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Padova: Due Palazzi, Arcella. Dal carcere alle strade
Riceviamo e diffondiamo: Veneto, luglio 2026 Note a partire dai recenti atti di insubordinazione nel carcere di Padova e dalle opposizioni spontanee ai rastrellamenti razziali nei quartieri Carcere Due Palazzi di Padova Di uno sbirro all’ospedale non possiamo che rallegrarci, specie se a mandarcelo è un carcerato. Sappiamo quanto possa costare ogni atto di vita, ogni più piccola presa di libertà dentro le galere dello stato. La nostra, però, è un’allegria spuntata, un odio per un mondo che non riconosciamo che si mischia all’amore per la vita che resiste, tradendo mondi vivi possibili e presenti, mondi testimoni della sconfitta di questo presente che con tutti i suoi sforzi ancora non riesce nel suo intento totale di morte. Domenica 21 giugno un detenuto in isolamento al carcere Due Palazzi di Padova si rivolta contro i suoi carcerieri. All’ennesimo rifiuto di poter usare la palestra della sezione ha fatto a pezzi la sua cella per poi scagliarsi contro gli aguzzini in divisa intervenuti per fermarlo, mandandone uno all’ospedale. La settimana prima, ancora un carcerato in isolamento si era opposto al divieto dei secondini di prendere un caffè con un altro detenuto, decidendo di vendicarsi dei soprusi subiti fino ad allora e destinando al pronto soccorso tre guardie. Il 21 maggio un’altra aggressione contro la penitenziaria, per l’ennesimo divieto discrezionale immotivato posto ad un detenuto. Detenuto che ha prontamente proceduto a ricordare che le violenze agite dallo stato e dai suoi servi, anche le più quotidiane, hanno un prezzo: in quel caso un setto nasale rotto e qualche lesione su braccia e mani di tre sbirri. Non ci interessa stare a fare stime su quanta disperazione, quanta rabbia o quanta coscienza abbiano motivato questi gesti, quanto il caldo che rende quei posti roventi e ancora più ostili alla vita sia stato determinante, o quanto i colpi quotidianamente inferti alla dignità umana siano diventati intollerabili. Ciò che ci preme in questo testo è illuminare una radice comune sottesa a quello che sta accadendo al Due Palazzi, ma anche in ogni carcere e cpr che sia, nelle strade e negli istituti di pena minorile. Spontanea e informale si generalizza con nuovo vigore una richiesta di vita tra persone che abitano luoghi distanti in questo mondo, temporalità ed esperienze diversissime: senza che una coscienza politica ben formata sia essenziale, senza che assemblee e riunioni varino la rivolta, questa si accende e si interra carsicamente, abitando le vite dellx ultimx di questa società. Una rivolta che è vita, che è umanità che si riprende il mondo a partire dai più piccoli atti di insubordinazione al destino carcerario (materiale o sociale che sia) e che dà corpo ad una tensione di libertà che è personalissima ma già sempre collettiva. Assistiamo ad un’unica, profonda ed umana richiesta di vita che recita: “Aria!”. Quartiere Arcella, Padova Procede a tappe serrate il programma mortifero di occupazione militare dei territori e di sottomissione delle popolazioni portato avanti dal cosiddetto stato italiano: le istituzioni, con i rami sociali e civili conniventi, approntano gli attacchi decisivi alle ultime province della vita negli spazi-tempi che amministrano, tracciando le vie che conducono all’annichilimento generalizzato. Ma qualcosa di imprevisto sta rovinando questi propositi. Nel mondo della guerra totale si moltiplicano i fronti esterni e si irrobustiscono quelli interni: leggi e nuove narrazioni inaspriscono la repressione accettabile per chi si oppone allo stato delle cose, per tutte quelle resistenze sociali (dalla delinquenza all’illegalità) e/o politiche (basti soffermarsi sulle campagne anti-anarchiche che stanno avendo i loro dolorosi sviluppi) non recuperabili nei fittizi meccanismi del dialogo democratico. In questo scenario le