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Odissea lavoro: quando il discrimine è la maternità
Con questo articolo inizia l’odissea nel mondo del lavoro, e in particolare, nel mondo delle lavoratrici. Dal reato di maternità ai lavori fake: ombre e luci del mondo lavorativo, nero su bianco. Quando una delle prime domande al colloquio di lavoro è: “Ha intenzione di avere figli?” oppure “Ha un marito, un compagno?”, bene sorella, scappa. Anzi no: ricorda al recruiter che queste domande sono illegali e fuori legge. Oppure, rimandale al mittente: “E lei, invece, ha figli? Davvero si? Allora mi riveli il suo segreto: come fa a conciliare lavoro e famiglia?”. Il mood è, sempre più spesso, questo: la candidata si siede per il colloquio e il recruiter – anzi, pardon, l’HR – il più delle volte il curriculum non lo ha neanche letto. In realtà, al netto delle competenze, il suo interesse principale è assicurarsi che quella donna che ha davanti non abbia nella sua testolina l’idea di diventare madre. Si perché poi magari inizierebbe il valzer delle assenze durante la gestazione, poi l’aspettativa post partum, poi le malattie del pupo. Quindi, a parità di titoli, viene spesso preferito un uomo. Senza contare il fatto che adesso anche lui ha diritto a permessi e aspettativa per l’accudimento dei figli. Per esperienza diretta, dagli anni ’90 a oggi è cambiato veramente poco nelle procedure di selezione, rispetto all’assunzione delle donne. Le stesse domande, lo stesso tono semi inquisitorio, la stessa discriminazione di genere. Certo, sono state emanate leggi per cercare di eradicare questa cattiva abitudine, però quello che si è ottenuto è, a conti fatti, solo il suo contenimento. Ossia: queste domande vengono ancora poste, ma in maniera più subdola. Secondo i dati diffusi da RaiNews nel secondo trimestre del 2026, il tasso di occupazione femminile tra i 15 e i 64 anni in Italia si attesta al 54,8%, a fronte del 71,9% maschile, registrando una differenza di 17,1 punti percentuali. Una differenza notevole che pesa come un macigno. La maternità era ed è vista come un ostacolo: ho assistito al licenziamento di una collega solo perché aveva deciso di sposarsi, allontanamento camuffato come “periodo di ferie” nel quale occuparsi del matrimonio e dal quale poi sarebbe tornata per rioccupare lo stesso posto. L’episodio più agghiacciante però è stato quando ho ascoltato una conversazione tra il capo e una dipendente, durante la quale lei gli comunicava di essere incinta. Le sue parole testuali sono state “sgravate come vacche”. Non credo che servano commenti. Ho visto colleghe assunte senza contratto, che accettavano di lavorare per bisogno, e poi venivano allontanate per avere commesso il reato di maternità. La domanda è: come risolvere la questione? Il nuovo decreto lavoro (decreto-legge 62/2026) ha introdotto, all’articolo 1, una importante misura: il Bonus donne 2026. Si tratta di un incentivo che prevede un esonero totale (100%) dai contributi previdenziali a carico dei datori di lavoro privati per le assunzioni a tempo indeterminato effettuate dal 1° gennaio al 31 dicembre 2026 riservato a donne in situazione di svantaggio : https://www.inps.it/it/it/inps-comunica/notizie/dettaglio-news-page.news.2026.05.bonus-donne-2026-guida-alle-assunzioni-con-sgravio-inps-100.html Sicuramente si tratta di una misura interessante, che però riduce la questione a un bonus, rimandando la questione fino a 24 mesi. Vale a dire che, dopo due anni, il bonus finirà e con esso, molto probabilmente, finirà anche il contratto. Perciò siamo alle solite: la coperta è troppo corta e la decisione è tra coprirci la testa o scoprirci i piedi. Mentre la spesa del riarmo aumenta, le politiche del lavoro stagnano. Il programma GOL – acronimo che sta per Garanzia Occupabilità Lavoratori – ha permesso la riqualificazione di migliaia di lavoratori e lavoratrici; tuttavia, per quelle di loro che hanno scelto obtorto collo di ritirarsi dal mondo del lavoro per accudire familiari, spesso anziani o portatori di handicap, quale rientro lavorativo si prevede? Come è possibile rientrare dopo anni di assenza, visto che l’età è forse uno dei primi ostacoli da superare per ricominciare un’attività? E perché il caregiving non viene considerato un lavoro a tutti gli effetti, con tanto di stipendio e contributi? Inizia qui il nostro viaggio nel mondo del lavoro. Ne vedremo delle belle, questo è sicuro. Stefania Catallo
October 24, 2026
Pressenza
“Molte vittime, pochi dati” il femminicidio in Europa: definizioni e statistiche
In Europa il femminicidio è riconosciuto e monitorato in modo uniforme? Per rispondere a questa domanda e proporre soluzioni concrete, si terrà un importante appuntamento di informazione e sensibilizzazione dedicato alla violenza di genere da una prospettiva europea. Nel corso dell’iniziativa verrà presentata ufficialmente la petizione “European statistical criteria to monitor femicides”, uno strumento pensato per promuovere criteri statistici standardizzati e trasparenti in tutta l’Unione Europea per il monitoraggio dei femminicidi. L’evento si terrà venerdì 23 ottobre 2026 alle ore 19:00 presso la sede del Centro per la Pace di Forlì (Via Andrelini 59, Forlì), durante cui verrà presentata ufficialmente la petizione che rientra nelle attività del progetto europeo “InclusiVoice” , co-finanziato dall’Unione Europea e dall’Agenzia Italiana per la Gioventù nell’ambito della campagna Eunited for Equality.  Gli stati europei non adottano un sistema statistico comune in merito ai femminicidio, nonostante l’ONU abbia già da anni proposto dei criteri comuni da seguire. A seguito dell’introduzione a cura del Centro per la Pace di Forlì, interverranno il prof. Antonio Jerry Palma, docente del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Bologna, e Alessia Prenjasi, “ambasciatrice” del progetto InclusiVoice, che porteranno il punto di vista accademico e giovanile sul valore dei dati e della trasparenza istituzionale. La cittadinanza è invitata a partecipare. Nel corso della serata sarà possibile sostenere attivamente l’iniziativa firmando la petizione, un’azione concreta per chiedere standard di tutela più forti e uniformi in tutta Europa. Centro Pace di Forlì, Camila Belen Rossi Redazione Romagna
October 20, 2026
Pressenza
In tonalità minore? La Biennale e altre mostre veneziane
