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Ottobre nero per Israele
Fino a qualche mese fa non potevo immaginare di scrivere questo articolo perché ero straconvinto che non potevo nemmeno pensarlo. Israele si è fondato, consolidato ed è diventato quello Stato intoccabile a livello mondiale basandosi su diversi elementi immaginari che lo stanno portando alla fine. In primis Israele è nato grazie alla complicità del mondo occidentale, che per senso di colpevolezza ha voluto farsi perdonare regalando agli ebrei la terra altrui, cioè la Palestina. Così facendo si pensava che con il passare del tempo quella popolazione palestinese si sarebbe mescolata all’interno del mondo arabo. Oppure come recita il detto popolare “non fare del bene a vecchi e bambini, i vecchi muoiono e bambini scordano”. David Ben-Gurion il primo Ministro Israeliano pronunciò una frase simile affermando nel lontano 1948 “i vecchi muoiono e i giovani dimenticano”. Dopo oltre 100 anni di lotte, di battaglie e di guerre, generazione dopo generazione nessun ha dimenticato anche se i vecchi non ci sono più, e i giovani non solo hanno conservato la causa viva, ma l’hanno trasformata in una battaglia di civiltà, di diritto, di legalità e di giustizia non solo in Medio Oriente, ma a livello mondiale. Basti pensare alle varie fasi storiche più significative dove gli stessi israeliani e i loro amici ed alleati arabi che hanno tentato di liquidare la causa palestinese: la Nakba 1947/1948, la guerra di Suez, la guerra dei 6 giorni 1967, la battaglia di al Karama 1968, “Settembre nero” 1970, la guerra del Kippur 1973, la guerra civile in Libano 1975 l’invasione del Libano 1982, il massacro di Sabra e Shatila 1982, la prima intifada 1987 , la prima guerra del golfo 1990 , e la seconda intifada 2000 e la fine di Saddam Hussein 2000 e con lui lo Stato Iracheno, i vari bombardamenti su Gaza e l’ultimo Tufan al Aqsa ottobre 2023. In tutte queste fasi molti scommettevano sulla fine della causa palestinese e in tutte queste fasi, dopo averla data per morta, risorgeva da sotto le ceneri più forte, più potente e più determinata, per cui la famosa frase di Ben Gurion era ed è una frase che non ha nessun significato sul campo. In secondo luogo, sempre il mondo occidentale, dopo avere capito che il periodo coloniale stava terminando, ha pensato di non abbandonare il Medio Oriente del tutto, sia per la posizione geografica che per l’oro nero, il petrolio, per cui Israele doveva costudire gli interessi occidentali nella zona. Questa ipotesi ha retto fino ad un certo punto e si potrebbe dire che Israele ha giocato questo ruolo in modo intelligente ed abile sia dal punto di vista politico, economico e etico. Ha funzionato al punto tale che ha convinto non solo il mondo occidentale, ma anche certe monarchie arabe, che avrebbe operato per difendere i loro interessi, fino alla realizzazione dei famosi accordi di Abramo. Diversi paesi arabi stavano trattando con Israele per stipulare accordi militari contro il regime degli Ayatollah in Iran. Dopo il 7 ottobre 2023, questo ruolo non solo è crollato, ma anche Israele non era in grado di difendere sé stessa. E ancora, dopo ottobre 2023, il mondo occidentale se n’è accorto: Israele anziché fare il poliziotto per conto dell’Occidente in Medio Oriente è diventato un peso insopportabile economicamente, militarmente e soprattutto eticamente. Solo dagli USA lo stato Israeliano ha avuto sin dalla sua nascita oltre 350 miliardi di dollari. In base agli accordi bilaterali tra Israele e gli USA del lontano 1979 gli USA garantiscono circa 4 miliardi di dollari annui soprattutto per la difesa e nel 2023 questa cifra ha raggiunto un record storco di circa 18 miliardi di dollari. L’Unione Europea formalmente non eroga direttamente aiuti ad Israele, ma lo fa in modo indiretto attraverso i progetti di ricerca scientifica e tecnologica, sono 213 progetti finanziati dalla UE per un ammontare di un miliardo di euro, in aggiunta a questo va precisato che tra la UE e Israele cè il famoso accordo di Associazione tanto discusso, ma purtroppo ancora in vigore. Sarebbe utile analizzare il flusso di denaro che arriva ad Israele sia dai singoli stati Europei che dalla stessa UE. Perché cosi i cittadini europei potranno vedere dove vanno le tasse che pagano annualmente. Basti pensare ai giovani, all’opinione pubblica europea, alle mobilitazioni oceaniche a favore della Palestina. Ogni giorno che passa mi convinco di più per quanto riguarda il continuo sostegno del mondo occidentale ad Israele, nonostante sia uno stato genocida, trova la suo forte motivazione dentro il mondo occidentale nel suo complesso perché esso stesso è coloniale per cui in Israele trova se stesso. Il mondo occidentale non permetteva la sconfitta dello Stato di Israele, ma oggi, e dopo questi lunghi anni, lo stesso Stato di Israele non rappresenta ciò che rappresentava tempo fa per il mondo occidentale: anziché essere di aiuto è diventato un peso politico, economico, morale. Oggi l’occidente, che predicava il diritto, la legalità, il multilateralismo, gli organismi internazionali, deve decidere cosa fare. Continuo ancora a credere che l’Occidente non permetta ancora oggi la sconfitta militare di Israele, ma credo che allo stesso tempo non possa continuare a nascondere la testa sotto la sabbia di fronte al genocidio del popolo palestinese per cui non farà nulla per salvarlo da sé stesso. Credo che lo stato di Israele stia arrivando alla fine della sua corsa grazie all’autolesionismo interno, perché il paese potrebbe essere alla vigilia di una guerra civile di cui nessuno può prevedere la conseguenza sul campo. Infine, la determinazione del popolo palestinese sia quella componente che si trova in Palestina che quella della diaspora, nel continuare la sua lotta generazione dopo generazione fa sì che il mondo intero venga messo in crisi non solo dal punto di vista militare, ma etico e morale. Di fronte a questo scenario, l’autolesionismo interno in Israele, la continuità della lotta palestinese per l’indipendenza e la libertà e la convenienza dell’Occidente fanno sì che il percorso verso la fine di Israele sia già iniziato e sarà inconvertibile perché la forza della ragione è più potente della ragione della forza. I tanti imperi del passato che hanno consolidato la loro esistenza basandosi sulla forza sono finiti dall’interno, i Greci, i Persiani, i Romani, i Faraoni, gli Arabi e gli Ottomani, non credo che lo stato genocida di Israele sia diverso da tutti questi imperi del passato. Ottobre nero, questo mese rappresenta per tanti israeliani un mese particolare perché nello stesso mese nel lontano 1973 la guerra del Kippur, nel 2023 l’attacco di Hamas e nel 2026 il voto. Martedì prossimo 27 ottobre è una data importante perché gli israeliani vanno ai seggi elettorali per eleggere i 120 membri del Knesset, il parlamento israeliano, la preoccupazione è che i seggi elettorali forniscano al paese un parlamento ancora più radicale. Gli analisti affermano che nel caso di sconfitta del blocco dell’attuale Primo ministro il paese potrebbe rischiare una guerra civile. Va precisato che dal 2023 ad oggi circa mezzo milioni di cittadini israeliani cosiddetti laici hanno abbandonato il paese consegnandolo agli integralisti. Per noi palestinesi al di fuori della lista del gruppo misto “i cittadini palestinesi” nessun degli altri blocchi principali hanno nei loro programmi un percorso di pacificazione e quindi di rivalorizzare e riattivare la famosa equazione due popoli per due stati. Un detto popolare palestinese recita: “i tarli del legno nascono dal legno stesso”, cioè per dire che il pericolo non viene dall’esterno, ma nasce dall’interno e Israele non sarà una eccezione. Milad Jubran Basir, Giornalista Italo Palestinese e attivista per i diritti umani Milad Jubran Basir
