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TORINO: SABATO 24 OTTOBRE MANIFESTAZIONE CONTRO IL RIARMO PER IL DIRITTO ALLA CASA, ALL’ISTRUZIONE, ALLA SALUTE
Sale la tensione alimentata ad arte per le manifestazioni di domani, sulla scia di quanto già accaduto contro il carovita lo scorso fine settimana, con migliaia di persone – soprattutto giovani delle classi popolari – in piazza in tante città, con scontri in particolare a Milano, Bologna e Brescia. Al momento la situazione non è chiarissima e resta abbastanza fluida: resta da capire infatti quali piazze si mobiliteranno davvero domani. Le pagine social “Movimento 17 Ottobre” parlano di Milano, Bologna, Roma, Firenze, Padova, Bari, Genova e Torino. Nel capoluogo piemontese da settimane è annunciato, ore 15 da piazza Castello il corteo “Torino è contro il riarmo. In piazza per il diritto a casa, istruzione e salute”, lanciato dalle realtà di movimento e ripreso anche dai canali sociali di “Movimento 17 Ottobre” e “Italia in piazza”. La manifestazione, la prima a Torino dopo l’entrata in vigore del nuovo decreto sicurezza, era stata annunciata tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre, prima che la mobilitazione nelle scuole portasse a una serie di occupazioni e di cortei.  La presentazione con Martina, compagna di Askatasuna da Torino.Ascolta o scarica Gli studenti delle scuole superiori si ritroveranno alle 14 in piazza Arbarello per raggiungere successivamente piazza Castello. Da Palazzo Nuovo partiranno invece gli universitari e i collettivi. Sulle mobilitazioni studentesche di questi giorni sentiamo Fued dell’IPC Boselli di Torino Ascolta o scarica   
October 23, 2026
Radio Onda d`Urto
Quando le piazze si svuotano. Sul movimento spagnolo dopo le acampadas di Madrid
(disegno di manincuore) Il parallelismo tra l’acampada per la casa a Madrid e il movimento del 2011, nato nella stessa piazza, non ci permette di comprendere l’enorme lavoro preparatorio realizzato dal Sindicato de Inquilinas di Madrid, né le analisi politiche maturate in questi quindici anni all’interno del movimento. A breve uscirà in italiano il libro Generazione inquilina. Farla finita con la disuguaglianza abitativa, scritto da uno dei fondatori del Sindacato Inquiline di Madrid, Javier Gil, che espone proprio la teoria e le prospettive del “nuovo sindacalismo inquilino”. Questo articolo pubblicato il 10 ottobre su El Salto, e di cui presentiamo a seguire alcuni estratti, ci aiuta a capire l’evoluzione delle riflessioni interne al movimento spagnolo. La traduzione è di Stefano Portelli. *   *   * È strano paragonare la recente acampada a Puerta del Sol con il movimento del 15M. L’immagine ce lo suggerisce: le tende, la piazza occupata, le commissioni, le cucine improvvisate, le assemblee, e una sensazione difficile da spiegare, come se il tempo accelerasse e tutto sembrasse possibile. E poi c’è la memoria. Le tende del 2011 sono probabilmente lo spazio politico più carico di significato della storia della sinistra contemporanea a Madrid: basta piantare qualche tenda, e subito appaiono i fantasmi del 2011. Ma la parte più interessante di quello che sta succedendo ora è proprio quello che non somiglia al 15M. Forse abbiamo davanti qualcosa di molto più interessante che una ripetizione del ciclo delle piazze. È possibile che stiamo entrando in un nuovo ciclo politico, in cui la parola “organizzazione” non ci fa più venire l’allergia. IL LUNGO CICLO DELL’AUTONOMIA Per decenni, buona parte della sinistra extraparlamentare ha mantenuto una profonda diffidenza verso le organizzazioni forti. C’erano buone ragioni: il ventesimo secolo ci aveva lasciato partiti comunisti burocratizzati, sindacati trasformati troppo spesso in apparati di concertazione, organizzazioni in cui la disciplina aveva sostituito il dibattito, avanguardie che avevano finito per confondere i propri interessi con quelli delle persone che pretendevano di rappresentare. La crisi del comunismo e la caduta dell’Urss completarono lo screditamento dell’immaginario organizzativo. In risposta a tutto questo si consolidò un altro senso comune militante, che non nasce nel 1991, ma che parte invece dalla nuova sinistra degli anni Sessanta, dal femminismo autonomo, l’autonomia italiana, lo zapatismo, il movimento no-global, le esperienze argentine dopo il 2001, Occupy, le piazze arabe, infine il 15M. Queste tradizioni, nonostante le loro differenze, condivisero alcune intuizioni: il sospetto verso la rappresentanza, il rifiuto delle gerarchie formali, la preferenza per strutture decentrate, la rivendicazione di orizzontalità e una grande fiducia nel potenziale politico degli eventi spontanei. […] Per molto tempo, questa è sembrata una rottura necessaria con il ventesimo secolo; e forse lo era. I problemi sono iniziati quando la critica delle organizzazioni burocratiche è diventata una critica dell’organizzazione in quanto tale; quando non avere leader iniziò a sembrare più democratico che averne; quando l’assenza di strutture formali si confuse con l’assenza di rapporti di potere; quando crescere iniziò a considerarsi sospetto, e quando preservare la purezza di piccoli gruppi di militanti apparve più importante che costruire organizzazioni capaci di includere chi non condivideva i nostri codici politici. Quel mondo ha prodotto risultati importanti, proteggendo la sinistra da molte patologie del ventesimo secolo; ha insegnato la diffidenza verso gli apparati, la cura dei processi, l’attenzione verso chi prende la parola e chi rimane escluso, la necessità di sperimentare nuove forme di democrazia. Sarebbe assurdo liquidarlo come trenta anni persi; di certo, però, una domanda è rimasta senza risposta: come si costruisce potere su una scala più ampia? […] Oggi che la precarietà si è generalizzata, e che la proprietà si concentra sempre di più, diventando una frontiera tra chi ha un patrimonio e chi non ne ha, oggi che la promessa di inclusione delle classi medie perde la capacità materiale di ordinare la società, si riapre lo spazio per organizzazioni costruite direttamente sul conflitto tra interessi contrapposti. Se l’autonomia aveva trovato il suo terreno tra chi si posizionava fuori da una società ancora capace di integrare grandi maggioranze, il nuovo sindacalismo potrebbe trovarlo precisamente in una società che ha sempre più difficoltà a integrarle. Ci sono indizi del fatto che questo slittamento non appartiene solo al movimento per la casa. Come scriveva di recente il militante della Cnt Rafa Cuesta su El Salto, il ritorno della forma sindacale coincide con un recupero più ampio del conflitto sul lavoro e con l’arrivo di esperienze in cui sindacati combattivi di base, piattaforme unitarie e grandi assemblee di lavoratori stanno ritrovando capacità di iniziativa. Forse allora il sindacalismo inquilino non è un’anomalia, ma una delle espressioni più visibili di una ricomposizione ancora ai suoi inizi. Se la rottura della società delle classi medie torna a rendere nitidi degli interessi che per decenni erano stati ammortizzati dall’accesso a un impiego stabile, al consumo, ai servizi pubblici o alla proprietà, non sarebbe strano che stiano riapparendo organizzazioni costruite precisamente per trasformare questi interessi condivisi in un conflitto collettivo. Il ritorno del sindacato potrebbe non essere una moda militante, ma il sintomo organizzativo di una trasformazione sociale più profonda. FARSI TROVARE PRONTI Il libro If We Burn si chiede come organizzare potere su ampia scala, guardando indietro dopo l’entusiasmo. Il giornalista Vincent Bevins ha intervistato i partecipanti a movimenti di massa in una dozzina di paesi, trovando enormi differenze tra Brasile, Egitto, Cile, Turchia, Hong Kong o Ucraina, ma anche un punto ricorrente: i movimenti capaci di riunire centinaia di migliaia di persone, di abbattere governi o di paralizzare città, erano sorprendentemente poco preparati per decidere cosa sarebbe dovuto succedere il giorno dopo. La mobilitazione poteva produrre un vuoto di potere, ma qualcuno doveva riempirlo. Se il movimento ha rinunciato a farlo, però, quegli spazi non sono rimasti vuoti: altri attori –  partiti, eserciti, élite economiche, organizzazioni religiose, nuove destre –  erano molto più preparati per approfittarne. Questa è una delle tesi centrali di Bevins: aprire una crisi politica e disporre di un’organizzazione in grado di intervenire su di essa sono due capacità distinte. La Spagna ha seguito naturalmente il suo percorso. Il 15M non ha “fallito” e basta, poiché ha trasformato il linguaggio politico, ha prodotto delle nuove organizzazioni (e ne ha alimentate altre, come la Plataforma de Afectados por la Hipoteca), ha modificato il dibattito pubblico; in seguito ha aperto un ciclo istituzionale completamente nuovo, in grado di superare il bipartitismo e di durare fino a ora. Ridurlo a una sconfitta sarebbe una semplificazione pari a idealizzarlo; ma ha lasciato aperta la stessa domanda: cosa succede quando la piazza si svuota? Per alcuni anni, la risposta spagnola è stata, in qualche misura, elettorale. Parte dell’energia del 15M è stata incanalata in nuovi partiti e nuove candidature. Un’altra parte è tornata nei movimenti sociali, nei centri sociali, nelle reti di solidarietà e nell’attivismo settoriale. Un’ultima parte è rimasta troppo stanca e ferita per poter continuare a partecipare attivamente. Oggi sembra che stia affiorando una terza risposta: il ritorno del sindacalismo di base. Questa è la cosa davvero interessante del sindacalismo inquilino contemporaneo. Un sindacato non è un partito politico, non pretende necessariamente di conquistare lo Stato né ha bisogno di presentarsi alle elezioni. Ma non è neanche semplicemente uno spazio di incontro tra attivisti, perché aspira a organizzare una parte specifica della società a partire da una relazione materiale condivisa. È una differenza gigantesca. Un’inquilina può non considerarsi di sinistra, non sapere cosa vuol dire “autonomia”, non aver partecipato mai a una manifestazione e non avere nessuna opinione sulla Comune di Parigi. Eppure, sa perfettamente quanto paga di affitto, quando finisce il suo contratto, chi è il suo padrone di casa, sa che nell’appartamento accanto cinque famiglie hanno ricevuto la sua stessa raccomandata. È lì che comincia l’ipotesi sindacale: non in una convergenza ideologica preesistente, ma nella possibilità di costruire interessi comuni a partire da una relazione sociale esistente. Per questo il Sindicato de Inquilinas di Madrid si organizza per territori, per palazzi e per proprietari. Il suo metodo per organizzare una palazzo consiste nel localizzare il resto degli abitanti, concordare delle richieste comuni ampie e condivise, aprire una negoziazione collettiva, e allargare il conflitto se il proprietario rifiuta di negoziare. Non è una strategia molto spettacolare, ma forse questa è la sua virtù. Perché uno dei paradossi della politica contemporanea è che abbiamo imparato a produrre degli eventi straordinari mentre perdevamo la capacità di costruire istituzioni ordinarie. In questo senso, non è stato irrilevante scegliere di chiamarsi “sindacato”. C’è qualcosa di politicamente significativo nel fatto che, dopo decenni in cui buona parte dei movimenti sociali hanno preferito chiamarsi piattaforme, collettivi, reti o assemblee, una nuova generazione di organizzazioni abbia recuperato coscientemente una parola così carica di storia. Chiamarsi sindacato esprime un’ambizione specifica: non ci si limita a denunciare un’ingiustizia, ad accompagnare le persone che la subiscono o a intervenire episodicamente; si punta invece a costruire un’istituzione permanente del conflitto – un’organizzazione capace di aggregare interessi materiali, creare appartenenza, formare i suoi membri, negoziare collettivamente, imporre costi all’avversario e accumulare potere tra un conflitto e quello successivo. Il ritorno della parola è importante, perché segnala anche il ritorno di questa ambizione. MOBILITARE E ORGANIZZARE Qui appare una distinzione che per troppo tempo abbiamo trattato come se fosse una differenza semantica. Mobilitare vuol dire riuscire a far sì che molta gente faccia qualcosa; organizzare significa far sì che quelle stesse persone siano in grado di fare cose che prima non potevano fare. Una combinazione di indignazione, reti sociali, copertura mediatica e congiuntura politica può fare in modo che cinquantamila persone arrivino a Puerta del Sol: questo dimostra una grande capacità di mobilitazione. Ma se dopo una settimana ci sono dieci nuovi palazzi organizzati, centinaia di persone capaci di convocare riunioni nei loro edifici, nuovi affiliati, nuove brigate e strutture in grado di sostenere conflitti per mesi, allora è successo qualcosa di diverso. Si è creata organizzazione. […] Le strutture più capaci sono quelle che combinano mobilitazione e organizzazione: creano opportunità di partecipazione accessibile per migliaia di persone, e allo stesso tempo sviluppano meccanismi con cui una parte di queste persone acquisisce responsabilità, formazione, capacità politica e leadership. Senza mobilitazione, l’organizzazione rischia di chiudersi su se stessa; ma senza organizzazione, la mobilitazione può raggiungere grandi dimensioni e lasciare dietro di sé ben poca capacità accumulata. Questo ci permette di affrontare in un altro modo il dibattito sulla acampada. Pablo Carmona in questi giorni proponeva di interpretare Puerta del Sol come una nuova “Comune di Madrid”: un movimento capace di liberarsi progressivamente dalle organizzazioni da cui è nata la protesta, per convertirsi in un soggetto autonomo, destituente ed espansivo. L’immagine è suggestiva, ma appartiene chiaramente al ciclo politico precedente. La piazza appare di nuovo come il luogo dove le identità precedenti si diluiscono per produrre un nuovo soggetto. Le organizzazioni esistenti sarebbero necessarie per accendere la miccia, ma dopo dovrebbero farsi da parte, per permettere che l’evento dispieghi tutta la sua potenzialità. Un approccio sindacale  permette di porre il problema in un altro modo, senza arrivare alla conclusione superficiale che le organizzazioni semplicemente assorbiranno l’evento. Questo riprodurrebbe, in senso contrario, uno dei problemi storici di una certa sinistra organizzata, che tende a immaginare che tutta l’energia popolare debba finire contenuta nelle sue strutture. I grandi processi politici non funzionano mai così; ci sono sempre persone che arrivano per la prima volta, reti informali, gruppi di abitanti, militanti di diverse organizzazioni, persone che non vogliono affiliarsi a niente, spazi di autorganizzazione nati durante il conflitto stesso, iniziative impossibili da prevedere settimane prima. E tutto questo non è un’anomalia da correggere, ma una fonte di potenza di qualunque movimento di massa. La sfida consiste nel costruire un rapporto produttivo tra organizzazione e spontaneità. Le organizzazioni forti apportano infrastruttura, esperienza accumulata, formazione, risorse, memoria, capacità di sostenere i conflitti e una lettura strategica. Il movimento popolare apporta la capacità di espandersi, una creatività e un’iniziativa che nessuna organizzazione può fabbricare con una strategia coordinata. Uno sciopero generale, se un giorno riuscirà ad avere una vera dimensione di massa, probabilmente dovrà creare proprio questo tipo di rapporto. Non dovrà essere solo “lo sciopero del sindacato”; dovrà diventare uno sciopero di migliaia e poi decine di migliaia di persone, molte delle quali già organizzate, ma per la maggior parte – se siamo fortunati – composto da gente che non apparteneva a nessuna organizzazione. Questo ci obbliga a pensare a forme organizzative più ampie: comitati di sciopero di quartiere, assemblee aperte, coordinamento tra palazzi, strutture a cui partecipano sindacati, collettivi già esistenti e persone che arrivano per la prima volta. Le organizzazioni forti non devono sparire, ma neanche pretendere di sostituire il movimento. Il loro ruolo sarebbe quello di fare da colonna vertebrale per una forza sociale necessariamente molto più grande di loro. Forse questo è il miglior modo per descrivere il nostro compito ora: non contenere lo straripamento, né adorarlo, ma organizzarlo. IL RITORNO DELLA LEADERSHIP Per questo forse si può formulare un’ipotesi, intenzionalmente eccessiva: l’autonomia è morta. Ma spieghiamo subito cosa significhi, altrimenti l’affermazione risulta immediatamente falsa. Non sta morendo l’autonomia verso lo Stato o verso i partiti. Non sta morendo neanche la necessità che i movimenti sociali mantengano la propria capacità di decidere le loro strategie. Quello che potrebbe star morendo è l’autonomia come teoria sufficiente per l’organizzazione: l’idea che connettere le lotte orizzontalmente, rispettare la loro indipendenza e lasciare che l’intelligenza collettiva si sviluppi dal basso, produrrà spontaneamente una strategia comune. Per decenni, buona parte della politica radicale ha diffidato di una parola in particolare, rappresentanza. La dicotomia vera, però, non è mai tra rappresentanza o assenza di rappresentanza. L’alternativa era tra rappresentanza controllata o rappresentanza informale; leaderismi visibili o invisibili; strutture sottoposte a regole o strutture costruite con relazioni personali che nessuno aveva votato. Jo Freeman lo aveva segnalato già nel 1970, nella sua ben nota critica alla “tirannia della mancanza di strutture”; e Bevins, mezzo secolo dopo, trova un’intuizione simile in molti dei partecipanti ai movimenti che studia, scoprendo che buona parte di coloro che hanno rivisto le loro posizioni dopo quelle esperienze hanno iniziato a dare più importanza all’organizzazione, alla presenza di leader e a qualche forma di rappresentanza esplicita. […] Non c’è forse parola più malvista del termine “leader” in alcuni ambienti militanti. Per anni sembrava che essa nascondesse sempre una minaccia. L’alternativa consisteva nell’affermare che siamo tutte uguali, che non ci sono dirigenti e che le decisioni sorgono spontaneamente dall’assemblea. Ma chiunque abbia passato abbastanza tempo in un’“assemblea orizzontale” sa che questo raramente corrisponde alla realtà. Ci sono persone che hanno più informazioni, persone che sono lì da dieci anni, persone che conoscono tutti, persone i cui interventi immediatamente modificano l’assemblea, persone che possono dedicare quaranta ore a settimana alla militanza, e altre che ne hanno solo tre. La leadership esiste anche quando decidiamo di non nominarla. Proprio per questo la questione sindacale non si ossessiona con limitare la leadership, ma in come moltiplicarla. Non si costruiscono dirigenti imprescindibili, ma centinaia di dirigenti. La persona che arriva perché il suo padrone di casa vuole sfrattarla, magari entro un anno starà organizzando il suo palazzo; in seguito può sostenere un altro conflitto, poi formare dieci persone nuove. Per questo, un pilastro dev’essere la formazione politica della pedagogia di Freire: partire dall’esperienza vissuta per sviluppare un pensiero politico di classe e anticapitalista. Questo processo è molto meno romantico di una piazza occupata, e molto più pericoloso per chi ha il potere. La rendita immobiliare può sopportare manifestazioni, ma ha molta difficoltà nel gestire migliaia di persone che imparino collettivamente a negoziare, a disobbedire, e a sostenersi durante lunghi conflitti. […] Visto così, anche il dibattito su quando bisogna lasciare una acampada cambia completamente senso. Ridurre la presenza in piazza non vuol dire smobilitare; potrebbe voler dire proprio il contrario. Il Sindicato de Inquilinas questa settimana ha annunciato che ridurrà progressivamente la sua presenza ufficiale nell’accampamento, per poter orientare i suoi sforzi verso i quartieri, i palazzi organizzati, e la preparazione di conflitti futuri, anche se altre persone decideranno di mantenere l’acampada. È una decisione strategicamente interessante, proprio perché rompe con l’intuizione ben radicata che una mobilitazione può crescere solo rimanendo fisicamente dove ha raggiunto la sua massima visibilità. Forse ora crescere potrebbe diventare qualcos’altro. Il momento eccezionale si può usare non solo per rimanervi indefinitamente, ma per modificare le condizioni della vita quotidiana alla fine dell’evento. In questo senso, Puerta del Sol non sarebbe tanto una Comune, come una gigantesca scuola sindacale accelerata; e il suo successo non si può misurare contando il numero di tende. Bisognerà aspettare dei mesi, e vedere in concreto come si materializza questo successo nello sciopero generale che si sta preparando. Perché preparare uno sciopero generale non vuol dire solo fissare una data sul calendario. La costruzione dello sciopero può essere in sé un processo di organizzazione di massa. Ogni comitato di sciopero che si costituisce, ogni palazzo che si unisce, ogni conversazione con chi non si è già organizzato, ogni nuova responsabile che impara a convocare una riunione, ogni cassa di resistenza e ogni struttura di coordinamento, costruiscono già prima dello sciopero una capacità che rimarrà anche dopo di essa. In questo senso, lo sciopero non è solo il momento culminante in cui una forza già esistente si mette alla prova. Può essere anche il processo con cui questa forza si costruisce. Prepararla significa produrre il soggetto capace di sostenerla. […] Il 15M aveva prodotto un’enorme indignazione sociale, ma a rappresentarla a medio termine non furono le strutture popolari nate nei quartieri, bensì, soprattutto, le loro traduzioni elettorali. Prima le candidature municipaliste, poi Podemos, e poi tutto il ciclo politico che ha provato a trasportare nelle istituzioni una parte delle richieste, del linguaggio e dell’energia che avevano fatto irruzione nelle piazze. Non è stato né un tradimento né uno sviluppo inevitabile; ma di certo il risultato di una debolezza organizzativa. Si era creata una grande capacità per aprire una crisi, ma molta meno per darle una direzione propria, a una scala sufficiente. […] DOPO L’AUTONOMIA C’è un’altra differenza importante con il ciclo politico precedente. Costruire organizzazioni sindacali forti significa costruire un potere che non dipenda interamente dai ritmi elettorali. […] Un sindacato può negoziare una legge, contestare un decreto, fare pressioni su un governo o intervenire apertamente in un dibattito politico. La differenza è che la sua capacità di agire non emerge principalmente dall’aver occupato tali istituzioni. Emerge dalla gente che organizza e dalla possibilità di alterare materialmente un rapporto economico. Questa autonomia materiale dai cicli elettorali risulta specialmente importante dopo l’esperienza posteriore al 15M. Una candidatura può perdere le elezioni, un governo può cadere, una maggioranza parlamentare può sparire. Ma una palazzina organizzata esisterà anche il giorno dopo; e anche una sezione sindacale, un comitato di sciopero, una rete territoriale capace di smuovere migliaia di persone. Puntare ad avere organizzazioni forti e non partitiche non consiste nell’abbandono della politica istituzionale, ma nella costruzione di fonti proprie di potere che permettano, tra l’altro, di intervenire su di essa senza dipendere completamente dai suoi rovesci di fortuna. Un contropotere che possa strappare conquiste a qualunque governo, scontrandosi quando necessario e continuando a organizzarsi quando cambia la maggioranza in Parlamento. Forse la lezione del ciclo precedente non è che le piazze non servono, ma che tipo di organizzazioni rimangono quando le piazze si svuotano; lì forse si può trovare la differenza tra le due epoche. L’immaginario politico del 2011 potrebbe riassumersi in una piazza che grida “nessuno ci rappresenta”. L’immaginario che sta emergendo ora formula un problema differente: come costruiamo organizzazioni di massa che possiamo realmente controllare, e che siano abbastanza forti da rappresentarci quando decidiamo di agire insieme. (assiatu diallo, elisa molina, pablo pérez ruiz)
October 21, 2026
Napoli MONiTOR
Una città per tutt3, l’intervento di Giancarlo Storto
Pubblichiamo l’intervento del vice presidente di Carteinregola- ODV all’iniziativa Una città per tutt3 di Alleanza Verdi Sinistra Roma e Provincia del 24 ottobre 2026 La città contemporanea produce disuguaglianze. Non è sempre stato così, almeno non in queste forme e nei caratteri con cui allo stato attuale si manifesta. Quando il riformismo era una politica praticata e condivisa, i piani regolatori ricercavano una sintesi tra gli interessi delle diverse componenti della società attenuando le disparità che la rendita produceva. I piani di zona, le 167, escludevano, attraverso l’esproprio preventivo, che al profitto di impresa si aggiungesse la rendita di posizione, divenuta oggi la componente che fa lievitare i prezzi in modo talmente irragionevole da selezionare la domanda abitativa sulla base dei redditi dei nuclei familiari. I servizi erano poi garantiti in modo diffuso sull’intero territorio comunale. Tutto è cambiato con il neoliberismo, ideologia pervasiva che ha sedotto anche parte della cultura di sinistra e che nel governo delle città, più che in altri settori, ha prodotto guasti evidenti subordinando l’autonomia delle previsioni urbanistiche alle ragioni dell’economica. I proprietari degli immobili diventano interlocutori privilegiati delle amministrazioni comunali e in questi ultimi anni i proprietari non sono più i costruttori ma assumono le sembianze di fondi immobiliari e di casse professionali con enormi disponibilità di risorse finanziarie. Anche a Roma le indicazioni e le aspettative degli investitori privati nelle decisioni che riguardano le più rilevanti trasformazioni urbanistiche hanno un peso evidente e certamente il richiamo alla rigenerazione urbana, presente ormai in modo tanto generalizzato quanto ambiguo, non giustifica ogni tipo di intervento. Gli esempi sono numerosi, denunciati, riportando fatti e documenti, da Carteinregola e da altre associazioni. Sono vicende ormai note, alcune concluse e altre in via di definizione: dagli ex Mercati generali allo Stadio della Roma; dall’ex Cinema Metropolitan (trasformato nella gran parte in attività commerciali) all’ex convento in via di Sant’Ambrogio (un immobile del patrimonio indisponibile del Comune concesso per realizzare una scuola privata); dai ricoveri dei mezzi Atac non più utilizzati all’edificio dismesso dell’Ama; dagli immobili trasformati in alberghi esclusivi ricorrendo a procedure in deroga alle previsioni urbanistiche, ai parcheggi che riesumano convenzioni sottoscritte con i proponenti da un paio di decenni. Altre operazioni immobiliari sono in corso: tra tutte lo Stadio nel quartiere Flaminio (una sciagura destinata a sconvolgere la vita dei residenti, inaccettabile anche per il saccheggio all’opera di Nervi) e il “Dente cariato” (un avvio decisamente preoccupante la richiesta ai privati di avanzare proposte ma, fortunatamente, sembra ora superata). Operazioni che solo marginalmente hanno coinvolto la partecipazione dei residenti e non di rado è mancata anche l’informazione sui contenuti delle iniziative e sugli atti formali assunti dall’Amministrazione. La critica a questo modo di operare da parte dell’amministrazione non è ideologica, sarebbe demenziale non riconoscere ai privati la possibilità di agire come è sempre accaduto nella costruzione delle città. L’aspetto che più rende questi interventi inaccettabili è la sproporzione tra i benefici che ne ricavano i privati (un utile esorbitante) e quelli destinati ai residenti (qualche sistemazione nelle aree adiacenti all’intervento). Per lo Stadio a Pietralata (non entro nel merito della localizzazione) è previsto un finanziamento di 1,048 miliardi (più IVA) e secondo il Piano di Fattibilità Tecnico Economica i ricavi netti previsti partono per il primo anno (2031) da 154 milioni con una continua crescita che raggiunge nel 2116 (allo scadere della convenzione) 760,8 milioni. Quali i benefici per la collettività? Un onere concessorio di 66mila euro/anno e un parco attrezzato di modeste dimensioni (i ponti pedonali e i parcheggi sono funzionali all’impianto sportivo). La valorizzazione nelle trasformazioni edilizie, a cui il comune mostra grande disponibilità, non può considerarsi un fine che viene motivato dal rendere la città più attrattiva. Richiamare capitali in modo che investano in operazioni immobiliari non può considerarsi un obiettivo a prescindere. La valorizzazione non è da escludere, ma solo se determina un miglioramento della qualità urbana dell’ambito interessato e comunque, quando la richiesta dei privati comporta una variante urbanistica o un permesso in deroga, deve comportare, come prescrive il Testo unico dell’edilizia (art. 16, comma 4, lett. d-ter [1]), la corresponsione di un contributo straordinario pari almeno alla metà del maggiore valore generato (da destinare, tra l’altro, anche per servizi ed edilizia residenziale sociale). Ogni trasformazione che produce modifiche significative nell’uso della città, in particolare se oggetto di contrattazione pubblico-privati, deve essere valutata in relazione all’interesse pubblico: un requisito, quello dell’interesse pubblico, per Carteinregola non negoziabile e che deve essere comprovato dall’amministrazione in un confronto con i residenti. In questi giorni è tornato prepotentemente all’attenzione il problema della casa. Le maggiori responsabilità della dilagante crisi abitativa sono da attribuire a Stato e Regione: sono queste le istituzioni a cui è demandata la competenza nel campo delle politiche abitative, con responsabilità che comprendono sia lo stanziamento delle necessarie risorse finanziarie (irrilevante e per alcuni aspetti dannoso il provvedimento del ministro Salvini), sia l’approvazione di norme per regolamentare il mercato abitativo (si può: sembra impossibile ma per due decenni i canoni di locazione sono stati sottratti alla contrattazione tra le parti per essere decisi sulla base di parametri definiti con legge dello Stato e senza incorrere nei rilievi della Corte Costituzionale). A livello comunale azioni per ridurre il disagio di strati sociali sempre in maggiore sofferenza sono possibili. A Roma la variante alle Norme Tecniche di Attuazione del Piano Regolatore è stata un’occasione mancata per ampliare l’offerta di edilizia residenziale sociale: si sarebbe potuto prevedere l’obbligo di destinare al comparto una percentuale significativa di alloggi almeno nei casi in cui i privati intendano realizzare o recuperare immobili di consistenza significativa (criticabile anche che nella bozza di Regolamento sull’edilizia sociale che si è avuto modo di visionare venga attribuito ai costruttori la selezione, sulla base di alcuni requisiti, degli assegnatari degli alloggi). Del tutto non considerata è stata poi una norma nazionale che consente di individuare negli strumenti urbanistici ambiti la cui trasformazione è subordinata alla cessione gratuita di aree o immobili da destinare all’edilizia residenziale sociale (e quindi anche all’edilizia pubblica) “in rapporto al