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Sesto San Giovanni: presidio preventivo per il diritto alla casa
Sesto San Giovanni e problema casa: un’accoppiata di cui abbiamo parlato molte volte: picchetti per evitare sgomberi, manifestazioni per sgomberi avvenuti, pressioni sulle amministrazioni che gestiscono l’edilizia popolare come un residuo “socialista” da recidere come un ramo secco. Un braccio di ferro, una partita a scacchi: da una parte un’amministrazione (Comune, Aler, Regione Lombardia) con i loro scudieri – forze dell’ordine e ufficiali giudiziari -, dall’altra un sindacato combattivo, l’Unione inquilini, e due Comitati, quello “per il diritto alla casa” e quello “delle famiglie senza contratto”, a difesa di abitanti, famiglie, anziani, persone malate o sole. Da una parte il perbenismo che fa dire: “Vergogna, come tollerare tutti questi occupanti? Pezzenti che non vogliono pagare, e noi a pagare le tasse!”. Dall’altra gente che ha bisogno, disponibile a trovare soluzioni fattibili, che chiede di essere regolarizzata. Sfrattarli vorrebbe dire abbandonarli a se stessi, alla deriva, a bussare al parroco di turno. Il prezzo di mercato non è affrontabile. Così  arriva l’estate, e non c’è bisogno di grandi analisti per sapere che il caldo non colpisce allo stesso modo: colpisce di più, semplicemente, i più poveri. L’abbiamo già detto: gli sfratti maturano come le albicocche. Due anni fa, a luglio, una manifestazione simile: preventiva. Mercoledi 15 luglio ore 14.30, via Sesto San Giovanni. Un presidio che sfida il caldo e le chiusure di un’amministrazione all’edilizia popolare, l’Aler, che si ostina a non dialogare. Tutto per dire: “Guardate che ci siamo. Che queste famiglie non sono sole. Che avete provato a spaventarle e farle scappare, ma hanno capito che i diritti esistono e che solo uniti li si può difendere.” Come andrà il 15 luglio? È una bella scommessa, ma l’intento di questo articolo è che si sappia che ci sono lotte e forme di resistenza  ovunque, che bisogna sostenere i più deboli, i più fragili, contro la prepotenza dei più forti. Chi può unirsi a loro, che faccia uno sforzo, sfidi il caldo e stia al loro fianco. Andrea De Lotto
July 10, 2026
Pressenza
Privati e finanza, il vero piano dietro il Piano casa del governo
(disegno di ottoeffe) Il primo luglio il Senato ha approvato il Piano casa, che diventa definitivamente legge. Un Piano che non è solo un pacchetto di misure per l’edilizia popolare e sociale, ma che fa parte di una serie di riforme e provvedimenti che aprono sempre di più la strada ai processi di finanziarizzazione dell’abitare in corso da decenni. Questa finanziarizzazione, difatti, considera il patrimonio residenziale – comprese le case pubbliche e sociali destinate alle persone economicamente più svantaggiate – come un veicolo di investimento, piuttosto che come un bene destinato a soddisfare un bisogno sociale fondamentale. Capire questo passaggio è l’unico modo per valutare gli effetti di questa legge. Prima di entrare nel merito, è importante riflettere sulla fase di trasformazione globale del sistema abitativo. In molti paesi a capitalismo avanzato, grandi società private acquistano interi portafogli di edilizia, sia sociale che privata, trasformando il canone mensile in un flusso di cassa continuo e prevedibile per gli investitori. Aalbers, in un articolo pubblicato recentemente, sostiene che una serie di meccanismi finanziari già consolidati – come costruzione di case per affitto o rivendita, cartolarizzazioni, diversificazione dei portafogli, hedge fund, REIT, e così via – si spingono ora verso una direzione nuova, ovvero verso segmenti abitativi prima considerati marginali, rischiosi o addirittura “non investibili”. Stiamo parlando degli alloggi per studenti, delle case in affitto, delle residenze per anziani, dell’edilizia sociale e sovvenzionata, e persino, negli Stati Uniti, degli insediamenti informali e dei parchi di case mobili. La frontiera della finanza, insomma, si allarga fino al punto in cui quasi qualsiasi unità abitativa, in qualsiasi luogo, diventa un potenziale prodotto d’investimento. Secondo il geografo, un altro tratto distintivo di questa nuova fase della finanziarizzazione è che il rendimento non viene più solo dall’affitto, ma dall’integrazione di alloggio e servizi (modelli in stile alberghiero, abbonamenti, spese accessorie, servizi “all inclusive”); si assiste sempre più alla trasformazione dell’abitare in una fornitura continua di servizi. In questo scenario, i governi centrali e locali hanno un ruolo decisivo. La finanziarizzazione è co-prodotta dall’azione pubblica: lo Stato agisce da creatore di mercato, ovvero da soggetto che riduce il rischio per gli investitori, e in alcuni casi persino da investitore diretto tramite fondi pensione pubblici e tramite la creazione di società di gestione del risparmio a partecipazione pubblica, come Cassa Depositi e Prestiti e Invimit. A finanziare queste operazioni sono soprattutto gli investitori istituzionali – fondi pensione, assicurazioni, banche – che in questa fase diventano i veri protagonisti; ed è qui che entra in gioco il risparmio previdenziale. È importante sottolineare che a questo Piano si connette un provvedimento apparentemente sconnesso. Sempre a partire dal primo luglio, sono infatti cambiate le regole del silenzio-assenso sul TFR (trattamento di fine rapporto) per i neoassunti nel settore privato. La legge di Bilancio 2026 prevede che il lavoratore abbia sessanta giorni di tempo per opporsi, non più sei mesi come era previsto in precedenza. In mancanza di un rifiuto esplicito, il TFR viene versato in automatico alla previdenza complementare. Chi decide di lasciare il TFR in azienda può poi ripensarci, ma chi lo destina ad un fondo pensione complementare – per scelta o per silenzio-assenso, quest’ultimo spesso frutto di un’asimmetria informativa – non può più tornare indietro. Lo spiega bene Alessandro Volpi, secondo cui l’entrata in vigore del silenzio-assenso, accompagnato da incentivi fiscali che lo renderanno apparentemente conveniente e affiancato dalla futura portabilità verso fondi aperti più rischiosi, porterà a un importante spostamento del risparmio italiano verso fondi finanziari – per lo più statunitensi – riducendo di fatto la disponibilità dell’Inps. È così che questa ulteriore trasformazione del sistema previdenziale diventa il carburante della finanziarizzazione dell’abitare. In questa saldatura le due riforme, la privatizzazione del sistema previdenziale e il Piano casa, rivelano la loro comune direzione: accrescere la massa di risparmio gestita da società dentro fondi creati ad hoc, per trasformare le città e le case in strumenti finanziari. E lo fanno da due lati opposti: da un lato, il silenzio-assenso incanala in automatico il risparmio dei lavoratori e delle lavoratrici nella previdenza complementare privata, sottraendolo all’Inps e trasformandolo in capitale che, per definizione, deve essere investito sui mercati e produrre rendimento; dall’altro, una norma del 2025 (D.L. 25/2025) obbliga proprio gli enti pubblici (Inps e Inail) a destinare fino al quaranta per cento dei fondi disponibili ai veicoli immobiliari gestiti da Invimit gli stessi che il Piano casa introduce. Il risparmio previdenziale, pubblico e privato, viene così spinto per intero nella logica dei fondi. Vediamo come tutto questo si traduce nel Piano casa. La legge, così come è stata costruita, si articola lungo tre binari convergenti. In primis, la finanziarizzazione e l’apertura al capitale privato che, attraverso il cavallo di Troia dello scopo sociale e dell’utilità pubblica, entra nel sistema e alimenta operazioni speculative di mix funzionale: interventi immobiliari che permetteranno alti rendimenti proprio perché al loro interno convivono funzioni di mercato e non residenziali. In secondo luogo, la compressione e semplificazione delle regole urbanistiche per accelerare i progetti: una serie di procedure e regole renderanno ancora più facili i cambi d’uso e più rapide le autorizzazioni; poteri commissariali permetteranno di andare in deroga alle leggi urbanistiche e si accentreranno in capo a poche figure le decisioni sui progetti di rigenerazione urbana. Infine, l’alienazione e la privatizzazione del patrimonio pubblico, attraverso la vendita e il riscatto degli alloggi ERP, ma anche l’edilizia integrata, che non è solo affittata a prezzi calmierati, ma altresì venduta a un prezzo scontato di almeno il trentatré per cento rispetto al mercato. VEICOLI FINANZIARI Per l’edilizia pubblica e sociale (Erp e Ers) – di cui già si è discusso nell’articolo pubblicato a giugno da Monitor – il Piano casa attiva il Fondo Housing Coesione, istituito e gestito da INVIMIT SGR S.p.A.  