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L’applicazione impossibile del Patto UE su migrazione e asilo: dall’accoglienza alla detenzione
1. Il ricorso al trattenimento amministrativo dopo l’arrivo in frontiera delle persone migranti, in vista di un successivo rimpatrio, costituisce da tempo uno degli obiettivi principali delle politiche migratorie europee, ed adesso dovrebbe essere esteso per effetto dei Regolamenti previsti dal Patto UE su migrazione e asilo, adottato il 14 maggio 2024, che dovrebbe trovare applicazione a partire dal 12 giugno 2026. Si tratta di un impianto normativo molto frastagliato, composto da nove Regolamenti ed una Direttiva, all’interno dei quali si riscontrano numerosi rinvii da un testo all’altro, ed a Regolamenti precedenti, tanto da renderne assai problematica l’attuazione a livello nazionale, e la successiva applicabilità, che richiederà un complesso lavoro di interpretazione, sulla quale si può prevedere un diffuso ricorso agli organi giurisdizionali. Al di là della dubbia operatività dei trasferimenti tra Stati membri previsti dal nuovo Regolamento 1351/2024, che afferma il principio di solidarietà e di equa ripartizione delle responsabilità nell’esame delle domande di asilo, ed abroga il precedente Regolamento 604/2013 (Dublino), lo snodo centrale sul quale si potrebbe inceppare il nuovo sistema europeo di “gestione” della migrazione e dell’asilo si può individuare nello svuotamento sostanziale della portata del diritto alla protezione internazionale e nella estensione dei casi di trattenimento amministrativo dei richiedenti asilo. Nessun sistema nazionale potrà assorbire numeri elevati di persone private della libertà personale soltanto perché costrette all’ingresso irregolare per chiedere protezione internazionale. A seguito dell’entrata in vigore dei nuovi Regolamenti europei in materia di qualifiche di protezione internazionale, inoltre, si verificherà la riduzione della portata della cd. protezione complementare, con un ulteriore incremento dei soggetti potenzialmente destinatari di decreti di diniego/espulsione, e quindi in stato di trattenimento prolungato fino a 18-24 mesi nei centri per il rimpatrio (CPR). 2. L’aspetto più critico dei nuovi Regolamenti europei sulle procedure di asilo e sul cd. screening (accertamento) in frontiera, della durata massima di trenta giorni, è rappresentato dalla generalizzazione del cosiddetto “approccio hotspot” con il quale in appositi centri si tenta di applicare le cd. procedure accelerate in frontiera, al fine dichiarato di ridurre le domande di asilo “strumentali”, con decisioni negative “per manifesta infondatezza”, soprattutto se si accerta la provenienza da “paesi di origine sicuri”. Molti richiedenti asilo si ritroveranno trattenuti nel corso delle procedure accelerate di frontiera, mentre in base alla finzione giuridica del “non ingresso” non saranno considerati presenti sul territorio dell’UE, come se si trovassero in una zona di transito aeroportuale, consentendo così l’applicazione di standard inferiori di riconoscimento dei diritti fondamentali, a partire dal diritto di chiedere asilo e aumentando il rischio di violazioni dei diritti umani e respingimenti alla frontiera. Persino i minori non accompagnati potrebbero essere trattenuti durante queste procedure di frontiera se considerati una “minaccia alla sicurezza nazionale o all’ordine pubblico”. Il Regolamento sulle situazioni di crisi n.1359/2024 consentità poi ai singoli paesi ampi margini di deroga, sulla base di valutazioni prevalentemente politiche. Il Regolamento (Ue) 2024/1356 “screening” sull’accertamento personale introduce una procedura obbligatoria di “screening ” in frontiera al fine di eseguire nel più breve tempo possibile le attività di identificazione e una serie di verifiche (in particolare riguardo la vulnerabilità o la pericolosità) per selezionare le persone che hanno comunque fatto ingresso irregolare, anche se per ragioni di soccorso, in modo da inserirle nella procedura per il riconoscimento di una forma di protezione (asilo, protezione sussidiaria o complementare) oppure per avviare le operazioni di rimpatrio. Nel corso dello screening in frontiera, che può protrarsi fino a un massimo di sette giorni, le persone sottoposte agli accertamenti non sono autorizzate ad entrare nel territorio (cosiddetta “finzione di non ingresso”) e possono essere trattenute in luoghi diversi individuati dal ministero dell’interno, e poi dai prefetti, in frontiera o in aree diverse del territorio nazionale. Secondo l’art.2 del Regolamento sullo screening, il trattenimento è definito come “il confinamento di una persona da parte di uno Stato membro in un determinato luogo, dove tale persona è privata della libertà di circolazione”. Il mancato riferimento al diverso concetto di limitazione della libertà personale sembrerebbe escludere la necessità di una convalida giurisdizionale, ma sul punto occorre verificare la vera natura di questa peculiare misura restrittiva, e la sua compatibilità con l’art. 5 della Convenzione europea a salvaguardia dei diritti dell’Uomo e con l’art.13 della Costituzione italiana. In base al nuovo Regolamento UE 2024/1349 sulle procedure di rimpatrio alla frontiera, da non confondere con il più ampio Regolamento sui rimpatri ancora oggetto di discussione a Bruxelles, che dovrebbe sostituire la vigente Direttiva “Return” 2008/115/CE, “il cittadino di paese terzo o l’apolide la cui domanda è stata respinta nell’ambito della procedura di asilo alla frontiera non è autorizzato a entrare nel territorio dello Stato membro interessato”. Gli Stati membri possono quindi imporre al richiedente asilo denegato il trattenimento per un periodo non superiore a 12 settimane “in un luogo sito alla frontiera esterna o in prossimità della stessa ovvero in una zona di transito. Qualora non sia in grado di accogliere la persona in uno di tali luoghi, lo Stato membro può ricorrere ad altri luoghi sul proprio territorio”. Se una decisione di rimpatrio non può essere eseguita entro questo termine massimo, gli Stati membri continuano le procedure di rimpatrio a norma della vigente direttiva rimpatri 2008/115/CE” dunque con tempi più lunghi e con il trattenimento amministrativo in un centro per i rimpatri (CPR). Si può davvero riconoscere che la nuova disciplina del trattenimento in frontiera configuri un sistema generalizzato di privazione della libertà personale o, ancora, che “normalizzi la detenzione amministrativa alle frontiere”. I rinvii parziali contenuti alla Direttiva rimpatri 2008/115/CE, che stabilisce ancora oggi diversi criteri di progressività e di proporzionalità nel ricorso alla detenzione amministrativa, saranno da rivedere quando a Bruxelles verrà approvato in futuro, con voto convergente (trilogue) del Consiglio, del Parlamento e della Commissione, il nuovo Regolamento sui rimpatri, che abroga per intero la precedente Direttiva del 2008. Non sembra comunque eludibile il principio che stabilisce una riserva di giurisdizione ( art. 5 CEDU e art. 13 Cost,) come non si può derogare alla effettività dei diritti di difesa, garantita dall’art.47 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Eventuali contrasti tra i nuovi Regolamenti e la Carta dei diritti fondamentali saranno risolti dalla Corte di Giustizia UE. La Corte di giustizia UE, con sentenza del 14 maggio 2020, cause riunite C-924/19 e C-925/19, ha affermato che la privazione della libertà personale nel corso delle procedure in frontiera, nelle cd. zone di transito, deve ritenersi sussistente non soltanto nei centri di detenzione come i CPR (centri per i rimpatri), bensì anche in ogni altro luogo dal quale il richiedente asilo non è libero di allontanarsi, dunque anche nei centri Hotspot in frontiera e negli altri luoghi assimilati. In direzioni diverse si sono espresse invece la Corte Costituzionale con la sentenza n.40 2026 e la Corte di Cassazione, dopo che l’Italia è stata condannata dalla Corte europea dei diritti dell’Uomo per la detenzione arbitraria e trattamenti inumani o degradanti in centri hotspot ubicati alle frontiere. Adesso la Corte Costituzionale dovrà essere di nuovo chiamata a pronunciarsi sul trattenimento amministrativo sia nei centri per i rimpatri che nei centri hotspot, atteso che i “modi” di limitazione della libertà personale rimangono ancora rimessi alla potestà regolamentare ed alla discrezionalità amministrativa. Ed è pure evidente come si restringano gli spazi per un effettivo controllo giurisdizionale sulle diverse forme di limitazione della libertà personale dopo l’arrivo in frontiera. Materia sulla quale si dovrà verificare la posizione della Consulta. Per la Corte di Lussemburgo una normativa nazionale che non garantisce alcun controllo giurisdizionale della legittimità della decisione amministrativa che dispone il trattenimento di un richiedente protezione internazionale, viola il contenuto essenziale del diritto di difesa enunciato dall’art. 47 della Carta UE dei diritti fondamentali. Principio ormai consolidato, e confermato anche nel caso di persone provenienti da paesi di origine designati come “sicuri”, da una ulteriore decisione della Corte di Lussemburgo del primo agosto 2025, Cause riunite C-758/24 [Alace] e C-759/24 [Canpelli]. 