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La Humanity 2 bloccata a Lampedusa mentre aumenta il tasso di mortalità nel Mediterraneo
Mentre il governo Meloni festeggia il calo degli sbarchi sulle coste italiane, il 2026 si conferma l’anno più letale nel Mediterraneo centrale da quando esiste una documentazione sistematica. La nuova barca a vela di SOS Humanity è stata fermata a Lampedusa dopo il suo primo soccorso; Mediterranea Saving Humans denuncia un aumento del 150% del tasso di mortalità lungo la rotta. Il 30 agosto 2026 la Humanity 2, la nuova imbarcazione a vela di SOS Humanity, è stata sottoposta a un fermo provvisorio dalle autorità italiane nel porto di Lampedusa. Era rientrata dalla sua prima missione: nei due giorni precedenti l’equipaggio aveva tratto in salvo 71 persone in pericolo nel Mediterraneo centrale. Pochi giorni dopo, il 4 settembre, Mediterranea Saving Humans ha diffuso un comunicato che colloca quel fermo dentro un quadro più ampio, quello di una frontiera che si sposta sempre più lontano e di una rotta che diventa sempre più mortale. La riduzione degli arrivi celebrata dal governo, nella realtà, non racconta la diminuzione delle partenze, ma l’aumento delle morti e degli ostacoli a chi prova a salvare vite in mare. Ph: SOS Humanity Ph: Leon Salner, SOS Humanity IL FERMO DELLA HUMANITY 2 Il primo soccorso è avvenuto il 28 agosto, quando l’equipaggio ha avvistato in acque internazionali al largo della Libia una piccola imbarcazione in vetroresina non idonea alla navigazione, con dodici persone a bordo. Nella notte, mentre navigava verso nord, la Humanity 2 è stata avvicinata da una seconda imbarcazione sovraffollata in difficoltà: in una situazione di pericolo, 59 persone sono state spinte a bordo della barca a vela da soggetti sconosciuti, che hanno poi abbandonato la scena, con alcune persone rimaste ferite durante l’imbarco. Sulla barca di 24 metri l’equipaggio si è trovato a gestire una situazione caotica, informando le autorità competenti non appena l’emergenza è stata messa sotto controllo. All’arrivo nel porto assegnato di Lampedusa, le autorità italiane hanno emesso il provvedimento di fermo per la presunta mancata “comunicazione immediata dell’operazione di soccorso al Centro di coordinamento del soccorso marittimo competente”. Un’accusa infondata che l’organizzazione respinge in pieno: «Le accuse mosse sono scandalose, poiché la Humanity 2 ha agito in ogni momento nel rispetto del diritto internazionale», ha affermato Marie Michel, esperta di politiche di SOS Humanity. «L’equipaggio ha informato le autorità competenti non appena si è assicurato che fosse stato prestato il primo soccorso immediato ai sopravvissuti e che non ci fossero più persone in acqua. Il fermo della Humanity 2 con queste motivazioni assurde dopo la sua primissima missione è un ulteriore segno del tentativo delle autorità italiane di soffocare ogni sforzo di soccorso da parte della società civile». Per il membro dell’equipaggio Ikram Jarmouni il blocco è «una mossa politicamente motivata volta a ostacolare le operazioni di ricerca e soccorso». E ha un costo diretto, misurabile in vite: «Durante la stessa missione sono state prese a bordo 71 persone in pericolo e sono stati avvistati tre cadaveri che galleggiavano in acqua. […] Queste morti sono il risultato diretto della scelta dei governi europei di impedire a tutti i costi alle persone di raggiungere le coste europee, invece di creare percorsi sicuri. Ogni ora in cui questa nave rimane trattenuta sulla base di accuse illegittime è un’ora in cui non è là fuori in mare, ed è esattamente questo l’obiettivo di questo fermo». SOS Humanity ha annunciato di essere pronta a impugnare la decisione, del resto i tribunali italiani, basandosi sul rispetto delle normative internazionali, stanno costantemente dando ragione alle ONG del soccorso civile. «Non accetteremo che l’Unione Europea e i suoi Stati membri lascino morire delle persone e si sottraggano alla responsabilità che il diritto internazionale attribuisce loro di salvare vite umane in mare», ha sottolineato Marie Michel. «Continueremo a garantire che i diritti umani di tutti siano tutelati senza eccezioni: nelle aule di tribunale, nei parlamenti e nelle piazze». UN ANNO DI MORTI IN AUMENTO Dal 14 agosto diverse organizzazioni di ricerca e soccorso hanno rinvenuto complessivamente 30 salme nel corso delle loro operazioni nel Mediterraneo centrale. Il 2026 si è rivelato l’anno più letale nel Mediterraneo centrale secondo i dati di OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni): in media, ogni sei ore una persona muore lungo questa rotta. Il fermo della Humanity 2, inoltre, segue quello di otto navi di soccorso dell’alleanza Justice Fleet bloccate dalle autorità italiane nel solo 2026, un accanimento che aggrava ulteriormente la carenza di capacità di soccorso in mare. > Il “governo più longevo di sempre”, come ama definirlo la Presidente del > Consiglio Meloni, è nella sostanza dei fatti il più mortifero con oltre 10.000 > vite perse – fonte OIM – nel Mediterraneo dall’inizio della legislatura. È su questo scenario di repressione e necropolitica che si inserisce la risposta di Mediterranea al governo Meloni. Tra gennaio e agosto 2026, denuncia l’organizzazione, il tasso di mortalità lungo la rotta del Mediterraneo centrale è aumentato del 150% rispetto allo stesso periodo del 2025. Mentre l’esecutivo si vanta di aver “diminuito gli sbarchi in Italia dell’80%“, crescono i rischi per chi tenta la traversata e continuano i respingimenti verso la Libia: solo nel 2025, oltre 27.000 persone sono state intercettate in mare dalle milizie libiche e riportate indietro, verso un Paese che non può essere considerato un porto sicuro. «Il Governo non ha sconfitto le partenze, ha semplicemente spostato più lontano il confine. E quando il confine si sposta, aumentano le distanze, i rischi e le possibilità che una persona muoia senza che nessuno la veda», ha dichiarato Laura Marmorale, presidente di Mediterranea Saving Humans. «Esultare per la diminuzione degli sbarchi significa ignorare deliberatamente ciò che accade prima: le persone che vengono fermate, riportate in Libia, deportate in condizioni terribili o che perdono la vita durante la traversata». Negli ultimi cinque anni la stima è sotto gli occhi di tutti: oltre 10.000 donne, uomini e bambini hanno perso la vita nel Mediterraneo. E’ una strage che prosegue mentre l’Europa investe sempre di più nel controllo delle frontiere esterne e nella collaborazione con Paesi che non garantiscono la tutela dei diritti fondamentali. Il punto riguarda la natura stessa del soccorso. «Vorremmo ricordare al Governo una cosa elementare: il soccorso in mare non è una concessione politica, è un obbligo. E chi viene salvato deve poter sbarcare in un porto sicuro», ha proseguito Marmorale. «Non si può trasformare il numero degli sbarchi in un indicatore di successo se il prezzo di quel risultato è un aumento delle morti e delle persone abbandonate lungo una delle rotte migratorie più letali del mondo». Le due organizzazioni convergono sulla stessa richiesta: canali legali e sicuri d’ingresso, un sistema europeo di ricerca e soccorso adeguato, una politica che metta al centro la vita delle persone. «Se davvero vogliamo mettere fine all’infinita strage nel Mediterraneo, dobbiamo smettere di rendere sempre più difficile e pericoloso l’accesso all’Europa», ha infine concluso Laura Marmorale. «È questo il “successo” che vorremmo poter celebrare: non meno persone che arrivano perché più persone vengono fermate o muoiono, ma meno morti perché nessuno è più costretto a rischiare la vita per cercare sicurezza e futuro». Nel frattempo, la Humanity 2 resta ferma nel porto di Lampedusa. E ogni ora di fermo, come ricorda l’equipaggio, è un’ora in meno passata in mare a cercare chi rischia di non essere visto da nessuno.
