
Herat rompe la paura e protesta. Anche se la risposta dei Talebani è stata rapida e brutale
Pressenza - Sunday, July 19, 2026La città afghana a giugno è stata teatro di manifestazioni senza precedenti nei tempi recenti, registrando in piazza uomini e donne insieme contro il regime. Sono stati dispersi con violenza, tra morti, feriti e sequestri. L’attacco non è solo una reazione ma anche il tentativo di mantenere e consolidare l’apartheid di genere, soffocando una dei centri più liberi e progressisti del Paese. Il sostegno in Italia del Cisda
La repressione a giugno delle proteste di Herat segna uno dei più gravi episodi di violenza compiuti dai Talebani negli ultimi mesi. Le manifestazioni sono nate spontaneamente dopo l’arresto di numerose donne accusate di non indossare l’abbigliamento imposto dal regime. Alla protesta hanno partecipato donne e uomini, un fatto inedito dall’agosto 2021, uniti dallo stesso slogan: “Istruzione, lavoro, libertà”.
La risposta dei Talebani è stata immediata e brutale: uso delle armi, arresti, rastrellamenti e intimidazioni nei confronti della popolazione. Riportiamo le testimonianze di chi era presente, come quella di Fatima (nome di fantasia), attivista di Rawa, l’associazione per i diritti delle donne sostenuta dal Coordinamento italiano a sostegno alle donne afghane (Cisda).
“Durante la manifestazione i Talebani hanno sparato. Io sono arrivata dopo ma ho visto bambini ancora traumatizzati dalla violenza e dalle scene a cui avevano assistito. Il quartiere è abitato in gran parte da hazara (gruppo etnico che vive principalmente nella zona centrale del Paese, ndr). Erano arrivati armati: hanno fatto chiudere i negozi, vietato di andare in moschea e ordinato a tutti di restare in casa. Ma la gente non ha obbedito ed è scesa in strada. I Talebani hanno circondato la folla e l’hanno minacciata con le armi. Le donne indossavano il chador iraniano ma un talebano ha detto che non era accettabile. Hanno aperto il fuoco e due donne sono state uccise. Hanno anche impedito a chi era presente di riprendere la scena con il cellulare. È difficile descrivere la paura che ho visto nelle donne e nei bambini. È stato ucciso anche un bambino e un giovane ferito è morto perché i soccorsi sono stati impediti. I Talebani minacciavano chiunque cercasse di prestare aiuto. Il giorno dopo hanno effettuato rastrellamenti e arrestato diverse persone. Per la liberazione sono state chieste somme di denaro molto elevate. Sappiamo che molte donne arrestate sono state violentate in carcere e che alcune si sono suicidate per la vergogna”.
La violenza con cui i Talebani hanno reagito non può essere letta soltanto come la risposta a una protesta. Si inserisce nella più ampia strategia con cui il regime sta consolidando il proprio sistema di apartheid di genere e di controllo sociale.
© Beatrice BiliatoHerat occupa una posizione particolare nella storia dell’Afghanistan. È una città che, rispetto ad altre aree del Paese, ha conosciuto una maggiore partecipazione femminile alla vita pubblica, nell’istruzione, nel lavoro e nella cultura. Anche il modo di vestire delle donne è tradizionalmente diverso da quello imposto oggi dal regime.
Proprio per questo Herat rappresenta un banco di prova. Colpire una realtà storicamente più aperta significa verificare fino a che punto sia possibile estendere a tutto il Paese un modello fondato sulla paura, sull’obbedienza e sulla cancellazione progressiva delle donne dalla vita pubblica.
L’obiettivo dei Talebani va ben oltre la punizione delle presunte violazioni del codice di abbigliamento o delle altre norme imposte alle donne. La repressione è parte di una strategia più ampia, finalizzata a creare un clima di paura permanente capace di modificare i comportamenti dell’intera popolazione.
Non è sufficiente vietare alle donne di studiare, lavorare o muoversi liberamente: il regime punta a fare in modo che siano le donne, le loro famiglie e le comunità ad accettare queste limitazioni come inevitabili, fino a trasformarle in una normalità.
© Beatrice BiliatoÈ questo il meccanismo attraverso cui si consolida l’apartheid di genere: il controllo non viene esercitato soltanto dalla polizia morale ma viene progressivamente interiorizzato dalla società. Le famiglie diventano responsabili della sorveglianza delle donne; gli uomini sono chiamati a rispondere del comportamento delle proprie parenti; la paura sostituisce gradualmente la coercizione diretta. Quando questo processo si radica, il regime ha sempre meno bisogno di intervenire con la forza perché il controllo viene esercitato dalla società stessa.
L’obiettivo, tuttavia, è ancora più profondo. I Talebani mirano a fare in modo che la cancellazione delle donne dalla vita sociale venga interiorizzata dalle donne stesse come una condizione naturale, fino a diventare un’autolimitazione che non richiede più una coercizione costante. Per questo la paura di uscire di casa, di esporsi nello spazio pubblico o di trasgredire, anche inconsapevolmente, le regole assume un ruolo centrale. Le donne sanno che il prezzo di ogni presunta trasgressione sarà pagato dall’onore dell’intera famiglia, che sarà esposta al giudizio e alla stigmatizzazione. Il risultato perseguito è che siano le donne stesse a scegliere l’isolamento, rinunciando progressivamente non solo alla possibilità di ribellarsi, ma persino alla memoria di un’esistenza diversa.
Per questo i Talebani considerano particolarmente pericolose anche le forme minime di resistenza femminile. Ogni gesto di dissenso può rappresentare il punto di partenza di una mobilitazione più ampia e deve quindi essere soffocato sul nascere attraverso il terrore. Le violenze avvenute a Herat sembrano rispondere precisamente a questa logica: non soltanto reprimere una protesta ma inviare un messaggio all’intera popolazione. Chiunque metta in discussione l’ordine imposto rischia il carcere, la violenza, la sparizione forzata e di trascinare nel disonore anche la propria famiglia.
L’obiettivo finale non è soltanto ottenere obbedienza ma impedire che sopravviva la possibilità stessa di immaginare un’alternativa. Il sistema di dominio deve apparire come l’unico ordine possibile.
In questa prospettiva assumono un’importanza decisiva anche le nuove generazioni. I bambini e i ragazzi nati dopo il ritorno al potere dei Talebani stanno crescendo senza aver conosciuto un Afghanistan diverso. Molti di loro frequentano esclusivamente scuole e madrase controllate dal regime, dove ricevono un’educazione improntata all’ideologia fondamentalista. Per loro questa rischia di diventare l’unica normalità possibile.
Nonostante la repressione, la protesta di Herat ha avuto eco internazionale. In numerose città del mondo la diaspora afghana ha organizzato manifestazioni di solidarietà, sostenute da istituzioni o promosse spontaneamente da donne e uomini costretti a lasciare il Paese.
Anche a Roma il 21 giugno si è svolta una manifestazione alla quale ha aderito il Cisda, insieme alla comunità afghana e ad altre realtà solidali. Testimonianze, poesie, racconti, canti, danze e brevi performance teatrali hanno dato voce a chi continua a resistere. Tra i gesti più significativi è stato riproposto il Signal for help, il segnale internazionale utilizzato per chiedere aiuto in modo silenzioso, divenuto simbolo della lotta contro la violenza sulle donne.
Le persone che hanno abbandonato l’Afghanistan hanno ricordato che l’esilio non interrompe il legame con il proprio Paese. Continuano a sostenere la popolazione afghana, in particolare le donne, mantenendone viva la voce e chiedendo il ripristino dei diritti fondamentali.
Per i Talebani la paura è uno strumento di governo. Per chi continua a mobilitarsi, dentro e fuori l’Afghanistan, rompere il silenzio rappresenta invece la prima forma di resistenza.
Beatrice Biliato fa parte del Coordinamento italiano a sostegno delle donne afghane (Cisda)- Questo articolo è apparso sul sito di AltrEconomia