Herat rompe la paura e protesta. Anche se la risposta dei Talebani è stata rapida e brutale
La città afghana a giugno è stata teatro di manifestazioni senza precedenti nei
tempi recenti, registrando in piazza uomini e donne insieme contro il regime.
Sono stati dispersi con violenza, tra morti, feriti e sequestri. L’attacco non è
solo una reazione ma anche il tentativo di mantenere e consolidare l’apartheid
di genere, soffocando una dei centri più liberi e progressisti del Paese. Il
sostegno in Italia del Cisda
La repressione a giugno delle proteste di Herat segna uno dei più gravi episodi
di violenza compiuti dai Talebani negli ultimi mesi. Le manifestazioni sono nate
spontaneamente dopo l’arresto di numerose donne accusate di non indossare
l’abbigliamento imposto dal regime. Alla protesta hanno partecipato donne e
uomini, un fatto inedito dall’agosto 2021, uniti dallo stesso slogan:
“Istruzione, lavoro, libertà”.
La risposta dei Talebani è stata immediata e brutale: uso delle armi, arresti,
rastrellamenti e intimidazioni nei confronti della popolazione. Riportiamo le
testimonianze di chi era presente, come quella di Fatima (nome di fantasia),
attivista di Rawa, l’associazione per i diritti delle donne sostenuta dal
Coordinamento italiano a sostegno alle donne afghane (Cisda).
> “Durante la manifestazione i Talebani hanno sparato. Io sono arrivata dopo ma
> ho visto bambini ancora traumatizzati dalla violenza e dalle scene a cui
> avevano assistito. Il quartiere è abitato in gran parte da hazara (gruppo
> etnico che vive principalmente nella zona centrale del Paese, ndr). Erano
> arrivati armati: hanno fatto chiudere i negozi, vietato di andare in moschea e
> ordinato a tutti di restare in casa. Ma la gente non ha obbedito ed è scesa in
> strada. I Talebani hanno circondato la folla e l’hanno minacciata con le armi.
> Le donne indossavano il chador iraniano ma un talebano ha detto che non era
> accettabile. Hanno aperto il fuoco e due donne sono state uccise. Hanno anche
> impedito a chi era presente di riprendere la scena con il cellulare. È
> difficile descrivere la paura che ho visto nelle donne e nei bambini. È stato
> ucciso anche un bambino e un giovane ferito è morto perché i soccorsi sono
> stati impediti. I Talebani minacciavano chiunque cercasse di prestare aiuto.
> Il giorno dopo hanno effettuato rastrellamenti e arrestato diverse persone.
> Per la liberazione sono state chieste somme di denaro molto elevate. Sappiamo
> che molte donne arrestate sono state violentate in carcere e che alcune si
> sono suicidate per la vergogna”.
La testimonianza descrive una repressione che non si limita a disperdere una
manifestazione ma colpisce indiscriminatamente un’intera comunità, impedendo
persino i soccorsi e la documentazione di quanto accade.
La violenza con cui i Talebani hanno reagito non può essere letta soltanto come
la risposta a una protesta. Si inserisce nella più ampia strategia con cui il
regime sta consolidando il proprio sistema di apartheid di genere e di controllo
sociale.
© Beatrice Biliato
Herat occupa una posizione particolare nella storia dell’Afghanistan. È una
città che, rispetto ad altre aree del Paese, ha conosciuto una maggiore
partecipazione femminile alla vita pubblica, nell’istruzione, nel lavoro e nella
cultura. Anche il modo di vestire delle donne è tradizionalmente diverso da
quello imposto oggi dal regime.
Proprio per questo Herat rappresenta un banco di prova. Colpire una realtà
storicamente più aperta significa verificare fino a che punto sia possibile
estendere a tutto il Paese un modello fondato sulla paura, sull’obbedienza e
sulla cancellazione progressiva delle donne dalla vita pubblica.
L’obiettivo dei Talebani va ben oltre la punizione delle presunte violazioni del
codice di abbigliamento o delle altre norme imposte alle donne. La repressione è
parte di una strategia più ampia, finalizzata a creare un clima di paura
permanente capace di modificare i comportamenti dell’intera popolazione.