Canarie, 27 giorni alla deriva: più di 80 persone morte sulla rotta atlantica
Ogni tre ore, una vittima ai confini spagnoli. Nei primi sei mesi del 2026 sono state 1.317 le persone morte nelle rotte della frontiera occidentale euroafricana verso lo Stato spagnolo. Più di sette vittime ogni giorno. 129 erano bambine o bambini. Infografiche: Caminando Fronteras La rotta atlantica verso le Canarie continua a essere la più mortifera, con 635 vittime. Il monitoraggio di Caminando Fronteras 1 segnala inoltre un elemento che mette in discussione l’idea che la diminuzione degli arrivi significhi maggiore sicurezza: le persone che riescono a raggiungere le isole sono diminuite molto più delle vittime. La traversata, quindi, è diventata proporzionalmente più pericolosa. È dentro questa rotta, e dentro questa crescente pericolosità, che si colloca il nuovo naufragio del cayuco partito dal Gambia. VENTISETTE GIORNI IN MARE Il 7 agosto un’imbarcazione lascia il Gambia. Tra il punto di partenza e le Canarie ci sono circa 1.500 chilometri di oceano. A bordo ci sono oltre 120 persone, tra cui quattro donne e un neonato. Nei giorni successivi, però, della barca si perdono le tracce. Caminando Fronteras lancia l’allerta alle autorità di ricerca e soccorso. I familiari delle persone partite continuano a rivolgersi all’organizzazione, cercando notizie dei propri cari. Passano i giorni. Poi le settimane. Il cayuco rimane in mare per 27 giorni. Il 2 settembre nel pomeriggio un aereo di Salvamento Marítimo individua finalmente l’imbarcazione, a circa 120 chilometri da Gran Canaria. Il soccorso arriva intorno a mezzanotte, quando il mare è ancora agitato. A bordo ci sono 44 superstiti e cinque corpi. Le condizioni del mare impediscono di recuperare i cadaveri, che rimangono sull’imbarcazione. I superstiti vengono trasferiti a Gran Canaria; alcuni arrivano in condizioni gravissime, dopo quasi un mese trascorso in mare. Secondo la ricostruzione dell’associazione spagnola, sono 83 le persone morte durante la traversata. I loro corpi, per la maggior parte, sono stati dispersi nell’Oceano. L’ONG riferisce che l’imbarcazione era partita dal Gambia il 7 agosto con 127 persone a bordo, tra cui quattro donne e una bambina molto piccola, come ha dichiarato a Cadena SER la portavoce dell’organizzazione Helena Maleno 2. Ha riferito inoltre che la Guardia Civil ha confermato all’organizzazione la corrispondenza tra le iscrizioni presenti sullo scafo e quelle di un’imbarcazione partita dal Gambia il 7 agosto. UN’IMBARCAZIONE SEGNALATA Nel caso di questo cayuco c’è un elemento che rende ancora più urgente interrogarsi sulle responsabilità. Caminando Fronteras aveva segnalato alle autorità un’imbarcazione partita dal Gambia. Non era quindi una barca della quale semplicemente non si aveva più notizia: la sua scomparsa era stata comunicata, e i familiari continuavano a chiedere aiuto per cercarla. «I familiari hanno continuato a chiamare e a contattare noi durante tutto questo periodo, molto angosciati», ha dichiarato l’attivista e giornalista alla stampa locale 3. «Questa mattina hanno potuto confermare che l’imbarcazione scomparsa e quella soccorsa alle Canarie erano la stessa». Al momento, continuiamo a essere in contatto con le famiglie affinché possano sapere se i loro cari si trovano tra i superstiti o tra le vittime. Maleno sottolinea inoltre che stanno seguendo le condizioni di salute delle persone arrivate a terra dopo tanti giorni trascorsi nell’Atlantico. La domanda, allora, non riguarda soltanto perché un’imbarcazione tanto precaria possa rimanere in mare per 27 giorni, ma cosa accade dopo che una barca viene segnalata come dispersa. Il monitoraggio dell’organizzazione indica infatti tra i fattori che producono mortalità proprio la mancata mobilitazione delle risorse di ricerca e soccorso nonostante le informazioni disponibili, i ritardi nell’attivazione dei mezzi, la scarsità di risorse aeree e marittime e l’insufficiente coordinamento tra gli Stati. Sulla rotta atlantica, intanto, le partenze avvengono sempre più lontano dalle Canarie. Le distanze aumentano, le imbarcazioni restano più a lungo in mare e la possibilità di essere individuate diminuisce. Secondo il monitoraggio dell’organizzazione, una ricerca aerea sistematica potrebbe ridurre significativamente la mortalità sulla rotta. Quello che è accaduto a questo cayuco racconta così qualcosa di più di un naufragio. Ventisette giorni in mare. Dal 7 agosto al momento in cui un aereo di Salvamento Marítimo ha individuato il cayuco a 120 chilometri da Gran Canaria. Ventisette giorni durante i quali le famiglie hanno continuato a cercare notizie e l’allerta sull’imbarcazione era già arrivata alle autorità. È anche in quei 27 giorni che va cercata la responsabilità della strage. 1. Caminando Fronteras – Monitoraggio del diritto alla vita, 2026 – dati sulle vittime e analisi della rotta atlantica, ricerca e soccorso, partenze sempre più lontane e problemi di coordinamento ↩︎ 2. Helena Maleno Garzón è giornalista, ricercatrice e difensora dei diritti umani, specializzata in migrazioni e tratta di esseri umani. È fondatrice del collettivo Caminando Fronteras, con cui dal 2002 lavora lungo la Frontiera Occidentale Euroafricana, documentando le violazioni dei diritti delle persone in movimento e intervenendo nelle situazioni di emergenza in mare ↩︎ 3. Más de 80 muertos en un cayuco a la deriva al sur de Gran Canaria tras casi un mes en el Atlántico, Canarias Ahora ↩︎
Naufragio al largo delle coste di Ben Guerdane e Zarzis (sud-est Tunisia)
Un’imbarcazione diretta verso l’Italia è affondata nei giorni scorsi al largo delle coste di Zarzis, nel sud-est della Tunisia. A bordo c’erano 15 giovani uomini. Al 25 agosto erano stati recuperati 12 corpi, mentre due persone risultavano ancora disperse. Una sola persona è sopravvissuta, dopo essere rimasta in mare per circa 48 ore prima di essere soccorsa. La maggior parte delle persone a bordo proveniva da Ben Guerdane, città tunisina al confine con la Libia. Tra loro c’erano sette membri della stessa famiglia, giovani tra i 18 e i 25 anni, tra cui i due fratelli Koussay e Ghassan. Secondo le ricostruzioni della stampa tunisina, l’imbarcazione era partita il 19 agosto dalla zona di El Ktef, a Ben Guerdane. Dopo circa cinque ore di navigazione, in condizioni di mare difficili, l’imbarcazione è affondata. Le ricerche hanno coinvolto la Guardia nazionale, la Marina, elicotteri e numerosi pescatori della zona. A raccontare la storia dei sette giovani della stessa famiglia è Atef Chouat, loro cugino, intervistato dalla stampa tunisina 1. I giovani avevano lasciato presto gli studi e si erano dedicati al commercio informale, un’attività che per anni ha rappresentato una delle principali fonti di sostentamento nella regione. Secondo Chouat, a spingerli verso la partenza sono stati soprattutto la disoccupazione e l’assenza di prospettive. «Le famiglie allargate della città di confine di Ben Guerdane si trovano ad affrontare una disoccupazione generalizzata e la situazione sociale è peggiorata con la persistente chiusura, da quasi due anni, del valico di frontiera di Ras Jedir», ha dichiarato. Il valico di Ras Jedir, al confine tra Tunisia e Libia e a pochi chilometri da Ben Guerdane, è da sempre centrale per l’economia della regione. Il commercio transfrontaliero e gli scambi con la Libia hanno rappresentato per migliaia di persone una fonte essenziale di reddito, soprattutto attraverso il commercio informale. La sua chiusura prolungata ha avuto pesanti conseguenze sull’economia locale. Secondo Chouat, ha lasciato migliaia di giovani in una situazione di disoccupazione forzata, aggravando una condizione già segnata dalla mancanza di opportunità e rendendo la migrazione irregolare una delle poche possibilità percepite per cercare un futuro altrove. Il naufragio ha provocato dolore e rabbia a Ben Guerdane. Nei giorni successivi, la città è stata attraversata da proteste: alcune strade sono state bloccate e sono stati incendiati pneumatici, mentre la polizia ha utilizzato gas lacrimogeni. I manifestanti hanno denunciato le difficili condizioni economiche e sociali della regione e chiesto che le operazioni di ricerca dei dispersi fossero intensificate 2. È in questo contesto che interviene Latifa Ouelhazi, presidente dell’Association des mères de migrants disparus, che parla a nome dell’associazione e a partire dalla propria esperienza di sorella di un migrante disperso da anni. > «Quando i nostri figli scompaiono, non scompare il nostro diritto a conoscere > la verità». «VEDIAMO NUOVAMENTE NOI STESSE» La dichiarazione parte dalle famiglie di Ben Guerdane che in questi giorni cercano i propri figli. «Quello che sta accadendo non è un incidente passeggero, né una notizia destinata a concludersi con la diffusione delle immagini e il recupero dei corpi». Dietro ogni persona dispersa, ricordano le madri, c’è una famiglia che dal momento della scomparsa vive «in uno stato di attesa senza fine». «Una madre che non sa se piangere suo figlio o aggrapparsi alla speranza. Un padre che porta dentro di sé mille domande. Fratelli e sorelle che crescono mentre la sedia vuota in casa ricorda loro ogni giorno che un membro della loro famiglia non è più tornato». È un’attesa che Ouelhazi conosce direttamente. «So cosa significa che tuo fratello scompaia in mare e che passino gli anni senza sapere dove sia, cosa gli sia accaduto, se sia sopravvissuto e dove sia terminato il suo viaggio». «So cosa significa che la domanda rimanga aperta e che l’assenza diventi parte della tua vita quotidiana». Per questo, davanti alle famiglie di Ben Guerdane, l’associazione non vede semplicemente «nuovi numeri nel dossier delle migrazioni». «Non vogliamo che queste tragedie si trasformino in momenti di dolore passeggero, per poi essere dimenticate quando le notizie smettono di occupare le prime pagine». Le richieste sono precise: «Vogliamo la verità». «Vogliamo che ogni famiglia conosca il destino di suo figlio». «Vogliamo una ricerca seria delle persone disperse, l’identificazione dei corpi e il rispetto del diritto delle famiglie a riavere i propri figli e a seppellirli con dignità». Ma per le madri dei migranti dispersi la ricerca della verità non può fermarsi al recupero e all’identificazione dei corpi. Il naufragio obbliga a interrogarsi anche sulle ragioni per cui tanti giovani continuano a mettere a rischio la propria vita in mare. «QUANDO LE PORTE LEGALI VENGONO CHIUSE, IL DESIDERIO DI PARTIRE NON SCOMPARE» «Vogliamo inoltre che si apra un vero dibattito sulle ragioni che spingono i nostri giovani a prendere il mare in viaggi esposti alla morte, invece di limitarsi a condannare chi cerca di partire». La dichiarazione mette in discussione apertamente l’efficacia delle politiche di controllo: «Gli anni hanno dimostrato che il solo approccio securitario non ha fermato le partenze e che la chiusura delle frontiere e l’inasprimento delle politiche sui visti non hanno cancellato il desiderio dei giovani di raggiungere un luogo in cui sentirsi al sicuro e vivere con dignità». E aggiungono: «Quando le porte legali vengono chiuse, il desiderio di partire non scompare: diventano semplicemente più pericolose le vie attraverso cui partire». È una denuncia che si intreccia con quanto emerso nelle proteste di Ben Guerdane. La rabbia della comunità non riguarda soltanto il naufragio e la ricerca dei dispersi, ma anche le condizioni sociali ed economiche di una regione in cui la chiusura del valico di Ras Jedir ha aggravato una situazione occupazionale già difficile. Per le madri, però, la risposta non può essere soltanto impedire le partenze. «Non vogliamo altre tragedie e non vogliamo altre madri costrette a vivere ciò che abbiamo vissuto noi». Chiedono «politiche che garantiscano ai giovani il diritto a muoversi in modo sicuro e legale» e, allo stesso tempo, «ragioni concrete per restare, se scelgono di farlo: lavoro, dignità e speranza per il futuro». Per chi ha perso la vita, chiedono che la morte non venga archiviata come una statistica. «Abbiamo il dovere di non permettere che la loro morte si trasformi in un semplice numero all’interno di un rapporto». Alle famiglie spettano «la verità, la giustizia, la dignità, il sostegno psicologico e sociale» e soprattutto «il diritto di sapere dove sono i propri figli e cosa è accaduto loro». «Noi non parliamo da dietro una scrivania», scrive Ouelhazi. «Parliamo dall’interno di questo dolore». «Siamo madri, sorelle, fratelli e figli di persone scomparse, che hanno lasciato dietro di sé domande senza risposta». Per questo l’associazione continuerà a rivendicare i diritti delle persone disperse e delle loro famiglie «ogni volta che un giovane scompare in mare». Perché, conclude la presidente, «sappiamo che dietro ogni assenza c’è una casa che aspetta». «Non vogliamo che il mare diventi un cimitero silenzioso, né che le persone disperse diventino semplicemente dei numeri». «Vogliamo i loro nomi, vogliamo le loro storie, vogliamo la verità». E infine: > «Ogni madre ha il diritto di sapere dove si trova suo figlio». 1. Leggi l’articolo su La Press Tunisia ↩︎ 2. La ricostruzione di Al Jazeera sul naufragio e sulle proteste a Ben Guerdane ↩︎
Life Support, 57 persone soccorse: sette morte durante la traversata. Due evacuate in condizioni critiche
La nave di EMERGENCY ha soccorso un’imbarcazione sovraffollata nelle acque internazionali della zona SAR libica. A bordo anche 29 minori non accompagnati. Sette persone erano già morte, due in condizioni critiche per soffocamento. Alle autorità era stato chiesto un porto vicino, ma è stato assegnato Bari, a 632 miglia nautiche dal luogo del soccorso. Sette persone morte, due in condizioni critiche per soffocamento e altre nove bisognose di assistenza medica. È il bilancio del soccorso effettuato lunedì 17 agosto dalla Life Support di EMERGENCY nel Mediterraneo centrale. L’operazione si è conclusa alle 8:07, dopo che l’imbarcazione, una barca di legno a doppio ponte, era stata individuata alle 6 del mattino. «I naufraghi – spiega l’ONG – hanno riferito di essere partiti all’alba del 16 agosto da Zuwara, e sono originari della Somalia e dell’Egitto. Le persone soccorse in totale sono 50, di cui 45 uomini e 5 donne. Ci sono 29 minori stranieri non accompagnati, di cui 26 maschi e 3 donne». Secondo quanto riferito da EMERGENCY, la situazione è apparsa subito particolarmente grave. «Alle 6 del mattino abbiamo identificato due imbarcazioni dal radar e poi dal ponte con i binocoli. Quando ci siamo avvicinati abbiamo visto una barca di legno sovraffollata e una motovedetta libica che si stava avvicinando e ha iniziato a dirigersi verso la nostra nave», racconta Jonathan Nanì La Terra, capomissione della Life Support. La presenza della motovedetta libica non ha interrotto l’operazione. «A un miglio di distanza li abbiamo contattati per avvisare che l’operazione di soccorso era già in corso: l’imbarcazione libica è rimasta a sorvegliare l’operazione per tutta la sua durata», spiega Nanì La Terra. È durante il soccorso che il team della Life Support ha scoperto la gravità delle condizioni delle persone a bordo. «A metà soccorso il nostro team si è accorto della presenza di 9 persone sdraiate sul ponte, dove erano state trasportate dagli altri naufraghi che le avevano recuperate dalla stiva dove avevano trascorso tutto il viaggio», racconta il capomissione. «Per 7 di loro non c’è stato niente da fare; 2 di loro sono in condizioni critiche per soffocamento». Il numero complessivo delle persone soccorse è di 57, mentre il comunicato di EMERGENCY specifica che 50 erano ancora in vita al momento del completamento dell’operazione: 45 uomini e 5 donne. Tra loro ci sono 29 minori stranieri non accompagnati, 26 maschi e 3 femmine. Nove persone necessitavano di assistenza medica. PH: Michele Bertelli, EMERGENCY Per le due persone in condizioni critiche, il personale sanitario della Life Support ha richiesto immediatamente un’evacuazione medica urgente. Il MedEvac è stato completato alle 14:14, trasferendo le due persone a terra per le cure necessarie. Ma mentre l’emergenza sanitaria veniva affrontata, si apriva un’altra questione: quella del porto di sbarco assegnato dalle autorità italiane. Subito dopo il soccorso, EMERGENCY aveva chiesto alle autorità l’assegnazione di un Place of Safety vicino, proprio considerando le condizioni delle persone soccorse e il bilancio dell’intervento. La richiesta non è stata accolta: il porto assegnato è Bari, distante circa 632 miglia nautiche, pari a circa tre giorni di navigazione dal luogo del soccorso. Una decisione che, secondo EMERGENCY, impone alle persone sopravvissute alla traversata e al naufragio ulteriori giorni in mare, nonostante le condizioni fisiche e psicologiche già compromesse. «Una decisione che significa costringere i naufraghi, soggetti vulnerabili che hanno già alle spalle esperienze difficili e traumatiche e che dovrebbero raggiungere un posto sicuro nel minor tempo possibile, a ulteriori giorni di navigazione», denuncia l’organizzazione. Il viaggio verso Bari comporta inoltre il rinvio dell’accesso alle procedure di protezione e ai servizi di cui le persone soccorse hanno bisogno. Il tema del Place of Safety torna così a intrecciarsi con quello delle politiche di gestione delle frontiere nel Mediterraneo: anche dopo essere state individuate e soccorse in acque internazionali, persone sopravvissute a una traversata segnata dalla morte vengono mantenute per altri giorni a bordo di una nave di soccorso, in attesa di poter raggiungere un porto sicuro. A bordo della Life Support, intanto, lo staff di EMERGENCY continua a seguire le persone soccorse e a garantire loro assistenza. La nave SAR di EMERGENCY opera in questa regione dal dicembre 2022 e, da allora, ha soccorso complessivamente 3.588 persone.
Naufragio Cutro, quando il sopravvissuto diventa imputato
Il Collettivo L’AltraMarea porta all’attenzione la vicenda di Khalid Arslan, sopravvissuto alla strage di Cutro, condannato in primo grado a undici anni di carcere e detenuto da oltre tre anni. A pochi mesi dalla conclusione del processo d’appello, Melting Pot raccoglie e rilancia la sua storia. Perché oggi di Khalid si parla troppo poco. E perché la sua vicenda interroga il modo in cui vengono trattati i sopravvissuti alle stragi del Mediterraneo. Lo scorso aprile avevamo intervistato il suo avvocato, Salvatore Perri, alla vigilia del processo d’appello, ricostruendo la posizione della difesa e le contestazioni alla sentenza di primo grado. Nel frattempo il procedimento giudiziario è andato avanti. Nell’udienza dell’8 luglio 1, la Procura generale ha chiesto per Khalid una pena ancora più pesante: dodici anni di reclusione e tre milioni di euro di multa, chiedendo anche il riconoscimento del naufragio colposo, dal quale era stato assolto in primo grado 2. Per gli altri due imputati sono state invocate pene anche più severe. La prossima udienza è stata rinviata al 14 ottobre 2026, quando sono previste le conclusioni delle difese. Nella stessa giornata potrebbe arrivare anche la sentenza. Interviste CUTRO, LA DIFESA DI KHALID ARSLAN VERSO L’APPELLO L’avvocato Salvatore Perri: «Rischio capri espiatori tra i sopravvissuti» Redazione 3 Aprile 2026 Quella notte, davanti alla costa di Steccato di Cutro, il caicco Summer Love si spezzò. Novantaquattro persone morirono, tra cui 35 bambini. Khalid era tra i passeggeri. È sopravvissuto al naufragio. Da oltre tre anni è in carcere da innocente. UNA FRASE NELLA SENTENZA Il comunicato del Collettivo parte da un passaggio delle motivazioni della sentenza di primo grado che considera particolarmente significativo: «Non sono emersi collegamenti con gli organizzatori del viaggio, ed apparendo plausibile nei suoi confronti una partecipazione del tutto occasionale alla realizzazione del trasporto oggetto di causa; pertanto la sua corretta condotta successiva alla commissione del reato (compresa l’accertata condotta di ausilio ai naufraghi che ancora erano rimasti in balia del mare) corrobora la valutazione in ordine alla concedibilità di un trattamento sanzionatorio più favorevole». È su queste parole che L’AltraMarea concentra la propria riflessione: «I giudici scrivono che non sono emersi rapporti con i trafficanti, che il suo coinvolgimento appare occasionale, che è accertato che abbia aiutato i naufraghi mentre il mare continuava a inghiottire esseri umani». Il Collettivo mette quindi in discussione il modo in cui la vicenda di Khalid è stata progressivamente ridotta alla categoria di “scafista”. «Eppure oggi, per quasi tutti, Khalid Arslan è semplicemente “lo scafista”. Una parola, una categoria. Un mostro utile. Perché i mostri semplificano le coscienze». LA STORIA DI KHALID Per L’AltraMarea, la vicenda giudiziaria non può essere separata dalla storia personale di Khalid. Il giovane ha lasciato il Pakistan quando era ancora molto giovane, ha attraversato un confine ed è arrivato in Europa da minore non accompagnato. > «Provate a immaginare, cosa significhi essere un bambino che cresce senza > essere più un bambino – questa è la storia di Khalid». Il Collettivo racconta gli anni trascorsi in Italia, il