Verde Urbano ‘latu sensu’, dalla Bretagna a Bologna – Green Deal
Le ondate di calore di una estate ufficialmente riconosciuta da Copernicus come
la più calda mai registrata in Europa Occidentale hanno portato non solo a
riflettere sulla urgenza di misure emergenziali in ambito urbano, a partire
dalla creazione di rifugi climatici, ma anche alla nascita di una fitta rete di
gruppi di cittadini impegnati nella difesa degli spazi verdi che una folle
politica di cementificazione distruttrice di suolo per il profitto di pochi
intende aggredire senza ritegno, come sappiamo dalle mappe di Ispra curate da
Michele Munafò.
Ci ricorda Elena Granata come abbiamo progettato città impermeabilizzando il
suolo, tombando fiumi e canali, canalizzando l’acqua piovana, eliminando il
verde spontaneo.
Oggi sappiamo che le città devono trattenere l’acqua, veder aumentare la
permeabilità dei suoli e piantare alberi depavimentando, creando ombra,
riducendo l’asfalto e appoggiandosi al verde come infrastruttura climatica di
sopravvivenza.
Secondo Paolo Pileri il progetto urbano ‘deve togliere’ ripensando e
ridisegnando gli spazi, rivedendo proporzioni e geometrie per re-inventarsi
nuovi suoli, prati, arbusti, piante.
Ripermeabilizzazione e depavimentazione significano rimozione completa
dell’asfalto e poi ricostituzione del suolo che ne aumenti la permeabilità,
dando nuovo fiato alla cultura delle green belts e dei green corridors, decenni
fa progettati in funzione della tutela di biodiversità ed ancor più della
necessità di dotare le città di barriere vegetative periurbane, come difesa dal
particolato fine, che rende cancerogena l’aria padana secondo lo IARC di Lione
allora diretto da Renzo Tomatis, con cui condivisi la militanza nella redazione
del “Sapere” di Giulio Maccacaro.
Spazi verdi: il percorso di Bologna e Parigi
Si inserisce in questo contesto una riflessione dell’amico Mauro Felicori,
rigeneratore della Reggia di Caserta e prima Dirigente apicale del Comune di
Bologna: con lui, Francesco Indovina e Bernardo Rossi Doria lavorammo anche,
quaranta anni fa, alla proposta di dedicare uno spazio pubblico di Bologna ad
una “Biblioteca ed Emeroteca dell’Ambiente”, che divenisse anche custode degli
Archivi dell’Associazionismo ecologista di cui conoscevamo il rischio di
dispersione.
Sempre in quegli anni a Bologna Pier Luigi Cervellati, lavorando
sull’OrtoFotoPiano della città, spiegava come realizzando piccole porte nei muri
perimetrali dei giardini che abbellivano gran parte dei palazzi in Centro
Storico si sarebbe potuto dare vita ad uno splendido Parco Urbano diffuso da
rendere accessibile al passeggio ed alla fruizione pubblica, ovviamente
accessibile solo secondo tempistiche coerenti con le esigenze degli abitanti e
con rigorosi controlli all’accesso e misure di sorveglianza dei percorsi.
L’ iniziativa che Mauro Felicori propone oggi nasce da quando a Parigi gli venne
mostrata la mappa termica della città con le aree colorate in base alla
temperatura media, mappa da cui emergeva il cimitero del Père-Lachaise come
grande areale verde, con qualità dell’aria migliore rispetto alle zone
circostanti e fonte d’Ossigeno paragonabile al Bois de Boulogne.
Maturò allora in lui l’idea che i nostri cimiteri, nati ‘fuori le mura’ ma già
ormai pienamente urbani, potrebbero diventare formidabili foreste urbane, spazi
verdi pubblici di grande fascino, contributo alla lotta alla crisi climatica.
Peraltro il calo delle sepolture ed il crescente ricorso alla cremazione hanno
portato al calo drastico di fabbisogno di spazio cimiteriale, almeno di uno a
cinquanta secondo Felicori, per cui a Bologna, Rimini, Ferrara ettari di spazi
verdi liberati potrebbero essere riprogettati a giardini e piccoli parchi,
mentre i cimiteri monumentali, per il loro significato storico andrebbero
tutelati e valorizzati come patrimonio culturale, musei a cielo aperto.
Tra sacro e profano: il mistero degli enclos bretoni
Questo ragionamento, con cui concordo, mi rimanda ai frequenti viaggi d’un tempo
tra l’Inghilterra meridionale del gotico perpendicolare e l’amata Bretagna degli
enclos paroissiaux, complessi parrocchiali recintati da lastre di roccia
piantate verticalmente, alla maniera delle recinzioni costruite dai Cimbri tra
Lessinia e Cansiglio, per separare lo spazio sacro da quello profano.
Agli enclos, realizzati in granito bretone tra il XVI e il XVIII secolo attorno
al cimitero del borgo, si accede attraverso un arco trionfale per arrivare alla
chiesa ornata da splendidi jubès lignei, alla cappella funeraria, all’ossario ed
al calvario, raffigurazione in pietra della Passione di Cristo scolpita in
occasione di calamità o pestilenze con figure recanti abbigliamento dell’epoca,
con funzione didattica per “elevare” a Dio l’anima dei credenti, rivolta ad una
popolazione rurale ancora fortemente legata agli antichi culti pagani e per lo
più analfabeta.
Si ipotizza che ciò possa ricondurre alle croci che i primi Celti convertiti al
Cristianesimo ponevano in cima ai menhir (Carnac è sito bretone).
Viaggiando per enclos, seduti all’imbrunire a un tavolino del bistrot di paese
sorseggiando cydre brut dopo aver gustato una galette de sarrasin, era usuale
vedere molte persone, soprattutto donne, superare ritualmente la lastra di
granito posta orizzontalmente all’ingresso del prato luogo delle sepolture per
fare visita ai propri defunti.
Avvertivo sempre, così, segni forti di una cultura riconducibile alle concezioni
celtiche della morte che i Celti vivevano come legata alla resurrezione,
paragonandola al sole che sorge e tramonta e quindi deve essere nascosta ma
sentita il più possibile come evento familiare.
Questo ricordo mi rafforza nel condividere la riflessione di Mauro Felicori.
*Walter Ganapini è membro onorario del Comitato scientifico dell’Agenzia Europea
dell’Ambiente
Redazione Italia