Naufragio Cutro, quando il sopravvissuto diventa imputato

Progetto Melting Pot Europa - Monday, August 10, 2026

Lo scorso aprile Melting Pot aveva intervistato l’avvocato Salvatore Perri, difensore di Khalid Arslan, alla vigilia del processo d’appello per la strage di Cutro. Una conversazione nella quale la difesa aveva ricostruito la vicenda del giovane e contestato la condanna a undici anni di carcere e tre milioni di euro da pagare inflitta in primo grado.

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Nel frattempo il processo è andato avanti. Nell’udienza dell’8 luglio 1, la Procura generale ha chiesto per Khalid una pena ancora più pesante: dodici anni di reclusione e tre milioni di euro di multa, chiedendo anche il riconoscimento del naufragio colposo, dal quale era stato assolto in primo grado 2. Per gli altri due imputati sono state invocate pene anche più severe.

La prossima udienza è stata rinviata al 14 ottobre 2026, quando sono previste le conclusioni delle difese. Nella stessa giornata potrebbe arrivare anche la sentenza.

È in questo momento della vicenda giudiziaria che il Collettivo L’AltraMarea torna a chiedere attenzione sulla storia di Khalid Arslan, uno dei giovani condannati per la strage del 26 febbraio 2023.

Quella notte, davanti alla costa di Steccato di Cutro, il caicco Summer Love si spezzò. Novantaquattro persone morirono, tra cui 35 bambini.

Khalid era tra i passeggeri. È sopravvissuto al naufragio. Da oltre tre anni è in carcere e continua a proclamarsi innocente.

Una frase nella sentenza

Il comunicato del Collettivo parte da un passaggio delle motivazioni della sentenza di primo grado che considera particolarmente significativo:

«Non sono emersi collegamenti con gli organizzatori del viaggio, ed apparendo plausibile nei suoi confronti una partecipazione del tutto occasionale alla realizzazione del trasporto oggetto di causa; pertanto la sua corretta condotta successiva alla commissione del reato (compresa l’accertata condotta di ausilio ai naufraghi che ancora erano rimasti in balia del mare) corrobora la valutazione in ordine alla concedibilità di un trattamento sanzionatorio più favorevole».

È su queste parole che L’AltraMarea concentra la propria riflessione:

«I giudici scrivono che non sono emersi rapporti con i trafficanti, che il suo coinvolgimento appare occasionale, che è accertato che abbia aiutato i naufraghi mentre il mare continuava a inghiottire esseri umani».

Il Collettivo mette quindi in discussione il modo in cui la vicenda di Khalid è stata progressivamente ridotta alla categoria di “scafista”.

«Eppure oggi, per quasi tutti, Khalid Arslan è semplicemente “lo scafista”. Una parola, una categoria. Un mostro utile. Perché i mostri semplificano le coscienze».

La storia di Khalid

Per L’AltraMarea, la vicenda giudiziaria non può essere separata dalla storia personale di Khalid.

Il giovane ha lasciato il Pakistan quando era ancora molto giovane, ha attraversato un confine ed è arrivato in Europa da minore non accompagnato.

«Provate a immaginare, cosa significhi essere un bambino che cresce senza essere più un bambino – questa è la storia di Khalid».

Il Collettivo racconta gli anni trascorsi in Italia, il lavoro, l’apprendimento del turco e il rapporto con il padre, fino alla decisione di affrontare il viaggio verso l’Europa: «Anni dopo riesci perfino a riallacciare i rapporti con tuo padre. Gli chiedi un sacrificio enorme, quello di pagare il viaggio su una barca di legno marcio, l’unico biglietto disponibile per entrare in Europa».

Una condizione che L’AltraMarea sintetizza così:

«Perché chi nasce dalla parte sbagliata del mondo non compra un biglietto aereo. Compra un posto su una bara galleggiante».

Sulla barca ci sono più di duecento persone, tra donne, bambini e famiglie. Khalid è uno dei pochi passeggeri a comprendere il turco parlato dall’equipaggio.

«Gli chiedono di tradurre. E lui traduce. Come farebbe chiunque capisca una lingua che gli altri non comprendono».

