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Villaggio delle Rose e Comune di Milano: dialogo, buon senso e buona volontà. Chi c’è li ha e chi no
Chi decidesse di fare una passeggiata nella periferia Sud di Milano potrebbe imbattersi in un grazioso quartiere di case di legno; noterebbe specchiate verande, aiuole ben curate e vialetti ordinati. Lo stile potrebbe forse ricordargli una certa edilizia tipica degli States o del Tirolo, ma mai e poi mai penserebbe di essere finito in un “campo di diseredati”. Non così la vede il Comune di Milano che, indossata la tuta del paladino del progresso e della dignità per tutti, pretende di applicare la politica del “superamento del campo” senza andar per il sottile e spazzare via il Villaggio delle Rose. Il caso è ben spiegato nell’articolo di Paolo Cagna Ninchi. Secondo i piani del Comune il 15 giugno la comunità rom che vive al civico 351 di via Chiesa Rossa avrebbe dovuto alzare le tende e spostarsi in alloggi temporanei (contratto da 2+2 anni), per poi, con facilitazione, entrare nelle liste dei richiedenti casa popolare. Il popolo rom, notoriamente pacifico e refrattario alla violenza, non è però stupido, e da oltre un anno gli interessati hanno avviato un tavolo di trattative con l’ente pubblico. Nel dialogo la comunità ha preso atto di una serie di passi necessari per regolarizzare la propria posizione abitativa e si è impegnata a cercare soluzioni concrete e presentare preventivi e garanzie. Il fulcro dell’idea è la creazione di una cooperativa che gestirebbe la situazione e collaborerebbe con gli enti pubblici preposti alla riqualificazione dell’area. Una proposta più che fattibile – con tutte le cooperative edili che ci sono sulla piazza perché non una rom? Diciamo dunque che da parte del cittadino i compiti a casa sono stati fatti. Vediamo ora l’amministrazione comunale. Come si diceva una volta “l’interrogato ha fatto scena muta”. Il Comune da tempo non risponde più, si nega ai propri cittadini e tace sul loro futuro. Costretta da tale atteggiamento e con un cappio al collo, il 15 giugno una piccola delegazione rom, guidata dall’attivista Dijana Pavlovic e sostenuta da Anpi Milano, Architetti senza Frontiere, Naga e personalità pubbliche come Moni Ovadia (che ha presenziato all’evento), ex assessori e altri intellettuali della sinistra milanese, si è presentata davanti a Palazzo Marino per chiedere conto della situazione al Consiglio Comunale. A causa dell’ennesimo litigio in aula, il Consiglio viene sospeso e alcuni consiglieri – Diana De Marchi, Simonetta D’amico, Alessandro Giungi e Bruno Ceccarelli – accettano di uscire a incontrare il “popolo” (mi chiedo se senza l’imprevisto avrebbero trovato il tempo per due parole con le famiglie o se al termine dei lavori, stanchi, si sarebbero dileguati verso le loro case, di certo non in pericolo). Attorno si assiepa una piccola folla e anch’io cerco di farmi strada per ascoltare ciò che dicono – non c’è un microfono. Parla un uomo alto, dall’aspetto sportivo. Indossa una camicia bianca e nera, pantaloni corti bianchi e un berretto nero; potrebbe essere diretto a un campo di golf. È Aldo Deragna ma tutti lo conoscono come Iaio. Tiene in mano fogli e fotografie e parla della propria casa come fosse un componente della famiglia. Parla in tono accorato, ma non sento livore nella sua voce, piuttosto amore e una certa commozione, che cerca di nascondere dietro gli occhiali scuri. Si rivolge ai messi: “Tornare a casa propria non è una delle cose più belle che ci siano? Puoi andare in vacanza nei posti più fantastici del mondo ma poi torni a casa e ti senti felice perché capisci che quello è il tuo posto, che lì c’è qualcosa di te che ti aspetta sempre, che ti riaccoglie ogni volta. Ma non è così anche per voi quando tornate a casa? Quando siete stanchi e sapete che solo lì riuscirete davvero a riposarvi? Ma guardatela quanto è bella!” dice indicando le fotografie. “Ma davvero volete buttarla giù? Ma piuttosto datela a qualcun altro se proprio avete deciso che io devo vivere da un’altra parte.” Quale italiano non si riconosce in Iaio? Non siamo infatti famosi per essere il popolo che ama con passione il proprio nido? Che lo decora con gusto? Pronto a rinunce pur di pagare mutui pluriennali e poter dire con orgoglio: “Sono a casa mia”? E come si fa a rispondere a Iaio e ai suoi compagni: “Bisogna rispettare le normative”? quando ogni italiano dai quattro anni in su sa che il nostro Paese straripa di abusi edilizi di ogni tipo, che lo stesso Comune di Milano è invischiato in affari edilizi, di grande caratura quanto opachi, di cui deve dare conto alla magistratura. Oppure, con supponenza, spiegargli, come se fosse un bambino, che, per variare le decisioni prese, tutta la maggioranza deve essere d’accordo. Mi verrebbe da urlare che loro sono i diretti interessati e che nessuno può decidere cose tanto fondamentali per la vita di un altro basandosi su un’alzata di mano; che loro sono parte della città e se si chiedesse agli altri milanesi, al tramviere, al professore, alla massaia, tutti capirebbero al volo il da farsi. Nella democrazia il dialogo è uno strumento fondamentale per risolvere conflitti e di pari diritto del voto, altrimenti queste maggioranze che votiamo ogni x anni diventano piccole forme di dittatura. È una questione di dialogo, di buon senso e di buona volontà: tre elementi fondamentali per un buon governo e una buona convivenza che oggi ho visto presente solo in una delle parti. Attorno a noi ci sono diversi bambini, forse non capiscono tutto ma sono attenti, ci ascoltano. Del resto molte cose faccio fatica anch’io a capirle. Com’è possibile che un’istituzione che si vanta di essere di sinistra e progressista sia così miope verso una realtà virtuosa qual è il Villaggio delle Rose e si ostini a perseguire un’ideologia? (Ma guai a farglielo notare.) E poi cosa c’è di sbagliato in un campo in sé? Ciò che è da contrastare e risolvere sono le situazioni di degrado – che qui non c’è. Ma se uno volesse vivere in una roulotte o su un albero dove starebbe il problema? Forse l’amministrazione comunale non sa che una nuova frontiera dell’abitare di lusso è il “glamping”. Chi ci dice che fra cinquant’anni non ci saranno intere città fatte di liane e su palafitte? E intanto dei cittadini avrebbero subito un sopruso: ad alcuni verrebbe tolta con forza la casa dei sogni mentre ad altri, quelli in lista per l’alloggio popolare, negata; e, in quanto rom, per la comunità sarebbe l’ennesima violenza alla sua cultura, dato che le famiglie verrebbero separate le une dalle altre. Ma più di tutto mi chiedo, ma secondo il Comune, visto che ravvisa nelle piazzuole di via Chiesa Rossa un campo nomade increscioso e non un decoroso quartiere residenziale, queste famiglie avrebbero dovuto vivere per ventisei anni in precarie condizioni? Non poteva dargliele prima le case popolari? Marina Serina
June 16, 2026
Pressenza
Accademia delle Abilità: come trasformare formazione e inclusione in valore sociale
Celebrare le abilità. È con questo obiettivo che lo studio AndPartners ha ospitato, nella sede di Roma in via Adelaide Ristori 38, una cena allestita dalle ragazze e dai ragazzi dell’Accademia delle Abilità, il centro di formazione che accompagna i giovani con diverse abilità nel delicato passaggio dall’età scolare all’età adulta, trasformando il loro potenziale in professionalità e rendendo l’autonomia una pratica quotidiana. “Ogni persona – è il motto dell’Accademia – possiede un insieme unico di talenti, competenze e attitudini: il nostro compito è aiutarli a scoprirli, coltivarli ed accompagnarli nel mondo del lavoro”. È stato Pietro Bracco, socio di AndPartners, a fare gli onori di casa: «Una serata per stare insieme ai ragazzi, alla loro ottima cucina, insieme a quella del nostro chef Federico Mariottini, scambiare le nostre idee e imparare dalle loro abilità. Si tratta di una iniziativa che risponde perfettamente al nostro DNA, perché per noi è fondamentale condividere». Per Silvia De Mari, socia fondatrice dell’Accademia delle Abilità «i nostri ragazzi hanno dimostrato la loro grande capacità e competenza acquisita nel mondo della ristorazione ed è stata una serata bellissima vissuta in un luogo speciale come quello di AndPartners, una realtà ormai consolidata nel panorama delle “tax and law firm”, un punto di riferimento nel settore tributario e oltre. Un grazie speciale va rivolto ai nostri ragazzi: Patrizio Bonanni, Tommaso Filippini, Alessio Festa, Lorenzo Iannuzzi, Leonardo Fois, Valerio Micozzi, Burchielli Aisha, Andrea Di Luzio, Cammilli Stefania e al nostro chef Antonio Bruno, che ha saputo trasmettere la passione per la cucina ai nostri giovani. Abbiamo dato concretezza ad un sogno grazie al contributo di tutti i soci fondatori dell’Accademia: Giuseppe Iannuzzi, Elio Urbinati, Carolina Cabiati e Bruno Paonessa». «L’Accademia delle Abilità ha come obiettivo offrire indipendenza lavorativa, dignità sociale e inclusione produttiva nei settori della ristorazione, dell’hotellerie e dell’accoglienza. Le aziende con più di 35 dipendenti, come noto, sono soggette alle quote d’obbligo previste dalla Legge 68/99, ma spesso l’inserimento rappresenta una sfida logistica e formativa per l’imprenditore. Per le aziende e le istituzioni presenti, i nostri ragazzi non devono rappresentare solo un