3. Al di là della dubbia praticabilità delle procedure di rimpatrio in frontiera, in assenza di una effettiva collaborazione dei paesi di origine, rimane del tutto fumosa la prospettiva dei “rimpatri” con accompagnamento forzato in un centro (hub di rimpatrio) ubicato in un paese terzo “sicuro”, prospettiva già fallita tanto nel modello Rwanda, sperimentato dal Regno Unito, che nel modello Albania. Le leggi di attuazione del Protocollo Italia Albania confermano una distanza incolmabile dalle previsioni dei nuovi Regolamenti europei sui rimpatri, che presuppongono il completo trasferimento ad un paese terzo della giurisdizione sulle persone straniere respinte o espulse, e non consentono sulle medesime persone, persino nel caso dei richiedenti asilo, l’esercizio della giurisdizione di un paese membro (come nel caso dell’Italia nei centri di detenzione di Schengjin e di Gjader) al di fuori dei confini dell’Unione europea. La nuova disciplina euro-unitaria dell’approccio hotspot, che risulterà in futuro ancora più restrittiva se verrà adottato il nuovo Regolamento sui rimpatri, con l’abrogazione della vigente Direttiva 2008/115/CE, non legittima dunque le prassi fin qui sperimentate, tanto alla frontiera nazionale, con forme diverse di trattenimento informale, senza convalida giurisdizionale, quanto nella esternalizzazione delle procedure di asilo e della detenzione amministrativa in Albania, materia sulla quale si dovrà pronunciare la Corte di giustizia UE. 4. Ad aprile del 2026, il governo ha trasmesso al Senato un disegno di legge in materia di immigrazione che, oltre a prevedere un’ampia delega per l’adozione di numerosi decreti legislativi per dare attuazione ai Regolamenti introdotti in base al Patto UE sulla migrazione e l’asilo, tenta di fornire una base legale alla detenzione amministrativa, come impone il richiamo ineludibile della Corte costituzionale, che si è pronunciata in questa materia con la sentenza n.96 del 2025. La Corte ha censurato in particolare la vigente normativa in materia di trattenimento amministrativo, osservando che non regola puntualmente le modalità per la restrizione della libertà personale, e non garantisce i diritti e le forme di tutela delle persone straniere trattenute in stato di “detenzione amministrativa”. Si dovrà verificare adesso se il legislatore italiano sarà in grado di rispondere alle sollecitazioni della Consulta con una normativa sui modi della detenzione amministrativa rispettosa del dettato costituzionale (art.13), che fissa la riserva di legge (previsione con legge dei casi e delle modalità di trattenimento amministrativo) e la riserva di giurisdizione (obbligo di convalida dei provvedimenti restrittivi da parte di un giudice), per tutti i casi in cui venga limitata la libertà personale, dunque anche nei centri hotspot in frontiera e in altre aree a disposizione delle autorità di polizia. Il disegno di legge proposto dal governo prevede un rinvio assai generico, per la disciplina dei modi del trattenimento amministrativo, ad una serie di futuri decreti legislativi dal contenuto ancora incerto. Le misure limitative della libertà personale da parte delle forze di polizia, previste dalla nuova normativa, con una distinzione poco chiara tra libertà personale e libertà di circolazione, resteranno ancora disciplinate con provvedimenti amministrativi di natura regolamentare e dunque di carattere discrezionale. Si continua così a violare la riserva di legge e di giurisdizione prevista dall’articolo 13 della Costituzione e dall’art.5 della Convenzione europea a salvaguardia dei diritti dell’Uomo. Fulvio Vassallo Paleologo
April 16, 2026
Pressenza
Una pacificazione terrificante. L’Italia del 2026 tra emergenza permanente e criminalizzazione del dissenso
La primavera del 2026 si apre in Italia con un bilancio repressivo senza precedenti, segnando il passaggio definitivo verso un modello di gestione della società basato sulla neutralizzazione preventiva del conflitto. Le cifre provenienti dalle questure di tutto il paese delineano un profilo dello scontro sociale in cui il diritto di manifestazione viene scambiato per una minaccia all’ordine pubblico e criminalizzato[versione ridotta per Pressenza]_   Il Decreto Antisemitismo. Un attacco di panico morale Sotto il cielo di marzo è apparso un dispositivo legislativo che somiglia a un vetro deformante applicato alla verità storica. Il disegno di legge sull’antisemitismo, approvato al Senato con una fretta che tradisce l’intento censorio d’urgenza, costituisce l’acme di un’operazione di recinzione ideologica dello spazio pubblico. Tale norma nasce con il paradosso di voler condannare chiunque levi la voce contro un genocidio, lasciando invece cadere ogni ombra di biasimo su chi il genocidio lo compie materialmente. L’integrazione della definizione operativa dell’IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance) nell’ordinamento nazionale realizza ciò che Stuart Hall definisce la «mobilitazione della legge» (Hall, Policing the Crisis). Il potere legislativo sottrae il termine antisemitismo alla sua dimensione di odio etnico per forzarlo nel recinto della fedeltà diplomatica assoluta. Questa torsione semantica criminalizza l’opposizione alle politiche coloniali, genocidarie e di Apartheid di Israele a Gaza e in Cisgiordania, etichettando la critica politica quale manifestazione di intolleranza razziale, dimentichi, peraltro, che anche i Palestinesi appartengono ai popoli semiti. […] La votazione del 5 marzo ha sancito il collasso delle mediazioni liberali all’interno della sinistra istituzionale. Senatori del Partito democratico come Delrio e Verini hanno scelto di votare insieme alla maggioranza di destra, avallando una norma che include gli indicatori IHRA relativi alla critica a Israele tra le prove del reato di odio. Questa scelta ratifica il passaggio verso il consenso autoritario descritto da Hall, dove l’opposizione parlamentare si rende complice della costruzione dello Stato di eccezione. La legge genera un perimetro di incertezza giuridica che di fatto crea un’anamorfosi dello stato di diritto, in cui le regole informali di un gruppo di interesse oscurano le norme costituzionali (cfr. S. Palidda, Polizia postmoderna).   La Geopolitica del sangue e il riflesso interno L’allineamento dell’Italia alla strategia bellica globale funge da cornice ideologica per la stretta autoritaria domestica. L’aggressione militare condotta dagli Stati Uniti e da Israele contro l’Iran, che arriva dopo il rapimento del presidente del Venezuela Maduro e dopo il genocidio di Gaza, stabilisce il tono brutale della politica interna. Questa Guerra senza limiti agisce quale giustificazione assoluta per l’eccezionalità delle misure di controllo. Si assiste a una riedizione aggiornata dell’aggressione all’Iraq del 2003, dove la retorica della difesa preventiva serviva a mascherare un massacro continuo di civili. Se 23 anni fa il pretesto risiedeva nelle inesistenti armi di distruzione di massa, oggi il bersaglio muta continuamente, dal cambio di regime, al fantomatico programma nucleare di Teheran, resta un paese sovrano, l’Iran, colpito in violazione di ogni norma internazionale. Mentre i droni, i missili, e l’aria saturata di petrolio dopo i bombardamenti alle raffinerie, dell’operazione Epic Fury tracciano geometrie astratte nei cieli di Teheran, la carne martoriata delle 165 bambine di Minab viene espunta dalla coscienza collettiva. La guerra del 2026 viene consumata come un videogioco attraverso i teleschermi, dove missili intelligenti solcano cieli digitali occultando la polvere dei corpi sepolti sotto il cemento della scuola elementare femminile. Questa astrazione bellica facilita la produzione di un pensiero unico che espelle ogni sapere alternativo e ogni sussulto di empatia. […] Tale postura esterna richiede una corrispondente operazione di pacificazione interna. La gestione delle piazze italiane è diventata un’estensione del fronte di guerra esterno, dove i manifestanti sono percepiti quali elementi sovversivi da neutralizzare preventivamente.   Una parabola repressiva sequenziale a colpi di DDL Sicurezza Il perimetro delle libertà civili in Italia ha subìto una ridefinizione radicale attraverso una successione coordinata di decreti che hanno costruito uno stato di eccezione permanente. Questa metamorfosi del diritto inizia con il Decreto Rave, il quale ha introdotto l’articolo 633-bis del codice penale per punire l’assembramento spontaneo con pene fino a sei anni. Tale norma ha inaugurato la stagione della criminalizzazione preventiva, trasformando la socialità autonoma in un pericolo per l’incolumità pubblica. La traiettoria repressiva è proseguita con il Decreto Cutro, volto a inasprire il controllo sulle migrazioni attraverso l’eliminazione della protezione speciale e il potenziamento della detenzione amministrativa, e con il Decreto Caivano, orientato a colpire la devianza minorile attraverso l’estensione del Daspo urbano ai quattordicenni e l’incremento sproporzionato delle pene per i reati di lieve entità. Il perimetro del controllo si è espanso e ha raggiunto il suo culmine con il DL Sicurezza (ex ddl 1660), una vera e propria dichiarazione di guerra interna che ha introdotto fattispecie di reato specifiche per colpire ogni forma di dissenso materiale: Criminalizzazione della Resistenza Passiva (art. 415-bis c.p.); Stretta sui Blocchi stradali; Il Reato Anti-Ghandi; Detenzione delle madri detenute; Focus sul Fermo Preventivo (DL 23/2026).   Esempi Concreti di Applicazione L’assedio economico: nelle piazze di Bologna, Genova e Cagliari, le autorità hanno attivato gli strumenti del Pacchetto Sicurezza per comminare sanzioni pecuniarie che sfiorano i 12.000 euro per singolo individuo. Tale strategia punta direttamente ai soggetti precari, cercando di soffocare la protesta attraverso l’indebitamento forzato degli attivisti (specialmente quelli legati ai movimenti pro-pal e alla Global Sumud Flotilla). L’esperimento Askatasuna: lo sgombero con mezzi sproporzionati del Centro sociale Askatasuna a Torino è stato definito un esperimento di Stato dove il potere esecutivo ha scavalcato la mediazione politica per imporre una logica di occupazione militare del territorio, trasformando un luogo di mutualismo in un simbolo di pericolo pubblico sotto i nuovi dettami del DDL. Lo Scudo Penale: l’introduzione di tutele legali rafforzate per le forze dell’ordine (spesso definite scudo penale) agisce come una barriera che libera l’agente dal peso delle conseguenze legali in caso di scontri, come visto nel drammatico caso Mansouri a Milano, dove la retorica dell’attacco preventivo è stata usata per giustificare l’uso della forza letale. Questa struttura legislativa trasforma il dissenso da diritto costituzionale a ostacolo tecnico alla funzionalità del sistema, dove la pacificazione interna diventa l’obiettivo supremo a scapito delle garanzie individuali.   Il caso Mansouri e la Fabbrica dell’Immunità sovrana L’omicidio di Abderrahim Mansouri a Milano costituisce la manifestazione estrema della deriva securitaria contemporanea. L’agente Carmelo Cinturrino ha giustificato lo sparo descrivendolo come un attacco preventivo, espressione che ricalca fedelmente la retorica bellica internazionale del governo Meloni. Le indagini hanno rivelato che la scena del crimine è stata alterata per simulare una legittima difesa attraverso il rinvenimento di una pistola giocattolo, piazzata accanto al corpo della vittima per inquinare le prove. Questo evento conferma le tesi sulla Warrior Mentality analizzate da Alex Vitale, in cui gli agenti vedono i civili come un nemico costante anziché come una comunità da proteggere. Mark Neocleous spiega che l’immunità concessa ai funzionari statali funge da «paravento per la violenza sovrana», permettendo agli agenti di agire al di fuori del controllo legale. Egli chiarisce l’origine squisitamente politica di questo concetto: «Ciò che era originariamente in gioco nell’immunità era una decisione politica sul privilegio, nel senso di una legge che si applicava solo a certe classi di persone o individui» (Neocleous, The Politics of Immunity, pp. 11-12). La destra politica ha risposto al caso invocando lo scudo penale contenuto nel decreto sicurezza e celebrando l’aggressività poliziesca quale virtù civile. Tale immunità crea una zona di eccezione dove la legge cessa di applicarsi ai tutori dell’ordine, mentre si accanisce con ferocia sugli esclusi. L’uccisione di un uomo disarmato viene trasformata in un atto necessario per la salvaguardia della civiltà occidentale contro la minaccia asimmetrica rappresentata dai corpi non conformi. Risulta evidente come la soggettività degli agenti venga modellata da una psicologia del sospetto che trasforma ogni interazione in un potenziale scontro bellico. Questa percezione distorta produce soggettività docili attraverso la paura, riducendo la cittadinanza a un esercizio di obbedienza silenziosa.   La repressione del Sumud e la Global Sumud Flottilla L’applicazione materiale di questo dispositivo si è accanita con particolare ferocia contro la Global Sumud Flotilla, l’iniziativa marittima partita dai porti di Barcellona e Catania per sfidare il blocco navale di Gaza. Il governo italiano ha reagito a questa missione di solidarietà attraverso un utilizzo combinato di fermi amministrativi e denunce penali basate sul nuovo impianto normativo. Ogni gesto ispirato al concetto di di Sumud, la fermezza resiliente della popolazione palestinese, viene tradotto dal sapere di polizia in una minaccia alla sicurezza nazionale. Salvatore Palidda evidenzia come la polizia postmoderna detenga ormai il «monopolio nella gestione delle regole del disordine» una facoltà che permette di stabilire arbitrariamente i limiti tra la libertà di agire e lo scandalo politico (Palidda, Polizia postmoderna, p. 1). La repressione della Flotilla e dei blocchi portuali di solidarietà costituisce un esempio di chirurgia sociale volto a estirpare il supporto materiale al popolo aggredito, proteggendo invece la fluidità dei traffici bellici. A Catania, oltre 40.000 persone si sono ritrovate per accompagnare la partenza delle imbarcazioni, subendo cariche e identificazioni di massa che preludevano alla successiva intercettazione illegale in acque internazionali. Tale condotta istituzionale dimostra la trasformazione del diritto in uno strumento di guerra interna contro chiunque rifiuti la neutralità complice… La pacificazione non è la pace; essa è la guerra continuata contro la possibilità stessa di un futuro imprevisto. LAVINIA MARCHETTI È BIOLOGA, APPASSIONATA DI POESIA, LETTERATURA E BELLEZZA NELL’ARTE. LAVORA IN UNA GALLERIA D’ARTE MILANO DAL DOSSIER ITALIA A CURA DELLA REDAZIONE.AHIDAONLINE.COM Redazione Italia
April 14, 2026
Pressenza
Premio Nobel per la Pace nel 2022 dichiarata «estremista» dalla Corte Suprema russa
Giovedì 9 aprile, la Corte Suprema russa ha dichiarato «estremista»1 l’organizzazione non governativa Memorial, che nel 2022 aveva vinto il premio Nobel per la Pace. La decisione impedisce ora all’organizzazione di operare nel paese ed espone inoltre i suoi finanziatori e sostenitori a multe, arresti e procedimenti penali. Nella sentenza, emessa giovedì durante un’udienza a porte chiuse, i giudici hanno scritto che l’attività di Memorial è «di natura chiaramente anti-russa»2, perché punta a «violare l’integrità territoriale ed erodere i valori storici, culturali, spirituali e morali»3 del paese. “Memorial (si pronuncia Memoriàl) fu fondata nel 1989 da Andrei Sacharov (che vinse il premio Nobel per la Pace nel 1975) e da altri attivisti per i diritti umani, in concomitanza con il declino dell’Unione Sovietica. L’intento era documentare e testimoniare i delitti e gli abusi dell’era sovietica, in particolare del periodo stalinista. Negli anni successivi divenne la più grande ong della Russia, aggiungendo alla sua attività di testimonianza e documentazione anche la difesa dei diritti umani e dei prigionieri politici”4. In passato avevano cercato di mettere in difficoltà il lavoro dell’organizzazione, infatti nel 2006 ricevette un ammonimento, mentre nel 2014 fu aggiunta alla lista degli “agenti stranieri”5, una formula che per la legge russa indica persone oppure organizzazioni che secondo il governo ricevono fondi dall’estero per svolgere attività antigovernativa, infine nel 2022 la sede russa di Memorial era stata chiusa dopo che il regime di Vladimir Putin aveva limitato l’attività delle ong e dei media a seguito dell’invasione russa dell’Ucraina. Quello stesso anno, assieme all’attivista per i diritti civili bielorusso Ales Bialiatski e al Centro per le libertà civili ucraino, Memorial vinse il Premio Nobel per la Pace. In merito a quanto accaduto, il vicedirettore per l’Europa orientale e l’Asia centrale di Amnesty International, Denis Krivosheev, ha dichiarato: “Per quasi 40 anni, l’impegno instancabile di Memorial per documentare la repressione, passata e in corso, in Russia ha contribuito a far sì che le violazioni subite da milioni di persone non venissero dimenticate. Tra queste vi sono le persone colpite dal sistema dei gulag sotto Stalin, gli atti illegali e le violazioni dei diritti umani nei conflitti in Cecenia, Georgia e Ucraina, così come la detenzione arbitraria di centinaia di attuali voci critiche e oppositori politici. Organizzazione in prima linea nella difesa dei diritti umani, Memorial ha agito con coraggio nonostante gravi ritorsioni, tra cui la persecuzione, la detenzione e l’uccisione di suoi esponenti”. «“Etichettando Memorial come ‘estremista’, le autorità non stanno soltanto prendendo di mira una delle più antiche organizzazioni della società civile in Russia e co-vincitrice del premio Nobel per la pace 2022, ma stanno di fatto criminalizzando il lavoro sui diritti umani. D’ora in poi, mettere ‘mi piace’ o condividere contenuti di Memorial sui social media o altri suoi materiali, così come fare qualsiasi riferimento a essi in pubblicazioni senza menzionare lo status di ‘estremista’ dell’organizzazione, potrà essere perseguito penalmente. Questi tentativi evidenti da parte del Cremlino di mettere al bando Memorial e cancellare dalla sfera pubblica i suoi vasti archivi sulle violazioni dei diritti umani sono deplorevoli”. “Le autorità russe devono revocare immediatamente questa decisione inaccettabile e garantire che Memorial e le altre organizzazioni per i diritti umani possano operare liberamente, nel rispetto degli obblighi della Russia ai sensi del diritto internazionale dei diritti umani”»6. Nel comunicato diffuso dal Memorial Human Rights Defence Centre, possiamo leggere: «Il 9 aprile 2026, la Corte Suprema russa ha designato il Movimento Pubblico Internazionale “Memorial” come organizzazione estremista. La causa si è svolta a porte chiuse ed è stata classificata come “segretissima”. All’avvocato non è stato permesso di partecipare al procedimento. Questa decisione illegittima segna una nuova fase di pressione politica sulla società civile russa. L’organizzazione citata nella sentenza del tribunale non esiste. Non sappiamo nemmeno di cosa sia accusata questa entità fittizia: il caso è segreto ed è stato impossibile esaminare le affermazioni dello Stato fino ad oggi. Tuttavia, non si può escludere che il regime repressivo di Putin possa ora prendere di mira i sostenitori e i partecipanti di diverse organizzazioni commemorative. A partire da oggi, il Memorial Human Rights Defence Centre cessa tutte le attività dirette in Russia. Non abbiamo dipendenti, membri o volontari in Russia. Non accettiamo donazioni tramite carte di credito russe, in quanto ciò potrebbe mettere a rischio i nostri donatori. Al di fuori della Russia di Putin, il Centro Memoriale per la Difesa dei Diritti Umani continuerà la sua attività, a prescindere da eventuali decisioni repressive da parte delle autorità statali russe. Memorial Human Rights Defence Centre»7 Articolo di Andrea Vitello   1. Cit da https://www.ilpost.it/2026/04/09/ong-memorial-estremista/ 2. Ibidem 3. Ibidem 4. Ibidem 5. Ibidem 6. Cit da https://www.amnesty.it/russia-lorganizzazione-premio-nobel-memorial-designata-come-estremista/ 7. Cit da https://it.gariwo.net/magazine/totalitarismi/sulla-designazione-di-memorial-come-organizzazione-estremista-29975.html Andrea Vitello
April 13, 2026
Pressenza
Il fallimento etico delle élite intellettuali israeliane
“Valigia blu” (www.valigiablu.it ) ha pubblicato ieri una approfondita riflessione della psicanalista italo-israeliana Sara Parenzo, che parecchi conoscono per i suoi interventi (in presenza ed on line, in particolare nel nord Italia) in dibattiti organizzati dai gruppi per la pace sulla situazione in Medio Oriente. Ve ne riportiamo alcuni importanti passaggi . “Una nuova fragilissima tregua imposta da Trump l’ultimo giorno della Pasqua ebraica, nella notte tra martedì e mercoledì, ha messo temporaneamente fine a sei settimane estenuanti, trascorse dagli israeliani dentro e fuori dai rifugi in condizioni di emergenza permanente, tra restrizioni alla mobilità, chiusura delle scuole e dei cieli e paralisi parziale dell’economia, mentre i missili a grappolo iraniani piovevano dal cielo distruggendo interi quartieri. Il bilancio riportato il 7 aprile dalla piattaforma ynet era di circa 93.145 sirene, 6305 sfollati, 40 morti e 7035 feriti ai quali si sommano la paura e la stanchezza, ma soprattutto la rabbia e lo spaesamento di fronte alle imbarazzanti dichiarazioni contraddittorie della leadership politica e militare. Come era avvenuto con la liberazione degli ostaggi l’ottobre scorso, anche questa volta la popolazione ha appreso la notizia dagli americani perché nessun esponente del governo israeliano ha ritenuto di dover comunicare con gli elettori che da anni pagano in ogni modo possibile il prezzo della loro scelleratezza. Prima del discorso alla nazione di Netanyahu, mandato in onda in differita solo mercoledì sera all’uscita dalla festa, sono giunte le condanne dell’opposizione che ha accusato il governo di un fiasco senza precedenti. Il copione è sempre lo stesso: il primo giorno di guerra, quando l’IDF sferra l’attacco, la sinistra sionista di Lapid e Golan rilascia dichiarazioni a sostegno delle imprese militari promosse dalla destra, salvo fare lentamente marcia indietro con il passare dei giorni via via che l’impresa si rivela fallimentare e il consenso cala. Del resto neppure ai più ingenui o entusiasti sostenitori del tracotante Primo Ministro israeliano sfugge che nessuno degli obiettivi da lui sventolati all’inizio della campagna è stato raggiunto: il programma nucleare non è stato “definitivamente” neutralizzato e il regime non solo non è cambiato, ma ne è probabilmente uscito rafforzato e più feroce. In compenso Israele affronta un isolamento internazionale senza precedenti, accusato in Europa di mettere a repentaglio gli equilibri economici ed energetici mondiali e negli Stati Uniti di aver istigato il loro presidente a intraprendere una guerra disastrosa. Così, mentre Netanyahu si riversa con ferocia sul fronte libanese, autorizzando attacchi senza precedenti, per mantenersi sul trono e lontano dall’aula di tribunale dove dovrebbe tenersi il processo a suo carico, le sirene al Nord di Israele non smettono di suonare, mentre nel resto del paese si parla di come potenziare gli spazi protetti per le guerre a venire. Benché alle manifestazioni antigovernative del sabato sera – che si vanno lentamente rianimando – si levino sempre più voci di protesta contro il metodo della guerra eterna che sta portando Israele e il suo esercito al collasso, in ampi settori della società civile si registra ancora una passiva rassegnazione rispetto a quello che viene percepito come un destino imposto da una condizione di minaccia permanente, invece che una scelta tra alternative politiche. Non si tratta di un banale dato sociologico, bensì del risultato di una riorganizzazione delle categorie attraverso cui la guerra viene inscritta in un linguaggio di sicurezza, deterrenza e inevitabilità. Le guerre, infatti, non sono soltanto eventi militari, ma dispositivi di conoscenza che ridefiniscono ciò che può essere detto, pensato e sentito. Le proteste che negli ultimi anni hanno riempito le strade di Tel Aviv hanno mostrato la vitalità della società civile israeliana e la sua costanza nel mobilitarsi contro provvedimenti percepiti come erosivi del pluralismo democratico. Ciononostante, a pochi chilometri di distanza si consumava la tragedia di Gaza, in Cisgiordania milioni di palestinesi continuano a vivere senza diritti fondamentali, bersagli quotidiani di fanatici estremisti e ora anche altre popolazioni, come quella libanese, pagano il prezzo della nuova dimensione regionale del conflitto. Per approfondire la dimensione psicologica e strutturale di questo paradosso di “democrazia selettiva”, è utile richiamare le analisi di Frantz Fanon ( ‘I dannati della terra’ ndr) che ha evidenziato come i contesti coloniali producano una divisione non solo politica, ma psicologica: una separazione tra vite pienamente riconosciute e vite amministrate in quanto percepite come problema. I diritti e la democrazia, in questa logica di esclusione, valgono all’interno di una certa comunità politica, mentre al di fuori di essa prevalgono logiche burocratiche e militari. Questa dinamica psicologica spiega perché una società democratica possa mobilitarsi intensamente per la difesa dei diritti interni e rimanere indifferente o coesa dietro una narrativa securitaria quando si tratta di altri. Nel caso israeliano contemporaneo, il discorso pubblico dominante legittima la guerra preventiva come risposta obbligata a minacce esistenziali, confonde la difesa nazionale con l’espansione militare e definisce il dissenso critico come debolezza o tradimento morale. Non si tratta solo di una crisi politica, ma del fallimento etico delle élite intellettuali nel fronteggiare in maniera coerente e universale la violenza strutturale, il militarismo e la negazione dei diritti umani fondamentali. Nel contesto israeliano, questo significa riconoscere che molti fra i giuristi, gli accademici e i professionisti della cura che da tre anni animano le proteste antigovernative della sinistra liberale a difesa dell’indipendenza della magistratura e dello stato di diritto, accettano con troppa facilità la violenza a carico delle altre popolazioni contribuendo a normalizzarla senza tuttavia percepirsi agenti di essa. Il fallimento delle élite non consiste soltanto nel loro silenzio rispetto ai crimini dell’occupazione a Gaza e in Cisgiordania, ma nella loro partecipazione, spesso implicita, alla costruzione di un orizzonte di senso che rende la violenza pensabile e accettabile all’interno di una configurazione duale della sovranità e della perdita. Se prendiamo ad esempio il mondo accademico, recentemente denunciato dallo storico israeliano Amos Goldberg – tra i primi ad aver inquadrato la distruzione di Gaza in termini riconducibili alla categoria di genocidio, mettendo in guardia contro l’uso strumentale della memoria storica per giustificare violenze attuali – osserviamo la deriva del modello ideale del dopoguerra. Da spazio autonomo di riflessione critica, l’università si è trasformata in un campo identitario e polarizzato in cui la critica radicale convive con prese di posizione prudenti, spesso dettate dal timore di delegittimazione, ma anche con la complicità vera e propria a supporto delle infrastrutture statali, dal momento che la ricerca scientifica e tecnologica israeliane sono strettamente connesse al complesso militare. Le stesse contraddizioni sono evidenti anche tra i giuristi, in particolare i giudici della Corte Suprema. Osteggiati dalla destra e ultima speranza della sinistra, essi si rivelano spesso complici nel mantenere sistemi di diritto che legittimano violazioni strutturali all’esterno: detenzioni senza processo, demolizioni di case, confische di terre, impunità per torture e violenze nelle carceri e nei territori occupati. Un discorso analogo vale anche per gli psicanalisti che, ignorando sistematicamente il trauma palestinese, finiscono per tradire l’etica stessa della disciplina, che dovrebbe essere orientata al riconoscimento dell’alterità e della sofferenza in una prospettiva universalista. Come sostiene lo psichiatra, psicoanalista e storico israeliano Eran Rolnik, mentre riconoscono e lavorano profondamente sui traumi ebraico-israeliani che comprendono la Shoah, le guerre e il terrorismo, troppi analisti si dimostrano miopi di fronte al trauma palestinese della Nakba. Inoltre, invece di assolvere al compito di smascherare le difese, attraverso meccanismi di diniego, scissione e razionalizzazione la terapia presta il fianco ad una difesa collettiva che consente ai pazienti ebrei di mantenere un’immagine morale coerente, ignorando la sofferenza dell’altro. In attesa di tempi migliori la responsabilità morale non può essere semplicemente delegata alle istituzioni, bensì è un compito che ogni cittadino deve affrontare senza rinunciare alla propria capacità critica. Nel frattempo, nonostante i tentativi di repressione della polizia del fanatico ministro Ben Gvir, il dissenso in Israele si fa strada anche fuori dai confini della sinistra radicale, ma la strada verso le prossime possibili elezioni è ancora tutta in salita.” Redazione Italia
April 13, 2026
Pressenza
9 aprile 1948: Massacro di Deir Yassin, l’inizio della Nakba
9 aprile 1948: Massacro di Deir Yassin, probabilmente «l’episodio più importante dell’Operazione Nahshon» (Benny Morris, Vittime. Storia del conflitto arabo-sionista 1881-2001, Rizzoli, 2001). All’interno del Piano Dalet, il piano sionista di pulizia etnica della Palestina, l’Operazione Nahshon mira a rompere l’assedio di Gerusalemme. Intorno all’antica città palestinese, infatti, sono presenti milizie irregolari palestinesi locali e volontari dell’Esercito Arabo di Liberazione, Jaysh al-Inqadh al-Arabi, che minacciano la circolazione dei rifornimenti agli avamposti ebraici in un territorio a forte presenza palestinese. Su ordine del futuro primo ministro israeliano Menachem Begin, l’organizzazione paramilitare Irgun, attacca il villaggio palestinese di Deir Yassin uccidendo tantissime persone. I primi resoconti parleranno di almeno 250 persone assassinate dai sionisti. Scrive ancora lo storico israeliano Benny Morris: «Nel 1948, soldati che avevano partecipato all’attacco, osservatori e giornalisti scrissero che almeno 254 abitanti del villaggio erano stati uccisi quel giorno. Quasi tutti avevano interesse a sottolineare la gravità delle perdite civili arabe: la Haganah per screditare l’Irgun e l’LHI [Banda Stern], gli arabi [cioè i palestinesi] e i britannici a scopo di propaganda antisionista, e l’Irgun e l’LHI per terrorizzare gli arabi palestinesi e spingerli a lasciare il paese. Tuttavia recenti studi storici arabi ed ebraici corroborati da interviste suggeriscono che le vittime furono probabilmente da 100 a 110» (B. Morris, Vittime, cit.).Siamo nel periodo tra l’adozione della Risoluzione 181 da parte dell’ONU, 29 novembre 1947, e la proclamazione della nascita dello Stato di Israele, 14 maggio 1948. Per comprendere meglio quel periodo storico, riporto un brano del professor Lorenzo Kamel, docente anche di Storia del Medio Oriente all’Università di Torino. «L’Onu, succeduta alla Società delle Nazioni, venne fondata in data 26 giugno 1945. Appena due anni dopo, in una fase storica in cui l’India si avvicinava all’indipendenza [dal Regno Unito] e la Guerra fredda era agli albori, le autorità britanniche si vedevano costrette a mantenere in Palestina circa 100.000 soldati. Erano sovente presi di mira da gruppi paramilitari sionisti come l’Irgun, guidato da Menachem Begin (1913-1992), e la Banda Stern, capeggiata da Yitzhak Shamir (1915-2012). I vertici di tali gruppi consideravano il terrorismo come una forma di lotta legittima: erano infatti persuasi che “il tempo in cui si potevano impunemente perseguitare gli ebrei è finito; abbiamo imparato la lezione della storia e risponderemo alla forza con la forza, al terrore con il terrore”» (Lorenzo Kamel, Israele-Palestina in trentasei risposte, Einaudi, 2025). Coerente la contestualizzazione del massacro che fa lo storico israeliano Ilan Pappé. Dopo aver scritto del “Piano Dalet”, che costituisce il programma sionista per la pulizia etnica della Palestina, Pappé così descrive il tragico episodio del massacro di Deir Yassin: «La natura sistematica del Piano Dalet fu evidente a Deir Yassin, un villaggio pastorale e amico che aveva sottoscritto un patto di non aggressione con l’Haganà a Gerusalemme, ma che fu condannato a essere distrutto perché si trovava all’interno dell’area destinata all’epurazione. A causa dell’accordo preventivamente firmato con il villaggio, l’Haganà, per liberarsi da qualsiasi responsabilità ufficiale, decise di inviare l’Irgun e le truppe della Banda Stern [Haganà, Irgun e Banda Stern sono formazioni paramilitari sioniste, espressamente terroristica la Banda Stern, che dopo la proclamazione dello Israele confluiranno nell’esercito del nuovo Stato.] Nelle successive epurazioni di villaggi “amici” faranno a meno anche di questo stratagemma. Il 9 aprile 1948 forze ebraiche occuparono il villaggio di Deir Yassin situato su una collina a ovest di Gerusalemme, ottocento metri sul livello del mare e vicino all’insediamento ebraico di Givat Shaul. La vecchia scuola del villaggio funge oggi da ospedale psichiatrico per quel quartiere ebraico che si è sviluppato sull’area del villaggio distrutto. Come irruppero nel villaggio, i soldati ebrei crivellarono le case con le mitragliatrici, uccidendo molti abitanti. Le persone ancora in vita furono radunate in un posto e ammazzate a sangue freddo, i loro corpi seviziati, mentre molte donne vennero violentate e poi uccise. Fahim Zaydan, che all’epoca aveva dodici anni, così ricorda l’esecuzione della sua famiglia davanti ai suoi occhi: “Ci portarono fuori uno dopo l’altro; spararono a un uomo anziano e quando una delle sue figlie si mise a piangere spararono anche a lei. Poi chiamarono mio fratello Muhammad e gli spararono davanti a noi, e quando mia madre gridò chinandosi su di lui, con in braccio la mia sorellina Hudra che stava ancora allattando, spararono anche a lei”. Spararono anche allo stesso Zaydan, insieme a un gruppo di bambini allineati contro un muro che gli ebrei crivellarono di colpi “solo per divertimento” prima di andarsene. Fu fortunato a sopravvivere nonostante le ferite. […] Tra le persone massacrate a Deir Yassin vi erano trenta neonati» (Ilan Pappe, La pulizia etnica della Palestina, Fazi Editore, 2008). 