Naufragio Cutro, quando il sopravvissuto diventa imputato
Il Collettivo L’AltraMarea porta all’attenzione la vicenda di Khalid Arslan,
sopravvissuto alla strage di Cutro, condannato in primo grado a undici anni di
carcere e detenuto da oltre tre anni.
A pochi mesi dalla conclusione del processo d’appello, Melting Pot raccoglie e
rilancia la sua storia. Perché oggi di Khalid si parla troppo poco. E perché la
sua vicenda interroga il modo in cui vengono trattati i sopravvissuti alle
stragi del Mediterraneo.
Lo scorso aprile avevamo intervistato il suo avvocato, Salvatore Perri, alla
vigilia del processo d’appello, ricostruendo la posizione della difesa e le
contestazioni alla sentenza di primo grado.
Nel frattempo il procedimento giudiziario è andato avanti. Nell’udienza dell’8
luglio 1, la Procura generale ha chiesto per Khalid una pena ancora più pesante:
dodici anni di reclusione e tre milioni di euro di multa, chiedendo anche il
riconoscimento del naufragio colposo, dal quale era stato assolto in primo grado
2. Per gli altri due imputati sono state invocate pene anche più severe.
La prossima udienza è stata rinviata al 14 ottobre 2026, quando sono previste le
conclusioni delle difese. Nella stessa giornata potrebbe arrivare anche la
sentenza.
Interviste
CUTRO, LA DIFESA DI KHALID ARSLAN VERSO L’APPELLO
L’avvocato Salvatore Perri: «Rischio capri espiatori tra i sopravvissuti»
Redazione
3 Aprile 2026
Quella notte, davanti alla costa di Steccato di Cutro, il caicco Summer Love si
spezzò. Novantaquattro persone morirono, tra cui 35 bambini. Khalid era tra i
passeggeri. È sopravvissuto al naufragio. Da oltre tre anni è in carcere da
innocente.
UNA FRASE NELLA SENTENZA
Il comunicato del Collettivo parte da un passaggio delle motivazioni della
sentenza di primo grado che considera particolarmente significativo:
«Non sono emersi collegamenti con gli organizzatori del viaggio, ed apparendo
plausibile nei suoi confronti una partecipazione del tutto occasionale alla
realizzazione del trasporto oggetto di causa; pertanto la sua corretta condotta
successiva alla commissione del reato (compresa l’accertata condotta di ausilio
ai naufraghi che ancora erano rimasti in balia del mare) corrobora la
valutazione in ordine alla concedibilità di un trattamento sanzionatorio più
favorevole».
È su queste parole che L’AltraMarea concentra la propria riflessione:
«I giudici scrivono che non sono emersi rapporti con i trafficanti, che il suo
coinvolgimento appare occasionale, che è accertato che abbia aiutato i naufraghi
mentre il mare continuava a inghiottire esseri umani».
Il Collettivo mette quindi in discussione il modo in cui la vicenda di Khalid è
stata progressivamente ridotta alla categoria di “scafista”.
«Eppure oggi, per quasi tutti, Khalid Arslan è semplicemente “lo scafista”. Una
parola, una categoria. Un mostro utile. Perché i mostri semplificano le
coscienze».
LA STORIA DI KHALID
Per L’AltraMarea, la vicenda giudiziaria non può essere separata dalla storia
personale di Khalid.
Il giovane ha lasciato il Pakistan quando era ancora molto giovane, ha
attraversato un confine ed è arrivato in Europa da minore non accompagnato.
> «Provate a immaginare, cosa significhi essere un bambino che cresce senza
> essere più un bambino – questa è la storia di Khalid».
Il Collettivo racconta gli anni trascorsi in Italia, il lavoro, l’apprendimento
del turco e il rapporto con il padre, fino alla decisione di affrontare il
viaggio verso l’Europa: «Anni dopo riesci perfino a riallacciare i rapporti con
tuo padre. Gli chiedi un sacrificio enorme, quello di pagare il viaggio su una
barca di legno marcio, l’unico biglietto disponibile per entrare in Europa».
Una condizione che L’AltraMarea sintetizza così:
> «Perché chi nasce dalla parte sbagliata del mondo non compra un biglietto
> aereo. Compra un posto su una bara galleggiante».
Sulla barca ci sono più di duecento persone, tra donne, bambini e famiglie.
Khalid è uno dei pochi passeggeri a comprendere il turco parlato
dall’equipaggio.
> «Gli chiedono di tradurre. E lui traduce. Come farebbe chiunque capisca una
> lingua che gli altri non comprendono».