adempimento burocratico alla Legge 68/99. Sono risorse attive. Supportare i nostri progetti significa investire in futuri cittadini capaci di generare valore e non essere considerati peso sociale per la comunità», dice Giuseppe Iannuzzi, uno dei soci fondatori dell’Accademia. «Il lavoro è iniziato circa due anni fa e questo è il primo anno che, con iniziative come quella di questa sera, possiamo vedere i ragazzi all’opera. Hanno organizzato la Cena di Natale per la Lega del Filodoro, in diverse ambasciate e preparato cene aziendali. Si applicano con dedizione, attenzione e soprattutto molta motivazione. Esistono già delle intese, dei protocolli con diverse associazioni, con diverse aziende, per far sì che al termine del loro periodo di formazione possano essere inseriti nel mondo del lavoro e soprattutto essere considerati parte produttiva e non costo sociale, visto che purtroppo questa resta ancora oggi una mentalità difficile da eradicare. Il sentimento è di grande soddisfazione, di grande motivazione anche per noi. E quello che riceviamo in cambio dai ragazzi diventa anche per noi una spinta in più per andare avanti». A proposito di associazioni partner, Roberta Pepi, presidente di Roma più Bella, sostiene e accompagna l’Accademia delle Abilità: «Ci occupiamo dei locali del centro storico cercando da sempre di trovare dei punti di incontro sulla gestione del personale. Eventi come questo ci ricordano come l’inclusività sia un tema fondamentale per chi opera sul territorio. La formazione è fondamentale, anche perché il mondo del lavoro è spesso ostile. Invece questo meccanismo permette di aiutare le persone a uscire di casa, a mettersi in discussione e soprattutto non isolare dei ragazzi che poi mettono in campo le loro potenzialità». L’onorevole Maurizio Casasco, da politico e da medico, presidente della Federazione Medico Sportiva Italiana, è ben consapevole dei vantaggi che un’operazione del genere può portare: «È un tema molto interessante, perché anche qui parliamo soprattutto di formazione e inclusione, che si trasformano in un importante valore sociale, un indubbio guadagno per i ragazzi e per la nostra società». Serata che si è arricchita anche della presenza di molti politici, ai quali spetta da un lato il compito di legiferare, ma dall’altro anche quello di monitorare l’efficacia dei provvedimenti. Come nel caso di Massimiliano Maselli, assessore all’Inclusione Sociale e Servizi alla Persona della Regione Lazio. «Gli obiettivi prioritari per una persona che ha una difficoltà – dice Maselli – sono due: indipendenza abitativa e lavorativa. Perché altrimenti non esiste piena inclusione sociale. Si tratta, quindi, di un percorso importante che deve prevedere un’adeguata formazione per poi arrivare all’inclusione lavorativa. Non a caso abbiamo pubblicato una graduatoria importantissima per la realizzazione di dieci centri polivalenti, innovativi, che non solo accolgono e assistono le persone, ma le formano per guidarle verso una occupazione e quindi verso una vera inclusione sociale». E all’onorevole Luciano Ciocchetti il compito di tirare le somme della serata: «Iniziative come quella di oggi offrono un importante riconoscimento a questa operazione. E come dice il suo stesso nome, l’Accademia delle Abilità è il mezzo attraverso il quale si può completare un reale percorso di inclusione per le persone con disabilità. Nonché consente l’applicazione di una legge nazionale che non sempre viene rispettata al 100%. Avere pensato di creare un’accademia che è in grado di formare nuove abilità e personale che garantisca al mondo del lavoro competenze, capacità e abilità, è assolutamente da apprezzare e da valorizzare». Alla serata erano presenti anche Caterina Belletti (presidente APT Gorizia e neo presidente di FS International), Stella Coppi Fratini (presidente della Fondazione Ingenio), Giuseppe Inchingolo (Chief Corporate Affairs, Communication & Sustainability Officer), Nicola Maione (presidente uscente di MPS e ora membro del CdA), Franco Massi (segretario generale della Corte dei Conti), Tommaso Tanzilli (Presidente di FS), Francesco Ruben Crivella (dirigente USR Lazio) e Gerardina Fasano (dirigente scolastico IC Francesco Cilea). Testo e fotografia inviati alla Redazione da Matteo Spinelli Redazione Italia
June 16, 2026
Pressenza
Il mondiale dei respinti: per la FIFA è una festa, ma assomiglia sempre più a una frontiera armata
L’11 giugno non è iniziato solo un torneo. È iniziato il Mondiale più grande della storia. Quarantotto nazionali, tre Paesi ospitanti, miliardi di spettatori incollati agli schermi. La FIFA, dai suoi uffici specchiati di Zurigo, lo racconta così: la celebrazione universale del pallone@. Ti vendono il sogno di un prato verde dove tutti sono uguali. Ma la retorica si spegne dove finisce lo spettacolo e inizia il potere. Basta fare un passo indietro e guardare cosa succede ai controlli di frontiera. È lì, tra i passaporti respinti, i visti negati e i fili spinati invisibili della burocrazia, che la festa cambia faccia. È lì che capisci che il calcio è una cosa, ma le regole del mondo restano sempre le stesse: selettive, razziste. I giocatori dell’Uzbekistan, con il loro allenatore Cannavaro, vengono accolti a New York da metal detector, cani antidroga e perquisizioni bagaglio per bagaglio. I calciatori del Senegal sono costretti a togliersi le scarpe appena scesi dall’aereo, trattenuti per ore come sospetti qualsiasi. Ayman Hussein, stella della nazionale irachena, passa sette ore sotto interrogatorio. Tala Salah, fotografo ufficiale della squadra irachena, viene trattenuto per oltre dieci ore e poi espulso. Peggio ancora va a Omar Artan, il miglior arbitro africano del 2025. Passaporto diplomatico, convocazione ufficiale, tutte le autorizzazioni in regola. Non basta. Undici ore di interrogatorio sulla situazione politica della Somalia e sui rapporti con Al-Shabaab. Alla fine viene respinto. Fuori dal Mondiale. L’Iran si vede negare il visto a quindici membri della propria delegazione. Giornalisti africani e iraniani ricevono autorizzazioni che impediscono loro di seguire liberamente il torneo tra Stati Uniti, Canada e Messico. Tifosi bloccati, procedure arbitrarie, ostacoli burocratici costruiti apposta per scoraggiare la presenza di interi popoli. Il messaggio è chiaro: siete invitati, ma non siete benvenuti. In fondo, questo Mondiale racconta perfettamente il nostro tempo. Da una parte la retorica della globalizzazione felice. Dall’altra i confini che si chiudono. Da una parte gli slogan sull’universalità dello sport. Dall’altra i controlli selettivi che distinguono chi può passare e chi deve essere interrogato, perquisito, respinto. Il calcio dovrebbe servire a cancellare queste differenze. Invece il Mondiale del 2026 le sta esibendo tutte sotto i riflettori. La FIFA continua a chiamarla festa. Ma assomiglia sempre più a una frontiera armata. Redazione Italia
June 15, 2026
Pressenza
I lavoratori stranieri in Italia producono il 9% del PIL
Aodi: «No alla caccia allo straniero. Prima di dire “l’Italia agli italiani”, diciamo “l’Italia a chi ama l’Italia, la rispetta, lavora, paga le tasse e contribuisce ogni giorno alla sua crescita”. No all’immigrazione irregolare, sì alla buona immigrazione, qualificata, integrata e utile al Paese» ROMA, 15 GIUGNO 2026 – Le recenti polemiche politiche sull’immigrazione, gli episodi di intolleranza registrati negli ultimi giorni e il crescente utilizzo dei temi migratori e religiosi come strumenti di scontro politico stanno alimentando un clima di contrapposizione che rischia di allontanare il dibattito pubblico dalla realtà dei fatti e dai numeri. L’Italia è oggi uno dei Paesi europei più colpiti dall’inverno demografico, dall’invecchiamento della popolazione e dalla carenza di personale in numerosi comparti strategici. Dalla sanità all’assistenza agli anziani, dall’edilizia alla logistica, dall’agricoltura alla ristorazione, migliaia di professionisti e lavoratori di origine straniera contribuiscono quotidianamente al funzionamento del sistema economico e sociale nazionale. Secondo una accurata indagine condotta da AMSI-CO-MAI E UNITI PER UNIRE aggiornata al 30 aprile 2026, il valore aggiunto prodotto dai lavoratori di origine straniera supera i 177 miliardi di euro e rappresenta oggi oltre il 9% del PIL italiano. A questo si aggiungono centinaia di migliaia di imprese guidate da cittadini di origine straniera e un contributo fiscale che continua a rappresentare una risorsa concreta per il Paese. Su questi temi riflettono l’AMSI – Associazione Medici di Origine Straniera in Italia, denominata anche Unione Professionisti della Sanità Internazionali, l’UMEM – Unione Medica Euromediterranea, la Co-Mai – Comunità del Mondo Arabo in Italia, l’AISC NEWS – Agenzia Mondiale Senza Confini, il Movimento Internazionale Transculturale Uniti per Unire e il nuovo Comitato Politico Internazionale Uniti per Unire, che invitano ad affrontare il fenomeno migratorio con equilibrio, responsabilità e visione strategica, respingendo ogni forma di razzismo, islamofobia, antisemitismo e discriminazione. Interviene il professor Foad Aodi, medico fisiatra, giornalista e divulgatore scientifico internazionale, esperto in salute globale, membro del Registro Esperti FNOMCeO, docente dell’Università di Tor Vergata e fondatore del Movimento Internazionale Uniti per Unire. «Noi diciamo, oggi come in passato, con chiarezza, no all’immigrazione irregolare, allo sfruttamento, alla clandestinità e a ogni forma di illegalità. Ma diciamo con la stessa forza sì alla buona immigrazione, programmata, qualificata, integrata e rispettosa delle regole. È necessario uscire dalla logica degli slogan e tornare a guardare la realtà. L’Italia ha bisogno di professionalità, competenze e forza lavoro. Ha bisogno di persone che contribuiscano alla crescita economica e sociale del Paese», afferma Aodi. L’ITALIA È ANCHE DI CHI LA AMA E LA COSTRUISCE OGNI GIORNO Secondo la rete associativa, il dibattito pubblico dovrebbe partire da una considerazione semplice: milioni di persone di origine straniera vivono regolarmente in Italia, lavorano, pagano le tasse, crescono figli, creano imprese e contribuiscono al benessere collettivo. «Prima di dire “l’Italia agli italiani”, diciamo “l’Italia a chi ama l’Italia”. A chi vive nel nostro Paese, ne rispetta le leggi, lavora onestamente e contribuisce ogni giorno alla sua crescita. Non esiste alcun Paese moderno composto esclusivamente da persone nate nello stesso territorio. Viviamo in una società globale e multiculturale che richiede responsabilità, capacità di integrazione e rispetto reciproco», sottolinea Aodi. IL GRANDE CONTRIBUTO DEI PROFESSIONISTI DI ORIGINE STRANIERA Le associazioni ricordano che il contributo dei professionisti di origine straniera è ormai essenziale in numerosi settori. Medici, infermieri, operatori socio-sanitari, farmacisti, ricercatori, ingegneri, architetti, imprenditori, lavoratori della logistica, dell’edilizia, della ristorazione, dell’agricoltura e dell’assistenza familiare rappresentano oggi una componente fondamentale del tessuto produttivo italiano. «Pensiamo alla sanità italiana che soffre una carenza cronica di personale. Pensiamo alle migliaia di professionisti sanitari di origine straniera che garantiscono ogni giorno continuità assistenziale negli ospedali, nei servizi territoriali e nelle strutture socio-sanitarie. Pensiamo inoltre al settore dell’assistenza agli anziani e alle persone fragili, dove migliaia di assistenti familiari provenienti dall’Est Europa, dalle Filippine, dal Sud America, dal Nord Africa e dall’Asia garantiscono ogni giorno un supporto fondamentale alle famiglie italiane. Senza questo contributo il sistema avrebbe enormi difficoltà a reggere», evidenzia Aodi. GUARDARE LA REALTÀ E NON GLI SLOGAN La rete associativa invita ad affrontare il tema dell’immigrazione con pragmatismo e senso di responsabilità. «La politica deve avere il coraggio di guardare la realtà per quella che è e non per come qualcuno vorrebbe raccontarla. In numerosi comparti produttivi le imprese faticano a reperire personale e il contributo dei lavoratori di origine straniera rappresenta oggi una componente essenziale della tenuta economica e sociale del Paese. Con il calo delle nascite e l’invecchiamento della popolazione italiana, la programmazione dei flussi migratori qualificati rappresenta una necessità economica e sociale, non una scelta ideologica», afferma Aodi. GLI ITALIANI ALL’ESTERO MERITANO RISPETTO. LO STESSO RISPETTO VA GARANTITO A CHI LAVORA IN ITALIA La rete associativa richiama inoltre il valore dell’emigrazione italiana nel mondo. «Milioni di italiani lavorano all’estero, in Europa, nei Paesi del Golfo, nelle Americhe e in numerose altre realtà internazionali, contribuendo alla crescita economica dei Paesi che li ospitano. Nessuno accetta che vengano discriminati per la loro origine. Lo stesso principio deve valere per chi vive e lavora regolarmente in Italia. Serve coerenza, serve rispetto e serve una visione moderna della società», dichiara Aodi. RE-IMMIGRAZIONE E BUONA IMMIGRAZIONE: SERVONO CHIAREZZA E SENSO DI RESPONSABILITÀ Sul dibattito politico che negli ultimi giorni ha rilanciato il termine “re-immigrazione”, il professor Foad Aodi invita ad abbandonare slogan e parole d’ordine poco chiare per concentrarsi invece su proposte concrete e applicabili. «Chiediamo a chi utilizza il termine “re-immigrazione” di spiegare con precisione cosa significhi e quali sarebbero le novità rispetto alle norme già esistenti. Da anni sosteniamo che chi sbaglia deve pagare, che chi vive in Italia deve rispettare le leggi e che chi non possiede i requisiti previsti dalla normativa deve regolarizzare la propria posizione oppure rientrare nel proprio Paese, salvo i casi previsti dal diritto internazionale per rifugiati e persone perseguitate. Non stiamo quindi parlando di principi nuovi, ma di regole che esistono già e che devono essere applicate con equilibrio e responsabilità», afferma Aodi. «Da oltre vent’anni, attraverso il Manifesto per una Buona Immigrazione, sosteniamo un modello fondato su immigrazione programmata, integrazione, legalità, diritti e doveri. Per questo diciamo no all’immigrazione irregolare e allo sfruttamento, ma diciamo anche no agli slogan utilizzati esclusivamente per finalità elettorali o per alimentare scontri tra forze politiche. Il tema dell’immigrazione è troppo importante per essere ridotto a una battaglia di propaganda», prosegue Aodi. «Occorre lavorare per garantire i diritti di tutti, nel rispetto dei doveri di ciascuno. Bisogna affrontare la realtà con pragmatismo. Ridurre drasticamente la presenza dei lavoratori di origine straniera significherebbe mettere in difficoltà interi comparti produttivi che oggi dipendono dal loro contributo. Le conseguenze ricadrebbero sulle imprese, sui servizi, sull’assistenza alle persone fragili e sulla competitività del Paese. Per questo servono programmazione, serietà e visione strategica, non parole d’ordine che rischiano di creare ulteriore confusione». COOPERAZIONE INTERNAZIONALE, INTEGRAZIONE E DIALOGO: SERVONO RISULTATI CONCRETI Secondo Aodi, il tema migratorio non può essere affrontato esclusivamente all’interno dei confini nazionali, ma richiede una strategia più ampia fondata sulla cooperazione internazionale e sul rispetto degli accordi esistenti. «Bisogna rispettare e rafforzare gli accordi bilaterali con i Paesi di origine, collaborando in modo serio e concreto con le istituzioni e le comunità locali. Aiutare i Paesi d’origine significa investire realmente nella cooperazione internazionale, nella formazione, nello sviluppo e nelle opportunità per i giovani, non limitarsi a slogan o dichiarazioni di principio. Solo così si possono affrontare le cause profonde delle migrazioni e costruire percorsi sostenibili e condivisi», afferma Aodi. «Purtroppo negli ultimi quindici anni abbiamo assistito a molte dichiarazioni e a pochi risultati concreti sui grandi temi dell’integrazione. Non abbiamo registrato passi avanti significativi sul dialogo interculturale e interreligioso, sulla piena valorizzazione delle seconde generazioni, sulla cittadinanza e sulla costruzione di un modello stabile di convivenza e partecipazione. Troppo spesso questi argomenti tornano al centro del dibattito soltanto durante le campagne elettorali, per poi scomparire una volta concluse», prosegue Aodi. «L’Italia ha bisogno di una visione di lungo periodo che metta al centro inclusione, legalità, diritti, doveri, cooperazione internazionale e dialogo tra culture e religioni diverse. Continuare ad affrontare questi temi esclusivamente con approcci emergenziali o con slogan politici non aiuta né gli italiani né le comunità di origine straniera che vivono e lavorano regolarmente nel nostro Paese» DAL MANIFESTO PER UNA BUONA IMMIGRAZIONE AL MANIFESTO UNIONE PER L’ITALIA Le associazioni ricordano il lavoro portato avanti negli ultimi venticinque anni attraverso il Manifesto per una Buona Immigrazione, il Manifesto per una Buona Sanità Internazionale e, più recentemente, il Manifesto Unione per l’Italia creato dal nascente Comitato Politico Uniti per Unire. «Da anni lavoriamo per promuovere integrazione, legalità, sicurezza, programmazione dei flussi migratori, valorizzazione delle competenze e partecipazione attiva alla vita del Paese. La buona immigrazione è una risorsa. L’immigrazione irregolare e lo sfruttamento sono invece fenomeni che vanno contrastati con fermezza. Confondere questi due aspetti significa fare cattiva informazione e creare divisioni sociali», afferma Aodi. IL CONTRIBUTO DEI PROFESSIONISTI DI ORIGINE STRANIERA IERI COME OGGI «Il nostro appello è alla responsabilità. Basta campagne basate sulla paura. Basta contrapposizioni tra italiani e cittadini di origine straniera. Ribadiamo il nostro no all’islamofobia, all’antisemitismo, al razzismo e a qualsiasi forma di discriminazione religiosa, culturale o etnica. Lavoriamo insieme per un’Italia più forte, più sicura, più giusta e più competitiva. Un’Italia che sappia valorizzare tutte le sue energie migliori nell’interesse delle nuove generazioni e del bene comune. Questo è lo spirito del Manifesto Unione per l’Italia», conclude Aodi. Ufficio Stampa Congiunto redazione@aiscnews.it Centro Medico Iris Italia – Roma | Tel. 06 8862793 www.unitiperunire.org www.aiscnews.org www.facebook.com/foadaodi1 AMSI Associazione di Medici di Origine Straniera in Italia
June 15, 2026
Pressenza
RIFÙGIATI! L’accento posto su un diritto
Giornata Mondiale del Rifugiato 2026 Colloquio sulle migrazioni “RIFÙGIATI! L’accento posto su un diritto” Lunedì 15 giugno 2026, ore 17:30 Aula Magna – Pontificia Università Gregoriana Piazza della Pilotta 4, Roma In occasione delle celebrazioni della Giornata Mondiale del Rifugiato, il Centro Astalli promuove lunedì 15 giugno alle ore 17:30, presso l’Aula Magna della Pontificia Università Gregoriana, il Colloquio sulle migrazioni “RIFÙGIATI! L’accento posto su un diritto”. Intervengono Mons. Paolo Bizzeti, già Vicario Apostolico di Anatolia e fondatore di A.M.O. – F.M.E. (Amici del Medio Oriente – Friends of Middle East), e Nathalie Tocci, politologa ed editorialista, Professor of the Practice alla Johns Hopkins SAIS Europe. Introduce e modera Marco Damilano, giornalista e scrittore. A settantacinque anni dalla firma della Convenzione di Ginevra del 1951 sullo status dei rifugiati, il diritto d’asilo attraversa una delle sue stagioni più difficili: eroso da politiche di chiusura, indebolito da accordi opachi e contestato da una parte crescente del dibattito pubblico. Secondo il Global Trends Report dell’UNHCR, sono 117,8 milioni le persone costrette alla fuga nel mondo: un numero in calo per la prima volta in un decennio, ma che resta a livelli inaccettabili e che descrive solo parzialmente la realtà. Nel 2025, infatti, dei 14,7 milioni di ritorni registrati, molti sono avvenuti sotto pressione e in condizioni precarie nei Paesi di origine. Nello stesso anno 5,4 milioni di persone sono state costrette a fuggire da violenze e persecuzioni, cercando protezione in altri Paesi. Il 70% dei rifugiati vive in esilio da anni e quasi la stessa quota è ospitata in Paesi a basso e medio reddito. Mentre la guerra in Medio Oriente produce nuovi sfollamenti e la crisi climatica si rivela già una crisi migratoria, la risposta prevalente degli Stati resta la chiusura: meno protezione, più frontiere; meno cooperazione, più esternalizzazione. Il Colloquio sulle migrazioni “RIFÙGIATI! L’accento posto su un diritto” nasce dalla convinzione che la sfida più profonda non risieda nei numeri né nei trattati, ma in un cambiamento culturale che precede quello politico. L’indifferenza si presenta ormai come posizione legittima, mentre un lessico fatto di espressioni come “ondate”, “emergenza” e “invasione” contribuisce a normalizzare letture semplificate e prepara il terreno a politiche accettate senza più indignazione. Quando la persona rifugiata smette di essere un soggetto di diritti per diventare un problema di ordine pubblico, qualcosa si è già spezzato nel modo in cui guardiamo gli altri. A partire dalla testimonianza di chi ha vissuto accanto alle comunità del Medio Oriente e dall’analisi geopolitica degli scenari internazionali, il dialogo tra Mons. Bizzeti e Nathalie Tocci, moderato da Marco Damilano, si concentrerà sul divario tra quanto stabilito dalla Convenzione di Ginevra e quanto le politiche attuali garantiscono concretamente alle persone in fuga, interrogando al tempo stesso la disponibilità delle nostre società a colmare questa distanza. P. Camillo Ripamonti, Presidente del Centro Astalli sottolinea: “La Giornata Mondiale del Rifugiato non è soltanto una ricorrenza, è un banco di prova per le istituzioni, per la società civile e per ciascuno di noi. Rinnovare oggi l’impegno verso chi cerca protezione significa difendere non solo i diritti dei rifugiati, ma anche la credibilità dei principi di umanità, giustizia e solidarietà sui quali si fondano le nostre società «perché la dignità umana non ha passaporto e non perde il suo valore quando attraversa una frontiera» (Papa Leone XIV)”. Il Centro Astalli, nell’anno in cui ricorrono i 75 anni della Convenzione di Ginevra e i 45 anni dalla sua nascita, rinnova il proprio impegno accanto a chi cerca protezione e rivolge un appello perché il sistema internazionale di tutela torni a essere il riferimento delle politiche migratorie e non l’ostacolo da aggirare. Redazione Italia
June 15, 2026
Pressenza
Cagliari si stringe attorno alla comunità musulmana dopo l’attentato alla Moschea
Giovedì scorso, 11 del mese di giugno 2026, la città di Cagliari si è svegliata con la notizia dell’attentato incendiario alla Moschea Hal-Hoad di via del Collegio, avvenuto durante la notte. Fortunatamente, l’intervento di spegnimento delle fiamme da parte di un abitante del quartiere ha limitato i danni. La solidarietà di moltƏ cittadinƏ cagliaritanƏ nei confronti della comunità islamica è stata tempestiva. Un comunicato mattutino dell’assemblea cagliaritana di “Potere al Popolo!” denunciava il fatto e indiceva un presidio per le ore 18:00 davanti alla Moschea. * Tante persone hanno aderito all’appello e sono convenute in via del Collegio. Presenti l’imam Mehrez Triki e Omar Zaher, rappresentante della comunità islamica nella provincia di Cagliari. Con loro anche don Marco Lai, parroco della parrocchia di Sant’Eulalia, a due passi dalla moschea. Tra le persone convenute anche il direttore dell’”Ufficio per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso” della Diocesi di Cagliari, il diacono Pino Siddi, che ha consegnato una lettera di solidarietà dell’arcivescovo di Cagliari, mons. Giuseppe Baturi, all’imam e al rappresentante della comunità islamica. Il sit-in ha visto l’adesione di persone di diversi orientamenti politici e religiosi, uniti, tuttavia, nella solidarietà da manifestare all’imam e alla sua comunità. Nouhaila Benbiga, una giovane musulmana immigrata dal Marocco, in qualità di rappresentante di “Potere al Popolo Sardegna”, ha salutato le persone presenti e, prima del suo intervento, ha ceduto il microfono all’imam della Moschea. L’imam ha ringraziato per la solidarietà ricevuta e la presenza così numerosa di cittadini e cittadine di Cagliari. Ha voluto sottolineare, inoltre, il buon rapporto che si è stabilito negli anni con gli abitanti del quartiere, l’aiuto reciproco, la stretta collaborazione con il parroco di Sant’Eulalia e gli operatori della parrocchia. Ha ringraziato gli abitanti che si sono accorti di quanto accadeva durante la notte e sono intervenuti immediatamente per spegnere un principio di incendio che avrebbe potuto causare molti danni. È seguito l’intervento della giovane rappresentante di “Potere al Popolo”, di cui riporto solo alcuni passaggi: « […] Ma sono qui – ha affermato -, prima di tutto, come giovane donna, come musulmana e come figlia di questa comunità immigrata che stanotte è stata violentemente attaccata! Quando oggi ho visto il portone della moschea carbonizzato, non ho visto solo del legno bruciato. Ho visto il tentativo infame di bruciare la nostra esistenza, la nostra sicurezza, la nostra dignità in questa città. Ci vogliono invisibili, ci vogliono spaventati, ci vogliono chiusi in casa. Hanno cercato di bruciare un pezzo della nostra vita, della nostra comunità per mandarci un messaggio chiaro: Dovete avere paura, dovete nascondervi». Ha messo in risalto, poi, come l’atto intimidatorio non possa essere liquidato come una ragazzata, piuttosto come atto premeditato contro la presenza musulmana in città, fomentato anche dal clima politico nazionale per creare la paura dell’altrƏ che si traduce in xenofobia e islamofobia: «Questo rogo non si è creato da solo. Non è la bravata di un singolo, non è la follia di un momento e non è un caso isolato. Questa violenza ha dei mandanti politici ben precisi ed è il frutto di scelte deliberate e programmatiche! Questo è un attentato squadrista, figlio legittimo dell’odio razziale e dell’islamofobia che la destra di Giorgia Meloni e dei suoi alleati soffia ogni giorno in tv e sui social. Lo fanno scientemente, per raccogliere voti sulla nostra pelle e per distrarre le masse dalle loro precise responsabilità economiche! Perché chi ha appiccato quel fuoco è solo il braccio armato di un sistema. «C’è un filo rosso – ha continuato -, dritto e insanguinato, che unisce le fiamme di stanotte a quello che è successo poche settimane fa a Taranto, dove il nostro fratello Bakary Sako, un operaio e bracciante dignitoso di 35 anni, è stato massacrato e ucciso all’alba da un gruppo di ragazzini mentre andava a lavorare. Parliamo di persone talmente schiacciate dalla propria insignificanza sociale, talmente vuote di senso da un sistema che le ha impoverite, da dover rubare la vita di un uomo forte, o dare fuoco a una moschea, pur di sentirsi protagoniste di qualcosa!». Proseguendo nel suo intervento, ha sottolineato la responsabilità dei partiti politici che appoggiano il governo Meloni, ma anche di quelli all’opposizione, corresponsabili dei decreti sicurezza, della creazione dei CPR (Centri per il rimpatrio), incapaci di arginare il clima di odio che oggi si concretizza con i progetti di remigrazione. Altri interventi si sono succeduti, ma voglio dare voce a una riflessione di Aldo Pintor, operatore sociale, molto vicino alle famiglie di immigrati che popolano il quartiere della Marina a Cagliari, presente al sit-in: «Cagliari – ha scritto in un post su Facebook – si stringe attorno alla comunità mussulmana che è stata vittima di un attacco vile. Attacco purtroppo che ha molti mandanti morali nei tanti politici e opinionisti che vomitano da tempo parole di odio». *   https://www.pressenza.com/it/2026/06/cagliari-attentato-al-moschea-al-hoda-di-via-del-collegio-presidio-di-solidarieta-alle-ore-1800/ Pierpaolo Loi
June 14, 2026
Pressenza
Che fine ha fatto il monitoraggio indipendente sugli accertamenti e sulle procedure di frontiera?
Da domani si scatenerà l’inferno: sarà applicato il nuovo Patto UE sulla migrazione con modalità “flessibili”, dunque a discrezione della polizia L’articolo 10 del Regolamento sugli accertamenti (Regolamento (UE) 2024/1356) e l’articolo 43, paragrafo 4, del Regolamento sulle procedure di asilo (Regolamento (UE) 2024/1348) impongono agli Stati membri di prevedere un meccanismo indipendente per monitorare il rispetto dei diritti fondamentali durante gli accertamenti dei nuovi arrivi e nella valutazione delle domande di asilo alle frontiere esterne. Il Regolamento (UE) 2024/1356 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 14 maggio 2024, regola lo screening dei cittadini di paesi terzi alle frontiere esterne. Per il Considerando 10, È opportuno che gli accertamenti siano effettuati in un luogo adeguato e opportuno designato da ciascuno Stato membro, generalmente ubicato presso le frontiere esterne o nelle loro vicinanze o, in alternativa, in altri luoghi all’interno del territorio, tenendo conto della geografia e delle infrastrutture esistenti, garantendo che gli accertamenti possano essere effettuati senza indugio. Gli accertamenti nei confronti dei cittadini di paesi terzi che soggiornano illegalmente nel territorio degli Stati membri, che vi sono entrati in modo non autorizzato attraverso una frontiera esterna e che non sono già stati sottoposti ad accertamenti in uno Stato membro dovrebbero essere effettuati in luoghi adeguati e opportuni designati da ciascuno Stato membro nel suo territorio. Per il Considerando 11, Durante gli accertamenti i cittadini di paesi terzi sottoposti agli stessi dovrebbero rimanere a disposizione delle autorità preposte agli accertamenti. È opportuno che gli Stati membri stabiliscano nel loro diritto nazionale disposizioni volte a garantire la presenza dei cittadini di paesi terzi interessati durante gli accertamenti, al fine di impedirne la fuga. Ove necessario e sulla base di una valutazione caso per caso, gli Stati membri possono trattenere una persona sottoposta agli accertamenti, salvo se non siano applicabili efficacemente misure alternative meno coercitive.  Il trattenimento dovrebbe essere applicato solo come misura di ultima istanza conformemente ai principi di necessità e proporzionalità e dovrebbe essere soggetto a un ricorso effettivo, in linea con il diritto nazionale, dell’Unione e internazionale. Durante gli accertamenti dovrebbero applicarsi le pertinenti disposizioni della direttiva (UE) 2024/1346 del Parlamento europeo e del Consiglio, per i richiedenti protezione internazionale, e le pertinenti norme sul trattenimento di cui alla direttiva 2008/115/CE, per i cittadini di paesi terzi che non hanno fatto domanda di protezione internazionale. Per il Considerando 22, È opportuno che gli accertamenti al confine esterno siano completati il prima possibile e che non durino più di sette giorni. È opportuno che gli accertamenti dopo il “rintraccio” nel territorio siano completati il prima possibile e che non durino più di tre giorni. In base all’art.6 del Regolamento screening, Durante gli accertamenti, le persone di cui all’articolo 5, paragrafi 1 e 2, non sono autorizzate ad entrare nel territorio di uno Stato membro. Gli Stati membri stabiliscono nelle rispettive legislazioni nazionali disposizioni intese a garantire che le persone di cui all’articolo 5, paragrafi 1 e 2, rimangano a disposizione delle autorità competenti a svolgere gli accertamenti nei luoghi di cui all’articolo 8 per la durata degli accertamenti al fine di prevenire qualsiasi rischio di fuga nonché le minacce potenziali alla sicurezza interna derivanti da tale fuga, o i rischi potenziali per la salute pubblica che potrebbero derivare da tale fuga”. E’ questa la norma che configura la cd. finzione di non ingresso, anche se nella successiva disposizione si fa riferimento al territorio nazionale, dato testuale che comunque preclude l’applicazione della normativa in esame al di fuori dei confini dello Stato membro, e dunque dell’Unione europea. Di solito questo concetto viene applicato nelle zone di transito negli aeroporti internazionali tra i gate di arrivo e il controllo dei passaporti, a significare che le persone che sono arrivate non sono ancora entrate nel territorio del paese di destinazione. Sebbene fisicamente presenti, non sono considerati legalmente entrati nel territorio ufficiale del paese fino a quando non hanno ricevuto l’autorizzazione necessaria. Si tratta di una previsione che, a seconda della sua attuazione nel diritto nazionale, potrebbe risultare in contrasto con la Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati che prevede comunque, in favore dei richiedenti asilo, il diritto di accedere al territorio al fine di presentare una istanza di protezione ed afferma il divieto di respingimento (art.33), verso luoghi dove vita o libertà sono minacciate per motivi di razza, religione, nazionalità, gruppo sociale o opinioni politiche. La finzione di non ingresso non si applica, comunque, ai cittadini di Paesi terzi richiamati nell’art. 7 del regolamento, ossia quelli sottoposti ad accertamenti dopo il “rintraccio” all’interno del territorio. In base all’art.8 del Regolamento screening, gli accertamenti sono effettuati in qualsiasi luogo adeguato e opportuno designato da ciascuno Stato membro, generalmente ubicato presso le frontiere esterne o nelle loro vicinanze o, in alternativa, in altri luoghi all’interno del suo territorio. Secondo la stessa norma, gli accertamenti sono effettuati senza indugio e sono completati in ogni caso entro sette giorni dal rintraccio nella zona di frontiera esterna, dallo sbarco sul territorio dello Stato membro interessato o dalla presentazione al valico di frontiera. Nel caso di accertamenti su persone rintracciate all’interno del territorio nazionale, Gli accertamenti sono effettuati senza indugio e sono completati entro tre giorni dal rintraccio del cittadino del paese terzo. Le persone che si trovano sottoposte alla procedura di accertamento (screening) si trovano dunque nel territorio nazionale, ma vengono considerate come se si trovassero al di fuori di un immaginario limite di frontiera. Previsione che andrà considerata anche alla luce dell’art.10 della Costituzione italiana, e dunque le procedure di accertamento in frontiera si dovranno svolgere “secondo le condizioni stabilite dalla legge” ma “in conformità con i trattati internazionali”. Un impegno che il ministero dell’interno ha già tradito con la circolare del 9 giugno (Protocollo n. 0022024) che detta i “protocolli operativi” per l’attuazione del Regolamento screening (UE) 2024/1356, prevedendo ad esempio in materia di controlli preliminari di salute che questi si svolgano “preferibilmente presso le strutture di polizia”. Strutture che evidentemente non sono dotate delle attrezzature e dei sistemi di prima assistenza e accertamento delle vulnerabilità, basti pensare all’accertamento dell’età o dello stato di gravidanza, per non parlare delle vittime di tortura, richiesti per attività che devono essere svolte da personale medico specializzato, in luoghi idonei per questo tipo di accertamenti e non certo in un ufficio di questura. Le autorità amministrative sono tenute a rispettare una tempistica precisa ed hanno anche oneri di informazione e documentazione, che risultano determinanti, se correttamente assolti, nelle fasi successive delle procedure in frontiera. Per l’art.17 del Regolamento screening deve essere compilato un modulo consuntivo. Dunque, “le autorità preposte agli accertamenti compilano, per quanto riguarda le persone di cui agli articoli 5 e 7, un modulo contenente le informazioni seguenti: a) nome, data e luogo di nascita e genere; b) indicazione delle cittadinanze o dell’apolidia, paesi di residenza prima dell’arrivo e lingue parlate; c) motivo per cui sono stati effettuati gli accertamenti; d) informazioni sul controllo preliminare dello stato di salute effettuato a norma dell’articolo 12, paragrafo 1, anche qualora, sulla base delle circostanze relative allo stato generale di ciascun cittadino di paese terzo, non sia stato necessario un ulteriore controllo dello stato di salute; e) informazioni pertinenti sul controllo preliminare delle vulnerabilità effettuato in conformità dell’articolo 12, paragrafo 3, in particolare le vulnerabilità o le esigenze di accoglienza o procedurali particolari individuate; f) informazioni indicanti se il cittadino di paese terzo interessato abbia fatto una domanda di protezione internazionale; g) informazioni fornite dal cittadino di paese terzo interessato sull’eventuale presenza di familiari sul territorio di uno degli Stati membri; h) se la consultazione delle banche dati pertinenti a norma dell’articolo 15 abbia dato luogo a un riscontro positivo; i) se il cittadino di paese terzo interessato abbia ottemperato all’obbligo di cooperare a norma dell’articolo 9”. Il Regolamento (UE) 2024/1349 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 14 maggio 2024, istituisce una procedura di rimpatrio alle frontiere e modifica il regolamento (UE) 2021/1148. In base al nuovo Regolamento UE 2024/1349 sulle procedure di rimpatrio alla frontiera, da non confondere con il più ampio Regolamento sui rimpatri ancora oggetto di discussione a Bruxelles, che dovrebbe sostituire la vigente Direttiva “Rimpatri” 2008/115/CE, il cittadino di paese terzo o l’apolide la cui domanda è stata respinta nell’ambito della procedura di asilo alla frontiera non è autorizzato a entrare nel territorio dello Stato membro interessato. Gli Stati membri possono quindi imporre al richiedente asilo denegato il trattenimento per un periodo non superiore a 12 settimane in un luogo sito alla frontiera esterna o in prossimità della stessa ovvero in una zona di transito. Qualora non sia in grado di accogliere la persona in uno di tali luoghi, lo Stato membro può ricorrere ad altri luoghi sul proprio territorio. Se una decisione di rimpatrio non può essere eseguita entro questo termine massimo, gli Stati membri continuano le procedure di rimpatrio a norma della vigente direttiva rimpatri 2008/115/CE, dunque con tempi più lunghi e con il trattenimento amministrativo in un centro per i rimpatri (CPR), che è stato recentemente prolungato fino a 24 mesi. Il diritto eurounitario in materia d’asilo esige comunque che sia dimostrata la necessità e la proporzionalità del trattenimento rispetto a tutte le diverse finalità/motivazioni previste dalla normativa interna o sovranazionale. Gli articoli 6, 52, paragrafo 3, e 53 della Carta dei diritti fondamentali dell’UE impongono agli Stati membri di applicare i principi di necessità e proporzionalità e pertanto di garantire alternative effettive alle misure di trattenimento. Un indirizzo che il legislatore italiano non ha ancora accolto malgrado la crisi sistemica dei centri per i rimpatri (Cpr). La Corte di giustizia UE, con sentenza del 14 maggio 2020, cause riunite C-924/19 e C-925/19, ha affermato che la privazione della libertà personale nel corso delle procedure in frontiera, come ad esempio nelle cd. zone di transito, deve ritenersi sussistente non soltanto nei centri di detenzione come i CPR (centri per i rimpatri), bensì anche in ogni altro luogo dal quale il richiedente asilo non è libero di allontanarsi, e dunque si deve ritenere anche nei centri Hotspot in frontiera e negli altri luoghi assimilati. Le procedure di screening in frontiera, e nelle aree assimilate, non possono essere piegate ad una generica funzione di trattenimento o di fermo amministrativo, in quanto in un termine molto breve (7 giorni alla frontiera o 3 giorni per i rintracci sul territorio) devono permettere di indirizzare la persona migrante verso la procedura di protezione, verso la ricollocazione o il trasferimento “Dublino” in un altro paese membro, o verso la procedura di rimpatrio in frontiera, che prevede un ulteriore termine di trattenimento fino a tre mesi. Se questi canali “in uscita” si inceppano, perchè non funzionano i trasferimenti “Dublino” o si restringono le maglie per il riconoscimento della protezione internazionale o complementare, anche attraverso il ricorso automatico alla categoria dei “paesi di origine sicuri”, o non si riesce anche in questi casi ad eseguire le operazioni di rimpatrio con accompagnamento forzato ovvero mancano posti nei CPR, come è facilmente prevedibile, l’intero sistema di accoglienza/detenzione prefigurato dai Regolamenti europei si inceppa, e si produrrà una crescita esponenziale di persone straniere irregolari, censite, inserite in tutti i sistemi di controllo informatico, ma ormai prive di qualsiasi prospettiva di regolarizzazione successiva, con un ulteriore aumento dei cd. movimenti secondari verso altri Stati membri. Con la fine scontata dei già timidi tentativi di avvio dei meccanismi di solidarietà. E’ il fallimento definitivo di una politica europea che da anni tende allo svuotamento del diritto di asilo ed alla chiusura delle frontiere per i migranti economici, altrimenti bene accetti se lavoratori “clandestini” ed esposti alle forme più bieche di sfruttamento. leggi qui il seguito dell’articolo  Fulvio Vassallo Paleologo
June 14, 2026
Pressenza
Dignità umana, pace e accoglienza: fondamenti della convivenza universale
In una società globalizzata, segnata da mobilità crescenti ma anche da profonde disuguaglianze, il turismo non può essere considerato soltanto come fenomeno economico o ricreativo. Esso coinvolge questioni fondamentali legate alla dignità della persona, ai diritti umani, alla pace, all’accoglienza e alla relazione con l’altro. Nel quadro degli Appunti di Sociologia del Turismo una riflessione su questi temi  contribuisce alla comprensione delle dinamiche sociali, culturali e umane che caratterizzano il mondo contemporaneo.  La possibilità stessa di una mobilità libera e sicura, così come di un incontro autentico tra culture e popoli, dipende infatti dall’esistenza di condizioni minime di giustizia, rispetto reciproco e cooperazione internazionale. Per questo motivo la seguente riflessione assume una particolare rilevanza nell’ambito della sociologia del turismo, disciplina che studia non solo gli spostamenti delle persone, ma anche i significati sociali, culturali ed etici che tali spostamenti producono. Il cammino della civiltà occidentale e globale si trova oggi a un bivio storico e culturale di straordinaria importanza. Le formule politiche tradizionali mostrano crescenti segni di crisi di fronte a trasformazioni economiche, sociali e geopolitiche che investono l’intero pianeta. Tuttavia, al centro della crisi contemporanea non vi sono soltanto instabilità economiche o tensioni internazionali, bensì una profonda frattura antropologica ed etica. La possibilità stessa di una convivenza che possa definirsi civile, decente e autenticamente umana appare subordinata a tre principi fondamentali: il rispetto assoluto della dignità della persona, il superamento della logica della guerra e delle armi di distruzione di massa, e l’adozione di una cultura dell’accoglienza, dell’ascolto e della solidarietà. Senza la convergenza di questi elementi, il tessuto sociale rischia di ridursi a un’arena dominata dalla competizione, dalla paura e dalla legge del più forte. Al contrario, la costruzione di una comunità solidale non rappresenta un’utopia astratta, ma un bisogno reale dell’umanità, un diritto inalienabile e un dovere morale che nessuna società può ignorare senza compromettere il proprio futuro. Il primo pilastro di questa prospettiva è costituito dalla tutela della dignità umana nella sua dimensione fisica, psicologica e morale. La dignità non è una concessione del potere politico né un privilegio riservato a determinate categorie sociali; essa rappresenta il fondamento stesso di ogni ordinamento democratico e di ogni convivenza giusta. Quando la vita umana viene ridotta a semplice dato statistico o subordinata a interessi economici e strategici, la società inizia a perdere il proprio equilibrio etico. La svalutazione della persona produce infatti una progressiva assuefazione all’ingiustizia e all’esclusione, fino a compromettere la qualità stessa della vita collettiva. La civiltà di una società si misura dalla sua capacità di proteggere ogni individuo da forme di arbitrio, discriminazione e degrado. Tale difesa della dignità umana rimane però incompleta se non si affronta il tema della violenza organizzata e istituzionalizzata. Guerre, armamenti e minacce nucleari continuano a rappresentare una delle principali contraddizioni del mondo contemporaneo. Per lungo tempo la cultura politica dominante ha giustificato la corsa agli armamenti come strumento di deterrenza e garanzia della sicurezza. Tuttavia, una riflessione storica e filosofica più approfondita mostra come la proliferazione delle armi alimenti una cultura permanente del sospetto e della conflittualità. Non può esistere una convivenza autenticamente umana sotto la minaccia costante dell’annientamento reciproco. Per questo il disarmo non deve essere considerato un ideale ingenuo, ma una necessità razionale per una civiltà che dispone di strumenti capaci di distruggere l’intero pianeta. Disarmare significa anzitutto rifiutare l’idea che la forza possa rappresentare il mezzo legittimo per risolvere i conflitti. Accanto alla dignità e alla pace emerge poi il valore dell’accoglienza. Ascoltare, aiutare e sostenere chi vive condizioni di vulnerabilità non costituisce un gesto facoltativo di beneficenza, ma un elemento essenziale della solidarietà umana. L’indifferenza verso la sofferenza dell’altro — che si tratti di migranti, poveri, rifugiati o persone emarginate — mina alla base il legame sociale. Ogni volta che una comunità erige muri materiali o simbolici per escludere chi è in difficoltà, finisce per impoverire la propria stessa umanità. L’accoglienza richiede il coraggio dell’apertura e il superamento delle paure identitarie. Essa implica il riconoscimento dell’altro come persona portatrice della stessa dignità e degli stessi diritti che attribuiamo a noi stessi. Da questa prospettiva emerge con chiarezza la natura triplice della società fraterna. Innanzitutto essa risponde a un bisogno oggettivo: l’essere umano è una creatura relazionale e non può realizzarsi pienamente nell’isolamento o nel conflitto permanente. Cooperazione, dialogo e pace costituiscono condizioni essenziali per il benessere individuale e collettivo. In secondo luogo, una società fondata sul rispetto della persona rappresenta un diritto inalienabile. Ogni individuo, per il solo fatto di esistere, ha diritto a vivere in un contesto che non minacci la sua vita, ma che ne favorisca lo sviluppo e la realizzazione. Infine, tale prospettiva si configura come un dovere morale che coinvolge sia i singoli cittadini sia le istituzioni. Costruire una società più giusta, pacifica e inclusiva non è una scelta opzionale, ma una responsabilità condivisa. In conclusione, il principio che riassume questa visione è semplice e universale: salvare, rispettare e aiutare ogni vita umana, senza distinzioni di cittadinanza, provenienza, genere, condizione sociale o appartenenza culturale. Solo trasformando questo principio in pratica quotidiana e in orientamento politico globale sarà possibile costruire una convivenza realmente umana, fondata sulla pace, sulla solidarietà e sul riconoscimento reciproco. Restiamo umani.   Laura Tussi
