori delle bandiere e dei make up e in tutti i corpi che qui si fanno politica viva, come sempre dovrebbe essere partendo dalla strada, anche per cacciare i fascisti con i quali non si ha nulla da condividere e ai quali nulla si chiede. Del resto lo aveva già detto in apertura l’assessora alla cultura delle Egadi, Dafne Borgia: i corpi sono il primo luogo dove il potere esercita la sua oppressione. Singoli corpi e corpo di un intero popolo, come quello palestinese, uniti nella stessa lotta. Per questo i ragazzi che hanno dimenticato a casa la bandiera palestinese ne dipingono un paio su cartoni di fortuna. E così per ogni guerra, negazione dei diritti umani, voluta dal capitale la cui cultura, riflessa nelle istituzioni, produce cittadinanze differenziate. Così per il Mediterraneo trasformato in un confine armato dove il diritto al movimento si trasforma in un privilegio. A chi chiede che bisogno ci sia ancora di Pride, bollandolo come inutile carnevalata e invitando ad avere una vita normale, rispondono i corpi che attraversano le piazze e le stradine di Favignana in un assolato, e fortunatamente ventilato, pomeriggio di luglio.  E, incalza Josephine, donna trans, nella sua nuvola di tulle, voi vedete e giudicate il mio corpo, io voglio che vediate la mia anima. Questo è un Pride piccolino, aveva detto Anna Patti, infaticabile organizzatrice, e ci consente di guardarci negli occhi. Se tra le domande normali che Josephine rivolge al popolo in cerchio – Qual è il tuo colore preferito? E il tuo cibo? Che musica ascolti? – dobbiamo rispondere anche a quelle che normali non sono, o non dovrebbero essere, – Ti hanno mai bullizzato? Stuprato? – vuol dire che di Pride c’è bisogno più che mai. L’anima è nei corpi, gioia in movimento, galassia di stelle con la loro irripetibile unicità che hanno scelto di brillare di luce propria, eppure corpo unico nelle rivendicazioni che tutti e tutte includono perché non ci sono diritti per nessuno finché quei diritti non sono condivisi: quelli conquistati da pochi sono a beneficio di tutti, tutte, tuttu. Memoria e lotta dunque per liberare il corpo dalla necessità di essere conforme, come viene insegnato dalla cultura dominante che per questo ha così paura, negandola, dell’educazione all’affettività. Ce lo ripete la rappresentante del Disability Pride, con la sua decisa intenzione di sfuggire alla rappresentazione di vittima o di eroe che la cultura dominante vorrebbe imporre ai corpi non conformi, negando loro il diritto al piacere e alla libera fruizione degli spazi. Denuncia la mancanza di turismo accessibile proprio qui, dove il Pride sembra essere di casa. Anche Enrica, presidente di Arcigay di Trapani, rivendica il diritto al piacere di tutti i corpi mentre in estate si assiste ad un cortocircuito quando le spiagge diventano tribunali della carne con gli sguardi che si fanno radiografie delle esistenze. Tra le voci dei cori che intonano canzoni e quelle che parlano ai microfoni si leva altissima quella silenziosa dei corpi che danzano, ad opera del gruppo Decoro urbano, metafora e rappresentazione nel movimento collettivo e in quello individuale di come sia possibile essere corpi unici nella libera espressione della propria esistenza e unico corpo nella resistenza ad ogni oppressione. Maria La Bianca
July 13, 2026
Pressenza
Donne anziane: né vittime né eroine, ma persone autorevoli
