Tag - naufragi e sparizioni

La strage di Pasqua e la criminalizzazione della solidarietà
Mentre la maggior parte dell’Italia era seduta a tavola per le feste, nel Mediterraneo si compiva l’ennesima strage. I fatti sono ormai tristemente noti: un’imbarcazione partita dalla Libia con 110 persone a bordo si è capovolta e solo 32 persone sono risultate sopravvissute, recuperate da due mercantili di passaggio e trasferite a Lampedusa in stato di forte choc. I corpi ritrovati sono due, mentre 71 persone risultano disperse in mare. > We are horrified. Over Easter weekend, about 71 people likely drowned in the > Mediterranean. Yesterday, our aircraft Seabird 2 spotted an overturned wooden > boat: ~15 people clinging desperately to the hull, others in the water, and > some lifeless bodies. > > 📽️ Fabian Melber https://t.co/dl4dtjNFoL pic.twitter.com/yDOBFxyUPd > > — Sea-Watch International (@seawatch_intl) April 5, 2026 Secondo il velivolo Seabird 2 di Sea-Watch che è giunto sul posto e le successive testimonianze raccolte dai soccorritori, i naufraghi sono rimasti in acqua per ore aggrappati ai relitti dell’imbarcazione prima di essere avvistati e recuperati dai mercantili. Il naufragio di Pasqua arriva dopo quello che pochi giorni fa avevamo già definito un bollettino di guerra. Notizie/In mare UN’ALTRA ECATOMBE NEL MEDITERRANEO: QUANDO SMETTEREMO DI UCCIDERE? La denuncia delle organizzazioni solidali: «Non sono incidenti, sono il risultato di politiche deliberate» Redazione 2 Aprile 2026 Solo dall’inizio del 2026, secondo i dati dell’OIM (Missing Migrants Project) – certamente sottostimati, perché non tengono conto dei “naufragi fantasma” – almeno 990 persone hanno perso la vita lungo le rotte migratorie del Mediterraneo. L’associazione Mem.med – Memoria Mediterranea definisce quella di Pasqua una «strage politica nel Mediterraneo centrale», scrivendo che «non c’è alcuna redenzione, non esiste resurrezione quando in mare la crocifissione è una scelta politica di omissione», e chiede che vengano attivate immediatamente le ricerche delle persone disperse e il recupero dei corpi. Mediterranea Saving Humans attacca il governo: «Il fallimento delle politiche governative, purtroppo, costa la vita a migliaia di persone: i naufragi si susseguono in mare, mentre il Ministro ridacchia sbandierando il “successo” della diminuzione degli sbarchi; donne, uomini e bambini muoiono di ipotermia, di freddo, abbandonati alla deriva per giorni». Non è un caso che a salvare quelle 32 persone siano stati dei mercantili privati, e non una nave della Guardia Costiera o un equipaggio legato a operazioni europee di ricerca e soccorso. Per gli Stati membri dell’UE, a seconda della loro posizione geografica, il Mediterraneo è diventato uno spazio inesistente o tutt’al più scomodo, in ogni caso qualcosa di cui non occuparsi, delegando il lavoro sporco alle guardie costiere libiche e tunisine.  Per il governo Meloni, che continua a sostenere fantomatici blocchi navali, il Mediterraneo è tante cose insieme: da strumento di propaganda a palcoscenico elettorale, fino a moneta di scambio, come dimostra il caso Almasri, il trafficante e criminale libico rilasciato e riportato in Libia con un volo di Stato, squallida vicenda che è costata all’Italia il deferimento alla Corte Penale Internazionale. Ma soprattutto il Mediterraneo è lo spazio in cui le morti non esistono, o se avvengono sono colpa dei trafficanti, e dove fermare le navi di soccorso civile è l’unica priorità politica. Il 7 aprile, la