Questa società di gestione del risparmio, completamente partecipata dal ministero dell’economia e delle finanze, non possiede né acquista direttamente edifici, ma crea un fondo, cioè un contenitore entro cui entrano immobili pubblici che possono essere valorizzati, ristrutturati e affittati o venduti. Il Fondo Housing Coesione è un cosiddetto “fondo di fondi”. Nella scatola più grande c’è il fondo gestito da Invimit, in cui confluisce denaro pubblico, ovvero i cento milioni del Fondo per lo sviluppo e la coesione, insieme ad altre risorse nazionali ed europee e alle quote di regioni e ministeri. Questo veicolo finanziario ha il compito di smistare i capitali. Al suo interno ci sono altri fondi gestiti non da Invimit, ma da società di gestione private scelte sul mercato. Sono queste ultime che acquistano immobili, li ristrutturano e li affittano. Su questo impianto il decreto interviene con un ritocco che è solo apparentemente tecnico. Fino a ieri i fondi Invimit potevano affiancarsi soltanto a società interamente pubbliche; ora è sufficiente una partecipazione di maggioranza del pubblico, aprendo la quota restante a un socio privato. Pertanto, anche se il fondo di investimento deve orientarsi all’edilizia pubblica e sociale, non può per definizione privilegiare la funzione sociale rispetto al rendimento, perché ha obblighi fiduciari verso i propri investitori, cioè coloro che mettono il capitale. Resta quindi una tensione strutturale tra rendimento e bisogno abitativo che il vincolo può attenuare, non annullare. Ma quando lo Stato incanala la politica abitativa in un veicolo finanziario di questo tipo, si può parlare a tutti gli effetti di piena finanziarizzazione abitativa. IL CAVALLO DI TROIA DELLO SCOPO SOCIALE Un pilastro che merita attenzione e approfondimento è quello dedicato all’edilizia integrata. Come mostrato, le trasformazioni urbane e abitative a cui stiamo assistendo non sono l’esito spontaneo del mercato, ma sono favorite dallo Stato che crea le condizioni normative, finanziarie e procedurali affinché operatori privati, fondi e investitori istituzionali possano intervenire nei processi di rigenerazione urbana, riducendone i rischi spesso in nome dell’accessibilità economica. Non parliamo di investimenti pubblici tradizionali, ma di un modello fondato sul partenariato pubblico-privato. Un concetto che viene espresso chiaramente nell’articolo 9, dove si afferma che i programmi di edilizia integrata vengono realizzati “con l’attrazione prevalente di investimenti privati”. Questa formulazione non è neutra perché esplicita che il sistema si regge sul capitale privato, e che le risorse pubbliche sono residuali. Dietro questa narrazione, le abitazioni destinate alla fascia grigia della popolazione – cioè chi non ha i requisiti per l’edilizia residenziale pubblica ma non riesce nemmeno a sostenere le spese nel mercato privato – vengono sottoposte alle stesse logiche di rendimento di qualsiasi altro asset finanziario. Di fatto, il meccanismo funziona così: il privato investe, ottiene semplificazioni e vantaggi urbanistici, realizza alloggi a canone calmierato o con finalità sociale per un periodo definito e può destinare il trenta per cento dell’operazione all’edilizia libera di mercato. Il settanta per cento dell’investimento va all’edilizia convenzionata, che a sua volta deve praticare un prezzo o canone scontato di almeno il trentatre per cento rispetto ai valori di mercato, rilevati dall’Osservatorio dell’Agenzia delle Entrate. Si tratta comunque di prezzi calcolati a partire dai valori di mercato, che nelle grandi città sono già molto elevati. Nella zona Ostiense di Roma, per esempio, il canone di mercato è pari a 16 €/m² al mese, mentre la riduzione del 33% prevista dalla normativa porta il canone a circa 10,70 €/m² al mese, pari a circa 860 euro mensili per un appartamento di 80 m². Anche in questo caso, pur essendo inferiore al prezzo di mercato, il canone resta elevato per molte famiglie appartenenti alla cosiddetta “fascia grigia”. Gli interventi di edilizia convenzionata possono essere destinati a canone o prezzo calmierati sia alla locazione che alla vendita, senza alcuna specifica quantitativa sul numero di alloggi che saranno affittati o venduti. La legge individua una platea molto ampia. Gli interventi sono destinati ad abitazione principale, ma anche a residenze per studenti universitari e lavoratori fuori sede, giovani coppie, genitori separati, e persino nuove formule abitative come la coabitazione solidale per gli anziani (senior cohousing) e quella di co-housing intergenerazionale, sempre entro i limiti di reddito e patrimonio fissati dalla legge. Durante l’esame alla Camera si è poi chiarito che, tra i lavoratori fuori sede, rientrano anche quelli pubblici come il personale scolastico e sanitario, forze di polizia, vigili del fuoco, forze armate. Un punto importante è che, decorso il periodo di convenzionamento (trent’anni), cessano gli obblighi previsti dalla convenzione e l’intervento può essere ricondotto integralmente alle ordinarie dinamiche di mercato, salvo diverse previsioni convenzionali. C’è un altro aspetto di novità rispetto al decreto precedente. Infatti, le modifiche introdotte prevedono che l’operatore può riservare una quota della superficie a funzioni non residenziali: negozi, startup, uffici, coworking e altri servizi. Queste superfici restano escluse dal calcolo del settanta per cento della superficie residenziale da destinare all’edilizia convenzionata, aumentando la quota destinata al libero mercato. QUANDO IL MODELLO DIVENTA CITTÀ Se il nuovo modello di edilizia integrata verrà applicato su larga scala, è prevedibile che si favoriranno interventi di rigenerazione urbana fondati sul cosiddetto mix funzionale, un modello che già caratterizza molte delle principali operazioni immobiliari nelle grandi città italiane. Lo schema che emerge è quindi ricorrente, ed è quello che già abbiamo visto col PNRR per gli studentati privati. Anche qui, l’interesse pubblico dell’housing sociale diventa il presupposto che consente di attivare grandi operazioni di trasformazione urbana nelle quali coesistono edilizia convenzionata, residenza libera, commercio, uffici, strutture ricettive e altri servizi. Roma rappresenta un caso emblematico. Nell’area degli ex Mercati Generali, estesa su circa nove ettari, la creazione di uno studentato privato e altre funzioni non residenziali è oggi promossa attraverso una convenzione di sessant’anni tra Comune di Roma, il gruppo texano Hines e il gruppo Toti/Lamaro; l’operazione potrebbe generare trentadue milioni di euro di ricavi, mentre il comune di Roma prenderà un canone di affitto di 165 mila euro, lo 0,5% dei ricavi stimati. L’ex deposito AMA della Montagnola, un’area di oltre due ettari, appartiene al Fondo Ambiente gestito da DeA Capital Real Estate SGR ed è interessato da un investimento di circa cento milioni di euro che prevede residenze e funzioni non residenziali. Analogamente, l’ex Caserma Guido Reni, oltre cinque ettari nel quartiere Flaminio, sta per diventare un grande distretto multifunzionale. Qui CDP Real Asset ha scelto come partner Coima, che sviluppa l’intervento di circa quattrocento milioni di euro, insieme alla società emiratina Eagle Hills e attraverso il proprio fondo ESG City Impact. Il progetto prevede residenza libera, housing sociale, spazi commerciali, un albergo di lusso e servizi. Dietro l’etichetta del mix funzionale si celano spesso operazioni speculative di natura prevalentemente commerciale e ricettiva, che non rispondono ai bisogni degli abitanti. Qui si chiude e si salda il cerchio che tiene unite le due riforme di cui si parlava poco prima. Infatti, il fondo di Coima raccoglie il risparmio di casse di previdenza e fondi pensione italiani (Cassa Forense, Enpam, Inarcassa, la Cassa dei Commercialisti, il Fondo Pensione del Monte dei Paschi), insieme a banche e capitali sovrani del Golfo. Sono, cioè, gli stessi soggetti che raccolgono e reinvestono il risparmio dei lavoratori e delle lavoratrici. Anche il caso degli ex Mercati Generali illustra come il risparmio previdenziale globale arrivi fin dentro un singolo intervento romano, poiché tra i principali investitori di uno dei fondi europei di Hines figura Menora Mivtachim, il maggiore fondo pensione israeliano. SEMPLIFICAZIONI URBANISTICHE E FIGURE COMMISSARIALI Attraverso il richiamo all’housing sociale, gli investitori accedono a procedure semplificate, premialità urbanistiche e strumenti agevolativi, mantenendo al tempo stesso una quota significativa dell’intervento destinata a funzioni pienamente remunerative. Un esempio si ritrova nelle norme sul cambio di destinazione d’uso: il decreto rende facile e veloce trasformare un edificio nato per altri scopi – come un’ex caserma, un ex ufficio, una struttura dismessa – in alloggi residenziali, che possono avere anche funzioni non residenziali. Anche le figure commissariali giocano un ruolo decisivo, accentrando in capo a un organo monocratico poteri valutativi e decisionali che l’ordinamento affiderebbe a più amministrazioni. Il Piano casa prevede due distinte figure commissariali. Per i grandi programmi di edilizia integrata di interesse strategico è previsto un commissario di governo con poteri urbanistici molto estesi, capace di provvedere in deroga agli strumenti urbanistici generali ed esecutivi e persino “in assenza di pianificazione urbanistica”, fino al rilascio di un’autorizzazione unica con effetto di variante. C’è poi il Commissario incaricato del recupero del patrimonio pubblico, ruolo affidato all’architetto Felice Squitieri, vicino alla Lega. Questa figura opera per ordinanza in deroga a ogni disposizione di legge diversa da quella penale (fatti salvi l’antimafia, i beni culturali e paesaggistici e i vincoli europei), con il compito di sbloccare circa sessantamila alloggi popolari e la gestione dei 970 milioni del programma attraverso Invitalia. Sul piano procedurale, la legge raccoglie le disposizioni applicabili ai programmi infrastrutturali di edilizia integrata, valorizzando meccanismi di semplificazione. Se per autorizzare un progetto serve il consenso di diversi uffici (Comune, Soprintendenza, ente ambientale, Asl), attraverso questa procedura semplificata si convocano tutte insieme le diverse amministrazioni, dando un tempo limite (trenta giorni, che salgono a quaranta quando sono in gioco tutela ambientale, paesaggistica o dei beni culturali). Vale il silenzio-assenso, quindi, se un ufficio non risponde entro la scadenza, il silenzio vale come un’autorizzazione a procedere. A questo si aggiunge il meccanismo della dichiarazione di pubblica utilità. Per gli interventi di edilizia residenziale pubblica o sociale, si stabilisce che l’approvazione di quelli inseriti in “programmi di contrasto del degrado urbanistico, edilizio, ambientale e sociale o di rigenerazione urbana, comunque denominati, comporta la dichiarazione di pubblica utilità ai sensi di legge“. Questa formula copre un ventaglio molto largo di operazioni, tanto più che nei grandi programmi di investimento strategico la pubblica utilità scaturisce in via automatica anche dall’autorizzazione unica del commissario di governo. Messe insieme, queste norme svuotano dall’interno la funzione di programmazione urbanistica, che viene di fatto calata dall’alto. IL PARADOSSO DELL’ALIENAZIONE Un ultimo aspetto che merita attenzione è il paradosso dell’alienazione. Infatti, il Piano casa si propone di aumentare l’offerta di alloggi a prezzi accessibili o ristrutturare le sessantamila case Erp in stato di non manutenzione, ma l’articolo cinque prevede esattamente il contrario, stabilendo le procedure con cui i comuni, gli enti e le aziende territoriali possono alienare gli immobili del patrimonio di edilizia residenziale pubblica e sociale in ragione “del loro valore di mercato”. A differenza del vecchio testo, in cui si diceva che i proventi della vendita dovevano colmare eventuali debiti degli enti gestori, ora si autorizza la vendita del patrimonio Erp, ma si decide dove vanno i soldi dopo, con un atto che non passa dal Parlamento. Anche la logica del rent to buy, ovvero il diritto di riscatto dell’inquilino, di fatto privatizza il patrimonio pubblico e non permette che resti nel circuito sociale e pubblico. Sarebbero ancora tanti altri i punti da vagliare in un attento esame critico, ma la direzione è ormai chiara: il Piano casa non aumenta l’offerta di edilizia residenziale pubblica, né rende la casa più accessibile economicamente, creando piuttosto corsie preferenziali per altri possibili investimenti nel settore immobiliare. Infine, per quanto la legge dichiari di non voler consumare altro suolo, vale la pena riflettere su quanto sia importante, in un’epoca di cambiamento climatico e di continue ondate di calore, che certe aree vengano restituite alla natura o vengano riconvertite a parco pubblico anziché essere cementificate in mega progetti che di pubblica utilità hanno ben poco. (chiara davoli)
July 9, 2026
Napoli MONiTOR
Il Piano casa è legge
Il 1 luglio il Senato ha approvato definitivamente la conversione in legge del decreto 66/26  conosciuto come “piano casa”, dopo che la Camera dei deputati  lo aveva fatto il 23 giugno. In entrambi i rami del Parlamento era stata posta la fiducia. Sulla casa sono anni oramai che il Governo emana decreti come abbiamo raccontato qui. Il problema della casa resta irrisolto e rappresenta un vero dramma per chi ha acquistato una casa contraendo un mutuo, che spesso ha difficoltà a pagare. Sono il 13% di quel 70% che risulta essere proprietario della casa in cui vive. È un problema per chi vive in affitto e paga un canone sempre più alto, per chi non trova sul mercato un alloggio da affittare e per chi è in attesa di un alloggio di edilizia pubblica e sa che non lo avrà mai. Per tutti le spese collegate all’abitazione (bollette, condominio, manutenzione, il mutuo e gli interessi) incidono in maniera notevole sul reddito familiare fino ad arrivare al 40%. Per chi ha un reddito basso sono insostenibili. Le misure previste per aiutare queste famiglie sono state soppresse nel 2023, quando il governo ha interrotto il finanziamento del contributo all’affitto e quello per morosità incolpevole. > L’edilizia pubblica, che per molti anni aveva assicurato la casa per i meno > abbienti, è scomparsa. In Italia il patrimonio di case pubbliche è pari a > 950mila alloggi, su un totale di 35 milioni di abitazioni esistenti. Sono > 650mila le domande presentate, in lista di attesa. Sono molti di più quelli > che avrebbero i requisiti per richiedere una casa popolare e non lo hanno > fatto. Le politiche per finanziare la costruzione di alloggi pubblici, che dal dopoguerra erano state portate avanti attraverso gli IACP, l’INA casa e la Gescal sono sparite, anzi dagli anni ’90 si è messa in atto la vendita del patrimonio per risanare il debito pubblico. Oggi non si parla più di edilizia popolare, ma di social housing. Il privato è delegato alla costruzione di edilizia “sociale” attraverso incentivi promossi dallo Stato. Sono case destinate al ceto medio, che escludono le fasce più povere della popolazione. > La legge che viene presentata come strumento di risoluzione dell’emergenza > abitativa non risolverà nessuno dei problemi che riguardano circa otto milioni > di persone, fra coloro che avrebbero diritto alla casa popolare e chi non > rientra nei parametri per richiederla ma non ha un reddito sufficiente per > accedere al mercato privato. Per l’edilizia pubblica  nella legge approvata sono previsti finanziamenti irrisori: 970 milioni di euro per tutto il paese da ripartire nel quinquennio 2026 – 2030 utilizzabili solo per risanare 61.300 alloggi popolari che non possono essere assegnati perché in condizioni fatiscenti. Niente altro! Sono lontani gli anni del “Piano Casa” voluto da Fanfani che in 14 anni  realizzò un totale di 2.000.000 di vani, che formavano complessivamente 355.000 alloggi. Adesso si affida la realizzazione di nuove case a investitori privati. Per facilitare questa operazione è previsto un apposito strumento finanziario gestito da Invimit Sgr per raccogliere le risorse pubbliche e private destinate all’housing sociale e alla rigenerazione urbana, attraverso la “valorizzazione” di immobili pubblici dismessi. Infine sono previsti i programmi infrastrutturali di edilizia integrata che dovrebbero offrire una nuova offerta abitativa a canoni e prezzi calmierati con una ripartizione del 70% di edilizia convenzionata e un 30% a libero mercato. Con 1,2 miliardi già raccolti ADD Capital diretto da Mario Abbadessa (ex-manager Hines) sarà il veicolo finanziario principale dell’operazione. > Sono previste deroghe urbanistiche, premi di cubatura fino al 35%, benefici > sui costi di bonifica, perché l’intero piano viene considerato di interesse > strategico. Soprattutto se i progetti supereranno la quota di un miliardo di > euro di investimenti anche grazie all’apporto di capitali esteri. Tutto questo sarà gestito con poteri commissariali da una conferenza dei servizi in forma semplificata entro 30 giorni. Una super corsia preferenziale per cambi di destinazione d’uso in deroga, agevolazioni sugli standard, incrementi volumetrici e onorari notarili dimezzati per le compravendite. Ultima notazione. Cosa si intenda per prezzi calmierati resta un mistero, senza definire quali saranno i parametri per stabilirli. I prezzi del libero mercato nelle grandi aree urbane sono talmente alti che anche una riduzione del 30% non consentirebbe ai tanti in cerca di una casa di poterli affrontare. La casa resterà fonte di reddito e investimento finanziario e il nostro paese avrà ancora tante case e tante persone che una casa non ce l’hanno. La copertina è di Bianka Bécsi via Pexels Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. 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July 8, 2026