fabbisogno locale e in relazione all’entità e al valore della trasformazione” (comma 258 dell’articolo 1 della legge 244 del 2007 [2]). Il diritto alla casa, la garanzia per tutti di accedere a un bene primario a costi compatibili con i propri redditi, non deve rimanere una frase a effetto da rilanciare all’occorrenza. Deve essere un obiettivo strategico che va perseguito utilizzando ogni mezzo disponibile. Giancarlo Storto 20 ottobre 2026 Per osservazioni e precisazioni scrivere a laboratoriocarteinregola@thaya NOTE [1] D.P.R. 6 giugno 2001, n. 380 Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia  (G.U. n. 245 del 20 ottobre 2001) art. 16, comma 4, lett. d-ter Art. 16 (L) – Contributo per il rilascio del permesso di costruire 1. Salvo quanto disposto all’articolo 17, comma 3, il rilascio del permesso di costruire comporta la corresponsione di un contributo commisurato all’incidenza degli oneri di urbanizzazione nonché al costo di costruzione, secondo le modalità indicate nel presente articolo. 2. La quota di contributo relativa agli oneri di urbanizzazione va corrisposta al comune all’atto del rilascio del permesso di costruire e, su richiesta dell’interessato, può essere rateizzata. A scomputo totale o parziale della quota dovuta, il titolare del permesso può obbligarsi a realizzare direttamente le opere di urbanizzazione, nel rispetto dell’articolo 2, comma 5, della legge 11 febbraio 1994, n. 109, e successive modificazioni, (ora art. 1, comma 2, lett. e) e art. 36, commi 3 e 4, d.lgs. n. 50 del 2016 – n.d.r.) con le modalità e le garanzie stabilite dal comune, con conseguente acquisizione delle opere realizzate al patrimonio indisponibile del comune. 2-bis. Nell’ambito degli strumenti attuativi e degli atti equivalenti comunque denominati nonché degli interventi in diretta attuazione dello strumento urbanistico generale, l’esecuzione diretta delle opere di urbanizzazione primaria di cui al comma 7, di importo inferiore alla soglia di cui all’articolo 28, comma 1, lettera c), del decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163 (poi art. 35, comma 1, d.lgs. n. 50 del 2016 ora art. 14 d.lgs. n. 36 del 2023 – n.d.r.) , funzionali all’intervento di trasformazione urbanistica del territorio, è a carico del titolare del permesso di costruire e non trova applicazione il decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163. 3. La quota di contributo relativa al costo di costruzione, determinata all’atto del rilascio, è corrisposta in corso d’opera, con le modalità e le garanzie stabilite dal comune, non oltre sessanta giorni dalla ultimazione della costruzione. (per la rateizzazione si veda anche l’art. 47 della legge n. 457 del 1978) 4. L’incidenza degli oneri di urbanizzazione primaria e secondaria è stabilita con deliberazione del consiglio comunale in base alle tabelle parametriche che la regione definisce per classi di comuni in relazione: > a) all’ampiezza ed all’andamento demografico dei comuni; > b) alle caratteristiche geografiche dei comuni; > c) alle destinazioni di zona previste negli strumenti urbanistici vigenti; > d) ai limiti e rapporti minimi inderogabili fissati in applicazione > dall’articolo 41-quinquies, penultimo e ultimo comma, della legge 17 agosto > 1942, n. 1150, e successive modifiche e integrazioni, nonché delle leggi > regionali; > d-bis) alla differenziazione tra gli interventi al fine di incentivare, in > modo particolare nelle aree a maggiore densità del costruito, quelli di > ristrutturazione edilizia di cui all’articolo 3, comma 1, lettera d), anziché > quelli di nuova costruzione; > (lettera aggiunta dall’art. 17, comma 1, lettera g), legge n. 164 del 2014) > d-ter) alla valutazione del maggior valore generato da interventi su aree o > immobili in variante urbanistica o in deroga. Tale maggior valore, calcolato > dall’amministrazione comunale, è suddiviso in misura non inferiore al 50 per > cento tra il comune e la parte privata ed è erogato da quest’ultima al comune > stesso sotto forma di contributo straordinario, che attesta l’interesse > pubblico, in versamento finanziario, vincolato a specifico centro di costo per > la realizzazione di opere pubbliche e servizi da realizzare nel contesto in > cui ricade l’intervento, cessione di aree o immobili da destinare a servizi di > pubblica utilità, edilizia residenziale sociale od opere pubbliche. > (lettera aggiunta dall’art. 17, comma 1, lettera g), legge n. 164 del 2014, > poi così modificata dall’art. 10, comma 1, lettera g), della legge n. 120 del > 2020) [2] comma 258 dell’articolo 1 della legge 244 del 2007 LEGGE 24 dicembre 2007, n. 244 Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge finanziaria 2008) note: Entrata in vigore della legge: 1/1/2008, ad eccezione dell’art. 2, comma 13 e dell’art. 3, comma 36 che entrano in vigore il 28/12/2007. (Ultimo aggiornamento all’atto pubblicato il 11/08/2026)(GU n.300 del 28-12-2007 – Suppl. Ordinario n. 285) ART. 1 Disposizioni in materia di entrata, nonché disposizioni concernenti le seguenti Missioni: Organi costituzionali, a rilevanza costituzionale e Presidenza del Consiglio dei ministri; Relazioni finanziarie con le autonomie territoriali 258. Nell’ambito delle risorse disponibili a legislazione vigente per il programma straordinario di edilizia residenziale pubblica, una quota fino a 50 milioni di euro è destinata alla prosecuzione degli interventi di cui all’articolo 1, comma 1010, della legge 27 dicembre 2006, n. 296, da realizzare con le modalità di cui al primo comma dell’articolo 18 della legge 7 marzo 1981, n. 64, anche rimodulando gli interventi in base alle esigenze accertate dal Ministero delle infrastrutture.
October 20, 2026
carteinregola
Bilancio generale del “governo progressista” spagnolo, un’analisi critica /1
Diario socialista è il quotidiano online del Movimento Socialista (Mugimendu Socialista) sorto nei Paesi Baschi sul finire del 2010, ed attualmente presente in tutti i territori e le comunità nazionali dello Stato Spagnolo. Questo movimento raggruppa diverse organizzazioni con una prospettiva comunista comune, e si è espanso – dal 2022 […] L'articolo Bilancio generale del “governo progressista” spagnolo, un’analisi critica /1 su Contropiano.
