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“The Sea”, un film poetico per parlare di Palestina e israelizzazione nelle scuole
A Santa Caterina allo Jonio (clicca qui per i riferimenti) abbiamo visto “The sea“, il film del regista israeliano Shai Carmeli-Pollak, presente alla proiezione: non potevamo lasciarci sfuggire l’occasione di intervistarlo. Il film, tanto premiato, (con i cosiddetti “Oscar” israeliani), quanto osteggiato e anche platealmente boicottato dai vertici dell’establishment israeliano, è stato prodotto dal palestinese Baher Agbariya. Negli ultimi tre anni, ad ogni evento culturale sul dramma palestinese, durante le conversazioni in attesa del “ciack” d’inizio, mi capita spesso, parlando come testimone della mia esperienza nella Global Sumud Flotilla, di dover svicolare tra un «però si sapeva che ci sarebbe stato l’assalto e le violenze da parte dell’IDF! Che cosa vi aspettavate» e altri interrogativi similari. D’altra parte, subito dopo, sempre tra questi dubbi, si inserisce immancabilmente, la frase un po’ auto-consolatoria o, meglio assolutoria: «là c’è un genocidio in corso e qui, ci siamo noi, impotenti… ma che fare?». Ebbene, bombardati in tempo reale, come mai nella storia, da immagini cruente e reali provenienti costantemente dal “fronte” del genocidio in corso, forse la poeticità di un film come “The sea“, in classe, può essere d’aiuto, per fare qualcosa di altrettanto importante con i nostri studenti e le nostre studentesse rispetto all’attivismo da “prima linea” e ad alto rischio. Il ruolo degli insegnanti di fronte a ciò che l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università definisce ormai da tempo “israelizzazione” della società, può essere cruciale nel presentare alle giovani e giovanissime generazioni, il fulcro di un dramma atroce, entrando se possibile empaticamente in alcune dimensioni della vita quotidiana che sono sicuramente più vicine alle loro corde, ma al tempo stesso lontane dalla crudeltà di immagini, con sangue e distruzione, per le quali, per i motivi di cui sopra, è sempre in agguato, purtroppo, una cinica assuefazione. Abbiamo quindi chiesto al regista, proprio come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, facendo riferimento anche all’uso didattico che facciamo del film “Innocence” del suo collega Guy Davidi, di darci qualche consiglio specifico. «È assolutamente necessario – ha esordito Carmeli-Pollak senza troppe esitazioni – che l’insegnante spieghi ai propri studenti e alle proprie studentesse la complicata evoluzione storica e geopolitica dei territori occupati. I ragazzi e le ragazze devono sapere come si è evoluta la situazione e solo dopo entrare nella storia raccontata nel film: un ragazzo che vuole a tutti i costi, semplicemente, vedere il mare. Il maggior numero di persone deve essere a conoscenza di quello che sta accadendo, in modo tale da aumentare il livello di consapevolezza generalizzato fino al punto che ciò possa creare una tale pressione dall’esterno, dal maggior numero di Paesi nel mondo, da obbligare Israele a fermarsi. Solo una forte pressione dall’esterno potrà fermare Israele in quello che sta compiendo». Le parole di Shai Carmeli-Pollak, confermano, quindi, che il livello di militarizzazione della società israeliana è totale: inquinando la cultura, l’educazione e i mass media, fino a creare un intricato reticolo di relazioni sociali, tra il mondo militare e “civile” includendovi anche l’apparato bellico-industriale, indispensabile per ogni cittadino ebreo per essere veramente incluso socialmente, la società israeliana, così militarizzata, risulta in questo modo “facilmente” mobilitabile contro il nemico palestinese. Il sistema delle “porte girevoli” tra apparato industriale bellico, università e centri di ricerca, fino alle industrie civili, è così ben oliato da consentire una sinergia micidiale. Nel film possiamo, quindi, soffermarci su alcune modalità con cui si sviluppa la militarizzazione di una società come ad esempio la sua “normalizzazione” fin dentro la vita quotidiana. Il regista, ad esempio, spesso si sofferma con alcuni brevi fermi immagine su ragazzi e ragazze, giovanissime, in tenuta mimetica e con il mitra a tracolla; si sofferma sui controlli pervasivi dei documenti o delle borse, sempre alla presenza dei militari. La crudeltà di questa militarizzazione viene poi magistralmente sottolineata dal regista anche con poche sequenze, per nulla cruente, ma al tempo stesso potentemente violente: una di queste vede il papà, finalmente accanto al figlio dopo la fuga rocambolesca verso il mare, con le braccia e il volto rivolti verso il muro perché in fase di identificazione di polizia, appoggiare affettuosamente la mano sulla spalla del figlio. Non c’è più la rabbia di poco prima per quella “disobbedienza”, ma solo amore e la consapevolezza di essere accomunati dallo stesso destino. Il poliziotto stacca con decisione quella mano dalla spalla e ordina, a papà e figlio, di distanziarsi l’un l’altro ancora di più. Tornando poi al quesito iniziale circa la nostra percezione di impotenza cui però, ad onor del vero, va aggiunta anche l’inerzia di tutto l’Occidente, ad esclusione di una ristretta minoranza della società, anche qui il regista, con poche immagini rende bene l’idea: dal lato opposto della strada dove si verificava il fermo di polizia, con papà e figlio i corpi rivolti verso il muro e le braccia in alto, per un gruppo di avventori di un bar il tempo per un attimo si era sospeso e i loro volti erano rimasti fissi, immobili, rivolti alla scena in atto. Non appena la volante porta via, come dei criminali papà e figlio, la scena riprende il suo “normale” movimento e in quell’attimo la cameriera chiede: «chi ha ordinato il cappuccino?». Gli spunti didattici, come in “Innocence“, peraltro ben conosciuto dal regista che ha accennato ad un sorriso mentre lo citavo, sono numerosissimi e non vogliamo qui didascalicamente elencarli sia per non intaccarne la poeticità sia per invogliarne alla visione tutti gli insegnanti e non. Stefano Bertoldi, Osservatorio contro la militarizzazione delle Scuole e delle Università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. 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La maledizione del Ponte: il mito che divora il Mezzogiorno. Una macchina mangiasoldi sempre attiva senza tregua
Il Ponte sullo Stretto è una maledizione. Non perché sia proibito immaginare un collegamento stabile tra Sicilia e Calabria, ma perché da oltre un secolo il potere trasforma una questione territoriale complessa in un oggetto magico. Il mito promette di cancellare con una campata il divario Nord-Sud; intanto sottrae attenzione e risorse alle ferrovie siciliane e calabresi, ai porti, alla continuità territoriale, alla manutenzione, alla sanità e ai servizi sociali. Il manufatto eccezionale prende il posto della politica ordinaria, meno spettacolare ma verificabile. Il governo Meloni ha confermato 13,5 miliardi dal 2026 con il tono di chi annuncia un’opera già collaudata, non un progetto che deve ancora dimostrare di poter essere costruito e gestito in sicurezza. Ogni euro immobilizzato in questa scommessa non è disponibile per scuole, ospedali, trasporto pubblico, reti idriche, difesa del suolo e adattamento climatico. L’articolo 81 della Costituzione impone sostenibilità e responsabilità della spesa; gli articoli 9, 41 e 97 esigono tutela ambientale, utilità sociale e buon andamento. La propaganda della “grande opera” non sospende la Costituzione. UN PARERE TECNICO TRASFORMATO IN COMIZIO Il parere dell’Assemblea generale del Consiglio superiore dei lavori pubblici, trasmesso il 6 agosto 2026 dopo il lavoro di 76 tecnici, è stato venduto da Matteo Salvini come un “via libera”. Il dispositivo dice altro: il processo progettuale “possa proseguire” nel rispetto delle prescrizioni, delle considerazioni conclusive e delle raccomandazioni. Non certifica che il progetto sia esecutivo né autorizza a considerare imminenti i cantieri dell’opera principale. La distinzione è giuridicamente decisiva. Il Consiglio impone una Fase A del progetto esecutivo, una verifica di ottemperanza e soltanto dopo la valutazione delle condizioni per la Fase B. Definisce questa interfaccia “fondamentale quanto ineludibile” e prescrive passaggi successivi e verifiche intermedie. Il condizionale tecnico è stato trasformato in indicativo ministeriale. Si può consentire di continuare a progettare; non si può fingere che gli accertamenti mancanti siano stati compiuti. SOTTO IL TITOLO E NELL PAGINA, LA FIERA DEI RENDERING, L’ATTIVITÀ A GETTO CONTINUO CHE SFORNA SUGGESTIONI E SPRECHI SISMA, VENTO E CORROSIONE: LA SICUREZZA ANCORA DA DIMOSTRARE Nell’area dello Stretto sono censite 24 faglie attive e capaci, sulle quali persistono rilevanti incertezze. Il progetto definitivo risale al 2011; gli aggiornamenti bibliografici non apportano sufficienti dati acquisiti ad hoc. Il Consiglio chiede nuove indagini sul terreno, moderni studi geo-sismotettonici e simulazioni fisiche dello scuotimento. Non è accademia: dislocazioni e variazioni altimetriche possono interessare i terreni destinati alle torri, alte circa 399 metri, nell’area del terremoto e maremoto del 1908. Il parere rileva inoltre che non sono esplicitati compiutamente i criteri della domanda sismica, l’affidabilità perseguita e conseguita e il comportamento post-elastico. Chiede nuove verifiche sugli effetti combinati di sisma, vento, temperatura e traffico; sulla stabilità dell’impalcato e del sistema di sospensione; sulla perdita di pendini; su incendi ed esplosioni. Manca una dimostrazione adeguata della tolleranza a fenomeni di corrosione estesi o localizzati. Per una struttura senza precedenti per luce della campata, la sicurezza va provata, non proclamata sui social. IL MARE SALE, LE NAVI CRESCONO La Stretto di Messina aveva sostenuto di non avere studiato il futuro innalzamento del livello medio marino perché mancherebbero dati scientifici consolidati. Il Consiglio giudica l’affermazione “non condivisibile”: il fenomeno è in atto, le conoscenze sono robuste e gli scenari ragionevoli devono essere considerati lungo la vita dell’opera. Il cambiamento climatico non è un’opinione da espellere dal progetto quando disturba il cronoprogramma. Il problema incide sul franco navigabile: i 72 metri dichiarati valgono in determinate condizioni e il margine operativo può ridursi, mentre aumenta il gigantismo navale. Occorre stimare gli sviluppi delle flotte per evitare un collo di bottiglia permanente ai traffici mercantili e crocieristici. Anche il vento può imporre riduzioni di velocità e chiusure, come sui ponti Vestbroen e Øresund. Senza quantificare frequenza e durata delle interruzioni, previsioni di traffico, pedaggi e piano economico-finanziario sono costruiti solo sulla carta. PAESAGGIO E BIODIVERSITÀ NON SONO MATERIALE DI RISULTA Torri, cavi, svincoli, gallerie e opere di adduzione incidono su coste, fondali, aree protette, rotte migratorie dell’avifauna e su uno dei paesaggi più identitari del Mediterraneo. L’articolo 9 tutela ambiente, biodiversità, ecosistemi e future generazioni: non è una clausola ornamentale da compensare a cantiere deciso. Le osservazioni VIA avevano già segnalato impatti cumulativi e carenze che oggi riemergono nel parere tecnico. Un governo che invoca l’identità nazionale dovrebbe ricordare che anche lo Stretto è patrimonio nazionale, non uno spazio vuoto consegnato al cemento. APPROVAZIONE A SALAMINO, GARANZIE PUBBLICHE E RENDITA PRIVATA Il punto politicamente più grave è il metodo. La possibilità di sviluppare e approvare il progetto esecutivo per “fasi costruttive” spezza l’unità dell’opera: si possono avviare segmenti, attività preliminari ed espropri prima che sia dimostrata la fattibilità complessiva. È un’approvazione a salamino: una fetta dopo l’altra, ogni decisione crea costi irrecuperabili, aspettative contrattuali e pressioni per procedere. Quando emergerà un ostacolo decisivo, lo Stato sentirà ripetere che fermarsi costerebbe più che continuare. È il classico meccanismo con cui un progetto dubbio diventa inevitabile non perché sia utile, ma perché è già costato troppo. Questa frammentazione avvantaggia la Stretto di Messina S.p.A., che governa tempi e passaggi, e soprattutto il contraente generale Eurolink, guidato da Webuild. Il decreto-legge n. 35 del 2023, convertito dalla legge n. 58, ha resuscitato per via legislativa rapporti caducati ex lege nel 2013 e derivanti dalla gara del 2005, invece di ricorrere a una nuova procedura competitiva. L’Anac aveva segnalato i vincoli europei, i rischi finanziari e la necessità di evitare un eccessivo rafforzamento della parte privata. Il beneficiario non è emerso da una gara aggiornata ai costi, alle tecnologie e alle condizioni di oggi: è stato rimesso in sella dalla legge. È capitalismo senza mercato, con il rischio pubblico e la posizione contrattuale privata protetta. Gli espropri possono intanto colpire centinaia di famiglie e attività, mentre la realizzabilità dell’intero ponte resta da provare. Il cittadino perde casa, terreno o prospettiva; il contraente consolida la commessa. Questa asimmetria è socialmente intollerabile e giuridicamente pericolosa, perché converte l’incertezza progettuale in danno certo per i territori. Le mappe predisposte dalla società hanno coinvolto almeno 450 famiglie, circa 300 sul versante siciliano e 150 su quello calabrese, oltre a terreni e fabbricati produttivi. Non sono numeri astratti: sono comunità sospese, immobili svalutati, progetti di vita congelati. L’“urgenza” proclamata dal governo opera, dunque, in una sola direzione: è rapidissima quando deve comprimere diritti ed espropriare; diventa elastica quando occorre fornire dati sismici, verifiche strutturali e garanzie economiche. Ai cittadini si chiede certezza del sacrificio; alla società e al contraente si concede il beneficio del dubbio, contro cui ha annunciato un ricorso alla Corte di giustizia europea, Angelo Bonelli, di Avs, denunciando che si stanno forzando regole e procedure proprio attraverso questa autorizzazione per fasi costruttive, che consente di procedere a pezzi senza attendere la certezza sulla realizzabilità dell’opera. COSTI CERTI, BENEFICI IPOTETICI Un’analisi costi-benefici è attendibile solo se include ritardi, varianti, extracosti, manutenzione, limitazioni operative, domanda reale e alternative. Se il traffico è sovrastimato e i costi sottostimati, il beneficio attualizzato evapora. Pedaggi elevati riducono gli utenti; pedaggi bassi non coprono gestione e capitale. In entrambi i casi il rischio torna allo Stato. I contribuenti pagano società, progettazione e apparato amministrativo; potrebbero poi pagare revisioni dei prezzi, contenziosi, varianti e deficit di esercizio. La macchina produce costi certi mentre l’opera e i benefici restano eventuali. La Corte dei conti, con la deliberazione n. 19/2025, ha negato visto e registrazione alla delibera Cipess n. 41/2025, contestando passaggi rilevanti sotto i profili europeo, ambientale e procedurale. Il controllo contabile non invade la politica: ricorda che la politica è soggetta alla legge. Il principio di precauzione, l’obbligo di motivazione e la valutazione ambientale effettiva non sono intralci burocratici da aggirare per decreto. Il danno sociale comincia oggi: il Ponte assorbe anche risorse di coesione destinate a ridurre i divari, mentre prestazioni essenziali e infrastrutture diffuse restano indietro. SPEZZARE LA MALEDIZIONE L’alternativa non è tra Ponte e isolamento, ma tra politica simbolica e politica territoriale. Una frazione dei 13,5 miliardi consentirebbe di completare doppio binario ed elettrificazione, rinnovare il trasporto regionale, modernizzare porti e traghetti a basse emissioni, mettere in sicurezza strade e versanti, rafforzare reti idriche, ospedali, scuole e servizi di cura. Interventi meno fotogenici, ma capaci di distribuire accessibilità, lavoro e diritti. Il Ponte è il dispositivo con cui il centro promette al Sud una scorciatoia e rinvia l’eguaglianza sostanziale. La sua maledizione consiste nel far credere che al Mezzogiorno manchi una campata, quando mancano investimenti continui, servizi universali e manutenzione. Fermare l’approvazione a salamino non significa rifiutare la modernità: significa impedire che l’incertezza privata diventi debito pubblico e danno sociale. Prima si dimostrino sicurezza, utilità, sostenibilità e compatibilità paesaggistica; soltanto dopo si decida se costruire. Il resto non è politico infrastrutturale: è un azzardo di Stato. Aurelio Angelini
August 18, 2026
Pressenza
Noi votiamo NO! Mandiamo a casa Occhiuto!
Il presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, ha indetto il referendum popolare sulla riforma dello Statuto regionale. La consultazione si terrà domenica 29 novembre 2026. La consultazione riguarda la legge regionale 3 marzo 2026, numero 9, che modifica lo Statuto e interviene sull’assetto istituzionale della Regione, prevedendo tra l’altro l’introduzione […] L'articolo Noi votiamo NO! Mandiamo a casa Occhiuto! su Contropiano.
August 17, 2026
Contropiano
Il nuovo Patto migrazione e asilo: controlli sanitari o securitari?
