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COPEUU avvia una nuova fase internazionale
18 luglio 2026. Educatori/trici, pedagogisti, ricercatori/trici e professioniste/i del settore dell’apprendimento provenienti da Italia, Francia, Costa Rica, Cile, Argentina e Perù si sono riuniti in un incontro virtuale per inaugurare una nuova fase nello sviluppo della Corrente Pedagogica Umanista Universalista (COPEUU). La giornata ha segnato l’inizio pubblico di un processo internazionale di riflessione, dialogo e costruzione collettiva volto a rafforzare e proiettare la proposta pedagogica della COPEUU alla luce delle sfide educative del momento storico attuale. Questo incontro rappresenta il primo di una serie di momenti internazionali dedicati allo studio, allo scambio e alla costruzione collettiva che accompagneranno lo sviluppo di questa nuova fase nei prossimi anni. COPEUU (Corrente Pedagogica Umanista Universalista) è un movimento internazionale di educatori, ricercatori e professionisti che promuove un nuovo paradigma educativo attraverso la Pedagogia dell’Intenzionalità, una proposta ispirata nell’Umanesimo Universalista SILO (Mario Rodríguez Cobos, 1938-2010) che considera l’apprendimento come un’esperienza integrale, consapevole e trasformativa della realtà. La sua metodologia esperienziale crea le condizioni per un apprendimento intenzionale, in cui l’esperienza personale, la riflessione e lo scambio diventano fonte di comprensione e trasformazione. Il suo punto di partenza è una nuova visione dell’essere umano: la convinzione che ogni persona venga al mondo con una missione irripetibile e intrasferibile orientata all’umanizzazione, e che l’educazione abbia la responsabilità di creare le condizioni affinché tale missione possa essere scoperta e sviluppata. Da questo punto di vista, l’apprendimento non coinvolge solo le dimensioni intellettuale, affettiva, corporea e sociale, ma anche la dimensione spirituale dell’essere umano, intesa come ricerca di senso, superamento della sofferenza e aspirazione a una vita coerente e dotata di senso, orientata a contribuire al benessere proprio e altrui. Durante l’incontro è stato presentato il senso di questa Nuova Fase, frutto di quindici anni di percorso della COPEUU e di un processo pedagogico che affonda le sue radici nell’Umanesimo Universalista e nello sviluppo della Pedagogia dell’Intenzionalità. Lungi dal rappresentare un punto di arrivo, il processo propone di aprire un nuovo ciclo di studio, partecipazione e sviluppo collettivo, creando le condizioni per ampliare la ricerca, favorire lo scambio internazionale e rafforzare una comunità di apprendimento sempre più diversificata e intergenerazionale. L’incontro ha inoltre permesso di condividere la visione operativa che guiderà questa nuova fase, articolata in diverse linee d’azione, tra cui lo studio internazionale, la ricerca sulla Pedagogia dell’Intenzionalità, la produzione di materiali didattico-pedagogici, il rafforzamento dei gruppi locali, lo sviluppo di piattaforme digitali, la formazione continua, gli incontri di scambio e il rapporto con i Parchi di Studio e Riflessione. Con questo invito, COPEUU ribadisce il proprio impegno a favore di un’educazione in grado di contribuire all’umanizzazione personale e sociale, e invita educatori, famiglie, ricercatori, istituzioni e persone interessate a partecipare attivamente a questo processo internazionale di studio, scambio e costruzione collettiva. Contatto Le persone, le istituzioni e le organizzazioni interessate a ricevere maggiori informazioni sulla proposta pedagogica di COPEUU o a partecipare a questa nuova fase possono contattare: copehu.internacional@gmail.com oppure sui nostri profili Instagram/Facebook e www.copehu.net   COPEHU
July 19, 2026
Pressenza
La ricerca letteraria comparatistica al servizio del dialogo interreligioso e contro la pseudo-tolleranza
Nel suo saggio intitolato “Il paradiso di Abu l-‘Ala al-Ma’arri e Dante Alighieri”, pubblicato quest’anno anche in inglese e francese, Milena Aziza Rampoldi presenta alcuni parallelismi e alcune differenze tra due grandi opere della letteratura mondiale: la Divina Commedia del poeta fiorentino Dante Alighieri da una parte e l’Epistola del perdono del poeta abbaside Abi‘ Ala al-Ma’arri dall’altra. Nelle sue riflessioni sul tema, l’autrice si serve della ricerca letteraria comparatista per promuovere il dialogo interreligioso tra cristianesimo e islam. In questo contesto, spiega anche i fondamenti della visione filosofica del mondo dei due autori. Il tema di questi parallelismi è principalmente escatologico o soteriologico e riguarda la visione del paradiso. L’autrice, studiosa della lingua araba di origine italiana, è convinta che opere come questa, all’incrocio tra letteratura e filosofia, possano contribuire a rinnovare e far progredire il dialogo tra due grandi religioni mondiali, cristianesimo e islam. Se attingiamo all’eredità letteraria della tradizione delle due religioni e ci confrontiamo con le somiglianze e anche con le differenze, siamo in grado, nell’attuale situazione storica e nel lavoro politico di oggi, di evitare atteggiamenti pseudo-tolleranti da un lato e anche una dialettica estrema dall’altro. La pseudo-tolleranza è un termine che l’autrice descrive già nel suo “Manifesto”. In questo testo, sulla complessità dell’interazione tra tolleranza e intolleranza nell’anima di ogni persona l’autrice scrive: > “ProMosaik focalizza più sulle differenze che sulle somiglianze. Questo > atteggiamento potrebbe anche suscitare una certa irritazione sia a livello > estetico, acustico, filosofico e ideologico che etico, linguistico, etnico e > religioso. In questo modo ProMosaik contrasta la pseudo-tolleranza, che spesso > si basa su una pseudo-empatia superficiale, anche se ben intenzionata.” La gente parte dal presupposto che la tolleranza sia come un vestito che basta indossare. Un sorriso, un’interazione amichevole e la parola giusta e il silenzio giusto al posto giusto sono gli elementi che costituiscono la cosiddetta virtù sociale della tolleranza. La tolleranza è di moda, fa tendenza. La tolleranza, a seconda dell’ambiente, ha diverse forme di espressione. Il tutto però può creare imbarazzo se non si conoscono i limiti della propria tolleranza e poi cadono le maschere, soprattutto se la pseudo-tolleranza, in questo mondo variopinto, non è in grado di mostrare il proprio