città si svuotano dellx indesideratx, e Padova non fa eccezione. I quartieri cambiano volto mentre viene inesorabilmente portato avanti il programma statale di morte che sta avvelenando gli ultimi pozzi di umanità scavati dalle comunità resistenti in ogni dove. Le grandi opere infrastrutturali segnano il tessuto materiale e umano delle città: in nome del profitto e dell’interesse generale, ovverosia dello stato e dei suoi progetti, il territorio viene deturpato, espropriato alle comunità che vi si erano radicate e consegnato a chi può farne qualcosa di più economicamente remunerativo o strategicamente efficace. Sfratti e daspi informali dalle zone in via di riqualificazione sono consegnati allx indesideratx attraverso fluttuazioni di mercato, emergenze giornalistiche e soprusi ad opera di sbirri particolarmente zelanti. L’accesso a interi quartieri viene sottoposto, anche attraverso le “zone rosse”, a checkpoint polizieschi ben coperti mediaticamente da un’opinione pubblica addomesticata e prezzolata, pronta a soffiare benzina sui venti caldi del razzismo e del classismo fortemente radicati tra alcuni strati della cittadinanza. In questo contesto, gli ultimi anni hanno permesso un buon rodaggio di nuovi meccanismi che concretizzano l’ispirazione razzista dello stato: al fianco del perfezionamento in atto del sistema dei Cpr ne vediamo il suo ampliamento ed il cementarsi di retoriche razziste ad ogni altezza sociale, assieme ad un robusto impianto normativo e di prassi che ne permetta un’agibilità ampia e incontestata. L’istituzione delle zone rosse e la presenza ormai diventata consuetudine di presidi polizieschi permanenti nelle zone a più alta presenza di persone con background migratorio sono solo alcuni esempi di come il razzismo di stato privilegi alla base dei suoi meccanismi un programma massivo di profilazione e persecuzione razziale, che getta le basi per retate, rastrellamenti e deportazioni. Così, interi pezzi di comunità razzializzate, povere o marginalizzate per etnia, provenienza geografica o religione sono lentamente costrette a spostarsi altrove, in zone più lontane dagli occhi dell’opinione pubblica e degli investitori. Nel solo 2025 a Padova, una città da poco più di 200.000 abitanti, sono state identificate quasi 80.000 persone razzializzate, con grande giubilo del questore e delle istituzioni. E quando parliamo della città che si svuota non lo facciamo solamente per l’allontanamento dal perimetro cittadino a cui stanno venendo costrette larghe fette di popolazione, ma ci riferiamo alle oltre 200 persone fermate in strada per un controllo e trattenute per essere immediatamente spedite in un Cpr dall’altro capo dell’Italia senza che nessunx sia avvertitx di ciò (parenti, amicx o avvocatx), o alle 100 persone fermate e condotte nella camera di sicurezza della questura che poi sono state direttamente accompagnate in frontiera. A queste possiamo affiancare gli oltre 150 provvedimenti di espulsione consegnati nelle mani di chi, da lì a pochi giorni, sarebbe stato costretto ad uscire dal territorio nazionale. Più di una persona al giorno, nella sola città di Padova, è stata presa per essere portata in un Cpr, alla frontiera o per essere rilasciata con un ordine di rimpatrio. Questi numeri dimostrano come la macchina del razzismo di stato stia funzionando a pieno ritmo, ma testimoniano anche la piena omertà della società civile e delle istituzioni politiche sull’operato e le direttive inoltrate dal ministero degli interni e felicemente applicate dall’apparato di sicurezza pubblica locale. Negli scorsi mesi si sono verificati vari episodi di resistenza ai rastrellamenti portati avanti quotidianamente in città dalla polizia. In Arcella, una delle zone cittadine più colpite da operazioni sbirresche di profilazione e persecuzione razzista, alcune persone razzializzate sono intervenute spontaneamente durante due fermi particolarmente violenti: assistendo all’ennesimo sopruso in divisa, si sono opposti verbalmente e fisicamente al fermo, rallentando le operazioni e attirando l’attenzione del circondario su ciò che stava succedendo e riuscendo a liberare i malcapitati dalle grinfie degli sbirri, facendo allontanare le pattuglie dalla zona. Episodi come questi, seppur si possonocontare sulle dita di una mano, ci sembra testimonino qualcosa di prezioso. Non sono così rare le storie di chi sceglie di agire spontaneamente nonostante la disparità con il nemico che lx si para dinnanzi e con i suoi mezzi: il racconto di queste storie solitamente ci giunge quando a viverle è qualche “gruppo politico” animato da buone idee e dall’intenzione di applicarle. Ma quando ad esserne protagonisti sono persone senza appartenenza politica e razzializzate, queste storie ci sfuggono; altre memorie vivono, memorie che non ci appartengono e che non ci parlano, racconti segreti e sediziosi che stanno al cuore di comunità a noi sconosciute. Non è quindi nostra intenzione spendere altre parole sulla dinamica dei fatti, non ci interessa trarne benefici tattici o narrare qualcosa che, a nostro parere, debba rimanere sotterraneo, nascosto nei cuori di chi la agisce e delle tradizioni che intesse. Ci piacerebbe sottolineare, però, come i fuochi della vita continuino a incendiare gli animi dell’umanità, come siano indomabili le fiamme di libertà che continuano ad accendersi in ogni dove. Nonostante la miseria e il dolore a cui questo mondo ci destina, nonostante le risorse e i soldi spesi a sostentare l’ imponente e mostruosa macchina statale di morte, nonostante le vite immolate per combattere la battaglia di un mondo più sicuro, perché ormai inerte e inabitabile, combattivamente la vita continua a fiorire e a diffondersi. Saremo ciò che il delitto ha fatto di noi Trafittx da uno sguardo, farfalla fissata su di un tappo di bottiglia, tutti possono vedermi, tutti possono sputarmi addosso. Lo sguardo di questa società fa di me materia costituita. Eppure bisogna vivere, voglio farlo. Anche se alla gogna, la gola stretta in un collare di ferro. Bisogna vivere, ancora non sono argilla, non m’importa che si fa di me, ma ciò che faccio io stessx di ciò che hanno fatto di me. Spacciatorx, delinquenti, teppistx, rapinatorx, ladrx, terroristx: ognunx di noi condivide un tacito impegno alla guerra. Non mera negligenza, o una distruzione noncurante, ma una dedita avversione all’idea stessa di questa società, alla silenziosa guerra che l’ha fondata e che, con la cieca forza della legge e della giustizia, continua incessante a rifondarla. Dal momento che ci rendono la vita invivibile, vivremo quest’impossibilità di vivere come l’avessimo creata apposta per noi. Vogliamo il nostro destino, anche questo destino terribile. Vogliamo la nostra vita, per amarla e odiarla. Certamente la sventura è una cifra delle nostre vite, certamente indica qualcosa. Ma ormai non si tratta più di comprendere, ma di agire. Agire la nostra vita invivibile, agire quella maledizione che ci marchia e che dal fondo del nostro passato risale fino a questo presente. La faremo nostra, e la lanceremo davanti a noi: traccerà la rotta del nostro avvenire. Era il nostro cruccio, ne faremo la nostra missione, la nostra buona, maledetta, balorda stella. Se noi siamo criminali, il nostro crimine è la libertà: la libertà di sottrarci alla miseria di questo mondo, di derubarlo, di imbrattarlo, di rovinarlo, di sabotarlo. Dalle galere alle strade fioriscono umanità illegali, umanità minori e spurie che vivono sotto la pelle di questo mondo morente. In un mondo senza cielo, senza luce, senza aria, noi abbiamo la nostra stella. E tanto ci basta. A questa dolce e speranzosa guerra, all’odio che ci fonda le ossa e irrobustisce la memoria, all’amore che ci lega e ci anima. Per lx compagnx mortx e quelle portateci via. Per le persone messe dentro a una gabbia o tenute in cattività. Che guerra sia.
September 2, 2026
il Rovescio
Biella: un altro suicidio in carcere
Un migrante egiziano, di cui ancora non sappiamo il nome, si è impiccato in carcere con la garza che gli copriva la ferita ad una gamba. In quel carcere di Biella, feudo dell’onorevole Delmastro, apparentemente decaduto. In quelle carceri che non favoriscono il reinserimento, che non aiutano a capire e a cambiare, che puniscono i fragili, i deboli e forniscono un ruolo ai criminali “potenti”. Con la complicità di un sistema giudiziario ineguale, irrispettoso delle diversità e delle povertà, incapace di fornire eguali strumenti difensivi ai poveri ed agli stranieri, a quelli che non hanno voce. Aveva 23 anni, era fragile nel corpo e nell’anima: era seguito dai Servizi, come molti dei detenuti immigrati. Persone distrutte nel corpo per la violenza del viaggio: migliaia di chilometri di fatica, di dolore, di prigioni e torture, …e poi nella psiche per la violenza delle discriminazioni e delle umiliazioni subite altrove e qui in Italia, nell’Occidente educato ed ipocrita che teorizza l’emancipazione del merito, ma solo per i bianchi, meglio se italiani, possibilmente benestanti. Era seguito dai Servizi con impegno ma in un ambito culturale che ignora le diversità culturali e psichiche, che non accetta di mettere in discussione i saperi acquisiti, che crede che ci sia una sola civiltà, che non sa formarsi per le nuove esigenze, che pensa la psiche prevalentemente come rottura neurologica o portato genetico. Dobbiamo smetterla. Dobbiamo uscire dallo stato d’ignoranza e cercare le diversità interpretative del disagio e degli strumenti per intervenire. I migranti appartengono a culture che non conosciamo, sono portatori di diverse visioni del mondo e diverse manifestazioni delle proprie contraddizioni interiori. Possiamo incarcerare un “negro” perché è povero e la sua difesa è insufficiente, possiamo rinchiuderlo perché abbiamo fatto le leggi contro di lui. Possiamo continuare a pensare (erroneamente) che la nostra sia la migliore civiltà possibile, ma non possiamo negare che di quelli come lui non sappiamo nulla, che non comprendiamo nulla e per questo li respingiamo, li induciamo all’autolesionismo e li portiamo al suicidio. Dentro ad un sistema carcerario che agisce fuori dai dettami della Costituzione, abitato da persone private della libertà ma con il diritto alla vita e alla cura. Noi volontari della Ciclofficina Thomas Sankara ci stringiamo con un abbraccio intorno alla sua tragica morte e alla legittima protesta dei detenuti del carcere di Biella Biella, 2 settembre 2026   Arci Solidarietà Ciclofficina Thomas Sankara Redazione Piemonte Orientale
September 2, 2026
Pressenza
GIORGIO ROSSETTO DI NUOVO IN CARCERE. INTERVISTA ALL’AVVOCATO ROBERTO LA MACCHIA
Giorgio Rossetto è di nuovo in carcere. Nella serata del 21 agosto i Carabinieri di Susa lo hanno prelevato dalla sua dimora sopra la Credenza di Bussoleno e trasferito nella casa circondariale Lorusso e Cutugno, le Vallette di Torino. A determinare il ritorno in carcere sarebbe stata la revoca della misura alternativa concessa dal Tribunale di Sorveglianza, a seguito di violazioni delle prescrizioni che, al momento, non risultano meglio specificate. Giorgio avrebbe dovuto terminare in autunno la pena che stava scontando ai domiciliari. Il suo percorso detentivo era cominciato nel gennaio 2025 per alcune condanne definitive relative a episodi della lunga lotta contro la Torino-Lione: lo sgombero della Maddalena del 2011, la costruzione della baita in Clarea nel 2010 e una marcia No Tav del 2019. Già lo scorso febbraio le condizioni della detenzione erano state aggravate dopo un’intervista concessa a Radio Onda d’Urto nella quale Rossetto aveva parlato dello sgombero di Askatasuna. Per avere espresso pubblicamente le proprie opinioni gli erano stati imposti il divieto di comunicazione e la riduzione a una sola ora del tempo consentito fuori dall’abitazione. Poi, a marzo, proprio quando avrebbe dovuto terminare quel periodo di detenzione, era arrivato un nuovo provvedimento. La dichiarazione di inammissibilità di un ricorso in Cassazione aveva determinato l’esecuzione di un’ulteriore pena di otto mesi. Giorgio era rimasto così ai domiciliari e avrebbe dovuto concludere la detenzione nell’autunno di quest’anno. Ora arriva invece il ritorno alle Vallette dove si trovano tuttora anche i due ventenni tedeschi arrestati in flagranza differita dopo la giornata di lotta ai cantieri, per i quali il giudice ha confermato la custodia cautelare in carcere. «Continueremo a fare sentire a Giorgio e all* compagn* tedesch* a cui è stato confermato il carcere la nostra vicinanza e solidarietà, in Valsusa come in città, nelle piazze come nei sentieri», scrive il Movimento No Tav. “Perché la storia di Giorgio Rossetto non appartiene soltanto a Giorgio. Appartiene alle migliaia di persone che in questi decenni hanno attraversato i sentieri della Clarea, costruito barricate, partecipato alle marce, difeso i presidi e continuato a contestare la Torino-Lione. Le porte delle Vallette possono rinchiudere ancora una volta un uomo. Non possono rinchiudere una lotta che da più di trent’anni continua a tornare sui sentieri della valle.Giorgio libero subito. Liber tutt.** La scarcerazione dovrebbe avvenire il 27 settembre. Ne parliamo con Roberto La Macchia Co-Presidente dell’Associazione Nazionale Giuristi Democratici, avvocato a Torino si occupa anche delle vicende giudiziarie di Giorgio Rossetto Ascolta o scarica
August 28, 2026
Radio Onda d`Urto
Dilaga il colonialismo penitenziario: ora rivogliono anche l’Asinara
Liberu rigetta in toto la proposta avanzata dal segretario nazionale del Sappe (Sindacato autonomo di polizia penitenziaria), Donato Capece, che indica nella riapertura del carcere dell’Asinara e di Pianosa la soluzione ai problemi delle strutture detentive. Secondo Capece queste carceri devono essere riaperte per risolvere le criticità legate soprattutto a […] L'articolo Dilaga il colonialismo penitenziario: ora rivogliono anche l’Asinara su Contropiano.