October 25, 2026
Pressenza
HubForDefenders: team legale per assistere i manifestanti
Dopo i fatti di Milano, HubForDefenders ha ricevuto decine di segnalazioni e richieste di assistenza, prevalentemente da genitori di persone minorenni fermate durante le manifestazioni. Per questo l’Hub ha attivato un team legale per offrire supporto, seguire le situazioni segnalate e verificare il rispetto dei diritti e delle garanzie previste dalla legge. LE PROTESTE A MILANO E LE SEGNALAZIONI RICEVUTE Solo in queste ore sono 23 le segnalazioni ricevute, riguardanti in molti casi persone minorenni e razzializzate, che, secondo quanto riferito, sarebbero state trattenute fino a 12 ore in questura senza che i genitori fossero informati. Tra le denunce giunte al centralino figurano anche la privazione di cibo e acqua, l’impossibilità di effettuare una telefonata e il trattenimento senza che ne fossero comunicate le motivazioni. HubForDefenders è uno strumento nazionale di protezione dello spazio civico e delle libertà fondamentali, promosso da una rete di associazioni della società civile tra cui ARCI, A SUD, Un Ponte Per, Amnesty International Italia, Giuristi Democratici, Legal Team Italia. Attraverso il coinvolgimento di professionisti offre assistenza legale, monitora possibili violazioni e mette a disposizione strumenti di protezione per persone, attivisti e organizzazioni, in situazioni di particolare esposizione e vulnerabilità. L’ATTIVAZIONE DI UN TEAM LEGALE A MILANO L’attivazione a Milano di un team legale è una risposta concreta a un bisogno di tutela emerso in queste ore: le decine di segnalazioni e le richieste di assistenza per le persone minorenni fermate durante le manifestazioni. Quando sono coinvolte persone minorenni è richiesta una particolare attenzione. Devono essere pienamente rispettate le specifiche garanzie previste dall’ordinamento, anche rispetto alle procedure, all’assistenza legale e al coinvolgimento dei familiari. L’Hub sta raccogliendo informazioni e verificando eventuali criticità. Il monitoraggio delle possibili violazioni dei diritti fondamentali è parte integrante del lavoro di HubForDefenders. L’Hub non interviene nel merito politico delle manifestazioni né esprime giudizi sulle responsabilità individuali, il cui accertamento spetta alla magistratura. Questo non significa essere neutrali rispetto alla tutela dello spazio civico. L’Hub ha infatti una posizione precisa: il diritto di manifestare, di esprimere dissenso e di partecipare alla vita democratica deve essere protetto. Le garanzie dello Stato di diritto devono essere rispettate sempre, anche nelle situazioni più conflittuali.   CONTATTI DI HUBFORDEFENDERS: telefono: +39 353 495 3606 mail: hub4defenders@proton.me Amnesty International
October 24, 2026
Pressenza
UDI: “scongiurare l’esecuzione di Najmeh Amini”
Rivolgendosi al Governo italiano e alle competenti autorità europee e internazionali affinché intervengano con urgenza per salvare la giovane iraniana condannata a morte per blasfemia in relazione a presunti contenuti pubblicati sui social media, l’Unione Donne in Italia dichiara: > Il rapporto Human Rights in Iran – Review of 2025/26, pubblicato da Amnesty > International il 21 aprile 2026 – documenta un quadro gravissimo: in Iran è > stato registrato il più alto numero di esecuzioni dal 1989, mentre la pena di > morte continua a essere utilizzata come strumento di repressione politica e > colpisce in modo sproporzionato le minoranze. I processi sono sistematicamente > iniqui, con frequente negazione dell’accesso agli avvocati e confessioni > ottenute sotto tortura. > Il rapporto denuncia, inoltre, la discriminazione sistemica contro donne e > ragazze, l’imposizione del velo obbligatorio e la persecuzione di chi rifiuta > di sottostare a queste imposizioni. Nonostante la resistenza diffusa delle > donne, le autorità continuano a ricorrere a sorveglianza, intimidazioni, > arresti arbitrari e sanzioni per controllarne i corpi e le scelte. > È contro questo sistema di oppressione che si è levato il movimento Donna, > Vita, Libertà, nato dopo la morte di Mahsa Jina Amini durante la detenzione da > parte della polizia morale nel 2022. Come ricorda Amnesty International, la > repressione di quel movimento è proseguita anche attraverso esecuzioni > arbitrarie e processi gravemente iniqui. Le donne iraniane continuano a > lottare per la libertà, l’uguaglianza e l’autodeterminazione, pagando un > prezzo altissimo. > > L’UDI, coerentemente con la propria storia e il proprio impegno per la libertà > delle donne, chiede pertanto alle istituzioni italiane ed europee: > > * di intervenire diplomaticamente per impedire l’esecuzione di Najmeh Amini e > garantire la sua incolumità e il rispetto dei suoi diritti; > * di intensificare l’azione contro la pena di morte in Iran, chiedendo una > moratoria immediata delle > esecuzioni; > * di promuovere la liberazione delle persone detenute arbitrariamente per le > proprie opinioni e per > aver esercitato pacificamente la libertà di espressione; > * di sostenere concretamente le donne iraniane che continuano a lottare > contro la discriminazione e per i propri diritti fondamentali. > > Chiediamo alle istituzioni di agire con tempestività: salvare una vita e > contrastare la repressione significa > difendere l’universalità dei diritti umani. > > In attesa di un riscontro sulle iniziative che vorrete assumere, porgiamo > distinti saluti. > > UDI – Unione Donne in Italia APS e 46 UDI territoriali Aderiscono: AGESCI Ferrara / AIUTO DONNA – Uscire dalla violenza odv / AVS – Alleanza Verdi e Sinistra Ferrara ANPI Ferrara / ANPI – Coordinamento donne / ARCHIVIA, archivi, biblioteche, centri di documentazione / ARCI Bologna / Associazione Culturale e Musicale Sette Note Romane Aps / Associazione culturale Leggere Donna / Associazione culturale Youkali APS Bologna / Associazione di solidarietà con Cuba La Villetta Ferrara / Associazione Mondo Donna Bologna / Associazione ORLANDO / Associazione PERIOD Think Tank / Associazione SOS Donna Bologna / Associazione Trame di Terra / AUSER Brindisi / Biblioteca Navarria-Crifò Catania / Casa delle Donne di Milano / Casa delle donne di Modena / Casa delle donne di Treviglio / Casa Donne di Bologna / CDQ Monteverde Quattroventi / CDQ Stazione Aurelia / CDS Cultura OdV / Centro Documentazione Donna di Ferrara / Centro Donna Giustizia Ferrara / Centro Galatea Catania / CGIL Bologna con Camera Confederale del Lavoro / CIES – Centro Informazione Ed Educazione Allo Sviluppo – Ferrara / CNDI – Consiglio Nazionale Donne Italiane / Comitato Alba Nuova ODV / Comitato CreAzione / Coop Sociale Lai-momo / Coop.Sociale ABANTU / Coordinamento Donne CGIL Catania / Coordinamento donne CGIL SPI COL Roma e Lazio / CORO SCATENATO HELIN BÖLEK Catania / Democratiche di Bologna / D.I.Re – Donne in Rete contro la violenza / Donna e Diritti Aps / Donna e politiche familiari Aps / Donne Democratiche Ferrara / DonneperBergamo / DWF / EDT – Equipaggio Di Terra di Mediterranea Saving Humans – Ferrara / Fare Diritti Ferrara / Fare Stormo – Il Cerchio delle Donne Misterbianco / FNISM Catania / Gruppo Marja Gimbutas / Informare un’h – Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli ISREC BG / La Biblioteca Popolare Giardino – odv / La Dea Lattea Aps / La Sinistra per Ferrara / LOCAL MARCH FOR GAZA / Memoria e Futuro Catania / MoVI Lazio / Movimento Nonviolento di Ferrara / Muovi le Idee associazione culturale / NUDM Brindisi / ORM-NE Coro delle mondine di Porporana / Pax Christi Ferrara / Possibile Ferrara / Rete per la Parità APS / Rete Restiamoumani Incontriamoci Catania / Rete Roma 12 in movimento / SPI CGIL Brindisi / TELEFONO ROSA / Tutori nel tempo di Ferrara / Tuttexuna Aps / WikiDonne APS   Redazione Italia
October 23, 2026
Pressenza
Arrivano anche i Parà per blindare Milano nella manifestazione di domani
Riprendiamo nel nostro angolo stretto tre interventi che riteniamo essere tra loro connessi attorno alle tematiche securitarie, tendenti a restringere ogni spazio di  dissenso e volte a reprimere tutti i conflitti sociali insorgenti, attraversati da una sempre più minacciosa crisi globale, con i sui riflessi bellicosi non solo distruttivi sul piano della tenuta degli equilibri del pianeta, ma anche sulle prospettive future dell’esistenza umana. Dopo gli stravolgimenti dell’ordinamento giuridico in materia penale, a seguito del varo emergenziale della serie di decreti sicurezza confezionati dal governo più longevo della storia della repubblica (con l’introduzione di tutta una serie di nuovi reati nella legislazione codificata, in uno anche con significative modifiche ed integrazioni penalistiche, ponendo in essere aggravanti sui reati che hanno appesantito fortemente il quadro comminatorio già previsto dal codice vigente), oggi il nostro guardasigilli ha posto l’attenzione sulla giustizia minorile e, in particolare, sul sovraffollamento delle carceri: una crescita connessa alla logica repressiva securitaria dell’esecutivo, posta in essere – sin dall’inizio dell’entrata in carica – con una serie di provvedimenti che, a partire dal decreto antirave al decreto antimaranza (passando per Caivano), “ha allargato le maglie della custodia cautelare – così come ha sottolineato Michele Gambirasi, nell’articolo di oggi sul Il Manifesto – portando per la prima volta nella storia anche gli Ipm al sovraffollamento”. Nordio, nell’affrontare il tema per risolverlo, prevede di stanziare dei fondi per l’ampliamento delle carceri minorili, ma anche quello di destinare ai minori settori degli istituti di pena in atto occupati da maggiorenni.  Quella del carcere facile per i minori, in sostanza, è una linea – scrive ancora Gambirasi – “che si sposa con le politiche dei quattro anni di governo, pronta a ripresentarsi anche nel caso di Milano”. D’altra parte è lo stesso Nordio a conferma questa linea di tendenza: «Una serie di arresti massicci nei confronti di minori non era mai avvenuta. Vi sono dei momenti in cui è necessario purtroppo spedire dietro le sbarre questi minori violenti». L’altra grande novità della giornata è quella dei “Parà” che, salutati anche dal sindaco Sala, affiancheranno le autorità di polizia nella gestione dell’ordine pubblico. Non è passato il tentativo dell’attribuzione delle  funzioni di polizia giudiziaria, tuttavia -come viene evidenziato nel corsivo che introduce l’articolo di Aurelio Angelini pubblicato stamani su Italia Libera online- : «la sequenza dei decreti sicurezza segna un ulteriore slittamento autoritario e pone una questione fondamentale di fedeltà alla Costituzione. Gli spazi del dissenso si restringono, i poteri coercitivi si estendono e gli strumenti eccezionali si normalizzano. Il rapporto tra cittadino e potere pubblico cambia così senza alcuna dichiarata revisione costituzionale». In altri termini, questo nuovo passaggio prefigura un capovolgimento dell’attuale assetto ordinamentale dello Stato: «Ogni restrizione si legittima con l’emergenza precedente e ogni ampliamento di potere appare una risposta obbligata a una minaccia». Epperò, bisogna con forza affermare che: «Decisiva non è l’efficacia dichiarata di una misura, ma la sua compatibilità con le regole che delimitano i poteri statali. Una modifica strutturale dell’equilibrio tra apparati militari, polizia giudiziaria e libertà fondamentali esige un confronto parlamentare adeguato e un rigoroso controllo di costituzionalità. Nemmeno il “libero commercio” può rovesciare la gerarchia dei valori». Richiama a tal proposito Angelini nel suo pezzo l’art. 41 della COST., allorquando lo stesso sancisce espressamente che il principio di tutela dell’iniziativa economica privata è garantito, purché non in contrasto con l’utilità sociale né in danno di sicurezza, libertà e dignità umana. Chiude il nostro trittico di voci critiche Lavinia Marchetti che punta il dito sulla necessità del governo di trovare il colpevole per le mancate risposte alle incalzante crescita della domanda sociale. Scrive la nostra:  «La psicoanalisi conosce da tempo questo espediente, attraverso il quale un gruppo deposita su un proprio membro gli elementi intollerabili della sua esperienza collettiva». ____   > CELLA IMPAZZITA. IL GUARDASIGILLI INTERVIENE SUGLI SCONTRI DELL’ULTIMO > WEEKEND. NEL CAPOLUOGO LOMBARDO PERÒ LE CUSTODIE CAUTELARI SONO SOLO TRE. > SOVRAFFOLLAMENTO ANCHE NEGLI ISTITUTI PER I RAGAZZI Nell’ultimo decreto sicurezza, emanato ieri dal Quirinale, oltre ai 500 militari che affiancheranno le forze dell’ordine per facilitare identificazioni, fermi e arresti, si ribalta il sistema dell’imputabilità dei minori e si prevede la flagranza differita anche per i minori.  Sinora nel capoluogo lombardo gli «arresti massicci» di cui ha parlato Nordio contano tre ragazzi in custodia cautelare in carcere dei 35 arrestati tra sabato e domenica. Per gli altri trentadue sono scattati l’obbligo di permanenza in casa o il collocamento in comunità. Per i minori di 14 anni, quindi non imputabili per legge, la procura dei minori di Milano ha fatto sapere che procederà con «indagini anche socio-familiari, agli interrogatori dei ragazzi e, ove ritenuta la pericolosità sociale, alla richiesta di applicazione di misure di sicurezza e/o alla richiesta di apertura dei procedimenti amministrativi». Anche davanti a questi numeri però Nordio ha ragione a descrivere gli istituti minorili come «effettivamente in sofferenza», al massimo pecca di eufemismo. O dimentica le responsabilità del suo ministero. Al 30 settembre 2026, secondo i dati forniti da via Arenula, negli Ipm si contavano 557 persone detenute a fronte di una capienza stimata tra i 516 e i 550 posti. Gli ingressi complessivi nel corso dell’anno invece sono stati 821, di cui l’80% per custodia cautelare, il 2025 ha chiuso a quota 1188. Nel 2022, prima del suo insediamento, le presenze erano 381, mentre gli ingressi si fermavano a 1051. «Più celle non sono la risposta. Il nostro ordinamento pone al centro il recupero, l’educazione e il reinserimento sociale dei minori, principi che non possono essere sacrificati sull’altare dell’emergenza sicurezza» ha ribattuto l’Organismo congressuale forense. «La sicurezza non si costruisce aumentando i posti in carcere, tantomeno minorile. Servono prevenzione, scuola, servizi sociali, comunità educative adeguate, percorsi individualizzati e strumenti capaci di intervenire sulle cause del disagio» hanno attaccato le toghe di Area.  MICHELE GAMBIRASI, LA SOLUZIONE DI NORDIO ALLA RABBIA GIOVANILE: PIÙ GALERE PER I MINORI (ILMANIFESTO) ____   > ESERCITO E POLIZIA GIUDIZIARIA: LO SCARTO PIÙ GRAVE Attribuire all’Esercito funzioni di polizia giudiziaria non è un rafforzamento meramente quantitativo. Solleva una questione di principio: quale ruolo si intende assegnare alle Forze armate nella gestione del conflitto sociale e nell’esercizio del monopolio della forza legittima verso i cittadini? Non vanno confusi Carabinieri e Guardia di Finanza, forze di polizia a ordinamento militare con specifiche attribuzioni e strutture operative, con i reparti dell’Esercito impiegati in presidio e vigilanza. Sul piano politico, affidare ai militari ulteriori compiti coercitivi rischia di normalizzare la presenza dell’apparato militare nella gestione del dissenso interno. Il precedente non si valuta sui tre mesi annunciati. Le misure temporanee possono diventare permanenti e ridefinire nella prassi il rapporto tra sicurezza e libertà. Scrive Bobbio ne Il futuro della democrazia: «L’unico modo d’intendersi quando si parla di democrazia […] è di considerarla caratterizzata da un insieme di regole […] che stabiliscono chi è autorizzato a prendere le decisioni collettive e con quali procedure» (Einaudi, 1984, p. 4). Decisiva non è dunque l’efficacia dichiarata di una misura, ma la sua compatibilità con le regole che delimitano i poteri statali. L’emergenza non può farsi scorciatoia per alterare equilibri e garanzie senza adeguato controllo democratico.  