INTRODUZIONE: METODOLOGIA E OBIETTIVI DEL SOPRALLUOGO Il presente articolo riporta quanto emerso durante il sopralluogo giuridico in Sicilia e Calabria, svolto nell’ambito della XI edizione della “Scuola di alta formazione per operatori legali specializzati in protezione internazionale, tutela delle vittime di tratta e sfruttamento di esseri umani e accoglienza di minori stranieri non accompagnati”, organizzata da Spazi Circolari e ASGI 1.  Il sopralluogo è stato condotto dal 10 al 14 giugno 2026 in coincidenza con l’entrata in vigore del Patto Europeo su Migrazione e Asilo, con l’obiettivo di approfondire l’attuazione delle nuove normative e di verificarne la concreta implementazione nelle strutture di frontiera del Sud Italia, in particolare relativamente all’emersione della vulnerabilità nelle fasi di screening e nelle procedure accelerate di frontiera. L’attività di monitoraggio è stata condotta a Crotone, Palermo, Agrigento, Pozzallo e Lampedusa, territori caratterizzati dalla presenza di porti di sbarco, hotspot, CAS, CPR, e dalla sperimentazione di procedure accelerate di frontiera, e di progetti pilota di implementazione del Patto. L’accesso alle strutture, richiesto alle prefetture, è stato tuttavia negato e rinviato in forma ipotetica ai mesi successivi, con la motivazione della riorganizzazione in vista dell’entrata in vigore del Patto, facendo emergere sin da subito segnali di impreparazione e, al contempo, la volontà di non renderla visibile. È opportuno premettere che le Standard Operating Procedures (SOP 2) sono state pubblicate soltanto nella serata dell’11 giugno, mentre il decreto-legge n. 100/2026, recante le disposizioni di adeguamento dell’ordinamento italiano ai regolamenti del Patto, è stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale nella serata del 12 giugno. Di conseguenza, le osservazioni e le valutazioni riportate nel presente monitoraggio riflettono lo stato di preparazione e le prassi effettivamente riscontrate sul campo, senza poter tenere conto delle disposizioni successivamente introdotte. Scarica il report completo COINVOLGIMENTO DI SOCIETÀ CIVILE E TERZO SETTORE NELL’EMERSIONE DELLE VULNERABILITÀ Ph. Pietro Scagliotti – Gruppo di lavoro di Agrigento durante il sopralluogo presso il porto di Porto Empedocle. Durante il monitoraggio è stata dedicata particolare attenzione al coinvolgimento degli enti del terzo settore e delle associazioni nell’emersione delle vulnerabilità. Tale aspetto assume particolare rilievo perché le SOP attribuiscono agli attori della società civile un ruolo centrale in questa fase, prevedendo l’adozione di strumenti unici per la raccolta dei dati relativi alle visite sanitarie e alle vulnerabilità, nonché l’istituzione di un meccanismo unico di referral volto a garantire la presa in carico delle persone vulnerabili e il coordinamento tra i diversi soggetti coinvolti. Sebbene l’accertamento della vulnerabilità non comporti più automaticamente l’esclusione dalla procedura accelerata, esso resta infatti determinante per individuare le esigenze di garanzie procedurali e di accoglienza, incidendo trasversalmente sull’intero percorso della persona. Nonostante la centralità di tali procedure e la particolare delicatezza delle attività di emersione delle vulnerabilità, le organizzazioni del terzo settore e gli enti del sistema antitratta intervistati hanno restituito un quadro critico. I soggetti coinvolti nei tavoli di confronto organizzati dalla Prefettura – tra cui Medici Senza Frontiere, Proxima, Progetto Incipit, Progetto Maddalena, Fondazione San Giovanni Battista e Caritas – hanno riferito che le informazioni sull’attuazione del Patto sono rimaste marginali e che non sono state fornite indicazioni operative chiare né un’adeguata formazione sulle nuove procedure. È inoltre diffusa la percezione che il loro coinvolgimento abbia carattere prevalentemente formale e strumentale, poiché la loro presenza nei luoghi in cui si svolgono gli sbarchi, lo screening e le procedure di frontiera è limitata e discontinua. Medici Senza Frontiere, ad esempio, è presente una sola volta a settimana presso Villa Sikania e nei CAS di Licata in provincia di Agrigento. Si ha l’impressione che il Patto ambisca al controllo delle procedure da parte degli apparati di pubblica sicurezza in ogni fase, mitigando questa impostazione con il coinvolgimento del terzo settore. Non è un caso che il Tavolo Tecnico Nazionale sulle Vulnerabilità, richiamato dalle SOP quale organismo incaricato della definizione delle procedure, comprenda, oltre ai soggetti sanitari competenti, anche il Dipartimento della Pubblica Sicurezza, Frontex e il Comando Generale della Guardia di Finanza. Una composizione che evidenzia la forte presenza di soggetti deputati al controllo delle frontiere e alla sicurezza in un ambito che dovrebbe essere prioritariamente orientato all’individuazione e alla presa in carico delle vulnerabilità.  In sintesi, al momento del sopralluogo il livello di preparazione e di effettiva inclusione degli enti appare limitato e prevalentemente formale, subordinato alle esigenze securitarie. Il meccanismo unico di referral predisposto non è invece ancora stato testato e non è possibile per il momento valutarne l’efficacia. Alla luce della compressione dei tempi che caratterizza le nuove procedure, appare lecito chiedersi se vi saranno realmente il tempo, gli strumenti e il coordinamento necessari per garantire una presa in carico tempestiva ed effettiva delle persone vulnerabili, o se il referral rischierà di rimanere un dispositivo prevalentemente formale, incapace di assicurare le tutele che dichiara di perseguire. INADEGUATEZZA STRUTTURALE DEL MECCANISMO DI EMERSIONE DELLE VULNERABILITÀ PSICO-SANITARIA  Da tutto il personale sanitario intervistato è emersa una preoccupazione per l’applicazione del meccanismo di emersione della vulnerabilità, ritenuto inadeguato per tempi, spazi, attrezzature e personale. Le SOP prevedono, nella fase 1 (sbarco), un triage e una raccolta preliminare delle informazioni sanitarie affidati all’USMAF 3, salvo a Crotone, dove tali attività sono svolte da medici di medicina generale con il supporto della Croce Rossa. L’USMAF precisa che questa fase è finalizzata principalmente all’individuazione di malattie infettive, a tutela della salute pubblica, più che all’accertamento delle vulnerabilità individuali. Le indicazioni prevedono una visita di circa dieci minuti per persona, una tempistica che gli operatori giudicano insufficiente per raccogliere le informazioni di base (dati anagrafici, peso, altezza, pressione arteriosa e temperatura). Sono emerse criticità organizzative nella fase preparatoria all’entrata in vigore del Patto. A Lampedusa si era inizialmente tentato di effettuare la valutazione della vulnerabilità direttamente allo sbarco con il coinvolgimento dei medici USMAF, ma tale soluzione si è rivelata incompatibile con le tempistiche e la natura emergenziale delle operazioni. Si è quindi deciso di limitarsi al triage, rinviando la valutazione ai medici della Croce Rossa operanti nell’hotspot. Un operatore ha riferito che, nella fase pilota, sono stati dedicati 20-25 minuti per persona solo grazie a un impiego straordinario di personale, ritenuto non sostenibile nella gestione ordinaria degli sbarchi. Per la seconda visita, le SOP attribuiscono i controlli di salute (fase 11) alla Croce Rossa e la valutazione preliminare delle vulnerabilità (fase 12) all’EUAA 4 oppure, in sua assenza, all’OIM o a personale di polizia formato 5. La circolare del 9 giugno 2026 prevede che gli accertamenti possano svolgersi, ove possibile, in locali messi a disposizione dalle autorità di pubblica sicurezza 6. Ciò solleva dubbi sull’idoneità degli spazi per valutazioni sanitarie e psico-sociali. Le organizzazioni intervistate riferiscono che i locali individuati dalla Polizia nell’area di Agrigento non consentono l’installazione di letti o di lavandini, compromettendo l’efficacia delle visite e il rispetto delle condizioni igieniche minime. Inoltre, lo svolgimento delle valutazioni in ambienti riconducibili alle forze di polizia può incidere sulla riservatezza, sulla qualità dell’ascolto e sulla libertà di riferire la propria esperienza. Anche la seconda fase presenta criticità nei tempi. Le SOP prevedono che l’intera procedura di screening, compresa la compilazione del modulo consuntivo, si concluda entro sette giorni, un termine ritenuto insufficiente per un’adeguata valutazione bio-medica e soprattutto psico-sociale. Nell’area di Agrigento sono state inoltre segnalate difficoltà legate all’organizzazione dei servizi sanitari e all’assenza di strumenti idonei ad assicurare gli accertamenti previsti dal Regolamento Screening. È stato riferito che il presidio ospedaliero cittadino non dispone di un reparto di malattie infettive e che i campioni biologici devono essere inviati a Palermo, con inevitabili ritardi. Sul piano del personale, è stata evidenziata l’assenza di figure dedicate all’individuazione delle vulnerabilità psicologiche, psichiatriche e sociali.  PH: Maria Rocco – L’hotspot di Pozzallo durante il sopralluogo giuridico. A Pozzallo, dopo la cessazione dell’accordo tra Prefettura e MEDU, non è stato previsto alcun supporto psicologico o psichiatrico per le persone presenti nell’hotspot. La normativa, inoltre, non individua con precisione le professionalità sanitarie coinvolte nella valutazione delle vulnerabilità né le specializzazioni richieste per i diversi accertamenti. Il rischio è che il medico incaricato sia chiamato a formulare valutazioni eccedenti il proprio ambito di competenza, in assenza del contributo multidisciplinare. Analoga situazione emerge a Lampedusa, dove i medici della Croce Rossa segnalano criticità legate ai tempi della procedura, alla carenza di personale e all’assenza di professionisti della salute mentale, mentre i colloqui per la valutazione delle vulnerabilità si aggiungono all’ordinaria attività ambulatoriale. In tutti i territori monitorati è stata rilevata una carenza di mediazione linguistico-culturale. Sebbene le SOP prevedano la presenza del mediatore durante le visite mediche e nella valutazione delle vulnerabilità, essa è configurata come eventuale e, nei territori oggetto del monitoraggio, non è stato riscontrato il coinvolgimento di enti specializzati. Tale criticità assume particolare rilievo nell’ultima fase della procedura, che prevede la verifica delle informazioni raccolte con la persona sottoposta a screening e la consegna del modulo consuntivo. Alla luce delle tempistiche previste e dell’insufficiente supporto linguistico-culturale, questo passaggio appare esposto al rischio di essere compresso, con possibili ricadute sulle garanzie procedurali e sull’effettiva comprensione del contenuto della valutazione. Sulla base delle informazioni raccolte viene quindi trasmessa alla Questura una sintesi dalla quale dipende il successivo pre-incanalamento giuridico della persona, nonostante la valutazione delle vulnerabilità possa risultare incompleta per la carenza di tempi, strumenti e spazi adeguati. Le SOP consentono, al termine della valutazione sanitaria, di classificare la persona in tre categorie di vulnerabilità 7, introducendo una categoria intermedia e demandando la valutazione definitiva al successivo colloquio con l’EUAA. Tale soluzione riconosce la difficoltà di esprimere una valutazione completa in tempi ridotti e sulla base di informazioni spesso parziali. Tuttavia, la categoria intermedia introduce una “zona grigia” nella quale possono confluire numerose situazioni, ampliando la discrezionalità applicativa. Nel complesso, le evidenze raccolte mostrano un significativo divario tra il modello delineato dal legislatore e le capacità operative territoriali. Il rischio è che l’accertamento delle vulnerabilità sia condizionato più dai limiti strutturali del sistema che dalle esigenze della persona. La compressione dei tempi prevista dal Regolamento Screening si combina infatti con una rete di servizi che non appare in grado di garantire una valutazione tempestiva, multidisciplinare ed effettiva delle condizioni di vulnerabilità 8. INFORMATIVA LEGALE  L’informativa legale nelle SOP viene prevista alla fase 4 della procedura di screening, e viene assegnata a EUAA in collaborazione con UNHCR, OIM, UNICEF e i rispettivi partner operativi. Secondo quanto riportato dovrebbe essere organizzata per gruppi linguistici, avere una durata indicativa di 30 minuti e riguardare lo screening, le procedure di protezione internazionale e le principali garanzie procedurali previste per specifici profili.  Nel corso del sopralluogo, su questo aspetto non sono emersi elementi sufficienti di approfondimento, in quanto non è stato possibile confrontarsi direttamente con gli enti responsabili dell’informativa legale. Tuttavia dalle testimonianze raccolte da avvocati e operatori nella zona di Agrigento relative alla fase di sperimentazione, emerge un’ampia discrezionalità nel fornire informativa legale: alcuni destinatari riferiscono di averla ricevuta, mentre altri dichiarano di non aver ricevuto alcuna comunicazione. In diversi casi inoltre l’informativa risulta limitata alla procedura di richiesta di protezione internazionale, senza cenni alle procedure di screening, in altri, invece, l’informativa viene fornita sulla banchina al momento dello sbarco, in modo estremamente sintetico e in condizioni poco idonee a garantirne l’effettiva comprensione.  Rimangono ancora poco chiari i profili concreti di attuazione dell’informativa legale prevista dal Patto e se venga consegnata una copia scritta alla persona interessata e come possa essere verificata l’effettiva comprensione del suo contenuto. Nel corso delle interlocuzioni sono stati menzionati moduli informativi predisposti per lo screening, segno di un tentativo di strutturare maggiormente questa fase; tuttavia, dalle evidenze raccolte non emerge ancora un modello organizzativo uniforme e consolidato.  Si tratta pertanto di un punto che richiede ulteriori verifiche e approfondimenti. Tuttavia, una tempistica così limitata appare difficilmente compatibile con la complessità e l’ampiezza dei contenuti che dovrebbero essere illustrati.  LE PROCEDURE ACCELERATE DI FRONTIERA Al momento del sopralluogo, l’unico territorio in cui risultavano già operative le procedure accelerate di frontiera era l’agrigentino. Le strutture di accoglienza riferiscono che la loro progressiva implementazione è evidente anche sul piano organizzativo: nell’ultimo anno le persone inserite nella procedura ordinaria sono state trasferite – o, in alcuni casi, rimaste nei CAS in una situazione di stallo dal 2022 – per liberare posti destinati alle procedure di frontiera, sulle quali si concentra prioritariamente l’impiego delle risorse per garantire il rispetto delle tempistiche previste dal Patto.  Ph: Giulia Stella Ingallin – Una delle strutture di accoglienza visitate nel territorio di Licata. Nella messa in pratica della procedura si riscontra una sostanziale corrispondenza tra i tempi previsti dalla normativa e quelli dell’applicazione concreta: il termine massimo di dodici settimane per la conclusione viene rispettato nella quasi totalità dei casi  Secondo gli interlocutori, ciò è stato possibile anche grazie al rafforzamento dell’organico della Commissione territoriale, con l’assunzione di circa una decina di funzionari. Gli operatori dei CAS riferiscono che le persone accedono all’accoglienza dopo lo screening, con la domanda di protezione già formalizzata mediante il modello C3 e inserite nella procedura di frontiera. L’audizione davanti alla Commissione territoriale viene fissata entro 48 ore e dura mediamente tra i 15 e i 20 minuti; nei giorni successivi viene notificato il diniego. Le sospensive vengono generalmente rigettate in prima istanza e accolte solo in presenza di un avvocato attivamente coinvolto, figura che non sempre è  effettivamente disponibile sul territorio. Un legale intervistato segnala infatti la crescente difficoltà nel trovare avvocati disposti a occuparsi di questa materia, anche a causa delle eventuali limitazioni introdotte dal Patto in merito al gratuito patrocinio, come la previsione di un filtro per manifesta infondatezza che ne comporta la revoca. Viene inoltre segnalato, come novità rispetto al passato, il prelievo delle persone diniegate da parte delle volanti di polizia per il trasferimento nei CPR. Una prassi analoga è stata riferita a Villa Sikania, dove alcune persone sarebbero state prelevate fuori dall’hotspot e condotte nelle camere di sicurezza di Catania o Palermo, in attesa dell’imbarco