nave Aurora di Sea-Watch è stata sequestrata dalle autorità italiane nel porto di Lampedusa. La colpa? Aver soccorso 44 persone rimaste intrappolate per cinque giorni su una piattaforma petrolifera abbandonata nel Mediterraneo centrale. Alarm Phone aveva segnalato la presenza dei naufraghi già il 1° aprile. Nessuno Stato europeo era intervenuto. La nave Aurora era salpata il 3 aprile, aveva portato tutti in salvo e attraccato a Lampedusa il mattino del 4. > They are safe. The 44 people who took refuge on the Didon platform five days > ago, abandoned by European authorities, are now aboard our ship, the Aurora, > sailing north. Among them: women and children. pic.twitter.com/cwkJ8FWADq > > — Sea-Watch International (@seawatch_intl) April 3, 2026 Risultato: nave sequestrata e multa tra i 2.000 e i 10.000 euro, in applicazione del cosiddetto Decreto Piantedosi, con la motivazione di non aver informato le autorità libiche delle operazioni di soccorso. E’ la seconda nave di Sea-Watch bloccata nel giro di pochi giorni: la Sea-Watch 5 era stata fermata appena una settimana prima. Notizie/In mare SEA-WATCH 5 FERMATA PER 20 GIORNI E' il quarto fermo di una nave della Justice Fleet in quattro mesi Redazione 1 Aprile 2026 «Mentre centinaia di persone annegano nel Mediterraneo, l’Italia blocca le navi che potrebbero salvarle. 44 persone erano bloccate su una piattaforma petrolifera per cinque giorni e nessuno Stato europeo è venuto ad aiutarle. Chiunque criminalizzi il soccorso sta consapevolmente scegliendo la morte al posto delle vite umane», commenta Giulia Messmer, portavoce di Sea-Watch. L’unica notizia positiva di questi giorni è che il Decreto Piantedosi sul quale si regge l’intera strategia del governo italiano di contrasto al soccorso civile continua a essere smontato pezzo per pezzo dai tribunali italiani. L’ultimo colpo è arrivato il 3 aprile 2026, quando il Tribunale di Trapani ha annullato le sanzioni inflitte a Mediterranea per il soccorso effettuato dalla nave Mare Jonio il 16 ottobre 2023. Sia il fermo amministrativo di venti giorni e sia la multa di oltre 3.000 euro sono stati dichiarati illegittimi. Il Ministero dell’Interno è stato condannato anche al pagamento delle spese legali. In quella circostanza, la Mare Jonio aveva soccorso 69 persone, in gran parte famiglie sudanesi, donne, bambini e un neonato, da un gommone con il motore in avaria, i tubolari sgonfi e una persona già in acqua. Il governo aveva sanzionato la nave perché non si era sottoposta al «coordinamento delle autorità libiche». Il Tribunale ha risposto che quella richiesta era illegittima, poiché la Libia «non soddisfa i criteri per essere designata come luogo sicuro», dato che non ha mai ratificato la Convenzione di Ginevra del 1951 ed è teatro di «detenzione arbitraria e illegale in condizioni inadeguate nei centri di detenzione gestiti dallo Stato e segnalazioni di gravi violazioni e abusi contro richiedenti asilo, rifugiati e migranti». Non è la prima volta e non è nemmeno la seconda. Mediterranea conta già tre sentenze favorevoli sulla sola nave Mare Jonio, con altri due procedimenti ancora aperti. Altre organizzazione del soccorso civile possono vantare una serie di vittorie contro altrettanti fermi e sanzioni illegittime. È una magra consolazione, perché nessuna sentenza restituisce nulla a chi è già annegato, e nessun risarcimento delle spese legali vale una vita. Piantedosi dovrebbe quantomeno dimettersi. Non solo per una questione politica, ma per una questione di decenza.