La Costituzione non è un ostacolo alla sicurezza Gli artt. 17 e 21 garantiscono la libertà di riunione e di manifestazione del pensiero. Non sono concessioni dello Stato né diritti subordinati a convenienze economiche o commerciali: sono condizioni della partecipazione democratica. L’art. 52 prescrive che l’ordinamento delle Forze armate si informi allo spirito democratico della Repubblica. La Costituzione affida, inoltre, ad autorità civili e magistratura responsabilità e garanzie specifiche nella gestione della sicurezza e dei poteri coercitivi. La memoria storica impone prudenza. La militarizzazione dell’ordine pubblico e l’uso degli apparati coercitivi contro il conflitto sociale appartengono a una storia che la Repubblica ha inteso superare. I fatti di Milano del 1898, quando il generale Bava Beccaris impiegò l’artiglieria contro la popolazione, mostrano gli esiti della sovrapposizione tra potere militare e gestione delle tensioni civili. Ogni misura va valutata nel contenuto, nei presupposti e nelle garanzie, ma l’emergenza non può diventare giustificazione permanente. Il decreto-legge richiede, ex art. 77, straordinari presupposti di necessità e urgenza. Una modifica strutturale dell’equilibrio tra apparati militari, polizia giudiziaria e libertà fondamentali esige un confronto parlamentare adeguato e un rigoroso controllo di costituzionalità. AURELIO ANGELINI, ITALIALIBERA.ONLINE,  LA SICUREZZA COME DISPOSITIVO DI RESTRIZIONE DELLE LIBERTÀ: «L’INOCULAZIONE “OMEOPATICA” DI AUTORITARISMO» _____   > COME SI CREA UN “PROBLEMA” PER NON RISOLVERE I VERI PROBLEMI L’intera questione sociale, con le sue seccanti implicazioni economiche, si è lasciata rappresentare da qualche ragazzo incappucciato. Una semplificazione di straordinaria efficacia. Seguiamone per un attimo i passaggi: il governo aveva davanti a sé un problema che richiedeva di discutere la distribuzione della ricchezza, l’impoverimento del lavoro salariato, il progressivo assoggettamento delle città alla rendita immobiliare, i tagli massicci al welfare per destinare le risorse agli armamenti, la questione della sua complicità con il genocidio, una protesta pressante al Sud Italia dove nei supermercati gli scaffali sono vuoti e i benzinai hanno quasi finito la benzina. E poi che succede? Dopo gli scontri e le vetrine rotte disponeva di qualcosa di immensamente più maneggevole. Un colpevole. La psicoanalisi conosce da tempo questo espediente, attraverso il quale un gruppo deposita su un proprio membro gli elementi intollerabili della sua esperienza collettiva. L’identificazione proiettiva, di cui parlavo sopra, consente di pensare una relazione nella quale ciò che viene espulso dalla rappresentazione di sé trova un depositario esterno. Applicata alla nostra rispettabilissima famiglia nazionale, l’operazione assume una certa magnificenza. Una società organizzata intorno alla competizione economica, capace di imporre privazioni durature a milioni di persone e di considerare la coercizione una funzione ordinaria del governo, scopre improvvisamente di essere minacciata dalla violenza. La riconosce con impressionante sicurezza nel ragazzo che ha danneggiato una vetrina. Tutta la propria aggressività istituzionale, esercitata attraverso la violenza coercitiva e i pieni poteri di polizia e di repressione, può così presentarsi sotto le sembianze della responsabilità, mentre quella degli esclusi viene isolata come la “vera” violenza. Pensiamo alla perfezione di questo procedimento. Seguiamone anche qui – ne citiamo soltanto alcuni [ndr]– i passaggi chiave: impoverimento prodotto da scelte economiche? Una necessità di bilancio… “ce lo chiede l’Europa”; perdita di una casa o l’impossibilità di pagare un affitto… incapacità dell’individuo di competere sul mercato; espulsione di intere fasce sociali dal centro urbano…“riqualificazione”; precarietà lavorativa? Si chiama «flessibilità»… senza pretendere nulla; salari che non consentono di arrivare alla fine del mese?… problema di «produttività» e «competitività»; progressiva impossibilità di accedere tempestivamente alle cure mediche?… questione di «razionalizzazione della spesa sanitaria»; sfruttamento dei lavoratori immigrati, necessari all’economia e spesso esposti al ricatto del permesso di soggiorno?… Una questione di «gestione dei flussi migratori». La protesta contro queste condizioni, soprattutto quando interrompe la circolazione delle merci (scioperi o blocchi) o il regolare svolgimento degli affari? Finalmente abbiamo una «minaccia all’ordine pubblico». E finalmente la violenza ha trovato un autore riconoscibile e la Repubblica può convocare la polizia. Se qualcuno dà un calcio alla porta e rompe il vetro, o danneggia una boutique, emerge in tutta la sua forza la “questione morale” che non è emersa per i punti sopracitati. Assistiamo a questo spostamento, attraverso il quale la violenza acquista finalmente un volto riconoscibile. Così lo Stato può contemplare la propria innocenza/sanità nel vetro che qualcuno ha appena mandato in pezzi. LAVINIA MARCHETTI, IL “PAZIENTE DESIGNATO”(DAL GOVERNO) Toni Casano
October 23, 2026
Pressenza
Le infografiche che illustrano l’inchiesta sulla hasbara nel quarto potere degli USA
LA SERIE DI ‘PANNELLI’ COMPOSTI DAI GRAFICI DEL TEAM VISUALIZING PALESTINA SINTETIZZA LE INFORMAZIONI ELABORATE DALLE REPORTER DI PRISM, MEDIA E MEDIA-SERVICE INDIPENDENTE FEMMINILE MULTIETNICO. Ogni infografica mostra – e dimostra – come negli USA le notizie sulla persecuzione dei palestinesi siano filtrate o manipolate: quelle divulgate da uffici e agenzie stampa filo-sionisti sono pubblicate e divulgate; quelle con materiali e dati che documentano vessazioni,  prevaricazioni,  apartheid e genocidio invece vengono ‘bloccate’ da un sistema di ostruzioni molto efficace… … una barriera che si può, e deve, riuscire ad abbattere, perciò serve sapere e capire come ‘funzioni’. LA HASBARA NEL MONDO DEI MEDIA ‘MADE IN USA’ Da sempre, ma recentemente di più e anche più esplicite, tante subdole pressioni e coercizioni impediscono a redattori, corrispondenti e collaboratori che lavorano in e con i quotidiani e periodici main-stream statunitensi di pubblicare reportage contenenti informazioni sulle violazioni dei diritti umani ordite e perpetrate dai coloni sionisti e dai governanti e militari israeliani e sui crimini di guerra pianificati e compiuti dalle forze armate dello stato israeliano. Così nell’opinione pubblica americana si sono formate idee e consolidate convinzioni basate su fake-news – cioè su delle versioni dei fatti mendaci e mistificatorie, plasmate ad arte per accreditare tesi e ideologie demagogiche – divulgate mediante la hasbara, una parola ebraica che letteralmente significa ‘spiegazione’ e recentemente usata per indicare il sistema di strategie e tattiche della propaganda dei sionisti israeliani. Ovviamente questa “sofisticata architettura narrativa” [Hasbara: l’arte della narrazione strategica israeliana – ISLA / 8 settembre 2025] ha uno scopo… il ‘fine’ perseguito in molti modi, anche mediante ogni media, con tanti ‘mezzi’, anche non leciti – che è: ‘giustificare’ l’efferatezza di interventi, azioni e operazioni delle forze armate e forze dell’ordine di Israele contro i palestinesi abitanti nella Striscia di Gaza, nei