Che cosa accade quando storie custodite dalle donne, saperi manuali e pratiche di cura a lungo giudicati minori diventano il centro del racconto? Nella 61ª Esposizione, In Minor Keys, concepita da Koyo Kouoh, la prevalenza della creatività femminile dà rilievo a questa domanda, con un’ampia presenza di artiste e artisti dell’Africa e di aree a lungo marginalizzate dai circuiti egemoni dell’arte. La seguo anche in altre mostre veneziane, accostando opere che attraversano terra e corpi, fili e archivi, voci e suoni. La lettura segue tre assi: materia vivente, ambiente e rigenerazione organica; dimensione tattile delle pratiche artigianali e della manualità; geopolitica e critica della modernità egemone. Ma sono direttrici intrecciate: un materiale organico può legare terra, pratica artigianale e denuncia politica. Si tratta perciò di una lettura parziale che segue le dissonanze e le libere interconnessioni della rassegna, come in un ensemble musicale. fig. 1 María Magdalena Campos-Pons, Anatomy of the Magnolia Tree for Koyo Kouoh and Toni Morrison, 2026 Il percorso si apre nel padiglione centrale dei Giardini con Anatomy of the Magnolia Tree for Koyo Kouoh and Toni Morrison (fig. 1) di María Magdalena Campos-Pons che traduce il protagonismo femminile in una genealogia simbolica. Otto pannelli ritraggono tra rami fioriti la curatrice e la scrittrice, prime donne nere, rispettivamente, a curare la Biennale e a ricevere il Nobel per la letteratura; sette sculture di magnolie e un paesaggio sonoro immersivo completano l’omaggio a un’eredità che cresce attraverso chi la raccoglie. Il rapporto tra esseri umani e cicli della terra si manifesta già all’esterno del Padiglione Centrale dei Giardini, dove Otobong Nkanga accoglie il pubblico rivestendo le colonne con blocchi d’argilla e vasi da cui crescono piante rampicanti, tra vetri di Murano e formelle in ceramica. All’Arsenale, invece, Dedication II di Uriel Orlow esplora su schermi LCD la vita nascosta della natura e i suoi fragili legami. fig. 2 Vera Tamari, Tale of a Tree, 2002 Il rapporto con il mondo vegetale assume una precisa valenza storica e politica ai Giardini, in Tale of a Tree (fig. 2) di Vera Tamari: seicento piccoli ulivi d’argilla, davanti alla fotografia di un esemplare secolare, evocano il radicamento nella terra palestinese, dove la continuità del paesaggio, della cultura, della memoria è parte della resistenza di una comunità. Sempre ai Giardini, l’intreccio fra paesaggio, memoria e appartenenza si carica della storia della schiavitù nelle sculture di Adebunmi Gbadebo: l’argilla rossa prelevata dalle fosse comuni di una piantagione della Carolina del Sud viene impastata con ciocche di capelli, riportando nella materia la storia degli antenati ridotti in schiavitù.  fig. 3 Marcia Kure, Roadkill II, da Network V, 2026 Il corpo femminile nero è invece sottoposto alle pressioni economiche e ai modelli estetici contemporanei nelle opere Network V: Roadkill I–IV (fig. 3) dell’artista nigeriana Marcia Kure: busti di manichini, giacche e parrucche di capelli sintetici diventano corpi insieme costruiti e svuotati.  fig. 4 Wangechi Mutu, SimbiSiren, 2026 In entrambe le sedi, Wangechi Mutu espande il nesso tra corpo femminile, natura e spiritualità. All’Arsenale, il bronzo SimbiSiren (fig. 4) fonde donna, animale e creatura acquatica, richiamando uno spirito delle acque della tradizione Kongo che mette in rapporto vivi e antenati; ai Giardini, l’installazione The End, Where All began, EdEN reimmagina il Giardino dell’Eden da una prospettiva ecofemminista e diasporica, attraverso la cosmologia del popolo Kikuyu del Kenya.    La figura materna come origine condivisa e il suo legame con i cicli naturali trovano un’ulteriore declinazione al Salone Verde, fuori dalla Biennale, nella mostra Matriclysm: An Archaeology of Connections Lost dell’artista e musicista Jewel. All’esterno ci accoglie First Mother, un’imponente figura di donna incinta inginocchiata, rivestita di juta ed elementi organici che ne trasformano la superficie nel tempo: rende omaggio alla madre mitocondriale, antenata comune dell’umanità in linea materna. Nelle sale, dipinti, arazzi e sfere di vetro intrecciano mito, scienza e autorità femminile alla vulnerabilità ambientale così che in Heart of the Ocean, dati oceanici in tempo reale diventano luce e suono, dando voce al mare in un ciclo che culmina nella rappresentazione del riscaldamento delle acque. In entrambe le sedi della Biennale ricami, stoffe, miniature e assemblaggi danno forma a linguaggi nei quali la ricerca artistica si nutre di saperi artigianali e memorie familiari. Portare questi saperi nello spazio della mostra significa anche riconoscere il valore di chi li ha custoditi e trasmessi e mettere in discussione le gerarchie che hanno separato l’arte dalle pratiche domestiche e artigianali.  fig. 5 Alice Maher e Rachel Fallon, The Map, 2021 All’Arsenale, The Map (fig. 5) di Alice Maher e Rachel Fallon rielabora le mappe medievali e la seicentesca Carte de Tendre in una grande carta tessile della storia delle donne irlandesi, dalle Case Magdalene alla subordinazione sancita dalle leggi nel lavoro e nella vita riproduttiva. Toponimi inventati e creature mostruose introducono però un’ironia che sottrae la denuncia a un’immagine soltanto dolorosa. La riscrittura della storia attraverso il tessile conduce oltre la Biennale, a Palazzo Bonvicini, dove Penelope. Her Journeys rovescia l’immagine della sposa obbediente in attesa. Gayle Chong Kwan trasforma stoffe e utensili in strumenti di resistenza all’assedio domestico; Stephanie Blake affida a Penelope, alla macchina da scrivere, il racconto sottratto a Omero; Kimiko Yoshida ricompone attraverso sete ricamate, vetri di Murano e convivialità i legami spezzati dalla violenza. La casa diventa così uno spazio d’invenzione e autorità femminile. Anche Alice Maher sovverte l’immaginario mitologico. Nelle acque dell’Arsenale, Les Filles d’Ouranos richiama la nascita di Afrodite dalla schiuma generata dai genitali recisi di Urano: quindici teste arancioni in resina affiorano come boe, moltiplicando con ironia l’immagine dell’unica dea. Ai Giardini, è esposta la serie di disegni e sculture intitolata le Sibille: nei grandi disegni i rotoli e i turbanti che caratterizzano l’iconografia tradizionale diventano matasse di capelli che erompono dai corpi come organismi viventi; ai loro piedi specchi scuri su cui poggiano piccole sculture amorfe ne distorcono i riflessi, evocando una divinazione indecifrabile. Bellezza e profezia diventano così immagini instabili, sottratte a un significato definitivo.  