Si è svolta il 10 luglio, nei locali della Camera del lavoro Cgil di Palermo, la presentazione del libro Vecchie e Bastonate, pubblicato da Futura Editrice. Un libro dal titolo disturbante, scritto da Patrizia Fistesmaire, psicologa presso un consultorio di Lucca, ed Eleonora Pinzuti, ricercatrice e formatrice Aif.  Le due autrici hanno usato, volutamente, questo titolo per dare l’immediata percezione della problematica affrontata, cioè  la narrazione culturale, sociale e politica dell’età matura delle donne in una fase della vita che viene associata, spesso, alla perdita di valore, all’invisibilità e alla esclusione.  L’uso provocatorio del termine “vecchie”, restituisce, infatti, l’immagine della svalutazione che molte donne subiscono una volta superata la soglia simbolica della menopausa, quando il loro corpo invecchia e si allontana dai modelli estetici  dominanti,  in una  società come la nostra, capitalista-patriarcale, che continua a misurare  il valore delle donne sulla base dell’avvenenza fisica o della loro funzione riproduttiva e/o produttiva.  Diversamente da quanto accade, invece agli uomini, ai quali l’invecchiamento  conferisce, spesso,  autorevolezza, esperienza e prestigio. Il libro denuncia questa diseguaglianza ed invita a ripensare il significato dell’invecchiamento femminile, riconoscendo alle donne valore, dignità e piena cittadinanza, in ogni fase della loro vita.  Anche il termine ”bastonate” viene usato in senso metaforico per evocare le molteplici forme di discriminazione che colpiscono le donne anziane, tra cui le violenze fisiche e sessuali, un fenomeno di cui si parla poco e del quale è difficile reperire dati . Infatti, le donne anziane, che subiscono violenza sessuale, difficilmente ne parlano, per vergogna e per paura di non essere credute. A pesare è uno stereotipo ancora diffuso, cioè l’idea che lo stupro riguardi esclusivamente donne giovani ed attraenti. Queste aggressioni, pur essendo numericamente inferiori rispetto ad altre fasce di età, smentiscono questa convinzione e confermano, invece, che lo stupro è dettato dalla volontà di esercitare potere e controllo sulle donne.  Da dire, inoltre, che spesso questo tipo di violenza si consuma all’interno delle mura domestiche o ad opera di chi si dovrebbe prendere cura della donna anziana: un familiare, un partner o un caregiver. Questa condizione rende ancora più difficile denunciare gli abusi perché la vittima si trova spesso in una situazione di dipendenza economica, affettiva o assistenziale proprio nei confronti di chi esercita violenza. Le autrici pongono l’accento, inoltre, sulle caratteristiche delle discriminazioni che colpiscono le donne anziane, frutto dell’intreccio tra discriminazione di genere ed ageismo.  Le due forme non agiscono separatamente, ma si rafforzano a vicenda dando origine ad una condizione di svantaggio specifica, condizione che merita attenzione sociale, culturale e politica, tramite l’utilizzo del paradigma della intersezionalità e della complessità.  Questa prospettiva sposta il discorso dall’idea della fragilità delle donne anziane a quella dei meccanismi sociali che producono invisibilità e disuguaglianza. Come ribaltiamo questa narrazione che vede nelle donne anziane, soggetti fragili, irrilevanti socialmente,  bisognosi di cure e di assistenza ?  La domanda che il libro ci invita a fare non è come proteggere le donne anziane, ma,  piuttosto come riconoscere  la loro autorevolezza ed il loro ruolo sociale. E’ un cambio di prospettiva che propone, attraverso percorsi di decostruzione degli stereotipi e dei pregiudizi, una visione alternativa dell’età matura delle donne: non più una fase di marginalità ma una stagione della vita in cui esercitare libertà, autodeterminazione e potenzialità.   La sfida non è sostituire l’immagine della donna anziana fragile con quella della donna anziana eroica. La sfida è riconoscerla come una persona pienamente titolare di diritti, desideri, capacità e potere di scelta. Solo così la vecchiaia femminile smette di essere raccontata come una stagione di perdita e diventa una stagione di cittadinanza.    Redazione Palermo
July 12, 2026
Pressenza
Un’arte per un mondo disarmato: Miriam Cahn e Hito Steyerl al MACRO