territori in Cisgiordania, a Gerusalemme… nelle terre dal fiume (Giordano) al mare (Mediterraneo). Nel 2011 sulla rivista scientifico-accademica Israel Studies edita dall’Indiana University Press e sponsorizzata dal Ben-Gurion Research Institute for the Study of Israel and Zionism della Ben-Gurion University di Negev e dal Schusterman Center for Israel Studies della Brandeis University, un ateneo privato del Massachusetts, è stata pubblicata la ricerca – intitolata “Palestine’s Best”: The Jewish Agency’s Press Relations, 1946-1947  – in cui l’autore – Giora Goodman, docente al e direttore del Dipartimento di studi multidisciplinari del Kinneret College sito sulle rive del Mar di Galilea – trattava per la prima volta nella storia un argomento oggi ‘scottante’… Questo pioneristico saggio storiografico esamina come sia stata costruita la Jewish Agency (Agenzia Ebraica), cioè la ‘macchina propagandistica’ dai sionisti “in Palestina e all’estero durante i due anni cruciali che hanno preceduto la fondazione dello Stato di Israele”, ovvero negli anni immediatamente successivi alla fine della seconda guerra mondiale e dell’olocausto. Fino al 2011 – l’anno della primavera araba e scandito da “mutamenti politici e culturali, da global revolution, da tragedie naturali sconfinate,… e da grandi eventi mediatici” [Fanpage, 30 dicembre 2011] – nessuno aveva mai affrontato questo argomento. Perché? Chi non è esperto di storia dei mass-media e sociologia della comunicazione non lo può sapere. Chi non conosce (bene) la storia di Israele e degli Stati Uniti non può capire (bene!!!) le dinamiche del presente nel mondo dei media della nazione mediorientale e della super-potenza americana e ‘occidentale’, e di riflesso di tutto il mondo. Chi invece è un giornalista – cronista, editorialista o redattore – o un pubblicista professionista, oppure un mediattivista, blogger o influencer… deve saperlo e capirlo. Chi lavora od opera nei media deve – e non può non avere – conoscenza di cosa siano e come agiscano le ‘agenzie’ di muckraking (giornalismo scandalistico), quali ‘trucchi’ retorici, ovvero sofismi e demagogie, usano per far ‘esplodere’ o attizzare scandali e polemiche che fomentano rabbia, odio e fanatismi, per convincere tante persone a pensare ciò che altrimenti ciascuna non concepirebbe (bias cognitivi), per far ‘credere, obbedire e combattere’ facendo sembrare verosimili le falsità e, così, ritenere false le verità,… per far propaganda politica. Chi lavora nelle stanze – reali o virtuali – del quarto potere deve conoscere e sempre ricordare gli studi, e ammonimenti, degli statunitensi John Dewey («la società è comunicazione») e Walter Lippmann (primo ad analizzare a fondo il fenomeno del giornalismo scandalistico e nel 1922 autore di L’opinione pubblica – «La creazione del consenso non è un’arte nuova… La persuasione è diventata un’arte… la conoscenza dei modi per creare il consenso altererà tutti i calcoli politici e modificherà tutte le premesse politiche»), dell’anglista e sociologo canadese Herbert Marshall McLuhan («il medium è il messaggio»), del cosmopolita – che si dichiarava un ‘marrano’ – Edgar Nahoum noto con lo pseudonimo ‘Morin‘ (vedi bibliografia) e, oltre a leggere (bene!!!) tutto il testo, rammentare quando, come e perché – ebrea tedesca, allora cittadina statunitense e in quel periodo inviata in Israele come reporter corrispondente del settimanale The New Yorker – Johanna ‘Hannah‘ Arendt scrisse La banalità del male (Eichmann in Jerusalem – A Report on the Banality of Evil), un libro oggi tanto attuale. Eppure finalità, caratteristiche e funzionamento dell’Agenzia Ebraica sono stati ignorati fino al 2011 e, sebbene il 7 ottobre 2023 la ‘macchina’ della propaganda sionista fosse già in moto, oggi – dopo tre anni dall’inizio dell’assedio della Striscia di Gaza, oltre che tanti – ma non tutti – israeliani e alcuni – non tutti – potenti, che cosa sia la hasbara lo sanno solo i palestinesi e chi si indigna delle atrocità a loro inferte e per la spietatezza dei loro carnefici e si erge in loro difesa ed oppone al loro sterminio, un genocidio. A chi vuole assolvere i responsabili o complici dei crimini di guerra e dei crimini contro l’umanità di cui sono vittime i palestinesi… la hasbara fornisce tanti ‘strumenti’ e ‘attrezzi’ con cui fare in modo che la gente creda che “A Gaza non c’è la carestia. Le foto dei bambini denutriti sono manipolate o mostrano gli effetti di malattie rare. Tutti i giornalisti di Gaza (solo palestinesi, poiché Israele vieta l’ingresso alla stampa) sono al soldo di Hamas. I terroristi fanno incetta del cibo e banchettano nei tunnel. I tredicimila dipendenti dell’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi (UNRWA) sono tutti membri di Hamas. Negli ospedali di Gaza si nascondono i terroristi. I medici sono terroristi. Gli infermieri sono terroristi. Il numero delle vittime civili a Gaza, in proporzione ai combattenti uccisi, è inferiore a quello di altre guerre” [Anna Maria Brogi – Cos’è la “hasbara” e come Israele sta combattendo una guerra parallela sul web / Avvenire, 7 settembre 2025]. «I’M SO DEHUMANIZED» Il titolo della pagina online dal 9 settembre scorso in cui Prism presenta il reportage e le infografiche elaborate da Visualizing Palestine che lo illustrano cita la frase detta da Nadia, una giornalista specializzata in cronaca locale. In specifico, Nadia si occupa di vicende e questioni inerenti alla vita quotidiana delle comunità etniche che popolano il Northeast, la macro-zona che si estende negli stati del cosiddetto New England – primi insediamenti coloniali inglesi (Connecticut, Maine, Massachusetts, New Hampshire, Rhode Island e Vermont) e altre ex-colonie sulla ‘costa orientale’, o atlantica (New Jersey, New York e Pennsylvania, inoltre Delaware, Maryland e Virginia del Nord) – e nell’area metropolitana di Washington, il District of Columbia. Nadia quindi conosce bene la realtà dei territori abitati, oltre che dai nativi delle etnie, o tribù, Wampanoag, Mohegan (moichani), Pequot, Narragansett e Penobscot e delle Six Nations della Iroquois Confederacy (irochesi) che popolano soprattutto le Woodlands (territori boschivi), da molti immigrati e tanti esuli di varie origini e ‘generazioni’, tra cui numerosi ebrei fuggiti dall’Europa soggiogata al nazifascismo e palestinesi scappati da Israele… Le testimonianze della giornalista che vive e lavora in questa realtà e dei 5 suoi colleghi di altre testate intervistati dalle reporter di Prism e l’indagine sui 44 casi di retaliation (repressione) rilevati e riscontrati dall’associazione sindacale di giornalisti, cronisti, editorialisti e pubblicisti – National Writers Union (NWA) – dal 7 ottobre 2023 fino al febbraio 2024 [Retaliation in the media industry during the war on Gaza], documentano tanti fatti inconfutabili, alcuni eclatanti, apparentemente singolari o eccezionali, invece non straordinari, bensì consueti, nell’insieme tutti collegati l’uno all’altro e ciascuno una tattica connessa a una strategia, la hasbara. * PRISM – ‘I’m so dehumanized’: Journalists say U.S. newsrooms treat Palestine with fear and contempt * VISUALIZING PALESTINE – What Happens to Stories About Palestine in U.S. Newsrooms     Maddalena Brunasti
October 22, 2026
Pressenza
Le ’Radici del Sindacato-CGIL’: «Quelle dovrebbero essere le nostre piazze»