June 14, 2026
Pressenza
L’accanimento repressivo contro il dissenso continua a crescere
Queste le dichiarazioni di Antonella Bundu e Dmitrij Palagi (Sinistra Progetto Comune) e di Francesca Ciuffi (SUDD Cobas) “La Questura di Prato, attraverso la Divisione Investigazioni Generali e Operazioni Speciali, ha notificato ad Antonella Bundu un verbale di accertamento di illecito amministrativo per il presidio antifascista tenuto in piazza Europa il 6 e 7 marzo 2026. La contestazione è la violazione dell’articolo 18, commi 1 e 3, del Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, così come modificato dall’articolo 9 del decreto-legge 24 febbraio 2026 n. 23, il cosiddetto “decreto sicurezza”. La sanzione prevista va da 1.000 a 10.000 euro e sarà quantificata dal Prefetto di Prato. Antonella Bundu ha potuto leggere la PEC solo ieri: il suo telefono è finito in mare durante il sequestro della Global Sumud Flotilla in acque internazionali da parte delle forze armate israeliane, e per settimane è rimasta priva degli strumenti per comunicare. La notifica di una sanzione per aver difeso la memoria della deportazione la raggiunge mentre ancora porta sul corpo l’esperienza di un’altra violenza di Stato, quella subita in mare per aver tentato di rompere l’assedio su Gaza. Cosa è successo davvero il 7 marzo? Il 7 marzo a Prato non è una data qualunque. Nel 1944, dopo gli scioperi operai contro l’occupazione nazista e i collaborazionisti fascisti, 133 cittadini pratesi furono rastrellati e deportati nei campi di concentramento di Mauthausen ed Ebensee. In pochi tornarono. In quella giornata di memoria il comitato neofascista “Remigrazione e Riconquista” aveva scelto di portare in piazza Europa, su appello nazionale, le proprie parole d’ordine sulla deportazione degli stranieri e sulla “remigrazione”. A questo la città ha risposto: lavoratrici e lavoratori, studentesse e studenti, sindacato, associazioni e forze politiche hanno presidiato lo spazio pubblico perché in quella piazza, in quel giorno, non si celebrasse l’apologia di ciò che ottant’anni prima aveva riempito i vagoni diretti ai lager. Il verbale contesta a Bundu di aver contribuito al montaggio di una tenda, di aver preso pubblicamente la parola nel corso di una conferenza stampa e di aver diffuso sui propri profili social l’invito al presidio. Le si addebita, in sostanza, di aver fatto politica e antifascismo alla luce del sole. Non ci risulta che difendere la memoria di una deportazione e contrastare un raduno neofascista costituisca un pericolo per l’ordine pubblico: ci risulta semmai il contrario. Il profilo giuridico merita attenzione, perché è qui che si misura l’arbitrio. L’articolo 18 del TULPS è una norma del 1926, consolidata nel testo unico fascista del 1931. La Corte costituzionale lo ha colpito a più riprese: con la sentenza n. 27 del 1958, con la n. 90 del 1970 e con la n. 11 del 1979. Proprio quest’ultima ha dichiarato costituzionalmente illegittimo il punto che equiparava i promotori della riunione a chi semplicemente vi prende la parola. Come ha documentato il costituzionalista Edoardo Caterina, il decreto sicurezza del 2026 ha di fatto riesumato quella previsione, reintroducendo la sanzione per “coloro che nelle riunioni predette prendono la parola”: una disposizione giuridicamente inesistente perché travolta dalla declaratoria di illegittimità del 1979. Contestare ad Antonella Bundu di aver “preso la parola” significa fondare un provvedimento punitivo su una norma che la Corte costituzionale ha cancellato dall’ordinamento mezzo secolo fa. C’è di più. Il decreto sicurezza viene presentato come una depenalizzazione, perché trasforma il reato di omesso preavviso, prima punito con l’arresto, in illecito amministrativo. Ma la sanzione pecuniaria introdotta (fino a 10.000 euro per l’omesso preavviso e fino a 12.000 per l’inosservanza delle prescrizioni) è ben più afflittiva della vecchia ammenda. Si toglie il timbro penale e si moltiplica per dieci il costo economico del dissenso. È una depenalizzazione di facciata che colpisce il portafoglio per scoraggiare la piazza. La notifica a Bundu non arriva da sola. Si aggiunge alle sanzioni già recapitate al Sudd Cobas per lo stesso presidio: a ciascuna delle sindacaliste e dei sindacalisti colpiti sono state contestate tre violazioni per omesso preavviso, fino a 10.000 euro, e due per non aver obbedito all’ordine di scioglimento, fino a 20.000 euro. È uno dei primi utilizzi in Toscana del nuovo decreto sicurezza, e non è un caso che colpisca chi organizza il conflitto sindacale e l’antifascismo militante. Lo stesso strumento, denuncia il sindacato, viene usato anche per punire chi sciopera: un attacco a 360 gradi alle libertà democratiche e al diritto di sciopero. Con il decreto sicurezza non è più la magistratura a decidere se e come punire chi manifesta: è la Questura ad avere la facoltà di comminare sanzioni pesantissime, senza dover passare dal vaglio di un giudice. La libertà di riunione viene sottratta al controllo di un tribunale e consegnata alla discrezionalità dell’autorità di pubblica sicurezza. È un arretramento dello Stato di diritto che riguarda tutte e tutti, non solo chi quel giorno era in piazza. Non è una vicenda solo pratese. A Firenze la Prefettura ha già notificato verbali con sanzioni fino a 10.000 euro a chi, il 28 marzo, aveva espresso contrarietà all’apertura della sede di Futuro Nazionale in piazza Tanucci. Il filo è evidente: si usa una norma di matrice fascista, rianimata da un governo di destra, per sanzionare l’antifascismo, lo sciopero e la solidarietà. Si protegge chi predica la “remigrazione” e si multa chi la contesta. C’è poi l’episodio che ha colpito i CARC per una contestazione alla sede di Fratelli d’Italia in piazza Oberdan. Insomma le destre provocano, tutelate dai loro ruoli di potere, chi risponde dal basso viene colpito dall’alto. Quello che è in gioco non è la regolarità di un preavviso, ma la libertà di riunione garantita dagli articoli 17 e 21 della Costituzione. Il decreto sicurezza si inserisce in una più ampia operazione di disciplinamento sociale: criminalizzare il dissenso, spaventare chi organizza il conflitto, alzare il prezzo della partecipazione politica fino a renderla un lusso. È la grammatica del capitalismo di guerra, che disinveste da salari e servizi pubblici per riversare risorse nel riarmo e ha bisogno di una società irreggimentata e silenziosa. Sinistra Progetto Comune e SUDD Cobas non si fanno ovviamente spaventare e anzi si impegneranno con tutte le altre realtà colpite per costruire una risposta ampia diffusa, che porti alla cancellazione di queste norme, oltre che all’annullamento delle sanzioni”. (s.spa.) Redazione Italia
June 13, 2026
Pressenza
Il governo italiano manca l’attuazione del Patto europeo sulla migrazione e l’asilo