colore. L’obiettivo perseguito ProMosaik puntando sulle differenze, sulla diversità e sulle caratteristiche distintive consiste nello sviluppo della vera tolleranza con tutti i suoi limiti e con la sua comprensione profonda della complessità a più livelli che caratterizza la tolleranza autentica e anche il suo opposto, ovvero l’intolleranza. La tolleranza significa anche la tolleranza dei limiti della propria tolleranza. Infatti, i colori di questo mondo variopinto possono affaticare eccessivamente la vista. A volte potremmo anche avere voglia di chiudere gli occhi, di distogliere lo sguardo o di voltarci. Ed è proprio in questo che consiste il coraggio della tolleranza autentica che a volte ha bisogno di una pausa, di un momento di riflessione, di un’auto-riflessione, che consiste nell’esplorazione aperta della nostra pseudo-tolleranza intrinseca o della propria intolleranza. Affrontare queste dimensioni è fondamentale per conoscere sé stessi e comprendere i propri limiti quando si parla di tolleranza. Non appena raggiungiamo i limiti della nostra tolleranza, impariamo a cogliere i semi del pensiero discriminatorio e razzista che si celano in noi come un punto cieco nella matrice di Johari. Penetriamo nel lato oscuro e non-etico di noi stessi che ci permette di crescere. Sul tema dell’universalità in ambito letterario, che si impone indipendentemente dalle differenze culturali e religiose, Rampoldi afferma quanto segue: > “A mio avviso la tematica di questi parallelismi risulta primaria sia a > livello escatologico che soteriologico e riguarda la visione del Paradiso. > Vorrei sostenere questa impresa con il seguente articolo, in cui tra l’altro > tratterò della biografia dei due poeti, dei loro punti di vista sulla > psicologia della religione, del loro atteggiamento soggettivo nei confronti > del trascendente e della tradizione della loro religione, del loro fatalismo e > del loro atteggiamento scettico”. In sintesi, si possono citare due grandi differenze tra i due autori della letteratura universale che si sono occupati della tematica dell’esperienza soggettiva dell’aldilà. Da un lato, al-Ma’ arri si colloca molto al di fuori dagli schemi tradizionali. Sembra più fresco e innovativo, e in parte anche più sfacciato di Dante, che si sottomette completamente alla tradizione scolastica di Tommaso d’Aquino e, per così dire, “dogmatizza” la sua esperienza soggettiva. La tematica che al-Maa’rri cita nel titolo della sua opera, vale a dire il perdono (in arabo: ghufran), può essere messo in rilievo come il culmine della differenza dogmatica tra cristianesimo e islam quando si tratta di tematiche di tipo soteriologico. L’episodio riportato nel Libro della Genesi e il perdono concesso ad Adamo ed Eva nel Corano non possono essere conciliati nelle loro differenze dogmatiche, poiché l’Islam non riconosce il peccato originale, mentre quest’ultimo è profondamente radicato nella soteriologia cristiana. La seconda differenza riguarda la dialettica tra poesia e verità/rivelazione in Dante, contraddetta da al-Maa’rri il quale nella sua opera introduce i poeti preislamici senza “filtrarli” religiosamente e dogmaticamente. In conclusione, tuttavia, l’autrice cita come al-Maa’rri sfugga a qualsiasi categorizzazione dogmatica, perché “la problematica di questi confronti risiede principalmente nell’impenetrabilità della personalità e della visione del mondo di al-Ma’arri, che, a differenza di Dante, sembra molto più complessa e contraddittoria”. Tuttavia, l’autentica pace tra le comunità religiose non deve fallire a causa di queste differenze, che devono semplicemente essere evidenziate, senza creare conflitti basati su delle posizioni intolleranti. La pace non si basa sull’uguaglianza, ma sull’accettazione rispettosa e sull’enfasi realistica sulle differenze. La letteratura comparatista può aiutarci a mostrare le differenze dogmatiche tra cristianesimo e islam per coltivare discussioni creative e stime autentiche delle differenze. ProMosaik
July 14, 2026
Pressenza
L’estate dell’ascolto: in Emilia-Romagna la musica riscopre la natura, la storia e la cura dell’umano
Da Rimini a Ravenna, fino alla pianura bolognese, una rete di rassegne culturali prestigiose propone un’alternativa etica ai mega-concerti della riviera, il cui impatto antropico mette a rischio habitat dunali e specie protette. Al centro: l’ecologia profonda, la sorellanza e la cura degli spazi comunitari. C’è un’Emilia-Romagna estiva che sfugge alle logiche del turismo di massa, del consumo rapido e dell’intrattenimento rumoroso. È un’area geografica e culturale che, nel mese di luglio, si riscopre legata da un filo invisibile: quello dell’ascolto profondo, dell’intimità e della cura reciproca tra l’essere umano e l’ambiente che lo ospita. Attraverso formati che uniscono la ricerca musicale, la cura dell’umano e dell’ambiente, diverse rassegne nelle province di Rimini, Ravenna e Bologna stanno tracciando una mappa della resistenza culturale, dimostrando come l’arte possa farsi custode del territorio e delle relazioni umane. Sintonizzarsi con la biosfera: il gemellaggio tra “In mezzo scorre il fiume” e “Altissime Voci” Il primo esempio di questa sinergia si manifesta sabato 11 luglio nell’incantevole e protetta cornice dell’Oasi del Quadrone a Medicina (BO), con l’evento Voci d’Acqua: voci d’acqua e sinfonie selvatiche. Non si tratta di un concerto tradizionale, ma di un’escursione sensoriale itinerante e completamente acustica (unplugged) che prenderà il via alle prime luci dell’alba, alle ore 07:00, da località La Vallona. L’appuntamento nasce dal gemellaggio artistico e d’intenti tra due festival regionali improntati all’ecologia profonda: In mezzo scorre il fiume, diretto dalla cantante e ricercatrice Luisa Cottifogli, e Altissime Voci – Festival Musicale tra Terra e Cielo, ideato e guidato da Arianna Lanci, mezzosoprano e responsabile LIPU di Rimini. L’evento vedrà le due artiste e direttrici fondere le proprie voci in un dialogo intimo con il paesaggio sonoro dell’oasi, muovendosi tra le tradizioni locali delle mondine, la poesia e l’improvvisazione vocale. La collaborazione con il Corpo Guardie Ambientali Metropolitane sottolinea la natura non solo artistica, ma civica dell’iniziativa. È l’espressione di una “sorellanza” che mette al centro la custodia della Terra, ricordando alla comunità l’interconnessione profonda tra uomo e biodiversità. Spazi restituiti alla comunità: la memoria sul colle di Rimini Spostandosi verso la costa, ma salendo sui colli di Covignano che dominano la riviera, la cura dell’umano e la valorizzazione del territorio trovano spazio nella seconda edizione di Serate al Colle – Tra cinema, storie e stelle. Promossa dall’Associazione Roveto Ardente APS con l’obiettivo di restituire alla cittadinanza il rinnovato giardino dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose “Alberto Marvelli”, la rassegna trasforma questo spazio verde in un avamposto di dialogo, silenzio e riflessione collettiva. L’iniziativa anima l’estate riminese attraverso un percorso culturale articolato in cinque giovedì a ingresso gratuito durante tutto il mese di luglio. Il calendario propone un’eterogeneità di linguaggi che spazia dal cinema d’autore all’approfondimento artistico: dopo l’apertura del 2 luglio dedicata alla proiezione di Leggere Lolita a Teheran, il programma prosegue il 9 luglio con un focus incentrato su Giotto e il fumetto. Il 16 luglio la rassegna culmina nell’intreccio narrativo-musicale dello spettacolo L’ascoltastorie, per poi riprendere con la settima arte il 23 luglio con Appuntamento a Land’s End e concludersi il 30 luglio con la pellicola L’Orchestra Stonata. Un mosaico di appuntamenti ideato per riscoprire la dimensione comunitaria e il valore civico della condivisione all’aria aperta. Archeologia della musica  Il viaggio attraverso questa estate dell’ascolto prosegue nel territorio ravennate con un pilastro della programmazione concertistica estiva: la rassegna I luoghi dello Spirito e del Tempo. Attiva da oltre trent’anni e inserita nel prestigioso network europeo REMA (Early Music in Europe), questa manifestazione si distingue per la sua capacità di fondere l’archeologia musicale con la valorizzazione del patrimonio monumentale romagnolo. Organizzato dal Collegium Musicum Classense, il festival persegue l’obiettivo etico di aprire al pubblico cortili, chiese e palazzi storici normalmente non visitabili, trasformandoli in culle di memoria e condivisione. È in questa imponente cornice che giovedì 30 luglio, alle ore 21:00, il cinquecentesco cortile di Palazzo Grossi a Castiglione di Ravenna ospiterà il Trio Lympha con il concerto Harmonia Mundi: il canto degli elementi. Attraverso l’uso di strumenti antichi e rari come il salterio e la nyckelharpa, uniti a percussioni e canti corali, la formazione proporrà un raffinato programma in cui la musica antica si fonde con le tradizioni popolari del mondo. Il filo conduttore della serata sarà il “battito degli elementi”, un concetto filosofico e sonoro capace di legare il misticismo medievale di Ildegarda di Bingen ai canti dei nativi americani. L’evento, ad ingresso a offerta libera, intende dimostrare come le radici musicali di culture, geografie e secoli apparentemente distanti rispondano allo stesso identico stimolo ancestrale: la vibrazione del cosmo e la profonda relazione spirituale tra l’essere umano e la natura. Un modello culturale per il futuro Cosa unisce, dunque, l’alba di Medicina, il giardino comunitario di Rimini e i palazzi storici del ravennate? La risposta risiede nella decostruzione del classico “grande evento” spettacolare a favore di una dimensione più intima, etica e sostenibile. Si avverte la necessità di porre un’alternativa ai mega-concerti che ogni estate si insediano sui litorali: appuntamenti di massa che rischiano di compromettere l’equilibrio delle delicate aree dunali, ecosistemi fragili dove la tutela della biodiversità — come la salvaguardia dei pulli di fratino o la protezione dei nidi di tartaruga marina — dovrebbe essere la priorità assoluta. Un precedente virtuoso in questa direzione viene tracciato ogni anno a giugno da Into the Blue – Sea Life Fest. Giunto nel 2026 alla sua sesta edizione, il festival organizzato da Fondazione Cetacea tra Rimini e Riccione è nato proprio per promuovere la coesistenza sostenibile tra le attività umane e la biologia marina. In questo panorama, tutti i festival citati non si limitano all’aspetto concertistico, ma propongono una musica concepita come strumento di connessione profonda, promuovendo cultura a 360 gradi. Le esecuzioni sonore si arricchiscono così, di volta in volta, di momenti emozionanti che uniscono ricerca (etnomusicologica o scientifica), alternandosi a seminari, conferenze di approfondimento, letture drammatizzate e poesia, offrendo al pubblico occasioni plurali di riflessione. Queste rassegne dimostrano che la musica e l’arte non devono necessariamente consumare il territorio che le ospita, ma possono valorizzarlo, proteggerlo e spiegarlo. In un momento storico segnato da forti crisi ambientali e sociali, in cui l’antropizzazione dei litorali mette a dura prova gli habitat costieri, e in cui tra cementificazione e taglio di alberi si mettono a rischio di alluvioni intere città, l’alleanza tra festival artistici regionali, il supporto reciproco tra artiste impegnate nel sociale e la scelta di dare spazio alla fragilità umana offrono un modello culturale necessario. In un paese in cui molti lavoratori dello spettacolo, per riuscire a sopravvivere, scelgono il silenzio o una “neutralità” che non li esponga pur di non scontentare i committenti per arrivare a fine mese, il successo di queste rassegne lancia un segnale potente. La loro crescente affluenza di pubblico non ha nulla a che fare con i grandi eventi commerciali di massa, rappresenta, al contrario, l’espansione di una comunità consapevole che cerca risposte e condivisione. In Emilia Romagna quest’estate la musica ci invita a fermarci e ad ascoltare, per meditare sul nostro passato… E sul futuro che vogliamo dipingere insieme. Per conoscere tutti gli appuntamenti delle Rassegne musicali citate: * In mezzo scorre il fiume: Per consultare il calendario completo della VII edizione del festival itinerante tra arte, musica e natura guidato da Luisa Cottifogli, è disponibile il portale ufficiale di In mezzo scorre il fiume. * Altissime Voci: Il programma completo del festival musicale dedicato ai rondoni e alla biodiversità urbana, ideato e diretto da Arianna Lanci, si trova sulla pagina Facebook Altissime Voci 2026 * Serate al Colle: Il cartellone completo dei cinque giovedì culturali ospitati nel giardino del Seminario vescovile sul colle di Covignano è raggiungibile sul portale dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose “Alberto Marvelli”, * I luoghi dello spirito e del tempo: Per esplorare i trent’anni di storia della rassegna europea di musica antica e la scheda del concerto del 30 luglio a Palazzo Grossi, è possibile visitare il sito ufficiale: Collegium Musicum Classense o la pagina Facebook de I luoghi dello spirito e del tempo. * Into the Blue – Sea Life Fest: Per documentarsi sulle attività di salvaguardia della fauna marina romagnola e sui dettagli del festival sulla coesistenza balneare svoltosi a giugno, le informazioni ufficiali e i report dei nidi protetti sono pubblicati direttamente sul sito di Fondazione Cetacea. Redazione Italia
July 10, 2026
Pressenza
L’accusa di Prevost colpisce due continenti
Ognuno qui negli Stati uniti ha il suo 4 luglio. Trump con un ridicolo discorso dei suoi trasforma il giorno dell’Indipendenza in una «festa contro il comunismo». Nella Central Valley, California rurale dei campesinos, si celebra messa tra le casette di legno dei braccianti stagionali senza green card che raccolgono frutta e mandorle. L’Indipendenza qui, tra cittadini non riconosciuti e braccati dall’Ice, paradossalmente è quella più vicina all’idea di libertà che animava i rivoluzionari americani del 1776. Nasce dalla carne viva di popolazioni sfruttate fino all’osso per mantenere alta la competizione nel mercato globale, governate dal sistema del terrore. Questo di certo è il 4 luglio dei mondiali di calcio, i caroselli con le bandiere messicane che riempiono le strade della California lo rendono evidente. D’altronde su una popolazione di 39 milioni di abitanti, 15 milioni sono di origine ispanica: nessuno tifa contro la sua «patria» di origine. Papa Leone, con un uno-due formidabile, tra il breve discorso del 2 luglio per la consegna della Liberty Medal e l’omelia pronunciata sabato da Lampedusa, ha demolito l’idea di una «indipendenza» della disumanità, basata sul potere di un «manipolo di tiranni», come ebbe già a dire, da tutto il resto del mondo. Già la decisione del pontefice di non accogliere l’invito ufficiale della Casa Bianca di partecipare alla cerimonia governativa e di essere invece a Lampedusa sulle orme del suo predecessore, è sembrata una risposta diretta, inequivocabile, alle deportazioni, alle catture, alle uccisioni di migranti in America. Alle cerimonia per la Liberty Medal il papa ha parlato da «figlio della nazione». Che rivendica il suo diritto di americano, prima che di capo della Chiesa universale, di dire quella verità che il potere tecnoplutocratico ha paura di ammettere: «Sono i migranti ad aver plasmato il futuro della nazione». Per Papa Leone «la grandezza morale di una nazione si manifesta soprattutto nella sua capacità di proteggere ed apprezzare la vita di tutti, specialmente dei più vulnerabili e di coloro il cui valore è messo in discussione». L’America è Great Again solo se accetta la sua verità: è stato ed è un paese che è diventato «grande» aprendo le sue porte a ondate successive di immigrati, che lo hanno letteralmente costruito insieme alle loro famiglie. Il discorso sarà di ispirazione potente per tutte le parrocchie che con la società civile stanno animando le «Reti di Risposta Rapida» contro catture e deportazioni. Un sistema di autodifesa dalle retate, di cura e protezione solidale per le famiglie, di luoghi sicuri per bambini e famiglie a rischio di arresto, di mutuo aiuto per chi deve stare nascosto. Ma è con il discorso rivolto principalmente all’Europa, da Lampedusa, che il papa ha spiegato che quello che sta accadendo è un fenomeno globale, non ascrivibile alla sola follia di un isolato dittatore. «I morti in questo mare sono vittime sia di decisioni prese che di decisioni mancate». Ancora verità, sferzante, diretta, senza giri di parole. Non è la fatalità, non è il mare il responsabile. Lo sono coloro che prendono decisioni politiche, come il recente Migration Pact dell’Unione europea sulle deportazioni e sui lager che chiamano Cpr. E quelli che non le prendono, come coloro che fanno finta di non vedere ciò che accade in Libia o in Tunisia, e continuano a finanziare con soldi pubblici sistemi criminali di respingimento e internamento di donne, uomini e bambini, tutti nostri fratelli e sorelle, figli nostri. Il discorso di papa Leone è ben più ampio, in tutta la sua radicalità. La concretezza delle cose si mescola alla spiritualità della parola evangelica. È teologia disarmata e disarmante. Il Samaritano, uno che per definizione non aveva nemmeno diritto di parola, un «illegale», di fronte alla morte e alla sofferenza di un essere umano, fa quello che né il sacerdote né il levita fanno. Cioè vede e si ferma, agisce, presta soccorso. Per chi ha deciso di sfidare le volontà dei governi in questi anni e ha continuato a soccorrere in mare, ad accogliere, a mettere al centro i diritti umani e non la facile retorica delle propagande politiche, è un grande riconoscimento e un invito a continuare. «Siamo entrati in un millennio in cui dare forma spirituale, culturale, giuridica, politica, economica alla civiltà dell’amore. L’enormità del dolore che osserviamo ci faccia cogliere la radicalità di questa chiamata». L’Europa, dice papa Leone, ha i numeri per farlo. Dall’alto non lo potrà fare se non attraverso una propria indipendenza innanzitutto da Trump e dal suprematismo tecnocratico della guerra e della disumanizzazione. Dal basso lo sta già facendo, praticando la solidarietà in mare e in terra, costi quel che costi. «Come il Samaritano, possiamo cambiare programma e direzione». -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su il manifesto -------------------------------------------------------------------------------- qui il testo della Omelia del 4 luglio a Lampedusa Comune-info
July 5, 2026
Pressenza
Non devo abituarmi
Non devo uccidere non devo tradire Questo lo so Devo imparare ancora una terza cosa: Non devo abituarmi Recita così uno degli scritti di Erich Fried, poeta austriaco ebreo. Costretto ad abbandonare Vienna per Londra dopo l’occupazione nazista morì in Germania nel 1988. Lavorò come bibliotecario, operaio chimico, giornalista e commentatore radio alla BBC. Forse per esperienza personale ha colto e sottolineato ciò che ha rischiato di condurlo alla scontatezza della vita. L’abitudine, lo sappiamo per esperienza è gloria e miseria degli umani. Struttura mentale e aiuto a sbrigare le mille sfide del quotidiano. Allo stesso tempo terribile spegnimento e normalizzazione di ciò che, in definitiva, rende la vita degna di essere vissuta. Com’è noto, la parola abitudine deriva dal tardo latino “habituare”. Si trasforma poi in ‘habitus’, modo di essere che ci condiziona, confeziona e ci ‘veste’ come qualcosa che ci sembra naturale. I sinonimi più comuni sono ‘avvezzare e assuefare’. Entrambi i verbi portano il peso, appunto, dell’abitudine. Finché poi, senza destare sospetto e nel trascorrere del tempo, come nel noto diario di Cesare Pavese, la vita diventa un mestiere. Una vita che cospira per abituarci a tutto. Dalla lista dei morti alle frontiere, alle guerre senza fine, alle violenze quotidiane e perfino alla bellezza. Ci si abitua a tutto e tutti. All’esilio, al carcere, alle menzogne e al sopruso. Ci si avvezza alla vita e all’ostinata presenza della morte. Alle democrazie di facciata e alle dittature militari come alla politica spettacolo. Ai genocidi come alla fame nel mondo e al capitalismo come religione. Ci si abitua anche all’assenza di Dio. Perché se mi abituo tradisco quelli che non si abituano perché se mi abituo uccido quelli che non si abituano al tradire e all’uccidere e all’abituarsi Abituarsi alla sofferenza dell’altro e alla complicità con l’ingiustizia perpetrata da chi detiene il potere è dunque, secondo Erich Fried, tradimento e uccisione di coloro che hanno resistito all’assuefazione. A qualche giorno dall’anniversario del Genova Social Forum in occasione del G8 del luglio 2001, queste parole diventano profezie. Aiutano a leggere il presente, bagnato dalla speranza e reiterano la  promessa di un altro mondo che è possibile. Se mi abituo anche solo all’inizio inizio ad abituarmi alla fine Il ripudio della guerra, stampato nella Costituzione italiana e puntualmente tradito da allora, dovrebbe tradursi nel ripudio all’abitudine di ogni forma di tradimento dell’umano. Ci siamo fin troppo abituati all’inizio ed è forse giunta l’ora di non assuefarsi alla fine.     Redazione Genova
July 5, 2026
Pressenza
Laicità attiva contro ogni integralismo religioso
Ci sono stati in questo ultimo periodo tre avvenimenti che hanno interessato le religioni nel contesto del nostro Occidente che trovo estremamente gravi e significativi. Non molto tempo fa abbiamo visto sua maestà il presidente Trump nella sala ovale in studiata posa ascetica mentre veniva benedetto dai membri di non so quale setta religiosa. Si potrebbe pensare ad una delle solite buffonate a cui ci ha abituati il titolare della Casa Bianca, se non fosse che a pochi giorni di distanza una commissione, appositamente istituita dal presidente, ha sentenziato che la separazione tra Stato e Chiesa è un errore giuridico (legal error), dovuto ad una impropria lettura del primo emendamento, che in realtà voleva solo negare la creazione di una Chiesa di Stato. Secondo la nuova interpretazione va invece affermato il valore della religione come bene comune che rafforza le virtù civiche, la democrazia e i diritti umani. Si tratta in sostanza di una lettura che auspica di fatto l’uso strumentale della religione dominante (quella riformata, nelle sue diverse accezioni) come strumento autoritario di governo e di controllo e indirizzo politico e sociale. Infine è di pochi giorni fa la notizia che in Svizzera la Fraternità San Pio X, senza nessuna autorizzazione da parte del Vaticano, ha ordinato quattro nuovi vescovi. Ricordiamo che la Fraternità affonda le proprie radici nell’opposizione dei tradizionalisti, guidati in origine dall’arcivescovo francese Marcel Lefebvre, alle riforme volute dal Concilio Vaticano II. Un modo di celare, dietro la difesa delle vecchie liturgie, il desiderio di riproporre la Chiesa cattolica come cuore pulsante del dominio globale dell’Occidente, sposandosi oggi alla perfezione col sogno autoritario della nuova destra nostalgica e xenofoba, soprattutto in ambito europeo. Accanto a questi episodi di cronaca si possono ricordare alcuni fenomeni di lunga durata che riguardano una forte radicalizzazione dei contenuti delle appartenenze religiose. Ci riferiamo, per esempio, al fondamentalismo sempre più estremo di molte chiese evangeliche (non tutte) che, tra le altre cose, sostengono (anche con mezzi violenti): la proibizione assoluta dell’aborto, anche in caso di stupro, incesto, pericolo di vita per la madre; l’identità di genere limitata ai soli due sessi e alla famiglia tradizionale; un ruolo riconosciuto alla religione nello spazio pubblico e nella scuola. Alcune chiese riformate, e quella pentecostale per tutte, rappresentano oggi un’arma fondamentale per la penetrazione politica e culturale degli Usa in Sudamerica, dove sono da tempo in costante crescita, ma sono anche un supporto decisivo per il sostegno ad Israele. Un paese che, guarda caso, ha come suo dato caratteristico quel radicalismo religioso che ha portato alla pretesa conversione della originaria religione ebraica verso il sionismo, quale idea estrema del popolo eletto e della terra promessa a giustificazione del massacro genocidario, perpetrato ormai da decenni nei confronti dei palestinesi. Il problema purtroppo non riguarda soltanto il nostro Occidente: il mondo che, non a caso, viene definito islamico, proprio a sottolineare l’appartenenza religiosa come suo dato identificativo, tende a radicalizzare sempre più questa sua identità, producendo anche Stati teocratici e terribili dittature. Sia chiaro che l’obiettivo critico non sono le religioni in sé. Siamo tutti perfettamente consapevoli del grande valore storico e progressivo che esse hanno avuto in certi momenti e in determinati ambiti. Nessuno, inoltre, mette in discussione il diritto di potere aderire un credo religioso, anche ostentandone i simboli identitari, purché questo non divenga un obbligo per nessuno e non leda la libertà di altri. Il riconoscimento dei diritti altrui, tuttavia, non limita il mio diritto a esprimermi sulle questioni di merito. Non si tratta tanto di cimentarsi in giudizi di valore (ogni religione ha i suoi valori storicamente sedimentati), quanto piuttosto di capire l’aspetto deleterio che ha sempre avuto nella storia l’estremismo integralista di stampo religioso, e in particolare il male che esso rappresenta nelle condizioni del presente. Viviamo nel “villaggio globale” e la presenza dell’altro non può essere né ignorata né cancellata. A differenza di quanto pensano le destre, entrare nella mente, nei valori e nell’identità di chi è diverso da noi non è più soltanto una opzione politica, ma una ineludibile necessità strutturale. Per fortuna però le identità non sono più (o non dovrebbero essere) muri invalicabili. Ognuno di noi rappresenta in qualche modo un essere originale, in quanto attraversato da molteplici identità che ci hanno forgiato (etniche, religiose, di classe, di genere, di riferimenti culturali, e anche di scelte personali). Siamo in sostanza tutti soggetti intersezionali unici. Perché questa molteplicità aperta e dinamica possa produrre i suoi migliori frutti nella capacità di fare incontrare le diversità, credo sia necessario recuperare il valore centrale della laicità attiva, intesa come apertura e confronto, in quanto uno dei prodotti migliori della nostra tradizione occidentale, e che ha anche originato l’affermarsi dei diritti e delle libertà. (Senza naturalmente negare tutte le nefandezze di cui siamo stati capaci in giro per il mondo, in termini di distruzioni, genocidi, sostituzioni etniche). Al contrario gli estremismi e i fondamentalismi religiosi, ma io direi anche la semplice ostentazione della propria identità religiosa (sebbene meno grave, e spesso frutto solo della giusta esigenza di essere riconosciuti) sono mali che ci allontanano e che vanno combattuti. Credo invece fermamente che oltre i limiti del relativismo culturale, spesso usato come la filosofia dell’ignavia di chi non vuole sporcarsi le mani, l’impegno nella laicità debba rappresentare non solo una possibilità esistenziale, ma anche uno strumento di lotta politica e di scelta esistenziale. Antonio Minaldi
July 5, 2026
Pressenza
Da Lampadusa la pastorale dei migranti di papa Leone
Riprendiamo dal sito interris.it l’editoriale di don Aldo Bonaiuto  A Lampedusa si misura il nostro grado di civiltà Un viaggio nelle contraddizioni nostra epoca. A Lampedusa, come già accaduto lungo la rotta atlantica alle Canarie, la visita di Leone XIV richiamerà l’attenzione del mondo sul dramma dei migranti. Nell’isola che è avamposto del vecchio continente nel Mediterraneo il Papa sosterà al Cimitero, alla “Porta d’Europa” e al Molo Favaloro dove benedirà la targa dedicata a papa Francesco in un luogo simbolo di accoglienza e solidarietà. Poi la Messa con l’immagine della Madonna di Portosalvo esposta sul palco. Al termine della celebrazione il dialogo tra i bambini ammalati e Robert Francos Prevost, accompagnato dal cardinale vicario Baldo Reina originario della diocesi siciliana. Qui, nel Canale di Sicilia si consumano terribili tragedie del mare con migranti morti e dispersi. Persone che disperatamente cercano una vita migliore, fuggendo da guerre, persecuzioni, miseria. Fratelli e sorelle finiti nelle mani di organizzazioni criminali che poi crudelmente li abbandonano nel pericolo. Molte vittime sono destinate a restare senza nome. “È la nostra civiltà a impedirci di voltare le spalle, di restare indifferenti, di smarrire quel sentimento di umanità che è radice dei nostri valori”, ha recentemente ricordato il presidente della Repubblica Sergio Matterella rinnovando l’apprezzamento per l’opera di soccorso da parte delle navi italiane che riescono in condizioni estreme, a salvare vite. Le più alte istanze civili e religiose rimarcano quanto i movimenti migratori vadano governati. Le organizzazioni internazionali e per prima l’Unione Europea, infatti, devono esprimere il massimo impegno per fronteggiare l’immane sofferenza nel “mare nostrum”.  Per questo il Pontefice e il Capo dello Stato concordano sul fatto che il necessario contrasto all’illegalità e la lotta alla criminalità si nutrono della predisposizione di canali e modalità di immigrazione legali. Così da esprimere con coerenza pieno rispetto nei confronti della vita umana. La chiave di lettura, quindi, è racchiusa nel termine “integrazione”. Una parola che caratterizza in modo particolare il Magistero sociale della Chiesa nell’era della globalizzazione. Non si tratta di un’assimilazione che induce a sopprimere o a dimenticare la propria identità culturale, bensì, come testimonia il Pontefice pellegrino a Lampedusa, di un contatto con l’altro che porta ad aprirsi per una fruttuosa conoscenza reciproca. Ciascuno di noi, come individuo e come parte di una collettività, è chiamato a far fronte alle numerose sfide poste dalle migrazioni contemporanee con generosità e lungimiranza. Ognuno secondo le proprie possibilità: per accogliere, proteggere, promuovere e integrare. Anche la Sacra Famiglia ha sperimentato cosa significhi lasciare la propria terra ed essere migrante. Papa Leone sottolinea spesso quanto il lavoro umano per sua natura sia destinato ad unire i popoli, incoraggiando le istituzioni a prodigarsi affinché venga promosso l’inserimento socio-lavorativo dei migranti e rifugiati. L’obiettivo è garantire a tutti, compresi i richiedenti asilo, di poter lavorare attraverso percorsi formativi linguistici, al riparo da sfruttamento e abusi. Anche l’Onu ha chiaramente espresso la loro volontà di prodigarsi a favore dei migranti e dei rifugiati per salvare le loro vite e proteggere i loro diritti. Una responsabilità da far propria a livello globale. Il Vangelo ci insegna ad amare l’altro, lo straniero, come noi stessi e Madre Teresa non faceva distinzione di nazionalità e religione nel soccorrere gli esclusi perché “Dio è padre di tutti”. Lampedusa, dunque, è periferia dal punto di vista geografico ma è cuore dell’Europa sotto il profilo spirituale.   Redazione Italia
July 4, 2026
Pressenza
“Siamo polvere di stelle”. La fraternità cosmica come imperativo etico
Il pensiero di Margherita Hack tra astrofisica e pacifismo  L’avventura scientifica del Novecento e dei primi decenni del Duemila ha profondamente ridefinito la posizione dell’essere umano nell’universo, non soltanto grazie ai progressi della ricerca e della tecnologia, ma anche attraverso una radicale rilettura filosofica ed esistenziale delle grandi scoperte astronomiche. In questo contesto, la figura dell’astrofisica Margherita Hack si distingue per aver saputo trasformare le conoscenze sull’evoluzione delle stelle in una riflessione umanistica di straordinaria forza etica e civile. Quando sosteneva che tutta l’umanità ha avuto origine nel cuore delle stelle, Hack non ricorreva a una metafora suggestiva, ma richiamava una realtà scientificamente fondata. Da questa consapevolezza faceva discendere un autentico imperativo morale: il riconoscimento della comune appartenenza dell’intera specie umana a una stessa storia cosmica, che rende ancora più insensata e inaccettabile ogni forma di guerra e, soprattutto, la prospettiva dell’autodistruzione nucleare. Per comprendere la portata di questa visione è necessario partire dal legame materiale che unisce l’evoluzione dell’universo alla nascita della vita sulla Terra. La moderna astrofisica ha dimostrato che gli elementi chimici indispensabili agli organismi viventi – carbonio, ossigeno, calcio, ferro e molti altri – non esistevano nelle primissime fasi dell’universo. Dopo il Big Bang erano presenti quasi esclusivamente idrogeno ed elio. Solo attraverso i processi di fusione nucleare sviluppatisi all’interno delle prime generazioni di stelle e la successiva dispersione di tali elementi nello spazio mediante le esplosioni di supernovae, il mezzo interstellare si è progressivamente arricchito della materia necessaria alla formazione dei pianeti rocciosi e, infine, della vita. La celebre espressione secondo cui siamo “polvere di stelle” non rappresenta quindi un’immagine poetica, ma la sintesi di un dato scientifico. Margherita Hack ne coglieva la straordinaria portata filosofica, osservando come la tavola periodica degli elementi costituisca, in fondo, la vera genealogia dell’umanità. Da questa comune origine materiale prende forma una concezione della sacralità della vita del tutto originale. Pur essendo profondamente laica e rigorosamente razionalista, Hack riconosceva un valore assoluto all’esistenza umana, non perché derivasse da un disegno soprannaturale, ma perché rappresenta il risultato straordinariamente improbabile di quasi quattordici miliardi di anni di evoluzione cosmica. Nell’essere umano la materia dell’universo diventa consapevole di sé stessa: acquisisce la capacità di interrogarsi sulle proprie origini, di comprendere le leggi della natura e di riflettere sul proprio destino. È proprio questa coscienza a rendere la vita immensamente preziosa e, al tempo stesso, estremamente fragile. Se l’universo ha impiegato miliardi di anni per generare una forma di vita capace di conoscere sé stessa, la sua distruzione in un conflitto globale costituirebbe non soltanto il fallimento di una civiltà, ma l’interruzione tragica di un lunghissimo processo evolutivo. Il monito di Margherita Hack contro le armi nucleari si inserisce precisamente in questa prospettiva. Le armi di distruzione di massa sfruttano le stesse forze fondamentali della natura – la fissione e la fusione nucleare – che alimentano le stelle e hanno reso possibile la formazione degli elementi indispensabili alla vita. L’umanità è riuscita a comprendere il linguaggio dell’universo e a dominare il “fuoco delle stelle”, ma ha finito per rivolgere questa immensa potenza contro sé stessa. Per Hack ciò rappresenta uno dei più gravi paradossi della storia umana: utilizzare l’energia che ha reso possibile la nostra esistenza per cancellarla significa rovesciare il senso stesso dell’evoluzione cosmica, trasformando uno strumento di conoscenza e di progresso in un mezzo di annientamento. La minaccia atomica, pertanto, non costituisce soltanto un problema politico o militare, ma assume il significato di una profonda aberrazione etica e di un’offesa alla storia stessa dell’universo. Questa riflessione conduce naturalmente a una concezione della fraternità umana che supera ogni confine nazionale, religioso, culturale o ideologico. Se tutti gli esseri umani condividono la medesima origine cosmica, allora le differenze che spesso alimentano conflitti e discriminazioni appaiono secondarie rispetto alla fondamentale unità della specie. La fratellanza universale non è più soltanto un ideale morale o un’aspirazione utopica, ma trova il proprio fondamento nella realtà fisica che accomuna ogni essere vivente. Il messaggio di Margherita Hack conserva oggi una straordinaria attualità. In un mondo segnato dal riarmo, dal ritorno della deterrenza nucleare e dall’intensificarsi dei conflitti internazionali, la sua lezione invita a guardare oltre gli interessi immediati delle nazioni per assumere una prospettiva autenticamente planetaria. La scienza, lungi dall’essere neutrale rispetto ai destini dell’umanità, diventa così una fonte di responsabilità etica. Sapere di essere figli delle stelle significa riconoscersi parte di un’unica comunità cosmica e assumere il dovere di custodire la vita, il pianeta e il futuro delle generazioni che verranno. Solo così la luce della coscienza, faticosamente accesa nel corso di miliardi di anni di evoluzione, potrà continuare a illuminare il cammino dell’umanità invece di essere spenta dall’irrazionalità della guerra e dalla minaccia dell’autodistruzione nucleare.    Laura Tussi
July 4, 2026
Pressenza
Grazie, Alicia Ordóñez
Se n’è andata in un solo istante, mentre i medici la operavano per un intervento di lieve entità, diremmo piuttosto di routine. Se n’è andata senza preavviso, in silenzio. Senza disturbare nessuno, con discrezione. Se n’è andata con la dolcezza di una brezza, con la serenità di una notte stellata. Una delle menti più lucide, una tempra a tutta prova, la rettitudine che la caratterizzava, la prudenza in ogni suo gesto, la sensibilità discreta. Ci ha lasciato una delle grandi figure di riferimento dell’Umanesimo, una delle amiche più care. A modo suo e in linea con il suo modo di vivere, senza aver lasciato nulla in sospeso e perfettamente pronta ad accedere all’immateriale, al trascendente, alla Luce più bella, di cui ci ha dato testimonianza tante volte. Le sono grata per il suo costante incoraggiamento a proseguire lungo il cammino della liberazione interiore e della trasformazione sociale. Le sono grata di cuore per lo spazio di libertà che ha alimentato le sue ricerche e che ha condiviso con tanta disponibilità. Le sono grata per il suo affetto, sempre presente e attento, ma soprattutto le sono grata per la sua coerenza esemplare. Pace nei nostri cuori, Luce nelle nostre menti! Pía Figueroa
July 4, 2026
Pressenza
“Sarò farfalla e volerò da te”. Storia di Alessandro