lavoro, l’apprendimento del turco e il rapporto con il padre, fino alla decisione di affrontare il viaggio verso l’Europa: «Anni dopo riesci perfino a riallacciare i rapporti con tuo padre. Gli chiedi un sacrificio enorme, quello di pagare il viaggio su una barca di legno marcio, l’unico biglietto disponibile per entrare in Europa». Una condizione che L’AltraMarea sintetizza così: > «Perché chi nasce dalla parte sbagliata del mondo non compra un biglietto > aereo. Compra un posto su una bara galleggiante». Sulla barca ci sono più di duecento persone, tra donne, bambini e famiglie. Khalid è uno dei pochi passeggeri a comprendere il turco parlato dall’equipaggio. > «Gli chiedono di tradurre. E lui traduce. Come farebbe chiunque capisca una > lingua che gli altri non comprendono». Durante il viaggio Khalid realizza fotografie e video vicino al timone e li manda al padre, pubblicandone alcuni anche su TikTok. Il Collettivo invita a leggere quelle immagini dentro la normalità di un ragazzo che documenta il proprio viaggio: «Oggi basta aprire i social per vedere giovani che documentano ogni istante della loro vita. Solo che quei ragazzi sono su una spiaggia. Lui è sopra una barca destinata a rompersi». DOPO IL NAUFRAGIO Poi arriva la notte del 26 febbraio 2023. Il legno si spezza. Le persone vengono scaraventate nell’acqua gelida. Madri perdono i figli, bambini scompaiono nel buio. Khalid raggiunge la riva. Ma, secondo il racconto del Collettivo, torna verso il mare. «Potrebbe correre, potrebbe sparire, potrebbe pensare solo a salvarsi. Non lo fa, torna verso il mare e continua per ore a tirare fuori persone, corpi senza più vita, bambini. I pescatori lo fanno smettere quasi con la forza». È proprio a questo punto che L’AltraMarea torna sulle parole della sentenza: «La sentenza parla di “accertata condotta di ausilio ai naufraghi”. Non è un’opinione. È scritto nelle motivazioni». Da qui nasce la domanda che attraversa il comunicato: cosa accade quando una persona che ha condiviso la traversata con le vittime e che è sopravvissuta al naufragio viene trasformata in imputato? DALLA PARTE SBAGLIATA DEL MARE Per il Collettivo, la vicenda di Khalid non può essere separata dal sistema delle frontiere europee. > «“Scafista” è una parola che funziona benissimo perché disumanizza, semplifica > e assolve tutti gli altri». Una categoria che, secondo L’AltraMarea, finisce per spostare lo sguardo dalle condizioni che rendono quelle traversate necessarie: «Perché se c’è uno scafista, allora non c’è più bisogno di parlare delle frontiere europee. Non c’è più bisogno di parlare dei governi che chiudono le vie legali di ingresso. Non c’è più bisogno di parlare di un Mediterraneo trasformato in un dispositivo di selezione della vita e della morte». Rapporti e dossier LA COSTRUZIONE POLITICO-GIURIDICA DELLO “SCAFISTA” Cosa raccontano due report tra Italia e Grecia sulla criminalizzazione delle persone migranti Maria Giuliana Lo Piccolo 20 Marzo 2026 Il comunicato non nega l’esistenza delle reti criminali che organizzano le traversate. Interroga piuttosto il meccanismo attraverso cui la responsabilità finisce per concentrarsi su chi si trova sulla barca. > «Basta trovare un colpevole. E il colpevole, quasi sempre, è uno degli > ultimi». È il migrante, scrive il Collettivo, quello che «era sulla stessa imbarcazione», quello che «ha tenuto un timone», «ha tradotto», «ha distribuito acqua», «è sopravvissuto». «L’ultimo diventa il primo imputato». TRE ANNI DI CARCERE Sono passati più di tre anni dalla strage. Khalid ha attraversato diversi istituti penitenziari: prima Catanzaro, poi Cosenza, oggi Vibo Valentia. Il Collettivo racconta un ragazzo che, dopo tre anni di carcere, «si sta consumando lentamente». > «Perché il carcere non toglie soltanto la libertà. Quando ti senti schiacciato > da un’ingiustizia, finisce per toglierti anche il futuro». Intanto L’AltraMarea torna alla domanda che attraversa tutta la vicenda: «Chi ha costruito un sistema in cui salire su una barca destinata quasi sempre ad affondare sia l’unica possibilità rimasta?» Una domanda che va oltre il singolo processo e riguarda il sistema di frontiere che continua a produrre viaggi pericolosi, naufragi e morti. A Cutro sono morte 94 persone. Khalid era su quella barca. È sopravvissuto. In aula, nel novembre 2024, Khalid aveva affidato alle sue parole tutto quello che gli restava per chiedere di essere ascoltato 3: > «Io ero venuto in Italia per un futuro e mi trovo in galera solo perché parlo > la lingua turca ed ho fatto da interprete. Per favore datemi giustizia». Da allora sono passati altri mesi di carcere. E mentre aspetta di sapere quanto ancora dovrà pagare per quella notte, Khalid continua a proclamarsi innocente. 1. Processo d’appello Arslan Khalid ed altri (Naufragio di Cutro), l’audio dell’udienza su Radio Radicale ↩︎ 2. Naufragio di Cutro, chieste in Appello pene più alte per gli scafisti, Il Crotonese (8 luglio 2026) ↩︎ 3. Naufragio Cutro, l’imputato: in carcere mi chiamano assassino di bambini, ma io ho solo colpa di aver fatto l’interprete, Il Crotonese (6 novembre 2024) ↩︎
Note su un passaggio di stato tra Ceuta e Fnideq
Fnideq, Marocco – Cominciamo dalla fine. Dalla risacca di un evento che si è già riassorbito, dall’arrivo sul campo a caos concluso, quando la cronaca ha già voltato pagina e restano solo le tracce termiche sul territorio. A Fnideq, il margine può essere uno scivolo di cemento che si perde nel buio del bagnasciuga. La spiaggia, priva di qualsiasi infrastruttura formale o servizio urbano, brulica di un’umanità che occupa lo spazio con la naturalezza dei mercati temporanei. Gruppi di donne velate sedute sulle aiuole della moschea, capannelli di ragazzini che corrono in ciabatte, famiglie intere in movimento costante fino a tarda notte. L’intera cittadina funziona come un formicaio impazzito: motorini, cibo di strada, sigarette di contrabbando, borse, un’infinità di magliette contraffatte del Marocco o con il nome di Lamine Yamal. Qui le maree umane si muovono sincronizzate con i ritmi della notte, montano e si riassorbono lungo la costa senza mai fermarsi davvero. Due uomini seduti su sedie di plastica offrono un servizio essenziale per la geografia informale della spiaggia: il noleggio della seduta per la serata. Rispondo in italiano con un «No, grazie» per non interrompere la dinamica, e continuo a camminare lungo la battigia per mimetizzarmi nella topografia del luogo. Al ritorno verso la strada principale, uno dei due mi aggancia in un italiano privo di inflessioni straniere. Si chiama I… . Ha circa cinquantacinque anni, un corpo segnato dal lavoro manuale e una storia che segue la parabola tipica della frammentazione identitaria. Dai sedici anni fino all’età matura ha vissuto a Ravenna: lavoro, due figli, una moglie italiana. Poi le prime deviazioni, il fallimento del nucleo familiare, la perdita dei contatti con i figli, il passaggio infruttuoso in Francia e infine il rientro forzato in Marocco. Nei codici sociali dell’emigrazione magrebina, il rientro senza la vettura con targa europea o la casa di proprietà costruita con le rimesse estere equivale a una condanna per fallimento. I… non torna da vincitore; rifiuta l’aiuto della famiglia e finisce a fare il pescatore nell’estremo sud del paese, per poi ripiegare su Fnideq e il noleggio delle sedie sul bagnasciuga. Un ulteriore, silenzioso passaggio di stato sociale verso l’invisibilità. Il confine, prima di essere una barriera fisica, è un’alterazione della percezione, uno stato mentale fatto di attesa e di occasioni percepite. Giovedì scorso, mentre era in spiaggia, l’attenzione di I… è stata attratta da un movimento collettivo. Centinaia di ragazzi hanno iniziato a radunarsi sulla collina che sovrasta la costa. La dinamica dell’evento è quella dei fenomeni di massa istantanei: alcune voci affermano che le stesse forze di sicurezza abbiano allentato il cordone, sollecitando o lasciando intendere la possibilità di buttarsi in mare per raggiungere la costa di Ceuta. Si è scatenato il caos. Centinaia di persone hanno abbandonato all’istante le proprie attività quotidiane, spogliandosi sulla spiaggia e lasciando pantaloni, borse e altro sulla sabbia. I… ha tentato di proteggere il proprio cellulare avvolgendolo in un sacchetto di plastica raccolto da terra e si è lanciato in acqua in maglietta e boxer. La traversata a nuoto verso l’enclave spagnola, sotto la spinta della corrente e con visibilità ridotta, è durata per diverse ore – i minori incontrati a Ceuta parlano di percorsi in acqua fino a otto ore. È lì che avviene il passaggio di stato più radicale: il corpo solido e terrestre si dissolve nell’elemento liquido, esposto a una fisica spietata. Nel racconto di I… compare la rimozione del rischio: la visione di corpi che perdevano galleggiabilità, la transizione irreversibile di chi scompare inghiottito dall’oscurità dello Stretto, scivolando sotto la superficie senza più riemergere, non ha interrotto la spinta della massa. È la forza cieca di queste maree politiche e disperate, dove l’illusione di una breccia nell’architettura del confine invalicabile azzera qualsiasi calcolo di sopravvivenza. L’impatto con la sponda spagnola riproduce la consueta sequenza della gestione di frontiera: l’arrivo sulla scogliera, il telefono inutilizzabile per via dell’acqua, i fermi e le percosse da parte dei reparti antisommossa, la fuga momentanea negli anfratti urbani di Ceuta e la successiva, sistematica riammissione nel territorio marocchino. Un dispositivo collaudato che azzera la spinta e ripristina lo status quo in poche ore. Superato il varco, la distinzione tra la Spagna e il Marocco non è solo una questione linguistica o valutaria, ma una frattura nell’ordine dello spazio. A Ceuta, i ragazzi marocchini che sono riusciti a rimanere temporaneamente vagano per la città spagnola con la curiosità dei turisti: si fotografano sorridenti davanti ai monumenti coloniali, pur avendo perso tutto in mare. Molti parlano un francese corretto, sono studenti o lavoratori precoci, ed esprimono la normale complessità emotiva di chi ha tentato un salto sistemico. In Europa, e in particolare nel dibattito pubblico italiano, questa materia umana viene regolarmente sterilizzata all’interno di una narrazione bidimensionale: da un lato la retorica dell’invasione, dall’altro un pietismo astratto. Entrambe le visioni ignorano la natura strutturale del fatto politico. La realtà di chi attraversa il confine rifiuta le categorie semplificate di “migrante“: si tratta di persone esposte alla violenza delle politiche di controllo, soggette a dinamiche di sfruttamento e spesso usate come merce di scambio geopolitico tra le due sponde del Mediterraneo. Seduto sulla sedia di plastica a Fnideq, I… conclude il suo monologo con una presa di coscienza priva di concessioni ideologiche: l’amarezza per un governo che utilizza la spinta e la disperazione dei propri cittadini meno abbienti come una leva di pressione diplomatica verso l’Unione Europea. Sullo sfondo, il rumore del mercato e del mare continua indifferente alla contabilità dei corpi rimasti in acqua 1, mentre la marea riassorbe i superstiti e li restituisce alla solita, immobile attesa. Galleria fotografica di Raffaello Rossini 1. Fonti indipendenti, come la Ong Caminando Fronteras, hanno accertato oltre 140 morti ↩︎