Non è sufficiente vietare alle donne di studiare, lavorare o muoversi
liberamente: il regime punta a fare in modo che siano le donne, le loro famiglie
e le comunità ad accettare queste limitazioni come inevitabili, fino a
trasformarle in una normalità.
© Beatrice Biliato
È questo il meccanismo attraverso cui si consolida l’apartheid di genere: il
controllo non viene esercitato soltanto dalla polizia morale ma viene
progressivamente interiorizzato dalla società. Le famiglie diventano
responsabili della sorveglianza delle donne; gli uomini sono chiamati a
rispondere del comportamento delle proprie parenti; la paura sostituisce
gradualmente la coercizione diretta. Quando questo processo si radica, il regime
ha sempre meno bisogno di intervenire con la forza perché il controllo viene
esercitato dalla società stessa.
L’obiettivo, tuttavia, è ancora più profondo. I Talebani mirano a fare in modo
che la cancellazione delle donne dalla vita sociale venga interiorizzata dalle
donne stesse come una condizione naturale, fino a diventare un’autolimitazione
che non richiede più una coercizione costante. Per questo la paura di uscire di
casa, di esporsi nello spazio pubblico o di trasgredire, anche
inconsapevolmente, le regole assume un ruolo centrale. Le donne sanno che il
prezzo di ogni presunta trasgressione sarà pagato dall’onore dell’intera
famiglia, che sarà esposta al giudizio e alla stigmatizzazione. Il risultato
perseguito è che siano le donne stesse a scegliere l’isolamento, rinunciando
progressivamente non solo alla possibilità di ribellarsi, ma persino alla
memoria di un’esistenza diversa.
Per questo i Talebani considerano particolarmente pericolose anche le
forme minime di resistenza femminile. Ogni gesto di dissenso può rappresentare
il punto di partenza di una mobilitazione più ampia e deve quindi essere
soffocato sul nascere attraverso il terrore. Le violenze avvenute a Herat
sembrano rispondere precisamente a questa logica: non soltanto reprimere una
protesta ma inviare un messaggio all’intera popolazione. Chiunque metta in
discussione l’ordine imposto rischia il carcere, la violenza, la sparizione
forzata e di trascinare nel disonore anche la propria famiglia.
L’obiettivo finale non è soltanto ottenere obbedienza ma impedire che sopravviva
la possibilità stessa di immaginare un’alternativa. Il sistema di dominio deve
apparire come l’unico ordine possibile.
In questa prospettiva assumono un’importanza decisiva anche le nuove
generazioni. I bambini e i ragazzi nati dopo il ritorno al potere dei Talebani
stanno crescendo senza aver conosciuto un Afghanistan diverso. Molti di loro
frequentano esclusivamente scuole e madrase controllate dal regime, dove
ricevono un’educazione improntata all’ideologia fondamentalista. Per loro questa
rischia di diventare l’unica normalità possibile.
Nonostante la repressione, la protesta di Herat ha avuto eco internazionale. In
numerose città del mondo la diaspora afghana ha organizzato manifestazioni di
solidarietà, sostenute da istituzioni o promosse spontaneamente da donne e
uomini costretti a lasciare il Paese.
Anche a Roma il 21 giugno si è svolta una manifestazione alla quale ha aderito
il Cisda, insieme alla comunità afghana e ad altre realtà solidali.
Testimonianze, poesie, racconti, canti, danze e brevi performance teatrali hanno
dato voce a chi continua a resistere. Tra i gesti più significativi è stato
riproposto il Signal for help, il segnale internazionale utilizzato per chiedere
aiuto in modo silenzioso, divenuto simbolo della lotta contro la violenza sulle
donne.
Le persone che hanno abbandonato l’Afghanistan hanno ricordato che l’esilio non
interrompe il legame con il proprio Paese. Continuano a sostenere la popolazione
afghana, in particolare le donne, mantenendone viva la voce e chiedendo il
ripristino dei diritti fondamentali.
Per i Talebani la paura è uno strumento di governo. Per chi continua a
mobilitarsi, dentro e fuori l’Afghanistan, rompere il silenzio rappresenta
invece la prima forma di resistenza.
Beatrice Biliato fa parte del Coordinamento italiano a sostegno delle donne
afghane (Cisda)- Questo articolo è apparso sul sito di AltrEconomia
CISDA - Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane