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Palestine Action Italia: chiuso l’account Donorbox per le donazioni
La decisione della piattaforma per non conformità alle policy e timori di sanzioni del Dipartimento del Tesoro USA dopo l’inserimento di Palestine action nella lista OFAC È successo di nuovo, ma questa volta più in grande. Dopo che l’anno scorso era stato il governo britannico a dare l’etichetta di associazione terroristica al movimento Palestine Action UK , questa volta è stato il Dipartimento del Tesoro USA con un provvedimento emesso il 26 agosto a designare il movimento, che non è presente solo in UK ma ha versioni in diversi paesi, inclusa l’Italia, come associazione terroristica, inserendolo nella lista OFAC, Office of Foreign Assets Control. Per intenderci si tratta dello stesso provvedimento che ha colpito il collettivo informatico italiano Autistici/Inventati accusato di supporto a diverse associazioni di “estrema sinistra”. L’effetto principale di questo provvedimento è quello di inibire qualsiasi soggetto che rientri nella giurisdizione USA a collaborare con i movimenti e le persone colpite. Un provvedimento simile aveva colpito Francesca Albanese, cittadina italiana alla quale era diventato impossibile avere un conto corrente. Il problema è che, per come funziona il nostro sistema finanziario USA-centrico, una sanzione del Dipartimento del Tesoro USA di fatto esclude i soggetti target da attività quotidiane come appunto gestire un conto e tutti i connessi – anche se non sono cittadini o associazioni statunitensi. Un assaggio di ciò l’abbiamo avuto il 2 settembre: Donorbox ci annuncia di aver eliminato il nostro account. Donorbox, che è un’azienda statunitense, è lo strumento che utilizziamo per raccogliere donazioni. La mail che ci dà questa comunicazione è piuttosto stringata: a seguito di una verifica di conformità l’azienda ha riscontrato che il nostro profilo non è conforme alla loro policy; aggiungono anche che vogliono evitare possibile sanzioni da parte del U.S. Office of Foreign Assets Control: l’OFAC per l’appunto. Abbiamo chiesto dei chiarimenti a riguardo, ma sembra tutto chiaro. Questo avviene in un momento delicato, in cui attiviste e attivisti del movimento stanno affrontando due processi, con relative spese legali (uno già iniziato e uno che inizierà a novembre) in cui la Leonardo si è costituita parte offesa. Intanto, ieri sera la pagina Instagram di Palestine Action Global veniva eliminata. Anche qui, per “terrorismo”. Ci sarebbe molto da dire: che le Nazioni Unite hanno condannato questa designazione; che è incredibile che uno stato che fa un uso sistematico del terrore in casa sua (vedi gli energumeni mascherati dell’ICE che rapiscono e uccidono persone impunemente) e all’estero, definisca “terrorista” un movimento che si oppone al genocidio senza fare violenza sulle persone e adotti provvedimenti che hanno effetti diretti su cittadini e movimenti che non ricadono nella sua giurisdizione, provvedimenti a cui il nostro governo plaude e si accoda; che non è sano che il sistema finanziario mondiale debba ruotare intorno ad un unico paese, che ha la tendenza a fare il buono e il cattivo .tempo, in base agli umori, sempre più labili, sempre più squilibrati, del suo “comandante in capo”. In questo momento però vogliamo solo ricordare questo: dopo che lo scorso anno il governo britannico stigmatizzò Palestine Action UK , decine di migliaia di persone, di tutte le età, scesero in strada per manifestare solidarietà al movimento; migliaia furono arrestate per aver espresso solidarietà reggendo cartelli scritti a mano. Intanto l’Alta Corte britannica dichiarava “sproporzionata e illegittima” la decisione del governo. Questo è ciò che succede quando i prepotenti (per usare un eufemismo) perdono la bussola delle loro azioni e della loro ipocrisia: che le persone di buona volontà si uniscono e provano a ristabilire la verità. Siamo sicuri che anche in questo caso, superate le difficoltà pratiche e prendendo forme diverse, le cose andranno così. Redazione Italia
September 6, 2026
Pressenza
Quando l’antisemitismo lo fa chi pretende di combatterlo
Lion Udler, cogestore del canale Telegram «Israele senza filtri», nel quale quotidianamente vengono pubblicati contenuti violentemente ostili ai musulmani e difese del genocidio compiuto da Israele, ha recentemente pubblicato il post riprodotto nell’immagine. Udler ha fatto parte di un’unità speciale antiterrorismo dell’esercito israeliano, ed oggi è attivo come commentatore e analista sui temi della sicurezza, dell’antiterrorismo e della strategia militare israeliana; Shalom, la testata della Comunità ebraica di Roma, lo ha inoltre presentato come esperto di intelligence e controinformazione. Gestisce un proprio canale Telegram in italiano dedicato a Israele e al mondo arabo-islamico, seguito da decine di migliaia di persone.¹ E questo suo post è particolarmente interessante, perché mostra uno dei cortocircuiti più grotteschi ai quali può condurre la pretesa di sovrapporre 𝙚𝙗𝙧𝙚𝙞, 𝙨𝙞𝙤𝙣𝙞𝙨𝙢𝙤 e 𝙎𝙩𝙖𝙩𝙤 𝙙’𝙄𝙨𝙧𝙖𝙚𝙡𝙚 fino a renderli sostanzialmente sinonimi. Udler, rivolgendosi ad alcuni ebrei che hanno espresso solidarietà ad Alessandro Di Battista, dice loro che – non sono «in grado di identificare il nemico»; – sono «deboli»; – devono «alzarsi e difendersi»; E, soprattutto: «𝗖𝗼𝗻𝘁𝗶𝗻𝘂𝗲𝗿𝗲𝘁𝗲 𝗮 𝘀𝘂𝗯𝗶𝗿𝗲 𝗹’𝗮𝗻𝘁𝗶𝘀𝗲𝗺𝗶𝘁𝗶𝘀𝗺𝗼 𝗽𝗲𝗿𝗰𝗵𝗲́ 𝘀𝗶𝗲𝘁𝗲 𝗳𝗲𝘀𝘀𝗶». Vale la pena soffermarsi sulla mostruosità di questa frase. Delle persone ebree vengono insultate perché hanno espresso una posizione politica che Udler non condivide e viene spiegato loro che, qualora subissero antisemitismo, in qualche modo se lo sarebbero cercato: perché non avrebbero saputo riconoscere «il nemico», perché sarebbero state troppo deboli, troppo dialoganti, troppo poco inclini all’«attacco». In pratica: 𝙨𝙚 𝙨𝙚𝙞 𝙚𝙗𝙧𝙚𝙤, 𝙙𝙚𝙫𝙞 𝙥𝙚𝙣𝙨𝙖𝙧𝙚 𝙙𝙖 𝙚𝙗𝙧𝙚𝙤. E cosa debba pensare un ebreo lo decide, evidentemente, Lion Udler. Ed è qui che si manifesta il paradosso. Perché una delle caratteristiche storiche dell’antisemitismo consiste precisamente nel trattare gli ebrei non come individui, ciascuno dotato delle proprie idee politiche, morali e religiose, ma come una collettività omogenea, alla quale attribuire interessi, comportamenti e responsabilità comuni. E non è una mia personale definizione. Persino la controversa definizione operativa dell’𝗜𝗛𝗥𝗔 – quella che viene frequentemente utilizzata proprio per sostenere che certe forme di antisionismo possano diventare antisemitismo – indica tra gli esempi di antisemitismo il «ritenere gli ebrei collettivamente responsabili delle azioni dello Stato di Israele». La stessa IHRA precisa inoltre esplicitamente che criticare Israele come si critica qualsiasi altro paese non costituisce, di per sé, antisemitismo.² La 𝗝𝗲𝗿𝘂𝘀𝗮𝗹𝗲𝗺 𝗗𝗲𝗰𝗹𝗮𝗿𝗮𝘁𝗶𝗼𝗻 𝗼𝗻 𝗔𝗻𝘁𝗶𝘀𝗲𝗺𝗶𝘁𝗶𝘀𝗺, elaborata da studiosi dell’antisemitismo, dell’Olocausto e degli studi ebraici, è ancora più esplicita: è antisemita «ritenere gli ebrei collettivamente responsabili della condotta di Israele o trattare gli ebrei, semplicemente perché ebrei, come agenti di Israele».³ E il 𝗡𝗲𝘅𝘂𝘀 𝗗𝗼𝗰𝘂𝗺𝗲𝗻𝘁 arriva a contemplare quasi esattamente il fenomeno che vediamo qui: considera antisemita anche denigrare o negare l’identità ebraica di determinati ebrei perché assumono la posizione “sbagliata” su Israele.⁴ Non è quindi necessario inventarsi una nuova definizione di antisemitismo per vedere il problema. 𝗕𝗮𝘀𝘁𝗮 𝗽𝗿𝗲𝗻𝗱𝗲𝗿𝗲 𝘀𝘂𝗹 𝘀𝗲𝗿𝗶𝗼 𝗾𝘂𝗲𝗹𝗹𝗲 𝗰𝗵𝗲 𝗴𝗶𝗮̀ 𝗲𝘀𝗶𝘀𝘁𝗼𝗻𝗼. Ed ecco il gigantesco cortocircuito. Per combattere quello che considera antisemitismo, Udler finisce per adottare proprio una concezione essenzialista dell’ebreo: l’ebreo dovrebbe riconoscere determinati nemici, sostenere determinate politiche, schierarsi con Israele e considerare chi denuncia i crimini israeliani non un interlocutore politico ma «𝗶𝗹 𝗻𝗲𝗺𝗶𝗰𝗼». Se non lo fa, diventa un ebreo «fesso», «debole», incapace persino di comprendere quale debba essere il proprio interesse. L’antisemitismo non è qualcosa che un ebreo subisce perché non è stato sufficientemente aggressivo. Non è la conseguenza dell’avere solidarizzato con Di Battista, con Francesca Albanese, con i palestinesi o con chiunque altro. La responsabilità dell’antisemitismo appartiene a chi pratica l’antisemitismo, non all’ebreo che non si è comportato come qualche nazionalista pretendeva che si comportasse. Il 𝙫𝙞𝙘𝙩𝙞𝙢 𝙗𝙡𝙖𝙢𝙞𝙣𝙜 del generico ebreo in quanto non “ebreo” secondo canoni prestabiliti di ebraismo è dunque una delle più ripugnanti forme di antisemitismo. C’è infine nel post un altro piccolo capolavoro retorico: Udler parla del «genocidio del 7 ottobre» e, poche parole dopo, del «inventato genocidio» di Gaza. Ora, sui crimini del 7 ottobre non c’è alcuna necessità di edulcorare alcunché: Hamas e altri gruppi armati palestinesi sono responsabili di crimini di diritto internazionale. La Corte Penale Internazionale aveva emesso un mandato d’arresto nei confronti di Mohammed Deif, mentre il procuratore aveva richiesto mandati anche per Yahya Sinwar e Ismail Haniyeh; le loro successive uccisioni extragiudiziali da parte di Israele hanno impedito che quei procedimenti potessero giungere a compimento. Ma chiamare quegli attacchi «genocidio» mentre si liquida come «inventato» quello di Gaza significa curiosamente pretendere per la prima qualificazione giuridica una certezza che si nega alla seconda, nonostante sul genocidio di Gaza esista ormai una vastissima documentazione. Amnesty International, dopo un’indagine che ha preso in esame uccisioni, distruzione delle infrastrutture civili, sfollamento forzato, ostacoli agli aiuti umanitari e dichiarazioni dei vertici politici e militari israeliani, ha concluso nel dicembre 2024 che Israele ha commesso e continua a commettere genocidio contro i palestinesi di Gaza.⁵ Ad Amnesty si accompagnano una commissione ONU, i rapporti di Francesca Albanese e molteplici altre ONG e esperti di genocidio e olocausto, anche israliani, come B’Tselem e Omer Bartov. Si può naturalmente contestare quella conclusione giuridica, ma definire il genocidio di Gaza semplicemente «inventato» significa far sparire non una qualche fantasia dei social network, bensì conclusioni argomentate e documentate di importanti organizzazioni internazionali per i diritti umani. Ed è forse proprio questo il punto più importante. 𝗖𝗼𝗻𝘁𝗿𝗮𝘀𝘁𝗮𝗿𝗲 𝗹’𝗮𝗻𝘁𝗶𝘀𝗲𝗺𝗶𝘁𝗶𝘀𝗺𝗼 𝘀𝗶𝗴𝗻𝗶𝗳𝗶𝗰𝗮 𝗱𝗶𝗳𝗲𝗻𝗱𝗲𝗿𝗲 𝗴𝗹𝗶 𝗲𝗯𝗿𝗲𝗶, 𝗻𝗼𝗻 𝗹𝗲 𝗽𝗼𝗹𝗶𝘁𝗶𝗰𝗵𝗲 𝗱𝗶 𝘂𝗻𝗼 𝗦𝘁𝗮𝘁𝗼. Perché gli ebrei non sono un blocco politico monolitico al quale qualcuno possa impartire istruzioni su chi debba essere considerato «il nemico». Pretendere il contrario non è combattere l’antisemitismo, è precisamente riprodurre quella riduzione dell’individuo ebreo a membro di una collettività politica indistinta sulla quale l’antisemitismo ha prosperato per secoli. E farlo mentre si accusa un ebreo dell’antisemitismo che potrebbe subire rende il tutto, se possibile, ancora più osceno. ——— ¹ Shalom, «30 minuti con Lion Udler: Israele, il conflitto e la guerra mediatica», 26 novembre 2023. Udler viene presentato come ex appartenente a un’unità speciale antiterrorismo dell’esercito israeliano ed esperto di intelligence e controinformazione. https://www.shalom.it/…/30-minuti-con-lion-udler…/ ² International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), «Working Definition of Antisemitism», adottata nel 2016. Tra gli esempi indicati figura esplicitamente il «ritenere gli ebrei collettivamente responsabili delle azioni dello Stato di Israele»; la stessa definizione precisa che una critica a Israele analoga a quella rivolta a qualsiasi altro paese non può essere considerata antisemita. https://holocaustremembrance.com/…/working-definition… ³ Jerusalem Declaration on Antisemitism, «Guidelines», 2021. La linea guida n. 7 considera antisemita «ritenere gli ebrei collettivamente responsabili della condotta di Israele o trattare gli ebrei, semplicemente perché ebrei, come agenti di Israele». https://jerusalemdeclaration.org/ ⁴ Nexus Task Force, «The Nexus Document: Understanding Antisemitism at Its Nexus with Israel and Zionism». Il documento include tra le manifestazioni di antisemitismo il «denigrare o negare l’identità ebraica di determinati ebrei perché sono percepiti come sostenitori della posizione “sbagliata” – troppo critica o troppo favorevole – su Israele». È un passaggio particolarmente pertinente al post di Udler. https://nexusproject.us/nexus-resources/the-nexus-document/ ⁵ Amnesty International, «“You Feel Like You Are Subhuman”: Israel’s Genocide Against Palestinians in Gaza», 5 dicembre 2024. Dopo aver esaminato uccisioni, gravi danni fisici e mentali, distruzione delle infrastrutture indispensabili alla sopravvivenza, sfollamenti, ostacoli agli aiuti e dichiarazioni di esponenti politici e militari israeliani, Amnesty conclude di avere elementi sufficienti per ritenere che Israele abbia commesso e continui a commettere genocidio contro i palestinesi della Striscia di Gaza. https://www.amnesty.org/…/amnesty-international…/ Fabio Alemagna  · Redazione Italia
September 6, 2026
Pressenza
Coloni israeliani “escursionisti” nel mio villaggio della Cisgiordania.
IL PROSSIMO PASSO È IL VIOLENTO FURTO DI TERRE Gruppi organizzati ora vagano per Qira armati di fucili, rinominando i nostri luoghi sacri e mappando i nostri campi nell’ambito di un processo che si conclude con lo sradicamento dei palestinesi. Per decenni, la mia città natale di Qira è stata un santuario di tranquilla resistenza. Uno dei villaggi più piccoli della Cisgiordania occupata, situato nella governatorato di Salfit e nascosto a occhi avidi, è rimasto relativamente protetto dalle grandi confische di terre e dalle aggressive incursioni durante i lunghi anni di occupazione. Quella oscurità protettiva sta finendo. Nelle ultime settimane, gruppi organizzati di coloni israeliani armati hanno iniziato a fare regolari ed non autorizzate “escursioni esplorative” attraverso il nostro villaggio, passando davanti alle nostre case, ispezionando la nostra antica piscina romana e scendendo nella valle per esaminare i luoghi sacri locali, assegnando loro nomi ebraici e rivendicando collegamenti biblici. Ciò che potrebbe apparire a un osservatore esterno come innocue uscite ricreative è, di fatto, un precursore dell’espansione territoriale – una campagna di ricognizione che segnala che nessun spazio palestinese è al sicuro. Gli stessi coloni l’hanno dichiarato: “Ovunque calchi il piede l’escursionista”, ha affermato il fondatore di un gruppo escursionistico, “lì passerà il confine”. Non dobbiamo andare oltre il villaggio di Tell, vicino a Nablus, per vedere dove porta questa traiettoria. A luglio, quattro palestinesi sono stati uccisi lì dopo uno scontro innescato da una di queste “escursioni” armate di coloni, e i coloni impazziti hanno poi bruciato case nei villaggi vicini. In Cisgiordania, la ricognizione “civile” è l’avanguardia della violenza letale. Dalla tenda all’insediamento I coloni hanno avuto notevole successo nel radicarsi nella coscienza collettiva palestinese come minaccia costante, invadendo e prendendo sempre più ciò che appartiene ai palestinesi. La loro espansione non è più limitata ad aree aperte, terreni statali o spazi comuni. Quando i coloni camminano attraverso il mio villaggio, mettono le nostre melodie in preghiere ebraiche e rivendicano la nostra antica piscina romana come propria, affermano la proprietà su ciò che è nostro. La strategia segue un piano metodico: prima, i coloni arrivano per “esplorare” e fare ricognizione della terra, assegnando nomi ebraici ai siti palestinesi per fabbricare un diritto storico. Poi, montano una singola tenda, che presto diventa un caravan con strutture aggiuntive; seguono un recinto per animali e un camion che scarica un gregge. Gradualmente, questo posto temporaneo evolve in una casa permanente per una famiglia o un gruppo di giovani uomini, che lasciano pascolare il bestiame sui prati locali, cacciando fuori i greggi palestinesi e rivendicando la terra come propria. I fautori di questo modello di “insediamento pastorale” hanno dotato questi avamposti di veicoli fuoristrada, droni con telecamere, fucili automatici, occhiali per la visione notturna e tutto il supporto logistico necessario per sostenere la loro presenza. La loro portata si sta ora espandendo a un ritmo allarmante, con tour organizzati per familiarizzare con la geografia circostante: siti storici, luoghi sacri religiosi, cisterne d’acqua e sorgenti profonde nelle città, villaggi e comunità palestinesi. Una trappola narrativa La dimensione psicologica di queste incursioni è deliberata quanto la presenza fisica. I coloni registrano i loro tour e li trasmettono sui social media in video curati accompagnati da musica. Il più inquietante di tutti è il furto sonoro: i video presentano tradizionali melodie folcloristiche palestinesi, ritmi legati alla nostra campagna e ai nostri antenati, ri-registrate con testi ebraici che invocano temi religiosi. Sovrapponendo testi ebraici a melodie native palestinesi mentre camminano nei nostri campi, i coloni tentano una doppia cancellazione: etichettano antichi monumenti palestinesi con toponimi biblici mentre si appropriano dei paesaggi sonori della vita rurale palestinese. Queste incursioni creano anche una pericolosa trappola per i residenti. Non sorprende più, per un palestinese, aprire la finestra e vedere coloni vagare per le strade del villaggio, potenzialmente entrando nel suo cortile, ispezionando il suo negozio o prendendo le sue proprietà. Eppure, quando i palestinesi cercano di difendere le loro case o i loro beni, vengono immediatamente rappresentati dalle autorità e dai media israeliani come se avessero attaccato “escursionisti ebrei” per motivi nazionalistici. Questa narrativa invertita concede efficacemente ai coloni licenza di abusare o uccidere palestinesi sotto la copertura dell’autodifesa. Per un palestinese, il costo della resistenza è assoluto. Difendere la propria proprietà può significare essere uccisi sul colpo, vedere la casa familiare destinata alla demolizione punitiva e guardare l’intero villaggio soggetto a punizioni collettive e blocchi. Non ci sono ancora stati scontri o distruzione di proprietà a Qira, ma la quiete non porta sollievo: una ricognizione di questo tipo raramente rimane passiva a lungo. Quando i coloni camminano attraverso il mio villaggio, mettono le nostre melodie in preghiere ebraiche e rivendicano la nostra antica piscina romana come propria, affermano la proprietà su ciò che è nostro, trasformando il nostro santuario in una frontiera attiva. Nessuno può prevedere come, quando o dove questa tensione insopportabile esploderà. Rimanere con dignità Nonostante questo soffocamento incessante, il nostro legame con la nostra terra, la nostra storia e il nostro paese rimane incrollabile. Sumud, la nostra fermezza, è l’atto quotidiano di svegliarsi a Qira, curare i nostri ulivi e rifiutare di essere cancellati. Non vogliamo essere costretti a lasciare la nostra terra solo per diventare migranti indesiderati e senza documenti in Europa o negli Stati Uniti, dove politici come Donald Trump dipingono i rifugiati come minacce attraverso una lente razzista e li accusano di diluire la cultura occidentale. Non abbiamo alcun desiderio di partire, e non abbiamo altra casa. Ciò che vogliamo è rimanere con dignità sulla nostra terra. L’ambasciatore degli Stati Uniti in Israele Mike Huckabee ha definito i coloni che attaccano le comunità palestinesi “terroristi”, ma insiste che siano una “molto piccola minoranza” di “non-coloni”, inquadrando la stragrande maggioranza come pacifici vicini. Eppure l’imprenditoria degli insediamenti stessa è un illegale e aggressivo takeover della nostra terra. Quando gruppi armati entrano nei nostri villaggi, espropriano la nostra acqua e smantellano le nostre comunità con il sostegno dello stato e la protezione militare, funzionano collettivamente come un apparato di terrore contro la vita civile. La pressione su di noi sta crescendo a un grado senza precedenti, soprattutto per una generazione più giovane che vede ogni percorso verso una vita normale bloccato. Per restare, abbiamo bisogno di un vero sostegno dalla comunità internazionale, e soprattutto di una pressione significativa sullo Stato occupante per fermare il terrorismo incontrollato dei coloni in tutta la Cisgiordania. Promettiamo che non lasceremo. Tutto ciò che chiediamo è di essere lasciati in pace per vivere, costruire e fiorire nella nostra patria. Traduzione di Nazarena Lanza Articolo in inglese https://www.middleeasteye.net/opinion/israeli-settler-hikes-through-my-west-bank-village-next-violent-land-grabs Fareed Taamallah
September 4, 2026
Pressenza
E’ possibile un nuovo ‘municipalismo’ come processo partecipato per la democrazia di base?
La notizia che a ottobre una sentenza del Tar potrebbe portare al commissariamento degli organi elettivi della città di Messina ha rianimato un dibattito politico che sembrava annichilito dalla netta vittoria di Basile alle recenti elezioni amministrative. A ben guardare si tratta di un riflesso condizionato comprensibile. Come quando ti riesce un gol che ti rimette in gioco. Da tifoso del Messina penso alla rete segnata da Ragusa contro la Gelbison a tre minuti dalla fine nello spareggio che alcuni anni fa ci tenne in serie C. Nulla sembrava annunciarla, ma avvenne. Sembrava poco, allora. Oggi faremmo carte false. Ecco, dunque, che forze politiche e coalizioni sconfitte politicamente, prima ancora che elettoralmente, sperano di avere un’altra chance. Ma che chance ci si può dare se non si hanno idee? Sì, perché la questione fondamentale è questa: dal punto di vista della visione politica Cateno De Luca, che guida col piglio del comando, le azioni di Sud chiama Nord, rappresenta l’unica espressione che abbia una densità politico-amministrativa di un certo rilievo nella nostra città. Non dico che sia bella. Dico che è l’unica. Il resto è, per quello che si è visto alle passate elezioni, mera amministrazione degli equilibri politici e di consenso pre-esistenti. Con qualche piccola eccezione, certo, ma le eccezioni fanno, appunto, la regola. E’, dunque, la domanda giusta quella di chiedersi se il Tar darà ragione ai ricorrenti? No, non è la domanda giusta. La domanda giusta è: la prospettiva politico-amministrativa proposta da De Luca va bene o può essercene un’altra migliore, più evoluta? Si possono negare le trasformazioni avvenute negli ultimi anni? Io penso di no. Nel 2013, quando entrai in Consiglio Comunale, in città circolavano meno di 20 autobus e ora (dopo tre amministrazioni) più di 100, la differenziata era al 3% e ora al 60%. Tutto merito della compagine di De Luca? No, naturalmente. Alcune attività, ad esempio, erano già state attivate e, soprattutto, De Luca e Basile hanno avuto a disposizione i flussi finanziari derivanti dal Covid le cui dimensioni prima ce le si poteva scordare. Ma questi sono argomenti da convegno. Non hanno a che fare con la percezione che hanno gli abitanti di Messina. Chiunque voglia aspirare a contendere la guida politica della città o anche semplicemente ad esistere politicamente a Messina deve partire da questo: dalle trasformazioni avvenute. Soprattutto, chi vuole contendere un discorso politico pubblico a De Luca deve sapere cosa siano oggi i Comuni. E su questo, a me pare, ci siano stati enormi errori di valutazione nel passato. Per esempio, non si è capito cosa volesse dire amministrare nella crisi. Solo per fare un esempio, statisticamente il 70% dei sindaci viene rieletto al secondo giro. Non è stato così per chi passava dal vertice delle città intorno al 2013, gli anni dell’austerità, di Monti, degli indirizzi della Troika. Un discorso a parte meriterebbero i piani di riequilibrio, dispositivi che chi si occupa delle cose dei Comuni ha sancito ormai come fallimentari. Non era difficile capire, quando vennero introdotti, che si trattava di un metodo per disimpegnare lo Stato dalla crisi finanziaria dei Comuni e taglieggiarli. Oggi è troppo tardi. Stanno già pensando a cambiare metodo. Allo stesso modo, era evidente che la modifica dei sistemi di bilancio avvenuta nel 2015 avrebbe massacrato i Comuni del Sud, ma, presi dai tecnicismi, pochi degli attori politici del tempo hanno affrontato il problema. A capirlo fu De Luca che scommesse tutto sui fondi extra-bilancio. E’ su questo che si è fondata la sua narrazione del Salva Messina: tagli e fondi extra-bilancio. L’ha raccontata come lui sa fare e secondo me in parte non è, ma ha vinto politicamente su questo. Possono, dunque, oggi i partiti rifarsi su De Luca? A me pare di no. Di sicuro non da soli. Per il fatto semplice che i partiti di centrodestra sono un qualcosa che assomiglia a dei notabilati, gruppi di consenso costruiti intorno a una persona, e quelli di centrosinistra hanno ormai dimensioni molto ridotte. E come competere, poi, con un uno che sta 24 ore al giorno sul pezzo. De Luca in questo è imbattibile per la mole di discorso pubblico che genera. Trovarne uno uguale e contrario è pressoché impossibile. L’unica cosa che potrebbe aspirare a competere con la macchina politico-mediatica di De Luca sarebbe qualcosa di completamente diverso: un soggetto collettivo, civico, una comunità, qualcosa che metta insieme la ricchezza di tanti percorsi diversi, un processo istituzionale che nasca prima nella società che dentro una campagna elettorale. Ciò per cui varrebbe la pena di battersi oggi sarebbe un nuovo “municipalismo”, un processo che opponga la democrazia di base a una prassi politica e amministrativa fondata sul comando di uno. Non sfugge, evidentemente, che il comando di uno sia una tentazione cui le comunità a volte cedono. La semplificazione dei processi decisionali rende tutto più facile. Il problema è che rende anche tutto più involuto. Sì, perché ciò su cui bisogna porre l’attenzione non è se il corso a guida De Luca sia migliore dei precedenti, ma se sia quello preferibile o se non sia preferibile una politica in cui tutti (o almeno tutti quelli che hanno voglia di farlo) possano dire la propria, partecipare alle decisioni che li riguardano. Con De Luca questo non è possibile. Non è possibile neanche all’interno del suo partito, dove anche i margini di autonomia dei singoli soggetti sono quelli che lui concede. I tempi che vengono non sono certo i tempi migliori. I soldi del PNRR sono finiti e ai Comuni verranno chiesti nuovamente sacrifici. Non è un caso se il Rapporto 2025 dell’Università Ca’ Foscari sui Comuni italiani s’intitola: I Comuni nel tunnel dell’austerità. E’ per questa ragione che tutto il patrimonio teorico sui Beni Comuni inventato ai tempi della prima austerità, quella causata dalla crisi del 2008, verrà buono. Si tratterà di aprire una nuova fase, che sia creativa, competente e partecipata. Senza questi tre requisiti si soccomberà alle nuove condizioni. Certo, uno la può raccontare, come spesso viene fatto, ma la realtà, poi ti si sbatte in faccia. Di sicuro si tratterà di riaprire una discussione pubblica con i centri decisionali. Non è possibile vivere in un paese spaccato in due in cui i Comuni in dissesto o predissesto stanno tutti da una parte. In questo De Luca ha avuto ragione a dire che le decisioni su Messina non possono venire da Roma, ma certo non possono venire neanche da Fiumedinisi. Redazione Sicilia
August 31, 2026
Pressenza
In memoria di padre Javier Giraldo Moreno
La morte di Padre Javier Giraldo Moreno S.J. è un dolore immenso per tutti coloro che hanno percorso tutta la strada, o anche solo alcuni tratti, dell’esperienza della Rete Colombia Vive. La Rete si è costituita nel 2003 per iniziativa di vari Enti Locali e di numerose associazioni di volontariato italiane impegnate nel sostegno ad iniziative di resistenza civile nonviolenta alla guerra e allo sfollamento forzato originato in Colombia dalla presenza di gruppi armati legali e illegali. La nostra stessa nascita e vita è frutto delle scelte di P. Javier. Noi non saremmo esistiti senza il suo impegno e contributo, teorico e pratico, nella fondazione della Comunidad de Paz de San José de Apartadó nel 1997, gli obiettivi perseguita dalla stessa, l’esempio radicale di una testimonianza vissuta quotidianamente a rischio della propria vita, ma che da un posto sconosciuto e nascosto parlava al mondo indicando una strada che si può percorrere anche se in tutti i modi c’è chi cerca di impedire di farlo. Un gesuita che veniva da lontano, che si era già caricato attraverso responsabilità precedenti del fardello di far riconoscere i Diritti Umani anche in un paese dove la guerra, e la morte degli umili, la facevano da padrone da alcuni decenni, dove la dignità delle persone non veniva considerata, la preghiera non era sufficiente per fermare la violenza e la forza (in particolare quella dei paramilitari e militari colombiani) era pane quotidiano per difendere gli interessi economici ed il potere di pochi. Un uomo di cultura, una persona garbata e pacata, un individuo concreto nonostante la priorità della fede e degli ideali. Un uomo e un religioso raro e per questo raccoglieva tutta la nostra simpatia, tutta la nostra fiducia, il nostro apprezzamento, e anche per noi era una guida, un punto di riferimento. Molte volte, anche in Italia, ha partecipato alle nostre iniziative ed i suoi interventi sono sempre stati oltre che ricchi di informazioni e di contenuti anche illuminanti e ci disegnava il quadro della “Geografia della Speranza”. Padre Javier è stato minacciato più volte ma questo era nel conto per chi da sempre lavorava culturalmente, socialmente e politicamente per raggiungere, nella sua Colombia e nel mondo intero, almeno quel minimo di Diritti Umani che permettesse anche ai campesinos di vivere un’esistenza libera e dignitosa. Il suo insegnamento è prezioso, la sua vita una grande testimonianza. Il 23 marzo 2027 molti di noi saremo in Colombia, a San Josecito, a festeggiare il 30° anniversario della nascita della Comunidad de Paz de San José de Apartadó, ma non avremmo mai pensato alla assenza/presenza di colui il quale con la sua vita ha costruito le motivazioni della nostra partecipazione. Padre Javier, sei nei nostri cuori e nelle nostre menti, guida per il nostro futuro e la tua semina vede anche noi tra i suoi frutti. Direttivo Rete Colombia Vive 3° incontro europeo marzo 2019 Colombia san Josecito marzo 2004 Colombia San Josecito marzo 2017 Colombia visita marzo 2004 Italia Bastia Umbria 2016 UVISP 2004 Redazione Italia
August 30, 2026
Pressenza
Praticare la disobbedienza evangelica
L’Evangelo della strada contro le ragioni del potere e della gerarchia. Solidarietà delle Comunità Cristiane di Base italiane a don Massimo Biancalani e alla comunità di accoglienza di Vicofaro e Ramini dopo la decisione del Vaticano e l’attacco politico. La storia di Vicofaro (Pistoia) negli ultimi dieci anni ha rappresentato una delle esperienze più luminose e scomode della Chiesa italiana contemporanea: di fronte alla progressiva distruzione del sistema pubblico di accoglienza, all’inaspri-mento delle norme sull’immigrazione e all’abbandono di centinaia migranti per strada, don Massimo Biancalani ha scelto di applicare senza mediazioni la parola dell’Evangelo: «Ero straniero e mi avete accolto» (Matteo 25,35). La parrocchia di Santa Maria Maggiore a Vicofaro ha spalancato la chiesa, la canonica e i locali parrocchiali per trasformarli in una casa comune. Un’esperienza di accoglienza radicale che ha ridato dignità a centinaia di ragazzi invisibili, ma che ha simultaneamente scatenato un feroce assedio mediatico, politico e istituzionale, culminato con lo sgombero della struttura da parte delle forze dell’ordine e nella decisione definitiva del Dicastero per il Clero della Santa Sede di respingere il ricorso canonico di don Massimo, confermando la sua rimozione dalle parrocchie di Vicofaro e Ramini. Dopo anni in cui l’accoglienza di don Massimo a Vicofaro è stata criminalizzata come degrado dalla propaganda xenofoba, le recenti esultanze di esponenti della maggioranza di governo per la decisione del Vaticano mostrano la miseria morale di certa “cattiva politica” che costruisce consenso sulla discriminazione, dove festeggiare la punizione del sacerdote significa applaudire all’abbandono dei poveri e alla sconfitta della Costituzione e dei diritti umani. Da parte sua la gerarchia – dall’ex vescovo diocesano Tardelli al nuovo vescovo Mascagna sino alla Curia romana – ha scelto di dare ascolto alla logica del sospetto, al malcontento dei «parrocchiani tranquilli» preoccupati dal «calo dei sacramenti» e dalla presenza di giovani stranieri. Mentre a parole si invoca la «Chiesa sinodale», la «Chiesa in uscita» e l’attenzione alle «periferie umane», nei fatti ancora una volta la gerarchia censura e rimuove chi quelle periferie le ha portate nel cuore stesso della comunità ecclesiale: quando la carità diventa profezia che disturba il potere costituito, il diritto canonico viene trasformato in uno strumento di normalizzazione e di disciplina. Quando la Parola di Dio viene calata nella vita degli ultimi, il luogo sacro cambia natura: a Vicofaro la liturgia si è fatta condivisione del pane e del giaciglio con i migranti. Quando una comunità locale non si limita ad obbedire alle direttive episcopali, ma decide autonomamente di farsi casa delle ultime e degli ultimi, la gerarchia vede questa autonomia come una minaccia da reprimere. L’istituzione ecclesiastica punisce don Massimo perché ha preferito stare con gli ultimi rispetto alla sacralità burocratica dei paramenti; ha scelto di “allargare” i registri parrocchiali e mettere i beni ecclesiastici al servizio di chi ne ha davvero bisogno, mentre il problema “casa e abitare” esplode per inadempienze del potere politico. Vicofaro mette a nudo lo storico compromesso tra il potere ecclesiastico e il potere politico: di fronte a leggi disumane e xenofobe, don Massimo ha praticato la disobbedienza evangelica, ricordandoci che la fedeltà al Vangelo richiede spesso di “andare contro” il Codice di Diritto Canonico e i decreti di governo. Come Comunità Cristiane di Base Italiane abbracciamo don Massimo, le volontarie e i volontari e la comunità dei migranti di Vicofaro e di Ramini, riconoscendo in loro la parte migliore della chiesa e della società civile, capace di resistere all’odio istituzionalizzato e alla solitudine del rifiuto. Nessun atto amministrativo della Curia o blitz di polizia potrà cancellare la verità storica e teologica di ciò che è stato realizzato: l’esperienza di Vicofaro vive nella coscienza di chi vi ha partecipato e continua ovunque ci si opponga all’oppressione dei migranti. Rivolgiamo un appello a tutta la rete del laicato critico, ai movimenti di base, al mondo dell’associazionismo e alla società civile affinché non si consumi nell’indifferenza l’ennesimo atto di normalizzazione clericale e politica. Invitiamo tutte le comunità e i gruppi di base a moltiplicare i luoghi di accoglienza e di resistenza, continuando a denunciare l’alleanza tra la “cattiva politica” e silenzi ecclesiastici. Le Comunità Cristiane di Base italiane – 22 agosto. La Bottega del Barbieri
August 29, 2026
Pressenza
Festival della Cooperazione Internazionale 2026: Civiltà dell’amore, civiltà della terra
