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Rivoluzione e fenomeni psicosociali: una riflessione dal tavolo di lavoro del Forum Umanista Internazionale
La riflessione sulla rivoluzione e sui fenomeni psicosociali parte da una constatazione fondamentale: i cambiamenti sociali e culturali si stanno verificando a una velocità senza precedenti, rendendo persino difficile comprenderli. Non si tratta più solo di processi politici tradizionali o di trasformazioni guidate da strutture partitiche o sindacali, ma di movimenti più diffusi, emotivi ed esistenziali. In diversi paesi compaiono segnali di malessere, stanchezza e ricerca di senso che si esprimono in modi molto diversi: il voto “antisistema”, le proteste spontanee, le nuove forme di organizzazione giovanile o persino certi fenomeni collettivi che tentano di spiegare esperienze straordinarie. Tutto ciò rivela una sensibilità sociale in transizione, in cui le persone percepiscono che le forme tradizionali di vita, di rappresentanza e di convivenza non sono più sufficienti a rispondere alle esigenze attuali. In diverse parti del mondo si possono osservare i primi segnali di questo processo. In Bolivia, la rivolta popolare contro problemi quotidiani come la benzina adulterata ha dimostrato come una situazione concreta possa innescare rapidamente una reazione collettiva in grado di destabilizzare il potere. Nelle Filippine, i giovani della Generazione Z esprimono il proprio dissenso nei confronti delle strutture tradizionali e cercano nuove forme di partecipazione. Negli Stati Uniti, le proteste contro la guerra o contro le politiche migratorie indicano che anche società abituate alla stabilità iniziano a mostrare crepe interne e il bisogno di cambiamento. In Argentina, nel frattempo, molte persone vivono una rivoluzione più interna e soggettiva: mettono in discussione le forme tradizionali di fare politica, diffidano delle istituzioni religiose o partitiche e iniziano a chiedersi come costruire un altro modo di vivere più umano e coerente. Allo stesso tempo, emergono risposte concrete e collettive che potrebbero prefigurare nuove forme di organizzazione sociale. Spazi educativi alternativi, comunità lontane dai grandi centri urbani, gruppi di medicina alternativa, teatro-forum, cinema-forum e reti di scambio di conoscenze tra generazioni testimoniano i tentativi di ricostruire legami umani più diretti e solidali. Forse uno dei fenomeni psicosociali più importanti di quest’epoca è proprio il passaggio dall’individualismo e dalla frammentazione verso nuove ricerche di comunità, senso e protagonismo personale. La rivoluzione, in questo contesto, non sembra nascere solo dal classico confronto politico, ma anche da profondi cambiamenti nella sensibilità, nelle relazioni umane e nel modo in cui le persone immaginano il futuro e desiderano vivere. Nelsy Lizarazo
May 29, 2026
Pressenza
Nessun filtro etico basta
L’enciclica sull’IA e il vuoto della finanza responsabile Il 25 maggio 2026 Papa Leone XIV ha presentato Magnifica Humanitas, la sua prima enciclica, dedicata alla custodia della persona umana nell’era dell’intelligenza artificiale. Oltre duecento pagine, cinque capitoli, un arco che va dalla diagnosi teologica alla prescrizione politica. Il documento afferma, al paragrafo 9, la tesi che regge l’intero testo: la tecnologia non è mai neutrale, perché assume le caratteristiche di chi la concepisce, la finanzia, la regola e la usa. In una sola frase Leone XIV smonta l’argomento preferito della Silicon Valley — la tecnologia come forza autonoma e imparziale — e la ricolloca nel perimetro della responsabilità umana. Tre mesi prima, a febbraio 2026, la banca vaticana — lo IOR, l’Istituto per le Opere di Religione — aveva annunciato il lancio di due nuovi indici azionari: il Morningstar IOR Eurozone Catholic Principles e il Morningstar IOR US Catholic Principles. Nella top 10 del paniere in dollari figurano Meta Platforms, Alphabet, Tesla, Amazon, Apple, Nvidia, JP Morgan, Broadcom e Micron. Nvidia — l’azienda i cui chip sono l’infrastruttura materiale di quasi tutto ciò che l’enciclica mette in guardia — certificata come investimento cattolicamente virtuoso. La contraddizione è reale e merita di essere osservata con attenzione. Ma fermarsi lì — alla contraddizione istituzionale della Chiesa — rischia di far perdere di vista qualcosa di più importante. Il problema non è il Vaticano I criteri degli indici IOR escludono dall’universo investibile aborto, armi, energie fossili, gioco d’azzardo. Meta vende pubblicità, Amazon vende prodotti online, Nvidia produce chip: nessuna di queste attività rientra nelle categorie escluse. Ecco perché passano il filtro. Lo IOR non ha applicato i criteri in modo disonesto. Il problema è che quei criteri — come tutti i criteri dell’investimento socialmente responsabile — sono stati costruiti per rispondere a un problema che non è più il problema centrale. La finanza etica nasce storicamente per escludere i settori del vizio e della guerra. I Quaccheri del Settecento rifiutavano di finanziare la tratta degli schiavi. I movimenti degli anni Settanta costruivano i primi screening sul tabacco, sull’apartheid, sulle armi nucleari. L’ESG moderno ha affinato quegli strumenti aggiungendo criteri ambientali e di governance. Ma tutta questa architettura presuppone che il male economico sia localizzabile in un settore, in un prodotto, in una categoria merceologica. Presuppone che ci sia un “dentro” e un “fuori” abbastanza distinguibili da separare con un filtro. L’enciclica di Leone XIV dice che questa distinzione, nell’economia digitale, non esiste più. Chi controlla i modelli di AI rischia di imporre anche una propria “visione morale” del mondo, trasformando gli algoritmi in infrastrutture invisibili del potere. Il potere contemporaneo non si esercita più soltanto attraverso il controllo territoriale o militare, ma attraverso il controllo cognitivo. Chi governa gli algoritmi può influenzare percezioni, desideri, priorità, consumi, opinioni pubbliche e persino il concetto stesso di verità. Non si tratta di un settore produttivo che si può escludere. Si tratta di una logica che attraversa l’intera economia, che abita nei modelli di business delle piattaforme di comunicazione, nella gestione dei dati sanitari, nella mediazione algoritmica del lavoro, nella profilazione che orienta il credito e le assunzioni. Un filtro settoriale non tocca tutto questo. Non è concepito per farlo. La finanza etica e il suo soffitto strutturale Non è un’accusa allo IOR, né al paradigma ESG in quanto tale. Questi strumenti hanno prodotto pressioni reali su pratiche aziendali reali: politiche ambientali più stringenti, rendicontazione sulla catena di fornitura, riduzione dell’esposizione a certi rischi reputazionali. Ma operano sulla superficie — sui comportamenti dichiarati delle imprese — e non riescono a toccare la struttura profonda: il fatto che poche grandi entità private controllano infrastrutture, capacità di calcolo e dati, sfuggendo al controllo democratico. Il caso IOR lo rende visibile con una chiarezza che raramente si trova in un solo esempio. Se persino la più antica istituzione morale del mondo occidentale, dotata di indipendenza dagli azionisti e di una vocazione esplicitamente profetica, non riesce a costruire un portafoglio di investimenti coerente con la propria dottrina appena formulata — non per malafede, ma perché gli strumenti disponibili non sono all’altezza del problema — allora il difetto non è nella singola istituzione. È nel paradigma. Che cosa servirebbe, invece Magnifica Humanitas lo dice con una precisione che raramente si trova nei documenti istituzionali: non framework volontari, ma governance con capacità di enforcement. L’enciclica chiede