October 14, 2026
Contropiano
PORTOGALLO: CONVERGONO LE PROTESTE, DAL CAROVITA AL DIRITTO ALL’ABITARE E ALLA PALESTINA. SGOMBERATA L’ACAMPADA DI PORTO.
Le manifestazioni contro il carovita arrivano anche in Portogallo. Sabato 10 ottobre cortei in molte città come Lisbona, Porto, Aveiro, Braga e Funchal, capoluogo dell’isola di Madeira. A Porto è iniziata un’acampada, sul modello spagnolo, nella centrale piazza Dom João I. Le tende sono rimaste nel centro della città settentrionale, motore economico del Paese lusitano, fin quando la polizia – lunedì 12 ottobre – la polizia ha effettuato lo sgombero, identificando decine di persone. Al centro delle proteste ci sono sia la nuova legge di Bilancio, ora in Parlamento, incentrata sul solito mix “lacrime e sangue” per le classi popolari ma pure il più che timido disegno di legge delega “per la revisione del regime degli affitti”, che il governo di centrodestra al potere a Lisbona è riuscito a far approvare in prima lettura solo grazie all’astensione del partito di estrema destra Chega, equivalente locale dello spagnolo Vox. Dal Portogallo, su Radio Onda d’Urto, la corrispondenza con Franco Tommasoni, ricercatore del Laboratorio collaborativo per lavoro impiego e protezione sociale. Ascolta o scarica
October 12, 2026
Radio Onda d`Urto
Spagna. L’11 novembre sarà “huelga general”
Lo sciopero generale chiesto a gran voce dalle organizzazioni sindacali degli inquilini, appoggiato in un primo momento dalla libertaria CGT e sostenuto poi dalle due maggiori centrali sindacali spagnole CC.OO e UGT, si svolgerà l’11 novembre con la partecipazione di importanti realtà sindacali “regionali”, come la CIG gallega e le […] L'articolo Spagna. L’11 novembre sarà “huelga general” su Contropiano.
October 9, 2026
Contropiano
Spagna: morte di Maricarmen, verso lo sciopero generale dell’11 novembre
In Spagna continua la mobilitazione per il diritto all’abitare. Ieri sera è giunta la tragica notizia della morte di Maricarmen, la donna che a seguito dello sfratto a Madrid ha avuto complicazioni di salute ed era stata ricoverata. Questo evento ha scatenato un’ondata di proteste molto significative in Spagna e alla notizia della sua morte la prima reazione è stata quella di una donna uccisa dalla violenza di un sistema. In questo contesto si prepara lo sciopero generale dell’11 novembre. Questo scenario ha delle ripercussioni importanti anche sul piano della politica istituzionale: a partire dalle elezioni anticipate e dalla crisi di governo per Sanchez si apre una prospettiva di incertezza. A fare saltare il tavolo sono stati i voti che hanno bocciato i due decreti sulla casa, redatti proprio a seguito delle proteste. I voti che hanno determinato questo risultato sono stati quelli del Partito Popolare di estrema destra Vox e di Juntos, partito indipendentista catalano. Gli sviluppi di questo tornante avranno ricadute anche su un piano più generale in merito alla politica europea e al ruolo del governo spagnolo in questa fase di riarmo e guerra. Ne parliamo con Victor Serri, giornalista in Spagna e curatore dello spazio informativo “Barcellona chiama Italia“ Di seguito un testo di Cronache Ribelli in ricordo di Maricarmen Maricarmen Abascal è morta oggi, 7 ottobre 2026, nell’ospedale Gregorio Marañón di Madrid. Aveva 87 anni. Dal 1956 viveva nella stessa casa, nel quartiere madrileno di Retiro. Aveva 17 anni quando suo padre aveva preso in affitto quell’appartamento. Lì aveva vissuto tutta la sua vita, li erano morti i suoi genitori, lì sarebbe voluta morire anche lei. Ma non glielo hanno permesso. La sua storia ormai la conosciamo tutti. Per decenni Maricarmen aveva abitato quella casa con un contratto di affitto a canone storico, pagando regolarmente. Nel 2018 l’edificio passò a un fondo d’investimento. In seguito la proprietà dell’appartamento è arrivata a Urbagestión, che alla fine di un lungo contenzioso legale le ha imposto un affitto pari a 1650 euro al mese, più di quanto percepiva con la sua pensione. Per mesi i movimenti per il diritto alla casa, avvocati, amici hanno cercato di difenderla, portando la vicenda fino all’ONU, che aveva chiesto di bloccare lo sfratto. Ma il 23 settembre arrivò il giorno dell’esecuzione. Maricarmen uscì su una barella, espulsa da casa sua come fosse una criminale. Le immense proteste dei giorni successivi avevano cambiato tutto. Il 29 settembre Maricarmen aveva riacquisito la possibilità di tornare nella sua casa con un affitto compatibile col suo reddito. Ma non ce l’ha fatta, è morta prima. Di fatto sfrattandola l’hanno uccisa. Perché quando una persona di 87 anni, con una disabilità, che ha pagato per settant’anni il proprio affitto, viene espulsa dalla casa nella quale ha trascorso tutta la sua vita per permettere alla proprietà di perseguire un profitto sproporzionato, siamo davanti a un omicidio. Quante altre Maricarmen dovranno morire prima che si possa dire che la casa è un diritto? Perché ciò non accada dobbiamo seguire le sue parole: “Luchad. Seguid luchando por lo que es vuestro”. Lottiamo per ciò che è nostro, lottiamo per tutte le Maricarmen del mondo.