DINAMOpress
«Osare inventare l’avvenire»: intervista a Yaya Ramde del Movimento Migranti e Rifugiati di Napoli
TERESA STEFANELLI, HENRI PEN ETAME È il 24 giugno 2026 e siamo con Yaya Ramde del Movimento Migranti e Rifugiati di Napoli. Quattro giorni fa, il 20 giugno, 15.000 persone hanno sfilato per le strade di Napoli alla manifestazione «Inventare l’Avvenire»: una piazza che portava dentro di sé l’antirazzismo e la solidarietà, e che ha mostrato una società civile consapevole e decolonizzata, capace di strappare il velo di un racconto falso costruito per giustificare lo sfruttamento e il mantenimento del privilegio. Con Yaya proviamo a fare il punto sulle rivendicazioni di quella giornata, sulla lotta in Campania contro il CPR e sul percorso del Movimento dentro una comune lotta antirazzista per i diritti, la libertà di movimento e la cittadinanza.  Le interviste di Radio Melting Pot «Osare inventare l’avvenire»: intervista a Yaya Ramde del Movimento Migranti e Rifugiati di Napoli Play Episode Pause Episode Mute/Unmute Episode Rewind 10 Seconds 1x Fast Forward 30 seconds 00:00 / 00:29:57 Subscribe Share RSS Feed Share Link Embed Scarica file | Ascolta in una nuova finestra | Durata: 00:29:57 | Registrato il 30 Giugno 2026 T.S. – YAYA, QUESTA MANIFESTAZIONE NON È SOLO NECESSARIA, MA RAPPRESENTA IL PUNTO DI ARRIVO E INSIEME DI PARTENZA DI UN PERIODO DI LOTTE CONDIVISE. QUALI SONO LE RIVENDICAZIONI DELLA MANIFESTAZIONE E PERCHÉ C’ERANO 15.000 PERSONE IN CORTEO? Y.R. – Le nostre rivendicazioni riguardano soprattutto il rilascio del permesso di soggiorno per la comunità migrante perché, purtroppo, è questo pezzo di carta il riconoscimento della nostra dignità. Al permesso di soggiorno si aggiungono altre rivendicazioni: una casa dignitosa perché i padroni non affittano le case agli stranieri. Anche le persone che sono in regola e hanno un contratto di lavoro non hanno accesso alla casa. Abbiamo anche rivendicazioni riguardo all’accesso alla formazione della comunità migrante e, soprattutto, diciamo no all’apertura di un CPR. Tutte queste richieste per garantire la nostra dignità, perché sono tutte correlate. Perché 15.000 persone? Perché, prima di fare la manifestazione, ci siamo presi del tempo anche per trovare il nome. Ci siamo ispirati al capitano Thomas Sankara, che ci ha insegnato: «Non è più il momento di sperare, dobbiamo osare inventare l’avvenire». E quindi l’abbiamo fatto, abbiamo osato inventare l’avvenire. 15.000 perché abbiamo chiamato tutta la cittadinanza. Ci siamo presi due settimane per farlo, assieme a coloro che il sistema cerca di calpestare e siamo diventati una forza unica: il lavoratore italiano precario, lo studente che non ha diritto allo studio, la donna, anche italiana, che porta il peso della sopravvivenza, e soprattutto lo straniero che rifiuta di essere un fantasma senza documenti – perché senza documenti diventi un fantasma, diventi invisibile. Siamo diventati un unico corpo, perché quando la dignità di una persona è calpestata, tocca tutti. Eravamo 15.000. È stata una bella dimostrazione di forza per dire no a questo sistema che cerca di renderci invisibili. Anche noi contribuiamo alla crescita di questa città. H.P.E. – IN ITALIA MOLTI MIGRANTI SONO SOTTO SFRUTTAMENTO PERCHÉ NON RIESCONO FACILMENTE AD OTTENERE IL PERMESSO DI SOGGIORNO, SENZA IL QUALE NON POSSONO AVERE UN LAVORO DIGNITOSO, NÉ AFFITTARE UNA CASA, COME SI DICEVA PRIMA, NÉ ACCEDERE ALLA SALUTE. COSA DITE DI QUESTA SITUAZIONE? Allora, partiamo da due fasi. La prima: un migrante che arriva qui deve fare per forza la domanda di protezione internazionale. E’ stata stilata una lista di paesi sicuri. Quindi ci sono alcuni paesi che vengono dichiarati sicuri, ma quale sicurezza? Se uno scappa dalla fame, dalle guerre per cercare rifugio qui, perché limitarlo? Questi paesi sono detti sicuri e quindi quando le persone migranti fanno richiesta d’asilo politico, all’audizione davanti alla Commissione, vengono diniegati. Quindi devono fare un appello, devono attendere il ricorso. E questo fa perdere molto tempo. Prendiamo poi alcuni paesi dove ci sono ancora guerre in corso, come il Burkina Faso, la Nigeria, eccetera. Aspettano ancora due anni dopo la formalizzazione per avere un’audizione in cui devono raccontare la loro storia, tutte le difficoltà, tutti i gironi di inferno che hanno attraversato dal loro paese fino a qui. Passando alla seconda fase, prendiamo il decreto Flussi, che è gestito male. Chi entra regolarmente con il visto attraverso il decreto Flussi, arriva qui e non trova il datore di lavoro – perché ci sono alcuni datori di lavoro falsi che fanno una specie di mafia, soprattutto nella comunità bangladese. Una persona che spende migliaia di euro per arrivare qui e che lo Stato ha fatto entrare regolarmente, se non trova il datore di lavoro, diventa irregolare. È una situazione assurda. Una persona che viene solo per lavorare, che entra con il decreto Flussi proprio per lavorare, e poi non trova il datore di lavoro e diventa irregolare. È un sistema – direi – per renderci ricattabili. Perché così siamo ricattabili, siamo obbligati a lavorare in nero, a ricevere paghe da fame e ad essere invisibili. H.P.E. – VOLETE RACCONTARCI COME È NATO E CHE PERCORSO DI CRESCITA HA AVUTO IL MOVIMENTO MIGRANTI E RIFUGIATI DI NAPOLI? Il Movimento Migranti e Rifugiati di Napoli è nato nel 2016 e ormai sono dieci anni che lottiamo, dieci anni che esistiamo, dieci anni che resistiamo per la dignità di tutta la popolazione migrante. È nato nel 2016 quando c’era una narrazione per cui i migranti avevano una vita meravigliosa, hotel a 5 stelle, pocket money, tutto. Ma i centri d’accoglienza non erano così. A una manifestazione abbiamo incontrato i primi maliani, che sono i primi fondatori del Movimento Migranti. Ci hanno raccontato l’inferno che vivevano nel centro di accoglienza e così abbiamo iniziato: abbiamo fatto indagini, siamo andati nei centri d’accoglienza, abbiamo raccolto notizie, fatto report, e abbiamo iniziato a denunciare. Così è nato il Movimento Migranti. Abbiamo capito che i migranti avevano voglia di lottare, quindi ci siamo detti: perché non facciamo il Movimento?  