su voli di linea diretti al Paese di origine, in particolare cittadini bengalesi ed egiziani. Il raro superamento del termine procedurale, con il passaggio alla procedura ordinaria, si è verificato principalmente in presenza di malattie infettive, come la scabbia, che impediscono la comparizione davanti alla Commissione. Non risultano invece casi di interruzione legati a vulnerabilità psicologiche o sociali. È proprio sul versante della valutazione delle vulnerabilità che emergono le maggiori criticità. Se durante lo screening emergono indicatori di vulnerabilità, la persona può comunque essere inserita nella procedura di frontiera; gli accertamenti dovrebbero quindi proseguire per valutarne la permanenza e l’accesso a misure di accoglienza adeguate. Tuttavia, molte strutture non dispongono delle risorse organizzative e di personale necessarie per la presa in carico di persone con esigenze specifiche. Inoltre, i limiti di tempi, spazi e risorse incidono sulla qualità della valutazione e, in definitiva, sull’effettivo esercizio delle garanzie. Come evidenziato da un organizzazione no profit che lavora sul posto, il termine di trenta giorni previsto per l’accesso ai servizi specialistici risulta spesso insufficiente. L’attivazione di un percorso di presa in carico psicologica presenta già difficoltà rilevanti; ancora più complessa è la valutazione approfondita della salute mentale. Ne deriva il rischio che il diniego venga adottato prima che eventuali condizioni di vulnerabilità emergano e siano adeguatamente accertate. La combinazione tra accelerazione della procedura e insufficienza delle risorse sanitarie può così compromettere, anche in questa fase, l’effettività delle garanzie procedurali e il rispetto dell’etica medica. Un’ultima questione, rimasta incerta al momento del sopralluogo, riguardava le misure di limitazione della libertà di circolazione introdotte dal Patto, tra cui la c.d. “autorizzazione a risiedere in un luogo specifico“, quale strumento volto a garantire la permanenza delle persone in un determinato luogo ed evitarne l’irreperibilità durante lo svolgimento delle procedure, in particolare di quella di frontiera. Al momento del sopralluogo, tale misura era già stata sperimentata nei mesi precedenti a Villa Sikania attraverso una limitazione della permanenza al territorio comunale di Siculiana: le persone accolte lamentavano scarse possibilità di trovare lavoro, dovendo cercarlo nelle immediate vicinanze del centro, una circostanza che alimentava il dubbio che la permanenza entro il perimetro comunale iniziasse, di fatto, a configurarsi come un vincolo stringente. Anche gli operatori dei CAS di Licata riferivano di non aver ricevuto indicazioni sull’applicazione della misura, pur segnalando che, dall’introduzione delle nuove procedure, era richiesto l’invio quotidiano alla Questura di un elenco firmato delle persone in procedura di frontiera, distinto dalla consueta rilevazione delle presenze complessive nella struttura. Tuttora non risulta configurarsi, nei centri in cui la misura continua a trovare applicazione, una forma di trattenimento o di limitazione della libertà personale: a Villa Sikania, ad esempio, attualmente gli ospiti risultano entrare e uscire liberamente. Va tuttavia rilevato che il contenuto concreto di tale misura non risulta specificato nei provvedimenti finora adottati, il che rende difficile escludere a priori un’incidenza sulla libertà personale: la valutazione, allo stato, va condotta caso per caso. In ogni caso, già a una prima analisi emergono diverse criticità anche solo con riferimento alle modalità con cui viene attuata la limitazione della libertà di circolazione.  Tali criticità, del resto, trovano conferma nei primi provvedimenti concretamente adottati anche con la prima applicazione in concreto della misura post-Patto a Villa Sikania. Nei giorni successivi al sopralluogo infatti la Prefettura di Agrigento ha adottato dei provvedimenti di autorizzazione a risiedere all’interno del centro di accoglienza per un massimo di dodici settimane a dei richiedenti asilo sottoposti alla procedura accelerata di frontiera. Con decreto del 27 giugno 2026, il Tribunale di Palermo ha tuttavia sospeso uno di questi provvedimenti, rilevando vizi soprattutto nell’applicazione della procedura di frontiera, ad esempio con specifico riferimento all’assenza di informativa e delle garanzie di accoglienza particolari previste nel caso di persone vulnerabili. Tali vizi hanno inficiato, di riflesso, anche il provvedimento di autorizzazione a risiedere, di cui la determinazione sulla procedura di frontiera costituisce l’atto presupposto. La decisione apre così la strada a un possibile scrutinio di legittimità costituzionale, non solo di questo nuovo istituto, ma più in generale delle modalità di attuazione di diverse disposizioni del Patto, in linea con le criticità emerse nel corso del monitoraggio.  MECCANISMO DI MONITORAGGIO Il Regolamento Screening prevede che ogni Stato si doti di un organismo indipendente incaricato di monitorare – durante le procedure di screening, le procedure accelerate di frontiera e quelle di rimpatrio dalla frontiera – il rispetto dei diritti umani nelle procedure di frontiera e di asilo 9. L’organismo di monitoraggio indipendente dovrebbe vigilare in particolare sull’identificazione dei soggetti vulnerabili, sull’accesso alla procedura di asilo, sul rispetto del principio di non respingimento, dell’interesse superiore del minore e delle norme sul trattenimento durante gli accertamenti. Dovrà inoltre disporre di competenze giuridiche, mediche, psicologiche, sociali e multiculturali 10.  Alla luce delle criticità emerse nel presente monitoraggio, il ruolo di tale organismo appare destinato ad assumere una funzione centrale. La rapidità dello screening, le procedure accelerate di frontiera, il ricorso al trattenimento amministrativo e le nuove modalità di accertamento delle vulnerabilità sono infatti ambiti in cui il rischio di compressione delle garanzie fondamentali risulta particolarmente elevato. Ad oggi, nonostante l’invito dell’UE a coinvolgere la società civile, non si registra alcun coinvolgimento delle organizzazioni che operano nel settore delle migrazioni nel meccanismo indipendente di monitoraggio. Tale assenza si inserisce in un quadro più ampio di mancata partecipazione anche alla predisposizione del Piano nazionale di attuazione. Le interlocuzioni svolte nel presente monitoraggio confermano il quadro: tutte le organizzazioni incontrate dichiarano di non essere state coinvolte nella definizione del futuro organismo né in eventuali gruppi di lavoro preparatori. Il dato è rilevante, considerando che molte di queste realtà operano da anni nei territori interessati dall’attuazione del Patto e dispongono di competenze giuridiche, sociali, mediche e operative coerenti con il profilo multidisciplinare richiesto dalla normativa europea. L’assenza di un confronto strutturato rischia quindi di incidere sulla capacità del futuro meccanismo di svolgere pienamente la funzione di garanzia prevista dal Patto. CONCLUSIONI Nel corso del sopralluogo è emerso un quadro segnato da diffuse carenze organizzative, preparazione insufficiente e, in molti casi, limitata consapevolezza da parte di operatori e istituzioni della portata delle riforme in corso. Si evidenzia quindi uno scarto strutturale tra l’impianto normativo del Patto e le condizioni materiali della sua attuazione. Appare evidente come il settore sanitario venga progressivamente chiamato a svolgere un ruolo centrale nell’attuazione delle procedure, senza che a tale accresciuto carico corrisponda un adeguato rafforzamento degli strumenti operativi, delle risorse e delle condizioni organizzative necessarie. Poiché l’accesso alle garanzie dipende dall’individuazione tempestiva delle condizioni di vulnerabilità, l’assenza di meccanismi efficaci espone al rischio che tali situazioni non vengano riconosciute, né nella loro possibile declinazione specifica (come nei casi di tratta), né nella condizione più generale di vulnerabilità connessa al percorso migratorio e alla situazione di svantaggio in cui le persone si trovano sul territorio, con conseguente compromissione dell’accesso alle tutele previste. La valutazione sanitaria e l’accertamento delle vulnerabilità non sembrano