Cutro, la difesa di Khalid Arslan verso l’appello
A più di tre anni dalla strage di Cutro, avvenuta nella notte tra il 25 e il 26 febbraio 2023 e in cui persero la vita 94 persone, tra cui 35 bambini, si apre una nuova fase giudiziaria per uno dei sopravvissuti finiti sul banco degli imputati con altre due persone. Khalid Arslan, 28 anni, originario del Pakistan, oggi detenuto nel carcere di Cosenza, è stato condannato in primo grado a 11 anni di reclusione con l’accusa di scafismo 1. Secondo i dati dell’ultimo rapporto pubblicato dal progetto “Dal mare al carcere“, «non esiste istituto penitenziario in cui non ci sia qualcuno criminalizzato per aver facilitato la libertà di movimento». L’8 aprile si terrà il processo di appello presso il Tribunale di Catanzaro, dove la difesa contesterà l’impianto della sentenza. Le trasmissioni di Radio Melting Pot (Non) E’ Stato il mare Play Episode Pause Episode Mute/Unmute Episode Rewind 10 Seconds 1x Fast Forward 30 seconds 00:00 / 28:39 Subscribe Share RSS Feed Share Link Embed Scarica file | Ascolta in una nuova finestra | Durata: 28:39 | Registrato il 15 Maggio 2023 La vicenda giudiziaria di Arslan si intreccia con un altro procedimento che si sta svolgendo al Tribunale di Crotone: quello nei confronti di sei militari della Guardia di Finanza e della Guardia Costiera accusati di omissioni, naufragio colposo e omicidio colposo per i ritardi nei soccorsi a favore delle persone che erano a bordo della “Summer Love” la notte del naufragio. L’ultima udienza del 24 marzo 2 ha visto momenti di tensione, tra documenti riservati di Frontex consegnati alle difese per errore, file audio non inseriti nelle trascrizioni ma presenti negli elenchi, possibilità di dati incompleti sulle conversazioni audio consegnate ai carabinieri. Secondo quanto emerso nel procedimento, Arslan – che parla punjabi, urdu e italiano – si trovava a bordo come passeggero e ha poi assunto un ruolo di mediazione linguistica durante il viaggio. Una circostanza che, secondo la difesa, è stata interpretata come prova di un coinvolgimento nell’organizzazione del traffico, portando alla sua condanna. Il comitato “Oltre i confini”, che sostiene Arslan, ritiene invece la sentenza ingiusta: secondo il comitato, lui e i suoi co-imputati sarebbero stati utilizzati per dimostrare arbitrariamente l’esistenza di una presunta organizzazione criminale tra le persone a bordo, senza prove solide a supporto. Una ricostruzione che, denunciano, rischia di trasformare i sopravvissuti in colpevoli, contribuendo a spostare l’attenzione dalle responsabilità istituzionali nella gestione del naufragio. Abbiamo chiesto al legale che difende Khalid Arslan, l’Avvocato Salvatore Perri, di aggiornarci sul processo. Rapporti e dossier LA COSTRUZIONE POLITICO-GIURIDICA DELLO “SCAFISTA” Cosa raccontano due report tra Italia e Grecia sulla criminalizzazione delle persone migranti Maria Giuliana Lo Piccolo 20 Marzo 2026 QUALI PUNTI DELLA CONDANNA A 11 ANNI PER SCAFISMO INFLITTA IN PRIMO GRADO A KHALID ARSLAN INTENDETE CONTESTARE NELL’APPELLO DELL’8 APRILE AL TRIBUNALE DI CATANZARO? Innanzitutto, nell’atto di appello abbiamo contestato integralmente la sentenza in relazione al giovane Arslan. La decisione, infatti, da un lato riconosce che non aveva rapporti con la struttura organizzativa del viaggio; dall’altro, tuttavia, ritiene che si sia adoperato coadiuvando gli organizzatori, andando persino oltre quelle che sono state le risultanze processuali. Nello specifico, il tribunale ha ritenuto di non avere contezza del pagamento del viaggio, nonostante le evidenze che siamo riusciti a reperire. Ricordo che è molto difficile provare questo tipo di dinamiche: il pagamento stesso che i migranti effettuano per la traversata è qualcosa di illecito e avviene generalmente in contanti. Noi abbiamo avuto la fortuna di reperire una ricevuta: il padre di Arslan aveva versato il denaro presso un’agenzia di money transfer in Pakistan. Inoltre, ci sono i messaggi che lo stesso Arslan aveva inviato per sbloccare questi soldi, sia al padre sia a un soggetto che si trovava in Turchia, al quale si era rivolto per entrare in contatto con gli organizzatori. Il tribunale ha però ritenuto provato solo un pagamento parziale e ha dedotto da questo un presunto coinvolgimento nell’organizzazione, ipotizzando una sorta di “sconto” in cambio di collaborazione. Ma è evidente che non è così: nei messaggi Arslan spiegava chiaramente che il pagamento era in corso e che i soldi sarebbero stati sbloccati. Abbiamo inoltre contestato la ricostruzione relativa alla morte come conseguenza di altro reato. Il tribunale, infatti, da un lato esclude la responsabilità per il naufragio – riconoscendo che Arslan non aveva alcuna capacità di indirizzare l’imbarcazione – ma dall’altro lo condanna per le morti conseguenti. Si tratta, a nostro avviso, di una contraddizione logica: o il ragazzo si è limitato a fare da tramite linguistico, oppure avrebbe dovuto essere considerato parte attiva dell’organizzazione. Ma le due cose non possono coesistere. QUINDI SECONDO LEI CI SONO LE CONDIZIONI PER RIBALTARE QUESTA IMPOSTAZIONE E RESTITUIRE AD ARSLAN LA SUA REALE POSIZIONE? Arslan era un passeggero come gli altri. A un certo punto si sono create tensioni a bordo, anche con alcuni passeggeri afghani, e i veri scafisti – i conduttori dell’imbarcazione – hanno chiesto aiuto a qualcuno che parlasse turco. Lui era tra questi e quindi si è trovato in questa situazione. Si è trattato quindi di un intervento estemporaneo, imprevisto e, a nostro avviso, necessario. Siamo in mezzo al mare, in una situazione di pericolo, con persone che avevano pagato migliaia di euro per quel viaggio. Arslan stesso aveva speso circa 7 mila euro per raggiungere l’Italia e migliorare la propria condizione di vita, dove già vive e lavora suo fratello. Riteniamo quindi che manchi completamente l’elemento soggettivo del reato, il dolo. Non c’è alcun comportamento penalmente rilevante nel senso contestato. C’È IL RISCHIO CHE SIANO STATI INDIVIDUATI NEI SOPRAVVISSUTI DEI CAPRI ESPIATORI PER DARE UNA RISPOSTA GIUDIZIARIA ALLA STRAGE DEL NAUFRAGIO DI CUTRO? Secondo me questo rischio non solo esiste, ma si è anche concretizzato. È un timore che avevo fin dall’inizio: che l’enorme tragedia e l’attenzione mediatica potessero generare una risposta giudiziaria più severa del dovuto. Un dato è significativo: nella mia esperienza – lavoro da circa 15 anni su questi casi – esiste una proporzione tra numero di migranti e membri dell’equipaggio. Di solito si tratta di due soggetti ogni 70-80 migranti. Qui avevamo circa 180 persone a bordo, quindi il doppio, ma risultano sei responsabili. Questo dato già fa dubitare. C’è poi un altro elemento: la provenienza. I comandanti sono generalmente della stessa area geografica, anche per ragioni linguistiche e di competenze. In questo caso Arslan è pakistano, mentre gli altri erano turchi e siriani. È un’anomalia che il tribunale non ha considerato. I DATI DEL RAPPORTO “DAL MARE AL CARCERE” PARLANO DI 467 ARRESTI NEL 2025 PER FAVOREGGIAMENTO DELL’IMMIGRAZIONE IRREGOLARE E DI 97 PERSONE ARRESTATE APPENA SBARCATE: SIAMO DI FRONTE A UN SISTEMA CHE FINISCE PER CRIMINALIZZARE CHI SI TROVA A BORDO? Purtroppo sì. Non le nascondo che, al di là dell’indirizzo politico e dell’inasprimento delle norme, c’è anche una forte domanda sociale di punizione. L’opinione pubblica vuole vedere una risposta immediata, vuole sapere che ci sono stati arresti. Questo incide anche su tragedie come questa. Ma parliamo di persone che non hanno nulla e che cercano semplicemente di trovare una possibilità di vita. IN CHE CONDIZIONI SI TROVA OGGI KHALID ARSLAN NEL CARCERE DI COSENZA, ANCHE IN VISTA DELL’APPELLO? Lo vedo regolarmente, ogni 15-20 giorni. Sta abbastanza bene, è in salute e in forma. Ovviamente è preoccupato, ma in modo lucido e consapevole. Spera che qualcuno ascolti le sue ragioni e che la situazione possa cambiare con l’appello. 1. Leggi anche: Capitani, criminalizzazioni e contronarrazioni. Questo articolo è stato scritto dall3 attivist3 del nostro progetto militante ‘Dal mare al carcere’ per il primo numero della rivista Controfuoco: Per una critica dell’ordine delle cose  (Melting Pot) ↩︎ 2. Processo naufragio Cutro, giallo sugli atti riservati di Frontex, Il Crotonese (24 marzo 2026) ↩︎
Un’altra ecatombe nel Mediterraneo: quando smetteremo di uccidere?
È un bollettino di guerra quello che quotidianamente viene aggiornato dalle Ong che monitorano le rotte migratorie, raccolgono segnali SOS e operano nel soccorso civile – quando non vengono ostacolate, con le modalità più diverse, dalle autorità degli Stati europei affacciati sul Mediterraneo o dalle guardie costiere dei paesi terzi a cui è affidato il “lavoro sporco” dei respingimenti.  Solo il 1° aprile 2026, almeno tre naufragi in altrettante rotte diverse hanno prodotto un bilancio ancora provvisorio che supera le cinquanta vittime. E si leva, ancora una volta, la denuncia corale delle organizzazioni solidali: «Non sono incidenti, sono il risultato di politiche deliberate». Un’altra giornata terribile che Alarm Phone sintetizza con una domanda rivolta all’Unione europea, ma che in realtà ci interroga tutti: «Fino a quando dovremo assistere a queste atrocità alle frontiere dell’UE?». La prima tragedia della giornata si è consumata nelle acque SAR libiche, circa 85 miglia a sud di Lampedusa e viene ricostruita dall’Ansa: un gommone partito da Abu Kammash, in Libia, con circa 80 persone a bordo era alla deriva nei pressi della piattaforma petrolifera di Bouri. L’imbarcazione era stata avvistata il giorno precedente da un aereo italiano delle capitanerie di porto, che aveva immediatamente trasmesso l’allarme alle autorità libiche, tunisine e maltesi. La risposta era stata univoca: nessuno poteva intervenire. Così, solo il mattino seguente, è salpata da Lampedusa la motovedetta Cp 306. Quando i militari hanno raggiunto il natante – riporta l’agenzia di stampa – si sono trovati di fronte a 19 corpi senza vita, tra cui quello di una donna, mescolati ai superstiti semi-incoscienti e tremanti per il freddo. I 58 sopravvissuti – tra cui 16 donne e 7 minori, di cui 4 non accompagnati – sono stati sbarcati al molo Favaloro. Sette sono stati ricoverati al poliambulatorio dell’isola in stato di ipotermia e intossicazione da fumi di idrocarburi; due, in gravissime condizioni, sono stati trasferiti in ospedali palermitani. Tre persone risultano ancora disperse. Un bambino, invece, di circa un anno è stato salvato ma la madre del piccolo sarebbe l’unica vittima donna recuperata. Le autorità, con l’aiuto di mediatori culturali e personale della Croce Rossa, stanno cercando di confermarne l’identità. Non si era ancora concluso il soccorso al largo di Lampedusa quando Alarm Phone segnalava una seconda emergenza nel Mediterraneo centrale. Alle 11:50 del mattino, l’organizzazione aveva allertato le autorità competenti riguardo a un’imbarcazione con 75 persone a bordo. Quando i soccorsi sono finalmente arrivati, era già troppo tardi per otto di loro, morti prima dell’intervento. Altre undici persone hanno perso la vita prima di raggiungere la terraferma, portando il bilancio di questo solo naufragio a 19 vittime. Alcuni sopravvissuti versano tuttora in condizioni critiche. Il terzo scenario si è consumato al largo di Bodrum, nel sud-ovest della Turchia. Secondo quanto riportato da Alarm Phone e confermato da fonti greche, un’imbarcazione con circa 40 persone a bordo tra cui bambini è affondata in seguito a un inseguimento ad alta velocità da parte della Guardia Costiera turca. Il bilancio provvisorio parla di altre 18 vittime e diversi dispersi; solo 21 le persone tratte in salvo.  Alarm Phone sottolinea come il caso presenti inquietanti analogie con un incidente simile avvenuto al largo di Chio a inizio febbraio, quando un inseguimento della Guardia Costiera ellenica provocò un naufragio costato la vita a 15 persone. «Questi episodi non mostrano solo somiglianze – precisa l’organizzazione– ma rivelano una campagna strategica e violenta contro le persone in movimento, sostenuta e incoraggiata dai politici europei». Notizie/In mare GRECIA. L’ENNESIMA STRAGE: 22 PERSONE MUOIONO DOPO SEI GIORNI IN MARE Criminalizzare chi sopravvive e chi denuncia per coprire le responsabilità del sistema Redazione 30 Marzo 2026 A rendere il quadro ancora più drammatico, Alarm Phone segnala anche la scomparsa di un’imbarcazione con 43 persone partita da Zuwarah, in Libia, il 23 marzo. Le autorità italiane dichiarano di non averne alcuna traccia. «Data la totale mancanza di informazioni temiamo l’ennesimo naufragio invisibile», scrive l’organizzazione.  LE ACCUSE DELLE ONG: «NON SONO TRAGEDIE, SONO SCELTE POLITICHE» Davanti alla costante perdita di vite umane, le organizzazioni solidali presenti sul campo rifiutano la retorica dell’inevitabilità. Sea Watch parla di «ecatombe nel Mediterraneo nel silenzio della politica» e denuncia che almeno 104 persone sono morte negli ultimi tre giorni solo nel Mediterraneo centrale. L’organizzazione sottolinea come molte di loro avrebbero potuto essere salvate con un maggiore e più adeguato dispiegamento di forze nei soccorsi, «al posto di politiche repressive e disumane di abbandono e respingimento in mare e contro il soccorso civile». Notizie/In mare SEA-WATCH 5 FERMATA PER 20 GIORNI E' il quarto fermo di una nave della Justice Fleet in quattro mesi Redazione 1 Aprile 2026 Sea Watch chiede una missione di soccorso dedicata e il ripristino della collaborazione tra autorità e navi civili, che la politica ha interrotto «inventandosi leggi persecutorie per bloccare le ONG e tenerle lontano da dove ci sarebbe bisogno di loro». Ricordando la strage durante il ciclone Harry definisce quella di questi giorni «l’ennesima catastrofe», e attacca il governo che «parla di migranti solo per festeggiare un calo degli sbarchi o l’applicazione di norme sempre più disumane». Le condizioni meteo restano pessime, avverte l’organizzazione, e il bilancio potrebbe essere ancora più grave di quanto si immagini. Mediterranea Saving Humans era a Lampedusa con la barca a vela Safira nel momento dello sbarco. La capomissione Sheila Melosu ha testimoniato in diretta l’arrivo dei corpi e dei superstiti, definendo quanto accaduto «l’ennesima strage evitabile». Il comunicato dell’organizzazione afferma che queste morti sono la conseguenza diretta delle politiche italiane ed europee orientate ai respingimenti, alle deportazioni e al finanziamento di milizie come quelle libiche. «Quelli che non muoiono in mare, muoiono di torture o deportazioni in Libia e Tunisia. È questa la realtà tremenda, inaccettabile, e dipende dalle scelte politiche di chi governa, non dal mare». Finché non saranno aperti canali umanitari sicuri e legali, conclude Mediterranea, le persone continueranno a imbarcarsi in qualsiasi condizione pur di fuggire. Per tutte loro, l’organizzazione chiede accoglienza dignitosa, riconoscimento e giustizia. Francesca Saccomandi, operatrice di Mediterranean Hope a Lampedusa, usa parole simili: «Queste non sono tragedie, ma il risultato delle politiche di respingimento europee. Chiediamo vie di accesso sicure e legali per entrare in Europa».
Lottare per la libertà: sette ore per sette anni
Quando il 28 marzo 2019 Abdalla, Amara e Kader sono arrivati sull’isola di Malta avevano solo 15, 16 e 19 anni. Sono passati sette lunghi anni – 2.555 interminabili giorni – da quando sono stati accusati ingiustamente di diversi reati, tra cui atti di terrorismo, minacce all’equipaggio e dirottamento di una nave. Accuse che potrebbero comportare l’ergastolo. Al fianco di Abdalla, Amara e Kader, un’ampia rete di organizzazioni locali e internazionali si è mobilitata fin da subito contro questa profonda ingiustizia, chiedendo il ritiro di tutte le accuse e la libertà dei tre giovani. Iniziative pubbliche, presidi informativi e mobilitazioni durante le udienze hanno segnato questi anni. L’ultima si è svolta sabato 28 marzo, in occasione dell’anniversario del loro arresto: sette ore in Piazza della Valletta per raccontare sette anni di attesa, ingiustizia e resistenza 1. Arrestati al loro arrivo, sono rimasti in detenzione per quasi otto mesi, per poi essere rilasciati su cauzione nel novembre 2019. A quel tempo, due di loro erano minorenni. Da allora, sono obbligati a presentarsi regolarmente alla polizia, mentre il processo continua a trascinarsi senza una conclusione, un vero e proprio accanimento della Procura maltese, caratterizzato da gravi ritardi. Notizie IL PROCESSO AI 3 DI EL HIBLU: UNA SCANDALOSA INGIUSTIZIA CHE DEVE FINIRE Tutte le accuse devono cadere. Free the El Hiblu 3! Redazione 27 Settembre 2023 Fumetto di The Fake Pan commissionato da Amnesty International in occasione del lancio della campagna di lettere “write4rights” nel 2020 Abdalla, Amara e Kader, originari della Costa d’Avorio e della Guinea, erano partiti dalla Libia a bordo di un gommone insieme ad altre 108 persone. Soccorsi al largo delle coste libiche dalla nave mercantile El Hiblu 1, di proprietà turca battente bandiera di Palau, si trovano presto al centro di una nuova emergenza: la Missione Sophia 2 coordina le operazioni e da istruzione al comandante di andare a Tripoli. A bordo cresce rapidamente la tensione, si diffonde il panico e la protesta, legata al rischio concreto di un respingimento illegale. In quel contesto, i tre giovani svolgono un ruolo cruciale come mediatori e traduttori tra equipaggio e persone soccorse, contribuendo a evitare un’escalation e – come sottolinea la Coalizione per gli El Hiblu 3 – dimostrando “coraggio nel prevenire un respingimento illegale verso la Libia” 3. > Le persone piangevano e gridavano “Non vogliamo tornare in Libia!”, > “Preferiamo morire”. Il caso degli El Hiblu 3 esemplifica i tentativi sistematici dell’Europa di criminalizzare le persone in movimento. La giornata del 28 marzo ha segnato simbolicamente i 2.555 giorni dalla loro incriminazione. Un tempo sospeso che i partecipanti al presidio hanno voluto rendere visibile. Dopo la conferenza stampa della mattina 4, ogni ora 5 è stato dedicata a un tema specifico: dalla criminalizzazione delle persone migranti ai respingimenti nel Mediterraneo centrale, dalle politiche di esternalizzazione dell’Unione Europea agli accordi con Libia e Tunisia, fino alle espulsioni e alle campagne contro il razzismo e l’esclusione sociale. Ampio spazio è stato dato anche al racconto delle pratiche di resistenza: il lavoro della flotta civile impegnata nei soccorsi in mare, le reti transnazionali di solidarietà, le mobilitazioni che attraversano i confini europei opponendosi al regime di frontiera. Secondo Ċetta Mainwaring della Coalizione per gli El Hiblu 3, Abdalla, Amara e Kader sono veri difensori dei diritti umani, che hanno agito per impedire un respingimento illegale verso la Libia. “Sono oltre 2.556 giorni che vivono in un limbo legale – anni che hanno sottratto loro l’adolescenza e il futuro”, ha sottolineato. Vicki-Ann Cremona, presidente dell’ONG Repubblika, ha aggiunto che sette anni di incertezza e di attesa processuale non possono considerarsi neutrali: un ritardo di questa portata costituisce, di fatto, un’ingiustizia 6. Il presidio si è concluso con un appello chiaro e condiviso: il ritiro immediato delle accuse e la liberazione degli El Hiblu 3. Una richiesta che si rinnova con forza, mentre cresce la consapevolezza che il loro caso rappresenta molto più di una vicenda giudiziaria individuale. È il simbolo di un sistema che criminalizza la mobilità, punisce la solidarietà e trasforma i sopravvissuti in imputati. Sette ore per sette anni, dunque. Ma anche sette ore per ribadire che la lotta continua, e che la solidarietà non si arresta. > Free El Hiblu 3! 1. Qui la convocazione dell’iniziativa e il programma ↩︎ 2. EUNAVFOR MED Operation Sophia si è conclusa il 31 marzo 2020 ↩︎ 3. La Coalizione per gli El Hiblu 3, una rete di individui e gruppi a Malta e oltre, si mobilita a sostegno di Abdalla, Amara e Kader, lavorando al loro fianco per difendere il loro diritto alla giustizia e alla libertà ↩︎ 4. con Ċetta Mainwaring (Coalizione per gli El Hiblu 3); Vicki-Ann Cremona (Repubblika); Regine Nguini (African Media Association Malta); Katrine Camilleri (Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati di Malta); David Yambio (Rifugiati in Libia) ↩︎ 5. Sulla pagina Facebook della Coalizione alcuni video del presidio ↩︎ 6. Activists mark seven years since start of El Hiblu 3 legal nightmare, Times of Malta (28 marzo 2026); Coalition renews call to drop El Hiblu 3 charges on seventh anniversary of arrests, Malta Today (28 marzo 2026) ↩︎
Grecia. L’ennesima strage: 22 persone muoiono dopo sei giorni in mare
Ventidue persone, provenienti principalmente dal Sudan e dal Bangladesh, sono morte dopo sei giorni alla deriva in mare. È questo il bilancio dell’ennesima strage nel Mar Egeo, avvenuta il 27 marzo 2026 a sud di Creta, nei pressi di Kali Limenes. Un episodio che è ancora, inesorabilmente, il frutto di politiche che chiudono vie di accesso legali e sicure, delegano il controllo a paesi terzi e spingono le persone verso rotte sempre più pericolose. «Secondo le testimonianze dei sopravvissuti», spiega Aegean Boat Report (ABR), «l’imbarcazione era partita da Tobruk, in Libia, nella serata del 21 marzo, con 48 persone a bordo. Solo 26 sono sopravvissute. Si contano 22 morti». La mancanza di cibo, acqua e il freddo pungente ha causato la morte dei passeggeri, i cui corpi, sempre secondo i sopravvissuti, sono stati gettati in mare. Immagine tratta da ABR Due giovani, di 19 e 22 anni, cittadini del Sud Sudan, sono stati arrestati dalle autorità greche e accusati di traffico di esseri umani, favoreggiamento e omicidio colposo. Ancora una volta, chi sopravvive diventa bersaglio, e chi mette in luce le responsabilità del sistema rischia conseguenze penali. Ancora una volta, la morte non è un incidente ma il prodotto di un sistema. Ancora una volta, il dispositivo penale si concentra sull’anello più debole della catena: persone che erano sulla stessa barca, nelle stesse condizioni, esposte allo stesso rischio di morire. È uno schema ricorrente: individualizzare la responsabilità, occultare quella sistemica. Mentre si criminalizzano i cosiddetti “scafisti”, resta intatto il contesto che rende queste traversate inevitabili: assenza di vie legali e sicure, esternalizzazione delle frontiere, politiche di deterrenza che spingono verso rotte sempre più lunghe e pericolose. La tragedia, come sottolinea ABR, non inizia in mare. Inizia prima. Inizia con la chiusura delle vie di accesso alla protezione. Con la delega del controllo a paesi terzi. Con un sistema che non lascia alternative. Negli ultimi anni, questo sistema ha prodotto un’evoluzione precisa: partenze dalla Libia orientale, traversate più lunghe, più tempo in mare con scorte insufficienti, soccorsi ritardati o assenti. Tutti fattori che aumentano esponenzialmente il rischio di eventi con numeri elevati di vittime, come quello del 27 marzo. È dentro questo quadro che va letta anche la persecuzione giudiziaria contro Tommy Olsen, fondatore di Aegean Boat Report. Notizie/In mare IL CASO AEGEAN BOAT REPORT E L’ARRESTO DI TOMMY OLSEN La Norvegia deve fermare l'estradizione dell'attivista in Grecia Redazione 26 Marzo 2026 Il suo arresto, in esecuzione di un mandato d’arresto europeo emesso dalle autorità greche, è stato definito da 37 organizzazioni internazionali come «l’ennesimo atto di persecuzione contro difensori dei diritti umani che hanno denunciato il crimine dei pushback alle frontiere greche». Oggi, dopo che l’esistenza di respingimenti sistematici è stata riconosciuta da decisioni della Corte europea dei diritti dell’uomo e da numerosi rapporti indipendenti, si procede penalmente contro chi denuncia queste pratiche. «A seguito della recente assoluzione di tutti i membri e i volontari dell’organizzazione ERCI da parte di un tribunale di Mitilene», si sottolinea nella dichiarazione congiunta, «il procedimento contro Tommy Olsen è l’ultimo procedimento aperto contro difensori dei diritti umani e attivisti di ricerca e soccorso». Le richieste rivolte alle autorità greche ed europee sono nette: fermare la persecuzione giudiziaria contro chi denuncia violazioni, porre fine alle campagne di disinformazione contro la società civile, indagare tutte le denunce di pushback, cessare le violazioni sistematiche dei diritti fondamentali alle frontiere. Il nesso tra la strage del 27 marzo e questo procedimento è diretto. Senza realtà come Aegean Boat Report, molte di queste morti resterebbero senza racconto pubblico. Senza reti indipendenti, verrebbe meno la possibilità stessa di far emergere ritardi nei soccorsi, omissioni, responsabilità istituzionali. Criminalizzare chi denuncia non è un effetto collaterale: è una condizione funzionale al sistema. Significa ridurre la trasparenza, indebolire i meccanismi di accountability, trasformare la frontiera in uno spazio opaco dove le violazioni possono continuare senza controllo. Mentre si incarcerano sopravvissuti e si perseguono attivisti, il dispositivo che produce morte resta intatto. E continua a operare. Ventidue morti dopo sei giorni in mare. Due sopravvissuti arrestati. Un attivista sotto mandato d’arresto europeo perchè documenta in modo indipendente ciò che accade nel Mar Egeo. Non sono tre fatti separati. Sono lo stesso sistema.