Pubblichiamo il comunicato firmato da Eliana Como, Luca Scacchi, Antonella Stasi, Augustin Breda, Simone Grisa, Aljosha Stramazzo, Delia Fratucelli, tutti dirigenti di “Radici del sindacato negli organismi nazionali CGIL”, l’attuale componente della sinistra confederale della storica organizzazione dei lavoratori italiani. Una presa di posizione che farà molto discutere, un contributo che – come analogamente ha sostenuto ieri sera anche il filosofo Massimo Cacciari nel corso di un famoso Talk Show serale – finalmente ci dovrebbe portare ad aprire un grande dibattito sulla crisi che sta attraversando la società contemporanea: è giunto il momento di interrogarci sulle scellerate scelte compiute dal ceto politico globale. Pertanto scrivono i sindacalisti: «No, non prendiamo le distanze. Dovremmo provare a stare con loro, non contro di loro. Guardarli, riconoscerli, parlarci. Discutere e litigarci, se serve, ma in quelle piazze. Proteggerli come fanno i professori e i sindacati in Francia». In sostana bisogna analizzare il malessere sociale, comprenderne le dinamiche e risolvere le cause della emarginazione giovanile[accì] __________ La violenza è oramai quotidiana in questa società. Nelle povertà delle periferie e nelle emarginazioni dei pregiudizi. In una crisi climatica indotta da questo modo di produzione che oramai travolge tutti/e con eventi estremi. In una competizione economica che diventa sempre più contrapposizione tra paesi e quindi guerra. Nelle barbarie del genocidio di Gaza e nel silenzio del mondo che lascia fare. Nelle diseguaglianze e nelle disperanze di un sistema contro cui i ragazzi e le ragazze si ribellano. La violenza è nell’escludere e nel tenere ai margini chi non ha altra scelta che ribellarsi. Milano, Torino, Bologna e le altre città, nonostante governi di colore diverso da quello nazionale, in questi anni hanno costruito grattacieli, cercato turisti, moltiplicato i B&B, lucidato vetrine e accompagnato speculazioni, emarginando progressivamente in periferie e suburbi studenti e studentesse, lavoratori e lavoratrici, pensionati e pensionate. Chi non ha il reddito sufficiente per tanto luccichio. A Torino una ricerca internazionale mostra che la speranza di vita cala di tre mesi ad ogni fermata di tram verso la periferia, in modo lineare e continuo. A Milano, Bologna e le altre città, non è diverso. Anche questa è violenza. Pervasiva e continua, cronica e devastante. Gli scontri in strada e i saccheggi sono usati come alibi di questa violenza, per continuare a riprodurla senza contestazioni. Non possiamo ogni volta dimenticarlo. Meloni pretende la presa di distanza dalle «violenze», dopo anni di decreti su Rave, Caivano e Sicurezza, in cui ha cercato solo la repressione. Meloni pretende la presa di distanza dalle «violenze», ma ancora non solleva un sopracciglio di fronte ad Israele. Un governo che calpesta quotidianamente i trattati internazionali e tutela criminali come Netanyahu e Al-Masri perde ogni autorevolezza nel pretendere rispetto di norme e regole di convivenza civile che loro per primi ignorano. Quella delle migliaia di giovani in piazza in questi giorni non è violenza, ma esclusione, marginalità, rabbia e collera, che noi dovremmo ascoltare non giudicare. I cortei di sabato sono anche attivazione e partecipazione, cresciuta per ora isolata, invisibile e poco considerata fino a quando non è arrivata nelle piazze. Dovremmo provare a stare con loro, non contro di loro. Guardarli, riconoscerli, parlarci. Discutere e litigarci, se serve, ma in quelle piazze. Proteggerli come fanno i professori e i sindacati in Francia. Non prendere le distanze, solidarizzare con chi li reprime e li arresta, manifestare con partiti e giunte che hanno contribuito a produrre questa condizione sociale. Redazione Italia
October 20, 2026
Pressenza
Giulia Di Rocco alla Fiera ‘Didacta Italia’ – Abruzzo: la prima donna Rom italiana a partecipare come relatrice
“UN TRAGUARDO STORICO E DI ALTO VALORE SOCIALE E CULTURALE SEGNA L’EDIZIONE ABRUZZESE DEL PIÙ IMPORTANTE APPUNTAMENTO FIERISTICO NAZIONALE DEDICATO ALL’INNOVAZIONE SCOLASTICA E ALLA DIDATTICA”, ANNUNCIA L’ASSOCIAZIONE AMICI DI ZEFFERINO, CHE COMUNICA: > Venerdì 23 ottobre presso il polo fieristico di Lanciano a partire dalle ore > 16:50 all’interno del ricco programma di eventi e convegni prenderà la parola > Giulia Di Rocco, attivista per i diritti umani, giurista e figura di spicco > delle comunità Rom, assistente legale mediatrice culturale e membro del Forum > istituito dall’UNAR (Ufficio Nazionale Anti Discriminazione) presso il > Ministero delle Pari Opportunità, inoltre presidente della Commissione per > l’inclusione presso la Provincia di Teramo, della Romanì Kriss e > dell’associazione Amici di Zefferino. > > La sua presenza riveste un significato di straordinaria rilevanza: è infatti > la prima volta nella storia della manifestazione che una donna Rom italiana > partecipa in qualità di relatrice, portando la propria voce, le proprie > competenze e un contributo fondamentale sui temi dell’inclusione, dei diritti > e della cittadinanza attiva nel mondo della scuola. > > La partecipazione di Giulia Di Rocco a Didacta Abruzzo rappresenta > un’occasione preziosa di crescita e riflessione per l’intera comunità > educante. Attraverso il suo intervento, si intende stimolare il dibattito sul > ruolo cruciale dell’istruzione e della formazione come leve indispensabili per > superare stereotipi, discriminazioni e barriere culturali, promuovendo una > scuola sempre più aperta, plurale e accessibile a tutti. > > La presenza di una personalità di tale calibro a Lanciano conferma la fiera > non solo come vetrina di eccellenze tecnologiche e metodologiche per la > didattica, ma anche come uno spazio di confronto civile sui grandi temi > dell’uguaglianza e dei diritti fondamentali sanciti dalla Costituzione. Redazione Italia
October 20, 2026
Pressenza
Palestina. Taybeh è ancora sotto l’attacco dei coloni
Per il quarto anno consecutivo i contadini di Taybeh non potranno usufruire del loro raccolto di olive, in quanto l’accesso ai campi è impedito dai coloni, che distruggono tutti gli alberi, picchiano chi tenta di raggiungere i propri terreni e rubano i prodotti del lavoro dei palestinesi. Dal 7 ottobre 2023 Taybeh è sotto attacco da parte dei coloni integralisti israeliani che vivono negli insediamenti illegali costruiti in Cisgiordania. Attacchi notturni, incendi alle case, ai prodotti agricoli, compresi gli uliveti secolari dei palestinesi. I coloni accompagnati e protetti dai soldati dell’esercito dello Stato israeliano attaccano villaggi e città palestinesi in tutta la Cisgiordania, senza risparmiare nessuno. Il terrore, la paura, l’insicurezza sono oramai dominanti a Taybeh, dove i coloni stanno cercando di spingere la popolazione ad andarsene per impossessarsi del territorio. Il 10 agosto 2026 Taybeh è stata dichiarata dall’esercito israeliano zona militare chiusa a tutti coloro che non sono residenti con avvisi in arabo e in ebraico. Le istituzioni e i cittadini chiamano l’IDF, chiedendo di intervenire e di allontanare i coloni, ma non accade nulla  e anche se arrivano aiutano i coloni nelle loro scorribande. Il 70% degli appezzamenti di terreni coltivati sono oramai controllati dai coloni. Agli abitanti di Taybeh viene detto che debbono chiedere il permesso agli uffici dell’Amministrazione Civile Israeliana per raccogliere le olive e andare nel loro campi . In due paesi vicino a Taybeh, le istituzioni hanno seguito il percorso indicato dall’ufficio di collegamento, che è l’ufficio dell’Amministrazione Civile Israeliana, con il risultato di vedere arrivare i coloni che hanno iniziato a colpire la gente e hanno preso il raccolto, mentre i soldati non hanno fatto nulla per impedire o bloccare questa violenza. Sabato 17 ottobre, una delegazione di diplomatici francesi, belgi e polacchi, assieme al sindaco della cittadina francese Aulnoye-Aymeries hanno fatto visita a Taybeh nell’occasione dell’inizio della stagione della raccolta degli olive. Fra l’altro Taybeh ha stipulato un gemellaggio con Aulnoye-Aymeries, ribadendo che “Taybeh rappresenta la presenza cristiana in Palestina.” I componenti della delegazione internazionale franco-belga sono stati attaccati da un gruppo di coloni incappucciati, che hanno aggredito il sindaco francese e rotto i vetri delle macchine della delegazione belga, obbligando tutti a esibire i loro documenti. L’umiliazione patita dalla delegazione serve certamente a mandare un segnale alle diplomazie internazionali, in modo che Taybeh non venga abbandonata al suo destino. Nello stesso giorno i coloni hanno colpito un giovane del paese, aprendogli una ferita profonda alla testa, e non hanno risparmiato nemmeno una signora di 74 anni, che è stata picchiata duramente. Dal 2023 sono 17 le famiglie che hanno scelto di andare via da Taybeh, perché la vita è diventata impossibile. Taybeh è circondata da 5 check point, un check point ogni km. In Cisgiordania ci sono 1.350 sbarre di ferro, poste all’ingresso e uscita dei villaggi, in modo da sigillarli di notte impedendo il passaggio dei suoi abitanti. Qualsiasi necessità viene impedita, le ambulanze non possono raggiungere i paesi, gli abitanti non possono accedere agli ospedali. Qualche giorno fa, uomo ha avuto un infarto e l’ambulanza non ha potuto soccorrerlo, mentre una donna ha partorito al check point perché i soldati non hanno voluto aprire la porta per farla passare. Il lavoro non esiste, la gente non ha nessun reddito, la disoccupazione è oltre il 32% e chi lavora non riceve il suo stipendio, la gente è disperata perché non sa come andare avanti. La popolazione è allo stremo sia materialmente che psicologicamente. I coloni hanno messo le basi per altri 4 nuovi insediamenti sul terreno di Taybeh, cosa che di fatto soffocherà il paese provocando un nuovo esodo. Taybeh non sarà abbandonata al suo destino, anzi al contrario diverse municipalità italiane sono già al lavoro per firmare patti di amicizia e di gemellaggio, soprattutto in Emilia Romagna.   Milad Jubran Basir
October 20, 2026
Pressenza
Dalle periferie alle piazze: la rabbia sociale rompe gli argini della repressione
Migliaia di giovani in piazza contro carovita, salari da fame, guerra e politiche del governo Meloni. Da Milano a Bologna e Torino, cariche e lacrimogeni contro una mobilitazione che rifiuta la divisione tra manifestanti buoni e cattivi Le immagini dei blindati della polizia che attraversano piazza Duomo a Milano, dei reparti antisommossa impegnati in ripetute cariche, degli idranti schierati a Bologna e dei lacrimogeni lanciati nelle strade di Torino raccontano qualcosa che va ben oltre l’ennesima giornata di scontri. Sabato 17 ottobre migliaia di giovani hanno occupato le piazze di numerose città italiane per protestare contro il carovita, i salari insufficienti, gli affitti insostenibili e il peggioramento delle condizioni materiali di esistenza. Una mobilitazione nata prevalentemente attraverso gruppi Telegram e WhatsApp, senza una struttura organizzativa tradizionale, che ha portato nelle strade una generazione spesso descritta come disinteressata alla politica e incapace di mobilitarsi collettivamente. A Milano, secondo le stime circolate tra gli organizzatori, oltre seimila persone hanno raggiunto piazza Duomo. A Bologna e Torino i cortei hanno raccolto migliaia di partecipanti, a Brescia circa tremila, mentre manifestazioni e presidi si sono svolti anche a Bergamo e in altre città. Numeri che assumono un significato particolare perché non sono il risultato della convocazione dei grandi partiti o delle organizzazioni sindacali, ma di un appello spontaneo, Italia in piazza, inizialmente considerato poco più di un esperimento nato sui social. Eppure quell’appello ha intercettato una disponibilità alla mobilitazione che evidentemente esisteva già, alimentata dall’impoverimento, dalla precarietà e dalla crescente distanza tra le condizioni reali della popolazione e la rappresentazione rassicurante offerta dal governo. Le piazze del 17 ottobre arrivano inoltre all’indomani di una significativa giornata di sciopero studentesco, con manifestazioni in decine di città contro il definanziamento dell’istruzione, la militarizzazione delle scuole, il carovita e le politiche del ministro Valditara. La continuità tra queste mobilitazioni non è soltanto generazionale. A unirle è la percezione che le condizioni di vita e le possibilità di futuro siano progressivamente peggiorate, mentre le risposte delle istituzioni si concentrano sulla disciplina, sul controllo e sulla repressione delle forme di contestazione.   […] DALLA FRANCIA ALL’ITALIA, UNA CRISI CHE ATTRAVERSA I CONFINI Le mobilitazioni italiane si collocano in un contesto europeo segnato da proteste contro il carovita, le disuguaglianze e le politiche governative. In Francia, nelle ultime settimane, studenti e lavoratori hanno dato vita a manifestazioni, blocchi e scioperi, denunciando il deterioramento dei servizi pubblici e le condizioni del sistema scolastico. Anche lì il confronto con le forze dell’ordine è stato particolarmente duro, con episodi di repressione che hanno suscitato forti polemiche e hanno contribuito ad alimentare ulteriormente la mobilitazione. Le proteste francesi hanno messo in evidenza come la questione giovanile non possa essere separata dalle trasformazioni del lavoro, dalla crisi dei servizi pubblici e dalla crescente segregazione sociale del sistema educativo. Le occupazioni e i blocchi dei licei, così come gli scioperi e le manifestazioni nelle città, esprimono un rifiuto delle politiche che scaricano sulle classi popolari i costi della crisi e restringono le possibilità di accesso all’istruzione e alla mobilità sociale. Non è possibile stabilire quanto le immagini provenienti dalle piazze francesi abbiano influenzato direttamente i giovani italiani. È però evidente che quelle mobilitazioni contribuiscono a costruire un immaginario condiviso, nel quale la protesta collettiva torna a essere percepita come una possibilità concreta di intervento sulla realtà. Le immagini delle barricate, degli scontri e delle cariche non sono soltanto rappresentazioni spettacolari del conflitto, ma entrano in un circuito di comunicazione attraverso il quale giovani di paesi differenti riconoscono problemi e condizioni materiali simili. Il dato politicamente più interessante è la contemporaneità di fenomeni che presentano caratteristiche differenti ma interrogano problemi comuni: precarietà, impoverimento, crisi della rappresentanza, riduzione degli spazi di partecipazione e crescente centralità degli apparati coercitivi nella gestione del conflitto. In questo quadro, la solidarietà con il popolo palestinese e la contestazione delle politiche di guerra e riarmo rappresentano ulteriori elementi di collegamento tra mobilitazioni che non si esauriscono nelle rispettive dimensioni nazionali.   OLTRE LA DIVISIONE TRA BUONI E CATTIVI Le piazze del 17 ottobre non possono essere considerate automaticamente l’inizio di un nuovo ciclo di mobilitazioni. Una giornata, per quanto partecipata e conflittuale, non basta a dimostrare l’esistenza di un movimento capace di durare nel tempo. La spontaneità può rappresentare una risorsa importante, ma pone anche problemi di continuità, organizzazione e definizione degli obiettivi. Sarebbe tuttavia altrettanto sbagliato sottovalutare ciò che è accaduto, riducendolo a un’esplosione momentanea di rabbia o a una sequenza di episodi di ordine pubblico. Ciò che emerge è una disponibilità alla partecipazione che smentisce la rappresentazione di una società completamente rassegnata. La presenza di migliaia di giovani, molti dei quali estranei alle forme tradizionali della militanza, indica che esistono energie sociali e domande politiche non intercettate dai canali istituzionali. Non si tratta semplicemente di un disagio generazionale, ma dell’emersione di contraddizioni materiali che attraversano il lavoro, l’abitare, l’istruzione e l’accesso ai servizi, colpendo in modo particolare le fasce più giovani e meno tutelate della popolazione. La possibilità che queste mobilitazioni trovino continuità dipenderà dalla capacità di collegare le rivendicazioni sul costo della vita con quelle sul lavoro, sulla casa, sulla scuola, sulla sanità e sulle politiche di guerra e riarmo. Dipenderà anche dalla possibilità di costruire rapporti tra soggetti differenti, senza cancellarne le specificità e senza ridurre il confronto politico a una disputa sulle forme della protesta. L’incontro tra studenti, giovani delle periferie, lavoratori precari, migranti e movimenti sociali può rappresentare un terreno importante di ricomposizione, a condizione che le differenze non vengano negate e che le rivendicazioni trovino una prospettiva comune. Rifiutare la divisione moralistica tra manifestanti buoni e cattivi significa anzitutto rifiutare che quella distinzione diventi uno strumento per delegittimare intere mobilitazioni. Significa mantenere al centro le cause sociali del conflitto, pretendere l’accertamento delle responsabilità individuali e contrastare ogni tentativo di trasformare il dissenso in una condizione permanente di sospetto. La solidarietà con chi manifesta non può essere subordinata all’adesione a un modello di protesta preventivamente approvato dalle istituzioni, così come la critica alla repressione non richiede di negare l’esistenza di comportamenti differenti all’interno delle piazze. Le manifestazioni del 17 ottobre pongono quindi una questione che riguarda l’intero Paese. Se le condizioni materiali continuano a peggiorare, se i salari perdono potere d’acquisto, se la casa diventa un privilegio, se i servizi pubblici vengono impoveriti e se la risposta istituzionale privilegia gli strumenti repressivi, il conflitto sociale non può essere considerato un’anomalia da eliminare. È una conseguenza delle contraddizioni che attraversano la società e della difficoltà delle istituzioni di offrire risposte credibili. Il governo Meloni continua a investire politicamente sulla sicurezza e sull’inasprimento delle misure penali, ma la repressione non può sostituire una politica sociale. Le cariche non riducono il costo degli affitti, i lacrimogeni non aumentano i salari, i fermi non migliorano la scuola e la sanità. La questione non è prevedere se la rabbia esplosa nelle piazze continuerà nelle prossime settimane, ma riconoscere che le ragioni che l’hanno prodotta rimangono tutte aperte. Il seguito non è scritto. Ma una cosa emerge già con chiarezza: non sarà sufficiente raccontare gli scontri per comprendere ciò che sta accadendo. Occorrerà guardare alle condizioni sociali che hanno portato migliaia di persone nelle strade, alle responsabilità politiche che hanno contribuito a produrle e alle scelte repressive che rischiano di aggravare ulteriormente il conflitto. È su questo terreno, e non sulla contrapposizione artificiale tra manifestanti accettabili e manifestanti da isolare, che si gioca la possibilità di costruire una risposta collettiva all’impoverimento, alla guerra e alla progressiva restrizione degli spazi democratici. VERSIONE RIDOTTA Osservatorio Repressione
October 19, 2026
Pressenza
Milano, piazza Duomo. Prima di tutto capire
16 giugno 2025, 17 ottobre 2026: dopo oltre 16 mesi di presenza in piazza Duomo per la Palestina, per la prima volta non abbiamo potuto disporci come abbiamo sempre fatto. Piazza Duomo e dintorni erano impraticabili e tirar fuori delle bandiere palestinesi sarebbe stato del tutto controproducente. Siamo arrivati poco prima delle 18 come facciamo tutti i giorni. La sorpresa è stata per tutti e tutte noi. Personalmente sono arrivato da piazza Scala, dalla Galleria, e mi sono ritrovato una carica della polizia che entrava in Galleria, con la gente, un misto di turisti e ragazzi che mi arrivavano addosso. Arrivato in piazza sono andato nel punto dove sempre ci raccogliamo per essere visibili. La piazza era svuotata, vicino a me andavano e venivano ragazzini, tutti vestiti di nero, quasi tutti maschi, dall’aspetto in gran parte di “seconda generazione”. Lanciavano pietre, dall’altra parte cariche che difficilmente li raggiungevano. I ragazzini scappavano via per poi tornare avanti. Tutto intorno alla piazza passanti e turisti mediamente incuriositi dall’assistere a quello che stava avvenendo. Direi che i momenti più pericolosi erano quando la folla indistinta scappava via rischiando di fare e farsi male. I ragazzi erano sicuramente i più veloci e sembrava davvero di assistere ad un gioco del gatto col topo, dove i topi erano tanti, sparpagliati e velocissimi. Non sapevo nulla del corteo avvenuto prima, non sapevo come fosse iniziato il tutto, pare che la pessima gestione della piazza da parte della polizia sia iniziata lì, certo questi ragazzi che erano parte del corteo non sono corsi a casa a cambiarsi di vestito. Dico quindi le mie impressioni, del tutto soggettive, rispetto a quello a cui ho assistito con i miei occhi e con la mia gola che ha più volte sofferto per i tanti lacrimogeni. C’è di fondo la rabbia in questi ragazzi, ma ho visto anche tanta eccitazione e divertimento in quello che facevano. Erano gruppi di amici, che si muovevano a gruppetti, chiamandosi per nome, con la voglia di trovare qualsiasi cosa che si potesse lanciare. Noi della piazza quotidiana, eravamo raccolti vicini alle colonne, altri sparsi altrove. Attoniti, ma le nostre “storie in piazza” facevano sì che non si fosse spaventati. Si cercava di capire. In me, la sete di sapere e di capire si mescolava alla tristezza. Una cosa è certa: questi ragazzi hanno diritto a spazi sociali e di aggregazione, le periferie sono abbandonate, a disagio si somma disagio, case popolari decrepite, scuole fatiscenti, solo centri commerciali dove si è vittime e promotori di un consumismo asfissiante. Da parte nostra dovremo cercare le occasioni per conoscerli meglio, ascoltarli e discutere insieme. La speranza è che cresca il loro livello di coscienza, che non siano manipolati, che non si facciano male, che ragionino sul da farsi e trovino un percorso che evolva e non si avviti su sé stesso per essere strumentalizzato, criminalizzato e represso. La strada la troveranno loro, noi per ora ci accontentiamo di tornare a disporci in piazza Duomo, come tutti i giorni. E da domani ancor più impegno per fermare al più presto possibile la follia delle spese militari, della corsa verso la guerra, dei tagli a tutte le spese sociali e ai redditi. Domenica: il giorno dopo. Passo tutta la giornata a confrontarmi con chi c’era ieri, per capire meglio, condividere pensieri. Guardare video, mettere insieme i pezzi, cercando di non scrivere fesserie. Ma prima di pubblicare torno in centro, con l’obiettivo di rimetterci in piazza con le nostre file, i nostri cartelli e le bandiere palestinesi. Arrivo in bici da Sud, già in via Torino si capisce che i ragazzi sono passati di là. Camionette, elicottero. Arrivo in piazza Duomo: fotocopia di ieri. Questa volta non c’è nessuna manifestazione, solo i tanti ragazzi, ancora più giovani, probabilmente anche i fratellini hanno chiesto di unirsi, alcuni avranno 12 o 13 anni. Non volano i sassi, ma per terra c’è di tutto e i lacrimogeni abbondano. Non ci si concentra solo in centro stavolta, ma in diverse vie, a raggiera a partire da piazza Duomo. Stavolta diverse vetrine vengono rotte, in diversi escono dai negozi a mani piene. La polizia rimbalza di qua e di là, ma arriva sempre dopo. Anche oggi è saltata la nostra presenza per la Palestina in piazza Duomo. La discussione tra noi in piazza e anche una volta tornati a casa, continua. Bisogna capire. Bisogna capire quello che sta succedendo. Andrea De Lotto
October 18, 2026
Pressenza