I Maroons di Tsamboro
LUCA QUEIROLO PALMAS 1 Nell’aprile del 2026, Lighthouse Report documenta come le tecniche di intercettazione in mare della PAF (Police aux Frontières) siano all’origine di morti e naufragi nelle acque circostanti l’isola di Mayotte. Differentemente dalle pubblicazioni precedenti della stessa inchiesta, questa volta è un video fatto dalla stessa PAF, e non più le sole testimonianze dei passeggeri, a raccontare la dinamica degli eventi. Come scrivono i giornalisti di Lighthouse, non si tratta di un caso isolato, ma di un modello di intervento ripetuto che “ha generato numerosi naufragi e almeno 25 morti” 2. Il video circola diffusamente sulla stampa francese ed entra nel dibattito pubblico. Una studentessa che partecipa al nostro workshop all’Università di Mayotte ci dice con tono commosso: «Ho visto le immagini dei gendarmi che bloccano le persone in mare mettendole in pericolo. È inumano che succeda. Non pensavo che succedesse».  Le immagini della polizia in mare evidenziano una imprevista similitudine. Quanto le autorità francesi, dunque europee, fanno qui nella laguna di Mayotte alle persone in fuga dalla regione dei grandi Laghi o ai comoriani senza documenti non si distingue di molto dalle pratiche di altri corpi militari che gestiscono la frontiera europea su procura nel Mediterraneo centrale. Ad esempio sia il Rapporto Interrupted Sea di Alarm Phone, sia i rapporti sulla tratta di Stato fra Tunisia e Libia del collettivo RRX rivelano, grazie alle testimonianze di sopravvissuti, che i naufragi sono gli esiti routinari delle intercettazioni violente in mare della Garde Nationale Tunisienne; lo stesso dicasi per la cosiddetta Guardia Costiera Libica che, fra le altre cose, è solita sparare sulle navi dei soccorritori della flotta civile per impedire gli arrivi a Lampedusa. La crudeltà del respingimento in mare, con le relative conseguenze mortali, è anche all’opera su un’altra frontiera, quella greco-turca: Aegean Boat Report documenta costantemente le pratiche violente della HCG (Helleniki Coast Guard), un’altra istituzione dentro lo spazio politico dell’Unione Europea. Se migranti e rifugiati finiscono dentro un frame che è quello della guerra, non si tratta più per l’agire e il pensiero di Stato di portare soccorso a un soggetto in condizione di pericolo, ma di fermare un’intrusione o di bloccare con ogni mezzo un arrivo; non è più una questione umanitaria, ma una questione di sicurezza. È come se uno stesso sapere necropolitico stesse circolando fra attori operanti sulle frontiere marine, obliterando le differenze fra chi agisce in prima persona in nome dell’Unione Europea e dei suoi singoli Stati e quanti agiscono su nostra procura e con nostri fondi, legittimando pratiche un tempo impensabili: i naufragi provocati e le omissioni di soccorso. -------------------------------------------------------------------------------- In molte delle testimonianze che abbiamo raccolto durante la nostra ricerca si menziona l’isolotto di Mtsamboro – a poche miglia nautiche a Nord di Mayotte dentro la laguna circoscritta dalla barriera corallina – come uno dei luoghi di arrivo. In effetti, questo isolotto disabitato dista dall’isola di Anjouan circa 35 miglia, solo qualche ora di navigazione con tempo buono e un motore da 60 cavalli. È la mattina presto di una domenica quando arriviamo e la prima cosa che vediamo avvicinandoci è una pattuglia della PAF in mare e poi a terra un kwassa kwassa arenato senza motore. La lunga striscia di sabbia dove approdiamo è divisa in diversi settori; quello turistico per gli expat, quello dei maoresi che campeggiano e quello di chi arriva dalla Comore e cerca di varcare l’ultimo tratto di mare che li porterà in Francia, in Europa. Bacar, la nostra guida, ci dice con sicurezza di poter distinguere un comoriano da un mahorese al primo sguardo. È lui che ci segnala senza alcuna enfasi che sulla spiaggia ci sono dei clandestini. L’imbarcazione in vetroresina, il kwassa kwassa, giace ad un’estremità della spiaggia; nelle vicinanze una specie di accampamento dotato di un pozzo d’acqua e con molti resti fra cui bottiglie di plastica e involucri di merendine o cibi in scatola. In lontananza si vede ancora la barca della PAF pattugliare. Come a dire: sappiamo che siete sulla spiaggia. Dice Bakar: «non ci sono sempre i comoriani, ma ci sono spesso. A volte anche gli africani vengono. Devono essersi riparati qui, perché sono stati visti e ora aspettano il momento buono per passare. Può essere domani o fra un mese». Quest’isolotto è un limbo, tra le destinazioni turistiche più note nell’arcipelago. Mayotte è a poche miglia nautiche, 10 minuti di navigazione. Continua Bacar: «Se le guardie scendono a terra, i clandestini si nascondono nei bananeti alle nostre spalle, e diventano imprendibili». I clandestini sono circa una ventina, parlano poco francese. Sono tutti minorenni; con loro scambiamo qualche parola sul calcio. Hanno tolto il motore e la benzina dal kwassa; dentro la barca i resti di una navigazione recente. Chiedo a Bacar dove stanno le famiglie di questi ragazzi: «Sono qui a Mayotte e non possono fare niente per recuperarli. Nessuno li può venire a prendere, anche se sono i loro figli. Finirebbe in prigione per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. I capitani sono quelli che rischiano di più. Nessuno dice di essere capitano. A volte mollano le persone sull’isolotto e tornano indietro con la barca». Non questa volta, però.  Poche ore dopo sale la marea e vediamo i ragazzi comoriani spingere la barca e nasconderla dentro il bananeto, ricoprendola di foglie. Pensiamo alla storia dei maroons nei Caraibi; fuggire, imboscarsi, per resistere. Adesso il kwassa è invisibile. Non esiste più.  -------------------------------------------------------------------------------- Il giorno dopo discutiamo della nostra gita all’isola di Tsamboro con Madi, il nostro amico del banga: «Ci sono passato anche io diverse volte da quella spiaggia. Rimani lì e aspetti il momento buono per passare. Devi studiare le maree, perché le guardie con la barca grande non riescono a passare sopra la barriera corallina che circonda l’isola, e i tempi, il momento opportuno… meglio provare quando c’è il cambio turno. Anche io ho fatto esattamente come i ragazzi che avete visto. Abbiamo nascosto benzina, motore e barca. E poi qualcuno da terra ci ha chiamato e ci ha dato il via libera. A volte invece si fa lo scambio direttamente in acqua, un trasbordo, così i capitani di Anjouan non perdono la loro barca. Le guardie francesi lavorano con quelle delle Comore, ma a terra a Mayotte c’è chi lavora con i pescatori di Anjouan…». Insomma, per quanto nascosta e criminalizzata, una qualche ferrovia sotterranea – su base familiare o commerciale – esiste anche a queste latitudini; d’altra parte quale è il genitore che non aiuterebbe il figlio bloccato su un isolotto a pochi kilometri da casa? E poi Madi, che ha fatto avanti e indietro da Anjouan diverse volte, ci fa capire che c’è sempre un po’ di corruzione che aiuta le partenze. «Sai… non è che la PAF blocca tutte le barche, a volte ti vedono ma ti lasciano passare. Devono pur lavorare i poliziotti sull’isola». Mayotte è infatti un grande laboratorio di polizia, un campo scuola, uno spazio di addestramento per reparti di ogni tipo. E poi qualcuno i lavori manuali sull’isola li deve pur fare: chi pesca? Chi fa l’agricoltura? Chi fa i lavori edili? Chi fa il piccolo commercio? La risposta è semplice: i comoriani, con o senza documenti. Continua Madi: «Altre volte noi partiamo in convoglio, con tante barche, e quando la PAF arriva ci disperdiamo in tutte le direzioni per rendergli il lavoro più difficile». Nonostante la costruzione materiale e giuridica della frontiera, fra isole che condividono lingue e cultura ma appartengono a entità politiche diverse, lo spazio di circolazione rimane aperto e poroso; e la mobilità è in tutte le direzioni. C’è chi prende i kwassa kwassa per tornare alle Comore e chi per venire a Mayotte dopo una deportazione. E poi c’è il commercio e il contrabbando: fra le due isole viaggiano tabacco, riso, benzina, droga, cannella… oltre ai passeggeri. Di questi traffici, secondo Madi, la PAF gestisce un pezzo di mercato, fa passare alcune imbarcazioni e ne blocca altre. Una storia che si ripete; non c’è frontiera in cui i ricercatori di Solroutes siano stati in questi 4 ultimi anni in cui polizie e autorità varie non fossero almeno in parte, e a seconda del ciclo e del momento politico, uno degli attori nell’equazione del passaggio.  Reportage e inchieste MAYOTTE, FRANCIA, OCEANO INDIANO, FORTEZZA EUROPA L'introduzione al reportage 7 Luglio 2026 Reportage e inchieste IL SISTEMA MAYOTTE E IL DIRITTO DELL’ECCEZIONE Il 1° articolo del reportage "Mayotte, Francia, Oceano Indiano, Fortezza Europa" Luna Selimovic' 14 Luglio 2026 Reportage e inchieste «PENSAVO QUESTA FOSSE LA FRANCIA». LE ROTTE DALL’AFRICA CONTINENTALE E IL CAMPO DI TSOUNDZOU Il 2° articolo del reportage "Mayotte, Francia, Oceano Indiano, Fortezza Europa" 21 Luglio 2026 Reportage e inchieste FRA GLI ILLEGALI NEI BANGA Il 3° articolo del reportage "Mayotte, Francia, Oceano Indiano, Fortezza Europa" 28 Luglio 2026 1. Sociologo e professore all’Università di Genova, specializzato in migrazioni e sociologia visuale. Co-dirige la rivista Mondi Migranti ed è Principal Investigator del progetto ERC AdG SOLROUTES, dedicato alle solidarietà lungo le rotte migratorie in Europa. ↩︎ 2. Caught on camera : French police cause capsize – Lighthouse Report, 28 april 2026 ↩︎
Dal Marocco alla frontiera