La prima cosa che abbiamo deciso di fare è la scuola di italiano, perché abbiamo bisogno degli strumenti. E qual è lo strumento fondamentale? La lingua. Chi parla bene la lingua riesce a difendersi, riesce a leggere il proprio contratto di lavoro, riesce a capire se è sfruttato. Poi, man mano, abbiamo aperto anche lo sportello legale per aiutare i migranti a formalizzare le richieste, a diventare regolari, al riconoscimento del permesso di soggiorno. Abbiamo la nostra area ludica, perché nel Movimento Migranti ci sono delle mamme. Nell’area ludica le mamme portano i bambini e loro giocano, fanno i compiti. Nel doposcuola ci sono anche bambini italiani. Questi bambini crescono con la solidarietà in testa – qualcosa che fa parte della prima socializzazione: un bambino che cresce, che vede una persona di un altro colore, capisce che quella persona ha il mal di testa come lui, ha fame come lui, è normale come lui. Questa è l’area ludica del Movimento Migranti. Poi abbiamo aperto l’area residenza e ricerca casa, perché, come sapete, ci sono alcuni permessi di soggiorno – tipo il permesso di soggiorno per lavoro – per i quali è necessario un contratto di affitto, soprattutto la residenza. Noi facciamo la domanda di residenza direttamente al Comune e aiutiamo le persone a cercare casa, anche se è difficile, ad avere un contratto d’affitto e la residenza. Questo mi porta a parlare di quello che è successo ai nostri che sono stati sgomberati senza alternative nell’aprile scorso, a causa del presunto sovraffollamento degli edifici 1. Abbiamo fatto un presidio per incontrare il Comune, con cui stiamo dialogando e stiamo cercando soluzioni. Questo è il Movimento Migranti. Da dieci anni continuiamo a lottare perché abbiamo capito che la lotta paga, e con questa lotta abbiamo ottenuto delle vittorie. Chi frequenta il Movimento Migranti sa chi siamo davvero. T.S. – PUOI RACCONTARCI DI QUESTI ULTIMI SGOMBERI? Questi ultimi sgomberi sono avvenuti ad aprile. Una notte sono arrivati e hanno cacciato le famiglie. C’era una famiglia con 4 o 5 bambini e un’altra con una donna incinta. Li hanno messi fuori senza alternative. La cosa assurda è che l’assistenza sociale ha detto di aver proposto un piano B alle persone sgomberate, ma non era vero. È venuto fuori anche in un incontro formale. Quello che ci fa davvero pensare è che siamo fuori dall’umanità. Come possiamo permetterci di cacciare una donna incinta, sul punto di partorire, senza darle un’alternativa? Queste famiglie si sono rivolte a noi, alcune hanno preso dei B&B perchè erano rimaste per strada. Il giorno dopo abbiamo fatto un presidio davanti al Comune, che ha aperto un dialogo. Sono passati due mesi e stanno predisponendo delle misure: noi continuiamo a interloquire e a lottare per avere un piano concreto. Quest’anno per la residenza abbiamo presentato quasi 300 domande ERPA per i nostri, perché era un’informazione che la popolazione migrante non conosceva. Pensiamo che anche questa popolazione meriti di avere una casa dignitosa. T.S. – UNA COSA MOLTO POTENTE DELLA MANIFESTAZIONE ERA LA PARTECIPAZIONE DI BAMBINE E BAMBINI. COME SONO TUTELATE L’INFANZIA, L’ADOLESCENZA E LA GIOVINEZZA IN ASSENZA DI UN REDDITO STABILE, DEI SERVIZI E DI UNA CASA ADEGUATA? Questo è un vero problema, perché senza un buon reddito è molto difficile far crescere un bambino. Ma le nostre mamme sono forti, sono donne che fanno mille lavori al giorno e riescono a prendersi cura dei bambini. Ma questo non basta. Meritano di più. Ci sono anche famiglie italiane che vivono la stessa condizione: precarie, povere, in grande difficoltà. Se non tuteli l’infanzia, quale sarà l’impatto? Cosa sarà della futura generazione? Far crescere questi bambini nell’odio, seminare l’odio, fare propaganda – questo non fa che allargare le fratture. Noi come Movimento Migranti ci aiutiamo a vicenda, facciamo solidarietà concreta. Chi ha un lavoro cerca lavoro per l’altro. E soprattutto le nostre mamme sono delle guerriere, fortissime, e riecono. Ma non basta. Lo Stato deve intervenire. Toccare la sensibilità di un bambino e di una famiglia è assurdo. Anche una classe politica di destra, molto severa, deve pensare all’umanità, deve pensare alla condizione dell’infanzia. H.P.E. – IN ITALIA, QUANDO FACCIAMO RICHIESTA DEL PERMESSO DI SOGGIORNO, DOBBIAMO DICHIARARE LA NOSTRA NAZIONALITÀ. INVECE, QUANDO CI SONO AGGRESSIONI, OMICIDI, VIOLENZA, VENIAMO GENERALIZZATI TUTTI. QUANDO UN MIGRANTE È VITTIMA DI VIOLENZA, I COLPEVOLI SONO DEFINITI PERCHÉ NON TUTTI GLI ITALIANI SONO COLPEVOLI. ALLORA, PERCHÉ NON SI APPLICA LA STESSA MISURA PER LE PERSONE MIGRANTI? NON È QUESTA UNA FORMA DI RAZZISMO E DI DISCRIMINAZIONE DI STATO? Esattamente, è una forma di discriminazione. Se non ti informi bene e segui la propaganda, ti diranno che, rispetto al tasso di criminalità, la popolazione migrante ha una percentuale maggiore. Ma se prendiamo i dati, non è vero. Tra i migranti che sono in questa circostanza ci sono soprattutto quelli definiti “irregolari”. Il problema è che una persona senza documenti, che vive nella sofferenza, che si trova abbandonata dopo il viaggio che ha affrontato, diventa non solo ricattabile, ma anche vulnerabile all’influenza della camorra. È molto facile fargli fare cose che lui non vorrebbe. Prendo l’esempio di un nostro fratello, Alhagie Konte, un ragazzo molto intelligente che frequentava il Movimento. Ha avuto anche qualche problema mentale perché ha perso il suo amico con cui aveva fatto il viaggio, e aveva iniziato a spacciare. È stato arrestato. Alhagie aveva però capito di aver preso una strada sbagliata e aveva iniziato a fare volontariato nella biblioteca del carcere per cambiare la sua vita. Poi si è ammalato di tubercolosi e non ha ricevuto assistenza. Lo hanno lasciato morire. E noi a questo abbiamo detto no, abbiamo protestato 2. Come dicevi tu, la propaganda dice che noi siamo quelli che stuprano le donne italiane. Ma come può una persona che ha attraversato il mare, attraversato il deserto, che scappava dalla fame e dalle guerre, arrivare qui con l’intenzione di commettere reati, di fare il casino? È inammissibile.  Il problema è che non danno i documenti. Se non hai un appoggio come il Movimento Migranti, sei solo, sei abbandonato. E se non sei forte mentalmente, cadi nelle mani della camorra. Come dicevi tu, quando dobbiamo chiedere l’asilo politico dobbiamo dichiarare la nostra nazionalità, ma quando ci sono dei reati dicono: «Vabbè, sono stranieri, sono loro». Ma anche noi stranieri siamo intelligenti, vogliamo contribuire alla società, vogliamo studiare, vogliamo andare all’università, vogliamo fare formazione. È vero, ci piace l’Italia. Ma abbiamo lasciato i nostri paesi perché volevamo scappare da una situazione che anche loro hanno creato. Perché vengono da noi – parlo anche dell’Italia, dell’Europa – vengono da noi, rubano le nostre risorse, corrompono i nostri dirigenti, i nostri presidenti, prendono tutto e creano le guerre. Prendiamo la situazione dell’AES: Burkina Faso, Mali, Nigeria – sappiamo tutti chi c’è dietro. Sono loro, continuano l’imperialismo. Questa è una seconda fase moderna della schiavitù, una seconda fase moderna dell’imperialismo. E noi siamo qui perché soprattutto l’immigrazione non è e non sarà mai un reato: l’immigrazione è una cosa normale. Muoversi è un diritto umano. La storia ci racconta degli italiani, i primi italiani che sono emigrati in Svizzera, negli Stati Uniti. La storia racconta l’Italia del fascismo. E quello che mi fa veramente indignare è che i nostri antenati, i tirailleurs senegalesi, hanno liberato l’Europa dalle guerre, dal fascismo. E oggi noi immigrati siamo sporchi, siamo delinquenti, siamo quelli che creano problemi. È una propaganda assurda, e noi continuiamo la lotta perché di fronte alla crescita di queste politiche di destra non dobbiamo mollare. T.S. – A PROPOSITO DELLA TUTELA DELLA SALUTE E DELL’ASSENZA DI DIRITTI, UNA DELLE CHIAMATE DELLA MANIFESTAZIONE RIGUARDAVA PROPRIO L’APERTURA DEL CPR A CASTEL VOLTURNO. I CPR SONO DEFINITI DALLO STATO LUOGHI STRATEGICI E, PER QUESTO, SONO SECRETATI E MILITARIZZATI, E CONTINUANO A ESSERE ALLONTANATI DALLO SGUARDO DELLA SOCIETÀ CIVILE. SONO DEI BUCHI NERI IN CUI LA FORTEZZA EUROPA ESPRIME CON CHIAREZZA QUAL È IL SUO PIANO NEI CONFRONTI DELLE PERSONE IN MOVIMENTO. LE PERSONE RECLUSE ALL’INTERNO DEI CPR, PERÒ, CONTINUANO AD AGIRE LA PROPRIA RESISTENZA COME POSSONO E FINCHÉ POSSONO, PASSANDO ANCHE ATTRAVERSO IL PROPRIO CORPO. IN QUESTI MESI LA CAMPANIA, IL SUD DELL’ITALIA E LE RETI NAZIONALI E INTERNAZIONALI SONO IN MOBILITAZIONE PER OSTACOLARE IL PROGETTO DEL CPR A CASTEL VOLTURNO, CON 120 POSTI. VUOI PARLARCI DI QUESTO PROGETTO, DI QUESTO APPALTO, A CHE PUNTO SONO I LAVORI, CHE TIPO DI TERRITORIO LE ISTITUZIONI VOGLIONO CHE DIVENTI CASTEL VOLTURNO, COME SI STANNO MUOVENDO LE ISTITUZIONI LOCALI MA, SOPRATTUTTO, COME SI STA ORGANIZZANDO LA MOBILITAZIONE? Sì, quando abbiamo appreso la notizia della costruzione del CPR ci siamo mossi subito, perché il CPR rappresenta davvero la caduta dello Stato – sono caduti molto in basso. Ci vogliono ricattabili: se diventiamo irregolari ci mettono nel CPR, dicono per rimpatriarci nelle nostre terre. Ma la percentuale di rimpatri effettivi è molto bassa. Sapete quanti soldi servono per rimpatriare qualcuno? Si stima tra i 4.000 e i 5.000 euro, e per 120 persone sono tanti soldi. È una presa in giro costruire un CPR qui a Castel Volturno, che è uno dei ghetti d’Italia, marginalizzato da anni. Castel Volturno non ha bisogno di un CPR. Quei soldi sono rubati alle scuole, agli ospedali – sono soldi che servono alla cittadinanza, ai castellani. Il CPR è un luogo di tortura, fisica e psicologica. Abbiamo perso due dei nostri: Moussa Balde, che purtroppo non ha potuto resistere, si è tolto la vita, perché non superava questa situazione. Ti danno farmaci, ti rendono una persona diversa, e se non riescono a farti rimpatriare, ti lasciano da solo ed esci da lì fuori di testa. Noi ci opporremo al CPR con tutte le nostre forze. Abbiamo creato il Comitato Metropolitano con Mediterranea e altre realtà, e abbiamo tenuto un incontro prima della manifestazione. Ci stiamo muovendo per organizzare le prossime date e stiamo seguendo la faccenda da vicino. Lo Stato cercherà di non far circolare notizie sull’ente che si aggiudicherà l’appalto della costruzione. Ma noi continuiamo l’indagine.  Il Presidente della Regione ha detto anche che non accetterà che si costruisca il CPR. Quindi abbiamo anche un’istituzione regionale che si è espressa, e pensiamo che ce la faremo, ci opporremo con tutte le nostre forze perché questo CPR non è fatto per garantire la sicurezza, ma serve solo a garantire lo sfruttamento e la disumanità. T.S. – ABBIAMO VISTO IL LUOGO IN CUI C’È L’INTENZIONE DI COSTRUIRE QUESTO CPR. COME PER MOLTI ALTRI CPR IN ITALIA, E IN LINEA CON IL PATTO EUROPEO MIGRAZIONI E L’ASILO, SI TRATTA DI LUOGHI ISOLATI. CI CHIEDIAMO ALLORA QUAL È L’OBIETTIVO? SIGNIFICA PROBABILMENTE CHE C’È LA NECESSITÀ DI RENDERE INVISIBILE QUANTO STA ACCADENDO DA UNA PARTE, E DI LASCIARE SOLE LE PERSONE CHE SUBISCONO LA FORTEZZA EUROPA DALL’ALTRA – SOLE QUANDO ENTRANO, SOLE QUANDO ESCONO, SOLE QUANDO GRIDANO, SOLE QUANDO SI RIBELLANO. E IN PIÙ, PROBABILMENTE, L’ISTITUZIONE SENTE UNA SOLIDARIETÀ CHE STA CRESCENDO. Sì, con questo Patto Europeo purtroppo siamo di fronte a questa crescita delle politiche di destra, ma non dobbiamo scoraggiarci, non dobbiamo mollare. E, come dicevi tu, sono davvero luoghi nascosti, dove nessuno sente. Sapete che ci sono anche italiani che non sanno cosa sia il CPR. Quando abbiamo fatto l’incontro formativo 3 – perché ci siamo detti: prima di tutto bisogna educare la lotta, fare sensibilizzazione, far capire alla gente cos’è il CPR – è venuta la cittadinanza italiana.  Abbiamo fatto delle proiezioni, raccolto delle testimonianze, ed è emersa la situazione sgradevole che si vive nel CPR: nessun accesso alla sanità e quanto ho già detto prima. La maggior parte dell’Europa si trova in questa fase e penso che dobbiamo richiamare i diritti umani, perché questo è calpestare davvero i diritti umani. E questo contribuisce a fare del mondo un luogo in cui non vogliamo far crescere i nostri bambini.  Noi non vogliamo questo. E pensiamo – e ne siamo sicuri – che con la lotta continueremo a chiamare la cittadinanza, continueremo a chiamare tutti per opporci, perché anche la società civile, che contribuisce alla crescita della società, ha la sua parola da dire. H.P.E. COME SI DICEVA, I MIGRANTI SONO INTELLIGENTI, VOGLIONO FARE TANTE COSE, IMPARARE LA LINGUA, FARE FORMAZIONE, MOSTRARE IL LORO VOLTO MIGLIORE. E TU SEI UNO DI QUELLI CHE SONO ESEMPI. TU, MUSTAPHA A PALERMO… SIETE TANTI. ED È VERO CHE SENZA AIUTO I MIGRANTI NON POSSONO FARE TUTTO DA SOLI. MA COME DICE IL MOVIMENTO MIGRANTI: CHI TOCCA UNO TOCCA TUTTI. NON È POSSIBILE FARE DI TUTTE LE LOTTE UNA SOLA LOTTA?  Certo. «Tocca uno tocca tutti» è lo slogan della vittoria. Perché abbiamo capito che l’unione fa la forza. Ci sono ancora cittadini italiani con lo spirito dei partigiani, che non si sono mai arresi, che continuano con quello spirito. E’ lo stesso del migrante che ha subito lo sfruttamento e molte difficoltà nel suo paese. Dobbiamo quindi unirci. Ma il problema è che ci sono anche alcune politiche che usano i migranti come bersagli. Usano i migranti come bersagli magari per farci soldi sopra. Questo non lo vogliamo, perché noi non chiediamo pietà – chiediamo il riconoscimento dei nostri diritti.  E, come dicevi tu, dobbiamo unirci con la stessa idea, con lo stesso spirito per dire no allo sfruttamento, per dire no a chi vuole calpestarci e dividerci perché se tu sei uno vai più veloce, è vero, ma se siamo in tanti andiamo più lontano, e noi vogliamo andare più lontano! 1.  Il 10 aprile 2026, tre palazzine abitate con regolari contratti di affitto sono state sgomberate per presunta inagibilità (N.d.R.) ↩︎ 2. Alhagie Konte, cittadino gambiano di 27 anni, è deceduto il 10 ottobre 2025 presso l’Ospedale Cotugno di Napoli a seguito di una grave forma di tubercolosi contratta durante la detenzione nella Casa Circondariale di Poggioreale ↩︎ 3. Si tratta dell’incontro formativo “Al di là del muro, cosa sono davvero i CPR”, per capire fino in fondo perchè attivarsi per la loro chiusura, a Castel Volturno e altrove, organizzata dal Comitato Metropolitano NO CPR Napoli il 13 giugno presso l’Istituto Italiano di Studi Filosofici a Napoli ↩︎
SALO’ (BRESCIA): IN DUECENTO ALLA PASSEGGIATA “SALVIAMO IL GARDA” CONTRO L’OVERTOURISM SELVAGGIO
200 persone a Salò (Brescia) nel pomeriggio di sabato 20 giugno 2026 per “SalviAmo il Garda”, passeggiata informativa organizzata per sensibilizzare la cittadinanza sulle gravi criticità che pesano sul territorio, a partire dall’over tourism: una pressione antropica oltre l’insostenibile, considerando le 28 milioni di presenze turistiche del 2025, a fronte delle 5 milioni di presenze del 1990. Il Garda soffoca, quindi, tra cemento, case introvabili – e affitti alle stelle -, infrastrutture spacciate per green (come ciclabili e pedonali) realizzate però occupando altro territorio vergine. E ancora: la pressione sulle reti viabilistiche, le fognature e il tessuto idrico, fino ai danni causati a un altro tessuto, quello sociale, con giovani, famiglie e lavoratori espulsi dalle varie località del Garda per fare spazio a un turismo ricco, mordi e fuggi. Su Radio Onda d’Urto la corrispondenza con Cristina Milani, vicepresidente Legambiente Lago di Garda e con Luca Cecchi, del Monastero dei Beni Comuni, due delle tante realtà che fanno parte del Coordinamento interregionale tutela del Lago di Garda. Ascolta o scarica
June 20, 2026
Radio Onda d`Urto
Il Piano Casa del governo Meloni. Come privatizzare l’edilizia pubblica in tre mosse
(disegno di otarebill) Il Piano Casa del governo Meloni, entrato in vigore lo scorso 8 maggio, è stato presentato come un piano per affrontare una delle grandi crisi sociali del paese attraverso un forte investimento nell’edilizia pubblica. Il piano prevede circa dieci miliardi di euro di investimenti per rendere disponibili circa 100 mila abitazioni nell’arco di dieci anni, attraverso il recupero dell’edilizia pubblica esistente e nuove costruzioni realizzate tramite programmi di edilizia integrata. Tuttavia, al di là dei proclami, il piano non sembra pensato per affrontare la crisi abitativa nel lungo periodo. Fa invece parte di un programma orientato alla privatizzazione dell’edilizia pubblica, alla trasformazione della sua governance in una macchina al tempo stesso competitiva verso il basso e accentratrice verso l’alto, e alla riduzione dell’abitare a una logica di finanziarizzazione, sia del patrimonio sia delle sue forme di finanziamento. Tre mosse distinte, parte di una sola logica, che analizzeremo nel dettaglio. UN PIANO DI CASE PUBBLICHE MA PRIVATIZZABILI Prima di entrare nel merito, conviene distinguere i tre tipi di “casa pubblica” in uso nello stato italiano. L’Erp – Edilizia residenziale pubblica – corrisponde ad alloggi di proprietà pubblica o di enti pubblici, affittati a canone sociale alle fasce più vulnerabili. L’Ers – Edilizia residenziale sociale – è una categoria più ibrida che include alloggi principalmente in affitto, ma talvolta anche in vendita, a prezzo calmierato, rivolti a chi non rientra nell’Erp ma fatica, comunque, ad accedere al mercato. L’edilizia integrata, infine, è il modello più apertamente di mercato che combina una quota convenzionata, in affitto o vendita, con una quota libera. Queste tre categorie non sono solo definizioni, ma i canali attraverso cui il Piano Casa organizza la privatizzazione, presente e futura. Il primo canale è diretto. Il decreto prevede l’alienazione degli immobili Erp ed Ers agli inquilini che non hanno morosità. È una privatizzazione lineare. Si passa dalla proprietà pubblica alla proprietà privata, attraverso la vendita. Il secondo canale è indiretto. Il decreto consente di recuperare e riqualificare patrimonio edilizio pubblico esistente, per progetti destinati a