regole internazionali, trasparenza e una governance pubblica più forte. Chiede anche che i dati siano gestiti come bene comune, poiché sono frutto della collettività. Queste non sono richieste nuove. Le fanno da anni i movimenti per i diritti digitali, le organizzazioni della società civile che lavorano sull’AI Act europeo, i ricercatori che studiano l’impatto sociale dell’automazione sul lavoro. L’enciclica le porta in un registro diverso — quello dell’autorità morale globale — ma il contenuto è convergente con battaglie che si combattono da molto prima in spazi molto meno solenni. Il merito del documento non è nell’originalità delle soluzioni. È nell’aver nominato con chiarezza, e ad alta voce, il nodo che la finanza etica non riesce a sciogliere: il problema del potere nell’economia digitale non è riducibile a una lista di settori proibiti. Richiede strumenti di governo del tutto diversi da quelli che i mercati finanziari mettono a disposizione. E che finché quei strumenti non esistono — o non vengono costruiti con la necessaria forza vincolante — chiunque voglia operare dentro il sistema globale, compreso il Vaticano, finirà per certificare come virtuose le stesse strutture che denuncia come problematiche. Il paradosso non è della Chiesa. È del tempo in cui viviamo. Fonti • Giuseppe Aceto, “Nvidia è un’azienda cattolica” Debug dei Desideri – Substack • Comunicato stampa IOR Istituto per le Opere di Religione • Enciclica Magnifica Humanitas Vatican.va • Approfondimenti e articoli correlati Agenda Digitale Il Sole 24 Ore – InfoData AgenSIR Francesco Russo
May 28, 2026
Pressenza
Porre fine al capitalismo digitale per la sopravvivenza dell’umanità
IL TECNOPOLIO E LA SOVRANITÀ ESPROPRIATA: LA SFIDA DI LEONE XIV ALLE DEMOCRAZIE Con la pubblicazione dell’enciclica Magnifica humanitas, la spinta che arriva dal Vaticano rompe gli indugi e si posiziona al centro della mappa geopolitica contemporanea. I paragrafi dal n. 188 al n. 209, raccolti sotto il titolo “La cultura della potenza”, non sono una collezione di pie esortazioni spirituali, ma una lucida, quasi spietata, analisi di classe del capitalismo digitale globale. Il Papa mette sotto accusa il nucleo forte del potere tecnocratico moderno, definendo il “Tecnopolio” come la più grave minaccia alla sovranità dei popoli. Quando un pugno di multinazionali private della Silicon Valley o di Pechino controlla i flussi di dati e i codici algoritmici che governano la vita collettiva, lo Stato democratico viene svuotato dall’interno. Per l’attivismo progressista, questo testo è un potente acceleratore concettuale: la transizione digitale non è un processo neutro né un’evoluzione inevitabile della tecnica, ma un terreno di scontro politico e sociale in cui i valori della cittadinanza rischiano di essere sottomessi alla logica del profitto e del controllo privatistico. L’agenda che ne deriva per i governi progressisti è chiara: riprendere in mano la funzione legislativa attraverso una governance pubblica della tecnologia, spezzando i monopoli dei Big Data prima che esautorino definitivamente le istituzioni nate dal suffragio universale. CONTRO LA GUERRA ALGORITMICA: LA DEMOCRAZIA OLTRE IL CALCOLO MILITARE Il passaggio più radicale della sezione riguarda l’avvento della guerra automatizzata e dei sistemi d’arma letali autonomi. La denuncia della deumanizzazione dei conflitti colpisce al cuore le dottrine strategiche delle superpotenze, che vorrebbero derubricare l’uso dei droni e dell’IA militare a mera ottimizzazione statistica o simulazione asettica. Sottrarre la decisione sulla vita e sulla morte all’arbitrio umano per affidarla a un calcolo matematico non è solo un abominio etico, ma la distruzione del principio di responsabilità giuridica su cui poggia il diritto internazionale. Questo monito investe in pieno le responsabilità delle forze politiche globali, costringendole a schierarsi. L’enorme bacino elettorale cattolico — oltre un miliardo di votanti, concentrati soprattutto nelle aree del mondo storicamente più esposte allo sfruttamento coloniale e alle guerre per procura — riceve un mandato preciso: misurare la credibilità dei programmi politici sulla base del loro impegno per il disarmo tecnologico e la messa al bando delle armi autonome. Per la sinistra e i movimenti per i diritti civili, si apre lo spazio per una convergenza transnazionale capace di imporre trattati internazionali vincolanti, bloccando i finanziamenti pubblici alla ricerca bellica digitale e contrastando i sistemi di sorveglianza algoritmica di massa che minacciano il dissenso politico e i diritti dei cittadini. ECOLOGIA COGNITIVA E AUTODETERMINAZIONE DEI CITTADINI L’analisi papale si chiude affrontando i meccanismi di manipolazione del consenso tramite la profilazione psicometrica e la diffusione di disinformazione generativa. La manipolazione dei mercati elettorali tramite algoritmi opachi non è solo una distorsione della concorrenza, ma una vera e propria “colonizzazione culturale” che distrugge la libertà psicologica dell’elettore e riduce la democrazia a un simulacro. La risposta indicata dall’enciclica richiede la difesa dell’autodeterminazione delle comunità locali contro l’omologazione consumistica imposta dalle piattaforme. Ciò si traduce nella necessità di riforme strutturali radicali: legislazioni antitrust radicali per i giganti tecnologici, trasparenza totale sui codici sorgente utilizzati nelle piattaforme pubbliche e tutele sindacali e sociali eque per respingere l’automazione selvaggia del lavoro. In sintesi, i paragrafi 188-209 della Magnifica humanitas sottraggono la transizione digitale all’esclusivo monopolio del mercato e degli eserciti, elevandola a massima questione politica e umanitaria del nostro tempo. Per la prospettiva che guida le azioni del Comitato Costituzione Attiva si può dire che la politica della Chiesa Cattolica è la più forte promotrice dell’attuazione dell’art. 11 della Costituzione della Repubblica Italiana e della sua estensione su scala mondiale, non con parenesi morali, ma orientando verso politiche di interventi strutturali con misure vincolanti. Giancarlo Pisanu [1], Componente del “Comitato Costituzione Attiva” di Sassari [1] Laurea in Ingegneria Mineraria. Ph. D. Dottorato di Ricerca in Ingegneria delle Risorse del Sottosuolo. Diploma de Studiis Philosophicis (biennale) e Baccalureatus in Sacra Theologia Gradum (quinquennale) presso Pontificia Facoltà Teologica della Sardegna – Cagliari. Ricercatore senior in modellistica numerica e statistica applicata. Ultimo lavoro del 2025, “L’Intelligenza Artificiale da una prospettiva etica”. Redazione Sardigna
May 26, 2026
Pressenza
La nuova e innovativa “Stanza del Silenzio” dell’Ospedale di Livorno