October 8, 2026
Radio Blackout - Info
Spagna: morte di Maricarmen, verso lo sciopero generale dell’11 novembre
In Spagna continua la mobilitazione per il diritto all’abitare. Ieri sera è giunta la tragica notizia della morte di Maricarmen, la donna che a seguito dello sfratto a Madrid ha avuto complicazioni di salute ed era stata ricoverata. Questo evento ha scatenato un’ondata di proteste molto significative in Spagna e alla notizia della sua morte la prima reazione è stata quella di una donna uccisa dalla violenza di un sistema. In questo contesto si prepara lo sciopero generale dell’11 novembre. Questo scenario ha delle ripercussioni importanti anche sul piano della politica istituzionale: a partire dalle elezioni anticipate e dalla crisi di governo per Sanchez si apre una prospettiva di incertezza. A fare saltare il tavolo sono stati i voti che hanno bocciato i due decreti sulla casa, redatti proprio a seguito delle proteste. I voti che hanno determinato questo risultato sono stati quelli del Partito Popolare di estrema destra Vox e di Juntos, partito indipendentista catalano. Gli sviluppi di questo tornante avranno ricadute anche su un piano più generale in merito alla politica europea e al ruolo del governo spagnolo in questa fase di riarmo e guerra. Ne parliamo con Victor Serri, giornalista in Spagna e curatore dello spazio informativo “Barcellona chiama Italia“ Di seguito un testo di Cronache Ribelli in ricordo di Maricarmen Maricarmen Abascal è morta oggi, 7 ottobre 2026, nell’ospedale Gregorio Marañón di Madrid. Aveva 87 anni. Dal 1956 viveva nella stessa casa, nel quartiere madrileno di Retiro. Aveva 17 anni quando suo padre aveva preso in affitto quell’appartamento. Lì aveva vissuto tutta la sua vita, li erano morti i suoi genitori, lì sarebbe voluta morire anche lei. Ma non glielo hanno permesso. La sua storia ormai la conosciamo tutti. Per decenni Maricarmen aveva abitato quella casa con un contratto di affitto a canone storico, pagando regolarmente. Nel 2018 l’edificio passò a un fondo d’investimento. In seguito la proprietà dell’appartamento è arrivata a Urbagestión, che alla fine di un lungo contenzioso legale le ha imposto un affitto pari a 1650 euro al mese, più di quanto percepiva con la sua pensione. Per mesi i movimenti per il diritto alla casa, avvocati, amici hanno cercato di difenderla, portando la vicenda fino all’ONU, che aveva chiesto di bloccare lo sfratto. Ma il 23 settembre arrivò il giorno dell’esecuzione. Maricarmen uscì su una barella, espulsa da casa sua come fosse una criminale. Le immense proteste dei giorni successivi avevano cambiato tutto. Il 29 settembre Maricarmen aveva riacquisito la possibilità di tornare nella sua casa con un affitto compatibile col suo reddito. Ma non ce l’ha fatta, è morta prima. Di fatto sfrattandola l’hanno uccisa. Perché quando una persona di 87 anni, con una disabilità, che ha pagato per settant’anni il proprio affitto, viene espulsa dalla casa nella quale ha trascorso tutta la sua vita per permettere alla proprietà di perseguire un profitto sproporzionato, siamo davanti a un omicidio. Quante altre Maricarmen dovranno morire prima che si possa dire che la casa è un diritto? Perché ciò non accada dobbiamo seguire le sue parole: “Luchad. Seguid luchando por lo que es vuestro”. Lottiamo per ciò che è nostro, lottiamo per tutte le Maricarmen del mondo.
October 8, 2026
Radio Blackout
Maricarmen, il centro di un mondo impazzito
Le grandi crisi di civiltà – e di un modo di produzione – si riconoscono dalla convergenza dei fatti in un solo punto. Tutti i fatti. Quelli “sistemici” – congiuntura economica, guerre, disorientamento sociale, catastrofi ambientali, ecc – e quelli individuali. Vicende altrimenti destinate all’anonimato assurgono a motivo scatenante la […] L'articolo Maricarmen, il centro di un mondo impazzito su Contropiano.
October 8, 2026
Contropiano
SPAGNA: ELEZIONI ANTICIPATE E SCIOPERO GENERALE. CONTINUA LA MOBILITAZIONE SUGLI AFFITTI
È passato solo qualche giorno dalla bocciatura in Parlamento dei due decreti sulla regolamentazione del mercato degli affitti in Spagna, una decisione che ha portato Pedro Sánchez a sciogliere le Cortes e a convocare elezioni anticipate per il prossimo 29 novembre. Nel frattempo, il testo di due decreti molto simili a quelli bocciati in Parlamento è stato approvato ieri dal Consiglio dei Ministri. Attraverso una votazione nella Deputazione Permanente, dove il governo dispone della maggioranza, i provvedimenti potrebbero essere approvati in via definitiva, aggirando così il blocco della plenaria del Congresso. Nonostante la partita sembri a favore del governo, i sondaggi danno la destra del PP e di Vox come favorita alle prossime elezioni, aggiungendo la Spagna al lungo elenco dei Paesi europei guidati da forze sovraniste. Mentre si apre il fronte istituzionale, però, le piazze non smobilitano. Ci sono state mobilitazioni in tutto il territorio spagnolo, con scontri anche a Barcellona al termine della manifestazione. Un altro dato interessante è quello relativo alla risposta antifascista al tentativo di gruppi nazisti come Nucleo Nacional di «sgomberare» l’acampada di Puerta del Sol. La cacciata dei nazisti al grido di «Madrid será la tumba del fascismo» indica la forza della piazza e, soprattutto, quanto sia importante la partita che si gioca attorno al tema del diritto all’abitare. Per Aniello Lampo, compagno intervenuto ai nostri microfoni, è proprio attorno a questo tema che si articola il conflitto di classe in Spagna. Da anni, infatti, imprenditori, gruppi squadristi fascisti e mafia locale si organizzano attorno a realtà come Desokupa, una vera e propria impresa che si occupa di sgomberi e sfratti, per eseguire sfratti coatti ai danni di occupanti e morosi. Il prossimo 14 ottobre, infine, è convocata una mobilitazione studentesca a sostegno della lotta per la casa. Una convergenza tra movimento per il diritto all’abitare e movimento studentesco che potrebbe rappresentare un passaggio importante verso lo sciopero generale, la cui convocazione è stata nel frattempo annunciata dai principali sindacati spagnoli per l’11 novembre. Ne parliamo con Aniello Lampo, compagno di base a Madrid: Foto di copertina di David ArumÍ González
October 7, 2026
Radio Blackout - Info