1 Per avere qualche altro dettaglio dei crimini commessi dai sionisti a Deir Yassin, torno alle parole di Benny Morris: «Deir Yassin è ricordata assai meno in quanto operazione militare, che per le atrocità commesse dalle truppe dell’IZL [Irgun Zvai Leumi, Organizzazione Militare Nazionale] e dell’LHI [Lohamei Herut Israel, Combattenti per la libertà d’Israele, o Banda Stern dal nome del fondatore Avraham Stern] durante e subito dopo la battaglia: intere famiglie crivellate di colpi e frammenti di granate, e sepolte sotto le macerie delle loro case, uomini, donne e bambini falciati mentre fuggivano dalle abitazioni, prigionieri passati per le armi. E dopo la battaglia gruppi di vecchi, donne e bambini trasportati su autocarri scoperti per le vie di Gerusalemme Ovest in una sorta di “trionfo” nello stile dell’antica Roma, prima di essere “scaricati” nella parte orientale (araba) della città» (B. Morris, Vittime, cit.). Diverse testimonianze dell’epoca raccontano anche di ragazze palestinesi violentate e poi uccise dai paramilitari dell’Irgun, e di altri esempi di «estrema spietatezza». Il massacro di Deir Yassin segna l’inizio della Nakba. Su questa terribile strage pare che esistano almeno due documentari. Uno Deir Yassin Remembered, documentario del 2006. Realizzato da b.h. Yael, artista e regista canadese di origine israeliana, che esplora il massacro del 1948 e le sue ripercussioni sulla memoria collettiva. Include interviste a sopravvissuti palestinesi e analizza come il sito del villaggio sia stato riutilizzato, sollevando questioni etiche sulla commemorazione. Un altro è Born in Deir Yassin, del 2017, diretto dalla regista israeliana Neta Shoshani. È ritenuto il lavoro più completo e scioccante uscito negli ultimi anni. Shoshani ha passato lungo tempo a combattere contro la censura militare israeliana per ottenere l’accesso alle foto d’archivio, che sono ancora secretate. Il film contiene testimonianze dirette e agghiaccianti degli ex membri dell’Irgun e del Lehi, o Banda Stern, che parteciparono all’attacco, oltre a mostrare come le case del villaggio facciano oggi parte dell’ospedale psichiatrico di Kfar Shaul. Esistono diversi brevi video-documentari prodotti da emittenti come Al Jazeera, nella serie Al Nakba, che dedicano intere puntate o segmenti molto lunghi ed estremamente dettagliati ai sopravvissuti di quel giorno, spesso con ricostruzioni cartografiche del villaggio. Non ho potuto consultare questi materiali audiovisivi, che non mi risulta siano stati doppiati o tradotti in italiano. Yassin. Lorenzo Kamel ci informa che «418 villaggi palestinesi (531 se si conteggiano anche quelli beduini) vennero eliminati dalle carte geografiche. Molti di essi furono rasi al suolo, mentre una minoranza venne “ebraicizzata” nella popolazione e nei nomi. In non pochi casi questi ultimi riprendevano le denominazioni dei villaggi palestinesi preesistenti. Ad esempio, Bayt Dajan venne ribattezzato con il nome di Beit Dagan, il kibbutz Sasa fu costruito sulle ceneri del villaggio di Sa’ sa’, Amka’ sulla terra dell’insediamento di Amqa. In diversi casi il Jewish National Fund fece piantare delle foreste sui villaggi spopolati» (L. Kamel, Israele-Palestina in trentasei risposte, cit.). I responsabili del massacro di Deir Yassin non sono mai stati indagati o incriminati in Israele. Addirittura, le milizia paramilitari coinvolte sono state sciolte per confluire nell’esercito di occupazione israeliano, l’IDF. Ben due comandanti di quei gruppi paramilitari stragisti, Menachem Begin dell’Irgun e Yitzhak Shamir della Banda Stern, diventeranno Primi Ministri: Menachem Begin dal 1977 al 1983, e Yitzhak Shamir dal 1983 al 1984 ed ancora dal 1986 al 1992. Come si può notare da questo orribile e tragico episodio, l’infanticidio ed il massacro di persone disarmate non sono pratiche che l’esercito di occupazione israeliano abbia scoperto soltanto dopo il 7 ottobre 2023, ma risalgono addirittura alle formazioni paramilitari e terroristiche che hanno preceduto la nascita dello Stato di Israele nelle terre rubate ai palestinesi. Dopo il 7 ottobre 2023 abbiamo assistito ad una nuova accelerazione, ad un intensificarsi della pulizia etnica della Palestina, il cui inizio risale a tre quarti di secolo fa. La Bottega del Barbieri
April 11, 2026
Pressenza
Verso la fine della stagione dei  “campi rom”
Il report “Cento Campi” dell’Associazione 21 Luglio mostra come il sistema dei campi rom in Italia stia progressivamente scomparendo, segnando la fine di un modello segregante che ha inciso per decenni sui diritti umani. E’ quanto sottolinea il report annuale sulla situazione di rom e sinti in Italia dell’Associazione 21 Luglio, dal titolo “Cento Campi”, un nome che racchiude una storia lunga e complessa, ma che porta con sé anche un messaggio di speranza senza precedenti: la stagione dei “campi rom” in Italia sta finalmente volgendo al tramonto in un processo che appare ormai inarrestabile. Per anni, infatti, l’Italia è stata tristemente nota come “il Paese dei campi”. Un sistema nato decenni fa, spesso basato sull’equivoco del “nomadismo culturale” per gestire flussi migratori che erano, in realtà, fughe disperate dalle guerre balcaniche. Oggi, i dati ci dicono che quella logica segregante sta crollando: negli ultimi dieci anni, il numero degli insediamenti formali è diminuito del 34% e la popolazione residente è calata drasticamente del 63%, passando da 28.000 a circa 10.200 persone. Il 2025 è stato un anno di svolta, con il superamento definitivo di cinque insediamenti, tra cui le baraccopoli di Asti e Reggio Calabria e il centro di raccolta di Latina. Come ha sottolineato il presidente dell’Associazione 21 Luglio, Carlo Stasolla, stiamo vivendo un momento paragonabile alla fine dei manicomi con la legge Basaglia: lo smantellamento di un’architettura della discriminazione che ha ferito per troppo tempo i diritti umani nel nostro Paese. Nonostante i successi, però, il Rapporto non nasconde le ferite ancora aperte. Vivere oggi in una baraccopoli significa avere un’aspettativa di vita di 12,5 anni inferiore rispetto al resto della popolazione italiana. È una realtà giovane, dove il 55% dei residenti è minorenne, e paradossalmente integrata a metà, dato che circa il 70% degli abitanti ha la cittadinanza italiana. La sfida più difficile si concentra ora nell’Area Metropolitana di Napoli, dove vive circa il 30% della popolazione totale delle baraccopoli italiane. È qui che nei prossimi anni dovremo concentrare i nostri sforzi maggiori per garantire che nessuno venga lasciato indietro in questo percorso di fuoriuscita verso abitazioni convenzionali. Il superamento fisico dei campi è possibile grazie a modelli innovativi come MA.REA. (Mappare e Realizzare Comunità), che abbandonano le etichette etniche per puntare su percorsi partecipati. Tuttavia, la strada verso una vera inclusione è ancora ostacolata da un profondo pregiudizio sociale. I dati Eurobarometro ci ricordano che l’82% degli intervistati percepisce la discriminazione verso i rom come molto diffusa. Gli episodi di violenza e odio registrati nel 2025, come gli spari a Cossoine o l’incendio doloso a Giugliano, dimostrano che, mentre i muri dei campi cadono, dobbiamo ancora lavorare duramente per abbattere i muri del pregiudizio. Secondo il report, in Italia si stima che circa 12.200 rom e sinti vivano in insediamenti monoetnici, tra formali e informali, una cifra che rappresenta appena lo 0,02% della popolazione nazionale. Attualmente si contano 98 insediamenti formali all’aperto, tra baraccopoli e macroaree, distribuiti in 64 comuni di 12 diverse regioni. La maggior parte di queste persone, circa 10.200 unità, risiede in contesti formali, suddivisi tra i 5.800 rom presenti nelle baraccopoli e i 4.400 sinti delle macroaree, mentre circa 2.000 rom occupano insediamenti informali. Nonostante si tratti di una popolazione dove circa il 70% possiede la cittadinanza italiana e meno di 600 persone siano a rischio apolidia, le condizioni di vita restano allarmanti: l’aspettativa di vita nelle baraccopoli è di almeno 12,5 anni inferiore alla media nazionale, con un’età media di soli 25,7 anni a fronte dei 48,2 registrati nel resto del Paese nel 2025 e una presenza di minori che tocca il 55% della popolazione totale. Dal 2018, l’Associazione 21 luglio collabora attivamente con diverse amministrazioni comunali fornendo consulenza tecnica per il superamento delle baraccopoli istituzionali, un impegno che nel 2021 ha portato allo sviluppo del già citato modello operativo MA.REA. (MAppare e REAlizzare comunità). Questo metodo segna una netta discontinuità rispetto al passato basandosi su due pilastri fondamentali: l’abbandono di ogni impostazione di tipo etnico e l’adozione di un approccio integrato e partecipativo che coinvolge direttamente i membri delle comunità. L’efficacia di tale modello, ormai punto di riferimento per le politiche di inclusione, ha permesso nel solo 2025 il superamento definitivo di cinque insediamenti: le baraccopoli di via Guerra 26 ad Asti e dell’ex Polveriera a Reggio Calabria, le macroaree Mira di Marco a Rovereto e via delle Tagliate a Lucca, e il centro di raccolta Ex Rossi Sud a Latina. Mentre si sta ultimando il passaggio verso abitazioni convenzionali per gli abitanti di Cupa Perillo a Scampia, le azioni di superamento sono attualmente in corso in altri 13 siti, che comprendono 4 macroaree e 9 baraccopoli. Nello specifico, i processi interessano le macroaree di via della Fornace a Ivrea, via della Chiesa Rossa a Milano, via Guerra 27 ad Asti e via Tomba Forella a San Lazzaro di Savena, oltre alle baraccopoli di Pitz’e Pranu a Selargius, via Carrafiello a Giugliano in Campania, Scordovillo a Lamezia Terme e ben cinque siti nell’area di Roma, ovvero Candoni, Castel Romano, Gordiani, Salone e Salviati. A questo elenco si aggiungerebbero le 4 macroaree di Prato, il cui percorso avviato nel 2024 risulta tuttavia momentaneamente congelato a causa del commissariamento della città toscana. Qui il Report: https://www.21luglio.org/2018/wp-content/uploads/2026/04/report-2026-sito.pdf. Giovanni Caprio
April 11, 2026
Pressenza
11-12#04 – Assemblea meridionale: Non esiste un solo Sud!