fig. 6 Nalini Malani, Of Woman Born, 2026 La riscrittura del mito acquista una straordinaria intensità ai Magazzini del Sale, nell’evento collaterale Of Woman Born (fig. 6) di Nalini Malani. Tornando al processo dell’Orestea che assolve Oreste dall’uccisione di Clitennestra, l’artista interroga la cancellazione della madre su cui si fonda quel racconto della giustizia. Nove proiezioni nate da disegni digitali invadono pareti ed elementi architettonici, accompagnati da voci, musica e rumori di guerra. Sono figure femminili, corpi feriti, scene d’infanzia e parole che fanno entrare le guerre di oggi nella tragedia antica. La madre e le Furie tornano così a occupare lo spazio, riaprendo nel presente la questione della giustizia attraverso la violenza sui corpi delle donne e delle creature piccole. Ma una bambina salta con la corda, cade e ricomincia, indicando una tenace possibilità di sopravvivenza.  La maternità esclusa o subordinata nei racconti dominanti è anche al centro della ricerca di Judy Chicago, cui la galleria Alberta Pane dedica The Materiality of Judy Chicago. La mostra attraversa oltre sei decenni, da The Dinner Party e Birth Project fino a opere più recenti e mostra come le possibilità espressive dei materiali si intreccino al riconoscimento artistico di saperi svalutati perché associati alle donne. Chicago estende questa attenzione alle ricamatrici dei suoi progetti, ricordandone i nomi e rendendo visibili i singoli contributi all’opera condivisa. fig. 7 Chiara Camoni, Colonna (Farfalla), 2024; a ds. Colonna (Demone), 2026; a sn Sister (Falena), 2025 La pratica di relazione è alla base anche del modo di operare di Chiara Camoni e trova espressione nel Padiglione Italia all’Arsenale. Persone, materiali e forme di vita confluiscono in un percorso che coinvolge chi lo attraversa. Nella prima sala, ventiquattro figure in terracotta poco più grandi della scala umana — Sister, Colonne e Daimon — formano un bosco in penombra, con corpi animati da fiori, rami, conchiglie e frammenti raccolti. La Colonna Demone accoglie fra le mani due coppe di Fausto Melotti (fig. 7), anticipando Dialoghi, la mostra nella mostra che occupa il secondo ambiente. Aperto alla luce naturale e alla sosta, questo spazio ospita, tra mobili riassemblati, opere e documenti anche di figure dell’arte moderna e contemporanea vicine alla sensibilità di Camoni.  La dimensione domestica, che Camoni apre alla condivisione, diventa nel Padiglione India uno spazio da ricostruire attraverso la memoria. In Permanent Address (fig. 8), Sumakshi Singh restituisce in filo bianco le stanze della sua casa demolita a Delhi: il ricamo si sviluppa in un’architettura traslucida, nella quale pareti e dettagli conservano la forma di un luogo perduto. fig. 8 Sumakshi Singh, Permanent Address, 2026 fig. 9 Billie Zangewa, Wish You Were Here, 2026           Dalla memoria degli spazi ai gesti che li abitano, il tessile racconta la vitadomestica anche nei lavori di Billie Zangewa, ai Giardini: lembi di seta strappati e ricomposti, dai margini irregolari, raffigurano scene quotidiane e pratiche di cura abitualmente sottratte allo sguardo pubblico (fig. 9). fig. 10 Annalee Davis, Let this be my Cathedral, 2026 Dalla vita domestica la cura si estende alla terra in Let This Be My Cathedral (fig. 10) di Annalee Davis, in mostra all’Arsenale. Un erbario raccolto dal suo giardino, in un’ex piantagione di Barbados, è accostato alla riproduzione di un chiurlo eschimese, adagiato su un sudario ricamato. L’uccello, il cui ultimo avvistamento documentato sull’isola risale al 1963, introduce il lutto per la perdita delle specie, mentre le piante indicano una possibilità di rigenerazione. Alla memoria dello sfruttamento della terra si affianca quella delle vite perdute nelle miniere: sempre all’Arsenale, Senzeni Marasela rilegge la storia mineraria sudafricana in sette monumentali opere tessili che portano i nomi dei disastri minerari in cui persero la vita tanti lavoratori neri. Dai tjali, gli scialli tradizionali delle donne che di quelle perdite hanno sostenuto il costo, fitte cascate di fili di lana rossa si allungano fino al pavimento, trasformando i tessuti in un corpo scultoreo. Sempre all’Arsenale, la contesa per le risorse naturali diventa esplicita in The End of the World di Alfredo Jaar: un ambiente scarlatto custodisce un cubo di quattro centimetri con dieci minerali strategici per energia, tecnologie e armamenti. Lo scarto di scala evoca le conseguenze dell’estrazione sulle vite e sui territori.   Dalle risorse che alimentano i conflitti alla circolazione delle armi, Postscript to the Arabic Edition di Walid Raad intreccia guerra e destino delle opere. Secondo il racconto dell’artista, armi destinate dal Libano ai conflitti jugoslavi sarebbero state spedite su pallet sotto i quali sarebbero apparse copie di dipinti arabi, turchi e iraniani perduti. L’installazione ricrea un deposito, dando alla finzione un tono documentario. La violenza politica e lo sradicamento delle comunità sono invece al centro del lavoro di Sawangwongse Yawnghwe, che affronta le persecuzioni nel Myanmar: le 2.500 figure d’argilla di People’s Desire (fig.11) evocano la fuga dei Rohingya, mentre dipinti, mappe e fotografie interrogano la sottrazione di terre e risorse ai popoli Shan, Karen e Kachin. fig. 11 in primo piano Sawangwongse Yawnghwe, People’s Desire, 2018 Lo sradicamento assume una dimensione quotidiana nel Padiglione britannico dove Lubaina Himid dà vita alla complessa installazione Predicting History: Testing Translation (fig. 12) che affronta il tema della migrazione. In cinque monumentali dipinti l’artista raffigura donne e uomini che svolgono diversi lavori contribuendo alla vita del paese, ma i loro sguardi tradiscono incertezza. Ventisei domande interrogano l’appartenenza, mentre suoni inizialmente rassicuranti si alterano: ciò che appare accogliente può farsi estraneo a chi cerca una propria dimora. fig. 12 Lubaina Himid, Tailors, 2026             La possibilità di sentirsi accolti trova però un’apertura fiduciosa in khalil di Khaled Sabsabi, all’Arsenale: una tela-schermo di quaranta metri disposta a spirale accoglie proiezioni, suoni e profumi. Il titolo, amico intimo, esprime una vicinanza nutrita dall’esperienza migratoria e dalla spiritualità sufi. Nel Padiglione australiano, Conference of one’s self, ispirata al poema di Attar Il verbo degli uccelli, estende questa possibilità d’incontro oltre le differenze di provenienza e di fede. Uscendo dalle sale, porto con me immagini che continuano a richiamarsi: una coperta cucita, una stanza ricostruita con fili, una voce che ritorna, un terreno di sale su cui camminare. E dietro la varietà dei materiali e dei linguaggi rimane una domanda: chi ha potuto tramandare una storia e chi ha dovuto inventare un modo per farla ascoltare? Redazione Italia
October 10, 2026
Pressenza
Fiera Internazionale del Libro «Scritto da loro» riunirà scrittrici di tutto il mondo in edizione virtuale
Dal 13 al 20 ottobre si svolgerà la FILE 2026, una grande festa virtuale della letteratura femminile, nell’ambito della Giornata delle Scrittrici. La Fiera Internazionale del Libro Scritto da Loro – FILE 2026, che si svolgerà dal 13 al 20 ottobre, riunirà virtualmente scrittrici, autrici, poetesse, narratrici, ricercatrici e creatrici letterarie di diversi Paesi. La fiera si svolgerà nell’ambito della Giornata delle Scrittrici e mira a diventare uno spazio internazionale per condividere libri, storie, esperienze e voci femminili con lettori di diverse parti del mondo. Durante questa edizione, le partecipanti avranno l’opportunità di presentare i propri libri, partecipare a conversazioni, entrare in contatto con scrittrici di altri Paesi, dare maggiore visibilità alle proprie opere, creare nuove alleanze letterarie e condividere le proprie esperienze come creatrici. FILE 2026 è rivolta alle donne che hanno un’opera pubblicata o che desiderano far conoscere il proprio lavoro letterario e far parte di una comunità internazionale di donne legate alla letteratura. L’organizzazione sottolinea che questa fiera nasce con lo scopo di rafforzare la presenza e la partecipazione delle donne nell’ambito letterario, creando uno spazio di incontro, dialogo e diffusione culturale attraverso le nuove tecnologie. “Ogni donna che scrive lascia un’impronta, e quando le nostre voci si incontrano, la letteratura diventa movimento”, recita il bando di FILE 2026. Le scrittrici interessate a partecipare possono richiedere informazioni e iscrizioni tramite l’indirizzo e-mail legadowarmi@gmail.com FILE 2026 Dal 13 al 20 ottobre Fiera Internazionale Virtuale Letteratura scritta da donne Informazioni e iscrizioni: legadowarmi@gmail.com Loro scrivono. Loro raccontano. Loro trasformano. Redacción Perú
October 8, 2026
Pressenza
Eirenefest Firenze: Letizia Fuochi, il dissenso e la pace
Eirenefest Firenze 2026: tra dissenso, responsabilità e memoria. Il dialogo tra Letizia Fuochi ed Emanuela Bavazzano Si è conclusa alla Comunità delle Piagge la tappa fiorentina di Eirenefest 2026 (il Festival del libro per la pace e la nonviolenza) con un intenso incontro che ha visto dialogare Emanuela Bavazzano e la cantautrice, storica e attivista Letizia Fuochi. Un confronto ricco, appassionato e partecipato, ricamato sul filo doppio della pace e del dissenso, tra riflessioni storiche, testimonianze e momenti musicali. Ad aprire l’incontro è stata Emanuela Bavazzano, sottolineando la necessità di esplorare percorsi non convenzionali e riflettere sull’agire politico e sociale: un cammino guidato dal richiamo agli ultimi e ai poveri del mondo. Riprendendo le parole di Beniamino Deidda — storico magistrato e figura di riferimento della comunità — Bavazzano ha ricordato come la contestazione porti con sé la riscoperta della potenzialità rivoluzionaria della coscienza, trasformando la speranza in un’azione storica concreta.   La prossimità, i gradi di separazione e la responsabilità Incalzata sugli stimoli della conduttrice, Letizia Fuochi ha ripercorso il proprio percorso umano ed artistico. Richiamando con ironia la teoria dei «sei gradi di separazione», la cantautrice ha evidenziato l’importanza della prossimità: quel filo invisibile che unisce persone, luoghi e idealità. Nata come «la Joan Baez del Quartiere 2» a Firenze, Fuochi ha raccontato come la militanza e la musica non siano state una scelta tattica, ma una necessità interiore per non soccombere all’ingiustizia. Il cuore del suo intervento si è fondato sul concetto di responsabilità, valore appreso fin dall’infanzia. Tra i ricordi più vivi, il racconto di quando, a soli cinque anni e mezzo, nel settembre 1984, decise di scrivere di propria iniziativa una lettera di auguri al Presidente della Repubblica Sandro Pertini, apponendovi persino il timbro di un cagnolino giocattolo. La risposta ufficiale giunta via telegramma poche settimane dopo le confermò una lezione fondamentale: quando si compie un gesto con intenzione sincera e trasparente, si crea il presupposto autentico per fare comunità.   L’indignazione, il rifiuto dei compromessi e l’etica Il dialogo ha poi toccato il tema delle emozioni in politica. Bavazzano ha richiamato le riflessioni di Gianadrea Franchi e Lorena Fornasier (animatori dell’associazione Linea d’Ombra di Trieste, impegnati nella cura dei migranti, a partire dai piedi rovinati dai lunghi cammini), evidenziando come l’angoscia e l’indignazione non debbano essere viste come derive paralizzanti, bensì come il motore emotivo ed esperienziale per l’azione collettiva contro l’indifferenza. Letizia Fuochi ha descritto questa spinta non come angoscia, ma come una “vertigine” di fronte all’impossibilità di tollerare l’ingiustizia. Cercare la propria «misura» nel mondo la condotta a scegliere l’arte, la musica e la storia come strumenti di scavo interiore. Fuochi ha rievocato un episodio centrale della propria giovinezza accademica: nei primi anni Duemila, durante una ricerca storicamente e politicamente scomoda sulle doppie identità di ebrei e comunisti in Italia (accolta con favore da Amos Luzzatto, allora presidente dell’UCEI), scelse di interrompere la ricerca e rinunciare a un’importante pubblicazione editoriale pur di non scendere a compromessi etici o piegarsi a logiche d’opportunismo politico. Una scelta di integrità e dignità personale che ancora oggi guida la sua voce.   I grandi fari della memoria: Piero Calamandrei ed Enrico Bocci Ampio spazio è stato dedicato alle figure storiche che hanno nutrito la coscienza civile di Letizia Fuochi. Tra queste, il partigiano Enrico Bocci, tra gli animatori di Radio Cora, ricordato per la sua straordinaria forza etica e per il rifiuto della violenza cieca persino nel pieno della guerra di Liberazione. Ma il contributo più denso e inedito ha riguardato Piero Calamandrei. Ricordando il recente lavoro condotto insieme alla famiglia del giurista e costituzionalista (sfociato anche in una presentazione ufficiale del volume alla presenza delle istituzioni), Fuochi ha citato un testo straordinario e poco noto scritto da Calamandrei nel 1954 per l’Enciclopedia dei Ragazzi (poi ripreso nel racconto Futuro Postumo). In quel testo visionario, Calamandrei prefigurava con decenni di anticipo l’era dei mezzi di comunicazione di massa, la globalizzazione e il livellamento dei confini nazionali, definiti «linee da tracciare con la matita e non con l’inchiostro». Soprattutto, il grande giurista metteva in guardia l’umanità sul rischio dell’autodistruzione atomica: la guerra non come gloria, ma come fallimento di un cervello umano divenuto ipertrofico rispetto alla propria capacità di restare umano. Da qui il richiamo fondamentale all’Articolo 11 della Costituzione e all’insegnamento che la pace e la democrazia sono responsabilità quotidiana e inalienabile di ogni singolo cittadino.   