Uno spazio dedicato alla meditazione, alla preghiera, alla riflessione, pensato per accogliere persone di qualsiasi fede religiosa, così come anche i non credenti, aperta ai pazienti, ai loro familiari e amici, nonché ai volontari e ai dipendenti della struttura sanitaria, garantendo a chiunque uno spazio per vivere la propria dimensione intima ed emotiva all’interno del percorso di cura, verrà inaugurato nella mattinata di giovedì 28 maggio. All’evento parteciperanno il sindaco di Livorno, Luca Salvetti, e la direttrice Generale dell’Azienda Usl Toscana Nord-Ovest, Maria Letizia Casani e interverrà Angela Rafanelli, assessora alla cultura con delega al Tavolo delle Religioni e Spiritualità. Aperta tutti i giorni, dalle 7  alle 20, a cura della portineria del Presidio Ospedaliero di Livorno, la Stanza del Silenzio viene messa a disposizione in comodato d’uso gratuito dall’ASL Nord Ovest al Comune di Livorno, in rappresentanza del Tavolo delle Religioni e delle Spiritualità che, sempre aperto a nuove adesioni, vede la presenza di numerose realtà religiose e associazioni filosofiche non confessionali operanti in città. In occasione dell’apertura della Stanza del Silenzio il Comune di Livorno ha attivato una casella di posta dedicata al Tavolo delle Religioni e delle Spiritualità tavoloreligioniespiritualita@comune.livorno.it gestita dall’Ufficio Cultura e Spettacolo che permetterà alla cittadinanza di entrare in contatto con questa realtà e confrontarsi con essa così da conoscere finalità e attività del Tavolo. giovedì 28 maggio alle ore 9.00 – Ospedale di Livorno Palazzo Amministrazione, piano terra lato nord – viale Alfieri, 36 “Ricordiamo il ruolo avuto da ArciAtea e dal Gruppo Nazionale di Lavoro per la Stanza del Silenzio e dei Culti per arrivare a questo felice esito – rammentano ARCI Atea e il Gruppo Nazionale di Lavoro per la Stanza del Silenzio e dei Culti – Fu infatti il Gruppo a fine 2020 a sollecitare l’Azienda sanitaria di Livorno ad integrare la allora definita sala multireligiosa di preghiera e di raccoglimento alla partecipazione di Arciatea e Uaar all’insegna di quanto previsto dalla legge di riforma del Sistema Sanitario del 1978 e del supremo principio di laicità; senza scendere nei dettagli dell’annoso processo, in seguito è stato grazie al lavoro sottilissimo e al grande acume politico di Lina Sturmann, Arciatea Livorno, che si è ottenuto prima l’allargamento del Tavolo delle religioni a Arciatea e Uaar, ridefinito così Tavolo delle Religioni e delle Spiritualità, e infine, dato che lo spazio all’ospedale è in comodato d’uso al Tavolo, si è giunti alla Stanza del Silenzio all’ospedale con l’aggiunta delle due compagini atee”. Le Stanze del Silenzio nascono e si diffondono dapprima nei paesi anglosassoni e scandinavi dagli anni ’60 (ONU, Hammarskjold) e trovano naturale attuazione prevalentemente in luoghi pubblici fortemente connotati come aeroporti, ospedali, stazioni, centri commerciali, università, piazze. Ne troviamo giustificazione nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, nella Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, nella Carta dei diritti fondamentali dell’UE, nella Costituzione italiana, nel Trattato costituzionale europeo, nella Legge n.833/1978, nel D.lgs. n.43/2003 “Parità di trattamento tra le persone indipendentemente dalla razza e dall’origine etnica” e infine nella Legge Regionale dell’Emilia-Romagna n.12/1989. Questi luoghi pubblici potranno in questo modo dare piena attuazione alle disposizioni di leggi internazionali, nazionali e regionali sull’inclusione e sul contrasto alle discriminazioni. La Stanza del Silenzio e dei Culti è un luogo studiato per permettere un riparo, un conforto a chi senta bisogno di raccoglimento, quiete o preghiera, da soli o in gruppo, nella quotidianità della vita. Improntato al dialogo tra persone di diversa visione, cultura e religione e alla neutralità: non troveremo simboli religiosi o spirituali così da garantire la convivenza di tutti. La Stanza del Silenzio può essere implementata anche in città, quartieri, cimiteri – dove va raccordata a sale del commiato con attenzione alle differenze culturali e religiose – e potrebbe essere anche una stanza di sola meditazione o per un momento di quiete, senza connotazioni interreligiose se non addirittura un’opera d’arte. Nel Sistema Sanitario Nazionale (SSN) è: uno spazio fisico all’interno degli ospedali per credenti e atei; un elenco di referenti delle maggiori fedi e associazioni filosofiche; assistenza spirituale prestata, a titolo gratuito, da parte dei referenti, attivata in reparto; uno spazio a disposizione dei pazienti, dei parenti, degli operatori sanitari e delle Comunità Filosofiche e Religiose; significa coinvolgimento degli agenti interni delle Comunità = Rete reale tra Istituzione Sanitaria e Comunità. Nelle carceri è assistenza religiosa ai detenuti tutti e momento per sostenere le figure più vicine al detenuto. e un luogo che favorisce la crescita di una “nuova cittadinanza” all’interno del processo di rieducazione e integrazione sociale dei detenuti, per ridurre la tensione all’interno dell’istituto (implicazioni sociosanitarie). Redazione Italia
May 26, 2026
Pressenza
Magnifica Humanitas: un’enciclica sull’IA che merita lettura critica
Leone XIV mette l’intelligenza artificiale al centro della Dottrina sociale della Chiesa. Il documento contiene analisi politicamente rilevanti. Ma va letto sapendo da dove viene quella tradizione. Il 15 maggio 2026, nel centotrentacinquesimo anniversario della Rerum novarum, Leone XIV ha firmato la Magnifica Humanitas. La data non è casuale e il riferimento non è neutro. Leone XIII, nel 1891, aveva pubblicato il documento che avrebbe fondato la cosiddetta Dottrina sociale della Chiesa: un testo che la narrazione cattolica progressista ha trasformato nel tempo in una sorta di manifesto ante litteram dei diritti dei lavoratori, ma che nacque con tutt’altra funzione. Il movimento operaio organizzato — socialismo scientifico, anarchismo, sindacalismo rivoluzionario — stava conquistando forza e consenso di massa. La Chiesa rischiava di perdere le classi popolari. La Rerum novarum fu anzitutto una risposta difensiva: riconosceva qualcosa — la dignità del lavoro, il salario giusto — per bloccare qualcos’altro, cioè la lotta di classe e l’organizzazione autonoma del proletariato. Difendeva la proprietà privata come diritto naturale contro qualsiasi ipotesi di socializzazione, proponeva la collaborazione tra classi come alternativa allo sciopero, limitava l’intervento dello Stato in nome di un ordine che tutelava strutturalmente i proprietari — inclusa la Chiesa, tra i maggiori latifondisti d’Europa. Partire da qui non è un esercizio di anticlericalismo. È necessario per leggere la Magnifica Humanitas con gli occhi giusti: non come il compimento di un percorso sempre progressivo, ma come un documento che eredita contraddizioni storiche che nessuna buona volontà pontificia cancella per decreto. Detto questo, il testo merita una lettura seria, perché contiene — intrecciata con la teologia — un’analisi politica e istituzionale dell’intelligenza artificiale che pochi documenti laici hanno finora eguagliato per coerenza sistematica. L’ARCHITETTURA DEL DOCUMENTO Il testo si costruisce su due icone bibliche contrapposte. Da un lato Babele: opera grandiosa, concepita sull’orgoglio dell’autosufficienza, destinata alla dispersione. Dall’altro Gerusalemme ricostruita da Neemia: il governatore che ascolta, prega, affida a ciascuna famiglia un tratto di muro, coordina senza imporre, ricostruisce la città pezzo per pezzo attraverso la responsabilità condivisa. La scelta che abbiamo davanti, dice il Papa, non è tra il sì e il no alla tecnologia, ma tra questi due modi di costruire. “Babele” nel testo ha un volto preciso: la concentrazione del potere computazionale in pochi attori privati transnazionali, la logica dell’efficienza come criterio assoluto, il paradigma tecnocratico che riduce la persona a dato da ottimizzare. “Gerusalemme” ha anch’essa un volto preciso: sussidiarietà, trasparenza algoritmica, accountability, accesso universale ai benefici dell’innovazione, protezione dei lavoratori invisibili che alimentano i modelli. Il documento è leggibile come analisi politica indipendentemente dalla fede che lo ispira. I primi due capitoli ripercorrono la Dottrina sociale da Leone XIII a Francesco in modo funzionale, non celebrativo. Servono a collocare l’enciclica in una continuità che legittima l’intervento pontificio su materie che potrebbero sembrare estranee alla teologia. Il risultato è che, quando al capitolo terzo il Papa inizia a parlare di IA, lo fa avendo già alle spalle centotrentacinque anni di riflessione sul rapporto tra capitale, lavoro e dignità umana. Non parte da zero. Parte da lontano. COSA DICE DAVVERO SULL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE Il capitolo terzo è il cuore teorico e il più esposto al dibattito. Leone XIV afferma che i sistemi di IA non vivono un’esperienza, non attraversano la gioia e il dolore, non maturano nella relazione, non conoscono dall’interno ciò che significa amore, lavoro, responsabilità. Il loro apprendimento è “adattamento statistico”, non crescita interiore. È una posizione radicata nella tradizione tomista — l’intelligenza senza coscienza non è intelletto in senso proprio — ma che apre questioni legittime quando i sistemi diventano abbastanza complessi da simulare con inquietante precisione proprio ciò che il documento descrive come assente. La questione filosofica rimane aperta e il testo non la risolve: si limita ad assumere una risposta come premessa. La conseguenza pratica che l’enciclica ne trae è però politicamente rilevante indipendentemente dalla premessa filosofica: siccome i sistemi di IA non hanno coscienza morale, la responsabilità ricade interamente sugli esseri umani che li progettano, addestrano, autorizzano, impiegano. La catena della responsabilità deve restare identificabile e verificabile. Affidare a un algoritmo il potere di selezionare chi merita e chi no, senza che nessuno si assuma più il peso della decisione, significa produrre ingiustizie ammantate di neutralità tecnica davanti alle quali è impossibile protestare. È una critica che qualsiasi regolatore potrebbe riconoscere come propria. C’è poi la categoria del “disarmare l’IA”, proposta con insistenza al numero 110: non rinunciare alla tecnologia, ma sottrarla alla logica della competizione armata — economica e cognitiva oltre che militare — renderla discutibile, contestabile, “abitabile”, restituirla alla pluralità delle culture umane invece di lasciarla diventare l’infrastruttura invisibile di una sola visione del mondo. Chi scrive il codice etico che governa i sistemi non sta compiendo un atto tecnico: sta compiendo un atto politico. Se quella scrittura resta monopolio di chi possiede dati e infrastrutture, diventa norma senza mai essere discussa. È un’osservazione che vale ben oltre il perimetro ecclesiastico in cui viene formulata. IL LAVORO CHE SCOMPARE E QUELLO CHE RIMANE INVISIBILE Il capitolo quarto è il più denso di implicazioni concrete. Il testo non nega che l’automazione possa liberare gli esseri umani da lavori gravosi, ripetitivi o pericolosi. Ma osserva con lucidità che i “nuovi modi di lavorare” non sono necessariamente migliori: spesso costringono i lavoratori ad adattarsi alla velocità delle macchine piuttosto che l’inverso, li sottopongono a sorveglianza automatizzata, li dequalificano relegandoli a funzioni rigide. Non è il futuro del lavoro che preoccupa il documento: è il presente. E poi c’è ciò che il testo chiama il “lavoro invisibile”: i milioni di persone impiegate nell’etichettatura dei dati, nella moderazione dei contenuti, nell’addestramento dei modelli. Spesso giovani, spesso donne, spesso in contesti di bassa tutela, per compensi minimi. A questo si aggiunge lo sfruttamento minerario per l’estrazione delle terre rare necessarie ai dispositivi su cui l’IA si regge: adolescenti e bambini che lavorano in condizioni pericolose perché il flusso del calcolo non si interrompa. Il documento collega esplicitamente questi due livelli — il lavoro cognitivo invisibile e quello fisico brutale — nella medesima catena di sfruttamento che sostiene l’economia digitale. Non basta invocare l’efficienza né celebrare i benefici dell’innovazione, se entrambi sono costruiti su questa catena deliberatamente tenuta nell’ombra. La mea culpa sulla schiavitù storica, contenuta nello stesso capitolo, è un gesto raro nel lessico istituzionale di qualsiasi organizzazione. Leone XIV chiede perdono a nome della Chiesa per il ritardo con cui la condanna formale arrivò — diciotto secoli di predicazione della dignità umana senza che quella predicazione producesse una condanna ufficiale e assoluta della schiavitù. Il gesto serve anche come argomento: la memoria delle complicità di ieri deve diventare vigilanza nel presente. Le nuove schiavitù digitali — la tratta facilitata dalle piattaforme, il lavoro forzato nelle filiere tecnologiche — non sono metafore. Sono catene di sfruttamento che richiedono la stessa fermezza che ha impiegato troppo tempo ad arrivare. LA GUERRA, L’IA E IL RIFIUTO DELLA DETERRENZA Il capitolo quinto è il più politicamente esposto. Il documento descrive una “normalizzazione della guerra” nel discorso contemporaneo: un cambio di paradigma in cui la guerra torna a essere presentata come strumento legittimo di politica internazionale mentre vengono erosi i criteri etici che ne avevano limitato l’uso. In questo quadro, l’IA bellica non è un problema tecnico: è il fattore che abbassa la soglia del ricorso alla forza, rende opache le responsabilità, comprime i tempi decisionali fino a rendere impossibile l’esercizio del giudizio morale. La posizione del Papa è senza ambiguità: non è lecito affidare a sistemi artificiali decisioni letali o irreversibili. Non esiste algoritmo che possa rendere la guerra moralmente accettabile. L’IA non sottrae il conflitto alla sua intrinseca disumanità: può soltanto renderlo più rapido e impersonale, abituandoci all’idea che la violenza sia inevitabile e vada solo ottimizzata. La deterrenza nucleare viene definita “convinzione errata” che alimenta una corsa agli armamenti difficilmente controllabile. Il superamento della teoria della “guerra giusta” — già avviato in Fratelli tutti — viene ribadito con riferimento esplicito ai sistemi d’arma autonomi. Sono posizioni nette, che mettono il documento in tensione con le dottrine di sicurezza di molti governi e con gli equilibri geopolitici in cui operano anche le Chiese nazionali. Leone XIV ne è evidentemente consapevole. Non arretra. COSA RIMANE DOPO LA LETTURA Magnifica Humanitas non si lascia ridurre a una lista di condanne o di aperture. La sua forza non sta nella novità delle singole proposte regolamentari, ma nella sistematicità con cui i cinque principi della Dottrina sociale — bene comune, destinazione universale dei beni, sussidiarietà, solidarietà, giustizia sociale — vengono applicati a ogni ambito: IA, lavoro, guerra, comunicazione, educazione, famiglia. Non c’è un’area lasciata al vago. Il limite più onesto che si può riconoscere al testo è la tensione tra l’universalità delle sue prescrizioni e la disomogeneità dei contesti in cui dovrebbero applicarsi. L’enciclica riconosce che non esiste un modello unico di cambiamento, ma enuncia principi che presuppongono sistemi istituzionali capaci di recepirli — sistemi che, in larga parte del mondo, semplicemente non esistono. Resta però una frase, al numero 109, che vale la pena portare con sé fuori dal testo. Parlare di sussidiarietà nell’era digitale, scrive il Papa, significa proteggere la capacità delle comunità di scegliere e correggere “senza relegare il loro intervento a una vigilanza, dopo che gli standard sono stati scritti altrove”. È una critica puntuale al modo in cui la governance algoritmica funziona oggi: le regole vengono scritte da chi ha i dati, le infrastrutture e il capitale computazionale; le comunità vengono consultate dopo, quando le scelte fondamentali sono già irreversibili. Quella frase non viene dalla teologia. Viene dall’osservazione di ciò che accade. E per questo vale, indipendentemente da tutto il resto — e indipendentemente da chi la pronuncia. Francesco Russo
May 26, 2026
Pressenza
Eirenefest Firenze: “Ritrovare il Senso”, laboratorio al Giardino Olistico