Ci sono mostre che si visitano. E ci sono mostre che, invece, sembrano attendere chi entra con una domanda già aperta dentro di sé. La retrospettiva dedicata a Miriam Cahn e la videoinstallazione Mechanical Kurds di Hito Steyerl, entrambe ospitate al MACRO di Roma, appartengono a questa seconda categoria. Le ho viste il giorno della manifestazione nazionale di 10, 100, 1000 Piazze di Donne per la Pace, “Tessere il futuro – custodire la pace”, convocata per diffondere la Carta dell’impegno per un mondo disarmato. Entrando nelle sale del MACRO, mi è apparso subito evidente il legame tra la manifestazione appena conclusa e le due mostre. La manifestazione in piazza e le immagini incontrate nelle sale del museo sembravano appartenere allo stesso discorso politico ed etico. Da una parte, donne che prendono pubblicamente parola contro la guerra, il riarmo e ogni forma di violenza sistemica, dall’altra, due artiste che da decenni interrogano, ciascuna con il proprio linguaggio, le strutture profonde della violenza contemporanea. Non si tratta di arte “sulla guerra”. Tanto Cahn quanto Steyerl mostrano piuttosto come la guerra sia ormai un dispositivo permanente che attraversa i corpi, il lavoro, le tecnologie, le migrazioni, l’informazione e perfino l’immaginario. La grande retrospettiva dedicata a Miriam Cahn rende evidente la straordinaria coerenza di una ricerca sviluppata nell’arco di oltre quarant’anni. Fin dagli esordi, la sua pratica nasce dall’intreccio tra esperienza femminista, rifiuto delle convenzioni artistiche dominanti e necessità di affidare al corpo stesso il gesto creativo.  Questa origine è la chiave di lettura dell’intera ricerca di Cahn. Il segno nasce dal corpo e il corpo, lungi dall’essere un tema iconografico, diventa il luogo in cui la storia si iscrive, lasciando le tracce delle sue ferite.  La mostra costruisce un itinerario in cui catastrofi nucleari e distruzione ambientale (fig.1), violenza sulle donne (fig.2), guerre (fig.3), migrazioni e razzismo (fig. 4) non compaiono come eventi separati, ma come manifestazioni di un’unica logica di dominio. Le grandi esplosioni atomiche dipinte tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta sono forse uno dei nuclei più potenti dell’esposizione. Le campiture di colore esercitano un fascino immediato, solo il titolo costringe lo sguardo a riconoscere che ciò che appare come una forma organica o floreale è invece il fungo atomico. L’immagine mette così in crisi il nostro stesso modo di guardare, rivelando quanto la cultura visuale abbia imparato a estetizzare la distruzione. Oggi, in un’epoca in cui il linguaggio della deterrenza nucleare è tornato nel lessico politico internazionale, queste opere sembrano dipinte ieri. L’intera retrospettiva è attraversata da una domanda insistente: cosa produce la guerra sui corpi? Le figure di Cahn sono vulnerabili, esposte, spesso nude. Non rappresentano vittime passive ma presenze che continuano ostinatamente a guardarci. Il loro sguardo ci restituisce una responsabilità: non è possibile osservare questi corpi mantenendo una distanza rassicurante. Particolarmente intensa è la sezione dedicata ai conflitti contemporanei. Le immagini nate durante l’assedio di Sarajevo dialogano con quelle realizzate dopo l’invasione russa dell’Ucraina, mentre il ciclo dedicato al Mediterraneo affronta il naufragio delle persone migranti senza mai trasformarle in semplice oggetto di compassione. Il mare non è paesaggio: è confine politico, spazio di morte prodotto dalle scelte dell’Europa. Ciò che colpisce è l’assenza di retorica. Cahn non denuncia attraverso slogan. Affida alla pittura il compito più difficile: rendere visibile ciò che la normalizzazione della violenza tende continuamente a cancellare. Se Cahn mostra ciò che la guerra produce sui corpi, Hito Steyerl rivolge invece lo sguardo verso le infrastrutture invisibili attraverso cui la guerra contemporanea si