Marocco – Berkane, Beni Mellal, Settat, Casablanca, Marrakech, Oujda, Saïdia, Jerada, Dakhla, Taourirt, Laâyoune, Rabat, Nador, Aïn Beni Mathar, Touissit, Zaio e Tunisi. Queste alcune delle città da cui sono partite, per riunirsi a Oujda 1, le famiglie afflitte dalla scomparsa o detenzione di una persona cara. Luoghi che accomunano e collegano esperienze diverse, di vita ed esistenza, di persone che partono e persone che restano. Città che, se guardate nel loro insieme, sono in grado di tracciare le direttrici di una mappa fatta di spostamenti, dolori e speranze. Reportage e inchieste HARRAGA: SPARIZIONI E DETENZIONI TRA MAROCCO, MEDITERRANEO E ZONE DI FRONTIERA Le famiglie esigono giustizia e verità Federico Massaro 15 Dicembre 2025 «Finché ci sono spostamenti, ci sono scomparse, dolori, storie e molti sacrifici, molti sentimenti; come diciamo in tunisino: ‘solo chi cammina sulla brace ne sente il dolore‘» (S., attivista tunisina, Oujda, Commemor’Action 2026) Il 5, 6 e 7 febbraio l’Association Marocaine d’Aide aux Migrants en Situation Vulnérable (AMSV) ha organizzato ad Oujda, 3 giornate 2 di confronto, dibattito e sensibilizzazione “contro il regime di morte alle frontiere” per «esigere verità, giustizia e riparazione per le vittime della migrazione e le loro famiglie» 3. LE TESTIMONIANZE AL CENTRO La seconda giornata di mobilitazione ha visto l’organizzazione di un gruppo di condivisione/assemblea aperta con madri, padri, fratelli, sorelle e parenti delle persone scomparse o detenute. Un momento che ha dato la possibilità di esprimere le proprie difficoltà, esternalizzare le proprie sofferenze e apertamente condividerle, creando una rete di scambio di informazioni ed emozioni. Questo spazio ha dimostrato come le famiglie possano mutualmente supportarsi, per trovare, nella condivisione e nella solidarietà, strumenti di conforto. «Mi chiamo H., padre di un figlio scomparso il 29 giugno 2023. A tutti i padri e a tutte le madri che hanno un figlio o una figlia vogliamo dire che non siamo soli in questa lotta. Crediamo nel diritto di conoscere la verità e il destino dei nostri figli. È un messaggio che nasce dalle nostre lacrime, per conoscere e seguire il loro destino». (H., padre di un figlio scomparso, testimonianza, Oujda, Commemor’Action 2026) La violenza delle pratiche di controllo e “gestione” della mobilità raggiunge, influenza e si riflette sui familiari che vivono nei territori di partenza. Una struttura securitaria che non solo esternalizza la propria frontiera ma che spinge al di là di essa il dolore, lasciando al di qua conseguenze e sofferenze psicologiche e sociali. “Ma dobbiamo resistere 4. Abbiamo dei figli che sono separati da noi fisicamente. Sono sempre nei nostri cuori, sono sempre lì. Riflettiamo, pensiamo a loro”.  (H., padre di un figlio scomparso) Una separazione che trova nel ricordo e nella memoria una modalità di far fronte al trauma della scomparsa. Le foto strette nelle mani dei familiari si fanno ancoraggio di un’esistenza che non è andata persa ma che continua, giornalmente, ad essere presente e viva. Questi incontri intrecciano alla sfera più intima ed emotiva una più pratica e tecnica. L’AMSV si mobilita anche per orientare le famiglie lungo le tortuose procedure amministrative, giudiziarie e legali. L’accompagnamento e la sensibilizzazione vanno così intervallandosi a pratiche di autocritica e autoconsapevolezza, ove l’associazione si pone in ascolto delle proposte, soluzioni e critiche mosse dalle stesse famiglie. Momenti come questo edificano le fondamenta di uno spazio in cui poter vivere collettivamente le proprie emozioni e nella collettività trovare forza, supporto e confronto. Un’iniziativa che si dimostra essenziale per gettare basi di memoria e condanna che dal singolo si spostino al collettivo – per una piena conoscenza e giustizia per le sorti dei propri cari. TRA LE ONDE «Il mare uccide una volta, ma l’attesa uccide mille volte» 5 (Imane ElBoustaoui, scrittrice e sorella di un ragazzo scomparso, testimonianza, Oujda, Commemor’Action 2026) Queste le parole di Imane El Boustaoui, scrittrice e sorella di un ragazzo scomparso che, con voce ferma e decisa, chiude il discorso di presentazione del suo romanzo « Entre la vague et l’absence » 6. Il termine francese “vague”, letteralmente “onda” in italiano, si presta qui a una duplice lettura: da un lato richiama la dimensione materiale del mare e delle sue onde; dall’altro, in senso più simbolico, evoca una condizione di indeterminatezza e incertezza. La storia di Imane si è fatta spazio nelle 3 giornate di mobilitazione. Notizie COMMÉMOR’ACTION ALLE FRONTIERE: CONTRO IL REGIME DI MORTE CHE UCCIDE E FA SPARIRE Una mobilitazione transnazionale da Oujda a Palermo Federico Massaro 9 Febbraio 2026 Suo fratello, Mohammed, ha intrapreso quattro anni fa, insieme ad altre 41 persone, la rotta atlantica 7 e da allora non ha più avuto sue notizie. «Permettetemi di parlarvi di Mohamed, mio fratello. Prima di tentare la migrazione ha lavorato per anni in Libia ma, dopo che la situazione politica si è deteriorata, è tornato in Marocco. Ha cercato lavoro ed è stato impiegato per otto anni in un’azienda a Casablanca. Ma con la pandemia di Covid-19 è stato licenziato, insieme ad altri dipendenti, con il pretesto della crisi. Da quel momento, la vita di Mohamed è cambiata radicalmente. È cambiato. Non lo riconoscevamo più. Quando tutte le porte si sono chiuse, non gli è rimasta che una sola opzione: tentare l’avventura, intraprendere un cammino sconosciuto e salire a bordo di un’imbarcazione della morte, in direzione delle isole Canarie. Il nostro ultimo abbraccio è avvenuto sul molo, testimone silenzioso dell’ultimo addio». (Imane ElBoustaoui, testimonianza) Le vicende, racconta la scrittrice, l’hanno traghettata in un mare di incertezza: “nessuna notizia della sua morte, nessuna prova di sopravvivenza” 8. Quello stesso mare, nel romanzo più volte citato, diviene qui nemico, controparte e complice dell’oblio. «Il mare è un elemento fondamentale nel romanzo. Se non ci fosse il mare, non ci sarebbero le sue vittime. Il mare è un concorrente, un avversario, un nemico. Il mare è colui che ha inflitto questa sofferenza». (Imane ElBoustaoui, Conferenza di presentazione del romanzo “Entre la vague et l’absence”, Oujda, 6 febbraio 2026) Il romanzo e le due storie raccolte al suo interno riflettono un dolore permanente, una condizione di sofferenza, di “disperazione” e di tristezza a cui la “speranza” va a contrapporsi 9. «La speranza non è una forza nel senso tradizionale del termine. È il contrario della sofferenza. È una forma, tra le altre, di resistenza». (Imane El Boustaoui, Conferenza) La scrittrice ci parla inoltre di “un’assenza dolorosa” che si trasforma e si declina in “un’attesa perpetua e permanente […] un’attesa che non è scritta nei report” 10. L’attesa e un “silenzio assoluto” 11 si fanno, dunque, paradigmatici di una condizione multiforme contrassegnata dal dramma della scomparsa e della violenza della detenzione. «Ciò che ho affrontato non è solo l’assenza, ma il silenzio. Un silenzio che è più grave dell’assenza stessa. […] Ogni volta che siamo andate ai sit-in, alle manifestazioni, per chiedere verità e giustizia, abbiamo sempre trovato le porte chiuse». (Imane El Boustaoui, Conferenza) Il libro « Entre la vague et l’absence » non racconta, dunque, di una perdita o di un’esperienza individuale ma anzi, prende queste ultime come punto di partenza, per narrare una condizione vissuta da numerose famiglie. «La mia storia non è un racconto individuale. È lo specchio di migliaia di sorelle la cui vita si è fermata al momento dell’addio, i cui progetti sono stati sospesi alla partenza dei propri fratelli. In ‘Entre la vague et l’absence’ non ho scritto solo del dolore di Imane, né dei miei quattro anni di personale sofferenza e attesa. Ho scritto di famiglie con storie diverse, ma unite dalla stessa ferita: la perdita di una persona cara. Questo romanzo non è una denuncia intima ma una testimonianza umana, una voce collettiva di famiglie che si confrontano con molteplici forme d’assenza: di scomparse di cui non si conosce il destino, di detenute senza colpa private della libertà, di defunte a cui non si è potuto dire addio con dignità. Il mio percorso di ricerca non si è mai fermato. Ho ascoltato le testimonianze di giovani tornati nelle nostre città, portando con sé sconfitta e disillusione. Le storie di Jawad e Omar, raccolte nel romanzo, non raccontano di loro come eroi ma come vittime di sogni spezzati lungo il cammino. […] ‘Entre la vague et l’absence’ non è stato scritto come una semplice storia, ma come un atto di documentazione, come una testimonianza. L’ho scritto per condividere con il mondo questa ferita che sanguina ogni giorno, per affermare che esistono altre storie che non sono ancora state raccontate». (Imane El Boustaoui, testimonianza) Copertina e contro copertina di “Entre la vague et l’absence” DETENZIONI E INCARCERAZIONI IN ALGERIA Le testimonianze riportate nell’arco dei tre giorni a Oujda hanno dimostrato come l’incarcerazione su suolo algerino 12 sia una procedura che si ripercuote, ormai da anni, sulle vite delle persone in movimento. Nel 2025, su un totale di 436 dossier trattati 13 dall’associazione, 107 sono i casi di detenzione, di cui 104 su suolo algerino e 3 sulla rotta balcanica 14. Quando la famiglia riesce a mettersi in contatto con il proprio caro in Algeria, le informazioni, seppur veritiere, si fanno scarse e difficili da reperire. Questo perché, laddove un primo contatto avvenga, la persona trattenuta è sempre soggetta al rischio di deportazione interna verso altri luoghi di detenzione, così facendo ogni legame tra informatorә e famiglia viene immediatamente reciso. La comunicazione, tra famiglia e detenuti, si presenta, dunque, come non duratura e soggetta ad enormi rischi di estorsione. Intermediari e attività criminali promettono, in cambio di denaro, notizie e sostegno al di là del territorio marocchino. Una difficoltà in più con cui le famiglie si devono confrontare 15. DIRITTO ALLA VERITÀ E GIUSTIZIA Donare visibilità alle rivendicazioni portate avanti dai familiari delle persone scomparse è necessario ed essenziale. Troppo spesso, infatti, gli sbarchi e i corpi in movimento vengono sovramediatizzati, a favore di un discorso volto alla sicurezza e alla securitizzazione, o invisibilizzati estromettendo le voci delle famiglie delle persone scomparse dal discorso politico e mediatico 16. Rapporti e dossier “CORPI, DIRITTI E MEMORIE IN LOTTA” Il nuovo rapporto di Memoria Mediterranea e Clinica Legale Diritti Umani di Palermo Maria Giuliana Lo Piccolo 4 Gennaio 2026 Questo aspetto risulta essere perfettamente in linea con il Patto europeo in materia di migrazione e asilo che ha visto e sta vedendo un suo importante avanzamento prima e dopo le