Un  anticipo di Eirenefest Firenze si è svolto sabato 23 maggio al Giardino Olistico al Giardino dell’Anconella. Quest’anno la terza edizione del Festival del Libro per la Pace e la Nonviolenza che si svolgerà in vari punti della città dal 20 Settembre al 4 Ottobre avrà alcune date di anticipazione nella convinzione della necessità di diffondere sempre più la cultura della nonviolenza. Nel primo anticipo del 2026, un gruppo di adulti e bambini ha partecipato al laboratorio “Ritrovare il senso – laboratorio sulle virtù per riumanizzare l’educazione”, facilitato da Jaqueline Mera e Stefano Colonna della Corrente Pedagogica Umanista Universalista e autori del libro Guida per la pace e la nonviolenza di prossima pubblicazione in Italia. Attraverso dinamiche esperienziali ispirate alla Pedagogia dell’Intenzionalità, momenti di relazione, gioco e attività artistiche, i partecipanti hanno lavorato con creatività e complementarietà sulle proprie virtù e sulle possibilità di un’educazione più umana e nonviolenta, in un clima di allegria, ascolto e distensione. Durante l’evento ha funzionato un banchino di esposizione dei libri della Multimage inerenti le tematiche della pedagogia umanista e nonviolenta. Il Comitato promotore ricorda che c’è tempo per fare proposte per Eirenefest Firenze fino al 30 luglio di quest’anno attraverso il seguente modulo https://docs.google.com/forms/d/1b6oFMlUzaTt7sQOx4pnXA7ofqhbLtelN87gAxrQprVg/edit Foto del Giardino Olistico Redazione Toscana
May 24, 2026
Pressenza
Incontro dei Messaggeri: 600 persone si incontrano al Parco di Attigliano
Il Parco di Studio e Riflessione di Attigliano ospita questo fine settimana, 30 e 31 maggio 2026 l’incontro dei Messaggeri 2026, un evento che quest’anno supera ogni aspettativa in termini di partecipazione: oltre seicento persone provenienti da Canada, Stati Uniti, Argentina, Turchia, Spagna, Germania, Francia, Ungheria, Svezia, Australia e India hanno in programma di partecipare a un incontro che unisce spiritualità, fratellanza e una dichiarazione della nostra opposizione alla violenza dei tempi in cui viviamo. Il dato parla da sé: tutti gli hotel e i ristoranti della zona sono al completo. Un piccolo segno della portata di ciò che accade ogni anno quando la rete internazionale dei Parchi di Studio e Riflessione attiva il suo punto di incontro europeo. Forza, pace e sguardo interno Il programma prevede esperienze di Forza — nel senso che le attribuisce il Messaggio di Silo: quell’energia luminosa che si percepisce e si condivide —, nonché cerimonie di auguri, rivolte non solo alle persone care, ma anche a un mondo che attraversa una situazione di conflitto crescente. Tra le attività più significative figurano cerimonie di protezione per i bambini, scambi sullo Sguardo Interno, lo spirito e il Cammino, e spazi di condivisione sulle attività che i diversi gruppi sviluppano in ogni angolo del pianeta. A tutti coloro che, nelle loro migliori aspirazioni di pace e nella loro umile ricerca, guardano dentro di sé. Questo è lo spirito che convoca. E la porta è aperta a tutti, senza eccezioni. Una rete in espansione Questi incontri si tengono ogni anno in Europa nell’ambito della rete dei Parchi di Studio e Riflessione. Maggiori informazioni e iscrizioni su: www.parcoattigliano.it   Quim De Riba
May 23, 2026
Pressenza
Rubare l’infanzia. Dai bambini di Palmoli al sommerso: il caso di Leila e Jana Rovella
Quante volte in questi mesi ho pensato a loro: Galorian, Bluebell, Utopia Rose. Noi abbiamo rapito loro, e loro hanno rapito la mia anima innocente. Il poeta, il naufrago, il bambino che sono in me. Non sapevo nulla di loro quando, qualche mese fa, scrivevo la mia prima fiaba “Unicchetta e il gruppo dei Ricalchini” e parlavo di lei, Unicchetta, una bambina diversa dagli altri, che abita in un bosco, che mangia una grande carota al posto delle caramelle, che ha vestiti colorati, uno zaino particolare e magico, un modo diverso di apprendere e di relazionarsi agli altri. Unicchetta, cacciata da scuola per ragioni incomprensibili, perseguitata da paroloni troppo complicati, da logiche incomprensibili, non si lascia scomporre dalle angherie di grandi e piccini; porta la sua nuova amichetta Gaia a casa sua, sotto un fungo, e le mostra una cosa magica: il piccolo Sé, quella particella unica, luminosa, estensibile come l’anima ma piccolissima come un microbo, parte vitale di ognuno di noi, l’unica in grado di farci sentire vivi. Mi sono spesso chiesta il perché queste persone abbiano bucato gli schermi e i cuori: i sorrisi puri, gli sguardi selvaggi, gli abbracci autentici, mi sono detta; ma non basta. In loro abita qualcosa di più, abita il sacro, il tramonto che appare e scompare lasciandoci sconvolti, l’arcobaleno che turba la vista e rimette a posto l’anima dopo il malumore pluviale, un parto che sta andando male che di colpo riprende il suo corso naturale, una strada che si apre nella roccia, per far passare i viandanti. La risposta è tutta qui, nello stupore che ci provoca la vista di ciò che semplicemente è. Questi bambini sono di una purezza e bellezza disarmante, hanno la pelle, i sorrisi, gli sguardi, che i nostri bambini non hanno più. Lo denuncio da tempo, da quando per mantenermi negli studi per diventare una professionista del sociale e della salute mentale, lavoravo come tata tutto fare nelle case di persone benestanti, molto assenti per lavoro. I bambini avevano due bagni, grandi tavoli, tanti oggetti, ma mancava loro lo sguardo. E mi arrovellavo l’anima mentre constatavo che nessun bonifico, nessuna decisione, nessuna scuola altolocata avrebbe mai potuto restituirlo loro. Avevano bisogno di essere visti, e invece le uniche persone che condividevano la quotidianità con loro erano dietro pagamento. I genitori garantivano loro un futuro, almeno formalmente. Ma quale futuro può scavalcare il presente? Il sé si manifesta nel presente, ma si manifesta solo se lo sappiamo coccolare, invocare, rispettare, desiderare. Questi tre bambini hanno una famiglia unita, cosa molto rara, sono in tre, raro anche questo. Avevano il contatto quotidiano con la natura e gli animali, come sui libri dei potenti è scritto che si dovrebbe vivere, quei potenti che tagliano tutti i nostri alberi, ammassano i nostri animali in condizioni disumane, ci chiudono in case sempre più asettiche. Tre meraviglie, nutrite e seguite con amore, cura e attenzione. Un’educazione fatta di scelte minime, coerenti, piene di fatica, oggi costretti ad essere come tutti gli altri, ad ogni costo, anche al costo della violenza più brutale. Distruggerli per il gusto di farlo, rubare loro l’infanzia, portarli a vivere in asettiche realtà dove gli operatori hanno i loro turni, ma il bambino non appartiene a nessuno, eliminare la cosa più preziosa che hanno: l’amore di mamma e papà, quell’amore che tanti loro compagni purtroppo, per un destino crudele o per l’incapacità umana, non hanno. E la libertà, sempre più un fasullo ammasso di lettere da organizzare insieme, parola che viene sistematicamente usata nel discorso di fine anno del Presidente, ma che non sospettiamo nemmeno possa prevedere una precisa e quotidiana manifestazione del nostro essere nella realtà. Perché tutto questo dolore? Perché?  