organizza. Mechanical Kurds (Figg. 5,6,7) affronta uno dei grandi equivoci del nostro tempo: l’idea che l’intelligenza artificiale sia realmente autonoma. Entrando nell’installazione si viene immersi in uno spazio che ricorda contemporaneamente un ambiente industriale, un laboratorio e una piattaforma digitale. Il film alterna documentazione, immagini sintetiche e costruzione narrativa, seguendo il lavoro dei cosiddetti click workers nei campi profughi del Kurdistan iracheno. Sono loro a classificare milioni di immagini che serviranno ad addestrare gli algoritmi delle grandi piattaforme tecnologiche. Dietro ogni presunta automazione esistono dunque migliaia di gesti umani invisibili, ripetitivi, sottopagati. Steyerl riprende la metafora del celebre “Turco meccanico”, il falso automa del Settecento che sembrava giocare a scacchi autonomamente mentre nascondeva al proprio interno un essere umano. L’analogia con le piattaforme digitali contemporanee è evidente: anche l’intelligenza artificiale, prima di apparire autonoma, dipende da un enorme lavoro umano accuratamente occultato. Ma il film va oltre. I lavoratori curdi che addestrano sistemi di riconoscimento delle immagini appartengono allo stesso popolo che diventa bersaglio dei droni alimentati da quelle medesime tecnologie. La catena dello sfruttamento si chiude in un cortocircuito terribile: gli stessi corpi che rendono possibile l’automazione finiscono per alimentare gli strumenti della propria sorveglianza e della propria vulnerabilità. La guerra, qui, non appare come eccezione ma come modello economico. E anche il lavoro digitale diventa parte delle infrastrutture del conflitto.  È forse questo il punto di contatto più sorprendente tra Steyerl e Cahn: entrambe rifiutano la rappresentazione spettacolare della guerra, entrambe cercano ciò che normalmente resta fuori campo. Per Cahn sono i corpi feriti, le memorie, le migrazioni, la violenza maschile sulle donne come grammatica permanente dei conflitti. Per Steyerl sono le reti invisibili del capitalismo digitale, il lavoro nascosto, gli algoritmi, l’estrazione di dati e di vite che sostiene le tecnologie militari e l’economia globale. Guardate insieme, le due mostre finiscono per costruire un’unica cartografia della violenza contemporanea. Ed è proprio qui che il dialogo con la manifestazione delle donne per la pace diventa evidente. La Carta dell’impegno per un mondo disarmato non propone semplicemente il rifiuto della guerra. Invita a riconoscere come la guerra attraversi l’organizzazione stessa delle nostre società: nell’economia, nei confini, nelle tecnologie, nella cultura politica, nella costruzione del nemico, nella progressiva militarizzazione dell’immaginario.  Le opere di Cahn e Steyerl sembrano sviluppare questa stessa intuizione attraverso il linguaggio dell’arte. Entrambe chiedono di imparare a vedere: i corpi che la propaganda cancella; il lavoro che l’intelligenza artificiale rende invisibile; la continuità tra patriarcato, capitalismo estrattivo, colonialismo e militarizzazione. Entrambe chiedono di vedere che la pace non coincide con l’assenza temporanea delle bombe, ma con la trasformazione delle strutture che rendono la guerra continuamente possibile. In un momento storico in cui il riarmo viene presentato come inevitabile, la cultura sembra spesso oscillare tra spettacolarizzazione della violenza e anestesia dello sguardo. Queste due mostre compiono il gesto opposto. Restituiscono complessità, rallentano la percezione, impediscono la neutralità. Uscendo dal Macro, il rumore della manifestazione tornava alla mente con una forza diversa. Le piazze e il museo avevano parlato la stessa lingua: quella di un’arte che non consola, ma rende più difficile distogliere lo sguardo. E forse è proprio questo uno dei compiti più necessari dell’arte oggi: non rappresentare la pace