Durante il viaggio Khalid realizza fotografie e video vicino al timone e li
manda al padre, pubblicandone alcuni anche su TikTok. Il Collettivo invita a
leggere quelle immagini dentro la normalità di un ragazzo che documenta il
proprio viaggio: «Oggi basta aprire i social per vedere giovani che documentano
ogni istante della loro vita. Solo che quei ragazzi sono su una spiaggia. Lui è
sopra una barca destinata a rompersi».
DOPO IL NAUFRAGIO
Poi arriva la notte del 26 febbraio 2023.
Il legno si spezza. Le persone vengono scaraventate nell’acqua gelida. Madri
perdono i figli, bambini scompaiono nel buio.
Khalid raggiunge la riva. Ma, secondo il racconto del Collettivo, torna verso il
mare.
«Potrebbe correre, potrebbe sparire, potrebbe pensare solo a salvarsi. Non lo
fa, torna verso il mare e continua per ore a tirare fuori persone, corpi senza
più vita, bambini. I pescatori lo fanno smettere quasi con la forza».
È proprio a questo punto che L’AltraMarea torna sulle parole della sentenza:
«La sentenza parla di “accertata condotta di ausilio ai naufraghi”. Non è
un’opinione. È scritto nelle motivazioni».
Da qui nasce la domanda che attraversa il comunicato: cosa accade quando una
persona che ha condiviso la traversata con le vittime e che è sopravvissuta al
naufragio viene trasformata in imputato?
DALLA PARTE SBAGLIATA DEL MARE
Per il Collettivo, la vicenda di Khalid non può essere separata dal sistema
delle frontiere europee.
> «“Scafista” è una parola che funziona benissimo perché disumanizza, semplifica
> e assolve tutti gli altri».
Una categoria che, secondo L’AltraMarea, finisce per spostare lo sguardo dalle
condizioni che rendono quelle traversate necessarie:
«Perché se c’è uno scafista, allora non c’è più bisogno di parlare delle
frontiere europee. Non c’è più bisogno di parlare dei governi che chiudono le
vie legali di ingresso. Non c’è più bisogno di parlare di un Mediterraneo
trasformato in un dispositivo di selezione della vita e della morte».
Rapporti e dossier
LA COSTRUZIONE POLITICO-GIURIDICA DELLO “SCAFISTA”
Cosa raccontano due report tra Italia e Grecia sulla criminalizzazione delle
persone migranti
Maria Giuliana Lo Piccolo
20 Marzo 2026
Il comunicato non nega l’esistenza delle reti criminali che organizzano le
traversate. Interroga piuttosto il meccanismo attraverso cui la responsabilità
finisce per concentrarsi su chi si trova sulla barca.
> «Basta trovare un colpevole. E il colpevole, quasi sempre, è uno degli
> ultimi».
È il migrante, scrive il Collettivo, quello che «era sulla stessa imbarcazione»,
quello che «ha tenuto un timone», «ha tradotto», «ha distribuito acqua», «è
sopravvissuto».
«L’ultimo diventa il primo imputato».
TRE ANNI DI CARCERE
Sono passati più di tre anni dalla strage. Khalid ha attraversato diversi
istituti penitenziari: prima Catanzaro, poi Cosenza, oggi Vibo Valentia.
Il Collettivo racconta un ragazzo che, dopo tre anni di carcere, «si sta
consumando lentamente».
> «Perché il carcere non toglie soltanto la libertà. Quando ti senti schiacciato
> da un’ingiustizia, finisce per toglierti anche il futuro».
Intanto L’AltraMarea torna alla domanda che attraversa tutta la vicenda:
«Chi ha costruito un sistema in cui salire su una barca destinata quasi sempre
ad affondare sia l’unica possibilità rimasta?»
Una domanda che va oltre il singolo processo e riguarda il sistema di frontiere
che continua a produrre viaggi pericolosi, naufragi e morti.
A Cutro sono morte 94 persone.
Khalid era su quella barca.
È sopravvissuto.
In aula, nel novembre 2024, Khalid aveva affidato alle sue parole tutto quello
che gli restava per chiedere di essere ascoltato 3:
> «Io ero venuto in Italia per un futuro e mi trovo in galera solo perché parlo
> la lingua turca ed ho fatto da interprete. Per favore datemi giustizia».
Da allora sono passati altri mesi di carcere. E mentre aspetta di sapere quanto
ancora dovrà pagare per quella notte, Khalid continua a proclamarsi innocente.
1. Processo d’appello Arslan Khalid ed altri (Naufragio di Cutro), l’audio
dell’udienza su Radio Radicale ↩︎
2. Naufragio di Cutro, chieste in Appello pene più alte per gli scafisti, Il
Crotonese (8 luglio 2026) ↩︎
3. Naufragio Cutro, l’imputato: in carcere mi chiamano assassino di bambini, ma
io ho solo colpa di aver fatto l’interprete, Il Crotonese (6 novembre 2024)
↩︎