Da mesi me lo chiedo e non trovo una risposta all’altezza. Ringrazio questa famiglia perché porta addosso con tenacia il peso della diversità; sin da subito mi sono impegnata perché potessero tornare ad amarsi e a vivere in libertà, senza dover chiedere il permesso a nessuno, meno che mai a qualcuno che si è autoattribuito questa facoltà, giacché non mi risulta che nessuna legittimazione popolare ci sia mai stata per spodestare i genitori dal loro ruolo naturale, in favore di qualsivoglia istituzione, centro di potere, professionista, aula di tribunale. Mi ha colpito molto una frase della mamma dei bambini, Catherine, che oggi viene perseguitata solo perché questo è il rovescio della medaglia di ogni mitizzazione. Ha detto così: «Noi non siamo perfetti, noi impariamo sempre, proviamo sempre. Questa cosa non va bene? Non vuol dire che non vada bene per un altro, non va bene per me, e allora cambio, provo ancora, provo ancora». Ecco, dobbiamo fare di tutto, con il lavoro professionale, artistico e culturale, affinché tutti gli operatori coinvolti comprendano che senza ascolto, senza umiltà, senza compassione, senza accogliere e accettare la diversità come espressione naturale e paritaria, e non come qualcosa di inferiore o sbagliato da correggere, senza accantonare la voglia di insegnare in favore di quella di apprendere, è molto difficile fare questo mestiere, in generale è molto difficile avere a che fare con i bambini. Avevo promesso che avrei fatto il possibile affinché questa storia nata in tragedia nel 2025 ci conducesse ad un 2026 pieno di fiori e di frutti, anche per tutte le altre migliaia di famiglie cadute da anni in questo girone infernale e ho cercato di farlo. Il mio impegno mi è costato la soppressione dei miei spazi divulgativi su Facebook con grave perdita di contenuti e contatti, nonché di opportunità lavorative. Ma questo mi ha dato la spinta per andare avanti nel mio cammino, che è per lo più intimo, immateriale, e non si può fermare né con l’ostruzionismo subito 15 anni fa nella rete che gravita intorno ai Tribunali dei minori e ai centri antiviolenza, né con le logiche spietate di un algoritmo. Non perché io sia forte, ma perché è sempre forte la necessità di rivelazione. Sono tante le storie che “grazie” a questa vicenda sono emerse dal silenzio omertoso in cui erano cadute, ve ne ho raccontate alcune in un articolo ospitato in questa testata, oggi voglio raccontarvene un’altra. Questa è la storia di due bellissime bambine, Leila e Jana Rovella, figlie di Blagica Lamova, una donna macedone che vive in Italia dal 2012. Qui sposa un uomo, padre delle bimbe, con cui ha un’unione felice, un mantello per superare le difficoltà linguistiche e culturali, un’esperienza di genitorialità appagante, pur nelle difficoltà. C’è una data che Blagica porta dentro come una cicatrice: l’8 dicembre 2020 suo marito muore. Appena tre mesi dopo un’altra data luttuosa, ancora più innaturale: il 25 marzo 2021 le sue bambine — Leila, tre anni, e Jana, appena un anno e mezzo — le vengono portate via. Tutto è cominciato da alcuni dissapori familiari con la famiglia di suo marito, da cui sono stati sollecitati i servizi sociali. Una famiglia in lutto, spaccata dal dolore, e quella crepa è diventata il punto di ingresso di un sistema che non si è più fermato. Vedova da pochissimo, straniera in un Paese non suo, Blagica si è ritrovata sola davanti a un ingranaggio — fatto di relazioni, perizie, decreti — che ha continuato a girare per anni, inesorabile. Eppure, gli episodi che le sono stati contestati, letti da me senza pregiudizio, raccontano un’altra storia, la storia di una donna profondamente sola davanti ad un compito gravoso, crescere due figlie piccole, in stato di lutto, in una nazione non sua. Un giorno Blagica lascia le bambine a pochi metri da sé, in un campo vicino all’abitazione di un uomo a cui stava portando la spesa: poteva vederle, erano al sicuro, e in molte culture del mondo — e in un Italia non molto lontana — lasciare ai bambini una maggiore autonomia di quanto non capiti oggi in questo lembo di terra, era la normalità. Eppure questo episodio, insieme alla sua richiesta di informazioni al console macedone per l’espatrio, in vista di poter tornare nel suo Paese con le sue figlie, le sono costate l’accusa di “abbandono di minore”. Nessuno però si è preso il tempo di capire da dove venisse Blagica, né chi fosse davvero. Ingegnere aerospaziale nel suo Paese, in Italia faceva la donna delle pulizie, la baby sitter, la lavapiatti — diversi lavori per pagare i debiti e dimostrarsi degna. E sopportava tutto questo con un peso in più: una meningite infantile le aveva lasciato difficoltà di memoria e di espressione, difficoltà che – ci tengo a precisare – non menomavano le sue capacità genitoriali, ma andavano sicuramente prese in considerazione dai professionisti subentrati allo scopo di alleviare i suoi pesi, non di condannarla. Blagica avrebbe avuto bisogno, sin dal primo giorno, di un interprete e di un mediatore culturale competente, paziente, dalla sua parte, e invece è stata lasciata sola. Il mediatore culturale è arrivato tardi e, quando è arrivato, una persona che lo ha visto all’opera – in uno spazio protetto in luogo pubblico – lo ha descritto come il secondino di un carcere più che come una figura di sostegno. Qualcuno le ha forse tradotto le parole, ma nessuno ha mostrato verso di lei la necessaria empatia e un grammo di calore umano. Nelle case famiglia dove è stata ospitata con le figlie, la rabbia e il dolore di Blagica — un dolore e una rabbia che nella sua situazione erano del tutto fisiologici — sono stati trasformati in prove della sua inadeguatezza come madre. Se protestava, era aggressiva. Se piangeva, era instabile. Se chiedeva di assecondare il bisogno delle bambine di dormire e mangiare con lei, violava le regole della struttura. Un giorno l’educatrice vieta addirittura a Blagica e alle altre donne lì presenti di uscire: Blagica usciva per lavorare, da lì in avanti i debiti crescono, gli equilibri con gli operatori crollano, lei viene nuovamente allontanata dalla casa famiglia. Le bambine restano lì. Cinque anni di battaglie legali. Cinque spostamenti— comunità e famiglie affidatarie diverse, in una delle quali Blagica denuncia presunti abusi subiti dalle figlie per via di indizi quantomeno allarmanti che vengono però usati come prova della sua instabilità mentale e della sua paranoia e sfiducia verso le istituzioni e gli educatori. L’ultima volta che Blagica ha abbracciato Leila e Jana è stato nel novembre 2024. Da allora, più nulla. Sa solo che sono state separate, ma non dove siano. Un anno e mezzo di timori e paure: e se le bambine dimenticassero persino il loro cognome e il cognome della loro madre? Da grandi non avrebbero più nemmeno l’opportunità di cercarla. Ma nel frattempo, Blagica non si è arresa. Ha un compagno, ha una casa dignitosa, ha un lavoro, ha preso la patente. Ogni euro guadagnato finisce ad avvocati e consulenti, perché vuole le sue figlie indietro. E sogna — con la concretezza di chi non si è mai permessa il lusso delle illusioni — di tornare nel suo Paese, dove sua madre la aspetta e potrebbe finalmente aiutarla a crescere Leila e Jana come meritano. Eppure nel dicembre del 2025 il Tribunale dei Minorenni ha confermato lo stato di adottabilità delle due bambine orfane di madre viva. Quello che è accaduto a Blagica accade. Accade quando la povertà viene scambiata per incuria, la differenza culturale per incapacità, la solitudine per abbandono, il dolore per pericolosità. Accade quando nessuno chiede a una madre il permesso di interpretare la sua vita e stravolgerla per renderla peggiore. Accade troppo spesso, ahimè. E accade nel silenzio — quello delle bambine che crescono senza sapere il perché di quello che vivono, quello di una madre che aspetta ancora di sapere dove siano, quello delle istituzioni che nascondono motivazioni e anima dentro linguaggi sempre più incomprensibili, quello di chi sa e non dice nulla, quello di chi ancora non sa. Io rompo questo silenzio. Lo faccio per Jana e Leila. Un giorno, questo scritto potrebbe essere un primo tassello per rimettere ordine e amore nella loro vita. Un giorno, forse, sapranno che la loro mamma non ha smesso mai di cercarle. Rosanna Pierleoni
May 21, 2026
Pressenza
Il Cammino 44: tra Resistenza e l’urgenza di Antigone contro i crimini di guerra.