La Presidenza cipriota del Consiglio dell’Unione Europea ospiterà una Conferenza Ministeriale Informale a Nicosia dall’11 al 12 giugno per segnare l’entrata in vigore del Patto UE su Migrazione e Asilo. L’evento discuterà dell’attuazione del Patto UE, delle sfide future e delle esigenze di cooperazione. Non si hanno ancora notizie della partecipazione dell’Italia, mentre in parlamento il dibattito sul prossimo Consiglio europeo del 26 giugno si incentra sul problema della “difesa dei confini meridionali”. Non basterà certo la pubblicazione di un raffazzonato decreto legge in Gazzetta Ufficiale per dimostrare che l’Italia ha adempiuto agli obblighi di adeguamento imposti dai nove Regolamenti europei che dovevano garantire normative nazionali uniformi ed efficaci. Dopo mesi di martellante propaganda sul ruolo decisivo dell’Italia nella formulazione definitiva degli atti legislativi previsti dal Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, con l’implementazione dei nove Regolamenti prevista per la scadenza del 12 giugno, il governo Meloni batte in ritirata, nasconde notizie sulle prossime scadenze europee, e si imbatte nelle consuete difficoltà istituzionali e organizzative, con un decreto legge “attuativo” , da fare approvare al Parlamento ad agosto, secondo un copione ormai abituale, alla vigilia delle ferie estive. Nel frattempo, senza clamori mediatici, continua il conflitto a bassa intensità contro le ONG che operano soccorsi in mare, con provvedimenti di fermo amministrativo puntualmente sospesi o annullati dalla magistratura, e si inasprisce il trattamento delle persone detenute nei centri per i rimpatri, mentre la regolamentazione per legge dei modi del trattenimento, richiesta dalla sentenza della Corte costituzionale n. 96/2025, richiamata anche dalla più recente sentenza della Consulta n. 40/2026, rimane ancora affidata ad un disegno di legge per cui si prevedono diversi mesi prima della definitiva approvazione. Intanto l’apertura di nuovi centri di detenzione sta incontrando una opposizione sempre più forte sui territori, e non si vede dove e quando potranno essere avviate nuove strutture hotspot o centri di “confinamento” in frontiera. Sembra funzionare soltanto la politica degli accordi bilaterali con paesi terzi per bloccare le partenze, o le traversate, ma questo “successo”, oltre alle vittime in mare, sta determinando un degrado senza precedenti della condizione dei migranti intrappolati nei paesi di transito (Libia e Tunisia). Fino a quando a Bruxelles continueranno a chiudere gli occhi su abusi sempre più gravi sui quali si dovranno pronunciare la Corte Penale internazionale e la Corte europea dei diritti dell’Uomo? Il sistema dei centri di detenzione in Italia è allo sbando, e non contribuisce certo all’aumento delle espulsioni effettivamente eseguite, mentre il Disegno di legge 1869/2026, che dovrebbe disciplinare le modalità di trattenimento procede a rilento al Senato, malgrado i richiami della Corte costituzionale (sentenza n.96/2025). Per non parlare del centro per i rimpatri di Gjader, che funziona solo a scopo dimostrativo, con persone già trattenute in Italia e trasferite in Albania, per essere poi ricondotte in Italia, in vista del rimpatrio, solo perché qualche precedente penale, o la dichiarazione di pericolosità sociale, sembrano più utili per giustificare all’opinione pubblica, ed agli elettori, uno spreco senza precedenti di risorse, un modello propagandistico che non avrà basi legali neppure con l’entrata in vigore del nuovo Regolamento europeo sui rimpatri. Perché i cd. hub di rimpatrio previsti dall’Unione europea, con il trasferimento della giurisdizione in vista dei rimpatri ai paesi terzi “sicuri”, non hanno nulla in comune con i centri di detenzione in Albania che rimangono sottoposti alla giurisdizione italiana. Il “decreto legge”, approvato in Consiglio dei ministri come “schema” lo scorso 4 giugno, va in Gazzetta Ufficiale il 12 giugno, mentre l’Italia è in ritardo nell’applicazione effettiva del Patto Ue sulla migrazione e l’asilo che dovrebbe scattare in questo stesso giorno. Il Viminale ed i suoi organi periferici pensano soltanto a moltiplicare i casi di detenzione amministrativa, con l’estensione illimitata del “rischio di fuga” ed a ridurre le garanzie per i richiedenti asilo nelle procedure in frontiera. Si profilano becere “soluzioni innovative”, per fare quello che l’Unione Europea non prevede, e “sperimentazioni” illegali sulla base di provvedimenti amministrativi in contrasto con la Costituzione, con il diritto internazionale, e con il diritto euro-unionale. In ogni caso sarà un decreto inapplicabile che naufragherà per la mancanza di strutture, procedure, personale e risorse economiche. In pochi giorni non sembra davvero realizzabile l’istituzione delle sezioni stralcio presso le sezioni specializzate di tribunale in materia di immigrazione, finalizzate all’esame dei ricorsi arretrati. E appare una violazione del principio costituzionale del giudice naturale previsto per legge (art.25 Cost.) il coinvolgimento, anche in funzione monocratica, dei giudici di pace, magistrati onorari non di ruolo, e dunque maggiormente condizionabili dagli indirizzi di governo, in una materia tanto delicata come quella che riguarda il riconoscimento di uno status di protezione. Non vi è neppure traccia degli organi di “monitoraggio indipendente” sulle procedure in frontiera previsti dall’Unione europea per compensare la delimitazione dei controlli giurisdizionali. Secondo quanto si riesce ad apprendere, il decreto legge adegua solo in parte, e nella parte peggiore, la normativa interna ai nuovi Regolamenti europei. Si prevede soprattutto un nuovo tipo di fermo amministrativo per tre giorni, durante il cd. screening (accertamento) in frontiera, e poi “l’applicazione obbligatoria delle procedure di asilo alla frontiera, e nelle zone assimilate, che devono essere espletate entro il termine massimo di 12 settimane, con la possibilità che il richiedente protezione internazionale sia autorizzato a risiedere soltanto in un luogo specifico” in quasi tutti i casi. Infatti, “il richiedente può essere autorizzato a risiedere soltanto in un luogo specifico per motivi di ordine pubblico oppure per prevenire efficacemente che si renda irreperibile ove vi sia un rischio di fuga”. Questo nuovo tipo di confinamento sarà obbligatorio per chi verrà sottoposto alle procedure accelerate di frontiera e anche in tutti i casi nei quali le autorità di polizia accerteranno il “rischio di fuga“. Perché ricorra il “rischio di fuga”, possono riscontrarsi “una o più” di queste circostanze: “mancato possesso del passaporto o di altro documento equipollente, in corso di validità”, “mancanza di idonea documentazione atta a dimostrare la disponibilità di un alloggio ove possa essere agevolmente rintracciato ovvero di un indirizzo affidabile”; “l’avere in precedenza dichiarato o attestato falsamente le proprie generalità, anche al solo fine di evitare l’adozione o l’esecuzione di un provvedimento di espulsione o di respingimento; l’aver fornito, nel corso degli accertamenti o in occasione della richiesta di protezione internazionale, informazioni manifestamente strumentali finalizzate a rallentare i controlli o le procedure in capo alle autorità competenti”, l’aver “in precedenza tentato di eludere i controlli di frontiera” e “l’aver rifiutato di sottoporsi al rilevamento foto dattiloscopico”. Praticamente tutti i migranti che faranno ingresso irregolare in Italia, inclusi minori, soggetti vulnerabili, donne e richiedenti asilo, si troveranno nelle condizioni che legittimano l’accertamento del “rischio di fuga” e le conseguenti misure amministrative di limitazione della libertà personale, per le quali non è chiaro quale convalida giurisdizionale sia garantita, su un numero tanto elevato di persone sulle quali si deciderà soltanto in base alla discrezionalità di polizia, in violazione degli articoli 3, 10, 13, 16, 24 e 32 della Costituzione, oltre che delle corrispondenti norme che, anche nei casi di ingresso e soggiorno irregolare, tutelano i diritti fondamentali della persona in base alle Convenzioni internazionali e alla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. La previsione che sarebbe contenuta nel nuovo decreto legge, secondo cui “Il richiedente la cui domanda di protezione internazionale è esaminata con procedura di asilo alla frontiera può essere trasferito, da un punto della frontiera esterna, in cui è stato sottoposto agli accertamenti di cui al regolamento (UE) 2024/1356 e ha fatto domanda, a uno specifico luogo sito alla frontiera esterna o in prossimità della stessa o in altri luoghi designati sul territorio nazionale nei quali vi sono strutture dedicate alle procedure di frontiera”, non gioverà certo al funzionamento dei centri di detenzione in Albania che non possono essere considerati “territorio nazionale” o alla stessa stregua dei cd. “Return hub”, previsti peraltro dal nuovo Regolamento UE sui rimpatri che ancora non è entrato in vigore, prima del voto finale del Parlamento europeo, e che non sarà applicabile neppure dopo il 12 giugno. L’Unione europea sembra passare agli Stati membri la responsabilità (con gli ingenti oneri economici) di negoziare con i paesi terzi per la istituzione di questi centri di detenzione e l’Italia su questo fronte non riuscirà neppure a mantenere con le necessarie modifiche il cd. modello Albania, che fin dall’origine appare in netto contrasto con la normativa europea, tanto che al riguardo si dovrà ancora pronunciare la Corte di giustizia UE. Con questo decreto legge il governo italiano ricorre a misure distorsive della futura normativa europea che pure si vanta di avere contribuito a determinare. Esattamente il contrario di quello che aveva chiesto la Commissione europea, che lo scorso 8 maggio sollecitava gli Stati ad una applicazione uniforme e tempestiva di tutto il Patto sulla migrazione e l’asilo ed al rispetto delle norme previste dalle Convenzioni internazionali e dal diritto dei Trattati UE, come l’art.47 della Carta dei diritti fondamentali UE che riconosce a chiunque il diritto ad una difesa effettiva. Denunce e ricorsi a valanga, ci saranno di certo, fino alla Corte costituzionale, alla Corte europea dei diritti dell’Uomo, alla Corte di Giustizia UE, e vedremo se ancora esiste lo Stato di diritto. E’ una questione di democrazia. Nulla è scontato. Fulvio Vassallo Paleologo
June 12, 2026
Pressenza