August 27, 2026
Contropiano
FORLÌ: PRESIDIO AL CARCERE OGNI PRIMO LUNEDÌ DEL MESE
Riceviamo e diffondiamo: Dal 7 settembre e d’ora in poi OGNI PRIMO LUNEDÌ DEL MESE torna il presidio di solidarietà anticarcerario sotto le infami mura della Rocca a Forlì!! Dalle 18:00 alle 20:30, lato via della Rocca: per rompere l’isolamento delle galere, per portare solidarietà a chi resiste dentro, per non lasciare annegare nell’indifferenza le … Leggi tutto "FORLÌ: PRESIDIO AL CARCERE OGNI PRIMO LUNEDÌ DEL MESE"
August 26, 2026
Brughiere
Forlì, lunedì 7 settembre e ogni primo lunedì del mese: presidio al carcere
Riceviamo e diffondiamo: Dal 7 settembre e d’ora in poi OGNI PRIMO LUNEDÌ DEL MESE torna il presidio di solidarietà anticarcerario sotto le infami mura della Rocca a Forlì!! Dalle 18:00 alle 20:30, lato via della Rocca: per rompere l’isolamento delle galere, per portare solidarietà a chi resiste dentro, per non lasciare annegare nell’indifferenza le carognate che accadono tra quelle mura!! FUOCO ALLE GALERE! PIETRO LIBERO! COMPAGNX LIBERX!
August 26, 2026
il Rovescio
Mattarello-Acquaviva (Trento), sabato 17 e domenica 18 ottobre: Due giorni contro carcere e guerra
Riceviamo e diffondiamo: Qui la chiamata in pdf: DUE GIORNI CONTRO CARCERE E GUERRA A breve il programma completo dell’iniziativa DUE GIORNI CONTRO CARCERE E GUERRA La guerra è sempre un fatto di politica interna. Sia perché le sue basi materiali sono vicine a noi (come industrie, logistica, ricerca) sia perché ha un ritorno altrettanto materiale (nei termini di guerra al nemico interno, intruppamento della società, costi che vengono fatti pagare alla classe proletaria). Se il compito di rovesciare la guerra tra Stati e tra gli sfruttati in guerra contro gli sfruttatori non può gravare sulle spalle di un qualunque movimento specifico, a noi rimane il compito di dare concretezza alla solidarietà internazionalista e capire come essere all’altezza delle sfide della nostra epoca. Un anno fa la due giorni contro “carcere e guerra” al terreno No Tav di Acquaviva (Trento) è stata occasione per ritrovarsi tra compagni e compagne e pensare la lotta fuori dalle carceri unita a quella dentro di esse, anche grazie a contributi scritti di diversi prigionieri. Cadendo a ridosso delle giornate di blocco di settembre e ottobre, ha anche permesso un confronto rispetto a quello che stava accadendo. A un anno di distanza, tanto è successo ma non sono venute meno le ragioni per discutere di “carcere e guerra”. Il genocidio a Gaza continua, con l’estensione della guerra totale a Yemen, Iran e Libano. L’imperialismo statunitense mostra i muscoli in Sudamerica dietro la facciata della lotta “al narco-terrorismo” e si rivale sui suoi alleati-vassalli europei, scatenando nel frattempo la violenza anti-proletaria per le strade delle proprie città (coi raid tecnologicamente equipaggiati dell’ICE). La competizione tra le potenze – che per quanto ci concerne si concretizza nel riarmo dell’Occidente – si traduce in una feroce predazione delle risorse necessarie a un capitalismo digitale che sviluppa l’IA come nuova atomica, mentre rende progressivamente il pianeta inadatto alla vita (come testimoniano le temperature record dell’estate trascorsa). Emerge in tutta la sua arroganza una tecno-oligarchia che non ha problemi a considerare gran parte dell’umanità massa eccedente e a trattarla come bestiame da macello. Il razzismo sistemico si riverbera nelle periferie e nell’intera società occidentale. L’altra faccia del riarmo è la crescente repressione, in Italia strutturata attorno ai costantemente aggiornati decreti sicurezza: impunità per gli omicidi di Stato, allargamento della sorveglianza tecnologica, criminalizzazione della gioventù immigrata, finanche