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Mezz’ora
Il nostro essere nel (e al) mondo è un fatto difficile da scorporare dallo spazio che occupiamo e abitiamo. Un tetto stabile sulla… L'articolo Mezz’ora sembra essere il primo su L'INDISCRETO.
August 21, 2026
L'INDISCRETO
Morto Zhu Rongji, il liberalizzatore “dalle caratteristiche cinesi”
È morto il 12 agosto Zhu Rongji, ex-Primo Ministro della Cina, al cui nome sono legate le riforme economiche che hanno portato, a fine anni ’90, l’economia del paese ad assumere lo status di “economia di mercato”, consentendone l’ingresso nell’Organizzazione Mondiale del Commercio. Come quasi tutti i dirigenti della sua […] L'articolo Morto Zhu Rongji, il liberalizzatore “dalle caratteristiche cinesi” su Contropiano.
August 16, 2026
Contropiano
Grand hotel vista crisi
Mentre in piazza VIII Agosto si annuncia un albergo di lusso, gli affitti continuano a salire e la congiuntura abitativa è sempre più dura: un po' di numeri e un promemoria sui casi ex Beretta e viale Lenin.
ROMA: SPIN TIME, LA PROPRIETA’ RIFIUTA LA PROPOSTA DELL’AMMINISTRAZIONE COMUNALE. OGGI ASSEMBLEA ALLE ORE 17
Prosegue la mobilitazione degli e delle occupanti dello Spin Time Labs a Roma. E’ stata l’ottava notte di resistenza nelle tende ed in altri luoghi di accoglienza nonostante il caldo terribile che sta sfibrando le persone. Tanti artisti e tanta società civile continua a portare solidarietà. Ieri la proprietà ha comunicato che non intende accettare le proposte del Comune perché essendo un fondo speculativo ha la necessità di rispondere ai propri soci e di tutelare il  patrimonio immobiliare. Il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, ha comunicato che la proposta del Comune di acquisizione dell’immobile è lunga e durerebbe mesi «per questo avevamo proposto un accordo vincolante che ci permettesse di entrare subito, pagando il possesso e l’utilizzo dell’immobile, e di realizzare i lavori urgenti in un periodo massimo di due o tre mesi. Questo ci avrebbe consentito di ricollocare almeno 120 persone, un risultato importante soprattutto per i bambini». Ed è proprio questo accordo ponte che il fondo Investire Sgr ha rifiutato. Da lunedì le 120 famiglie saranno accolte altrove, il comune sta cercando soluzioni abitative alternative ma si perderebbe l’esperienza peculiare dello Spin Time, ricca di iniziative culturali, aggregative e di mutualismo. Oggi, venerdì 7 agosto, alle 17 davanti allo Spin Time ci sarà un’assemblea cittadina dei movimenti per decidere cosa fare. Da Roma la corrispondenza con Alfio Nicotra, di Un Ponte Per, tra le realtà capitoline che sostengono Spin Time. Ascolta o scarica  
August 7, 2026
Radio Onda d`Urto
Ceuta, la geografia della libertà di sognare
Voi avete mai abitato una prigione a cielo aperto? Quella di cui vi parlo è immensa. Ha il cielo stellato sopra la testa, l’oceano, il Mediterraneo, spiagge infinite, montagne, deserto, campagne, medine, palazzi antichi e vicoli intrecciati. Ha frutti dolcissimi, piatti speziati e profumati, città moderne e cantieri che sembrano […] L'articolo Ceuta, la geografia della libertà di sognare su Contropiano.
August 1, 2026
Contropiano
San Ferdinando, sgombero della tendopoli
Piana di Gioia Tauro – Il superamento dell’insediamento informale è una notizia attesa da anni. Restano però senza risposta questioni decisive per le condizioni di vita dei lavoratori braccianti: dove andranno le persone che le palazzine non potranno contenere, e con quali garanzie di lavoro, residenza e continuità di soggiorno? È iniziato il 29 luglio lo sgombero della tendopoli di San Ferdinando, nella Piana di Gioia Tauro. Circa cento persone lasceranno l’insediamento informale e una parte di loro sarà ricollocata nelle palazzine di Contrada Serricella, a Rosarno, costruite con fondi europei per l’immigrazione e rimaste per anni vuote in attesa di assegnazione. Il provvedimento dà attuazione ai decreti 228 e 238 del 6 e 23 marzo 2026, adottati nell’ambito del cosiddetto “Decreto Caivano” – convertito in legge il 13 novembre 2023 e presentato dal Governo Meloni come risposta al disagio giovanile e alla criminalità nelle periferie. La tendopoli nacque dopo la rivolta di Rosarno del gennaio 2010 e fu realizzata dal Ministero dell’Interno come soluzione emergenziale. Da allora è stata smantellata e ricostruita più volte: l’ultimo grande sgombero risale al marzo 2019, quando l’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini in un impeto di propaganda fece arrivare le ruspe. Ogni volta, alla distruzione è seguita la rinascita dell’insediamento, in un ciclo che associazioni e sindacati denunciano da oltre un decennio. Nel mezzo, una scia di incendi e di morti: nelle baracche di legno e lamiera, scaldate d’inverno da bracieri e stufe di fortuna, hanno perso la vita Becky Moses, Suruwa Jaiteh e Moussa Ba. Le gravi condizioni igienico-sanitarie in cui le persone sono state costrette a vivere per anni, senza acqua potabile né corrente elettrica, sono l’esito di un percorso di accoglienza fallimentare, deterioratosi nel tempo fino al completo abbandono istituzionale. Il superamento del modello della tendopoli è in sé uno sviluppo positivo. Ma la mancanza di percorsi certi, individualizzati e di lungo periodo per gli abitanti rischia di riprodurre, ancora una volta, marginalità, esclusione e ghettizzazione. Emergency che lavora accanto alla popolazione della tendopoli dal 2011 con uno sportello di orientamento socio-sanitario, continua a chiedere soluzioni strutturali per chi lavora nel territorio della Piana. Si tratta di braccianti che risiedono stabilmente da anni in Italia, in regola con le norme in materia di immigrazione. L’organizzazione esprime preoccupazione per la ricollocazione e la presa in carico delle persone più fragili presenti nell’insediamento. A oggi, sottolinea Emergency, gli enti competenti non hanno ancora illustrato quali misure intendano adottare nei prossimi mesi, in vista di una nuova stagione di raccolta e dell’arrivo di centinaia di lavoratori migranti. Molte persone non sanno ancora quando verranno trasferite, dove saranno ricollocate e con quali garanzie rispetto al lavoro, alla residenza e ai servizi. Per questo l’organizzazione ritiene che non si possa procedere con ulteriori trasferimenti o con la chiusura definitiva finché tutte le persone coinvolte non siano state adeguatamente informate, ascoltate e destinate a una soluzione concreta e sostenibile. «Il diritto alla salute non può essere garantito se le persone sono costrette a vivere in condizioni abitative disumane e precarie, in luoghi isolati, privi di collegamenti e lontani dai servizi essenziali», dichiara Mauro Destefano, coordinatore del progetto in Calabria. «Tutelare la salute e la dignità delle persone significa superare definitivamente il sistema dei grandi insediamenti, accompagnandole verso soluzioni abitative diffuse e reali percorsi di inclusione, costruiti insieme alle comunità locali». Il coordinatore punta il dito sui progetti annunciati come definitivi: «L’investimento di circa 3,6 milioni di euro per la costruzione della Fattoria Solidale, che non sarà pronta prima di un anno e mezzo, sembra essere l’ennesima costruzione di un ghetto nel quale le persone vivranno nuove forme di marginalizzazione e isolamento». Restano poco chiare, prosegue l’Ong, le ragioni del carattere temporaneo attribuito alle palazzine di Serricella, così come le modalità di gestione e i requisiti di accesso. Il tutto, conclude Mauro Destefano, deciso «senza interlocuzioni con le associazioni del terzo settore che popolano il territorio e senza un confronto con le persone migranti che vivono nella tendopoli»: l’ennesimo fallimento di una politica che continua a gestire un fenomeno radicato come se fosse un’emergenza improvvisa. Che dopo circa dieci anni le istituzioni calabresi aprano finalmente le palazzine di Rosarno può essere vista come una buona notizia: centinaia di lavoratori potranno vivere in condizioni migliori, anche grazie alla pressione esercitata negli anni da sindacati e società civile. Rimane però un problema tutt’altro che secondario, e riguarda i numeri. Lo sgombero eseguito ora, in piena bassa stagione, consente di gestire le poche decine di braccianti rimasti sul territorio a raccolta finita. Ma quando arriverà l’inverno, e con esso la stagione degli agrumi, la Piana torna a riempirsi: negli anni di picco San Ferdinando ha ospitato fino a mille persone. Le palazzine, che possono accogliere all’incirca 180 lavoratori, non basteranno.  Saprà in questo lasso di tempo la politica istituzionale ascoltare le proposte – come l’ostello diffuso o la gestione pubblica degli affitti per citare due esempi – che arrivano dal basso, ossia da chi vive il territorio e ha proposto in questi anni soluzioni alternative e durature?
Atene, sospeso il piano del governo, una prima vittoria per la comunità di Prosfygika
(disegno di otarebill) L’intervista qui riportata è stata condotta a maggio 2026 con due abitanti del complesso edilizio di Prosfygika, nel quartiere ateniese di Ambelokipi, costruito nel 1933 per ospitare i rifugiati provenienti dall’Asia Minore e occupato nel 2010 in risposta a un processo di abbandono istituzionale degli otto edifici che costituiscono la struttura fisica della comunità di Prosfygika. Oggi, dopo sedici anni di attività da parte dell’Assemblea di Prosfygika Occupato, il quartiere si è riempito di vita, trasformandosi nella più grande comunità (sia in termini di superficie che di numero) della Grecia. La comunità di Prosfygika ha subito un forte attacco a dicembre 2025, quando è stato annunciato da parte della regione Attica un piano di riqualificazione per l’area finanziato tramite fondi europei. Questa notizia, insieme all’assenza di volontà di confronto con l’assemblea degli abitanti, ha portato un membro della comunità, Aristotelis [Aristos] Chantzis, a iniziare il 5 febbraio 2026 uno sciopero della fame fino alla morte, seguito il primo maggio 2026 da un’altra compagna, Suzon Doppagne. Al momento in cui si è svolta l’intervista i due scioperanti della fame versavano in condizioni estremamente critiche, e la comunità si era dichiarata pronta a proseguire la lotta nell’eventualità di decesso di Aristotelis. Poche settimane dopo l’intervista, nel momento in cui le condizioni di salute di Aristotelis erano più critiche e si temeva per la sua vita, si è finalmente ottenuta la vittoria: la regione Attica ha sospeso il piano di riqualificazione e riconosciuto la comunità di abitanti e occupanti degli edifici di Alexandras Avenue. Prosfygika è stata definita come una forma alternativa di costruire una comunità, ma anche di abitare un luogo. Immagino che una parte importante delle difficoltà che state affrontando derivi dalla gentrificazione della città.  Abitante 1: Certo, l’intero piano di riqualificazione dell’area non è altro che un piano di gentrificazione. Rispetto ad altre città europee, credo sia abbastanza evidente che molti processi in Grecia abbiano avuto inizio un po’ più tardi, com’è normale per i paesi semi-periferici che non si trovano direttamente al centro del potere, anche se dipendono enormemente da questo centro. Negli ultimi anni abbiamo visto molti quartieri prima invasi dal turismo, poi dalla polizia. I due fenomeni vanno di pari passo: prima il turismo, la speculazione immobiliare, sempre più persone costrette ad abbandonare il quartiere, e poi le forze repressive che subentrano per segregare e allontanare le fasce più povere della popolazione. Alla fine, qui come ovunque, si costruiscono città in cui non esistono più legami tra le persone, né con il proprio territorio. In questo modo, ovviamente, diventa più facile esercitare il controllo. Abitante 2: Parte di questo piano di gentrificazione consiste nello svendere la città a investitori stranieri, israeliani, ma anche tedeschi. Non si tratta solo di un processo locale, coinvolge altri paesi. Penso a molte città europee dove il processo di gentrificazione è ormai “maturo” e dove le forme di resistenza rimaste sono poche. Penso all’Italia, ma anche a Berlino. Avete la sensazione che Atene stia attraversando un momento politico in cui le conseguenze di questi processi sono ancora affrontabili, o è già troppo tardi? Abitante 1: L’ultimo attacco agli squat è avvenuto durante la pandemia di Covid nel 2021 e la maggior parte degli spazi occupati è stata sgomberata. La comunità di Prosfygika è tra i pochissimi squat ancora attivi in Grecia, e tra le poche comunità occupate che esistono ancora in Europa. Ma non credo che dipenda tanto da Atene, dipende da questa comunità e dalla volontà di lottare come possiamo e fino in fondo. Dalla difesa di uno spazio liberato possono nascere altri spazi, possono essere difesi, possono essere organizzati. Se troviamo questa determinazione, insieme agli strumenti pratici giusti e a una rete solida, possiamo farcela ovunque. Esistono altre comunità simili a questa?  Abitante 1: No, siamo qualcosa di abbastanza unico. Quello che stiamo costruendo qui è davvero senza precedenti, ed è anche per questo che dobbiamo difenderlo a tutti i costi. Siamo convinti che quando raggiungeremo la vittoria ci sarà un cambiamento enorme per il movimento a livello mondiale. In primo luogo perché manca una vittoria da molto tempo, ma anche perché ci indica una prospettiva su come ottenerla e su come organizzarsi in generale. Non stiamo dicendo “questo è il modello da seguire”, ma di certo offriamo la possibilità di organizzarsi insieme a noi e di costruire una rete di resistenza, con la consapevolezza che la lotta contro il sistema oppressivo è anche una questione di sopravvivenza. Cosa significa internazionalismo per la comunità e come lo traducete in pratica? Abitante 2: La nostra concezione dell’internazionalismo si fonda sulla consapevolezza che tutte le lotte che avvengono nel mondo sono interconnesse, e che non combatteremo i nostri nemici in modo isolato, né costruiremo una comunità in isolamento, perché ci nutriamo del confronto reciproco e del lavoro comune. L’internazionalismo è al cuore della nostra lotta, è parte costitutiva della comunità. Abitante 1: Senza la solidarietà internazionale molti dei risultati che la comunità ha raggiunto non esisterebbero. Parliamo di cose molto pratiche, del fatto che abbiamo l’elettricità, per esempio, che dobbiamo all’iniziativa di compagni turchi. L’anno scorso un convoglio di compagni francesi è venuto qui e ha installato un boiler in ogni casa che ne era sprovvista. Conversazioni, connessioni, attenzione ai bisogni dell’altro, anche quando non vengono espressi. Non abbiamo chiesto la maggior parte di queste cose, ma persone come noi hanno capito che potevano servire e le hanno portate. A che punto è il piano di riqualificazione voluto dalla regione Attica? Avete già vissuto questo tipo di pressioni da parte delle istituzioni, o è la prima volta? Abitante 1: A dicembre 2025 è stato reso pubblico un piano dello Stato, insieme al ministero della cultura, alla regione Attica e al servizio pubblico per l’impiego, per la riqualificazione complessiva di quest’area, che non riguarda solo la comunità, ma anche altre parti della città, al fine di ottenere alcuni milioni di euro di finanziamenti dall’Unione europea. Lo interpretiamo come la minaccia più grave che abbiamo mai affrontato; non la prima, ma di tutt’altra portata rispetto a quelle precedenti. Abitante 2: Quando hanno annunciato il piano, hanno investito molto nella propaganda per costruire l’immagine di un quartiere fantasma, come se qui non vivesse nessuno, anche se noi siamo ben radicati nella società, ne facciamo parte, e non siamo affatto un quartiere fantasma. Tutte le iniziative che portiamo avanti, le mobilitazioni, la distribuzione di testi, le raccolte firme, gli eventi, le manifestazioni, stanno smontando una narrazione che di fatto non possono più utilizzare, perché le persone ormai sanno che non siamo un quartiere vuoto e abbandonato. Abitante 1: Vorrei anche sottolineare che al momento in Grecia non esiste alcun esempio di edilizia popolare, e che negli ultimi tre anni l’unico programma di alloggi sociali attivato, finanziato dall’Ue, è stato cancellato per iniziativa del governo, che non voleva che i rifugiati, destinatari del programma, vivessero nel centro della città. Pensare che questo nuovo programma risponderà ai bisogni delle persone che vivono ad Atene è quindi molto lontano dalla realtà. Abbiamo preso la decisione di coinvolgere l’intera società greca nella lotta contro questo piano di sgombero. Lo sciopero della fame di Aristos si rivolge alla società greca nel suo complesso, condividendo la prospettiva secondo cui lo sgombero della comunità significherebbe una morte rapida per molte delle persone che vi abitano, in modi diversi. Alcune finiranno in strada, altre nei centri di detenzione, altre ancora verranno deportate, altre moriranno a causa di malattie croniche, perché non ci sarà nessuno a garantire che i medici vengano contattati o che i farmaci vengano distribuiti. Tutto questo accadrà a buona parte delle persone che vivono qui. In un certo senso, questo sciopero della fame rende anche visibile la minaccia concreta che incombe su di noi. Come strategia di difesa, stiamo lavorando su tutti i fronti. Sul piano legale, stiamo analizzando insieme a diversi avvocati il contratto in ogni suo aspetto, cercando di renderlo trasparente, evidenziando le lacune, le parti oscure, le incoerenze, tutto ciò che è vago o campato per aria, cioè in realtà la maggior parte del contratto. Perché alla fine quasi nulla è chiaro. Quello che è chiaro, per loro, è che vogliono sgomberare la comunità per ottenere i fondi europei. Stiamo anche lavorando per aprire ulteriormente le strutture e coinvolgere più persone. Ci stiamo occupando del processo di ristrutturazione degli edifici, della presenza in strada, delle iniziative pubbliche. E poi dei tentativi di entrare in contatto con membri della municipalità, di avviare un dialogo, di sedersi allo stesso tavolo e trovare una soluzione. È un lavoro che si articola su tanti piani diversi. Avete già un’idea di quando è previsto lo sgombero?  Abitante 1: Non abbiamo una data precisa. Crediamo di poter vincere questa battaglia prima che uno sgombero abbia luogo. Ma ovviamente ci aspettiamo degli attacchi, delle mosse da parte delle forze repressive. Non possiamo stimare per ora quale portata avranno. Ma se cercheranno di sgomberare la comunità, dovranno farlo in un modo in cui non hanno mai operato prima. E incontreranno una resistenza come non c’è mai stata prima. Le ultime manifestazioni hanno portato in piazza una quantità enorme di partecipanti dai contesti più diversi. Il periodo estivo però è sempre una fase critica per gli squat. Per questo stiamo chiedendo agli internazionalisti e in generale a tutte le persone solidali a venire qui durante l’estate, a stare e vivere nella comunità. Abitante 2: La campagna internazionalista ha aiutato a moltiplicare le azioni di solidarietà. E tutto questo aumenta la pressione sullo Stato e crea visibilità su ciò che accade qui. C’è uno slogan che usiamo a volte: “comunità di lotta in ogni quartiere”. Con questa campagna non l’abbiamo ancora realizzato ma è un modo per diffondere l’idea di comunità in luoghi diversi. (elena schipani)
July 29, 2026
Napoli MONiTOR
Fra gli illegali nei banga
LUCA QUEIROLO PALMAS 1 Dalla finestra della nostra casa, si vede un’enorme bidonville. Qui a Mayotte vengono chiamate Banga, e sono ovunque: nello spazio e nel dibattito pubblico. All’origine il termine indicava le abitazioni dove i giovani maoresi e comoriani andavano ad abitare raggiunta l’adolescenza, allontanandosi dalla casa materna. Ora è il segno di un distacco, di una messa ai margini, ma anche di una forma di vita precaria e in comune che difficilmente può essere rimossa. Così Karima, nella cui casa abitiamo, rievoca il ciclone Chido che ha colpito l’isola il 15 dicembre del ’24: «Il banga qui davanti è venuto giù. Io facevo la volontaria nei pompieri. Molti corpi si sono trovati, ma non sappiamo di chi fossero». Quando parla dello spazio abitato che abbiamo sotto gli occhi, si riferisce ai suoi abitanti come gli illegali, coloro ai quali nessun censimento ha dato un’identità. Chido è durato un’ora e mezza, ma dalle sue parole capisco che ha spazzato via soprattutto i poveri ammassati sulle colline. Penso all’alluvione di New Orleans con l’uragano Katrina del 2005, alle catastrofi naturali come operazioni di classe… prima e dopo; la natura maligna è sempre mediata e rifratta dalla struttura delle diseguaglianze sociali e dalle politiche. Karima continua: «Le autorità avevano detto di ripararsi nelle scuole, ma molti non hanno accettato, temevano di venire arrestati se uscivano allo scoperto e di perdere i loro averi». Quanti morti ha fatto Chido? Di quanti conosciamo i nomi? Ufficialmente sono 39 i morti accertati.  Chi sono gli illegali di cui parla Karima? Il giorno dopo Madi ci conduce a visitare il banga dove vive, nel quartiere di Kaweni, nel cuore della città principale di Mayotte: di origine comoriana, come tutti in quest’isola ad eccezione degli expat, ha lavorato da muratore negli ultimi 6 mesi prima di perdere i documenti. Ci accoglie all’entrata di questo quartiere autocostruito – con un misto di legno, lamiere e mattoni – che si inerpica su per la collina e dove ai tempi della colonia si produceva zucchero. Chido ha distrutto tutto, ma tutto è stato ri-eretto nel giro di poco tempo. Ogni tanto degli ammassi di rifiuti e lamiere creano delle aree aperte, delle piazze che divengono discariche.  Madi racconta che dall’alto della collina è possibile avvistare la polizia della frontiera (la PAF) e gli agenti antisommossa prima di un’irruzione; a quel punto i giovani scendono a tirare pietre per evitare arresti e deportazioni di quanti sono in una condizione di irregolarità. Pietre da un lato e lancio di lacrimogeni dall’altro fanno parte di un rituale ripetuto, un’autodifesa quotidiana. Un ragazzo ci dice: «Lo facciamo per le nostre mamme, perché non siano trasferite ad Anjouan». Madi fa parte dello spazio associativo del quartiere… una membrana fra lo Stato e il mondo dei giovani che tirano pietre o che vivono di piccoli crimini. «Cerchiamo di ridurre la violenza, di parlare con i piccoli delinquenti. Lo Stato, la polizia, ci chiede di fare il suo lavoro con il volontariato. Ma non siamo neanche pagati. Molti di noi se ne sono andati dalle associazioni; sono parassiti. Lo Stato viene qui in campagna elettorale e fa promesse. Poi scompare. Ce la dobbiamo cavare da soli. Per la luce, l’acqua, le strade….». E in effetti tutto è precario, insalubre e faticoso: dall’acqua e le bombole di gas che sono portate a braccia in cima alla collina, alle donne che lavano i panni in un rigagnolo d’acqua sporca dove le baracche circostanti scaricano i propri residui. Eppure migliaia di persone vivono qui. Madi descrive gli illegali: qui non abitano solo comoriani, ma anche cittadini francesi, mahoresi poveri, richiedenti asilo congolesi. L’illegalità si riferisce all’abitare informale, alla classe sociale, più che alla condizione giuridica. Nel banga vivono tutti, o quasi tutti. «E les africaines?» chiediamo. Madi ci fa capire che l’invidia e il risentimento sono i tratti dominanti delle relazioni sociali. Perché les africaines – lui stesso ride del termine – non sono deportabili, mentre i comoriani senza documenti o con documenti precari (come lui) sono quotidianamente deportati: «Anche se sei minore ti portano via ad Anjouan». Fuori dal banga, si vede di nuovo la presenza dello Stato. Grandi edifici scolastici, un parco e uno stadio in costruzione. «Vogliono sgomberare il banga. Ci propongono di cambiare quartiere… ma come facciamo per le scuole e per i nostri figli?».  Torniamo nei giorni successivi da Medi per partecipare a una squadra di pulizia solidale da lui organizzata. Mentre raccogliamo resti di ogni tipo accumulatisi nel tempo, vediamo dei bambini portare bambù e altri materiali di costruzione verso il banga. Ci spiega: «I genitori non escono da qui per paura degli arresti e delle deportazioni; vanno a lavorare fuori tutta la settimana in agricoltura o nei cantieri, ma quando tornano a casa, qui a Kaweni, evitano di esporsi alle incursioni della PAF. E mandano i bambini in città se c’è bisogno di qualcosa…». I molti strati dell’abitare informale riappaiono quando con Said entriamo nel banga dove abita sua madre e dove lui stesso è cresciuto: il quartiere deve essere sgomberato nei prossimi giorni e gli abitanti stanno già iniziando ad abbandonare l’area. «Molti votano, io stesso sono cittadino francese. Ci sono poliziotti e funzionari che vivono qui. I politici quando vengono a parlare nel banga utilizzavano un linguaggio inclusivo… del tipo ‘siamo tutti comoriani’, ma quando sono soli con noi che abbiamo la nazionalità, ritornano a distinguere fra francesi e non». Camminando fra le case in lamiera e gli alberi di banane e di mango, vediamo soprattutto bambini di tutte le età e donne che lavano i panni. Said con orgoglio sottolinea quanto il suo banga sia solidale: «Guarda la moschea! L’abbiamo costruita insieme autotassandoci. Guarda questo ponte in cemento! anche questo lo abbiamo fatto noi. Le istituzioni non hanno fatto nulla».  E poi arriva il giorno dello sgombero, che qui a Mayotte porta il nome di décasage: allontanamento forzato dalla propria casa. Il termine non esiste nel francese corrente, è endemico dell’isola. Sulla strada incontriamo le barricate rimosse dalla polizia che i giovani del banga hanno provato ad erigere per impedire l’operazione. Gli abitanti sono ora tutti fuori da quello che era il loro quartiere; dentro ruspe, operai e polizia. Qualcuno esce con i pochi averi che riesce a trasportare. Una donna grida: «Le uniche case non demolite sono quelle dei mahoresi francesi con i titoli di proprietà»; come se l’eterogeneità sociale che il banga tiene insieme in una sorta di solidarietà obbligata fra poveri si scomponesse durante le operazioni di sgombero, in cui ognuno ritorno alla sua individualità giuridica. Parliamo con un poliziotto che dirige l’operazione: «Siamo parte di una stessa brigata che è stata mandata in rinforzo sull’isola per sei settimane. Alle 4 del mattino, abbiamo tolto le barricate e ci hanno tirato le pietre». È gentile e ha voglia di parlare. Quando gli chiediamo dove vanno le persone le cui case sono state distrutte, ci dice che in pochissimi – 11 famiglie su circa 500 residenti – hanno ottenuto una ricollocazione provvisoria. E gli altri? «Lo so, non serve a nulla quello che facciamo, ma io obbedisco agli ordini. Parlate con gli assistenti sociali nel parcheggio qui fuori…». Qui incontriamo Marie, la direttrice di un’associazione che coordina la presa in carico delle persone durante questo tipo di operazioni: «Sono pochi quelli che accettano. E poi gli appartamenti sono scarsi e lontani dalle scuole dei figli degli abitanti. La maggior parte degli sgomberati se debrouille, si arrangia. Ci sentiamo impotenti, sappiamo benissimo che così si sposta solo il problema». Nel parcheggio ci sono circa una ventina di operatori sociali di diverse entità: sembrano comparse necessarie di una scena in cui non giocano nessun ruolo. Aspettiamo la conferenza stampa del nuovo prefetto, prevista per le 10.30: per quanto ricercatori di un progetto finanziato dall’Unione Europea – Solroutes – c’è un veto alla nostra partecipazione. Anche il giorno prima dentro il campo dei rifugiati, la polizia durante la visita del prefetto ci aveva fermato in malo modo e obbligato a rimuovere le immagini che avevamo filmato.  Sulla strada del ritorno, ancora resti di barricate: pietre, automobili, lavatrici e altre suppellettili domestiche. Negli articoli sulla stampa che escono poche ore dopo, il prefetto rivendica lo sgombero come parte dell’operazione Kingia: «Non ci lasceremo intimidire, chi vuole essere ricollocato può andare ai servizi sociali».  Il giorno dopo siamo di nuovo al banga con Said. La polizia non c’è più. Neanche le case. Solo un ammasso di lamiere con persone e bambini che si aggirano per ricuperare i materiali, per costruire di nuovo. L’insediamento, d’altronde, è sorto dalle macerie di un décasage precedente; non a caso il suo nome, Karjavenza, nel swahili locale significa letteralmente “non voglio stare qui”. La genealogia degli sgomberi trasforma ironicamente in “casa” un luogo in cui non si vuole stare. Ci sono montagne di macerie, e poi dei grandi crateri scavati in terra con fuochi ancora accesi che sprigionano fumi irrespirabili: «Hanno buttato dentro tutto ciò che può essere bruciato», dice un ex-abitante. C’è chi sta già erigendo una nuova baracca nelle vicinanze, chi ha dormito per strada, chi si è ritirato nella foresta, chi è stato accolto da amici o parenti in altri banga. Sfoglio a terra i resti bruciati di un quaderno di scuola elementare; anche la moschea è stata abbattuta. L’unica cosa che è rimasta uguale sono le donne: lavano i panni nel rigagnolo sotto il ponte. Incontriamo un lavoratore della nettezza urbana del Comune che viveva qui: «Non ce l’abbiamo con la polizia. Loro eseguono gli ordini. Ma non sono giusti. Ho quattro figli, mi avrebbero dato un alloggio per poco tempo ma solo con 2 figli e gli altri no. Come potevo accettare?». Altre persone ci raccontano la stessa storia di offerte inaccettabili. Non c’è rabbia, ma ostinazione e calma. La vita continua, nonostante tutto. «Molti andranno in altri banga» conferma Said. Continuiamo a camminare e appare un uomo alterato che grida contro di noi, alternando francese e swahili. «Voi bianchi! Guardate i bambini che avete lasciato senza scuola! Voi bianchi siete venuti per le ricchezze. In Europa non c’è niente, siete venuti qui, ma noi siamo vigilanti, abbiamo memoria, abbiamo memoria dello schiavismo! Voi bianchi! Questo di ora è schiavismo moderato…Ma cosa siete venuti a fare qui? Perché siete venuti a fare questo bordello? Andatevene». Continuiamo a camminare sino al quartier generale dello sgombero, quello da cui il prefetto ha diretto le operazioni – «usando persino i droni, ci dice il nostro accompagnatore» -, quello in cui si è tenuta la conferenza stampa da cui siamo stati estromessi. Sorridiamo, perché l’edificio in legno è interamente bruciato e lì vicino una ruspa è stata distrutta: sembra il cadavere di un dinosauro. «Li chiamano invisibili, sono i giovani delle barricate, si sono vendicati e gli hanno dato fuoco il giorno dopo che la polizia ha distrutto il nostro banga» conclude Said. Secondo l’ultimo censimento, Mayotte al primo gennaio del 2026 conta 323.153 abitanti. Non sono ancora disponibili i dati sulle bidonville. Inchieste ufficiali precedenti hanno stimato fra i 100.000 e i 150.000 la popolazione dei banga: fra il 31 e il 46% della popolazione complessiva dell’isola. Il grande investimento – materiale e simbolico – dello stato francese in questo dipartimento d’oltre mare si rivolge però alle forze di polizia e alle operazioni di “sicurezza urbana” contro gli illegali. Chi sono gli illegali? Chi crea gli illegali? Mayotte oggi ci appare come un grande laboratorio per l’addestramento sul terreno di quella che Pierre Bourdieu chiamava la mano destra dello Stato. Reportage e inchieste MAYOTTE, FRANCIA, OCEANO INDIANO, FORTEZZA EUROPA L'introduzione al reportage 7 Luglio 2026 Reportage e inchieste IL SISTEMA MAYOTTE E IL DIRITTO DELL’ECCEZIONE Il 1° articolo del reportage "Mayotte, Francia, Oceano Indiano, Fortezza Europa" Luna Selimovic' 14 Luglio 2026 Reportage e inchieste «PENSAVO QUESTA FOSSE LA FRANCIA». LE ROTTE DALL’AFRICA CONTINENTALE E IL CAMPO DI TSOUNDZOU Il 2° articolo del reportage "Mayotte, Francia, Oceano Indiano, Fortezza Europa" 21 Luglio 2026 1. Sociologo e professore all’Università di Genova, specializzato in migrazioni e sociologia visuale. Co-dirige la rivista Mondi Migranti ed è Principal Investigator del progetto ERC AdG SOLROUTES, dedicato alle solidarietà lungo le rotte migratorie in Europa. ↩︎
Ho.P.E. Campania: chi gestirà davvero il piano casa?
Il programma regionale da 245 milioni di euro punta ad affrontare la crisi abitativa, ma la distribuzione delle risorse, il ruolo dell’ACER, gli studentati e i fondi ancora in attesa del via libera europeo sollevano diversi interrogativi. La Giunta regionale della Campania ha approvato il 16 luglio scorso, con la Delibera n. 386, il programma “Ho.P.E. in Campania” (Housing Programma Europeo in Campania), destinando alle politiche abitative circa 245 milioni di euro del PR Campania FESR 2021-2027. È un atto che merita di essere letto oltre il comunicato istituzionale, perché la distribuzione di quelle risorse e le condizioni a cui sono legate raccontano più di quanto dica il titolo del programma. Il contesto che giustifica l’intervento è già di per sé un dato politico. Lo scorso 15 aprile si è chiusa la seconda ricognizione regionale del fabbisogno abitativo pubblico: 45.000 domande presentate, il 45% in più rispetto alla graduatoria del 2022. È la misura di una crisi abitativa che nella conurbazione Napoli-Caserta-Salerno, dove vive tre quarti della popolazione regionale, non è un’emergenza recente ma una condizione strutturale, mentre il patrimonio di edilizia residenziale pubblica costruito nei decenni scorsi invecchia e in parte viene dismesso: nella sola provincia di Napoli gli alloggi ex IACP sono scesi da oltre 35.000 nel 2011 a circa 27.000 nel 2020. Su questo sfondo, il programma stanzia le risorse lungo tre misure e sei linee di intervento: nuovi alloggi ERP tramite riuso di patrimonio pubblico dismesso e di beni confiscati alla criminalità organizzata; un intervento analogo riservato alle Città Polo nell’ambito dei loro Programmi PRIUS; il completamento di interventi già avviati dal Comune di Napoli a Scampia, Taverna del Ferro e nell’eco-quartiere di Ponticelli; un piano di manutenzione straordinaria del patrimonio ERP gestito dall’ACER; nuovi alloggi di edilizia residenziale sociale realizzati da imprese e cooperative; e, infine, studentati universitari pubblici in collaborazione con gli atenei campani. È un ventaglio coerente con la riforma degli strumenti legislativi sul diritto alla casa che la Regione porta avanti da anni: dalla definizione dell’edilizia residenziale sociale nell’articolo 5 della legge regionale 13/2022, all’aggiornamento dei limiti di costo degli alloggi ERP ed ERS fissato dal Decreto Dirigenziale 473/2023, fino alle Linee Guida approvate con la Delibera 87/2024 e al richiamo esplicito ai principi del Nuovo Bauhaus Europeo su bellezza, sostenibilità e inclusione degli interventi. Dentro questo impianto, però, ci sono asimmetrie che meritano attenzione, perché toccano il modo in cui la spesa pubblica arriverà a tradursi in case abitabili. La prima riguarda il rapporto tra Comune di Napoli e ACER, l’Agenzia Campana per l’Edilizia Residenziale nata dall’accorpamento dei cinque ex IACP regionali. Il Comune riceve 50 milioni per completare tre interventi già avviati con altre forme di finanziamento. L’ACER riceve 34 milioni, destinati esclusivamente alla manutenzione straordinaria, al rifacimento delle coperture, all’efficientamento energetico e al superamento delle barriere architettoniche del patrimonio esistente. È un’asimmetria significativa se si considera che l’ACER amministra la parte più consistente del patrimonio ERP regionale, quello ereditato dai vecchi IACP e concentrato per quasi il 70% nell’area della Città Metropolitana di Napoli, mentre al Comune di Napoli fa capo una porzione minoritaria di quel patrimonio complessivo. Soprattutto, nessuna delle sei linee di intervento affida all’ACER un ruolo nella realizzazione di nuovi alloggi: quella funzione è riservata dal programma a enti locali e Regione nella linea più corposa in assoluto, 85,7 milioni di euro per il riuso di patrimonio pubblico dismesso e di beni confiscati, e alle Città Polo per altri 7,3 milioni. Proprio il richiamo ai beni confiscati alla criminalità organizzata, dentro quella linea da 85,7 milioni, meriterebbe un supplemento di attenzione. La Regione si è dotata, con la legge regionale 7/2012, di un Piano Strategico per i Beni Confiscati, definito dalla stessa legge come lo strumento chiamato a fissare i criteri e i settori di intervento per il riutilizzo sociale del patrimonio sottratto alla criminalità organizzata presente sul territorio regionale. È un’infrastruttura giuridica già collaudata, che negli anni ha finanziato con cadenza annuale interventi di recupero a fini sociali su beni confiscati e che il programma Ho.P.E. richiama esplicitamente come possibile fonte di nuovi alloggi ERP, subordinandone però l’utilizzo, come specifica la delibera, a una previa verifica di compatibilità. Il problema è che la delibera non scorpora, dentro gli 85,7 milioni della linea 1.1, quanto sia riservato al recupero di beni confiscati e quanto al più generico riuso di patrimonio pubblico dismesso: due percorsi che, sul piano amministrativo, non sono affatto equivalenti. I beni confiscati restano gravati da procedure di destinazione che coinvolgono l’Agenzia Nazionale per l’Amministrazione e la Destinazione dei Beni Sequestrati e Confiscati, tempi di trasferimento della proprietà spesso lunghi, verifiche catastali e ipotecarie non sempre lineari e, in alcuni casi, contenziosi pendenti sull’origine del bene che possono trascinarsi per anni. Trattarli nella stessa riga contabile di un edificio pubblico dismesso e già libero da vincoli rischia di produrre, nei cronoprogrammi richiesti come condizione di ammissibilità al finanziamento, una sovrastima della velocità con cui quella parte di risorse potrà davvero tradursi in alloggi assegnabili, con il rischio concreto che siano proprio i progetti su beni confiscati, i più simbolicamente rilevanti, a slittare quando arriverà il momento di certificare la spesa. Un secondo punto riguarda la linea 3.2, i 20 milioni destinati agli studentati regionali in collaborazione con gli atenei campani. È l’unica linea del programma in cui l’ACER non compare in alcun ruolo, né come beneficiaria né come soggetto attuatore, nonostante l’agenzia raccolga l’eredità degli ex IACP, che da oltre un secolo gestiscono in Campania l’edilizia residenziale pubblica, con competenze nella selezione degli assegnatari, nella determinazione e gestione dei canoni calmierati, nella manutenzione dei patrimoni immobiliari e nel contenzioso sulle occupazioni abusive. È un know-how che si presterebbe naturalmente a un modello di studentato pubblico a canone sociale, replicabile su scala regionale, ma che il programma non mobilita su questo fronte, lasciando il tema degli alloggi universitari interamente nelle mani di Regione e atenei. Il vuoto lasciato da questa scelta si osserva già concretamente a Napoli, dove il mercato privato si è mosso più rapidamente del programma regionale. Un’inchiesta di Altreconomia del gennaio 2026 racconta come nelle due ex torri TIM del Centro Direzionale stia per aprire uno studentato privato da 900 posti letto gestito da Ibrido Student, con canoni di 850 euro al mese per una singola e 500 per una doppia condivisa, cifre lontane dalla platea di studenti a basso reddito che uno studentato pubblico dovrebbe servire. Secondo la stessa inchiesta, il progetto ha suscitato perplessità tra studenti, attivisti e urbanisti per la sua natura di operazione immobiliare a fini commerciali, resa possibile da un vincolo di destinazione d’uso di appena dodici anni. Se il programma Ho.P.E. avesse riservato all’ACER un ruolo esplicito nella linea dedicata agli studentati, la Regione avrebbe potuto contrapporre a questo modello un’alternativa pubblica costruita sulle competenze maturate nella gestione dell’edilizia residenziale pubblica, invece di lasciare spazio a operatori privati i cui canoni restano fuori dalla portata di gran parte degli studenti fuori sede. C’è infine una terza asimmetria, che riguarda la solidità stessa delle cifre annunciate. Dei 244.689.007,42 euro destinati al programma, la delibera specifica che soltanto 105.263.159 euro provengono da dotazioni già assegnate alle Priorità 2 quater e 5 bis del PR FESR. I restanti 139.425.848,42 euro, oltre la metà del totale, dipendono da una modifica del Programma regionale che la Commissione europea non ha ancora approvato, sebbene la Regione abbia già sottoscritto, il 29 dicembre scorso, l’Intesa in Conferenza Stato-Regioni che ne prevede l’integrazione. La delibera lo scrive senza ambiguità: per quella quota di risorse, ammissione a finanziamento e attuazione restano subordinate all’approvazione della modifica da parte della Commissione europea. Il programma Ho.P.E., in altre parole, è oggi per più della metà un impegno politico-programmatico che attende una conferma esterna alla Regione, non uno stanziamento già operativo. A questo si aggiunge che il PR FESR prevede da quest’anno target di spesa impegnativi e che la Giunta, con la Delibera 63 del 27 febbraio scorso, ha subordinato l’ammissione a finanziamento alla dimostrazione, tramite cronoprogrammi aggiornati, della capacità di concorrere a quei target già nell’annualità in corso: avranno la precedenza i progetti più rapidi da rendicontare, non necessariamente quelli più urgenti sul piano sociale, né quelli, come il recupero dei beni confiscati, che richiedono tempi amministrativi più lunghi. Tenere insieme questi elementi — la distribuzione del ruolo attuativo tra Comune di Napoli e ACER, l’assenza dell’ACER dalla linea dedicata agli studentati mentre il mercato privato occupa già quello spazio, e la natura ancora condizionata di gran parte delle risorse annunciate — restituisce un’immagine più utile di quella offerta dal titolo del programma. Un ultimo profilo riguarda infine chi vigilerà sull’attuazione del piano. La delibera affida alla Direzione Generale Governo del Territorio, in raccordo con l’Autorità di Gestione FESR, sia la verifica del rispetto del principio DNSH (Do No Significant Harm), sia il monitoraggio dell’effettivo avvio dei lavori e dell’avanzamento della spesa. È un presidio interamente accentrato in capo alla struttura regionale, che non prevede un ruolo di rendicontazione autonoma né per l’ACER sul proprio patrimonio né per il Comune di Napoli sui propri cantieri. Di fronte a 45.000 famiglie in graduatoria, la domanda utile non è se la Regione stia investendo abbastanza: la cifra complessiva, pur ancora in parte da confermare, non è trascurabile. La domanda è piuttosto a chi, tra i soggetti chiamati ad attuarla, quella spesa viene affidata per tradursi in case abitabili, chi ne verificherà davvero la qualità sul campo e se l’ente che da un secolo amministra il patrimonio pubblico esistente avrà gli strumenti per essere parte della soluzione anche sui fronti, come quello degli studentati, dove oggi non compare. Francesco Russo
July 23, 2026
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July 22, 2026
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