Pubblichiamo il comunicato diramato da diverse soggettività meridionali che hanno promosso l’assisse in quel di Cosenza nelle giornate di  sabato 11/04 (ore 17, La Base – via Macallè 17) e domenica 12/04 (ore 10, CS Rialzo – via Popilia / v.le Mancini). Scrivono gli organizzatori: “Esistono una pluralità di Sud, attraversati dalla medesima struttura di disuguaglianza, fatta di spopolamento, abbandono e speculazione. Questa assemblea nasce da una necessità impellente. Dalla consapevolezza che i Sud non rappresentano una periferia geografica da amministrare, ma una condizione storica, un campo di forze politico e teorico: un punto di osservazione dal quale è possibile mettere a nudo le macerie del modello capitalistico estrattivista. Rifiutiamo le lenti deformanti del cosiddetto “sottosviluppo” e di una presunta arretratezza endemica dei territori meridionali. Una retorica tipica dei processi coloniali, che serve soltanto a mascherare una realtà ben più brutale: il Sud (e le isole) non sono un vagone lento da agganciare alla locomotiva del Nord, ma un laboratorio in cui è stato collaudato un modello di sviluppo parassitario e mortifero, pensato altrove e per interessi totalmente estranei a chi queste terre le abita. Interrogarsi sui Sud oggi significa quindi ridiscutere il senso stesso dello sviluppo, il rapporto tra economia e vita, tra produzione e territori, tra istituzioni e comunità”_ Negli ultimi anni, è sempre più evidente la tendenza alla trasformazione delle regioni meridionali in spazi di pura disponibilità: alla speculazione, all’estrazione violenta di risorse naturali ed energetiche, alla riduzione a meta di turismo di massa e/o a corridoio logistico funzionale all’apparato militare-industriale. È un modello che procede sistematicamente in direzione contraria agli interessi di chi questi territori li vive. Anche la fragilità delle nostre terre, palesata dai più recenti eventi climatici estremi, non è un fatto esclusivamente naturale ma fa parte delle conseguenze di questo processo. Le esondazioni, le frane e i crolli che sbriciolano i nostri centri, le coste e le aree interne non sono mera fatalità; sono la concretizzazione di un’incuria programmata. Sono il prodotto della stessa logica che devasta i servizi fondamentali: una sanità pubblica smantellata, che produce migrazioni forzate per il diritto alla cura; infrastrutture obsolete, che lasciano interi territori senz’acqua; reti di collegamento e trasporto insicure, carenti o addirittura inesistenti, che rendono la quotidianità un vero e proprio esercizio di sopravvivenza. In questo quadro, le “grandi opere”, come il Ponte sullo Stretto, così come quegli interventi di facciata o puramente simbolici, non rappresentano risposte reali a problemi fin troppo concreti, ma gli esempi più lampanti di una dissonanza insopportabile. Sottraggono risorse alle urgenze reali per alimentare un’economia dell’eccezione e dell’emergenza permanente, garantendo profitti a pochi e altrove, mentre ai nostri territori viene sottratto il presente e il futuro. Si tratta di una vera e propria “guerra ai territori”, una modalità di dominio violento sui territori e sui popoli che li abitano, che diventa ancora più evidente nella fase attuale di riconversione bellica della società, dall’asservimento economico agli interessi della macchina bellica fino alla messa a valore dei territori nei flussi della logistica militare. Nonostante il Sud non sia un blocco omogeneo, nelle regioni meridionali, nelle aree interne e nelle isole si riproduce con regolarità impressionante la stessa scala di disuguaglianza, con intensità differenti ma con le stesse problematiche: povertà diffusa, precarietà, assenza di servizi fondamentali e prospettive di vita dignitose, devastazione ambientale, dissesto e saccheggio dei territori. Le conseguenze di queste dinamiche non fanno che alimentare nuove e continue ondate di emigrazione. Un fenomeno, questo sì endemico, che oggi paradossalmente non rappresenta più neanche la strada per un netto miglioramento delle condizioni economiche di partenza, ma una scelta praticamente ‘obbligata’ che impone di produrre ricchezza altrove per salari da fame, e di cui le stesse famiglie meridionali si trovano a sostenere i costi economici e sociali. I Sud, allora, rischiano davvero di diventare soltanto dei luoghi di passaggio, delle vetrine turistiche per qualche mese l’anno, oppure semplicemente di sparire, schiacciati tra spopolamento e sfruttamento. Sicuramente non dei luoghi dove immaginare di poter rimanere a vivere, e sicuramente non in maniera dignitosa. Contro questa traiettoria, non serve un modello di sviluppo imitativo. Non bisogna rincorrere modelli industriali che hanno già prodotto devastazione ambientale e sociale. Non ci serve la retorica dell’assistenzialismo, né tantomeno l’idealizzazione di un’identità statica, l’idea di un Sud immobile e rassegnato. Serve rompere con le rappresentazioni stereotipate e le lenti coloniali per iniziare la costruzione di un’alternativa concreta e praticabile, da contrapporre a ritmi e modelli imposti da un sistema di morte e devastazione. Non esistono anticorpi ‘naturali’ al capitalismo: esistono il conflitto e l’organizzazione. Per discutere insieme di tutto questo, convochiamo un’assemblea meridionale a Cosenza, per sabato 11 e domenica 12 aprile. Questo appuntamento rappresenta la seconda tappa di un percorso collettivo avviato nei mesi scorsi a Messina, sui fili della lotta contro il Ponte sullo Stretto, dove abbiamo sancito la necessità di liberarci dalle retoriche coloniali sul Sud. Vogliamo dare continuità a quella posizione, allargando il fronte a tutte le realtà delle regioni meridionali che ogni giorno si organizzano nei territori. Vogliamo che sia uno spazio politico di confronto, proposta e riflessione, capace di tenere insieme l’analisi critica e la necessità di tracciare percorsi per forme di opposizione concreta. Il Sud non è un problema da amministrare. È una forza collettiva che si organizza. Redazione Italia
April 10, 2026
Pressenza
Nuove proteste al CPR di Macomer
Pubblichiamo il comunicato diffuso la sera de 9 aprile dal gruppo NO CPR Macomer. Nella serata di oggi, 9 aprile, diverse persone sono salite sul tetto della struttura per protestare sulle condizioni di trattenimento, per protestare contro una proroga della privazione della libertà personale di altri 90 giorni. Questo è il periodo di tempo che devono attendere fino alla prossima valutazione dell’esecutività del rimpatrio, fino al raggiungimento di 18 mesi. Anche quando il rimpatrio non è realizzabile, anche quando il paese di origine non li ha riconosciuti come propri cittadini. Anche quando non sarebbero mai dovuti entrare in questi buchi neri. Al momento la protesta sembra essere rientrata, ma non la condizione di abbandono e isolamento. Una persona pare essere caduta dal tetto del CPR, sono giunte ambulanze ed elisoccorso. Restiamo in attesa di ulteriori dettagli. Questi lager devono chiudere! NO CPR Macomer Redazione Sardigna
April 10, 2026
Pressenza
Ahida: Introduzione al dossier Italia
Sta emergendo un vasto movimento d’opposizione, in gran parte esterno ai tradizionali partiti politici, ma sostenuto da iniziative di base come comitati e associazioni o dall’iniziativa personale di moltissimi giovani. Le grandi manifestazioni dell’anno scorso contro il genocidio israeliano a Gaza, la vittoria del No al referendum e l’enorme partecipazione alla manifestazione No Kings il 28 marzo a Roma ne sono gli episodi più rilevanti. Un movimento di resistenza o, più, di rifiuto, è nato e sta crescendo, portato ancora dai giovani, come alla fine degli anni ’60. Per elaborare nuove armi teoriche e politiche atte a contrastare il processo autoritario in corso è necessario analizzare e comprendere l’attuale fase politica. ahida intende contribuirvi con un dossier Italia. Una raccolta di testi che esaminano e commentano vari aspetti della tendenza autoritaria dell’Italia odierna per evidenziarne le fessure e trovare gli spiragli per uscirne_  Con il governo Meloni si sta accelerando una svolta autoritaria che ha radici lontane: dalla chiusura securitaria del sistema politico alla fine degli anni ’70 del secolo scorso, passando per il lungo periodo dei governi Berlusconi e per i successivi, compresi quelli di «sinistra», Letta, Renzi, Gentiloni, fino all’attuale. Quest’ultimo, introducendo dapprima misure coercitive apparentemente marginali, come il decreto anti rave-party, ha fatto poi un’impennata verso un regime autoritario con le campagne incessanti e le leggi, sempre più restrittive e violente, contro i migranti e con il recente Decreto legge sicurezza. Regime autoritario che il governo vorrebbe consolidare con modifiche costituzionali, la prima delle quali è stata decisamente respinta dagli italiani con il referendum sulla giustizia. Questa involuzione illiberale avviene in un’epoca in cui si sta attuando una svolta maggiore dei sistemi economici e politici mondiali. Nei paesi cosiddetti «occidentali» la svolta segue alla trasformazione, legata all’economia digitale, della produzione e del sistema di estrazione di plusvalore, che investe tutti gli aspetti della società, e alla concentrazione del comando nelle mani del capitale finanziario e della Big Tech. Il capitale non si serve più della politica per mediare il dominio di classe, ma assume il comando diretto sulla società civile. Lo fa privatizzando l’intera produzione, inclusi i beni comuni, come la salute, l’acqua e il suolo e promuovendo uno stato d’instabilità e di guerra permanente che gli assicura libertà illimitata d’azione e estrazione di profitto. In questa perdita di equilibri nasce il fenomeno Trump e si espandono le forze dell’estrema destra in tutta Europa, spinte dal