Durante il viaggio Khalid realizza fotografie e video vicino al timone e li manda al padre, pubblicandone alcuni anche su TikTok. Il Collettivo invita a leggere quelle immagini dentro la normalità di un ragazzo che documenta il proprio viaggio: «Oggi basta aprire i social per vedere giovani che documentano ogni istante della loro vita. Solo che quei ragazzi sono su una spiaggia. Lui è sopra una barca destinata a rompersi».

Dopo il naufragio

Poi arriva la notte del 26 febbraio 2023.

Il legno si spezza. Le persone vengono scaraventate nell’acqua gelida. Madri perdono i figli, bambini scompaiono nel buio.

Khalid raggiunge la riva. Ma, secondo il racconto del Collettivo, torna verso il mare.

«Potrebbe correre, potrebbe sparire, potrebbe pensare solo a salvarsi. Non lo fa, torna verso il mare e continua per ore a tirare fuori persone, corpi senza più vita, bambini. I pescatori lo fanno smettere quasi con la forza».

È proprio a questo punto che L’AltraMarea torna sulle parole della sentenza:

«La sentenza parla di “accertata condotta di ausilio ai naufraghi”. Non è un’opinione. È scritto nelle motivazioni».

Da qui nasce la domanda che attraversa il comunicato: cosa accade quando una persona che ha condiviso la traversata con le vittime e che è sopravvissuta al naufragio viene trasformata in imputato?

Dalla parte sbagliata del mare

Per il Collettivo, la vicenda di Khalid non può essere separata dal sistema delle frontiere europee.

«“Scafista” è una parola che funziona benissimo perché disumanizza, semplifica e assolve tutti gli altri».

Una categoria che, secondo L’AltraMarea, finisce per spostare lo sguardo dalle condizioni che rendono quelle traversate necessarie:

«Perché se c’è uno scafista, allora non c’è più bisogno di parlare delle frontiere europee. Non c’è più bisogno di parlare dei governi che chiudono le vie legali di ingresso. Non c’è più bisogno di parlare di un Mediterraneo trasformato in un dispositivo di selezione della vita e della morte».

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Il comunicato non nega l’esistenza delle reti criminali che organizzano le traversate. Interroga piuttosto il meccanismo attraverso cui la responsabilità finisce per concentrarsi su chi si trova sulla barca.

«Basta trovare un colpevole. E il colpevole, quasi sempre, è uno degli ultimi».

È il migrante, scrive il Collettivo, quello che «era sulla stessa imbarcazione», quello che «ha tenuto un timone», «ha tradotto», «ha distribuito acqua», «è sopravvissuto».

«L’ultimo diventa il primo imputato».

Tre anni di carcere

Sono passati più di tre anni dalla strage. Khalid ha attraversato diversi istituti penitenziari: prima Catanzaro, poi Cosenza, oggi Vibo Valentia.

Il Collettivo racconta un ragazzo che, dopo tre anni di carcere, «si sta consumando lentamente».

«Perché il carcere non toglie soltanto la libertà. Quando ti senti schiacciato da un’ingiustizia, finisce per toglierti anche il futuro».

Intanto L’AltraMarea torna alla domanda che attraversa tutta la vicenda:

«Chi ha costruito un sistema in cui salire su una barca destinata quasi sempre ad affondare sia l’unica possibilità rimasta?»

Una domanda che va oltre il singolo processo e riguarda il sistema di frontiere che continua a produrre viaggi pericolosi, naufragi e morti.

A Cutro sono morte 94 persone.

Khalid era su quella barca.

È sopravvissuto.

In aula, nel novembre 2024, Khalid aveva affidato alle sue parole tutto quello che gli restava per chiedere di essere ascoltato 3:

«Io ero venuto in Italia per un futuro e mi trovo in galera solo perché parlo la lingua turca ed ho fatto da interprete. Per favore datemi giustizia».

Da allora sono passati altri mesi di carcere. E mentre aspetta di sapere quanto ancora dovrà pagare per quella notte, Khalid continua a proclamarsi innocente.

  1. Processo d’appello Arslan Khalid ed altri (Naufragio di Cutro), l’audio dell’udienza su Radio Radicale ↩︎
  2. Naufragio di Cutro, chieste in Appello pene più alte per gli scafisti, Il Crotonese (8 luglio 2026) ↩︎
  3. Naufragio Cutro, l’imputato: in carcere mi chiamano assassino di bambini, ma io ho solo colpa di aver fatto l’interprete, Il Crotonese (6 novembre 2024) ↩︎