giornate di “CommemorAzione”. Il piano entrerà in vigore nel giugno 2026 17 e , con l’ultima approvazione del mandato negoziale sul nuovo regolamento rimpatri 18, ha attualmente raggiunto la fase di negoziati interistituzionali con il Consiglio dell’Unione europea 19. Tralasciando le specificità 20 del Patto vediamo invece come quest’ultimo unisca e riassuma perfettamente le pratiche europee in ambito migratorio. La persona, le storie e i vissuti vengono messi in secondo piano, volutamente trascurati, per far spazio ad un discorso ed una narrazione che tutela e sostiene l’impianto securitario e la violenza razziale. Il paradigma della sicurezza, costruito discorsivamente e materialmente, trova così nell’oscurantismo delle rivendicazioni di giustizia e verità dei familiari delle persone scomparse, il perpetuarsi della sua condizione di colonialità e potere 21. Una struttura ramificata che sempre più tenta di controllare, oscurare e vittimizzare, tanto nel dibattito pubblico che in quello istituzionale, una presenza sin troppo scomoda per la propria agenda politica: le famiglie delle persone scomparse, decedute o detenute e gli harraga. Dobbiamo pertanto guardare al diritto alla verità in quanto slegato da una visione compassionevole e pietistica, tanto della persona in movimento che dei suoi familiari. Un diritto che deve essere invece riconosciuto come reale strumento politico, in grado di unire diritto alla giustizia, diritto a vedersi riconosciuta la propria identità e il proprio nome, diritto al lutto e tutto ciò che a cui esso è interconnesso (accessibilità alle informazioni e alle pratiche di riconoscimento e identificazione dei corpi e possibilità di portare a termine riti funebri secondo il proprio culto o tradizione) 22. Il sostegno e la connessione in rete tra famiglie e amicз delle persone scomparse o detenute, così come le associazioni che vi forniscono supporto 23, acquisiscono un significato politico ben preciso. Si contrappongono ad una struttura securitaria che criminalizza e tenta di controllare ogni spiraglio di solidarietà. Contro una politica europea che reifica la mobilità umana all’interno di confini che la vedono unicamente in quanto fenomeno da controllare o gestire. Giornate come quelle organizzate a Oujda portano il nostro sguardo lontano dalla narrazione della vulnerabilità. Ci mostrano una comunità che, forte del sostegno e degli sforzi di un’associazione, trova una propria modalità di affrontare il dolore, di autosostenersi e dal basso organizzarsi. 1. Città a nord-est del Marocco, capoluogo della regione dell’Oriental. ↩︎ 2. Le giornate, parte della mobilitazione transnazionale Commemor’Action, hanno visto l’alternarsi di momenti di denuncia a workshop artistici e attività teatrali e letterarie ↩︎ 3. Testo di appello alla Commémor’Action del 6 febbraio 2026, giornata mondiale di lotta contro il regime di morte alle frontiere ↩︎ 4. In francese il termine utilizzato è “s’accrocher”: letteralmente aggrapparsi, stringersi. ↩︎ 5. Le citazioni di Imane El Boustaoui provengono sia da testimonianze personali sia da interventi pubblici; ove necessario, il contesto è specificato tra parentesi ↩︎ 6. È possibile acquistare il romanzo contattando direttamente l’Association Marocaine d’Aide aux Migrants en Situation Vulnérable (Oujda, Marocco) ↩︎ 7. La rotta contrassegna tutti quegli spostamenti che partono dalle coste affacciate sull’oceano Atlantico del Marocco, della Mauritania, del Senegal, del Gambia e della Guinea in direzione delle isole Canarie. ↩︎ 8. Imane ElBoustaoui, testimonianza, Oujda, Commemor’Action 2026 ↩︎ 9. Imane ElBoustaoui, Conferenza di presentazione del romanzo “Entre la vague et l’absence”, Oujda, 6 febbraio 2026 ↩︎ 10. Ibid ↩︎ 11. Ibid ↩︎ 12. Legge 08-11 del 25 giugno 2008 «relative aux conditions d’entrée, de séjour et de circulation des étrangers en Algérie». Vedasi: Connivence sécuritaire entre l’Europe et le Maghreb, Orient XXI (gennaio 2017) ↩︎ 13. Migrants disparus : Ce qu’il faut retenir du rapport de l’AMSV, Enass (11 febbraio 2026) ↩︎ 14. « Tableau récapitulatif des statistiques, dossiers digitalisés reçu par l’association : disparus, détenus et décèdes, accompagnés, bloqués, libérés, suivi des dossiers organisés par région » in « Rapport annuel de l’association marocaine d’aides aux migrants en situation vulnérable du 1 janvier au 31 décembre 2025. Présenté pour la conférence de presse du jeudi 5 février 2026 » ↩︎ 15. L’AMSV, per compensare queste problematicità, ha creato dei gruppi su piattaforme di messaggistica e una linea telefonica dedicata. Ciò ha permesso di creare una rete tra famiglie residenti su differenti città, favorendo l’approfondimento delle ricerche, che si realizza tramite la condivisione di informazioni sull’identificazione dei propri carз. Sempre in quest’ottica sono state prodotte dall’AMSV 2 guide per il sostegno e l’accompagnamento pratico nei processi amministrativi e giudiziari. La prima guida assiste i familiari delle persone scomparse a livello amministrativo, fornendo una panoramica su quali documenti possedere, quali fornire e/o raccogliere. « Guide illustré de recherche d’un disparuoù détenu à la frontière » (AMSV, Oujda, settembre 2024); La seconda guida si concentra invece sull’accompagnamento e sull’assistenza, a livello legale e giudiziario delle famiglie delle persone in stato di arresto o detenzione in Algeria, Tunisia o Libia. Fornisce una panoramica sui documenti da possedere lungo la procedura di ricerca così come sui documenti richiesti per il ritorno in Marocco. « Droits aux familles à la vérité, dignité et justice. Guide illustré aux familleset des détenusaux parcours migratoires » (AMSV, Oujda, 2025) ↩︎ 16. L’abbiamo visto nella strage di Steccato di Cutro il 26 febbraio 2023. Nella seguente data, presso la spiaggia in provincia di Crotone, persero la vita all’incirca 94 persone e circa una decina sono tuttora disperse. In tale contesto la sovramediatizzazione e la ricerca di giustizia è stata strumentalizzata in favore di una ricerca e denuncia di soggetti identificati come “scafisti”. A strage ormai avvenuta segue la creazione di un decreto-legge specifico, il 50/2023, che prevede l’inasprirsi delle pene nei confronti “dei cosiddetti scafisti”. Sorte diversa è toccata invece per la strage di Roccella Ionica. Nell’imbarcazione, che conteneva all’incirca 67 persone a bordo e naufragata tra il 16 e il 17 giugno 2024, hanno perso la vita almeno 35 persone mentre le restanti sono ancora dispersɜ. In questa occasione le autorità hanno calato un velo sulle morti e le scomparse, adoperando una vera e propria tattica di “dispersione” delle famiglie, dei sopravvissuti e dei corpi. Ciò ha comportato un’assenza in tema di copertura mediatica. Fonti: Corpi, Diritti e memorie in lotta, Report di monitoraggio e denuncia di MEM.MED Memoria Mediterranea e CLEDU di Palermo (2025) ↩︎ 17. Patto Migrazione e Asilo 2026, a che punto siamo? Come l’Unione Europea sta riscrivendo il diritto d’asilo e normalizzando l’eccezione, Melting Pot Europa (dicembre 2025) ↩︎ 18. Il documento di compromesso concordato dal Consiglio a dicembre fornisce dettagli sulle modifiche proposte ↩︎ 19. Il regolamento introduce un primo elenco di paesi considerati di “origine sicura”, (Bangladesh, Colombia, Egitto, Kosovo, India, Marocco e Tunisia), insieme alla possibilità di designare ed applicare il “concetto di paese terzo sicuro”. Ciò si traduce in una possibilità di “rimpatrio”, o meglio deportazione, di migranti verso un “paese terzo” con il quale le persone non hanno potenzialmente mai avuto un legame. Tutto ciò a favore di quella che viene definita come una più “rapida ed efficiente” esamina di domanda d’asilo. Il Parlamento europeo dà il via libera al Regolamento sulle deportazioni. Cosa è in gioco nelle fasi finali dei negoziati, Melting Pot Europa (marzo 2026) ↩︎ 20. Non esistono “Paesi sicuri”. E con le nuove regole UE su migrazione e asilo siamo tutti più in pericolo, Melting Pot Europa (febbraio 2026) ↩︎ 21. Quijano, A. (2000), Coloniality of Power, Eurocentrism, and Latin America, “Nepantla: Views from South”, 1 (3): 533 –580  ↩︎ 22. Non solo memoria: Il diritto alla verità come obbligo degli Stati – diretta youtube, ASGI e Associazione Carta di Roma (3 marzo 2026) ↩︎ 23. Su suolo italiano MEM.MED (Memoria Mediterranea) si occupa di ricerca e identificazione delle persone disperse nel Mar Mediterraneo, fornendo supporto legale e psico-sociale alle famiglie che cercano verità e giustizia. L’associazione facilita le famiglie nell’accesso alle informazioni oltre fornire loro supporto legale gratuito nelle procedure di ricerca, identificazione e rimpatrio delle salme. ↩︎
Processo Cutro, le ONG parti civili: «Fare piena luce sulla catena di responsabilità»
Si è svolta ieri la seconda udienza del processo per la strage di Cutro davanti al Tribunale di Crotone sui ritardi nei soccorsi al caicco Summer Love, affondato il 26 febbraio 2023 causando 94 vittime accertate e un numero ancora imprecisato di dispersi. L’udienza si è concentrata sulle testimonianze oculari di chi per primo tentò di salvare le persone naufragate e sulle perizie tecniche legate al funzionamento dei radar e alle cause dei decessi. Nel procedimento sono imputati per omicidio e naufragio colposi quattro militari della Guardia di Finanza e due della Capitaneria di porto. «Non abbiamo mai visto arrivare soccorsi dal mare, in mare non c’era nessuno. Solo le persone morte». Sono le parole di Paolo Cefaly, uno dei pescatori presenti sulla spiaggia di Steccato di Cutro nella notte del naufragio, come riporta la stampa locale. Rispondendo agli avvocati delle ONG costituitesi parti civili, Cefaly ha ricostruito quei momenti con parole cariche di dolore: «Ho sentito un boato quando la nave si è schiantata. Ho provato vero panico sentendo le urla, ma poi ho pensato che bisognava salvare le persone. Non ricordo gli orari, né quanto tempo ci hanno messo i soccorsi. Non me lo posso ricordare, cerco di dimenticare tutta quella storia. Abbiamo tirato fuori tanta gente morta. Tanta. Non ci siamo mai fermati». Gli ha fatto eco l’altro pescatore presente, Ivan Paone: «Non so dire quanto tempo è trascorso. Eravamo presi dalla foga di soccorrere. Le condizioni di visibilità erano pessime, c’era salsedine e mare forte. I primi ad arrivare sono stati i carabinieri, ma non so dire quanto tempo dopo il naufragio». È stato inoltre ascoltato il medico legale nominato consulente dal pubblico ministero, che ha ricostruito le cause del decesso delle 94 vittime, illustrato le modalità degli interventi medici e