Movimento Tellurico, da anni impegnato nel cammino come atto di solidarietà e protesta, presenta il Cammino 44. Il Cammino 44 è un progetto della Liberation Route Europe Italy. Questo percorso, che si snoda lungo la Linea Gotica, non è solo una rievocazione storica, ma lega i luoghi delle stragi del 1944 — come Sant’Anna di Stazzema — al “Limite di Antigone”: l’imperativo etico di non uccidere civili inermi. Un principio tragicamente attuale di fronte ai crimini di guerra in corso a Gaza. In questa intervista dialoghiamo con Enrico Sgarella, fondatore e presidente fino al 2025 di Movimento Tellurico, esploriamo il tracciato storico (circa 170 km in 12 tappe) e il legame profondo tra la memoria della Resistenza e l’attivismo nonviolento di oggi, unito dall’esperienza delle Local March for Gaza.    Ettore: Enrico, partiamo dall’inizio. Cos’è esattamente il Cammino 44? Come nasce questa idea e quale è stata la sua “genesi” all’interno di Movimento Tellurico? Enrico: Movimento Tellurico nasce con l’idea che il camminare sia un modo per raccontare storie e agire per un mondo solidale e rispettoso dell’ambiente. Questo spirito ha guidato le cinque edizioni della Lunga Marcia per L’Aquila dal 2012 e le tre successive Marce nelle Terre Mutate. In quell’occasione abbiamo attraversato i territori colpiti dai terremoti tra Fabriano e L’Aquila. Il nostro obiettivo era testimoniare solidarietà attraverso la costruzione di un cammino attrezzato, una struttura turistica subito disponibile per sostenere la ricostruzione. Dal 2020 abbiamo aperto il cantiere del Cammino di Antigone. Vogliamo legare i luoghi della memoria delle stragi compiute in Italia nell’estate di sangue del 1944, a cavallo della Linea Gotica. L’intento è riaffermare il “Limite di Antigone”: non è mai lecito uccidere civili inermi. È successo a Sant’Anna di Stazzema e Montesole, e purtroppo succede ancora oggi in luoghi come Gaza. Questi sono crimini di guerra. Il Cammino 44 nasce dalla collaborazione tra Movimento Tellurico e il progetto Liberation Route Europe (sezione Italia). Questa iniziativa vede la partecipazione delle regioni Toscana ed Emilia-Romagna, del Parco della Pace di Sant’Anna di Stazzema e di molti altri soggetti attivi nella Memoria della Resistenza. Movimento Tellurico si è assunto il compito di tracciare il percorso, organizzarne la struttura, curare la segnaletica e gestire i contatti locali. Stiamo creando una vera rete di assistenza per i camminatori che rende possibile la realizzazione concreta del progetto.   Ettore: Il percorso segue la Linea Gotica. Spieghiamo meglio cos’era questa linea del fronte e perché il cammino porta questo nome. C’è un legame profondo con l’anno 1944, giusto? Enrico: La Linea Gotica era la linea di difesa estrema costruita dalla Wehrmacht durante la Campagna d’Italia per fermare l’avanzata alleata. Tuttavia, spesso non si insegna che il territorio tra le Apuane e gli Appennini fu il cuore della lotta partigiana. In queste zone vennero compiute centinaia di stragi, piccole e grandi. La 16ª divisione delle SS agì con ferocia per “ripulire” il territorio dove doveva sorgere la linea difensiva. Non risparmiarono nulla: civili, animali, coltivazioni. Fu un attacco totale alle popolazioni inermi. Su questi monti è nata l’Italia democratica. A Sant’Anna di Stazzema, accanto al museo, si può leggere l’ode a Kesselring di Piero Calamandrei: lì è racchiuso il sacrificio di tanti giovani per la Resistenza. Il nome “Cammino 44” si riferisce proprio agli eventi tragici di quell’anno in questo territorio. Per noi questo è uno dei “Cammini di Antigone”. Vogliamo tracciarne altri per creare una rete della memoria che includa tutti i luoghi delle stragi, come Vinca e le pendici emiliane degli Appennini, affinché nulla venga dimenticato.   Ettore: Parliamo del tracciato. Di quante tappe si compone il Cammino 44? Quali sono la lunghezza e il dislivello complessivi? Enrico: In totale sono circa 170 chilometri. Il calcolo include la prima tappa che sale da Pietrasanta fino a Sant’Anna di Stazzema. Per l’evento di lancio percorreremo l’intero tragitto in 12 tappe. Tutti i dettagli su lunghezze e dislivelli sono disponibili nella locandina ufficiale, dove troverete anche i link per l’iscrizione.   Ettore: Ci siamo conosciuti durante le Local March for Gaza. Con Movimento Tellurico hai una lunga esperienza di cammini civili. Da dove nasce questo legame tra etica, memoria e il camminare? Enrico: L’anno scorso, durante la marcia “La scelta di Antigone”, ci siamo uniti con le Local March for Gaza nella tappa verso Sant’Anna di Stazzema. È stato naturale accostare le stragi del passato a quelle attuali. Durante quel cammino abbiamo raccolto testimonianze per un documentario, inclusa quella di Sharif, un amico di Gaza. Sharif ci ha raccontato di come sua madre cercasse sempre un pezzetto di terra da seminare, anche sotto le bombe. Quella è vera resistenza. Ci ha anche ricordato che non può esserci Pace senza Giustizia. Camminiamo per conoscere, per testimoniare, per portare solidarietà e anche per protesta ove occorra.  Come diceva Margaret Mead: non bisogna mai dubitare che un piccolo gruppo di persone motivate possa cambiare il mondo.   Ettore: Il 20 giugno inizia un evento importante. Puoi anticiparci qualcosa sulle iniziative e sugli incontri previsti lungo il percorso? Enrico: Partiremo da Pietrasanta con un evento istituzionale. Poi inizierà il cammino vero e proprio verso Sant’Anna di Stazzema, seguendo la mulattiera da Valdicastello Carducci. È la stessa via percorsa dalle SS nel 1944. A Sant’Anna visiteremo il Museo della Resistenza, un’esperienza che consiglio a tutti. Proseguiremo con guide locali e un mezzo per il trasporto bagagli. Dormiremo in accoglienze pellegrine o strutture low cost. Incontreremo associazioni come il “Cammino di San Bartolomeo”, proloco e amministrazioni locali. E ci sarà anche qualche sorpresa lungo la strada!   Ettore: Per chi volesse partecipare, magari anche solo per una tappa, dove si trovano i dettagli per iscriversi? Enrico: Potete trovare tutte le informazioni tecniche e i moduli di iscrizione sul sito di Movimento Tellurico e sui nostri canali social ufficiali. Vi aspettiamo! Ettore Macchieraldo
May 17, 2026
Pressenza
L’universo non è un righello