come un’utopia astratta, ma insegnarci a riconoscere, nelle forme visibili e invisibili della guerra, tutto ciò che occorre ancora disarmare. La mostra di Miriam Cahn, “Ciò che mi guarda”a cura di Cristiana Perrella, si visita fino all’11 novembre 2026, fino al 30 agosto 2026 Mechanical Kurds di Hito Steyerl, a cura di Alice Labor. figura 2 figura 3 figura 4 figura 5 figura 6 figura 7 Fig. 1 Miriam Cahn, in alto: L’amore classico – stato di guerra, 10.1983; sx:  Bomba Atomica, 07.09.1991; dx: Bomba Atomica, 09.10.1991 (in copertina) Fig. 2 Miriam Cahn, in alto a sx: potreiessereio, 25.02.2022; a dx: dover baciare, 2019 + 10.01.2020; sotto: sulla spiaggia, 08.05.2015   Fig. 3 Miriam Cahn, Primavera 2022, 05.12.2022 Fig. 4 Miriam Cahn, sx:  Mostra!, 2017 + 25.12.2018; centro: potreiessereio, 2023 e Mare Nostrum, 23.10 + 11.11.2021;  dx: Guardare indietro, 2019 + 10.07.2020  Figg. 5,6,7 Hito Steyerl, Mechanical Kurds, stills da video, 2025 Redazione Palermo
July 6, 2026
Pressenza
L’ipocrisia dell’Unione europea a proposito di Afghanistan
Mentre continua a proclamarsi campione dei diritti umani, l’Unione europea ha compiuto uno dei passi più controversi degli ultimi anni: accogliere una delegazione talebana nel cuore dell’Europa per discutere di rimpatri, migrazione e cooperazione consolare. Una scelta che rischia di trasformare la Realpolitik europea in una resa alle richieste del regime. Il 23 giugno una delegazione di cinque rappresentanti talebani, guidata dal portavoce del ministero degli Esteri Abdul Qahar Balkhi, è stata ricevuta a Bruxelles per colloqui definiti ufficialmente “tecnici”. Secondo la Commissione europea, l’obiettivo era discutere il rimpatrio dei cittadini afghani privi del diritto di soggiorno nell’UE. La versione dei Talebani, però, parla di ripristino dei servizi consolari, misure di fiducia reciproca e nuove forme di cooperazione. Non semplici procedure amministrative, dunque, ma un dialogo con un’evidente dimensione politica. Ed è proprio qui che emerge la contraddizione europea. Per anni Bruxelles ha sostenuto che qualsiasi forma di normalizzazione con il regime sarebbe stata subordinata al rispetto dei diritti umani, alla tutela delle donne e alla formazione di un governo inclusivo. Nessuna di queste condizioni è stata soddisfatta. Dal ritorno al potere nell’agosto 2021 i Talebani hanno progressivamente cancellato i diritti delle donne, instaurando un sistema che la stessa Unione europea definisce ormai apertamente un apartheid di genere. Eppure oggi sceglie di aprire un canale di interlocuzione con quel medesimo regime. La parlamentare europea Hannah Neumann è stata tra le voci più critiche: non esistono colloqui “tecnici” con i Talebani. Ogni invito, ogni visto, ogni incontro ufficiale costituisce un segnale politico. E il segnale inviato è che il regime può accedere alle istituzioni europee senza aver modificato di una virgola le proprie politiche repressive. Per Kabul l’obiettivo non è soltanto ottenere accordi amministrativi, ma conquistare legittimità internazionale. Dopo quasi cinque anni di isolamento, essere ricevuti a Bruxelles rappresenta un risultato politico e propagandistico di enorme valore. Le organizzazioni per i diritti umani hanno denunciato questo rischio. Amnesty International ha definito “sconsiderata” la prospettiva di costruire accordi sui rimpatri con un regime responsabile di violazioni sistematiche dei diritti fondamentali. Anche un gruppo di eurodeputati, ex parlamentari afghani e attivisti ha ricordato che i Talebani non hanno rispettato nessuno dei criteri fissati dall’UE per avviare relazioni ufficiali, avvertendo che la cooperazione sui rimpatri potrebbe trasformarsi in uno scambio tra concessioni diplomatiche e controllo dei flussi migratori. La questione appare ancora più problematica se si considera che le Nazioni Unite continuano a documentare arresti arbitrari, torture, sparizioni forzate e persecuzioni in Afghanistan. Il relatore speciale dell’ONU Richard Bennett ha ricordato che il principio di non-respingimento vieta il trasferimento di persone verso Paesi nei quali esiste un rischio concreto di persecuzione o tortura e che nessuna garanzia offerta dalle autorità talebane può essere considerata sufficiente. Eppure, mentre l’ONU ribadisce questi principi, l’Unione europea ha approvato un nuovo regolamento che rende più rapide e uniformi le procedure di rimpatrio dei migranti irregolari. Come può Bruxelles sostenere che l’Afghanistan sia troppo pericoloso per riconoscere il governo talebano, ma abbastanza sicuro da rimpatriarvi migliaia di persone? Dietro questa contraddizione pesa la crescente pressione politica interna sul tema dell’immigrazione. Per aumentare i rimpatri dei richiedenti asilo respinti, i Talebani vengono progressivamente trasformati da paria internazionali a interlocutori necessari. Bruxelles continua a sostenere che questi contatti non equivalgano a un riconoscimento formale. Tecnicamente è vero. Politicamente molto meno. Nella diplomazia internazionale i simboli contano quanto gli atti ufficiali e ricevere rappresentanti di un regime accusato di repressione sistematica significa attribuirgli una legittimità che va oltre le formule giuridiche. Come ha affermato Richard Bennett, l’incontro di Bruxelles rappresenta “un insulto alle donne afghane”. Mentre milioni di donne e ragazze restano escluse dall’istruzione, dal lavoro e dalla vita pubblica, i loro oppressori vengono ricevuti nelle istituzioni europee come interlocutori. Più che un incontro tecnico, è il simbolo di una comunità internazionale che rischia di abituarsi all’apartheid di genere imposto dai Talebani e di considerarlo un fatto compiuto anziché una violazione da contrastare. CISDA - Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane
July 4, 2026
Pressenza
“I femminicidi esistono! Voci che Resistono – Parole che attraversano il silenzio”
Nella serata di ieri, mercoledì 1° luglio alle ore 19:00, gli spazi del Centro Pace di Forlì (Via Andrelini, 59) hanno ospitato un caloroso ed emozionante momento di riflessione collettiva con l’evento “Voci che Resistono – Parole che attraversano il silenzio”. L’iniziativa, che ha registrato la presenza di un pubblico estremamente interessato, attento e profondamente coinvolto, è stata interamente dedicata alla sensibilizzazione e al contrasto verso la violenza contro le donne attraverso il potere civile della parola. Il cuore pulsante della serata è stato il reading di poesie, aperto dalle intense interpretazioni dei tre poeti ufficiali: Filippo Amadei, Matteo Zattoni e Mirella Paoletti. Le loro letture, mirate, precise e cariche di pathos, hanno saputo toccare corde profonde, offrendo una panoramica toccante su una piaga sociale drammaticamente attuale. Successivamente, la formula dell’open mic (microfono aperto) ha dato spazio alla cittadinanza, registrando altri quattro spontanei e significativi interventi da parte dei presenti, che hanno condiviso versi e brevi testi per arricchire la riflessione comune. L’evento si inserisce all’interno della campagna internazionale “EUNITED FOR EQUALITY CAMPAIGN” ed è stato realizzato nell’ambito del progetto “InclusiVoice”, co-finanziato dall’Unione Europea e dall’Agenzia Italiana per la Gioventù. Nel corso dell’incontro sono state illustrate le ragioni profonde di questa iniziativa, nata proprio per promuovere gli obiettivi di inclusione e uguaglianza del progetto. A questo proposito, gli organizzatori hanno annunciato il prossimo lancio di una raccolta firme per una petizione formale rivolta all’Unione Europea. L’obiettivo politico e umanitario è di fondamentale importanza: richiedere l’adozione di criteri giuridici omogenei