psicologici e confermato l’esistenza di ulteriori dispersi mai ritrovati. Non hanno invece potuto partecipare tre donne afgane, una superstite e due familiari di vittime, che figuravano nell’elenco dei testimoni: secondo quanto riferito dall’avvocato Enrico Calabrese, il loro volo dalla Germania è stato cancellato a causa della carenza di carburante provocata dalla guerra degli Stati Uniti e Israele. In aula erano rappresentate le sei organizzazioni di ricerca e soccorso in mare costituitesi parti civili: Emergency, Louise Michel, Mediterranea Saving Humans, Sea-Watch, SOS Humanity e SOS Mediterranee. Il processo è seguito come osservatore internazionale da Amnesty International Italia. Le ONG ribadiscono la loro posizione in una nota stampa tornando a chiedere piena luce su una vicenda che non può essere liquidata come una tragica fatalità: «Scrivere pagine di verità è forse il solo modo rimasto per restituire dignità e giustizia a tutte le persone morte e disperse nel naufragio, nonché per aiutare i sopravvissuti e le famiglie delle vittime a ritrovare una parvenza di serenità». Le ONG sottolineano che tra il 25 e il 26 febbraio 2023 non venne attivato alcun piano di ricerca e soccorso perché il caso della Summer Love fu trattato come una operazione di contrasto all’immigrazione irregolare. Le autorità avrebbero dato priorità all’intervento di polizia, attivando i soccorsi solo in un secondo momento, con grave ritardo e scarso coordinamento tra i corpi coinvolti. Elementi potenzialmente decisivi emergono anche da documenti acquisiti dopo la chiusura delle indagini: atti di Frontex, incluso il video che ritrae il caicco, e una circolare della Guardia di Finanza, la cui acquisizione agli atti è stata ottenuta dal Collegio su richiesta delle parti civili. Il processo, avviato lo scorso 30 gennaio, si svolge peraltro con accesso limitato ai media. A febbraio il Tribunale di Crotone ha adottato un’ordinanza particolarmente restrittiva: le riprese televisive devono essere mute e della durata massima di dieci minuti, mentre le registrazioni audio possono essere pubblicate solo dopo il deposito delle motivazioni della sentenza. Secondo i giudici, la decisione mira a impedire che i testimoni ancora da ascoltare possano «preconfezionare» le proprie dichiarazioni sulla base di quelle già rese, e a evitare pressioni mediatiche sui deponenti. Un’ordinanza fortemente criticata perché non tiene adeguatamente conto dell’interesse pubblico attorno a una vicenda di tale rilevanza sociale, tanto più che il governo Meloni aveva scelto di strumentalizzare politicamente quella strage, al punto da dare il nome di Cutro al decreto fortemente restrittivo nei confronti delle persone migranti. Le ONG parti civili, tramite i loro legali, avevano chiesto che, «per garantire il diritto di informare e quello di essere informati, come impongono l’articolo 21 della Costituzione e l’articolo 6 della CEDU sul diritto di cronaca e il diritto al giusto processo», venisse consentita la registrazione delle udienze da parte dei media. Le ONG ricordano infine che la strage di Cutro non è un caso isolato: dall’inizio del 2026 al 9 aprile, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni ha censito oltre 770 persone morte o scomparse lungo la rotta del Mediterraneo centrale, cifra già considerata sottostimata. «Il diritto internazionale è prevalente e la tutela della vita, insieme al dovere di soccorrere chi è in pericolo in mare, sono prioritari», ribadiscono le organizzazioni parti civili, in attesa di conoscere la data in cui verranno ascoltati i loro consulenti tecnici.
La strage di Pasqua e la criminalizzazione della solidarietà
Mentre la maggior parte dell’Italia era seduta a tavola per le feste, nel Mediterraneo si compiva l’ennesima strage. I fatti sono ormai tristemente noti: un’imbarcazione partita dalla Libia con 110 persone a bordo si è capovolta e solo 32 persone sono risultate sopravvissute, recuperate da due mercantili di passaggio e trasferite a Lampedusa in stato di forte choc. I corpi ritrovati sono due, mentre 71 persone risultano disperse in mare. > We are horrified. Over Easter weekend, about 71 people likely drowned in the > Mediterranean. Yesterday, our aircraft Seabird 2 spotted an overturned wooden > boat: ~15 people clinging desperately to the hull, others in the water, and > some lifeless bodies. > > 📽️ Fabian Melber https://t.co/dl4dtjNFoL pic.twitter.com/yDOBFxyUPd > > — Sea-Watch International (@seawatch_intl) April 5, 2026 Secondo il velivolo Seabird 2 di Sea-Watch che è giunto sul posto e le successive testimonianze raccolte dai soccorritori, i naufraghi sono rimasti in acqua per ore aggrappati ai relitti dell’imbarcazione prima di essere avvistati e recuperati dai mercantili. Il naufragio di Pasqua arriva dopo quello che pochi giorni fa avevamo già definito un bollettino di guerra. Notizie/In mare UN’ALTRA ECATOMBE NEL MEDITERRANEO: QUANDO SMETTEREMO DI UCCIDERE? La denuncia delle organizzazioni solidali: «Non sono incidenti, sono il risultato di politiche deliberate» Redazione 2 Aprile 2026 Solo dall’inizio del 2026, secondo i dati dell’OIM (Missing Migrants Project) – certamente sottostimati, perché non tengono conto dei “naufragi fantasma” – almeno 990 persone hanno perso la vita lungo le rotte migratorie del Mediterraneo. L’associazione Mem.med – Memoria Mediterranea definisce quella di Pasqua una «strage politica nel Mediterraneo centrale», scrivendo che «non c’è alcuna redenzione, non esiste resurrezione quando in mare la crocifissione è una scelta politica di omissione», e chiede che vengano attivate immediatamente le ricerche delle persone disperse e il recupero dei corpi. Mediterranea Saving Humans attacca il governo: «Il fallimento delle politiche governative, purtroppo, costa la vita a migliaia di persone: i naufragi si susseguono in mare, mentre il Ministro ridacchia sbandierando il “successo” della diminuzione degli sbarchi; donne, uomini e bambini muoiono di ipotermia, di freddo, abbandonati alla deriva per giorni». Non è un caso che a salvare quelle 32 persone siano stati dei mercantili privati, e non una nave della Guardia Costiera o un equipaggio legato a operazioni europee di ricerca e soccorso. Per gli Stati membri dell’UE, a seconda della loro posizione geografica, il Mediterraneo è diventato uno spazio inesistente o tutt’al più scomodo, in ogni caso qualcosa di cui non occuparsi, delegando il lavoro sporco alle guardie costiere libiche e tunisine.  Per il governo Meloni, che continua a sostenere fantomatici blocchi navali, il Mediterraneo è tante cose insieme: da strumento di propaganda a palcoscenico elettorale, fino a moneta di scambio, come dimostra il caso Almasri, il trafficante e criminale libico rilasciato e riportato in Libia con un volo di Stato, squallida vicenda che è costata all’Italia il deferimento alla Corte Penale Internazionale. Ma soprattutto il Mediterraneo è lo spazio in cui le morti non esistono, o se avvengono sono colpa dei trafficanti, e dove fermare le navi di soccorso civile è l’unica priorità politica. Il 7 aprile, la nave Aurora di Sea-Watch è stata sequestrata dalle autorità italiane nel porto di Lampedusa. La colpa? Aver soccorso 44 persone rimaste intrappolate per cinque giorni su una piattaforma petrolifera abbandonata nel Mediterraneo centrale. Alarm Phone aveva segnalato la presenza dei naufraghi già il 1° aprile. Nessuno Stato europeo era intervenuto. La nave Aurora era salpata il 3 aprile, aveva portato tutti in salvo e attraccato a Lampedusa il mattino del 4. > They are safe. The 44 people who took refuge on the Didon platform five days > ago, abandoned by European authorities, are now aboard our ship, the Aurora, > sailing north. Among them: women and children. pic.twitter.com/cwkJ8FWADq > > — Sea-Watch International (@seawatch_intl) April 3, 2026 Risultato: nave sequestrata e multa tra i 2.000 e i 10.000 euro, in applicazione del cosiddetto Decreto Piantedosi, con la motivazione di non aver informato le autorità libiche delle operazioni di soccorso. E’ la seconda nave di Sea-Watch bloccata nel giro di pochi giorni: la Sea-Watch 5 era stata fermata appena una settimana prima. Notizie/In mare SEA-WATCH 5 FERMATA PER 20 GIORNI E' il quarto fermo di una nave della Justice Fleet in quattro mesi Redazione 1 Aprile 2026 «Mentre centinaia di persone annegano nel Mediterraneo, l’Italia blocca le navi che potrebbero salvarle. 44 persone erano bloccate su una piattaforma petrolifera per cinque giorni e nessuno Stato europeo è venuto ad aiutarle. Chiunque criminalizzi il soccorso sta consapevolmente scegliendo la morte al posto delle vite umane», commenta Giulia Messmer, portavoce di Sea-Watch. L’unica notizia positiva di questi giorni è che il Decreto Piantedosi sul quale si regge l’intera strategia del governo italiano di contrasto al soccorso civile continua a essere smontato pezzo per pezzo dai tribunali italiani. L’ultimo colpo è arrivato il 3 aprile 2026, quando il Tribunale di Trapani ha annullato le sanzioni inflitte a Mediterranea per il soccorso effettuato dalla nave Mare Jonio il 16 ottobre 2023. Sia il fermo amministrativo di venti giorni e sia la multa di oltre 3.000 euro sono stati dichiarati illegittimi. Il Ministero dell’Interno è stato condannato anche al pagamento delle spese legali. In quella circostanza, la Mare Jonio aveva soccorso 69 persone, in gran parte famiglie sudanesi, donne, bambini e un neonato, da un gommone con il motore in avaria, i tubolari sgonfi e una persona già in acqua. Il governo aveva sanzionato la nave perché non si era sottoposta al «coordinamento delle autorità libiche». Il Tribunale ha risposto che quella richiesta era illegittima, poiché la Libia «non soddisfa i criteri per essere designata come luogo sicuro», dato che non ha mai ratificato la Convenzione di Ginevra del 1951 ed è teatro di «detenzione arbitraria e illegale in condizioni inadeguate nei centri di detenzione gestiti dallo Stato e segnalazioni di gravi violazioni e abusi contro richiedenti asilo, rifugiati e migranti». Non è la prima volta e non è nemmeno la seconda. Mediterranea conta già tre sentenze favorevoli sulla sola nave Mare Jonio, con altri due procedimenti ancora aperti. Altre organizzazione del soccorso civile possono vantare una serie di vittorie contro altrettanti fermi e sanzioni illegittime. È una magra consolazione, perché nessuna sentenza restituisce nulla a chi è già annegato, e nessun risarcimento delle spese legali vale una vita. Piantedosi dovrebbe quantomeno dimettersi. Non solo per una questione politica, ma per una questione di decenza.