La testimonianza di Munther Isaac, cristiano palestinese in una chiesa italiana

Pressenza - Monday, August 24, 2026

Intervenuto al Sinodo delle chiese metodiste e valdesi e all’incontro sul tema “Un momento di verità: la fede in tempo di genocidio“il reverendo Munther Isaac ha descritto la propria esperienza a Torre Pellice nel testo intitolato “Come una chiesa è diventata un luogo dove la coscienza è chiamata a risvegliarsi“.

Nato nel 1979 Beit Sahour (la città sorta nel luogo dove, secondo i Vangeli, gli angeli annunciarono ai pastori la nascita di Gesù), il pastore delle chiese evangeliche luterane di Beit Sahour e di Betlemme, rettore del Bethlehem Institute for Peace and Justice (BIPJ) e direttore di Christ at the Checkpoint (CATC) è anche un co-autore del documento A Moment of Truth: Faith in a Time of Genocide approvato da Kairos Palestine al convegno del novembre 2025 e a cui recentemente hanno aderito numerose organizzazioni e accademie protestanti, tra cui la Chiesa Presbiteriana degli USA (PCUSA), l’American Academy of Religion, la Conferenza della Chiesa Metodista di Gran Bretagna e il Sinodo Generale della Chiesa di Inghilterra.

Alle proprie riflessioni sull’incontro svolto nella chiesa valdese di Torre Pellice il 20 agosto scorso, il reverendo Munther Isaac ha premesso una frase del pastore della comunità locale, Michel Charbonnier: «Una chiesa non può essere semplicemente un luogo di culto, ma deve essere anche un luogo in cui la coscienza è chiamata a risvegliarsi, e la chiesa deve imparare a lasciarsi turbare dal dolore del mondo». 

Questa settimana ho avuto l’opportunità unica di parlare a Torre Pellice, un borgo storico nel nord Italia, ricco di storia e profondamente legato alla comunità valdese, una comunità che ha subito gravi oppressioni, persecuzioni e ingiustizie nel corso dei secoli, per poi emergere come una comunità impegnata nella guarigione e nella riconciliazione.

Oggi, questo piccolissimo villaggio di circa 4.500 abitanti ospita una delle espressioni più memorabili di testimonianza cristiana profetica che io abbia mai incontrato.

Sono stato invitato a tenere una conferenza nel villaggio nell’ambito del Sinodo della Chiesa Valdese e Metodista, che si svolge a Torre Pellice.

Ho parlato a una chiesa gremita, piena di persone venute ad ascoltare, imparare e mostrare solidarietà.

Ciò che mi ha colpito davvero è stata l’esposizione che ho trovato all’interno della chiesa: migliaia di fogli di carta con migliaia di nomi di persone uccise nel genocidio di Gaza, una testimonianza di riconoscimento e di lutto, e un grido di giustizia.

Ho iniziato il mio intervento con un commosso riconoscimento dell’installazione. Mi ha ricordato, almeno in parte, ciò che abbiamo fatto nella nostra chiesa di Betlemme più di due anni fa con il presepe “Cristo tra le macerie”. Tra le tante cose che volevamo dire c’era questa: in un momento in cui assistevamo alla giustificazione e alla razionalizzazione dell’uccisione dei nostri figli, noi abbiamo soffermato la nostra attenzione nell’immagine di Cristo in ogni bambino estratto dalle macerie. Mentre il mondo disumanizzava i palestinesi, noi abbiamo mostrato la dignità e il valore di ogni essere umano, compresi i palestinesi, avvolgendo Gesù in una kefiah e dicendo al mondo: “Questa è la realtà in Palestina“.

Ho anche fatto notare che, durante tutto questo genocidio, mi è stato spesso chiesto: “Dov’è Dio? Perché Dio permette tutto questo?”.

La mia risposta è sempre stata che non stiamo parlando di un terremoto o di un tornado.

Questa è una tragedia causata dall’uomo: esseri umani che massacrano altri esseri umani.

La vera domanda, quindi, non è: “Dov’è Dio?”, ma piuttosto: “Dove sono le brave persone del mondo? Dove sono le persone di fede?“.

Essere a Torre Pellice mi ha ricordato che la Chiesa non è sempre silenziosa.

Ci sono coloro che ascoltano, che si preoccupano, che si lamentano e che invocano giustizia.

E sono andati ben oltre il gesto incredibilmente toccante di apporre i nomi degli abitanti di Gaza all’interno della chiesa dove pregano ogni domenica. Si sono anche mobilitati, hanno fatto pressione e hanno donato generosamente per il popolo palestinese e di Gaza.

Ho avuto l’onore di incontrare il pastore della chiesa, Michael Charbonnier, che ha introdotto il mio intervento con una breve ma profonda riflessione teologica.

Le sue parole sono state incisive e credo che valga la pena citarle. Se i cristiani di tutto il mondo credessero e mettessero in pratica ciò che ha detto, sono convinto che oggi ci troveremmo in una situazione ben migliore.

Ha iniziato spiegando perché questi nomi appartengono a una chiesa:

«Una chiesa non può essere semplicemente un luogo di culto, ma deve essere anche un luogo in cui la coscienza è chiamata a risvegliarsi, e la chiesa deve imparare a lasciarsi turbare dal dolore del mondo»;

«Questa non è una mostra. È un modo per tenere sempre presente, soprattutto quando ci riuniamo qui in preghiera, ciò che preferiremmo tanto fingere di non vedere».

Ha poi spiegato perché ascoltare la voce degli oppressi non deve essere confuso con l’abbandono della pace o del dialogo:

«Questa non è una scelta contro la pace, ma a favore della vera pace. Perché non c’è pace senza giustizia, non c’è riconciliazione senza riparazione… La preghiera per la pace diventa autentica quando si traduce nella difesa della dignità, dei diritti e della libertà di ogni persona».

E infine, ha fondato questa testimonianza su Gesù stesso: 

«Gesù stesso non era equidistante. Scelse da che parte stare: dalla parte degli esclusi, degli ultimi, dei perseguitati e degli oppressi. La fedeltà al Vangelo non ci chiede di essere neutrali; ci chiede di stare dove Lui stava: dalla parte delle vittime».

Ho lasciato Torre Pellice profondamente umile e grato per la testimonianza della Chiesa Valdese, e in particolare per la testimonianza del pastore Michael e della comunità di Torre Pellice.

Possa questo genocidio finire. Possa la giustizia prevalere.

Munther Isaac, 22 agosto 2026

Redazione Italia