in tutti gli Stati membri per la valutazione e la distinzione di cosa sia un femminicidio rispetto a un omicidio generico, colmando un vuoto normativo e garantendo tutele uniformi a livello europeo. Il Centro Pace esprime un sentito ringraziamento per la partecipazione attiva e il supporto istituzionale del Centro Donna di Forlì, la cui presenza è stata fondamentale; le referenti sono intervenute portando un prezioso saluto istituzionale e ribadendo il valore della sinergia tra le realtà del territorio. A coronare la splendida riuscita dell’evento, i partecipanti hanno potuto godere di un superbo aperitivo offerto dal negozio “Alto Mercato” (con sede in Via delle Torri n. 8), che ha deliziato i presenti con una selezione di prodotti biologici provenienti interamente dal circuito del commercio equosolidale, confermando l’impegno della serata verso la sostenibilità, la giustizia sociale e la solidarietà in ogni sua forma. Contatti e Informazioni: Centro Pace di Forlì (Via Andrelini, 59 – Forlì) Per il Centro Pace, Angela Caruso (tirocinante) Redazione Romagna
July 2, 2026
Pressenza
“Resistenze. Movimenti di donne nel mondo”, un podcast per ascoltare le storie che spesso restano ai margini
Che cosa accade quando smettiamo di guardare il mondo attraverso le categorie con cui siamo stati/e educati/e a leggerlo? E cosa emerge quando, invece di parlare di donne e soggettività marginalizzate, ci mettiamo in ascolto delle loro voci, delle loro analisi e delle loro pratiche di resistenza? Da queste domande nasce “Resistenze. Movimenti di donne nel mondo”, un podcast realizzato nell’ambito del progetto “Diventa reporter di Agenzia di Stampa Giovanile” – con il supporto a titolo volontario del giornalista Marzio Fait – con l’obiettivo di raccontare storie che raramente trovano spazio nel dibattito pubblico: quelle delle donne e delle soggettività femminilizzate che, in contesti segnati da guerra, colonialismo, fondamentalismi, violenza patriarcale e disuguaglianze sociali, continuano a costruire percorsi di autodeterminazione e trasformazione collettiva. Non si tratta di storie eccezionali. Al contrario. Sono storie quotidiane, spesso invisibilizzate, che parlano di persone a cui viene frequentemente negata agency politica, capacità decisionale e autorevolezza. Raccontarle significa restituire complessità a soggettività troppo spesso rappresentate esclusivamente come vittime o destinatarie di aiuto. Dare spazio a nuove narrazioni Il podcast ha trovato casa in Agenzia di Stampa Giovanile, il progetto editoriale promosso dall’Associazione Viração&Jangada che da anni costruisce spazi di informazione, partecipazione e confronto per le giovani generazioni in Italia e nel mondo. Attraverso l’approccio dell’educomunicazione, Agenzia di Stampa Giovanile promuove un giornalismo partecipativo e indipendente che mette al centro i diritti umani, la giustizia sociale, la sostenibilità ambientale e la valorizzazione delle differenze. Uno spazio che ha permesso di affrontare questi temi senza semplificazioni e senza cedere alle narrazioni dominanti che spesso caratterizzano il racconto di molti territori del Sud globale. Ascoltare prima di interpretare Fin dall’inizio è stato chiaro che non sarebbe stato sufficiente raccontare dei movimenti di resistenza. Era necessario interrogarsi anche sul modo in cui farlo. Per questo ogni episodio prende avvio da un libro, utilizzato come strumento per contestualizzare storicamente e politicamente le lotte affrontate. La scelta delle opere non risponde alla volontà di costruire un catalogo di eroismi individuali, ma a quella di comprendere processi collettivi, genealogie di resistenza e pratiche di emancipazione radicate nei territori. Accanto ai libri, ogni puntata ospita il dialogo con autrici, ricercatrici ed esperte che hanno studiato o vissuto direttamente le