più orientate all’attivazione di misure di protezione, ma alla selezione della procedura applicabile e, in ultima analisi, alla gestione dei flussi migratori. In questa prospettiva, l’effettiva emersione delle vulnerabilità diventa secondaria e, di fatto, strumentale alla funzionalità del sistema, che continua a presentarsi come orientato alla tutela dei diritti anche quando tempi, spazi e strumenti non consentono un accertamento e una presa in carico realmente efficaci. Il rischio è che la categoria di vulnerabilità produca una classificazione delle persone lungo un continuum di “meritevolezza”, funzionando come meccanismo di filtro nell’accesso al territorio e nella possibilità di essere ritenuti idonei alla domanda di asilo, diritto che in quanto universale non dovrebbe essere subordinato a tali criteri. Ne deriva un sistema orientato al rapido filtraggio delle persone in assenza di effettive garanzie, in cui la dimensione di controllo nella gestione delle frontiere prevale sulla funzione di protezione che il dispositivo dichiara formalmente di perseguire. Sul piano istituzionale, il Ministero dell’Interno assume una forte centralità, mentre il Ministero della Salute e altri settori risultano coinvolti in responsabilità crescenti non sempre accompagnate da risorse adeguate. Ulteriori criticità riguardano infatti l’impatto sul mercato del lavoro e sui percorsi di inclusione, con il rischio di un ampliamento della precarietà giuridica e amministrativa e di una maggiore esposizione allo sfruttamento, come denunciato da realtà territoriali come il progetto SU.PR.EME., che si occupa proprio di sfruttamento lavorativo. Critico anche il trasferimento della formalizzazione delle domande di asilo a patronati e centri di accoglienza, spesso impreparati a gestire tali compiti, con il rischio di una de-strutturazione del sistema e la produzione di nuove “zone grigie” di vulnerabilità. Il banco di prova del Patto non è soltanto la velocizzazione delle procedure, su cui l’impianto appare orientato, ma la capacità di non compromettere l’equilibrio con le garanzie procedurali, che risultano invece progressivamente indebolite, in particolare sul versante dell’individuazione e della presa in carico delle vulnerabilità. Il rischio è che la velocità incida sull’effettività dei diritti, spostando il baricentro dal singolo accertamento individuale all’obiettivo del rimpatrio. In questa prospettiva, emerge un mutamento di paradigma: il controllo sanitario, originariamente concepito come strumento di tutela della salute, sembra progressivamente trasformarsi in un dispositivo funzionale al governo della frontiera. 1. Il sopralluogo è stato condotto sotto la guida scientifica di: Cristina Laura Cecchini, Giulia Crescini, Salvatore Fachile, Lucia Gennari, Loredana Leo, Ginevra Maccarrone, Federica Remiddi, Thomas Santangelo, Francesco Sicilia. Allo stesso hanno partecipato alcune corsiste e corsisti della 11° edizione della Scuola: Alawia Nura, Baldaccini Gionata, Barbiero Giulia, Blasioli Aicha, Boffa Lorenzo, Bruno Giulia, Cardosi Elisa, Ceraolo Luca, Cespedes Katty Maria Damaso, Chetoni Marina, Cioce Alessandra, Cuccia Silvia, Dame Diane, Di Cesare Sara, Diamanti Eleonora, Ferraresi Teresa, Filippini Francesca, Fioresi Sara, Formaggia Annamaria, Fornasa Giulia, Germano Attilio, Greco Leonardo, Hassen Malek, Ingallina Giulia Stella, Locatelli Arianna, Macchitella Alessandra, Mariani Carlotta, Margiotta Sofia, Mascaretti Alberta, Maurizi Bianca, Mousa Wanees, Perteghella Giorgia, Proietto Irene, Rizzuto Anna, Rocco Maria, Salvi Nicole, Scagliotti Pietro, Sigillo Gabriella, Torres Fabrizio, Torres John, Tufano Brigida, Vecchiato Clara, Zagaria Syria. Il report è frutto di un lavoro collettivo con redazione a cura di: Ceraolo Luca; Germano Attilio; Ingallina Giulia Stella; Locatelli Arianna; Mascaretti Alberta; Rizzuto Anna; Rocco Maria; Salvi Nicole; Sigillo Gabriella; Tufano Brigida.   ↩︎ 2. Procedure operative standard sui controlli preliminari di salute e vulnerabilità ai sensi del regolamento UE 2024/1356 ↩︎ 3. Ufficio di Sanità marittima, aerea e di frontiera ↩︎ 4. European Union Agency for Asylum (Agenzia dell’unione Europea per l’Asilo) ↩︎ 5. Circolare del Ministero dell’Interno – Dip. LCI – D.C. dei servizi civili per l’immigrazione e l’asilo – AOO SERVIZI CIVILI – 1 – Protocollo 0028722 09/06/2026, pag. 2 ↩︎ 6. Ivi, pag. 3 ↩︎ 7. SOP, Allegato II_Scheda sanitaria controlli preliminari di salute_ screening_modello B_sezione 5: al punto 5. Condizioni di vulnerabilità rilevate nel corso dell’accertamento sanitario, riporta le opzioni a. Assenza di condizioni patologiche psico fisiche rilevabili; b. Condizioni con esigenze particolari di ssistenza/supporto/monitoraggio, la cui gestione deve essere garantita nel setting del centro; c. Condizioni di vulnerabilità sanitaria per le quali sono necessari servizi specialistici di assistenza. ↩︎ 8. In questo senso lo scorso 26 giugno diverse realtà hanno firmato un appello che denuncia come il coinvolgimento dell’infrastruttura sanitaria nell’implementazione del Patto si traduca nel trasformare i professionisti della clinicmigratorie con una evidente compromissione del diritto alla salute in strumenti di controllo delle politiche / ↩︎ 9. Regolamento (UE) 2024/1356, articolo 10 ↩︎ 10. Monitoring fundamental rights during screening and the asylum border procedure – A guide on national independent mechanisms. Si noti che, ad oggi, l’Italia è uno dei pochi Paesi dell’Unione Europea a non avere ancora una vera Istituzione nazionale per i diritti umani, conforme ai Principi di Parigi del 1991, cfr Principles relating to the Status of National Institutions (The Paris Principles) | OHCHR ↩︎
Naufragio Cutro, quando il sopravvissuto diventa imputato
Il Collettivo L’AltraMarea porta all’attenzione la vicenda di Khalid Arslan, sopravvissuto alla strage di Cutro, condannato in primo grado a undici anni di carcere e detenuto da oltre tre anni. A pochi mesi dalla conclusione del processo d’appello, Melting Pot raccoglie e rilancia la sua storia. Perché oggi di Khalid si parla troppo poco. E perché la sua vicenda interroga il modo in cui vengono trattati i sopravvissuti alle stragi del Mediterraneo. Lo scorso aprile avevamo intervistato il suo avvocato, Salvatore Perri, alla vigilia del processo d’appello, ricostruendo la posizione della difesa e le contestazioni alla sentenza di primo grado. Nel frattempo il procedimento giudiziario è andato avanti. Nell’udienza dell’8 luglio 1, la Procura generale ha chiesto per Khalid una pena ancora più pesante: dodici anni di reclusione e tre milioni di euro di multa, chiedendo anche il riconoscimento del naufragio colposo, dal quale era stato assolto in primo grado 2. Per gli altri due imputati sono state invocate pene anche più severe. La prossima udienza è stata rinviata al 14 ottobre 2026, quando sono previste le conclusioni delle difese. Nella stessa giornata potrebbe arrivare anche la sentenza. Interviste CUTRO, LA DIFESA DI KHALID ARSLAN VERSO L’APPELLO L’avvocato Salvatore Perri: «Rischio capri espiatori tra i sopravvissuti» Redazione 3 Aprile 2026 Quella notte, davanti alla costa di Steccato di Cutro, il caicco Summer Love si spezzò. Novantaquattro persone morirono, tra cui 35 bambini. Khalid era tra i passeggeri. È sopravvissuto al naufragio. Da oltre tre anni è in carcere da innocente. UNA FRASE NELLA SENTENZA Il comunicato del Collettivo parte da un passaggio delle motivazioni della sentenza di primo grado che considera particolarmente significativo: «Non sono emersi collegamenti con gli organizzatori del viaggio, ed apparendo plausibile nei suoi confronti una partecipazione del tutto occasionale alla realizzazione del trasporto oggetto di causa; pertanto la sua corretta condotta successiva alla commissione del reato (compresa l’accertata condotta di ausilio ai naufraghi che ancora erano rimasti in balia del mare) corrobora la valutazione in ordine alla concedibilità di un trattamento sanzionatorio più favorevole». È su queste parole che L’AltraMarea concentra la propria riflessione: «I giudici scrivono che non sono emersi rapporti con i trafficanti, che il suo coinvolgimento appare occasionale, che è accertato che abbia aiutato i naufraghi mentre il mare continuava a inghiottire esseri umani». Il Collettivo