La musica come atto di resistenza: De André, Tenco e le canzoni della scelta L’incontro è stato costellato da intensi ed emozionanti interventi musicali ed esecuzioni acustiche. Tra i brani citati ed eseguiti: * Se equivocó la paloma: la celebre poesia dell’esule spagnolo Rafael Alberti musicata da Carlos Guastavino, metafora potentissima della pace (la colomba) che si smarrisce e si confonde di fronte al dramma della guerra civile. * La guerra di Piero di Fabrizio De André: richiamata per spiegare alle giovani generazioni il valore della scelta, della paura e del rifiuto di sparare per primi di fronte all’assurdità dei conflitti voluti dai potenti. * La ballata del soldato (o La ballata dell’eroe, portata al successo sia da Luigi Tenco che da De André): sferzante critica all’inganno della gloria bellica e delle medaglie alla memoria di fronte al dolore reale delle famiglie e delle donne che attendono invano il ritorno dei propri cari. * Cara maestra di Luigi Tenco (1962): brano amaro e profondo che chiude l’incontro svelando le contraddizioni della società italiana, il conformismo e l’ipocrisia delle gerarchie sociali. Infine, Letizia Fuochi ha interpretato un proprio brano originale dedicato alle donne della Resistenza italiana e a figure come Maria Teresa Regard e Maria Luigia Guaita. La canzone narra la determinazione con cui tante giovani donne imbracciarono la bicicletta e sfidarono il regime, sorridendo «con il rossetto rosso ancora intero» per conquistare la libertà, la giustizia e un mondo nuovo.   La cura attraverso la cultura Nelle battute finali, arricchite dalla lettura da parte di Emanuela Bavazzano di una poesia sulla cura condivisa, L’incontro si è concluso con un forte appello al dialogo, allo scambio e al confronto culturale. Citando il professore Stefano Mancuso, Fuochi ha ricordato come l’identità e la cultura siano esse stesse il frutto di secolari migrazioni e contaminazioni. La vera risposta alla guerra e al cinismo del capitalismo resta dunque la cura: un investimento continuo nell’istruzione, nella ricerca, nella memoria storica e nel coraggio di agire nonostante la paura, per continuare a far germogliare i sogni e il futuro.   Letizia Fuochi e Emanuela Bavazzano Letizia Fuochi e Emanuela Bavazzano Letizia Fuochi Letizia Fuochi Letizia Fuochi Letizia Fuochi Letizia Fuochi Letizia Fuochi e Emanuela Bavazzano Letizia Fuochi e Emanuela Bavazzano Letizia Fuochi e Emanuela Bavazzano Letizia Fuochi e Emanuela Bavazzano Foto di Paolo Mazzinghi   Paolo Mazzinghi
October 5, 2026
Pressenza
ISTAT: Più lavoro retribuito per le donne, ma ancora ampio il divario di genere nel lavoro familiare
Nel 2023, si riduce il tempo dedicato dalle donne al lavoro familiare non retribuito rispetto a vent’anni prima (-37 minuti al giorno; -12,4% rispetto al 2003) e tra le occupate aumenta il tempo destinato al lavoro retribuito (+1 ora e 33 minuti alla settimana rispetto al 2003). Tuttavia, nel confronto europeo, l’Italia presenta il divario di genere più ampio sia nel tempo di lavoro familiare non retribuito sia nel tempo di lavoro retribuito. Il riequilibrio dei carichi familiari tra uomini e donne procede molto lentamente: il divario nel tempo dedicato al lavoro familiare si è ridotto da 3 ore e 22 minuti al giorno nel 2003 a 2 ore e 27 minuti nel 2023. Tra gli occupati in coppia di 25-64 anni, le donne dedicano 2 ore e 22 minuti al giorno in più degli uomini al lavoro domestico e di cura. E il divario è particolarmente elevato in presenza di figli e nel Mezzogiorno. In vent’anni il divario di genere rispetto al lavoro familiare non retribuito giornaliero si è ridotto, ma sulle donne pesa un carico di lavoro che è ancora ben oltre il doppio di quello degli uomini (4 ore e 21 minuti contro 1 ora e 54 minuti). La riduzione del divario di genere è avvenuta principalmente per effetto della contrazione del tempo dedicato dalle donne al lavoro familiare, associata alla maggiore partecipazione delle donne al lavoro retribuito e favorita dalla diffusione di tecnologie ed elettrodomestici (Istat, 2026). Tuttavia, la diversa partecipazione al lavoro retribuito non spiega da sola il divario di genere: anche nelle coppie in cui entrambi i partner sono occupati, le donne svolgono ancora il 68,9% del lavoro familiare complessivo. Tra i 12 Paesi europei che negli ultimi anni hanno condotto l’Indagine uso del tempo, l’Italia si distingue per una doppia asimmetria di genere che non ha eguali. La prima riguarda il lavoro retribuito: con il tasso di occupazione femminile tra i 15 e 64 anni del 52,5%, nel 2023 l’Italia si colloca all’ultimo posto tra i Paesi dell’Unione europea, con una differenza di oltre 13 punti percentuali rispetto alla media (65,7%) e con un divario di genere tra i più ampi (-17,9 punti percentuali rispetto agli uomini). Nonostante i progressi registrati negli ultimi anni (+6,3 punti percentuali rispetto al 2013), comunque più contenuti rispetto alla maggior parte degli altri Paesi, i livelli occupazionali delle donne rimangono significativamente inferiori a quelli degli uomini. Coerentemente con i ridotti tassi di occupazione femminili, le donne di 15 anni e più in un giorno medio settimanale dedicano al lavoro retribuito 1 ora e 48 minuti, il valore più basso tra i Paesi osservati. L’Italia mostra, inoltre, il divario di genere più ampio nel lavoro retribuito: gli uomini vi dedicano 1 ora e 40 minuti in più delle donne, davanti alla Serbia (1 ora e 25 minuti). La seconda asimmetria riguarda il lavoro familiare femminile (donne di 15 anni e più, esclusi gli aiuti ai familiari non conviventi), con il valore più alto tra i Paesi osservati: 4 ore e 15 minuti al giorno. Il risultato è un divario di genere nel lavoro familiare di 2 ore e 26 minuti, quasi il triplo di quello registrato nei Paesi nordici. Il Report dell’ISTAT dedica un capitolo ai “Genitori sotto pressione”, sottolineando però che il loro lavoro, che non finisce mai, non è uguale per tutti. “Tra gli occupati, la composizione del lavoro totale varia sensibilmente in base al ruolo ricoperto in famiglia, ma è la differenza di genere a definire il profilo più marcato. Nel complesso, le donne occupate destinano al lavoro familiare il 41,7% del loro tempo di lavoro totale, contro il 19,7% degli uomini. La forbice si allarga ulteriormente tra i genitori: il lavoro familiare assorbe il 48,8% del tempo di lavoro delle madri e solo il 22,3% di quello dei padri. Per le madri occupate, quasi un’ora di lavoro su due è lavoro familiare non retribuito: una distribuzione che riflette una divisione dei ruoli fortemente asimmetrica, indipendentemente dalla partecipazione al mercato del lavoro. L’asimmetria di genere nella distribuzione del lavoro non dipende però esclusivamente dalla struttura familiare. Anche tra le persone che vivono sole le donne dedicano al lavoro familiare il 32,5% del totale contro il 21,1% degli uomini. L’asimmetria riflette quindi modelli di cura domestica differenti tra i sessi a prescindere dalla formazione di una famiglia, pertanto non riducibile alla sola divisione dei ruoli nella coppia”. E le criticità maggiori in ambito familiare si registrano tra i genitori occupati, con le madri che raggiungono il 62,6% di sovraccarico, il 26,4% di povertà di tempo e il 30,4% di stress. I padri, invece, pur con valori inferiori, mostrano anch’essi i picchi più alti rispetto agli altri ruoli maschili (58,0%, 17,1%, 23,3%). La presenza di figli è quindi un fattore di pressione per entrambi i sessi, ma con un’intensità significativamente diversa: per le madri il cumulo di lavoro retribuito e familiare si traduce in una peggiore percezione del tempo e del benessere. Qui il Report dell’ISTAT: https://www.istat.it/wp-content/uploads/2026/09/REPORT_Tempi-di-lavoro-e-disuguaglianze-di-genere-in-Italia.pdf. Giovanni Caprio
October 3, 2026
Pressenza
Discorso di Pedro Sanchez alle Nazioni Unite
“Presidente, signore e signori, salgo su questa tribuna con un solo obiettivo: difendere ciò che molti stanno cercando di distruggere. Vengo a rivendicare i principi e le ambizioni che ispirarono la nascita di questa organizzazione ottantuno anni fa. Principi e ambizioni che diversi governi qui presenti disprezzano o intendono smantellare. La maggior parte di noi credeva in quella promessa comune. Perché eravamo convinti che la pace, la sostenibilità e le pari opportunità non fossero posizioni ideologiche, ma parte integrante del futuro dell’umanità. Oggi, però, queste idee non vengono soltanto messe in discussione. Vengono attaccate da attori politici, da governi che vogliono riportarci a un passato oscuro. E non serve indicarli: sappiamo tutti chi sono e qual è il loro modus operandi. Prima mettono in discussione le regole. Poi le violano, sapendo peraltro che nessuno avrà il coraggio di chiedergliene conto. Tagliano i loro contributi agli organismi multilaterali come questo. Prendono di mira i loro leader e i loro funzionari, ne bloccano la capacità d’azione, per poi descriverci come enti inutili di cui si può fare a meno. Il loro è quindi un tentativo di demolizione pianificato e coordinato, che ci viene presentato come inarrestabile, come necessario. Ma che in realtà va contro le correnti strutturali della storia e poggia su tre pilastri sbagliati. Il primo è l’egoismo: l’assurda convinzione che il mondo sia un gioco a somma zero, in cui il guadagno di qualcuno implica necessariamente la perdita di qualcun altro. Il secondo è l’ignoranza: perché si disprezzano le evidenze scientifiche e si dà per scontato che esistano Paesi così potenti da poter abusare degli altri e da non aver bisogno di nessuno per prosperare. E il terzo, il peggiore di tutti a mio giudizio, è la crudeltà. Una crudeltà che ormai non si scompone più davanti alle costole di un bambino affamato o a un ospedale ridotto in macerie. In questi otto anni ho visto queste forze egoiste, ignoranti e crudeli crescere. Ho visto come si toglievano la maschera e prendevano il potere in molti luoghi. E da lì le ho viste scatenare guerre illegali, massacrare civili innocenti. Le ho viste trattare milioni di esseri umani come se fossero bestiame e ritirare gli aiuti a chi più soffre la povertà e la malattia. Le ho viste inquinare l’atmosfera e anche l’oceano, come se fossero di loro proprietà. E cospirare per distruggere questa organizzazione e tutto ciò che rappresenta. Dico tutto questo perché essere testimone di queste cose ha trasformato il mio modo di comprendere il mondo. Ma non mi ha fatto perdere la speranza. Perché in questi otto anni ho visto anche cose meravigliose che mi fanno continuare ad avere fiducia nell’umanità. Ho visto, per esempio, milioni di persone mobilitarsi in difesa della natura, della pace, dei diritti civili. Ho visto migliaia di attivisti e di servitori pubblici affrontare i poteri delle élite, sapendo di mettere a rischio la propria carriera e persino la propria vita. Ho visto scienziati raggiungere traguardi che credevamo impossibili e molti governi fare la cosa giusta: scommettere sulla cooperazione, sulla giustizia sociale, sulla sostenibilità ambientale. Certo, io stesso ho segnalato in diverse occasioni le contraddizioni e le carenze di questo organismo. Ma con la stessa convinzione devo denunciare che la maggior parte delle voci che oggi si ostinano a criticare il sistema delle Nazioni Unite non ne stanno descrivendo i fallimenti: stanno cercando di provocarne il fallimento. Negli ultimi otto anni il mio Paese si è opposto a tutte le guerre di aggressione, ovunque siano scoppiate. Ci siamo rifiutati di portare la nostra spesa militare al cinque per cento del prodotto interno lordo. E abbiamo fatto tutto ciò che era in nostro potere per contrastare le pressioni contrarie alla Carta delle Nazioni Unite: sanzionando gli aggressori russi, imponendo un embargo sulle armi al governo di Netanyahu in Israele, impedendo che il nostro territorio venisse usato per schierare una coalizione contraria alla legalità internazionale e condannando senza ambiguità il genocidio che Netanyahu continua a perpetrare a Gaza. Abbiamo anche mobilitato risorse per fare di più. E di fronte alla manovra che ha tagliato quasi un terzo degli aiuti mondiali allo sviluppo in appena due anni, la Spagna ha raddoppiato il suo investimento nella cooperazione e ha aumentato il proprio contributo ai sistemi multilaterali di nientemeno che il 60%. E lo abbiamo fatto restando sempre fedeli ai nostri principi. Anche in momenti difficili come quello che sta vivendo la città spagnola di Ceuta, dove