la proposta di messa al bando degli “anarchici e antifascisti” dopo la morte di Sara e Sandrone… Ma non viviamo in un tempo in cui i soli colpi vengono assestati dal nemico di classe. Insurrezioni e sommosse si succedono per tutto il mondo (dall’Indonesia alla Bolivia). Nel ventre della Bestia alle resistenze contro l’ICE si aggiungono quelle contro i progetti di datacenter e una crescente rabbia contro gli oligarchi capitalisti (testimoniata dai vari attacchi a CEOs e dal ritorno del sabotaggio). In Albania un progetto immobiliare israelo-saudita-statunitense ha scatenato un movimento di massa contro il governo. In Italia i moti del “Blocchiamo tutto” hanno palesato la disponibilità al conflitto di nuove generazioni, riemersa poi in momenti di conflittualità come la piazza bolognese per Fakir. Le sfide che ci pone la tendenza alla guerra mondiale necessitano tanto di riflessione quanto di iniziativa. Proponiamo questa due giorni con in testa, più che delle proposte, degli interrogativi da affinare assieme, per avere più slancio nelle lotte a cui partecipiamo e parteciperemo. Che strada dovremmo prendere come internazionalisti contro un mondo di guerra, genocidio e incarcerazione tecnologica? Che cosa significa essere con la resistenza palestinese e contro lo Stato di Israele? Quali valutazioni e quali prospettive possiamo condividere a partire da quanto si è mosso nell’ultimo anno, in Italia e non solo, contro colonialismo e genocidio? Quali le possibilità di lotta a partire dai nervi scoperti che strutturano i rapporti tra Israele e stati occidentali, dalle reti logistiche alla trama dell’interesse economico? A quali scenari di incarcerazione tecnologica lavorano gli stati e che ruolo giocherà l’apparato di controllo nel disinnescare e reprimere la protesta alle nostre latitudini? Che forme di rivolta ed evasione sono praticabili contro le sue manifestazioni più tangibili, come i data center? Come sta cambiando la forma del potere (e dunque la possibilità di attaccarlo) oggi che l’apparato tecnologico sta riempiendo il mondo di enormi “contenitori” di dati necessari al suo stesso mantenimento? Quello che sta venendo vidimato, decreto dopo decreto, è la costruzione di un diritto penale da stato di guerra. La lotta dentro le carceri è punita sempre più duramente e lottando fuori è sempre più facile finirci dentro: con l’art. 270 quinquies è sufficiente la disponibilità di testi o materiale video per essere arrestati con l’accusa di terrorismo, mentre alle mobilitazioni al fianco della resistenza palestinese hanno fatto seguito decine di misure cautelari, non ci dimentichiamo dei due compagni che hanno perso la vita mentre erano sottoposti a tali misure. Con quali prospettive possiamo immaginare di affrontare il carcere di oggi nell’eventualità di essere arrestati/e? Quali insegnamenti traiamo dall’esperienza dei Prisoners for Palestine e dalla mobilitazione internazionale in loro sostegno? Come provare dunque a dare una dimensione internazionale alle lotte all’interno del carcere? In che modo un movimento contro la guerra si fa carico di sostenere i propri prigionieri a partire dai prigionieri palestinesi attualmente detenuti in Italia? Come si possono affrontare le nuove forme di repressione economica (es. multe per manifestazioni e “grida sediziose”)? Come affrontare collettivamente la risposta repressiva agli ultimi blocchi e alla mobilitazioni per la Palestina? Con Sara e Sandrone nel cuore. Anche quest’anno la due giorni si terrà al Terreno Notav di Acqua Viva (Mattarello, Trento), Sabato 17 e Domenica 18 Ottobre. Sarà disponibile campeggiare e sono gradite le distro. Pranzi e cena saranno benefit per spese legali e mantenimento dei prigionieri.
August 21, 2026
il Rovescio