disgregarsi delle vecchie classi sociali, dalla classe operaia al ceto medio, e dall’aumento della povertà e dell’insicurezza. La svolta autoritaria in atto in Italia è stata definita con termini come «fascistizzazione» o «democratura» (contrazione di democrazia e dittatura). Benché la situazione attuale presenti molte differenze dal fascismo storico, a cominciare dall’assenza del corporativismo e della retorica imperialista, e la violenza squadrista non sia così dispiegata e assunta (almento per ora), ne manifesta anche molte somiglianze, prima di tutte il razzismo e l’uso delle minoranze come capro espiatorio. Ieri erano gli ebrei, gli zingari e i comunisti, oggi sono i migranti. Sarebbe più appropriato parlare di «nuovo fascismo». Il termine democratura, ossia un regime dispotico che mantiene la forma delle regole della democrazia liberale, descrive assai bene la fase attuale della politica italiana. Tuttavia non scordiamoci che, giunto al potere, Mussolini non tardò a esautorare il parlamento e a assumere i pieni poteri, trasformando il regime fascista in dittatura totalitaria. Fortunatamente sta emergendo un vasto movimento d’opposizione, in gran parte esterno ai tradizionali partiti politici, ma sostenuto da iniziative di base come comitati e associazioni o dall’iniziativa personale di moltissimi giovani. Le grandi manifestazioni dell’anno scorso contro il genocidio israeliano a Gaza, la vittoria del No al referendum e l’enorme partecipazione alla manifestazione No Kings il 28 marzo a Roma ne sono gli episodi più rilevanti. Un movimento di resistenza o, più, di rifiuto, è nato e sta crescendo, portato ancora dai giovani, come alla fine degli anni ’60. Per elaborare nuove armi teoriche e politiche atte a contrastare il processo autoritario in corso è necessario analizzare e comprendere l’attuale fase politica. ahida intende contribuirvi con un dossier Italia. Una raccolta di testi che esaminano e commentano vari aspetti della tendenza autoritaria dell’Italia odierna per evidenziarne le fessure e trovare gli spiragli per uscirne. Negli articoli del dossier sono affrontati, fra altri, i temi seguenti: il pericolo che incombe sulle democrazie occidentali di sprofondare nella spirale della guerra globale e di vedere l’insorgenza di nuovi fascismi (Alberto Burgio); le derive repressive delle politiche del governo e del diritto penale (Luigi Ferrajoli, Lavinia Marchetti e Gianni Giovannelli); le condizioni insopportabili dei carcerati e il progetto di rafforzare il controllo nelle carceri (Luigi Romano e Alberto Violante); l’inerzia e la complicità dello Stato verso le violenze sessuali contro le donne e le discriminazioni sessiste (Arianna Pasquini); La repressione poliziesca e giudiziaria delle lotte dei movimenti antagonisti (Giuseppe Zambon e Paolo De Marchi); le trasformazioni del rapporto capitale/lavoro e della composizione di classe (Filippo Greggi); la transizione energetica al tempo delle guerre per il petrolio e l’illusione nucleare (Giuseppe Onufrio); la crisi del sistema sanitario pubblico e la privatizzazione della salute (Rita Maffei); la trasformazione dell’università in struttura aziendale (Massimo La Torre); la transizione digitale nella scuola e l’aumento del controllo e l’esclusione decisionale degli insegnanti (Ferdinando Alliata); il ruolo dell’Intelligenza artificiale nel controllo sociale e nell’aumento dello sfruttamento del lavoro (Collettivo N.I.N.A); l’attacco alla cultura in tutte le sue espressioni, dal cinema a ogni forma dell’arte (Manuela Gandini, Sergio Racanati); la crisi della letteratura e l’assoggettamento dell’editoria alla logica del mercato (Marco Giovenale. Massimiliano Manganelli). Incominciamo simbolicamente la pubblicazione del dossier il 7 aprile, data anniversario della retata del giudice Calogero che portò in prigione molti militanti e intellettuali dell’Autonomia operaia su false accuse. Quella di Calogero fu un’operazione politica funzionale alla chiusura del «sistema dei partiti» a ogni contestazione sociale. Chiusura favorita dalla strategia del compromesso storico elaborata dal Partito comunista italiano. Fu l’inizio della stagione degli arresti di massa e fu forse l’origine del lungo percorso che ha disegnato le graduali retrocessioni dei diritti dei cittadini per arrivare alla svolta autoritaria in atto.  dossier Italia a cura della Redazione.ahidaonline.com Redazione Italia
April 9, 2026
Pressenza
L’assurdo. BASTA! Cittadini degli Stati Uniti, dovete fermare immediatamente il vostro Presidente!
BASTA! Come potete continuare ad accettare che il vostro presidente possa annunciare l’intenzione di “ridurre all’età della pietra” un paese, l’Iran, abitato da circa 100 milioni di persone, dopo averlo bombardato a sorpresa e unilateralmente, e aver ammesso pubblicamente di aver dato l’ordine, insieme al Primo Ministro di Israele, di uccidere la Guida Suprema dell’Iran, diversi membri della sua famiglia e altri tre alti funzionari iraniani?  Sabato 4 aprile, ha addirittura dato 48 ore per raggiungere un accordo (in altre parole, una sottomissione incondizionata), minacciando, in caso di fallimento, “l’inferno”? Avete messo sotto accusa e destituito il Presidente Nixon “semplicemente” perché ha mentito nello scandalo Watergate. È impossibile che non stiate reagendo ora e che aspettiate di vedere cosa succede, come se fosse un gioco, lasciando che il vostro presidente continui impunemente a uccidere migliaia di persone, compresi i bambini, e a distruggere tutte le infrastrutture dell’Iran (ospedali, scuole, acquedotti, reti elettriche ed energetiche… strade, case…)!  In nome di quali principi e di quale legittimità i vostri potentissimi fondi di investimento privati e le vostre banche, le vostre multinazionali dominanti, le vostre prestigiose università, le vostre principali ONG, i vostri attori e le vostre attrici vincitori di Oscar, i vostri cantanti vincitori di Grammy, i vostri eroi sportivi, i vostri miliardari deificati, le vostre fondazioni e istituzioni filantropiche favolosamente ricche… permettono che il vostro presidente faccia ciò che vuole, o addirittura lo sostengono? Lo avete eletto, lui si comporta come un criminale e voi dovete impedirgli di continuare a commettere disastri impunemente. E di disastri ne ha commessi, nel mondo e anche nel vostro paese. Li conoscete. In ogni ambito. Ha commesso disastri con malizia e complicità nel genocidio dei palestinesi, con disprezzo e pirateria verso gli ucraini, con perversità verso i venezuelani, i groenlandesi e i danesi, così come verso i canadesi, i messicani e i cubani; con disonestà verso gli europei, a loro volta colpevoli di disonestà e opportunismo; con cinismo e sconsideratezza nella predazione e nel degrado della Natura, della Terra (gli europei non hanno nulla da insegnarvi in questo campo!), e infine, con malevolenza e disprezzo verso voi stessi! Perché è il primo e unico presidente nella storia degli Stati Uniti che si rifiuta apertamente di rispettare i principi e le disposizioni della vostra Costituzione, affermando pubblicamente e senza vergogna che l’unica forza in grado di fermarlo e fargli cambiare comportamento è la sua stessa “moralità” (sic) e la sua stessa agenda (sic!!).  Osiamo dirlo, osate dirlo con noi: il vostro presidente è un criminale reo confesso! Cosa state aspettando per metterlo sotto accusa? Volete scegliere il momento giusto? Quando, se non ADESSO ?!  Noi gridiamo “No, BASTA!” E voi avete iniziato a gridarlo in milioni! Nelle strade, nelle piazze! Continuate a farlo nelle aule della vostra democrazia! Siamo con voi! Il mondo è stanco di dover sopportare le malefatte del vostro presidente, che è diventato un presidente illegale e incostituzionale a causa delle sue stesse azioni. Avete il dovere di arrestarlo. La vostra Costituzione vi autorizza a farlo, legalmente. Non dovete fornire alcuna prova della sua colpevolezza. Le prove le avete, evidenti, luminose agli occhi di tutti i cittadini degli Stati Uniti e del mondo intero! Non potete accettare tutto questo senza rendervi complici. Per colpa del vostro presidente, il mondo è entrato in una fase intollerabile e inaccettabile, una fase in cui prevale la legge del più forte. Il vostro presidente è un dittatore autocratico dichiarato, accecato dal suo smisurato ego e dalla sua sete di potere. Crede di poter fare tutto ciò che vuole. Pensa di essere “il potere”! È diventato l’incarnazione della violenza, della brutalità, dell’incompetenza, dell’immoralità, delle menzogne, del cinismo, dell’instabilità, della volgarità e di un infantile narcisismo. Perché non mettete in pratica concretamente il vostro desiderio di metterlo sotto accusa? È alla vostra portata. Certo, non è un obiettivo facile da raggiungere, ma è possibile ed è urgente. Gli abitanti della Terra non devono essere costretti a pensare che, con la vostra inerzia, potreste essere complici del vostro presidente. Lo sapete benissimo: è intollerabile che il presente e il futuro del mondo dipendano da un presidente criminale e senza scrupoli, anche in relazione alla vostra Costituzione. Non potete più temporeggiare. Con il passare dei giorni, l’inferno predetto potrebbe scatenarsi, e allora sarà troppo tardi, non solo per voi, ma per tutti noi, cittadini del mondo.   Riccardo Petrella e Pietro Pizzuti, rispettivamente Professore Emerito all’Università di Lovanio (Belgio) e artista, comico e scrittore (Belgio).   P.S.: Lo stesso appello si rivolge ai cittadini israeliani riguardo al loro Primo Ministro Netanyahu, principale responsabile del genocidio dei palestinesi (riconosciuto dalla Corte Penale Internazionale) e della guerra di distruzione e occupazione in corso in Libano, nonché della guerra contro l’Iran. BASTA! Riccardo Petrella
April 7, 2026
Pressenza