Ers, con affitto di lungo periodo e possibilità di riscatto progressivo. Lo Stato, dunque, finanzia il recupero del proprio patrimonio che non torna a far parte dello stock permanente di edilizia pubblica, ma può essere riconvertito in edilizia sociale e orientato verso l’acquisto individuale. Il terzo canale passa per l’edilizia integrata. Qui si produce una nuova edilizia “accessibile” dentro operazioni immobiliari che combinano alloggi calmierati, in affitto o vendita, e alloggi di mercato. Il decreto, tuttavia, non stabilisce quanta edilizia calmierata debba essere in affitto e quanta in vendita, lasciando spazio all’immaginazione imprenditoriale. E in entrambi i casi, il vincolo convenzionato è a scadenza. Il risultato non è uno stock pubblico stabile, ma è un segmento temporaneamente calmierato del mercato. Questi tre canali rappresentano uno dei pilastri del Piano Casa: la privatizzazione del patrimonio edilizio pubblico. Questa non avviene esclusivamente per rottura, anche se questa è contemplata, ma per scivolamento progressivo: dal patrimonio pubblico all’edilizia sociale riscattabile e dall’edilizia integrata con quote calmierate all’immissione di alloggi sul mercato. Le abitazioni promesse dal piano, dunque, non andranno ad aumentare lo stock pubblico in affitto – misura strutturale ed effettiva per dare risposta alla crisi abitativa – ma saranno recuperate e costruite per ridurlo attraverso un processo che, riferendoci a David Harvey, potremmo definire di “accumulazione per auto-spossessamento”. Una politica che rinuncia all’espansione del patrimonio edilizio pubblico non è una politica dell’abitare, ma una politica di speculazione immobiliare con funzione sociale temporanea. UNA GOVERNANCE COMPETITIVA E ACCENTRATRICE Sul piano della governance, il Piano Casa produce un doppio movimento. Il primo è quello, ormai ben sedimentato nello stato neoliberale, della governance competitiva. Lo Stato non agisce come regista redistributivo che parte da un’analisi del fabbisogno abitativo e assegna risorse e capacità ai territori più colpiti dalla crisi, ma come architetto di una macchina selettiva. Il decreto centralizza le risorse in un conto gestito da Invitalia, l’Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa, e le affida la selezione, tramite avvisi pubblici, delle offerte presentate dagli enti che operano nel campo dell’Erp e Ers per il recupero e la manutenzione del patrimonio. Queste proposte devono mostrare condizioni di sostenibilità economica e possono ricorrere anche a operazioni di partenariato pubblico-privato. Il problema di questa organizzazione è che la crisi abitativa non viene analizzata spazialmente, non vengono prese in considerazione le sue disuguaglianze geografiche, ma viene usata come un dispositivo per fomentare la competitività tra città e regioni. Inutile dire che i territori con amministrazioni con maggiore capacità tecnica e mercati immobiliari più appetibili partono avvantaggiati, in una corsa per l’accaparramento delle risorse dove vince chi è più forte. Il secondo movimento è più apertamente emergenziale, accentratore e tipico delle destre estreme contemporanee: usare la crisi per concentrare poteri, comprimere le mediazioni istituzionali e presentare il dissenso come ostacolo alla decisione. Il Piano Casa istituisce un commissario straordinario che può operare tramite ordinanze in deroga alla legislazione ordinaria, salvo alcuni limiti essenziali, come la legge penale o la normativa antimafia. Inoltre, se un’amministrazione pubblica esprime un dissenso, un diniego o un’opposizione capace di bloccare in tutto o in parte un intervento, il commissario può proporre al presidente del consiglio di portare la questione al consiglio dei ministri entro cinque giorni. A questo si aggiungono conferenze di servizi semplificate, tempi stretti e silenzio-assenso. Anche l’apparato di supporto conferma questa logica. Il commissario può avvalersi di una società nata per le infrastrutture delle Olimpiadi Milano-Cortina, quindi per grandi opere e non per politiche abitative ordinarie. La casa viene così governata come emergenza da sbloccare, più che come infrastruttura sociale da pianificare democraticamente. Il risultato di questo doppio movimento è il secondo pilastro del Piano Casa: una forma Stato particolarmente attenta alla sua riorganizzazione interna. Una riorganizzazione che, da un lato, sostituisce la responsabilità redistributiva con una logica competitiva perché non alloca risorse in base al bisogno, ma obbliga amministrazioni a competere dentro una macchina a bando; dall’altro, rafforza lo Stato centrale a scapito dei principi democratici, concentrando poteri, accelerando procedure e trasformando l’urgenza abitativa in giustificazione per l’eccezione amministrativa. È una governance competitiva verso il basso e autoritaria verso l’alto: decentralizza la responsabilità di ottenere risorse, ma centralizza il potere di decidere, accelerare e scavalcare gli ostacoli. LA FINANZIARIZZAZIONE DELL’ABITARE La finanziarizzazione promossa dal Piano Casa è forse il punto più difficile da vedere, perché non coincide semplicemente con la trasformazione della casa da valore d’uso a valore di scambio attraverso la sua privatizzazione. La questione della finanziarizzazione è più profonda e opera su due livelli: da un lato rende il patrimonio pubblico amministrativamente disponibile a essere recuperato e poi valorizzato; dall’altro trasforma risorse pubbliche e di coesione in quote di fondi immobiliari. In questo senso, non finanziarizza solo l’edilizia pubblica, ma anche il suo finanziamento. Il primo livello riguarda il patrimonio. Come suggerisce Brett Christophers, la finanziarizzazione del patrimonio pubblico non avviene solo quando lo Stato vende al massimo prezzo possibile. Avviene già prima, quando un bene pubblico viene definito eccedente e quindi reso disponibile a entrare in altri circuiti di valorizzazione. Nel Piano Casa questo passaggio non è esplicito, ma è presente. Il commissario straordinario avvia una ricognizione degli immobili pubblici “non redditizi e non in uso”, non per destinarli alla vendita diretta, ma a progetti di edilizia sociale, che però, come ben sappiamo, e secondo il pilastro di cui sopra, può essere privatizzata o resa privatizzabile attraverso il riscatto. Dunque, il passaggio che porta alla finanziarizzazione del patrimonio abitativo è più sottile, più subdolo. La categorizzazione amministrativa degli immobili come “non redditizi e non in uso” non sarebbe problematica se portasse alla riattivazione di un patrimonio pubblico immobiliare permanente, ma lo diventa perché invece permette a tale patrimonio di entrare in un circuito di messa a valore lento ma presente. Il secondo livello riguarda il finanziamento. Nel Piano Casa è prevista la creazione del Fondo Housing Coesione. Con questo, il decreto autorizza il Dipartimento per le politiche di coesione a sottoscrivere quote di un fondo immobiliare istituito da Invimit SGR, una società pubblica di gestione del risparmio controllata dal ministero dell’economia e specializzata nella gestione e valorizzazione di patrimoni immobiliari pubblici. Nel fondo confluiscono risorse sottratte al Fondo per lo sviluppo e la coesione, possibili risorse derivanti dal Programma Metro Plus e città medie del Sud, e quote che regioni e amministrazioni possono sottoscrivere usando risorse di coesione o di politiche abitative pubbliche e sociali. Risorse che dovrebbero servire alla coesione territoriale, alle politiche urbane e alle stesse politiche abitative vengono così trasformate in partecipazioni finanziarie, mentre le scelte sulle politiche di investimento vengono rinviate al regolamento di gestione del fondo, ancora tutto da definire. Inoltre, se le quote del fondo vengono alienate, il valore prodotto non torna necessariamente alla casa, ma può essere destinato all’ammortamento del debito pubblico. Lo stesso accade con la vendita degli immobili Erp ed Ers, i cui ricavi non sono vincolati alla ricostituzione del patrimonio abitativo, ma alla riduzione del debito, prima regionale e poi statale. La finanziarizzazione del Piano Casa sta dunque in questi duplici livelli di azione. Il patrimonio pubblico viene reso disponibile alla valorizzazione, mentre le risorse pubbliche vengono trasformate in capitale di investimento. Il pubblico non scompare, ma cambia funzione: non costruisce uno stock stabile di case fuori dal mercato e le finanzia in modo