In autunno il decennale del Festival nel segno del dialogo, della pace, della solidarietà e dei diritti. In programma un’edizione speciale che si svolgerà tra Ostuni e altri centri pugliesi Ostuni, dieci anni di incontri, idee, testimonianze e cooperazione. Il Festival della Cooperazione Internazionale si prepara a raggiungere nel 2026 il traguardo della decima edizione, dal titolo “Civiltà dell’amore, civiltà della terra” con un appuntamento che vuole andare oltre la celebrazione di un anniversario per interrogarsi sulle grandi trasformazioni del nostro tempo. Il programma è in fase di definizione e sarà presentato nelle prossime settimane. Ma il percorso è già tracciato: pace, solidarietà internazionale, inclusione, diritti, dialogo tra i popoli e custodia dell’umano saranno ancora una volta al centro di una manifestazione che, dal 2017, prova a leggere le crisi del presente attraverso la lente della cooperazione. Dieci anni dentro un mondo che cambia Le nove edizioni precedenti hanno attraversato anni segnati da crisi economiche, pandemia, emergenze ambientali, nuovi conflitti e profonde tensioni geopolitiche. Una condizione che i promotori definiscono di «policrisi» e che rende ancora più urgente interrogarsi su quale modello di convivenza costruire. Da qui nasce il filo conduttore della decima edizione: camminare insieme sui sentieri della civiltà dell’amore, provando a trasformare l’analisi delle fratture del presente nella ricerca concreta di ciò che può ancora unire persone e popoli. Una sfida sintetizzata in poche parole: «È ormai tempo». Tempo di superare l’indifferenza, di custodire ciò che è umano e di immaginare nuove forme di convivenza capaci di affrontare la crescente complessità del mondo. I «Dialoghi di civiltà» Tra le novità che caratterizzeranno il decennale ci sarà un percorso di «Dialoghi di civiltà», pensato come spazio di approfondimento e confronto intorno ad alcune delle grandi questioni contemporanee. Filosofia, società, geopolitica, cooperazione e responsabilità collettiva si incontreranno in un programma che metterà in relazione pensiero e azione. L’obiettivo non sarà soltanto comprendere ciò che sta accadendo, ma provare a elaborare prospettive e proposte. Al centro una domanda che attraverserà l’intera manifestazione: che cosa può ancora unire l’umanità in un’epoca segnata da divisioni, guerre e contrapposizioni? Dalla pace alla solidarietà internazionale Uno spazio importante sarà dedicato alla cooperazione internazionale, intesa come strumento concreto di costruzione della pace. Il Festival tornerà a guardare ai luoghi nei quali guerre e violenze producono le conseguenze più drammatiche sulla popolazione civile e sulle persone più vulnerabili. Ucraina, Palestina e Sud Sudan saranno alcuni degli scenari attraverso i quali affrontare il rapporto tra conflitti, solidarietà internazionale e tutela della dignità umana. Non mancherà l’attenzione all’educazione alla pace, con esperienze e testimonianze capaci di mostrare come il dialogo possa essere costruito concretamente anche tra persone provenienti da comunità divise dai conflitti. Disabilità, salute e inclusione L’attenzione che la Rete Italiana Disabilità e Sviluppo, promotrice del Festival con l’Associazione Italiana Amici di Follereau, ha sempre dedicato alla condizione delle persone con disabilità – circa un miliardo e mezzo sul pianeta – si rivolgerà quest’anno a due grandi questioni. A vent’anni dall’approvazione della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, il convegno nazionale “Salute e Inclusione” ne approfondirà lo stato di attuazione attraverso due focus. Il primo sarà dedicato all’articolo 26, relativo a riabilitazione e abilitazione, con un’iniziativa dell’European Disability Forum che, tenendo conto del framework internazionale e della call to action “Riabilitazione 2030” dell’OMS, propone un nuovo approccio agli interventi di sostegno alla piena partecipazione e all’inclusione, abilitando le persone a convivere con una diversità funzionale. Il secondo focus riguarderà i progetti personalizzati e partecipati di vita indipendente previsti in Italia dal decreto legislativo n. 62 del 2024, attualmente in sperimentazione in varie province e obbligatori dal gennaio 2027. Questo sguardo rivolto alla custodia dell’umano spesso dimenticato sarà inoltre indirizzato all’esperienza promossa dalla Federazione Alzheimer Italia delle Comunità Amiche delle Persone con Demenza di Puglia. In Italia sono circa due milioni le persone che vivono questa condizione. Il Festival ospiterà un incontro di scambio di idee, esperienze e progetti tra le sette Comunità pugliesi. Non soltanto convegni: una «festa dell’umano» Il Festival manterrà però la sua natura di grande incontro tra comunità. Accanto agli approfondimenti culturali e scientifici ci saranno infatti momenti conviviali, iniziative pubbliche, teatro, attività formative e occasioni di incontro, in un percorso che coinvolgerà Ostuni, San Vito dei Normanni, Francavilla Fontana e Lucera. Dal 7 all’11 ottobre, inoltre, Ostuni ospiterà il Campo studi AIFO, che si intreccerà con alcune delle iniziative del Festival. Il programma completo, insieme agli ospiti, alle sedi e al calendario dei singoli appuntamenti, sarà annunciato prossimamente. Per ora resta il senso di un cammino iniziato dieci anni fa e che nel 2026 vuole rilanciare la propria sfida: non rassegnarsi alla frammentazione del presente, ma continuare a investire su ciò che ci unisce. Come ricorda il monito di Raoul Follereau, che accompagnerà idealmente anche questa decima edizione: «Amarsi o scomparire».   Redazione Italia
August 29, 2026
Pressenza
La caccia alle streghe contro gli Antifa
Dagli Stati Uniti all’Europa, l’antiterrorismo si allarga fino a colpire antifascisti, movimenti, solidarietà palestinese e infrastrutture indipendenti_ C’è qualcosa di molto più grande del caso Autistici/Inventati nella decisione dell’amministrazione statunitense di inserire il collettivo italiano nella lista degli Specially Designated Global Terrorists. Considerare quella scelta semplicemente una bizzarria trumpiana significherebbe non vedere il processo politico che sta prendendo forma. Il punto non è stabilire se un piccolo collettivo italiano che da venticinque anni offre servizi digitali indipendenti sia improvvisamente diventato una minaccia per la sicurezza della più grande potenza militare del pianeta. La domanda da porsi è un’altra: perché l’antifascismo sta diventando una categoria dell’antiterrorismo? La risposta sta nella costruzione di un nuovo nemico interno. “Antifa” non indica un’organizzazione strutturata, con una direzione, una gerarchia, un programma unitario e un sistema di appartenenza definito. È una categoria politica estremamente ampia dentro la quale convivono esperienze, pratiche e culture differenti. Proprio questa indeterminatezza, però, costituisce oggi la sua maggiore utilità repressiva. Se il nemico non ha confini precisi, quei confini possono essere stabiliti di volta in volta dal potere. È la vecchia logica della caccia alle streghe applicata al conflitto politico contemporaneo. Prima si costruisce una categoria abbastanza vaga da contenere soggetti molto diversi; poi si attribuisce a quella categoria una pericolosità generale; infine si trasferisce il sospetto dal comportamento alla persona, dalla persona alle sue relazioni e dalle relazioni alle strutture che le permettono di comunicare. Non bisogna più dimostrare cosa abbia fatto qualcuno. Diventa sufficiente stabilire a quale ambiente appartenga, quali idee condivida, quali siti frequenti, quali strumenti utilizzi, a quali lotte manifesti solidarietà. Autistici/Inventati rende questa trasformazione evidente. L’accusa americana non sostiene che il collettivo abbia organizzato attentati o materialmente partecipato ad azioni violente. Gli contesta di avere fornito infrastrutture digitali utilizzate anche da gruppi che Washington considera responsabili di sabotaggi e violenze. È un precedente enorme. Significa trasferire sul gestore di un’infrastruttura la responsabilità politica delle azioni compiute da alcuni dei suoi utenti. Applicata coerentemente, questa logica dovrebbe portare a conseguenze paradossali. Facebook, Instagram, X, Telegram e le altre grandi piattaforme sono state utilizzate da terroristi, suprematisti bianchi, organizzazioni criminali, autori di stragi e gruppi estremisti di ogni genere. Alcuni assassini hanno persino trasmesso in diretta i propri massacri. Nessuno ha mai pensato per questo di inserire Meta o X nelle liste delle organizzazioni terroristiche. Per Autistici/Inventati vale un criterio diverso. E la ragione è politica. Le grandi piattaforme commerciali possono tollerare persino forme radicali di dissenso perché quel dissenso viene catturato, profilato, trasformato in dati. Un’opinione pubblicata su un social network non è soltanto un’opinione: entra dentro una macchina che registra relazioni, interessi, orientamenti, reti sociali e comportamenti. Il conflitto diventa informazione commerciale e, quando necessario, materiale utilizzabile dagli apparati di controllo. Autistici/Inventati rappresenta l’opposto di questo modello. Non profila gli utenti, non costruisce un mercato sui loro dati, difende anonimato e privacy e prova a mantenere spazi di comunicazione sottratti alla logica commerciale. Il motto “socializzare saperi senza fondare poteri” descrive perfettamente questa anomalia. Ed è proprio questa autonomia, più che qualche singolo contenuto ospitato, a rendere politicamente significativo l’attacco. La questione, dunque, non riguarda soltanto la libertà digitale. Riguarda il diritto stesso a costruire infrastrutture autonome del dissenso. È qui che il caso americano incontra qualcosa che stiamo vedendo anche in Europa e in Italia. Negli ultimi anni la soglia dell’intervento repressivo è stata progressivamente anticipata. Il diritto penale non aspetta più necessariamente il fatto. Interviene prima. Sulle intenzioni, sulle relazioni, sui materiali posseduti, sulle parole pronunciate, sull’identità politica attribuita a una persona. Il decreto sicurezza italiano del 2025 rappresenta uno degli esempi più evidenti di questa trasformazione. Il cosiddetto “terrorismo della parola” consente di spostare il campo della punibilità verso la detenzione e la circolazione di determinati materiali. Il caso Ahmad Salem mostra concretamente dove può portare questa impostazione: un giovane palestinese condannato a quattro anni sulla base anche di video conservati nel proprio telefono e di parole pronunciate sulla resistenza palestinese. Negli Stati Uniti si compie ora un passaggio ulteriore. Dal terrorismo della parola al terrorismo della rete. E dal terrorismo della rete al terrorismo dell’infrastruttura. Prima viene criminalizzato chi agisce. Poi chi parla. Poi chi manifesta solidarietà. Infine chi mette a disposizione gli strumenti attraverso cui quelle persone possono parlare e organizzarsi. Il filo che unisce questi passaggi è il progressivo abbandono del diritto penale del fatto a favore di un diritto penale del nemico. Non conta più soltanto ciò che hai fatto. Conta chi sei, con chi stai, cosa pensi, quali lotte sostieni e quale universo politico frequenti. Ed è precisamente per questo che la categoria “Antifa” è così utile. La sua indeterminatezza permette di allargare continuamente il bersaglio. Oggi un collettivo digitale. Domani un centro sociale. Poi un’associazione che sostiene la Palestina, una cassa di solidarietà, un giornale militante, chi ospita un sito, chi organizza una manifestazione, chi finanzia le spese legali di un arrestato. Il dispositivo non ha bisogno di arrivare immediatamente a tutti. Gli basta stabilire il principio. La presenza nello stesso provvedimento statunitense di Autistici/Inventati, Palestine Action e Masar Badil rende ancora più evidente il terreno sul quale questa offensiva si sviluppa. Soggetti molto diversi vengono ricondotti alla stessa cornice securitaria. Uno dei principali elementi che li accomuna è la solidarietà con la Palestina. Autistici/Inventati ha inoltre ricordato che molti gruppi che si oppongono a Trump utilizzano i suoi servizi e che il collettivo ha sostenuto iniziative contro il massacro della popolazione palestinese. Antifascismo, anticapitalismo e solidarietà palestinese cominciano così a essere accostati dentro una medesima grammatica della minaccia. È questo il punto sul quale occorre essere netti. Non siamo davanti a una nuova legislazione destinata semplicemente a perseguire chi commette atti violenti. Gli ordinamenti possiedono già una quantità enorme di norme per perseguire attentati, aggressioni, devastazioni, incendi e sabotaggi. Non servirebbe costruire categorie politiche come “terrorismo di estrema sinistra” se l’obiettivo fosse semplicemente perseguire singoli reati. La funzione della categoria è diversa: permette di trasformare comportamenti differenti in manifestazioni di un unico nemico politico. È la stessa operazione che abbiamo visto infinite volte nella storia delle legislazioni emergenziali. L’eccezione viene introdotta contro il soggetto che appare più facilmente isolabile e poi progressivamente normalizzata. I poteri straordinari costruiti contro il “terrorista” diventano strumenti contro il militante; quelli sperimentati contro il militante vengono utilizzati contro il manifestante; quelli utilizzati contro il manifestante diventano ordinaria amministrazione dell’ordine pubblico. Per questo sarebbe un errore anche da parte dei movimenti rispondere alla caccia alle streghe rifugiandosi in una rivendicazione identitaria dell’etichetta Antifa. La questione è molto più larga. Non bisogna difendere una sigla: bisogna impedire che il potere possa decidere quali idee trasformare in categorie di polizia. Essere antifascisti non è terrorismo. Essere anticapitalisti non è terrorismo. Sostenere la Palestina non è terrorismo. Contestare un governo non è terrorismo. Organizzare uno sciopero, occupare uno spazio, costruire un’infrastruttura digitale indipendente, manifestare, pubblicare un giornale radicale, proteggere la propria privacy, criticare Trump, Meloni o Netanyahu non significa appartenere a un’organizzazione terroristica. Sembrano affermazioni elementari. Il fatto stesso che sia necessario ribadirle misura quanto si sia già spostato il confine. Il problema, infatti, non è soltanto la repressione che viene esercitata. È quella che viene resa pensabile. Se l’antifascismo può essere trasformato in una categoria antiterroristica, se la solidarietà palestinese può diventare indizio di radicalizzazione, se un’infrastruttura digitale può essere accusata per ciò che fanno alcuni dei suoi utenti, allora è stato costruito un dispositivo potenzialmente applicabile a una parte enorme del dissenso sociale. La caccia alle streghe funziona proprio così. Non deve necessariamente incarcerare tutti. Deve produrre paura, isolamento, autocensura. Deve convincere associazioni, università, sindacati, giornali, fornitori di servizi e singole persone che avere rapporti con determinati soggetti possa diventare pericoloso. La repressione più efficace è quella che riesce a far arretrare le persone prima ancora dell’arrivo della polizia. Per questo l’attacco ad Autistici/Inventati riguarda tutti quelli che pensano che una democrazia debba conservare uno spazio per il conflitto, anche radicale. Difendere oggi quell’esperienza non significa condividere ogni contenuto pubblicato sui suoi server né ogni pratica di chi utilizza i suoi servizi. Significa difendere un principio molto più semplice: la responsabilità è personale e riguarda fatti concreti. Non può essere trasformata in una colpa per associazione politica. Quando questo principio viene abbandonato, la questione non è più chi finirà nella prossima lista. La questione è chi avrà ancora il potere di decidere chi può dissentire. Osservatorio Repressione
August 29, 2026
Pressenza
Autonomia differenziata, dalla Calabria il fronte del No rilancia la mobilitazione del Sud
Dopo lo start parlamentare sul via libera  alle pre-intese, la partita sull’autonomia differenziata s’è riaccesa con grande furore. Le regioni a conduzione leghista  vogliono farsi già trovare pronte al fin di accelerare l’iter definitivo della riforma, senza tenere conto di quelle che sono state le criticità sollevate dalla Consulta. L’intento è fin troppo evidente, esse intendono riprendere il centro della scena politica e riportare la barra a dritta sulla rotta secessionista. Infatti la discesa in campo dei “governatori” ha un doppio obiettivo: da un lato, riaffermare l’egemonia nei territori contro la linea dell’ex-capitano; dall’altro, marcare la differenza identitaria “del popolo padano” rispetto alla coalizione governativa, in vista dell’imminente tornata elettorale che si annuncia piuttosto scintillante. Tra l’altro questa prova di forza per accelerare l’inter parlamentare, ha come obiettivo quello di portare nel prossimo 20 settembre, in occasione del raduno annuale sul pratone di Pontida, il trofeo da esibire per la celebrazione della supposta “superiorità padana” e distanziarsi finalmente quanto più possibile dalla “zavorra penzolante dello stivale” quella compresa nel calzante che va da “Roma ladrona” alla “terronia parassitaria”. Insomma, non è un caso che, in piena canicola agostana, le quattro regioni nordiste – Piemonte, Veneto, Lombardia e Liguria – hanno iniziato la corsa contro il tempo, al fin di varare a tambur battente le famigerate pre-intese, per l’attribuzioni delle competenze esclusive delle materie soggette al nuovo regime differenziato (protezione civile, professioni, previdenza complementare e integrativa), in uno con la parte del comparto-sanità che sarà regolato dal coordinamento finanziario. C’è da dire, comunque, che alla fine della corsa le pre-intese dovranno essere trasformate dal Governo in specifici disegni di legge (tanti quanti sono le regione in questione), i quali dovranno essere approvati da entrambi i rami del Parlamento a maggioranza assoluta  dei componenti. Ovviamente, nel caso di emendamenti modificativi approvati dal potere legislativo, occorrerà raggiungere una nuova intesa con le regione interessate. In altri termini, l’obiettivo dichiarato dal malcelato “sovraregionalismo nordista” è quello di riuscire a far passare il quadro normativo con l’approvazione regionale entro la metà del prossimo mese. D’altro canto le commissioni parlamentari competenti sembra siano già state convocate allo scopo di dare senza indugio il loro via libera, prima del dovuto passaggio nei Consigli regionali e, successivamente, dell’approvazione definitiva del Parlamento. Di questo tour de force non manca di farsi vanto il leghista lombardo Mauro Piazza, sottosegretario con delega all’Autonomia, il quale – lanciando frecciatine avvelenate agli oppositori del sovraregionalismo nordico – dice: il metodo leghista è «la risposta concreta alle “cassandre” che ancora oggi remano contro l’approvazione di questa Riforma»1.  