> Dalla scienza delle reti al significato culturale del Purushottam Maas, un > invito a ripensare tempo, relazioni e produttività. Siamo cresciuti con l’idea rassicurante che la realtà sia qualcosa di stabile, lineare e misurabile. A scuola impariamo che la distanza più breve tra due punti è una linea retta e che il mondo può essere descritto attraverso coordinate, metri, mappe e confini. Questa visione, ereditata dalla geometria euclidea, ha influenzato non solo il modo in cui rappresentiamo lo spazio fisico, ma anche il nostro rapporto con il tempo, l’economia e le relazioni umane. Negli ultimi decenni, però, molte discipline scientifiche hanno iniziato a mostrare i limiti di questa prospettiva. La fisica dei sistemi complessi, la biologia, le neuroscienze e la scienza delle reti suggeriscono che la realtà non possa essere compresa soltanto osservando oggetti separati nello spazio, ma debba essere letta attraverso le connessioni che li attraversano. Uno degli esempi più interessanti arriva dagli studi sulla diffusione globale delle epidemie. Alcuni ricercatori hanno sviluppato il concetto di “distanza efficace”: in un mondo interconnesso dai trasporti aerei, la vicinanza geografica non coincide più necessariamente con la vicinanza reale. Due grandi hub internazionali come Londra e New York, pur separate da migliaia di chilometri, risultano “vicinissime” dal punto di vista dei flussi di persone e merci. Al contrario, località fisicamente vicine ma isolate dalle reti di comunicazione possono essere, nei fatti, molto più lontane. La stessa trasformazione è avvenuta nelle neuroscienze. Per lungo tempo il cervello è stato studiato come un insieme di aree separate, ciascuna associata a una funzione precisa. Oggi, invece, il lavoro sul connettoma umano mette al centro le reti neurali, la sincronizzazione e la qualità delle connessioni tra regioni cerebrali. Non conta soltanto “dove” si trovano i neuroni, ma come comunicano tra loro. Anche la fisica contemporanea ha progressivamente abbandonato l’idea di uno spazio assoluto e immutabile. La relatività di Einstein ha mostrato che spazio e tempo non sono contenitori rigidi indipendenti dagli eventi, ma dimensioni dinamiche legate alla materia, all’energia e al movimento. In modi diversi, molte aree della ricerca moderna sembrano convergere verso la stessa intuizione: le relazioni contano almeno quanto gli oggetti. MOLTO PIÙ DI UN MESE, OLTRE LA MISURA DEL TEMPO Questo passaggio da una visione statica a una relazionale del mondo trova, a mio avviso, un curioso parallelo simbolico in alcune tradizioni ancestrali del tempo ciclico. Nel calendario lunisolare induista, infatti, esiste un mese supplementare che viene aggiunto ogni 32 o 33 mesi (circa ogni tre anni), per riallineare il ciclo della Luna con quello del Sole. È noto come Adhik Maas, il “mese aggiuntivo”. Dal punto di vista astronomico, si tratta di una correzione necessaria. Ma dal punto di vista culturale e spirituale questo tempo “fuori dal tempo” ha assunto nei secoli un significato molto più profondo. Viene raccontato che questo mese, inizialmente considerato infausto e privo di identità propria, trovò protezione presso Vishnu, diventando Purushottam Maas, “l’Essere supremo” (un mese di grande rilevanza spirituale e di particolare auspicio). Nella tradizione, è un tempo sospeso dal ritmo ordinario, dedicato alla riflessione interiore, alla disciplina spirituale (sadhana), alla carità e alla semplificazione della vita, al di fuori delle attività quotidiane più mondane. Ciò che colpisce è il simbolismo di questa anomalia temporale. Un elemento nato per correggere uno scarto matematico diventa occasione di riallineamento umano e spirituale. In un certo senso, ricorda ciò che accade anche nella scienza contemporanea: quando emergono fenomeni che non rientrano nei vecchi modelli, non sempre si tratta di errori da eliminare. A volte sono segnali che invitano a cambiare paradigma. Secondo il calendario tradizionale seguito da molte comunità induiste, il mese di Purushottam Maas si apre oggi e durerà dal 17 maggio al 15 giugno 2026. Per milioni di persone rappresenta un periodo particolarmente favorevole alla meditazione, alla carità, allo studio e alla riduzione delle attività materiali considerate superflue. Tradizionalmente, durante questo mese si incoraggiano pratiche di condivisione e servizio, momenti di silenzio, lettura di testi sapienziali e una vita quotidiana più sobria. Molte famiglie evitano traslochi, investimenti economici o matrimoni, considerandolo un tempo di rallentamento e introspezione. In molte tradizioni culturali e spirituali il tempo non è soltanto misura, ma anche significato. Anche nella nostra cultura, maggio, con il suo legame con la rinascita della natura, è associato a tempi simbolici dedicati alla pausa e all’interiorità: sia attraverso il mese mariano nella tradizione cristiana, inteso come tempo di raccoglimento spirituale e “primavera dello spirito”, sia attraverso il Purushottam Maas nel calendario lunisolare indiano, considerato un periodo di sospensione del ritmo ordinario. Pur nella diversità dei contesti, entrambi indicano la possibilità di sospendere, almeno simbolicamente, la logica del tempo produttivo per restituire spazio alla dimensione interiore. Al di là dell’aspetto religioso, il significato culturale di questa pausa appare sorprendentemente attuale. Viviamo in società che misurano quasi tutto attraverso produttività, velocità e accumulo. Il tempo viene frammentato in scadenze, obiettivi e prestazioni. Competere e produrre: correre e arrivare a fine mese sentendosi identificati con il proprio lavoro e con la propria “produttività”. Ma un sistema fondato soltanto sull’accelerazione rischia di perdere il senso delle connessioni profonde che rendono possibile la vita collettiva. Fermarsi a pensare “chi sono” oltre le etichette, il ruolo sociale e le aspettative esterne può diventare, oggi, un gesto profondamente rivoluzionario. La scienza delle reti ci ricorda che nessun nodo esiste isolatamente. Le crisi climatiche, economiche e sociali degli ultimi anni mostrano con evidenza quanto siano intrecciati i destini umani. Un conflitto locale modifica gli equilibri globali, una pandemia attraversa continenti in poche settimane, una scelta finanziaria presa in un centro economico remoto può influenzare milioni di vite. Perfino ciò che immaginiamo “neutro” – un investimento, un laboratorio universitario, una ricerca tecnologica – può essere legato da fili invisibili a economie di guerra, apparati militari e interessi geopolitici che producono tecnologie, servizi e strumenti progettati per la distruzione della vita. Forse è proprio questo uno degli insegnamenti più interessanti che emerge sia dalla ricerca scientifica contemporanea sia dalle tradizioni ancestrali del tempo ciclico: la realtà non è fatta di elementi separati, ma di relazioni in continuo movimento. Per questo il mese di Purushottam Maas può essere letto, anche da una prospettiva laica, come un invito simbolico a interrompere per un momento la logica lineare della corsa permanente. Non per fuggire dal mondo, ma per osservare con maggiore attenzione la qualità delle connessioni che costruiamo ogni giorno. Non siamo punti in uno spazio piano bidimensionale da misurare con un righello. Non siamo nemmeno soltanto corpi collocati in uno spazio materiale quantificabile. Siamo molto di più: reti umane, ecologiche, culturali e interiori, più vaste di quanto la scienza contemporanea riesca oggi a descrivere completamente. E forse il vero problema del nostro tempo non è la mancanza di informazioni o di tecnologia, ma la difficoltà di percepire fino in fondo questa rete di nodi, intrecci e interdipendenze invisibili che lega le nostre vite. In un’epoca che trasforma tutto in numeri, codice a barre, velocità e prestazioni, l’idea di un “mese fuori dal tempo” continua a porre una domanda semplice e radicale: che cosa accade quando smettiamo di misurare la vita soltanto con il righello dell’efficienza? Chi siamo, quando smettiamo per un momento di identificarci con ciò che produciamo e compriamo? E quali sono i fili invisibili che continuano a unirci agli altri, anche quando crediamo di essere soli? Valentina Fabbri Valenzuela
May 17, 2026
Pressenza