diretto, bensì prepara le condizioni perché questo stock possa essere “assettizzato” e prepara strumenti finanziari per agevolare queste operazioni. Dunque, la finanziarizzazione del patrimonio non si esaurisce nell’atto di vendita, ma include il processo che prepara le condizioni amministrative e finanziarie per monetizzarlo. DA CASA A COSA Messi insieme, questi tre pilastri — privatizzazione, governance competitiva ed emergenziale, e finanziarizzazione — non descrivono un piano per ricostruire ed espandere l’edilizia pubblica, ma un piano che sembra orientato alla sua dismissione. E la loro forza sta proprio nel funzionare insieme. Sono tre gesti distinti che convergono in una sola direzione: non oltre il neoliberismo, ma dentro una sua torsione finanziarizzata e autoritaria. Il neoliberismo ha sempre avuto bisogno dello Stato per mercificare sfere previamente de-mercificate – come molti settori del welfare, incluso l’abitare. Qui, però, l’operazione assume una forma più specifica e sofisticata: lo Stato mette a valore l’edilizia pubblica e la privatizza lentamente, trasforma risorse sociali e territoriali in capitale finanziario, fomenta la competizione tra i territori e usa l’emergenza abitativa per accentrare poteri, accelerare procedure e comprimere il dissenso. Più che un Piano Casa, è un piano che trasforma la casa in cosa: sposta l’abitare dalla sfera del diritto a quella dell’asset, trasformando un bisogno sociale fondamentale in patrimonio da mettere a valore in modo diseguale, in campo di investimento e in materia da governare attraverso l’eccezione. (iolanda bianchi)
June 18, 2026
Napoli MONiTOR
TREVISO: CARICHE DI POLIZIA PER SFRATTARE 5 FAMIGLIE. I TRE IMMOBILI COMPRATI DA UN FONDO SPECULATIVO
Cariche della polizia per sfrattare 5 famiglie di lavoratori e lavoratrici con oltre dieci minori a carico questa mattina, martedì 16 giugno, in via Pisa a Treviso. La polizia in tenuta antisommossa ha caricato inquilini e attivisti del centro sociale Django e dell’Associazione Caminantes, che avevano raggiunto lo stabile per sostenere le famiglie sotto sgombero. Il bilancio è di due feriti tra i solidali. Una delle famiglie si trova ancora dentro lo stabile e non ha intenzione di abbandonare la propria casa. Le altre sono state buttate fuori di casa. Assenti i servizi sociali del Comune di Treviso nonostante la presenza di diversi minori. Attiviste e attivisti hanno lanciato un’assemblea pubblica per stasera sotto i palazzi dove sono avvenuti gli sgomberi. Lavoratori e lavoratrici, insieme alle loro famiglie, non hanno ricevuto l’avviso di sfratto per morosità incolpevole o per finita locazione. Fino al 2022, infatti, gli immobili di via Pisa erano di proprietà di un’impresa che è stata indagata per mafia. I tre condomini, dunque, sono stati messi all’asta e sono stati acquistati, per un 1.8 milioni di euro, dal fondo Dora RE Srl, riconducibile a “un’azienda fantasma con sede ad Amsterdam”, denuncia l’Associazione Caminantes. Non solo, Dora RE Srl è legata a Dora Spv e a Banca Finint, dietro la quale c’è l’imprenditore veneto Enrico Marchi, proprietario dell’aeroporto di Treviso e dei giornali dell’ex gruppo Gedi. Su Radio Onda d’Urto è intervenuta Gaia Righetto, attivista dell’Associazione Caminantes di Treviso. Ascolta o scarica.  
June 16, 2026
Radio Onda d`Urto
«Sgomberi dolci. La violenza contro chi vive in campi rom, baraccopoli e occupazioni abitative»
«Se sei povero, possono farti qualunque cosa.» Lo dice un abitante della baraccopoli di Lungo Stura Lazio a Torino. È una frase che sintetizza la logica che Manu Cencetti documenta e decostruisce nel suo saggio Sgomberi dolci, edito da Eris edizioni, collana BookBlock+. Il titolo è un ossimoro dichiarato. Uno sgombero non è mai dolce: è sempre un atto violento, militare, che distrugge case, oggetti, documenti, legami, territorio. Eppure da quindici anni – a partire da Torino, città che ha inventato questo «modello», poi adottato da amministrazioni di ogni colore politico in tutta Italia, in particolare a Milano e Roma – gli sgomberi vengono raccontati come gesti umanitari. Come interventi necessari, persino benefici per chi li subisce. Il saggio nasce da anni di osservazione, ricerca e lotta condotta direttamente accanto alle comunità che vivono nei cosiddetti «campi», nelle baraccopoli e nelle occupazioni abitative sistematicamente sgomberate. L’autore mostra come la violenza che colpisce questi luoghi sia strutturale e pervasiva: non riguarda solo le forze dell’ordine e le istituzioni, ma anche parti del Terzo settore, fondazioni bancarie e filantropiche, la cittadinanza stessa. Una lunga guerra contro la popolazione povera e senza casa, che si inserisce in un più ampio dispositivo nazionale di gestione repressiva della povertà. Le persone che abitano campi, baraccopoli e occupazioni vengono trattate come «umanità in eccesso»: più o meno etnicizzate, prive di reddito sufficiente o dei documenti necessari per accedere al mercato dell’affitto. Eppure in questi spazi marginali costruiscono relazioni, reti sociali, forme di solidarietà, un luogo da chiamare casa. Lo sgombero cancella tutto questo. Il risultato è la perdita totale: della casa, degli oggetti, dei legami, del territorio. Un nuovo sradicamento che lascia famiglie e individui ancora più soli e vulnerabili. Sgomberi dolci è però anche una storia di resistenza. Di chi non si arrende passivamente, di chi nella lotta riscopre complicità, solidarietà e persino gioia. Un libro che restituisce dignità e complessità a vite sistematicamente cancellate dal discorso pubblico. L’AUTORE Manu Cencetti nasce a Torino. Si occupa da tempo di sgomberi e violenza contro persone povere e senza casa, considerate sempre fuori posto, da cacciare o da sfruttare. Video-maker. Nel 2020 insieme a Jean Diaconescu e Stella Iannitto realizza il film documentario La versione di Jean, proiettato al TFF 2020. Il progetto ha posto le basi per il successivo sito laversionedijean.it sulla storia del Platz, una grande baraccopoli di Torino, e della sua distruzione. Scrive e fa ricerca in modo indipendente. BOOKBLOCK E BOOKBLOCK+ Ogni titolo di queste due collane è uno strumento per interpretare la realtà – affrontando nuove tematiche o approfondendo singoli argomenti tramite focus specifici – e per immaginare e intraprendere percorsi diversi da quelli canonici. BookBlock e BookBlock+ nascono per dare spazio a quelle voci che esplorano, con riflessioni attuali, temi chiave della contemporaneità.
DESENZANO (BS): PRESIDIO PER IL DIRITTO ALL’ABITARE, URGONO “MISURE PER ARGINARE IL TURISMO DI MASSA” E CASE POPOLARI
Si sono ritrovati in decine tra attiviste e attivisti nel pomeriggio di sabato, a partire dalle ore 15 in piazza Malvezzi, per chiedere risposte alle centinaia di cittadini e cittadine che hanno firmato negli scorsi mesi una petizione che chiede misure urgenti per arginare i problemi creati dal turismo di massa. Sul Garda infatti è oramai impossibile comprare casa per meno di 4 mila euro al metro quadro e gli affitti a lungo termini sono un miraggio. Al presidio organizzato dal Collettivo Gardesano Autonomo, a simboleggiare la mancanza di risposte da parte dell’amministrazione comunale desenzanese, la sagoma di cartone del sindaco Guido Malinverno, che non ha mai considerato seriamente le sollecitazioni del Collettivo. Una decina di giorni fa il tema del turismo di massa e le conseguenze sulla casa erano approdati in Consiglio comunale, che aveva preso atto della situazione emergenziale e dato il via a misure giudicate dal Collettivo estremamente blande. Per questo attiviste e attivisti, insieme alcuni residenti esasperati, hanno chiesto nuovamente al Comune di investire in case popolari, date le richieste di assegnazione sempre più numerose e incentivi a per chi affitta a lungo termine. Il collegamento dal presidio in corso con Alessandro Scattolo del Collettivo Gardesano Autonomo. Ascolta o scarica
May 30, 2026
Radio Onda d`Urto
Casa: governo Meloni prigioniero della rendita!
Perché il ddl approvato in consiglio dei ministri il 30 aprile è pericoloso In questo disegno di legge che riscrive le disposizioni in materia di rilascio di immobili osserviamo una tutela assoluta dei proprietari di casa, con modifiche sostanziali al codice di procedura civile. Inoltre questo dispositivo, una volta approvato, […] L'articolo Casa: governo Meloni prigioniero della rendita! su Contropiano.
May 22, 2026
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