Il sistema di divieti che cancella le donne
Negli ultimi anni in Afghanistan si è assistito all’imposizione progressiva di
un sistema di restrizioni estremamente severe che colpiscono l’intera
popolazione, ma che sono rivolte in modo particolare a regolamentare ogni
aspetto della vita delle donne.
A prima vista, molti di questi divieti possono apparire casuali, incoerenti,
grotteschi, più frutto della demenza che della costruzione di un sistema
giuridico organico. In realtà, delineano con chiarezza l’idea che i Talebani
hanno della donna: un corpo-oggetto da sottrarre allo sguardo pubblico, da
isolare e tenere lontano dalla vita sociale perché ritenuto peccaminoso e
“impuro”. Un dispositivo ridotto a funzione biologica, contenitore della vita e
strumento per la riproduzione e la crescita della prole. Un serbatoio di carne,
forza ed energia da utilizzare a discrezione degli uomini, gli unici ai quali
viene riconosciuto il diritto a una vita pienamente umana, seppur regolata da
una lettura rigida e arcaica della Sharia e da un sistema interno di caste
imposto dal codice talebano.
Il 2 aprile 2026, le Nazioni Unite hanno pubblicato un’approfondita revisione
giuridica, elaborata congiuntamente dall’Office of the High Commissione for
Human Rights e da UN Women. Il documento, basato sulla Convention on the
Eliminazioni of All Forms of Discriminativo Against Women, analizza le misure
introdotte dalle autorità de facto afghane e il loro impatto su donne e ragazze.
L’analisi esamina sedici tra i principali provvedimenti adottati dal 2021: dal
divieto di istruzione secondaria e universitaria per le ragazze all’esclusione
dal lavoro, dall’obbligo di mahram per gli spostamenti alle limitazioni alla
libertà di movimento, dal codice di abbigliamento obbligatorio alle restrizioni
nell’accesso alla sanità. A queste si aggiungono il divieto o la forte
limitazione della partecipazione politica, la chiusura di spazi pubblici, le
restrizioni ai media e alla libertà di espressione femminile, le discriminazioni
nell’accesso alla giustizia, l’impunità per le violenze di genere, i limiti
all’attività delle ONG con personale femminile, l’esclusione dalla formazione
professionale, il controllo sulla vita privata e familiare, le restrizioni
economiche e, più in generale, un sistema strutturato di segregazione di genere.
Secondo il rapporto, l’insieme di queste misure configura una forma di
discriminazione sistemica e istituzionalizzata, in violazione diffusa degli
obblighi internazionali assunti dall’Afghanistan con la CEDAW.
La revisione è pensata come uno strumento operativo per governi e attori
internazionali, chiamati a valutare la conformità del Paese al diritto
internazionale e a monitorare eventuali evoluzioni future, anche alla luce del
dialogo diplomatico in corso con i talebani.
Auspichiamo che questo documento sia sufficiente a frenare le crescenti
tentazioni al riconoscimento del governo talebano e a spingere Stati e
istituzioni internazionali ad assumere una posizione più netta contro quello che
viene sempre più spesso definito un sistema di apartheid di genere.
Perché mentre si moltiplicano i segnali di apertura diplomatica e le pressioni
verso una normalizzazione dei rapporti con i talebani, il rischio è che questo
sistema venga progressivamente accettato, se non legittimato. Che la
cancellazione delle donne dallo spazio pubblico diventi un fatto compiuto,
assorbito nella realpolitik internazionale.
Qui l’articolo integrale con un elenco, parziale e non esaustivo, delle
restrizioni finora imposte, redatto con il contributo di un gruppo di rifugiati
e rifugiate afghani in Italia da qualche anno.
CISDA - Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane