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Le meditazioni di Mauro Armanino sulle ‘apocalissi’ e sul ‘sotto-costo’
“Un altro nome di apocalisse potrebbe essere quello di insurrezione, che poi è sinonimo di ‘rivelazione’ – spiega il sacerdote ligure – Tra le due parole c’è una profonda connessione e per così dire ‘ complicità’. Ogni autentica sovversione non è, in fondo, che la rivelazione di un mondo altro che, fatto prigioniero da quello esistente, è ‘naturalizzato’ da un’apparente ineluttabilità. Le apocalissi sono dunque incursioni che svelano l’ambizione di offrire chiavi di lettura per interpretare la propria storia. Essa è parte integrante di quella più ampia che involucra e incide su quella realtà che crediamo unica.  Le apocalissi hanno il sapore dell’ultimità e, per certi versi, di fragile passerella per i tempi di crisi che sono i cambiamenti d’epoca”. Nato a Chiavari nel 1952, un obiettore di coscienza che anziché il servizio militare, nel 1976 obbligatorio, ha svolto attività umanitarie in Costa d’Avorio, dove poi è tornato come missionario, Mauro Armanino ha vissuto a Casarza Ligure, dove lavorava come operaio e si impegnava nelle lotte sindacali, poi a lungo in Niger e a Genova, dove mentre assisteva i migranti ha conseguito il dottorato in antropologia culturale ed etnologia. Da quando è tornato a vivere in Liguria partecipa frequentemente alle settimanali Ora in silenzio per la pace di Genova e Sestri Levante. Ha documentato le proprie esperienze nei libri-testimonianza pubblicati da Edizioni Mutus Liber e in questi giorni ha scritto alcune meditazioni. APOCALISSI LEGGERE NEL QUOTIDIANO Una serie di riflessioni ispirate dai brani E vidi un cielo nuovo e una terra nuova: il cielo e la terra di prima, infatti, erano scomparsi e il mare non c’era più (Ap 21, 1) e Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, nè di lì possono giungere fino a noi’… (Lc 16, 26), da alcune frasi di altri autori (Franco Arminio, Rainer Maria Rilke, Russel Jacob, Arturo Paoli e Anais Nin) e dalle sue osservazioni sul tema Le frontiere come un’apocalisse: i confini rivelano i nostri volti reali pubblicate su Il Fatto Quotidiano il 22 marzo scorso. SOTTOCOSTO > L’AMT di Genova oggi sciopera. L’Azienda Municipalizzata dei Trasporti > assicura il servizio essenziale solo in alcune fasce orarie del mattino e > della sera. In attesa di un dimenticato sciopero nazionale per il caro vita e > altre faccende legate a una ‘guerra mondiale a pezzi’ che ci coinvolge. > > Ciò è quanto testualmente affermato dall’Avvocatura dello Stato, ci ricorda > Gianni Alioti cofondatore di The Weapon Watch  – Osservatorio sulle armi nei > porti europei e mediterranei, già sindacalista della Cisl. Quest’ultimo sembra > da tempo un sindacato fantasma accodatosi all’ombra del potere attuale. > > Quando i sindacati d’epoca dicevano ‘Uniti si Vince’ sapevano quello che > sarebbe accaduto dopo. > > Se prendete la linea del 17 che fa capolinea a via Ceccardi a Genova vi > dirigerete verso la bella Nervi. Arrivati al cavalcavia di via Carrara, sulla > sinistra c’è un supermercato con tanto di parcheggio sotterraneo. La > pubblicità da cui ho rubato il titolo dell’articolo viaggia col bus e si ferma > proprio qui. > > Dice la Treccani che sottocòsto (o sótto còsto) significa “A un prezzo > inferiore a quello di costo: vendere, comprare una merce s.; cedere s. le > rimanenze”. > > La prima realtà sottocosto nella nostra società occidentale, com’è noto, è la > vita dei poveri. > > I più indifesi sono quelli che avrebbero potuto e per tanti motivi non hanno > ricevuto il permesso di soggiorno per questa terra. Poi quelli che avrebbero > voluto avere accesso alle nostre sponde e ne sono stati impediti da politiche > necrofile. Poi per i quali, anziani, la vita si presume senza importanza e > aiutati a sparire senza che nessuno prenda dovuta nota del loro umano > transito. Le vite dei profughi e degli sfollati dalle innumerevoli guerre > organizzate dalla nuova ‘Classe Armata’, secondo la drammatica intuizione > dell’amico David Colantoni. > > Sottocosto appaiono anche i sogni. > > Quelli funzionali al mantenimento del sistema, diciamo i sogni consumisti, > vengono venduti a prezzo ribassato del tipo tre al prezzo di due o anche di > più. > > Gli altri, quelli pericolosi e sovversivi, sono naturalmente fuori mercato e > anche fuori zona di ‘comfort’ intesa come area nella quale uno si sente al > sicuro. > > I luoghi nei quali si sogna un mondo pericolosamente differente vengono > isolati o, come esperimentato in era Covid, immunizzati perché non contaminino > il futuro. > > Sottocosto specie lui, il futuro, perché temuto in quanto portatore di > indefinita novità. > > La prova più evidente è quella del citato ‘inverno demografico’ o per meglio > dire, l’inconsapevole eppure prevedibile riduzione a comparsa dell’Occidente. > In effetti l’Istituto di statistica italiano, Istat, prevede che tra vent’anni > le coppie senza bambini saranno più numerose di quelle con bambini. > > Sottocosto il lavoro che tra morti quotidiane, sfruttamento nei luoghi di > raccolta industriale di frutti, legumi e affiliati, rende drammaticamente > risibile l’articolo primo della Carta Costituzionale. > > In esso si afferma che la Repubblica è fondata sul lavoro e che la sovranità > appartiene al popolo. Quest’ultimo (da prendere in senso letterale) la > esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione. > > Entrambi i principi sono sconfessati dalla pratica ma c’è di peggio perché, da > tempo, abbiamo smarrito il senso del lavoro come trasformazione della realtà. > > Nel centro storico di Genova come, suppongo, in altre città, si vedono > scorrere sulle strade biciclette elettriche adattate con autisti di origine > straniera. Muniti di zainetto e pubblicità i riders, ciclo-fattorini, sono un > emblema dell’attuale liquidità sociale. > > Sottocosto sono le parole come quelle che ricordava papa Leone agli > ambasciatori: “il significato delle parole è sempre più fluido e i concetti > che esse rappresentano sempre più ambigui. Il linguaggio non è più il mezzo > privilegiato della natura umana per conoscere e incontrare… diviene sempre più > un’arma con la quale ingannare o colpire e offendere gli avversari… che le > parole tornino ad esprimere in modo inequivoco realtà certe”. > > Le parole vere non sono in vendita e neppure da esibire per ingannare Dio o > imbrogliare il popolo nella politica. Quelle pericolose sono state crocifisse > e risorgono nei poveri ma solo dopo tre giorni. > > Mauro Armanino, Genova, settembre 2026 Redazione Genova
September 5, 2026
Pressenza
Toledo: 4ª Università estiva dell’ Umanesimo Universalista: “Rivoluzione nonviolenta, direzione umanizzante”
QUEST’ANNO, LA SUMMER UNIVERSITY OF UNIVERSALIST HUMANISM CELEBRA LA SUA QUARTA EDIZIONE CON IL MOTTO ” RIVOLUZIONE NONVIOLENTA. UNA DIREZIONE UMANIZZANTE “. Come nelle edizioni precedenti, si svolgerà nell’arco di tre giorni, dall’11 al 13 settembre , presso il Parco di Studi e Riflessione di Toledo . Perché è stato scelto questo tema generale per le attività che si svolgeranno questa volta? Indubbiamente, perché gli episodi di violenza si stanno intensificando e occorre una risposta urgente. ” Stiamo assistendo al crollo delle istituzioni e all’ascesa dell’individualismo, che porta a confusione e alla disgregazione di valori e credenze”, hanno affermato gli organizzatori . “E mentre una parte della popolazione è paralizzata, un’altra parte di noi si ribella per cambiare la situazione. Continuare con il sistema attuale non fa altro che prolungare il dolore e la sofferenza che stiamo vivendo”.  Per noi, l’unica soluzione valida è una rivoluzione nonviolenta in senso umanizzante, che rifiuti la violenza e metta il potere nelle mani del popolo. Nel corso dei tre giorni, si terranno conferenze, workshop, tavole rotonde e attività ricreative in cui i partecipanti esploreranno, si scambieranno idee e lavoreranno su diversi elementi essenziali per rendere possibile questa trasformazione. Il programma completo è consultabile qui . Parleremo di trasformazione personale e sociale, risveglio della coscienza, processi di pace, disarmo, movimenti internazionalisti o studenteschi, femminismo, riconciliazione, intelligenza artificiale e istruzione, salute, ambiente, casa, arte, spiritualità, come acquisire la fede interiore che questa rivoluzione sia possibile… e tutto questo per immaginare insieme e avvicinarci a quel futuro che stiamo già costruendo. Ovviamente, generazioni diverse si mescoleranno e il divertimento non mancherà, come in ogni edizione. La partecipazione è gratuita, ma è importante registrarsi per facilitare l’organizzazione. La sessione di apertura e la tavola rotonda saranno trasmesse in streaming online  e saranno disponibili collegamenti online per sessioni come quelle sul reddito di base e sull’assistenza sociale. Tuttavia, si incoraggia la partecipazione di persona. Per ISCRIVERSI, clicca qui: https://uvpt.org/inscripcion-2026/ “Un mondo sta crollando… Nel frattempo, noi stiamo costruendo quello che ci meritiamo: un mondo di pace e nonviolenza.”   Redacción España
September 4, 2026
Pressenza
Il mio Enzo Bianchi
“Dio si è fatto uomo perché l’uomo possa diventare veramente uomo”  Enzo Bianchi Le parole che qui scrivo in ricordo di Enzo Bianchi difficilmente riusciranno ad essere esaurienti riguardo allo spessore umano, intellettuale e spirituale di un uomo che ha vissuto tutta una vita dedicata alla ricerca instancabile del volto di Cristo nel volto degli uomini, vissuta nell’obbedienza, nell’amore e nella libertà di chi ha riconosciuto in Gesù la via, la verità e la vita.  Uomo sapiente, capace di parlare a tutte le generazioni di credenti e non credenti, grazie al suo linguaggio semplice, diretto e penetrante, è stata una figura decisiva per il rinnovamento di una Chiesa sempre più narrante di un Dio vicino e buono.  Io ho avuto il privilegio di conoscerlo personalmente nell’Ottobre del 2025 alla Casa della Madia, partendo dalla mia città, Palermo. Ho sentito dentro di me l’urgenza di incontrare quest’uomo di cui ho sempre sentito parlare in famiglia, nella Comunità Kairòs (cui apparteniamo dalla sua fondazione) e che ho avuto modo di apprezzare attraverso la conoscenza diretta della realtà del Monastero di Bose, la lettura dei suoi libri e le numerose ore in ascolto delle sue meditazioni sulle Sacre Scritture e sui temi che più interessano l’umano.  Oltre ad aver avuto l’onore di mangiare alla stessa tavola piatti magnificamente cucinati da lui, sempre accompagnati da un buon vino rosso (e sappiamo che per Enzo il cibo era strumento per intessere relazioni umane e fraterne), ho potuto parlare direttamente con lui nel suo studio. Quella sera, invitandomi a dargli del tu, mi ha accolto accendendo un fuoco nel suo camino, fuoco che, mi diceva, gli teneva compagnia nei momenti di silenzio e solitudine. È stata una conversazione intima e accogliente: paternamente interessato alla mia vita di giovane pianista e compositore, abbiamo parlato di musica e di libri ma, tra le cose dette, ricordo, in particolare, di aver conversato con lui sulla volontà di Dio nel momento della passione di Gesù, e di come sarebbe assurdo pensare (anche se lo si è fatto e si continua a fare) che il Padre desiderasse la sofferenza e la morte del Figlio perché tutto si compisse. “Bel padre!”, direbbe lui con grande ironia. Piuttosto, la volontà di Dio si esaudiva nel Figlio che fino alla fine, nonostante l’angoscia e la paura vissuta nell’orto degli Ulivi la sera del suo arresto, è rimasto coerente con il suo essere mite, buono, giusto, irreprensibile nel suo messaggio di amore, misericordia e speranza di resurrezione. Il resto, è conseguenza di un mondo malvagio che uccide l’uomo giusto che lo abita.  Ecco, una cosa che ho estremamente chiara grazie a Enzo è che Dio non è mai causa di sofferenza, perché è Padre buono. Piange con noi e trasforma il dolore in un bene più grande del male, come è stato per Gesù che nella libertà, e per amore del mondo, si è consegnato alla croce e poi è stato resuscitato da Dio, vincendo la morte una volta e per sempre. “Forte come la morte è l’amore”, ma grazie alla resurrezione di Gesù noi cristiani abbiamo speranza nel dire che più forte della morte è l’amore. Enzo rigettava con forza tutto quello che potesse dare del Signore l’immagine di un Dio perverso, severo, bigotto, lontano, giusto ma non misericordioso, che provoca timore, che minaccia, che perdona in modo condizionato. Ci ricordava sempre infatti che l’amore di Dio non si merita, perché in realtà ce ne fa gratuitamente dono, così come il perdono, e che tutto quello che possiamo dire di Dio lo sappiamo da Gesù che, nella sua totale umanità, ha vissuto, parlato e agito tra gli uomini e le donne del suo tempo. Enzo insisteva moltissimo su questo aspetto fondamentale: l’umanità di Cristo. Metteva ben in guardia dai rischi di un cristianesimo che considerasse Gesù solo essere umano o solo essere divino, perciò soleva dire che Gesù, nella sua vita terrena, ha “messo tra parentesi” le sue prerogative divine per poter partecipare pienamente da uomo alla storia, perché Dio ha sete dell’uomo e nel corpo carnale dell’uomo si cela il vero tempio di Dio.  Nell’amore non c’è timore, al contrario l’amore perfetto scaccia il timore, perché il timore suppone un castigo e chi teme non è perfetto nell’amore (1Gv 4,18). Un modo che userei per descrivere Enzo Bianchi è quello di ricordarlo come un uomo profondamente umanizzato, termine che conserverò nel cuore per tutta la vita. Diceva infatti che l’uomo è un animale, ma può diventare veramente uomo o veramente donna solo se si umanizza, cioè se quotidianamente intraprende la strada che apre alle relazioni e alla speranza. Questa strada è la fiducia, da cui viene la parola fede. Solo se sappiamo riporre la nostra fiducia nell’altro, solo se crediamo in lui (e viceversa) possiamo veramente aprirci alla vita, realizzando nel concreto che la vocazione dell’umanità è la fraternità, come ben osservò Papa Francesco nella prefazione all’ultimo libro di Enzo, Fraternità.  Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede (1Gv 4,20). Inoltre, Gesù non fonda una religione: ci chiede semplicemente di fidarci di lui e di seguirlo.  Per questo motivo Enzo amava citare spesso il suo amico filosofo francese Marcel Gauchet: “Le christianisme est la religion de la sortie de la religion” (Il cristianesimo è la religione dell’uscita dalla religione), che significa che esso va oltre le logiche del potere politico e istituzionale o cultuale, ma pone il suo fulcro sulla Parola di Gesù. Non si tratta neanche di teismo che afferma semplicemente “Dio c’è”, perché Gesù ci dice che per arrivare a Dio possiamo farlo solo e unicamente tramite l’uomo, il Cristo. Riferendosi a Pascal, diceva “meglio un ateo che un teista”! Pertanto, la fede non coincide con la religione. La fede va ben oltre.  Enzo è stato un uomo che sapeva ricominciare ogni giorno, che riconosceva nella sua debolezza l’agire salvifico della parola di Dio, che insegnava con i fatti ad avere fortezza e resilienza lungo tutto il duro mestiere del vivere, che predicava la fede nella resurrezione non solo dell’ultimo giorno, ma di tutti i giorni. Risorgere ogni giorno, abbandonandosi nelle mani di chi può aiutare a rialzarci. Abbandonandosi con fiducia a Dio. La mattina del 1° settembre 2026, poco dopo le 9:00, a letto, ripensavo all’abbraccio lungo e fraterno che ci siamo dati nel suo studio come saluto al momento del mio congedo. Poche ore dopo, sarei venuto a sapere della sua mancanza. Caro Enzo, tu per me sei stato e sarai per sempre un Maestro. Amavi dire che chi in-segna è colui che dà il segno, cioè indica una via. Ecco, io spero che il tuo insegnamento continui a ispirare i cuori e a portare frutto, soprattutto tra i giovani, miei coetanei, che possano fare della loro vita un capolavoro, come tu auguravi. Io cercherò, per quanto la vita me ne darà la possibilità, di fare la mia parte, nelle parole ma soprattutto nei gesti.  Grazie di vero cuore. Adesso, gioisci nel Signore.      Redazione Palermo
September 3, 2026
Pressenza
Per Enzo Bianchi
È morto un uomo che ha fatto della riforma della Chiesa e del dialogo interreligioso la sua ragione di vita. Pubblichiamo lo scritto delle sue sorelle e dei suoi fratelli anche come esempio di capacità di riconciliazione dopo un conflitto. E lo ricordiamo memori di un suo ammonimento: «I cronisti hanno la responsabilità di scrivere la storia mentre si compie, perciò devono descrivere la realtà con onestà, senza mentire e senza mistificare i fatti, e dare voce ai protagonisti degli avvenimenti con rispetto della sofferenza delle persone e, soprattutto della dignità delle vittime di violenze, abusi e ingiustizie» [Enzo Bianchi in Monferrato: ricordi indimenticabili e promemoria per il presente, 13 giugno 2025]. Anche per i non credenti sei stato importante. Grazie Enzo Bianchi PER IL NOSTRO FRATELLO ENZO 1 settembre 2026  > Cristo è risorto dai morti, > con la morte ha distrutto la morte > e ai morti nei sepolcri > fa dono della vita. Con le parole del tropario di Pasqua, che cantiamo ogni domenica mattina, quando esprimiamo la nostra fede nella resurrezione di Cristo dai morti, vi diamo la triste notizia che questa mattina, 1° settembre, il nostro fratello Enzo si è addormentato nel Signore. La nostra fede nella resurrezione ci fa sperare che la comunione non viene meno. Eppure ogni distacco è perdita. Ma è anche motivo di memoria e di ringraziamento per quello che abbiamo vissuto, pur fra tante contraddizioni. Ora questo si fa memoria e occasione di rendimento di grazie per colui che è stato all’inizio della Comunità di Bose e che l’ha accompagnata per lungo tempo, come priore. Come sapete, amici e amiche, gli ultimi anni sono stati per la nostra Comunità molto dolorosi. Abbiamo sofferto e vi abbiamo fatto soffrire. Il male però non vanifica il bene e in questo momento vogliamo rendere grazie per tutto quello che Enzo ci ha insegnato e per il fratello che è stato e che resta. Il tempo ci ha impedito di giungere a una riconciliazione visibile, che proprio qualche settimana fa si andava esprimendo in passi concreti. Ci sembra dunque doveroso farvi partecipi dei passaggi più significativi dell’ultimo scambio di messaggi che c’è stato tra Enzo e il priore della Comunità, in occasione della festa della Trasfigurazione del Signore. Messaggio di Enzo Caro Sabino, cari fratelli e sorelle avrei voluto scrivervi nei giorni intorno al 20 luglio, ma purtroppo una infezione agli occhi mi ha reso cieco e ancora adesso non riesco a vedere bene dall’unico occhio che mi resta. La salute non è proprio buona anzi dovrò tornare presto in dialisi e ho la consapevolezza che ormai sono alla fine dei miei giorni e che è venuto davvero il tempo di sciogliere le vele … Vorrei proprio in questi ultimi giorni che si trovassero cammini di riconciliazione visibile con voi e che fosse possibile incontrarci e vederci … Spero che questo avvenga prima che io me ne vada. Troviamo una via perché io possa morire in pace e riconciliazione con voi … Buona festa, siate nella gioia e nella speranza e contate sulla mia e sulla nostra intercessione, con affetto fedele Enzo Risposta di Sabino Caro Enzo, grazie del tuo messaggio e delle tue parole fraterne. Sono contento di sentirti, soprattutto in questo giorno in cui facciamo memoria della nostra alleanza con il Signore e tra di noi. Alleanza che, benché messa alla prova dalla nostra pochezza, non viene meno, perché il Signore è fedele. Per questo anche noi ti ricordiamo a ogni eucaristia. Il tuo desiderio di un incontro raggiunge anche il mio, nella speranza che possiamo scambiarci parole di riconciliazione. Ho chiesto più volte di rivederti. Ora accolgo con gioia la tua richiesta. Credo sia bene, come tu dici, che ci vediamo … per immaginare insieme il modo in cui potresti incontrare i fratelli e le sorelle … Fammi sapere quando ti è possibile. Prego anche per la tua salute, perché il peso non ti sia troppo gravoso. Il Signore porti a compimento questi pensieri di pace. Ti abbraccio e auguro a te e a quanti vivono con te una serena festa della Trasfigurazione. Tuo fratello Sabino Purtroppo, subito dopo questo scambio, Enzo è stato ricoverato in ospedale perché la sua salute era gravemente compromessa. Questo ha impedito l’incontro desiderato da ambedue le parti. Noi fratelli e sorelle custodiamo, come un dono prezioso, questo desiderio che ora si realizza nelle mani di Dio, che solo conosce il cuore di ciascuno. Abbiamo creduto importante condividere anche con voi, amici e amiche, queste parole. Con voi che avete sofferto per quello che ha ferito la nostra Comunità. Con voi che avete pregato e sperato insieme a noi. Con Enzo ricordiamo anche i fratelli e le sorelle che gli sono stati vicini in questi ultimi anni alla Madia, e i fratelli di Cellole. testo originale https://www.monasterodibose.it/comunita/notizie/17158-per-il-nostro-fratello-enzo Ettore Macchieraldo
September 2, 2026
Pressenza
Recuperare la dimensione propriamente umana dell’umano
L’approfondimento condotto sul canale YouTube “Tracce di Classe” sul tema “Transumanesimo, IA e Palantir: il progetto per superare l’uomo”, ha messo in luce i costrutti concettuali e ideologici del transumanesimo come una delle ideologie del “tecnocapitalismo”. Ma cos’è, esattamente, il transumanesimo? È, in sostanza, l’ideologia del superamento dei limiti intrinseci, costitutivi, dell’uomo, della persona, attraverso la c.d. “ibridazione uomo-macchina”, l’ibridazione tra la persona e le tecnologie, al fine di potenziare il processo evolutivo dell’essere umano. Vale a dire, a seconda dell’interpretazione da assegnare al prefisso trans-, l’insieme di processi, funzioni e tecniche che si propongono di conseguire un “nuovo” o “diverso” stadio dell’evoluzione umana con cui portarsi “oltre” o “al di là” dell’umanità stessa dell’essere umano, superandone, con il supporto e l’innesto della tecnologia, i limiti intrinseci: le fragilità, le disabilità, le inabilità, le malattie, l’indebolimento, l’invecchiamento, la morte. Lo snodo concettuale che agita il fondo dell’ideologia transumanista è dunque questo, considerare il corpo come un limite e le tecnologie come un mezzo per superare il limite umano rappresentato dal corpo. Non si tratta cioè della “applicazione” della tecnologia al servizio del benessere (ad es. le applicazioni medicali che consentono di superare o moderare disabilità temporanee o permanenti) o dell’utilizzo delle tecniche per il miglioramento delle attività umane (ad es. le applicazioni tecnologiche che consentono di velocizzare o semplificare determinate attività); si tratta dell’innesto, e quindi della “ibridazione”, della tecnologia per alterare la costituzione fisica stessa del soggetto ed abbattere i limiti costitutivi della persona umana. Coniato nel 1957 dal biologo Julian Huxley per indicare un qualche “superamento” dei limiti umani, il termine “transumanesimo” si sostanzia oggi non solo in un’ideologia, ma anche in un’organizzazione internazionale. La World Transhumanist Association (Associazione Transumanista Mondiale), fondata dai filosofi David Pearce e Nick Bostrom nel 1998, mostra come il movimento si muova sul piano politico, con una sua propria organizzazione internazionale, retta dai principi di un manifesto politico, la Dichiarazione transumanista, la cui versione del 2009, ad esempio, sostiene che: «l’umanità sarà profondamente trasformata dalla scienza e dalla tecnologia del futuro. Prevediamo la possibilità di ampliare il potenziale umano tramite il superamento dell’invecchiamento, delle limitazioni cognitive, della sofferenza involontaria e della nostra prigionia sul pianeta Terra» (§1). Inoltre, propugna «il benessere di tutti gli esseri senzienti, compresi gli esseri umani, gli animali non umani, e qualunque altra futura mente artificiale, forme di vita modificate, o altre intelligenze a cui il progresso tecnologico e scientifico possa dar luogo» (§7); sostiene «che agli individui venga riconosciuta un’ampia libertà di scelta su come condurre le proprie vite. Ciò include l’uso di tecniche che possano essere sviluppate per aiutare la memoria, la concentrazione, l’energia mentale; terapie di estensione della vita; tecnologie di scelta riproduttiva; procedure crioniche; e molte altre possibili modificazioni umane e tecnologie di miglioramento» (§8). Ma cosa vuol dire “superare il limite” della medesima corporeità umana? Vuol dire non solo violare di fatto l’intrinseca natura umana dell’uomo; ma anche esporre l’uomo a pratiche sostanzialmente contro-umane o anti-umane che ne violano l’integrità e, di conseguenza, la dignità: il caso delle applicazioni che possono aiutare ergonomicamente il lavoratore a portare oggetti oltremodo pesanti o condurre macchine oltremodo onerose o indurne una permanente iperconnessione (la pratica diviene così strumento di vera e propria “lotta di classe” contro il lavoratore, all’insegna del produttivismo, della iper-produttività, dello sfruttamento); o ancora il caso degli esoscheletri, dei visori, dei dispositivi digitali che aumentano la velocità del soldato, o la sua resistenza allo sforzo, o la sua profondità visuale, e quindi diventano strumento di ampliamento della potenza di guerra. Così orientato, il transumanesimo serve le ragioni e le finalità del capitalismo e della guerra. Di questa deriva, la manifestazione ideologica e pratica più radicale è indubbiamente offerta dal Manifesto di Palantir dell’aprile 2026. Molti suoi passaggi sono esplicativi: “La Silicon Valley ha un debito morale verso il Paese che ha reso possibile la sua ascesa. L’élite ingegneristica della Silicon Valley ha l’obbligo affermativo di partecipare alla difesa della nazione” (§1). “La capacità delle società libere e democratiche di prevalere richiede qualcosa di più dell’appello morale. Richiede l’hard power, e l’hard power in questo secolo sarà costruito sul software” (§4). “Alcune culture hanno prodotto progressi vitali; altre restano disfunzionali e regressive” (§21). Un mix intrinsecamente gerarchico e suprematista. Il transumanesimo così orientato diviene dunque l’ideologia della fuoriuscita dell’uomo da sé stesso, della fungibilità della persona umana, del suo, effettivo o potenziale, asservimento alle ragioni della massimizzazione dell’accumulazione, della tecnica, dell’artificio, del capitale e del potere. Funge da supporto ideologico, o, quanto meno, concettuale, alla potenza capitalistica giunta alla stagione contemporanea del proprio sviluppo storico e sociale, e in particolare fa da retroterra ideologico o, almeno, concettuale alla deriva (suprematista e gerarchica) del tecnofeudalesimo del tempo presente. È proprio l’appropriazione dell’uomo di sé stesso, il ritorno dell’uomo all’uomo, il recupero della dimensione propriamente umana dell’umano, il più forte e, in ultima istanza, irriducibile antidoto a questa deriva. Attraverso questa appropriazione, l’essere umano riafferma la propria dignità, riprende il proprio destino nelle proprie mani e ridefinisce gli spazi della propria libertà, ritorna artefice e protagonista dell’evoluzione della società e della storia. Di fronte all’alienazione che porta il soggetto a perdere il controllo sul proprio lavoro, sul processo e il prodotto del lavoro, sulle relazioni sociali e, in ultima istanza, sul proprio corpo, attraverso questa riappropriazione (superamento della proprietà privata, dell’oppressione e dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, del dominio della tecnica sulla creatività), l’uomo si riappropria della sua “essenza generica” (il lavoro come espressione creativa autodeterminata) e quindi della dinamica della propria vita. All’opposto del transumanesimo infatti l’umanesimo esprime proprio l’avanzamento delle condizioni generali di vita dell’essere umano, dal punto di vista sia materiale sia spirituale, senza alterare e rispettando profondamente la natura dell’essere umano e la sua collocazione in un sistema di rapporti sociali e in un più ampio ecosistema complesso (rispetto al quale non è “sopra” o “contro”, ma “parte”, capace di applicare in maniera positiva l’unicità conferitagli dalla propria creatività). Karl Marx lo aveva espresso in maniera compiuta già nei Manoscritti economico-filosofici del 1844, studiando «il comunismo come soppressione positiva della proprietà privata intesa come auto-estraniazione dell’uomo, e quindi come reale appropriazione dell’essenza dell’uomo mediante l’uomo e per l’uomo; perciò come ritorno dell’uomo per sé, dell’uomo come essere sociale, cioè umano, ritorno completo, fatto cosciente, maturato entro tutta la ricchezza dello svolgimento storico sino ad oggi. «Questo comunismo s’identifica, in quanto naturalismo giunto al proprio compimento, con l’umanesimo, in quanto umanesimo giunto al proprio compimento, col naturalismo; è… la vera risoluzione della contesa tra l’esistenza e l’essenza, tra oggettivazione e autoaffermazione, tra libertà e necessità, tra l’individuo e la specie. È la soluzione dell’enigma della storia, ed è consapevole di essere questa soluzione».  Gianmarco Pisa
August 30, 2026
Pressenza
Praticare la disobbedienza evangelica
L’Evangelo della strada contro le ragioni del potere e della gerarchia. Solidarietà delle Comunità Cristiane di Base italiane a don Massimo Biancalani e alla comunità di accoglienza di Vicofaro e Ramini dopo la decisione del Vaticano e l’attacco politico. La storia di Vicofaro (Pistoia) negli ultimi dieci anni ha rappresentato una delle esperienze più luminose e scomode della Chiesa italiana contemporanea: di fronte alla progressiva distruzione del sistema pubblico di accoglienza, all’inaspri-mento delle norme sull’immigrazione e all’abbandono di centinaia migranti per strada, don Massimo Biancalani ha scelto di applicare senza mediazioni la parola dell’Evangelo: «Ero straniero e mi avete accolto» (Matteo 25,35). La parrocchia di Santa Maria Maggiore a Vicofaro ha spalancato la chiesa, la canonica e i locali parrocchiali per trasformarli in una casa comune. Un’esperienza di accoglienza radicale che ha ridato dignità a centinaia di ragazzi invisibili, ma che ha simultaneamente scatenato un feroce assedio mediatico, politico e istituzionale, culminato con lo sgombero della struttura da parte delle forze dell’ordine e nella decisione definitiva del Dicastero per il Clero della Santa Sede di respingere il ricorso canonico di don Massimo, confermando la sua rimozione dalle parrocchie di Vicofaro e Ramini. Dopo anni in cui l’accoglienza di don Massimo a Vicofaro è stata criminalizzata come degrado dalla propaganda xenofoba, le recenti esultanze di esponenti della maggioranza di governo per la decisione del Vaticano mostrano la miseria morale di certa “cattiva politica” che costruisce consenso sulla discriminazione, dove festeggiare la punizione del sacerdote significa applaudire all’abbandono dei poveri e alla sconfitta della Costituzione e dei diritti umani. Da parte sua la gerarchia – dall’ex vescovo diocesano Tardelli al nuovo vescovo Mascagna sino alla Curia romana – ha scelto di dare ascolto alla logica del sospetto, al malcontento dei «parrocchiani tranquilli» preoccupati dal «calo dei sacramenti» e dalla presenza di giovani stranieri. Mentre a parole si invoca la «Chiesa sinodale», la «Chiesa in uscita» e l’attenzione alle «periferie umane», nei fatti ancora una volta la gerarchia censura e rimuove chi quelle periferie le ha portate nel cuore stesso della comunità ecclesiale: quando la carità diventa profezia che disturba il potere costituito, il diritto canonico viene trasformato in uno strumento di normalizzazione e di disciplina. Quando la Parola di Dio viene calata nella vita degli ultimi, il luogo sacro cambia natura: a Vicofaro la liturgia si è fatta condivisione del pane e del giaciglio con i migranti. Quando una comunità locale non si limita ad obbedire alle direttive episcopali, ma decide autonomamente di farsi casa delle ultime e degli ultimi, la gerarchia vede questa autonomia come una minaccia da reprimere. L’istituzione ecclesiastica punisce don Massimo perché ha preferito stare con gli ultimi rispetto alla sacralità burocratica dei paramenti; ha scelto di “allargare” i registri parrocchiali e mettere i beni ecclesiastici al servizio di chi ne ha davvero bisogno, mentre il problema “casa e abitare” esplode per inadempienze del potere politico. Vicofaro mette a nudo lo storico compromesso tra il potere ecclesiastico e il potere politico: di fronte a leggi disumane e xenofobe, don Massimo ha praticato la disobbedienza evangelica, ricordandoci che la fedeltà al Vangelo richiede spesso di “andare contro” il Codice di Diritto Canonico e i decreti di governo. Come Comunità Cristiane di Base Italiane abbracciamo don Massimo, le volontarie e i volontari e la comunità dei migranti di Vicofaro e di Ramini, riconoscendo in loro la parte migliore della chiesa e della società civile, capace di resistere all’odio istituzionalizzato e alla solitudine del rifiuto. Nessun atto amministrativo della Curia o blitz di polizia potrà cancellare la verità storica e teologica di ciò che è stato realizzato: l’esperienza di Vicofaro vive nella coscienza di chi vi ha partecipato e continua ovunque ci si opponga all’oppressione dei migranti. Rivolgiamo un appello a tutta la rete del laicato critico, ai movimenti di base, al mondo dell’associazionismo e alla società civile affinché non si consumi nell’indifferenza l’ennesimo atto di normalizzazione clericale e politica. Invitiamo tutte le comunità e i gruppi di base a moltiplicare i luoghi di accoglienza e di resistenza, continuando a denunciare l’alleanza tra la “cattiva politica” e silenzi ecclesiastici. Le Comunità Cristiane di Base italiane – 22 agosto. La Bottega del Barbieri
August 29, 2026
Pressenza
Solidarietà a Don Massimo Biancalani
Il Forum per la Pace Versilia si schiera decisamente a fianco di don Massimo Biancalani allontanato per ben due volte dalle Parrocchie dove svolgeva opera di accoglienza di giovani migranti che non solo ospitava, ma a cui insegnava un lavoro e la lingua italiana. Egli ha incarnato i valori evangelici in modo del tutto laico, condivisibile da chiunque di buona volontà,  credente e non, ma ostico ai “benpensanti” e alle strutture di potere. Esprimiamo a lui tutta la nostra solidarietà e chiediamo che venga messo in condizione di continuare il suo prezioso operato. Forum per la Pace Versilia Redazione Italia
August 29, 2026
Pressenza
Montello Spa al Meeting di Rimini, Comitato Aria Pulita scrive a Papa Leone XIV
Al Meeting di Comunione e Liberazione svoltosi a Rimini, Roberto Sancinelli, presidente e amministratore delegato di Montello S.p.A., ha parlato di impresa, sostenibilità e responsabilità sociale. Da queste parole nasce la riflessione del Comitato Aria Pulita Tomenone. La partecipazione di Montello S.p.A. al Meeting di Rimini può certamente essere presentata come un’occasione per parlare di economia circolare, innovazione e sviluppo industriale. Ma proprio per questo sarebbe opportuno che, accanto alla vetrina del Meeting, venissero affrontate con altrettanta chiarezza le criticità che da tempo riguardano lo stabilimento di Montello. Non basta parlare di sostenibilità nei convegni: la sostenibilità deve essere verificabile anche sul territorio dove un’azienda opera. I cittadini hanno il diritto di chiedere risposte concrete sui miasmi e sugli eventuali problemi ambientali e sanitari segnalati nel tempo, così come hanno il diritto di conoscere dati, controlli, prescrizioni e risultati relativi alle emissioni e agli impatti dello stabilimento. Particolare attenzione merita inoltre qualsiasi ipotesi di realizzazione di un inceneritore o di un impianto di trattamento termico dei rifiuti nell’area di Montello. Un progetto di questo tipo, se effettivamente previsto, non può essere valutato soltanto in termini di investimenti e occupazione: deve essere sottoposto a una rigorosa valutazione ambientale e sanitaria, con la massima trasparenza e con il coinvolgimento della popolazione. Come ha scritto Eugenio Beccalli, portavoce del Comitato Aria Pulita Tomenone: “Il fatto che un’azienda operi nel settore del recupero e del riciclo non significa automaticamente che ogni sua attività o ogni suo progetto sia privo di impatto. Proprio chi si presenta come esempio di economia circolare dovrebbe essere il primo a pretendere standard ambientali elevatissimi, controlli indipendenti e piena trasparenza verso la comunità. Per questo, prima di celebrare Montello S.p.A. come “fiore all’occhiello”, sarebbe corretto chiedersi se tutte le criticità dello stabilimento siano state realmente risolte e se i cittadini di Montello e di tutti i paesi limitrofi come Bagnatica, Brusaporto, San Paolo d’Argon, Costa di Mezzate, Albano Sant’Alessandro possano considerarsi adeguatamente tutelati. Il confronto tra imprese, istituzioni e mondo produttivo è importante. Ma non può diventare una vetrina nella quale si parla di sostenibilità a Rimini mentre sul territorio restano domande senza risposta. La vera sostenibilità si misura soprattutto fuori dai palcoscenici: negli impianti, nell’aria che respirano i cittadini, nella tutela dell’ambiente e nella trasparenza delle decisioni. Montello e tutti i comuni interessati meritano sviluppo e occupazione, ma uno sviluppo compatibile con l’ambiente e con la salute pubblica. E prima di parlare di nuovi impianti, occorre fare piena luce sulle criticità esistenti.” Se creare valore significa creare valore per tutti, anche le comunità che vivono accanto agli impianti devono essere ascoltate. Il Comitato Aria Pulita Tomenone ha scritto a Papa Leone XIV per portare all’attenzione le preoccupazioni del nostro territorio: molestie odorigene, qualità dell’aria, ambiente, salute e trasparenza. Come scrive Beccalli: “Non siamo contro il lavoro, l’impresa o lo sviluppo. Chiediamo che sviluppo, ambiente e salute possano convivere. La sostenibilità deve essere concreta e verificabile nei territori, attraverso un confronto autentico tra cittadini, imprese e istituzioni. Non chiediamo di scegliere tra lavoro e ambiente. Chiediamo che non sia necessario scegliere.” Di seguito il testo della missiva:   Santità, il Comitato Aria Pulita del territorio del Monte Tomenone si rivolge rispettosamente a Lei per sottoporre alla Sua attenzione una vicenda che da anni coinvolge le comunità di Montello e dei Comuni limitrofi. La presenza di Montello S.p.A. al Meeting di Rimini rappresenta un’importante occasione per parlare di economia circolare, impresa, innovazione e sostenibilità. Abbiamo inoltre ascoltato con attenzione le parole del presidente e amministratore delegato di Montello S.p.A., Roberto Sancinelli, sul ruolo dell’impresa e sulla necessità che il profitto sia capace di creare valore per la società. Proprio da questo principio nasce la nostra richiesta. Se creare valore significa creare valore per tutti, questo valore deve comprendere anche le comunità che vivono accanto agli impianti. Da anni i cittadini di Montello, Bagnatica, Brusaporto, San Paolo d’Argon, Costa di Mezzate e Albano Sant’Alessandro segnalano problematiche legate alle molestie odorigene e chiedono risposte chiare sulla qualità dell’ambiente nel quale vivono. Non si tratta soltanto di percezioni o di una contrapposizione tra cittadini e impresa. Gli stessi atti istituzionali riportano gli esiti di monitoraggi effettuati da ARPA Lombardia, che nel 2021 individuarono nell’impianto Montello la fonte primaria delle molestie odorigene percepite a Bagnatica. Successivi monitoraggi hanno continuato a evidenziare la presenza di fenomeni odorigeni sul territorio. La questione, pertanto, merita di essere affrontata con trasparenza e senza contrapposizioni ideologiche. A questo si aggiunge il progetto relativo alla valorizzazione energetica dei residui derivanti dalle attività di recupero e riciclo dello stabilimento Montello. Riteniamo che un progetto di tale rilevanza debba essere valutato non soltanto sotto il profilo economico e occupazionale, ma anche considerando con la massima attenzione gli aspetti ambientali, sanitari e territoriali, con controlli rigorosi e indipendenti e con un reale coinvolgimento delle comunità interessate. Santità, non chiediamo di scegliere tra lavoro e ambiente. Chiediamo che non sia necessario scegliere. Riteniamo che una vera economia circolare debba essere capace di coniugare sviluppo industriale, occupazione, tutela dell’ambiente, salute delle persone e qualità della vita delle comunità. Per questo Le chiediamo, con rispetto, di rivolgere la Sua attenzione anche alla voce di questa comunità e di incoraggiare, attraverso la Sua autorevolezza, un confronto responsabile tra cittadini, impresa e istituzioni. Chiediamo soprattutto che prima di celebrare qualsiasi realtà industriale come esempio di sostenibilità vengano affrontate con chiarezza le criticità ancora segnalate nei territori nei quali essa opera. La sostenibilità non può essere soltanto un concetto discusso sui palcoscenici dei convegni. Deve essere verificabile nei territori. Deve essere percepibile nella qualità dell’aria che respirano le persone, nella tutela dell’ambiente, nella trasparenza dei dati e nella possibilità per i cittadini di essere ascoltati quando esprimono preoccupazioni sul futuro della propria comunità. Santità, ci permettiamo di rivolgerci a Lei anche richiamando il tema della cura della nostra “casa comune”: perché la tutela del creato passa inevitabilmente anche dalla tutela concreta dei luoghi nei quali le persone vivono, lavorano e crescono i propri figli. Montello e i Comuni circostanti meritano lavoro, sviluppo e opportunità. Ma meritano anche un futuro nel quale sviluppo economico, ambiente e salute possano procedere insieme. Confidando nella Sua attenzione e nella Sua sensibilità verso la tutela del creato, della dignità delle persone e delle comunità, La ringraziamo per l’ascolto e Le porgiamo i nostri più rispettosi saluti.   Con profondo rispetto,   Eugenio Beccalli, Portavoce Comitato Aria Pulita Tomenone – Montello (BG)   Redazione Sebino Franciacorta
August 28, 2026
Pressenza
Guerra all’agricoltura biodinamica, Carlo Triarico: “Oggi serve un’agricoltura artigiana che liberi e potenzi l’umano dell’uomo”
Pubblichiamo di seguito la risposta di Carlo Triarico, Storico della Scienza e Presidente dell’Associazione per l’Agricoltura Biodinamica, all’articolo di Silvana De Mari su La Verità in attacco frontale all’agricoltura biodinamica, metodo di produzione agroecologico, olistico e sostenibile basato sugli insegnamenti spirituali ed esoterici del filosofo Rudolf Steiner, padre dell’Antroposofia. L’articolo di Silvana De Mari pubblicato il 12 agosto su La Verità, ha destato giustamente indignazione da diverse parti, con una considerazione comune: si possono citare fatti veri e non dire il vero. Assimilare Rudolf Steiner ad Aleister Crowley, un occultista anticristico, attraverso il “Steiner collaborava con, a sua volta amico di, che conosceva…” è un espediente retorico col quale sarebbe possibile accostare chiunque a chiunque, senza nessun grado di separazione e dare un’idea completamente errata di un qualsiasi soggetto descritto. Del resto a far dubitare della sensatezza del metodo dell’articolo, basti pensare che la Federazione delle Scuole Waldorf Steiner, accusate dalla dottoressa De Mari di fondamenti demoniaci e anticristiani, è membro della FOE, la Federazione delle Scuole non statali fondata sulla Dottrina della Chiesa Cattolica. Se dunque adottassimo il procedere retorico di Silvana Mari, in un solo passaggio potremmo includere le stesse scuole cattoliche, che immagino De Mari difenda, nella catena dell’occultismo nero. Mi si permetta da storico di dire che questo metodo è privo di rigore. Come è noto, una figura di interesse storico è valutata con criteri scientifici e solo col ricorso ad archivi autorevoli di fonti primarie e secondarie, nonché con la valutazione dei frutti della sua opera. Cautela che, di tutta evidenza, è mancata nell’articolo. La pedagogia, la medicina, l’agricoltura biodinamica sono tutte incentrate da Steiner sulla libertà dell’essere umano e costituiscono un esempio che non può non dirsi cristiano, per dirla con Benedetto Croce. Da presidente dell’Associazione Biodinamica ho dovuto affrontare negli ultimi anni, coi miei soci imprenditori seri del nostro paese, una potente campagna di mistificazione e discriminazione di questa agricoltura, che in realtà è stata la fondatrice del movimento biologico all’inizio del Novecento. Abbiamo dovuto difenderla noi dell’Associazione per l’Agricoltura Biodinamica e tutti hanno notato il silenzio e l’assenza di sostegno di tanti che dal biodinamico hanno costruito arricchimenti finanziari e di potere. La campagna è stata così potente da aver coinvolto premi Nobel e lo stesso presidente della Repubblica mentre, come avvenuto in altre campagne totalizzanti nel nostro paese, è stato impedito il contraddittorio. La dottoressa De Mari ha così usato notizie prese da quella campagna e paradossalmente da correnti che penso giudicherebbe ostili al suo credo. I disciplinari dell’agricoltura biodinamica andrebbero finalmente conosciuti attraverso spazi di confronto liberi, che ancora aspettiamo. Si scoprirebbe che la prima biotecnologia dell’humus la si deve proprio alla biodinamica, insieme alla prima proposta di un modello agroalimentare ecologico. I disciplinari biodinamici contengono solo tecniche agronomiche sensate. Certo, ben diverse da quell’agricoltura industriale che tratta la terra come materia e gli esseri, anche quelli umani, come strumenti prima e come rifiuti dopo. D’altro canto in questi giorni abbiamo sentito giornalisti informare che gli agricoltori italiani stessi non servono più a niente. Possiamo osservare lucidamente il processo di annullamento dell’umano nel mondo rurale avvicinarsi ai suoi esiti finali. Una comune missione per unire tanti esseri umani di buona volontà alla terra, potrebbe però concorrere a far comprendere che l’agricoltura artigiana garantisce oggi sia l’alimentazione della maggior parte della popolazione mondiale, sia la tenuta dei territori più fragili. Per questo l’agricoltura biodinamica ha fatto nascere l’agricoltura biologica con un connotato umanitario e ponendo l’urgenza di un nuovo modello agricolo. Sì, oggi è urgente e possibile un’agricoltura artigiana che liberi contadini e cittadini e potenzi l’umano dell’uomo. L’attacco all’agricoltura biodinamica è stato il tentativo di separarla dal biologico e portare così la crescente e ormai ineludibile affermazione della bioagricoltura a divenire un ennesimo marchio di qualità del modello industriale. È possibile che questo sarà, forse è anche probabile che questo sarà. Dopo il tentativo di eliminarla, l’agricoltura biodinamica è oggi soggetta a un processo di normalizzazione, capace di farle perdere quel portato cristiano e umanitario, quindi rivoluzionario, che è d’esempio per larga parte del mondo agroalimentare italiano libero. È di questi giorni la notizia, diffusa da giornali finanziari, della possibile scalata della più importante catena del biologico e biodinamico da parte di gruppi potentissimi dell’agroalimentare industriale. Al di la del vero di tali notizie, il solo fatto che ciò si possa dare per possibile manifesta la direzione che biologico e biodinamico stanno per prendere se non ci attiviamo: la perdita della loro forza di nuovo modello agricolo. L’agricoltura biodinamica, per sua natura, non è però assimilabile alle forze che dominano oggi le sorti agricole in Italia. A queste non possiamo consegnarne il futuro, per quanto esponenti autorevoli dell’ambiente biodinamico siano corsi a rassicurare, sulle stesse pagine de La Verità, sulla compatibilità e innocuità della biodinamica, o dell’antroposofia, per il sistema. In realtà l’agricoltura biologica e biodinamica non sono riducibili a un modello industriale identico a se stesso, ma solo privo di pesticidi. Se operassimo per questo perderemmo un appuntamento di portata evolutiva. L’Associazione Biodinamica ha fatto scelte coraggiose e difficili, il cui esito dipende anche da chi ora legge, dal risveglio individuale e da quanti vorranno porsi al suo fianco. Non è sola e insieme a tanti enti importanti dell’agroalimentare italiano, sta dando vita a “Terra comune”, l’alleanza di centinaia di organizzazioni, comitati e operatori che non cederanno le loro forze a un processo transumano. Saremo in tanti a Roma, il 18 ottobre, per scrivere in un’assemblea, obiettivi e campagne di una nuova alleanza dell’agroalimentare italiano. Davanti a noi ci sono eventi mondiali di grande portata a cui siamo chiamati. Possano comprenderlo innanzitutto coloro che trovano in Steiner un riferimento innovativo capace d’interpretare il presente dell’umanità e le sue crisi a tutte le latitudini. Possano mobilitarsi le coscienze di ciascuno e di tutti e agire. Non si tratta certo solo di salvare l’Associazione Biodinamica dai tentativi di conquista a cui è sottoposta da tre anni. È in gioco qualcosa di più grande, contenuto nelle ragioni e nelle speranze della biodinamica e che è intimamente umano. Ho visto con gioia infinita tante voci levarsi sull’articolo della dottoressa De Mari, come non era avvenuto in precedenti casi. Qualcosa di importante sta avvenendo dunque in questo risveglio di coscienze, in questa forza di spirito che ha chiamato a testimoni tanti di noi, uscendo dal torpore, deponendo la nostra rassegnazione. Come è evidente, siamo dentro grandi guerre spirituali e materiali, fra concentrazioni di poteri, saperi e ricchezze nelle mani di pochi, come mai prima nella storia dell’umanità. Il movimento biodinamico stesso non è indenne dal fascino di questo processo. Eppure quando tutto sembra perso, io ricordo sempre che il male consuma anche se stesso e che, a differenza di esso, l’essere umano può alimentarsi dal bene e farcela. Un movimento biodinamico libero, con un’antroposofia capace di grande forza spirituale, è quel tipo di alimento, lavorando alla formazione di comunità e non da soli.   di Carlo Triarico – Storico della Scienza, Presidente dell’Associazione per l’Agricoltura Biodinamica, Direttore in APAB, Istituto di formazione riconosciuto, Direttore di Agrifound (ente di ricerca), Membro del Comitato Permanente Ricerca in Agricoltura Biologica e Biodinamica del Ministero dell’Agricoltura, Editorialista per l’Osservatore Romano, Direttore della rivista Bioagricoltura. Svolge un’intensa attività di volontariato, divulgazione e insegnamento. Redazione Italia
August 28, 2026
Pressenza
La testimonianza di Munther Isaac, cristiano palestinese in una chiesa italiana
Intervenuto al Sinodo delle chiese metodiste e valdesi e all’incontro sul tema “Un momento di verità: la fede in tempo di genocidio“,  il reverendo Munther Isaac ha descritto la propria esperienza a Torre Pellice nel testo intitolato “Come una chiesa è diventata un luogo dove la coscienza è chiamata a risvegliarsi“. Nato nel 1979 a Beit Sahour (la città sorta nel luogo dove, secondo i Vangeli, gli angeli annunciarono ai pastori la nascita di Gesù), il pastore delle chiese evangeliche luterane di Beit Sahour e di Betlemme, rettore del Bethlehem Institute for Peace and Justice (BIPJ) e direttore di Christ at the Checkpoint (CATC) è anche un co-autore di A Moment of Truth: Faith in a Time of Genocide, il documento approvato da Kairos Palestine al convegno del novembre 2025 e a cui recentemente hanno aderito numerose organizzazioni e accademie protestanti, tra cui la Chiesa Presbiteriana degli USA (PCUSA), l’American Academy of Religion, la Conferenza della Chiesa Metodista di Gran Bretagna e il Sinodo Generale della Chiesa di Inghilterra. Alle proprie riflessioni sull’incontro svolto nella chiesa valdese di Torre Pellice il 20 agosto scorso, il reverendo Munther Isaac ha premesso una frase del pastore della comunità locale, Michel Charbonnier: «Una chiesa non può essere semplicemente un luogo di culto, ma deve essere anche un luogo in cui la coscienza è chiamata a risvegliarsi, e la chiesa deve imparare a lasciarsi turbare dal dolore del mondo».  > Questa settimana ho avuto l’opportunità unica di parlare a Torre Pellice, un > borgo storico nel nord Italia, ricco di storia e profondamente legato alla > comunità valdese, una comunità che ha subito gravi oppressioni, persecuzioni e > ingiustizie nel corso dei secoli, per poi emergere come una comunità impegnata > nella guarigione e nella riconciliazione. > > Oggi, questo piccolissimo villaggio di circa 4.500 abitanti ospita una delle > espressioni più memorabili di testimonianza cristiana profetica che io abbia > mai incontrato. > > Sono stato invitato a tenere una conferenza nel villaggio nell’ambito del > Sinodo della Chiesa Valdese e Metodista, che si svolge a Torre Pellice. > > Ho parlato a una chiesa gremita, piena di persone venute ad ascoltare, > imparare e mostrare solidarietà. > > Ciò che mi ha colpito davvero è stata l’esposizione che ho trovato all’interno > della chiesa: migliaia di fogli di carta con migliaia di nomi di persone > uccise nel genocidio di Gaza, una testimonianza di riconoscimento e di lutto, > e un grido di giustizia. > > Ho iniziato il mio intervento con un commosso riconoscimento > dell’installazione. Mi ha ricordato, almeno in parte, ciò che abbiamo fatto > nella nostra chiesa di Betlemme più di due anni fa con il presepe “Cristo tra > le macerie”. Tra le tante cose che volevamo dire c’era questa: in un momento > in cui assistevamo alla giustificazione e alla razionalizzazione > dell’uccisione dei nostri figli, noi abbiamo soffermato la nostra attenzione > nell’immagine di Cristo in ogni bambino estratto dalle macerie. Mentre il > mondo disumanizzava i palestinesi, noi abbiamo mostrato la dignità e il valore > di ogni essere umano, compresi i palestinesi, avvolgendo Gesù in una kefiah e > dicendo al mondo: “Questa è la realtà in Palestina“. > Ho anche fatto notare che, durante tutto questo genocidio, mi è stato spesso > chiesto: “Dov’è Dio? Perché Dio permette tutto questo?”. > > La mia risposta è sempre stata che non stiamo parlando di un terremoto o di un > tornado. > > Questa è una tragedia causata dall’uomo: esseri umani che massacrano altri > esseri umani. > > La vera domanda, quindi, non è: “Dov’è Dio?”, ma piuttosto: “Dove sono le > brave persone del mondo? Dove sono le persone di fede?“. > > Essere a Torre Pellice mi ha ricordato che la Chiesa non è sempre silenziosa. > > Ci sono coloro che ascoltano, che si preoccupano, che si lamentano e che > invocano giustizia. > > E sono andati ben oltre il gesto incredibilmente toccante di apporre i nomi > degli abitanti di Gaza all’interno della chiesa dove pregano ogni domenica. Si > sono anche mobilitati, hanno fatto pressione e hanno donato generosamente per > il popolo palestinese e di Gaza. > > Ho avuto l’onore di incontrare il pastore della chiesa, Michael Charbonnier, > che ha introdotto il mio intervento con una breve ma profonda riflessione > teologica. > > Le sue parole sono state incisive e credo che valga la pena citarle. Se i > cristiani di tutto il mondo credessero e mettessero in pratica ciò che ha > detto, sono convinto che oggi ci troveremmo in una situazione ben migliore. > > Ha iniziato spiegando perché questi nomi appartengono a una chiesa: > > «Una chiesa non può essere semplicemente un luogo di culto, ma deve essere > anche un luogo in cui la coscienza è chiamata a risvegliarsi, e la chiesa deve > imparare a lasciarsi turbare dal dolore del mondo»; > > «Questa non è una mostra. È un modo per tenere sempre presente, soprattutto > quando ci riuniamo qui in preghiera, ciò che preferiremmo tanto fingere di non > vedere». > > Ha poi spiegato perché ascoltare la voce degli oppressi non deve essere > confuso con l’abbandono della pace o del dialogo: > > «Questa non è una scelta contro la pace, ma a favore della vera pace. Perché > non c’è pace senza giustizia, non c’è riconciliazione senza riparazione… La > preghiera per la pace diventa autentica quando si traduce nella difesa della > dignità, dei diritti e della libertà di ogni persona». > > E infine, ha fondato questa testimonianza su Gesù stesso:  > > «Gesù stesso non era equidistante. Scelse da che parte stare: dalla parte > degli esclusi, degli ultimi, dei perseguitati e degli oppressi. La fedeltà al > Vangelo non ci chiede di essere neutrali; ci chiede di stare dove Lui stava: > dalla parte delle vittime». > > Ho lasciato Torre Pellice profondamente umile e grato per la testimonianza > della Chiesa Valdese, e in particolare per la testimonianza del pastore > Michael e della comunità di Torre Pellice. > > Possa questo genocidio finire. Possa la giustizia prevalere. > > Munther Isaac, 22 agosto 2026 * How a Church in Italy Became a Place Where Conscience is Called to Awaken * Un momento di verità: la fede in tempo di genocidio Maddalena Brunasti
August 24, 2026
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