disuguaglianza, disperazione e disinformazione hanno alimentato una delle crisi di migrazione irregolare più gravi degli ultimi anni. So che in momenti come questi la tentazione è scegliere la scorciatoia, cedere alla paura, trasformare il migrante in un nemico e violare la legalità. Ma il mio Paese, la Spagna, non lo farà. E ovviamente non lo farà nemmeno una città spagnola come Ceuta. Perché i suoi cittadini stanno dimostrando che si può affrontare una crisi senza rinunciare alla decenza, mantenendo la legalità e rispettando i diritti umani. E ne usciremo più forti proprio per questo. Perché la Spagna non sceglie la strada più facile: sceglie sempre la strada più giusta. E voglio anche riconoscere che il mondo lo sa. E le forze reazionarie che vogliono distruggere questo ordine multilaterale non smettono di attaccarci per questo. Vogliono che dimentichiamo, vogliono che finiamo per credere che gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile siano cause perse, che difendere il bene comune sia ingenuo, che cooperare sia un segno di debolezza. Ebbene, io sono qui, salgo su questa tribuna per dire loro forte e chiaro che si sbagliano e che non staremo zitti. Che noi spagnoli non faremo un passo indietro. Che non smetteremo di credere che l’umanità possa continuare a progredire e che, tutti e tutte insieme, possiamo costruire un mondo migliore. E non lo faremo perché dobbiamo rispondere ai nostri figli e alle nostre figlie, ai loro sogni. Perché sappiamo che tra qualche anno quelle generazioni future guarderanno indietro, studieranno questo decennio decisivo nella storia delle Nazioni Unite e ci chiederanno quale ruolo abbiamo avuto ciascuno di noi. Ci chiederanno, giustamente: che cosa avete fatto quando alcuni Paesi hanno cominciato a infrangere le regole e altri hanno deciso di chiudere un occhio? Ci chiederanno: che cosa avete fatto quando difendere ciò in cui credevate ha cominciato a costare caro? E quando accadrà, vogliamo poter dire loro che non abbiamo smesso di lottare. Vogliamo poter dire loro che ci abbiamo rimesso la pelle per lasciargli un mondo più pacifico, più sostenibile e, sì, più giusto. È questo che speriamo di potergli dire. Ed è questo l’impegno che voglio lasciare su questa tribuna. Non a nome mio, ma a nome del Paese che rappresento: la Spagna. Molte grazie”. Redazione Italia
September 29, 2026
Pressenza
Catania, le ‘Città Vicine’ oggi: attività, pensiero, orizzonti
Pubblichiamo il comunicato sul Convegno in presenza e online de le Città Vicine e MAG Verona che si terrà nel novembre prossimo all’Ostello degli Elefanti – via Etnea 28, Catania – nelle giornate di sabato 14 (ore 17-20) e di domenica 15  (ore 10-13). I temi degli incontri del convegno 2026  “sono stati pensati – scrivono i promotori – per parlare delle nostre attività, delle nostre esperienze, del nostro pensiero e degli orizzonti che potremo allargare. Abbiamo una lunga esperienza alle spalle – affermano con orgoglio – ma forse dobbiamo riflettere su quanto siamo o non siamo riuscite/i nelle nostre città a incidere e a cosa possiamo pensare di nuovo per un salto di qualità della nostra azione politica”[accì] ____________ In questo ultimo anno abbiamo potuto apprezzare e anche partecipare a pratiche ed esperienze trasformative collegate, per la peculiarità espressivo-artistica del loro linguaggio, al campo dell’arte visiva e concettuale e che con i loro contenuti e significati hanno risvegliato nel profondo sensibilità sopite e suscitato risonanza e partecipazione in varie città d’ Italia e del mondo. Ci riferiamo al movimento degli stupendi arazzi della pace realizzati dalle molteplici realtà di donne in Italia che da oltre un anno danno vita alle manifestazioni della rete “10, 100, 1000 piazze di donne per la pace”, promosse dalla Biblioteca delle donne dell’UDI di Palermo, dalle donne delle Comunità Cristiane di Base di Pinerolo e dalle donne di Caltanissetta. Ci riferiamo, altresì, alla missione della Global Sumud Flotilla, al senso di umanità bellezza e creatività politica messo in essere dalle centinaia di donne e uomini componenti gli equipaggi di mare e di terra. Le variopinte e provvisorie navi delle spedizioni, accompagnate nei porti di partenza da migliaia di donne e uomini, hanno solcato il mare per raggiungere Gaza e superare il blocco israeliano con il loro carico di farmaci, beni di prima necessità, di pace, solidarietà e amore. Carico destinato alle donne agli uomini e ai bambini e bambine palestinesi. Idee e azioni queste che risentono e riflettono anche la creatività e l’unicità del pacifismo attivo nella storia delle donne, impegnate a scongiurare e fermare le guerre con linguaggi, forme e strumenti attinenti alla sacralità della quotidianità, della convivenza, della natura, della bellezza, dell’arte, della vita. In questi anni abbiamo visto affermarsi parole come cittadinanza attiva e democrazia partecipata. Ma la riflessione di Lia Cigarini, che ci è stata vicina nel cammino percorso dalle Città Vicine e ci ha spinto sempre verso una “pratica politica originale”, ci aiuta, ancora oggi, a coglierne il limite quando queste formule chiedono alle donne semplicemente di partecipare a forme politiche già date, costruite su una pretesa neutralità che troppo spesso assume la misura maschile come universale. Di come le donne, che hanno scelto di stare dentro quelle formule politiche e amministrano le città, ne hanno cambiato o no la forma e con quali pratiche, discuteremo con donne sagge che con noi dialogano da tempo. La questione politica è trarre beneficio, sempre, dal riconoscere la natura costituente delle pratiche delle donne: partire da sé, dalla relazione, dall’esperienza, dai corpi, dai desideri e dal lavoro quotidiano per creare libertà e trasformare il modo stesso di vivere insieme. È una lezione che sentiamo viva nel pensiero di Luisa Muraro, nella centralità che ha dato alla parola, alla relazione e alla libertà femminile, e nella sua capacità di riconoscere autorità a ciò che nasce dall’esperienza e dalla relazione tra donne. Da qui, come abbiamo sempre fatto, possiamo guardare alla città con occhi diversi. Elena Granata ci invita a pensare la città come spazio di condivisione, biodiversità sociale, riuso, immaginazione e incontro. Un’idea di città non mercificata ma viva, che sa valorizzare ciò che già esiste e trasformarlo in possibilità di relazione e di vita comune. Le pratiche delle donne ci hanno insegnato cosa significa abitare: prendersi cura delle persone e dei luoghi, creare cultura, difendere uno spazio, costruire