Decidere di scrivere di lui è stato per me l’ultimo regalo possibile. Il tentativo disperato di fermare l’istante, di trasformare il dolore in una radice profonda che nessuno potrà mai estirpare. Ho voluto che ogni parola scivolasse sul foglio con tutta la forza e la delicatezza di un ultimo saluto. Così scrive G., collega di lavoro di Alessandro, il giovane protagonista di queste pagine (il libro di Adriana Bruno è uscito proprio ieri per i tipi di Albatros). Ed è protagonista perché sua è la vicenda narrata, suo il ricordo che le persone più care serbano e confessano dopo lo spartiacque di quel 21 agosto del 2025, ma sua è anche la voce narrante, una testimonianza fra le altre raccolte dall’Autrice – immaginata non vissuta quest’ultima, ma non per questo lontana dalla verità. La narrazione, dunque, o meglio la sequenza delle voci che si fanno reciprocamente eco e che vengono amorevolmente rivisitate e riproposte, si configura come necessario riconoscimento della propria sofferenza, cui bisogna conferire il nome esatto affinché delicatamente si decanti e lievemente divenga dolce malinconia ma pure vivo calore intimo che accompagna. E questo percorso è intrapreso non solo da chi scrive e da chi, intervistato, ripercorre i propri sentimenti, riattraversa le proprie paure, ricostruisce a stento ragioni di speranza, ma perfino da Alessandro, che apprende a divenire luce, aria, energia cosmica, senza trascurare il richiamo degli affetti ma senza lasciarsene sopraffare in un attaccamento che sarebbe impossibile. La morte di A. diventa così occasione di autocoscienza, di scavo interiore, di esplorazione delle posture di ciascuna e ciascuno nelle sue differenti relazioni. Scopriamo la confidenza che si fa condivisione dell’avventura di vivere e complicità come tra coetanei, benché tra padre e figlio; complicità che desta nella madre la sensazione di essere lasciata indietro, sola in qualche modo, benché consapevole di essere molto amata e di certo non trascurata. Leggiamo le parole secche, asciutte che ci rivelano tutta la ritrosia del fratello, così restio a svelarsi; l’accorata nostalgia della compagna; l’incredulità degli amici. Ne emerge un ritratto a tutto tondo di un giovane affamato e assetato di vita, che ingordo la inghiotte a grandi sorsi, che accetta tutte le sfide, dall’alpinismo alla passione per la moto; sempre allegro, almeno in apparenza, per non pesare sugli altri, capace di accogliere le confidenze più tristi e segrete e trasformarle con un consiglio e una carezza in nuovi progetti d’esistenza; un ragazzo di appena 21 anni generoso e, in profondità, responsabile, nello studio, nel lavoro, nei rapporti. E così, a poco a poco, la ricostruzione dei ricordi si viene evolvendo nella celebrazione della vita e della bellezza che Alessandro ha saputo donare a quanti e quante lo hanno incontrato. L’approccio di questo coerente intreccio di storie è perciò fenomenologico, o ermeneutico se preferite: non gli eventi nella loro presunta obiettività vengono descritti, ma le rappresentazioni che se ne fanno coloro che li hanno vissuti o vi hanno assistito, le interpretazioni che ne danno per cercare una via alla comprensione e al rasserenamento. È un intersecarsi di sguardi diversi sullo stesso accadimento che ciascuno e ciascuna riferisce a partire da sé. Non l’oggetto indagato troverete, ma l’occhio che l’indaga, come nei dipinti di Turner o nella lettura che del bello e del sublime dava Kant. Ed è particolarmente insolito che questo lavorio di ricerca interiore, di chiarificazione, questa puntualità nel nominare ogni sfumatura dell’anima l’Autrice la esiga anche da Alessandro, invisibile forse ma purtuttavia presente. Bruno lo fa parlare a più riprese; fa raccontare a lui il momento dell’incidente, del buio che si fa splendente, la dissoluzione del dolore e dell’attaccamento in un luminoso vuoto infinito, ma anche l’accorata consapevolezza della disperazione dei suoi cari, cui risponde come può, con piccole “coincidenze” che coincidenze non sono, donando quanta più serenità è possibile, ma resistendo ai tentativi di venire trattenuto in uno stato che non gli appartiene più. La scrittura è piana e colloquiale, senza infingimenti estetizzanti, trascrizione di una oralità tessuta di colloqui con le persone che hanno amato Ale e ancora lo amano, nutrita di pagine di diario, di lettere, ma sempre rivisitate dalla sensibilità lieve e accurata al contempo dell’Autrice. Una scrittura introspettiva, appunto, che non ambisce ai registri alti, ma resta puntigliosamente attenta a non fraintendere emozioni e sentimenti. La visione della morte non è scorata, ma serena e illuminata da una sorta di spiritualità laica, spinoziana verrebbe da dire: Alessandro è ritornato al suo “Deus sive Natura”, “la rovina” lo ha ricondotto alla sua “origine”, a chiudere quel cerchio vitale di cui parla il primo brano giunto a noi dell’antica filosofia greca, il frammento di Anassimandro, o che ritroviamo nei più antichi canoni buddisti. Alessandro non è sparito, non è svanito nel nulla, ha solo cambiato stato; ha lasciato il suo corpo e si è fatto energia e, in quanto energia, ancora comunica con chi è rimasto, come aura percepisce le aure, dei nonni defunti per esempio; in questo cambiamento di stato si è fatto purezza disincarnata ma intensa, densa comunque d’affetti e riflessioni. E questo esito non è solo l’autoconvincimento illusorio di chi cerca conforto alla perdita. È una convinzione fervida, frutto di meditazione, forse di studio, certo di intuizione naturale, non soprannaturale però, perché non c’è nulla di soprannaturale nell’immensità; non è neppure una fede (tomisticamente prova di cose non viste) è invece la constatazione di una evidenza (come il flacone di detersivo fuori posto o i sogni di felicità suggeriti nel sonno agli amici o ancora la farfalla…) Dice A.: mia madre mi cerca fra le cose morte, inerti, quando io sono così vivo… il suo dolore è una gravità che cerca di riportami in terra… vorrei strapparle di dosso quel mantello di piombo che la opprime… sarò farfalla e volerò da te! È questa forse la pagina più commovente del libro: “Finalmente, – confida lei – dopo giorni di attesa, sono riuscita a sentire la sua presenza”. Ecco perché, lo ripetiamo, la stesura del libro vuole celebrare la vita e la bellezza, vuole celebrare la bellezza della vita, che eterna fluisce attraverso tutti gli esseri, qualunque forma vadano assumendo. Lo leggiamo grati ad Alessandro, ma grati anche ad Adriana che con amorosa tenacia ha attraversato il dolore e la speranza di tanti e tante facendoli propri, per regalarci pagine che sono occasione di meditazione pensosa e felice al contempo. Daniela Musumeci
July 4, 2026
Pressenza