mette quindi in discussione il modo in cui la vicenda di Khalid è stata progressivamente ridotta alla categoria di “scafista”. «Eppure oggi, per quasi tutti, Khalid Arslan è semplicemente “lo scafista”. Una parola, una categoria. Un mostro utile. Perché i mostri semplificano le coscienze». LA STORIA DI KHALID Per L’AltraMarea, la vicenda giudiziaria non può essere separata dalla storia personale di Khalid. Il giovane ha lasciato il Pakistan quando era ancora molto giovane, ha attraversato un confine ed è arrivato in Europa da minore non accompagnato. > «Provate a immaginare, cosa significhi essere un bambino che cresce senza > essere più un bambino – questa è la storia di Khalid». Il Collettivo racconta gli anni trascorsi in Italia, il lavoro, l’apprendimento del turco e il rapporto con il padre, fino alla decisione di affrontare il viaggio verso l’Europa: «Anni dopo riesci perfino a riallacciare i rapporti con tuo padre. Gli chiedi un sacrificio enorme, quello di pagare il viaggio su una barca di legno marcio, l’unico biglietto disponibile per entrare in Europa». Una condizione che L’AltraMarea sintetizza così: > «Perché chi nasce dalla parte sbagliata del mondo non compra un biglietto > aereo. Compra un posto su una bara galleggiante». Sulla barca ci sono più di duecento persone, tra donne, bambini e famiglie. Khalid è uno dei pochi passeggeri a comprendere il turco parlato dall’equipaggio. > «Gli chiedono di tradurre. E lui traduce. Come farebbe chiunque capisca una > lingua che gli altri non comprendono». Durante il viaggio Khalid realizza fotografie e video vicino al timone e li manda al padre, pubblicandone alcuni anche su TikTok. Il Collettivo invita a leggere quelle immagini dentro la normalità di un ragazzo che documenta il proprio viaggio: «Oggi basta aprire i social per vedere giovani che documentano ogni istante della loro vita. Solo che quei ragazzi sono su una spiaggia. Lui è sopra una barca destinata a rompersi». DOPO IL NAUFRAGIO Poi arriva la notte del 26 febbraio 2023. Il legno si spezza. Le persone vengono scaraventate nell’acqua gelida. Madri perdono i figli, bambini scompaiono nel buio. Khalid raggiunge la riva. Ma, secondo il racconto del Collettivo, torna verso il mare. «Potrebbe correre, potrebbe sparire, potrebbe pensare solo a salvarsi. Non lo fa, torna verso il mare e continua per ore a tirare fuori persone, corpi senza più vita, bambini. I pescatori lo fanno smettere quasi con la forza». È proprio a questo punto che L’AltraMarea torna sulle parole della sentenza: «La sentenza parla di “accertata condotta di ausilio ai naufraghi”. Non è un’opinione. È scritto nelle motivazioni». Da qui nasce la domanda che attraversa il comunicato: cosa accade quando una persona che ha condiviso la traversata con le vittime e che è sopravvissuta al naufragio viene trasformata in imputato? DALLA PARTE SBAGLIATA DEL MARE Per il Collettivo, la vicenda di Khalid non può essere separata dal sistema delle frontiere europee. > «“Scafista” è una parola che funziona benissimo perché disumanizza, semplifica > e assolve tutti gli altri». Una categoria che, secondo L’AltraMarea, finisce per spostare lo sguardo dalle condizioni che rendono quelle traversate necessarie: «Perché se c’è uno scafista, allora non c’è più bisogno di parlare delle frontiere europee. Non c’è più bisogno di parlare dei governi che chiudono le vie legali di ingresso. Non c’è più bisogno di parlare di un Mediterraneo trasformato in un dispositivo di selezione della vita e della morte». Rapporti e dossier LA COSTRUZIONE POLITICO-GIURIDICA DELLO “SCAFISTA” Cosa raccontano due report tra Italia e Grecia sulla criminalizzazione delle persone migranti Maria Giuliana Lo Piccolo 20 Marzo 2026 Il comunicato non nega l’esistenza delle reti criminali che organizzano le traversate. Interroga piuttosto il meccanismo attraverso cui la responsabilità finisce per concentrarsi su chi si trova sulla barca. > «Basta trovare un colpevole. E il colpevole, quasi sempre, è uno degli > ultimi». È il migrante, scrive il Collettivo, quello che «era sulla stessa imbarcazione», quello che «ha tenuto un timone», «ha tradotto», «ha distribuito acqua», «è sopravvissuto». «L’ultimo diventa il primo imputato». TRE ANNI DI CARCERE Sono passati più di tre anni dalla strage. Khalid ha attraversato diversi istituti penitenziari: prima Catanzaro, poi Cosenza, oggi Vibo Valentia. Il Collettivo racconta un ragazzo che, dopo tre anni di carcere, «si sta consumando lentamente». > «Perché il carcere non toglie soltanto la libertà. Quando ti senti schiacciato > da un’ingiustizia, finisce per toglierti anche il futuro». Intanto L’AltraMarea torna alla domanda che attraversa tutta la vicenda: «Chi ha costruito un sistema in cui salire su una barca destinata quasi sempre ad affondare sia l’unica possibilità rimasta?» Una domanda che va oltre il singolo processo e riguarda il sistema di frontiere che continua a produrre viaggi pericolosi, naufragi e morti. A Cutro sono morte 94 persone. Khalid era su quella barca. È sopravvissuto. In aula, nel novembre 2024, Khalid aveva affidato alle sue parole tutto quello che gli restava per chiedere di essere ascoltato 3: > «Io ero venuto in Italia per un futuro e mi trovo in galera solo perché parlo > la lingua turca ed ho fatto da interprete. Per favore datemi giustizia». Da allora sono passati altri mesi di carcere. E mentre aspetta di sapere quanto ancora dovrà pagare per quella notte, Khalid continua a proclamarsi innocente. 1. Processo d’appello Arslan Khalid ed altri (Naufragio di Cutro), l’audio dell’udienza su Radio Radicale ↩︎ 2. Naufragio di Cutro, chieste in Appello pene più alte per gli scafisti, Il Crotonese (8 luglio 2026) ↩︎ 3. Naufragio Cutro, l’imputato: in carcere mi chiamano assassino di bambini, ma io ho solo colpa di aver fatto l’interprete, Il Crotonese (6 novembre 2024) ↩︎
#noponte "No al Ponte", il corteo di comitati e associazioni ambientaliste a #Messina #strettodimessina "La Stretto di Messina Spa chiuda i battenti", la richiesta Rai tre Dalla #Sicilia e dalla #Calabria, il popolo del “No Ponte” è tornato a manifestare a Messina in questo sabato di agosto. Un corteo contro la grande opera sullo Strett o e contro il progetto che dovrebbe collegare le due sponde.https://www.rainews.it/tgr/calabria/video/2026/08/no-al-ponte-il-corteo-di-comitati-e-associazioni-ambientaliste-a-messina-18f19db4-388a-4b82-8970-36a53e8a82d2.html
August 9, 2026
Antonio Mazzeo
Voci dal corteo No Ponte
Oltre 10.000 persone in piazza a Messina contro il ponte e per la chiusura della Stretto di Messina s.p.a. Delegazioni da ogni parte d'Italia, ma soprattutto da Sicilia è Calabria, hanno manifestato per pretendere la chiusura della società che dal 1981 ha drenato oltre un miliardo di euro di fondi pubblici senza nemmeno posare una pietra. Grande pluralità all'interno del corteo, che storicamente non si è mai limitato a dire semplicemente "no" al ponte ma ha sempre restituito un ampio ecosistema di comitati che si battono contro il sistema estrattivo e di sfruttamento del territorio. Dissesto idrogeologico, mancanza di servizi, emergenza sanitaria e abitativa, carenza di infrastrutture sono solo alcuni dei temi portati all'attenzione dell'opinione pubblica come possibili alternative di impiego degli oltre 13 miliardi di fondi stanziati per il ponte. Intanto, sul piano tecnico, il Ponte sullo Stretto ha ottenuto il via libera del Consiglio superiore dei lavori pubblici. Non è però la parola fine: si passa ora al progetto esecutivo, con verifiche aggiuntive richieste su altezza dell'opera, faglie sismiche e rischio terremoti. Il governo spinge, avendo dichiarato l'opera di "rilevante interesse pubblico" per accelerare le autorizzazioni. Ma i passaggi decisivi restano altri due: il Cipess e, soprattutto, la Corte dei Conti, che un anno fa aveva già bocciato il progetto. Restano diverse incognite legali: un esposto della Cgil sui fondi europei dirottati dalla Sicilia al Ponte, le proteste di alcuni Comuni coinvolti e due indagini penali aperte a Roma e Caltanissetta. Salvini vorrebbe posare la prima pietra entro le elezioni, l'ad della Stretto di Messina s.p.a. Ciucci vorrebbe terminare l'opera entro il 2033. Si preannuncia una stagione di mobilitazione, la radio seguirà da vicino le vicende dello Stretto e non solo.