relazioni, contrastare la violenza, custodire ciò che è fragile. Sono pratiche che producono comunità e, quindi, producono città. Possiamo noi agire con il nostro sapere nelle città in cui tutto è governato dal guadagno e dove corpi e storia hanno perso ogni significato? Noi crediamo ancora di sì. Ed è qui che la riflessione di Simone Weil sul radicamento diventa per noi particolarmente preziosa. L’essere umano ha bisogno di luoghi, memoria, relazioni, cultura, responsabilità: di un ambiente capace di nutrire l’anima. Lo sradicamento, prodotto dalla perdita dei legami, dalla mercificazione della vita e dalla forza esercitata sui più fragili, genera solitudine e impoverimento umano. La città può allora essere pensata come un luogo di appartenenza nel quale la bellezza, la cultura, la memoria e le relazioni costituiscono qualcosa di fragile e prezioso da custodire. Salvare la città significa salvare qualcosa che appartiene alla civiltà e che nessuno dovrebbe avere il diritto di distruggere.  Ripartiamo da tutto questo per affinare la nostra pratica politica in città, per riflettere sulle attività che già facciamo, per produrre pensiero, dando parola a ciò che viviamo. Mettiamo in relazione le nostre esperienze per aprire nuovi spazi, nuovi orizzonti.  Ci incontriamo a Catania il 14 e 15 novembre per ritrovarci, con passione e fiducia, per dare maggior senso alle nostre pratiche. PER INFO: TEL. 045-8100279; INFO@MAGVERONA.IT  Redazione Sicilia
September 28, 2026
Pressenza
L’impronta femminile in ‘Cammina&pedala per la Pace’
LA STORIA DELLA MARCIA A PIEDI E SU DUE RUOTE, NEL RACCONTO DELLE DONNE PARTECIPANTI E TESTIMONI DELL’ESPERIENZA ‘ANIMATA’ DALLE 3 PRESIDENTI DELLE SEZIONI ANPI DI MONDOVÌ, CARRÙ E FOSSANO. > “Se la Resistenza fosse una mappa, partiremmo da qui”. > Con questa frase, nel settembre 2024, la prima Cammina&pedala per la Pace > muoveva i suoi passi da piazza Franco Centro, a Mondovì, per raggiungere a > piedi e in bicicletta i cippi partigiani della città. > Fin dall’inizio la proposta ha avuto un segno riconoscibile: quello delle > donne. > L’idea è nata dentro Donne in Cammino per la Pace, e ha preso forma in un modo > di fare memoria che non si ferma davanti a una lapide, ma la raggiunge > camminando insieme, trasformando le strade di tutti i giorni in un racconto > condiviso. > Non è un caso che nella prima edizione abbia preso la parola Claudia Bergia, > presidente dell’Associazione Partigiana Ignazio Vian. > E che nella seconda, il 5 ottobre 2025, la voce ospite sia stata quella di > Claudia Pinelli, attivista e figlia di Giuseppe Pinelli, a ricordare che la > memoria antifascista attraversa anche la storia della Repubblica e le sue > ferite. > Donne che hanno portato nel cammino il legame tra la Resistenza di ieri e le > lotte per la verità, la giustizia e la pace di oggi. > Ogni volta il percorso si è chiuso attorno a un tavolo, con la pastasciutta al > Caffè Sociale: perché la memoria, come la pace, si costruisce anche nella > convivialità e nella cura delle relazioni. > Quest’anno quel seme è diventato rete. > La terza edizione è cresciuta fino a diventare tre domeniche di settembre, dai > sentieri partigiani alle strade della memoria e della pace. > Il 6 settembre in Val Ellero, con la camminata verso la Grotta dei Partigiani > della Tura, sopra Roccaforte Mondovì. > Il 13 a Carrù, con la passeggiata della memoria tra lapidi e cippi e il pranzo > sotto l’Ala Borsarelli, tra pastasciutta antifascista e per la Costituzione e > musica occitana e della Resistenza. > Il 20 a Fossano, in bicicletta sui luoghi della memoria cittadina. > A dare concretezza a questa crescita sono state le tre presidenti delle > sezioni ANPI di Mondovì, Carrù e Fossano, che hanno scelto di non procedere > ciascuno per conto proprio ma di costruire un percorso comune. > Una sinergia che ha fatto rete tra le sedi, coinvolgendo Comuni, Pro Loco, > associazioni e realtà del territorio, e allargando il cammino dalla città alle > valli. > È proprio qui che l’impronta femminile si riconosce di più. > Fare rete, tenere insieme le differenze, intrecciare relazioni invece di > erigere steccati: è la pratica che le partigiane e le staffette conoscevano > bene, e che il femminismo pacifista ha sempre rivendicato come forma della > politica. > Una proposta nata da un gruppo di donne è diventata un progetto condiviso da > tre sezioni ANPI: il frutto più prezioso di questi tre anni. > In un tempo segnato dalle guerre e dalla corsa al riarmo, il messaggio che ha > accompagnato questa edizione resta il più semplice e il più necessario: > camminare e pedalare insieme, sui luoghi della Resistenza, per costruire la > pace. > A chi ha camminato, a chi ha pedalato, a chi ha organizzato: grazie. La strada > continua. Redazione Italia
September 23, 2026
Pressenza
Palermo, i seminari della Biblioteca delle donne: nuova luce sui nodi del presente
I NODI DEL PRESENTE IN UNA NUOVA LUCE Tre testi per interrogare il presente   > QUESTI SEMINARI NASCONO DA TRE ANNI DI INTERLOCUZIONI IN PRESENZA DAPPRIMA > ALL’INTERNO DELLA BIBLIOTECA DELLE DONNE UDIPALERMO ED ESTESE POI AD AMICHE > ESTERNE ALL’ASSOCIAZIONE. ABBIAMO VIA VIA MESSO AL CENTRO LE OPERE DI TRE > PENSATRICI – LUISA MURARO, JUDITH BUTLER, CARLA LONZI –  NON COME PUNTI FERMI > TEORICI MA CON L’INTENTO DI ESPLORARE I NODI DEL PRESENTE, CHE A NOSTRO > GIUDIZIO INVESTONO LE QUESTIONI RELATIVE ALL’ORDINE SIMBOLICO DELLA MADRE, AL > GENERE, ALL’INDIPENDENZA SIMBOLICA DELLE DONNE DA UN SISTEMA PATRICENTRICO. IN > FEDELTÀ A UN METODO SCATURITO DALLA PRATICA DI RELAZIONI TRA DONNE CHE NON > DISGIUNGONO MA CONNETTONO VITA E STORIA, COSCIENZA DI SÉ E ESPRESSIONE DI SÉ, > FARE E ESSERE, VI INVITIAMO A PRENDERE PARTE ATTIVA ALLA TAPPA FINALE DEI > NOSTRI SCAMBI.   I SEMINARI SI SVOLGERANNO NEI SEGUENTI POMERIGGI, DALLE 16.30 ALLE 19.30 > GIOVEDÌ 8 OTTOBRE 2026 – L’ORDINE SIMBOLICO DELLA MADRE (LUISA MURARO) CONDUCONO IL SEMINARIO:  MARIA D’ASARO, IDA LA PORTA, NATALIA MILAN, MARIELLA PASINATI                   > GIOVEDÌ 15 OTTOBRE 2026 – QUESTIONE DI GENERE (JUDITH BUTLER) CONDUCONO IL SEMINARIO:  DOMENICA BRUNI, ELENA DI LIBERTO, FEDERICA DI MARTINO, MARIA CONCETTA SALA    > GIOVEDÌ 22 OTTOBRE 2026 – SPUTIAMO SU HEGEL (CARLA LONZI) CONDUCONO IL SEMINARIO: ROBERTA CORDARO, IVANA MARGARESE, MARIA CONCETTA SALA, ELISABETTA SANSONE   I SEMINARI SI SVOLGERANNO PRESSO LA SEDE DELL’ECOMUSEO MARE MEMORIA VIVA (EX DEPOSITO LOCOMOTIVE DI SANT’ERASMO) – VIA MESSINA MARINE 14 – PALERMO  Redazione Palermo
September 22, 2026
Pressenza