realtà raccontate. L’obiettivo non è spiegare queste lotte attraverso uno sguardo esterno, bensì creare le condizioni per un ascolto più attento e consapevole. In un momento storico in cui il femminismo occidentale rischia ancora di trasformare in misura universale delle pratiche di liberazione altrui, è fondamentale riconoscere che non esiste un unico modo di opporsi al patriarcato. Le forme della resistenza sono molteplici e prendono forma all’interno di contesti sociali, culturali e politici differenti. Adottare una prospettiva decoloniale significa proprio questo: sospendere il giudizio, mettere in discussione le categorie con cui interpretiamo il mondo e imparare ad ascoltare senza pretendere di tradurre ogni esperienza nei nostri schemi di riferimento. Senza idealizzazioni, ma anche senza paternalismi. Cinque episodi, diversi territori, molteplici resistenze Nel corso delle cinque puntate il podcast attraversa geografie e storie diverse, accomunate dalla capacità delle donne di organizzarsi, resistere e immaginare alternative. Il primo episodio prende avvio dal libro Variazioni di luna di Patrizia Fiocchetti e racconta le resistenze delle donne iraniane, afghane e curde, restituendo la complessità delle loro lotte contro il patriarcato, le incursioni di Paesi esteri, i fondamentalismi e le diverse forme di controllo esercitate sui loro corpi e sulle loro esistenze. Il secondo episodio, costruito attorno a Prima che chiudiate gli occhi di Morena Pedriali Errani, ripercorre la storia delle donne rom e sinte durante il nazifascismo, mettendo in luce forme di resistenza nonviolenta troppo spesso escluse dalla memoria collettiva europea. La terza puntata è dedicata al movimento argentino Ni Una Menos, raccontato attraverso l’omonimo libro della giornalista Paula Rodríguez e approfondito grazie al dialogo con l’autrice e con la giornalista e attivista Marcela Ojeda. La puntata ripercorre la nascita di una mobilitazione che, a partire dal contrasto alla violenza maschile, ha contribuito a ridefinire il dibattito pubblico su giustizia sociale, diritti riproduttivi e disuguaglianze economiche. Nel quarto episodio, a partire dal libro Questa terra è donna di Cecilia Dalla Negra, si esplorano le pratiche di resistenza e autodeterminazione delle donne e delle comunità LGBTQIA+ palestinesi. La puntata si sofferma sulle intersezioni tra occupazione coloniale, patriarcato e disuguaglianze sociali. Arricchiscono la riflessione i contributi della filosofa ed esperta di studi di genere Alessandra Chiricosta, che approfondisce il rapporto tra corpo e territorio e il concetto di colonialità, e della studentessa di scienze filosofiche Zoulikha Rezki, che offre una riflessione sul velo islamico a partire dalla propria esperienza di donna musulmana che vive in Italia. L’ultima puntata racconta invece la lunga storia delle donne irachene attraverso il libro Il mio posto è ovunque. Voci di donne per un altro Iraq di Silvia Abbà. Un episodio che include anche una riflessione critica sull’espressione “Medio Oriente”, problematizzata grazie al contributo dell’antropologa Martina Grassi per evidenziarne le radici eurocentriche e coloniali e immaginare modi alternativi di nominare quella parte del mondo. Un invito all’ascolto Più che fornire risposte definitive, il podcast Resistenze prova ad aprire domande. Su chi racconta le storie. Su quali voci vengono considerate autorevoli. Su come il colonialismo continui ad abitare il linguaggio, l’informazione e gli immaginari contemporanei. Perché ascoltare le lotte delle donne nel mondo non significa soltanto conoscere realtà lontane. Significa anche interrogare il nostro modo di guardarle. Tutte le puntate di Resistenze. Movimenti di donne nel mondo sono disponibili sul canale Spotify di Agenzia di Stampa Giovanile.   Redazione Italia
June 30, 2026
Pressenza