August 8, 2026
Radio Onda Rossa
#NoPonte - #Messina, sabato 8 agosto, ore 18.30 - Corteo No Ponte per chiudre la Stretto di Messina S.P.A. subito, senza Se e senza Ma.... #strettodimessina #calabria
August 7, 2026
Antonio Mazzeo
Il 27 luglio Cosenza ha camminato per Momo
PUBBLICHIAMO LA RIFLESSIONE DI DOCENTI PER GAZA, NODO TERRITORIALE DELLA CALABRIA, SCRITTA A PARTIRE DALLA MANIFESTAZIONE DEL 27 LUGLIO A COSENZA PER MOHAMED AMIN BESSIOUD. Il 27 luglio Cosenza ha camminato per Momo. Centinaia e centinaia di persone hanno attraversato la città, trasformando il dolore di una famiglia in una domanda collettiva di verità e giustizia per Momo, morto il 23 luglio dopo essere precipitato dal balcone durante una perquisizione dei Carabinieri. Arrivare sotto casa sua, guardare quel balcone e il punto in cui Momo è precipitato fa rabbrividire. Ma ancora più straziante è ascoltare sua madre Nabila. > «Hanno lasciato morire mio figlio davanti ai miei occhi. Sono proprio rotta > dentro, perché ho visto mio figlio morire davanti a me». Nabila ha raccontato di aver visto il figlio in uno stato di forte agitazione, di averlo sentito dire «Mamma basta, mi sta torturando, voglio morire» e ha sostenuto che Momo avesse le manette ai polsi quando è precipitato [ndr: qui un video pubblicato oggi 06/08 a supporto]. Ha inoltre raccontato di pressioni e vessazioni subite dalla famiglia e di un tentativo di sottoporla a un TSO, interpretato come un modo per screditarla quale testimone della tragedia. Sono accuse gravissime che dovranno essere accertate. La dinamica è ancora al vaglio della Procura. Ma una cosa è già certa: una madre ha perso suo figlio e chiede verità. E noi abbiamo il dovere di ascoltarla. Da insegnanti, facciamo fatica a dare un senso non soltanto a ciò che è accaduto, ma anche a ciò che sta accadendo dopo. Perché Momo rischia di soccombere una seconda volta: dalle parole, dalle etichette, dal giudizio sommario. Era fragile. Aveva attraversato la depressione, la perdita del padre, problemi di dipendenza e vicissitudini giudiziarie. Ma nessuna di queste cose cancella la sua umanità. Nessuna condanna trasforma una persona in un bersaglio. Nessuna fragilità autorizza a trattare qualcuno come un nemico. E allora dobbiamo avere il coraggio di porci una domanda politica: che società è quella che sa essere spietata con chi è già fragile, marginale, povero o vulnerabile e che troppo spesso sembra trovare invece strumenti diversi quando davanti ha chi dispone di potere, denaro e relazioni? È la logica dei forti con i deboli e deboli con i forti. Non è soltanto una questione di singole responsabilità. È il prodotto di una cultura securitaria che da anni costruisce nemici: il migrante, il povero, il tossicodipendente, il marginale, chi dissente. Problemi sociali, economici e sanitari vengono trasformati in problemi di ordine pubblico. La sofferenza viene criminalizzata. La fragilità diventa pericolosità. La persona scompare dietro l’etichetta. E quando questo accade, la violenza diventa più facile. È questa la radice che dobbiamo avere il coraggio di guardare. Perché non basta indignarsi davanti alla tragedia di Momo. Dobbiamo interrogarci su quale società stiamo costruendo e su quale ruolo vogliamo assumere noi, dentro la scuola e fuori dalla scuola. Qui entra in gioco un’altra forma di analfabetismo: l’analfabetismo emotivo. Non è soltanto non conoscere. È non saper riconoscere il dolore dell’altro. È non riuscire più a provare empatia per chi è diverso da noi, per chi sbaglia, per chi è fragile, per chi vive ai margini. È imparare a guardare la sofferenza senza sentirsi coinvolti. E allora la scuola deve fare esattamente il contrario. Noi insegnanti abbiamo il dovere di costruire quotidianamente pratiche di ascolto, cura, empatia e gestione non violenta del conflitto. Dobbiamo insegnare a riconoscere le emozioni, a dare loro un nome, a comprendere il punto di vista dell’altro. Dobbiamo educare alla capacità di distinguere una persona dal suo errore, una fragilità da una colpa, un conflitto da un nemico. Ma tutto questo diventa sempre più difficile in una scuola che ci viene proposta come competitiva, performativa, aziendalizzata, dove il valore sembra essere misurato attraverso prestazioni, classifiche e risultati e dove gli spazi del pensiero critico rischiano di restringersi. Una scuola nella quale la libertà d’insegnamento viene messa sotto pressione e nella quale docenti che prendono pubblicamente posizione contro il genocidio del popolo palestinese possono trovarsi esposti alla minaccia di ispezioni ministeriali. Una scuola nella quale si arriva a chiedere il censimento delle iniziative legate alla cultura e alla religione islamica dietro il paravento della lotta alla “radicalizzazione”. Colpisce una coincidenza: il 23 luglio, mentre Momo perdeva la vita durante la perquisizione nella sua abitazione, il Consiglio dei ministri approvava anche il cosiddetto DDL “anti-maranza”, fondato sull’idea di anticipare e irrigidire la risposta penale nei confronti dei minori. Due fatti distinti, certo, ma che sembrano raccontare la stessa idea di società: una società che, di fronte al disagio, risponde sempre più spesso con la repressione anziché con l’educazione, con il controllo anziché con la prevenzione, con la punizione anziché con la cura. Il rischio è evidente: trasformare la scuola da luogo di confronto e conoscenza a luogo di sorveglianza, autocensura e costruzione del sospetto. È qui che l’analfabetismo emotivo si salda con quello politico: quando non sappiamo più riconoscere la sofferenza dell’altro, diventa più facile accettare che qualcuno venga trasformato in un problema, in una minaccia, in un nemico. Noi insegnanti dobbiamo invece fare l’opposto. E questo significa anche disobbedire quando l’obbedienza pretende di trasformare l’ingiustizia in normalità. È il senso dell’obiezione di coscienza totale e collettiva richiamata dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università: non soltanto il rifiuto individuale della guerra, ma la scelta collettiva di non diventare ingranaggi di una cultura fondata sulla militarizzazione, sulla repressione e sulla costruzione del nemico. Obiettare significa anche rifiutare una scuola che insegna a competere invece che a prendersi cura, che sorveglia invece di ascoltare, che censura invece di educare alla libertà. È una forma di resistenza civile. Ed è, prima ancora, una responsabilità educativa. Il 27 sera Cosenza ha camminato per Momo. Ora però quella piazza deve entrare nelle scuole, nelle nostre aule, nei nostri discorsi, nelle nostre pratiche quotidiane. Perché la memoria non è soltanto ricordare chi non c’è più. È domandarsi quale società vogliamo costruire perché una storia come quella di Momo non possa più ripetersi. E allora, davanti a quel balcone, davanti al dolore inconsolabile di Nabila, davanti a una morte ancora da comprendere fino in fondo, una cosa possiamo dirla con certezza: Momo non è un caso di cronaca. Momo è una persona. E una società che smette di vedere le persone, prima o poi, smette di vedere anche sé stessa. Docenti per Gaza, nodo territoriale Calabria Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! 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Fuori dal Ghetto Rosarno Filmfestival
Arriva la 5° edizione del Rosarno Filmfestival “Fuori dal Ghetto”. Fra ottobre e novembre 2026, la rassegna. Per partecipare al concorso, invece, le opere devono essere inviate entro e non oltre il 30 settembre 2026. L’evento è promosso da Mediterranea Hope – Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia (FCEI), dalla Rete Comunità Solidali, e da S.O.S. Rosarno. BANDO DI CONCORSO Il concorso della rassegna Fuori dal Ghetto Rosarno Filmfestival avrà come tema centrale lo sfruttamento del lavoro, la sicurezza sul lavoro, il caporalato, il contrasto allo sfruttamento lavorativo che rappresenta una piaga diffusa su tutto il territorio nazionale, caratterizzato dalle violazioni in materia di orario di lavoro, salari, contributi, diritti alle ferie, salute e sicurezza lavorativa. Dalla Piana di Gioia Tauro in Calabria a Saluzzo in Piemonte, da Nardò in Puglia, a Latina nel Lazio, fino a Ragusa in Sicilia, il lavoro nero, grigio e caporalato rimangono elementi strutturali sui quali intervenire. Non solo per i lavoratori stranieri ma per tutti i lavoratori e lavoratrici. L’agricoltura crea posti di lavoro per gli immigrati ma il sistema non riesce a costruire processi di accoglienza degni, in grado di interrompere i processi di ghettizzazione e invisibilità. Storie di vita. Storie di accoglienza negata, storie di soprusi ma anche storie di riscatto nella quali la convivenza e lavoro regolare costruiscono economie in grado di rispondere a processi di spopolamento, di crescita collettiva. Storie che è importante testimoniare e documentare. INDICAZIONI * Le opere potranno avere una durata massima di 30’. * Possono essere inviate in formato con estensione Mpg4 con dimensione massima di 2 GB. Si consiglia di inviare I film in formato 1920×1080 con wetransfer. * La selezione delle opere è a cura e a giudizio insindacabile della direzione artistica. Al termine della pre-selezione gli autori verranno informati sul risultato telefonicamente o via email. * Le opere andranno inviate all’indirizzo email fuoridalghetto2022@gmail.com entro e non oltre il 30 settembre 2026. Data la particolarità del concorso non ci saranno premi in denaro. I vincitori (primo e secondo) riceveranno un cesto di prodotti agricoli della cooperativa Mani e Terra di Rosarno, inoltre le opere verranno proiettate in tutti gli spazi che organizzeranno eventi e aderiranno al Fuori dal Ghetto. “Il cinema non è solo una fabbrica di sogni. È anche strumento di indagine sociale e di supporto alle pratiche sociali, di critica e denuncia delle tante forme di sfruttamento, strumento di raccordo conoscitivo tra culture diverse.” Ken Loach “Questo festival ci dà la possibilità di dialogare con il territorio e istituzioni. Essere considerati. Dieci anni fa non era possibile. Il nostro punto di vista non viene mai ascoltato. La giuria per il concorso sarà composta da lavoratori braccianti e studenti e cerca di sanare questa mancanza, questo collegamento con il territorio.” Ibrahim Diabate, operatore di Mediterranean Hope-FCEI. * Info: fuoridalghetto2022@gmail.com; segreteria.recosol@gmail.com. Con l’adesione di: Sea Watch, ResQ, Campagne Aperte, Impresa Sociale Sankara (Caulonia), Ass Coopisa Cooperazione in Sanità (Reggio Calabria), Ass. Culturale Terra dei Morgeti (San Giorgio Morgeto), Ass. Santa Barbara (San Ferdinando). Equo Sud (Reggio Calabria), La Coperta della Memoria Piana di Gioia Tauro, Faro Fabbrica dei Saperi Kiwi impresa sociale” (Rosarno), Autogestione in movimento Fuorimercato (Milano) Acmos e Cascina Arzilla (Torino) ICS Consorzio Italiano Solidarietà (Trieste), RiMaflow (Milano), I.C S Trieste, Comune.Info, Confronti, Altreconomia, Volere la Luna, Pressenza stampa Internazionale, ZaLab laboratorio indipendente (Padova), Carovane Migranti (Torino).