In sostanza col modello sovraregionalistico si vuole tracciare in modo irreversibile la strada del non-ritorno, superando ogni sterile freno centralista e sbarrando la via ad ogni principio solidaristico costituzionalmente tutelato volto a stabilire – concretamente – l’uguaglianza dei diritti di cittadinanza. Di tutt’altro segno sono le voci che si sollevano dal Sud, come – per esempio – quella di Daniela Palaia, consigliera comunale di Catanzaro e Referente per la Calabria del Comitato Nazionale “NOAD” (No all’Autonomia Differenziata), la quale non ha esitato affatto a non far mancare il suo sostegno alla petizione popolare2 promossa dal Comitato “Difendiamo la Costituzione” di Lamezia Terme, unitamente al Tavolo regionale NOAD che si è mosso in sinergia con altre associazioni, forze sociali, sindacali e politiche. La suddetta consigliera non solo ha annunciato la piena adesione alla petizione del Comitato, ma nella sua dichiarazione ad una testata locale online, ha lanciato l’invito all’appello per una grande mobilitazione sociale: «L’autonomia differenziata – dice Daniela Palaia – torna a minacciare l’unità del Paese e i diritti fondamentali dei cittadini. Di fronte alle nuove pre-intese in corso tra il Governo nazionale e le Regioni Veneto, Lombardia, Piemonte e Liguria, non possiamo rimanere a guardare: è il momento di mobilitarsi per difendere la Calabria e i principi cardine della nostra Costituzione3. Già lo scorso luglio s’era già pronunciato criticamente Luca Bianchi (direttore generale di Svimez) in una intervista rilasciata ad Avvenire4, dimostrando come il “modello sovraregionalista” sull’autonomia differenziata della Lega (con un unico testo fotocopiato per ciascuna delle quattro regioni) abbia fondamentalmente una valenza politica: «Non si può parlare di autonomia “differenziata” quando Regioni con caratteristiche economiche, demografiche e amministrative così diverse chiedono esattamente le stesse competenze con identiche argomentazioni. Una “differenziazione omogenea”, un ossimoro che nasconde l’obiettivo di un “sovraregionalismo” del Nord, nel quale i margini di autonomia vengono chiesti non per rispondere a peculiari esigenze territoriali, ma in ragione dell’appartenenza allo stesso blocco politico e geografico». Dallo stesso sito Svimez v’è un esplicito invito a “Regioni ed enti locali del Sud a mobilitarsi per evitare un ulteriore incremento delle diseguaglianze”5. Ma l’economista dell’Associazione per lo Sviluppo dell’Industria nel Mezzogiorno – in modo propositivo – senza alcun partigianeria va anche oltre: «Un sistema politico serio dovrebbe chiedere che il percorso dell’autonomia venga ricondotto dentro il federalismo previsto dalla Costituzione: prima la perequazione, prima la garanzia effettiva dei diritti e solo dopo ulteriori forme di autonomia. Non si tratta di opporsi per principio all’autonomia, ma di evitare un ulteriore incremento delle disuguaglianze. Ridurre il confronto a una contrapposizione tra Nord e Sud oscura la vera posta in gioco: l’indebolimento delle politiche pubbliche. L’autonomia differenziata deve diventare un tema centrale del confronto politico nazionale. I partiti devono assumersi la responsabilità di spiegare con chiarezza quale modello di regionalismo e quale idea di Repubblica intendano costruire». Quasi a voler dare una chiara risposta all’invito fatto dalla SVIMEZ agli amministratori locali che non vogliono stare a guardare passivamente nell’interesse delle comunità locali che governano, segnaliamo la presa di posizione del Primo Cittadino di Cosenza, Franz Caruso: “Negli ultimi anni – scrive il Sindaco dal portale del Comune6 – insieme a tanti sindaci, amministratori, associazioni, organizzazioni sindacali, forze politiche e cittadini, abbiamo condotto una battaglia convinta contro un impianto di riforma che abbiamo sempre ritenuto critico per il Mezzogiorno e per la Calabria. È stata una mobilitazione ampia, fondata non su contrapposizioni ideologiche, ma sulla difesa dei principi di solidarietà, coesione nazionale e uguaglianza sostanziale sanciti dalla Costituzione. Quella battaglia – prosegue – non è stata inutile. Ha contribuito a mantenere alta l’attenzione del Paese su una riforma destinata ad incidere profondamente sull’organizzazione dello Stato e ha posto al centro del confronto temi che oggi nessuno può più ignorare: il finanziamento dei Livelli essenziali delle prestazioni, il superamento della spesa storica e la necessità di garantire pari diritti ai cittadini, indipendentemente dal territorio in cui vivono”. Molto critico è anche l’intervento di Pietro De Sarlo su Basilicata24, dimostrando  – a partire dall’analisi dei CPT-Conti Pubblici Territoriali – l’assoluta  falsificazione propagandistica (“IL NORD PRODUTTIVO MANTIENE IL SUD PARASSITARIO”) a supporto dell’autonomia differenziata basata  su un supposto credito fiscale vantato (e mai restituito) dalle regioni del nord, grazie al quale sarebbero state finanziate le politiche  economiche clientelari meridionaliste dei governi centralisti: «Nel 2023 la spesa pubblica corrente pro capite  del Settore Pubblico Allargato – fa osservare De Sarlo – è stata di 21.609 euro nel Nord-Ovest, 20.220 euro nel Nord-Est, 22.298 euro nel Centro, 14.927 euro nel Sud e 16.875 euro nelle Isole. C’è altro da aggiungere?»7 Sostanzialmente l’operazione verità introdotta dai CPT – ci dice De Sarlo –  ha avuto un merito fondamentale, quello di passare dalla propaganda ai conti. Infatti, «non basta sommare i fondi formalmente destinati al Mezzogiorno. Bisogna vedere dove finiscono complessivamente spesa corrente, investimenti, infrastrutture e attività delle imprese pubbliche. Perché esiste un fenomeno che nella discussione italiana viene sempre dimenticato: la ricchezza tende a concentrarsi dove la ricchezza è già concentrata». Il tema politico decisivo della critica sull’autonomia differenziata non è una questione che ruota attorno alla Lega. Gli appetiti “nordisti” riguardano trasversalmente quel “partito del nord”8 che ha accumunato sia le forze del centrodestra sia quelle  del centrosinistra: «L’autonomia differenziata è entrata nella Costituzione con la riforma del Titolo V approvata dal centrosinistra nel 2001. Nel 2018 il governo Gentiloni sottoscrisse gli accordi preliminari con Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna. Il percorso continuò con il governo Draghi e con Mariastella Gelmini ministra per gli Affari regionali(…) . Persino il presidente Mattarella ha in più occasioni trattato l’autonomia differenziata come un percorso costituzionale possibile. Un atteggiamento che ha contribuito alla sensazione che il problema riguardasse soprattutto il come, più che il perché». Abbiamo voluto dare molto più spazio al contributo che precede, giacché nell’approfondire il tema del rapporto nord-sud coglie alla radice le distanze siderali che separano il ceto politico formatosi dalla “seconda repubblica” ad oggi, rispetto alla pur legittimamente criticata classe politica raccoltasi attorno il cosiddetto “arco costituzionale”, emerso nella ricostruzione postbellica e che aveva attraversato in buona parte anche la lotta di resistenza partigiana, dando vita alla legge fondamentale dell’ordinamento repubblicano. Quella che si sta tracciando con l’autonomia differenziata è una strada irreversibile, un colpo di mano malcelato del “partito unico del nord” volto a modificare  sostanzialmente – e in modo subdolo – i principi della Carta costituzionale. In questo senso siamo d’accordo  con  chi, a ragione, solleva con nettezza il dubbio se sia corretto accettare il terreno di discussione sul come trasformare i fondamentali del patto sociale, oppure interrogarsi sul perché di una tale necessità. Autonomia differenziata… cui prodest?   _______ 1)    HTTPS://WWW.GIORNALELAVOCE.IT/NEWS/ATTUALITA/729038/AUTONOMIA-PIEMONTE-ACCELERA-PRIMA-DI-PONTIDA-LE-PRE-INTESE-ARRIVANO-IN-COMMISSIONE-IL-3-SETTEMBRE.HTML 2)    AUTONOMIA DIFFERENZIATA, IL FRONTE DEL NO RILANCIA LA MOBILITAZIONE IN CALABRIA. COMITATO, SINDACATI, ASSOCIAZIONI E OPPOSIZIONI CHIEDONO DI FERMARE LE PRE-INTESE E DIFENDERE IL DIRITTO ALLA SALUTE – COMUNICATO STAMPA  –  IL COMITATO “DIFENDIAMO LA COSTITUZIONE” E IL TAVOLO REGIONALE NO AD, INSIEME AI SINDACATI (CGIL E GILDA), ALLE ASSOCIAZIONI E AI PARTITI DI OPPOSIZIONE DEMOCRATICA, CONTINUANO LA RACCOLTA DELLE SOTTOSCRIZIONI ALLA PETIZIONE POPOLARE DIRETTA AL PRESIDENTE DELLA GIUNTA REGIONALE E DEL CONSIGLIO PERCHÉ SCELGANO DI CONTRASTARE LE PRE-INTESE SULLA AUTONOMIA DIFFERENZIATA TRA GOVERNO E LE REGIONI LOMBARDIA, PIEMONTE, LIGURIA E VENETO E PER DIFENDERE IL DIRITTO ALLA SALUTE DI TUTTI I CITTADINI CALABRESI. NEI PRIMI CINQUE GIORNI DALL’AVVIO DELLE SOTTOSCRIZIONI, SONO STATE RACCOLTE MILLE E CENTO FIRME ON-LINE. OGGI, NEL MENTRE CONTINUERÀ LA RACCOLTA DIGITALE, SONO PARTITE LE SOTTOSCRIZIONI IN PRESENZA SUI MODULI PRESTAMPATO, NEI GAZEBO ORGANIZZATI NELLE PIAZZE DEI CENTRI URBANI, DURANTE CONVEGNI E INIZIATIVE PUBBLICHE E ANCHE DURANTE LE FESTE DEI PARTITI ADERENTI. CON QUESTA PETIZIONE POPOLARE SU TUTTO IL TERRITORIO REGIONALE, SI VUOLE SENSIBILIZZARE I CITTADINI CALABRESI SULLA NECESSITÀ DI PRENDERE CONSAPEVOLEZZA CHE LE SCELTE SCELLERATE DEL GOVERNO E DELLE REGIONI DEL NORD PORTERANNO ANCORA PIÙ INDIETRO LE GIÀ PRECARIE CONDIZIONI DEL SERVIZIO SANITARIO NEL MEZZOGIORNO E, IN MODO PARTICOLARE, NELLA NOSTRA REGIONE. LA SANITÀ IN CALABRIA VIVE UNA PROFONDA E STORICA CRISI STRUTTURALE, AGGRAVATA DA MOLTE SCELTE SBAGLIATE DEL GOVERNO REGIONALE E NAZIONALE CHE NON SONO STATI CAPACI DI AVVIARE A SOLUZIONE ALCUNI GRANDI PROBLEMI QUALI: LA GRANDE CARENZA DI MEDICI E PERSONALE, IL FORTE DEBITO FINANZIARIO E LA MASSICCIA MIGRAZIONE SANITARIA VERSO ALTRE REGIONI CON I DISAGI PERSONALI E FINANZIARI CONSEGUENTI. L’AVVIO DELLE PRE-INTESE SULL’AUTONOMIA DIFFERENZIATA CON LE REGIONI DEL NORD, IN MATERIA DI PROTEZIONE CIVILE E DI SANITÀ, SE DIVENTERANNO LEGGE, COLPIRANNO IL DIRITTO ALLA SALUTE DEI CALABRESI E RENDERANNO INCOLMABILE IL DIVARIO TRA NORD E SUD DEL PAESE. SARANNO DESTINATE AD INCIDERE PROFONDAMENTE SULL’ORDINE DELLE COMPETENZE TRA STATO CENTRALE E REGIONI, CON GRAVI RIPERCUSSIONI SULLE POLITICHE DI SVILUPPO REGIONALE, SULLA COESIONE SOCIALE E SULLA GESTIONE PARITARIA DEI SERVIZI PUBBLICI ESSENZIALI IN ITALIA, ACCENTUANDO LA DISPARITÀ NELLA QUALITÀ E NELL’ACCESSIBILITÀ DELLE CURE MEDICHE TRA NORD E SUD, AGGRAVANDONE IL DIVARIO STORICO. NEL 2024 LA CORTE COSTITUZIONALE, CON LA SENTENZA N. 192/2024, HA DICHIARATO ILLEGITTIME MOLTE PARTI DELLA LEGGE DI ATTUAZIONE DELL’AUTONOMIA DIFFERENZIATA PROPRIO IN RIFERIMENTO AI VALORI COSTITUZIONALI DELL’UGUAGLIANZA DEI CITTADINI, DELL’UNITÀ DEL PAESE, DELLA SUSSIDIARIETÀ E SOLIDARIETÀ DEI TERRITORI E HA RIBADITO CHE IL DIRITTO ALLA SALUTE È, E DEVE RESTARE, UGUALE PER TUTTI I CITTADINI OVUNQUE RISIEDONO, IN LOMBARDIA COME IN CALABRIA. CON QUESTA PETIZIONE POPOLARE SI CHIEDE AL GOVERNO MELONI-TAJANI-SALVINI DI SOSPENDERE IL PERCORSO DELLE PRE-INTESE E DI ADEGUARSI IN TUTTO E PER TUTTO ALLE INDICAZIONI DELLA SENTENZA N. 292/2024; AL PRESIDENTE DELLA CALABRIA, ROBERTO OCCHIUTO CHE, PURTROPPO, HA GIÀ ESPRESSO PARERE FAVOREVOLE ALLE PRE-INTESE, DI COINVOLGERE IL CONSIGLIO REGIONALE PER UNA SCELTA CHIARA DI TUTTO IL CONSIGLIO PER LA SOSPENSIONE DEL PROCEDIMENTO DELLE PRE INTESE SULL’AUTONOMIA DIFFERENZIATA, FINCHÉ NON SARANNO DETERMINATI PER LEGGE I LIVELLI ESSENZIALI DELLE PRESTAZIONI PER TUTTE LE REGIONI D’ITALIA. INOLTRE E IN MANCANZA, NEL CASO DOVESSERO DIVENTARE LEGGE DELLO STATO, DI IMPUGNARLA DAVANTI ALLA CORTE COSTITUZIONALE, SEGUENDO L’ESEMPIO DEI COLLEGHI PRESIDENTI DI ALTRE REGIONI. [HTTPS://WWW.LAMEZIATERME.IT/AUTONOMIA-DIFFERENZIATA-FRONTE-DEL-NO-RILANCIA-MOBILITAZIONE-IN-CALABRIA/] 3)     HTTPS://WWW.CATANZAROINFORMA.IT/POLITICA/2026/08/12/AUTONOMIA-DIFFERENZIATA-PALAIA-AL-VIA-LA-PETIZIONE-POPOLARE-IN-CALABRIA-CONTRO-LE-PRE-INTESE-DIFENDIAMO-LA-COSTITUZIONE-LA-SANITA-E-I-DIRITTI-DEL-SUD/423463/ 4)    HTTPS://WWW.AVVENIRE.IT/POLITICA/AUTONOMIA-PRIMI-SI-IN-CHIAVE-ELETTORALE-BIANCHI-SVIMEZ-RISCHIO-DI-BALCANIZZAZIONE_111362 5)    HTTPS://WWW.SVIMEZ.IT/AUTONOMIA-DIFFERENZIATA-PRE-INTESE-CONSULTA-BIANCHI/ 6)    HTTPS://WWW.COMUNE.COSENZA.IT/IT/NOVITA/PAGE/AUTONOMIA-DIFFERENZIATA-FRANZ-CARUSO-LA-BATTAGLIA-NON-SI-ESAURISCE-ORA-BISOGNA-IMPEDIRE-CHE-LA-CALABRIA-VENGA-PENALIZZATA#DESCRIZIONE 7)    HTTPS://WWW.BASILICATA24.IT/2026/08/LAUTONOMIA-DIFFERENZIATA-E-CONTRO-OGNI-LOGICA-ECCO-PERCHE-161758/ 8)    SI VED IL NOSTRO ARTICOLO SU PRESSENZA.COM LA TRAMA SECESSIONISTA DELL’AUTONOMIA DIFFERENZIATA CALDEGGIATA DAL PARTITO UNICO DEL NORD  Toni Casano
August 28, 2026
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Carabinieri nelle scuole: caccia agli elenchi degli alunni non vaccinati
Dal primo giorno di scuola, i carabinieri entreranno nelle materne e nelle elementari della zona nord di Palermo per individuare gli alunni non in regola con gli obblighi vaccinali. I militari acquisiranno gli elenchi degli iscritti e verificheranno, insieme alle scuole e all’ASP (Azienda Sanitaria Provinciale), la posizione sanitaria dei bambini. L’intervento, definito «urgentissimo», è stato disposto dalla procuratrice per i minorenni Claudia Caramanna dopo la morte di Anna Rosa Bartolotta, la bambina di quattro anni non vaccinata, alla quale è stata attribuita una diagnosi di difterite. Prima ancora che siano stati chiariti tutti gli aspetti della vicenda, la tragedia è diventata il presupposto per avviare l’operazione d’emergenza. L’operazione partirà il 15 settembre, data fissata dalla Regione Sicilia per l’inizio delle lezioni. Gli iscritti vengono registrati sul portale ministeriale Sidi, gli istituti trasmettono gli elenchi all’Asp e l’azienda sanitaria li confronta con l’anagrafe vaccinale, restituendo i nominativi di chi non risulta in regola. L’attenzione si concentrerà inizialmente su Palermo nord, ma l’Asp dispone dei dati relativi all’intera area metropolitana. Nel mirino della procura è finito anche il sistema utilizzato da alcune famiglie per rinviare l’adempimento: presentare la prenotazione di un appuntamento, non sottoporre il figlio alla vaccinazione e ripetere successivamente la procedura. «Può funzionare alla materna, ma alla prima elementare i controlli sono stringenti», ha spiegato Giusto Catania, dirigente dell’Istituto comprensivo Giuliana Saladino. La legge Lorenzin prevede che il rispetto degli obblighi vaccinali sia requisito di accesso ai nidi e alle scuole dell’infanzia; dai sei anni, invece, l’alunno può frequentare, mentre per i genitori sono previste sanzioni amministrative da 100 a 500 euro. Qualora venissero accertate forme di «grave negligenza», come la mancata effettuazione delle visite pediatriche, le conseguenze potrebbero arrivare fino alla perdita dalla potestà genitoriale. I controlli, dunque, non riguarderanno soltanto la regolarità dei certificati vaccinali, ma serviranno anche a individuare eventuali situazioni di «abbandono sanitario». Il clima maturato durante la pandemia sembra così riemergere, questa volta tra i banchi di scuola, attraverso procedure che trovano il pieno sostegno anche di una parte della stampa. La Repubblica, ad esempio, presenta l’iniziativa ricorrendo a una formula che richiama da vicino il linguaggio dell’emergenza Covid: «Si è messa in moto una macchina virtuosa per contrastare il complottismo no vax a tutela della salute pubblica». Giovanna Perricone, garante regionale per l’infanzia e l’adolescenza, parla di un’«operazione a tappeto e strategica»: dai controlli, spiega, potranno derivare segnalazioni dei genitori, sanzioni e presa in carico delle famiglie. Poiché «non possiamo chiudere i social», occorrerebbe inoltre compensarne l’influenza diffondendo messaggi sui vaccini in maniera capillare, persino attraverso video proiettati nei supermercati. L’obiettivo, insomma, va oltre la verifica del rispetto della legge: bisogna presidiare lo spazio pubblico, rieducare i genitori in modo da incrinare «le idee complottiste». Il caso di Palermo ripropone così il meccanismo di polarizzazione già sperimentato durante la pandemia. Situazioni diverse vengono ricondotte alla categoria indistinta del «complottismo no vax». Al di là della vicenda specifica, l’etichetta consente di spostare l’attenzione dal merito dei singoli casi alla presunta irresponsabilità delle famiglie e di presentare come necessaria un’operazione che coinvolge scuole, Asp, procura e forze dell’ordine. La morte di Anna Rosa è diventata il punto di partenza di controlli a tappeto e di una campagna culturale estesa persino ai supermercati. L’ingresso dei carabinieri nelle scuole viene così normalizzato come strumento di tutela sanitaria, mentre il ricorso al «complottismo» contribuisce ancora una volta a neutralizzare preventivamente dubbi e possibili obiezioni sulla proporzionalità delle misure adottate. L'Indipendente
August 28, 2026
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