
Bulgaria – Una protesta dei richiedenti asilo detenuti in base al nuovo Patto Ue è stata brutalmente repressa dalla polizia
Progetto Melting Pot Europa - Friday, August 7, 2026«Libertà. Hurriya. Open camp!». Per settimane le persone recluse nel centro di detenzione di Pastrogor, nel sud della Bulgaria, a pochi chilometri dal confine turco, hanno protestato contro la privazione della libertà imposta nell’ambito delle nuove procedure di frontiera previste dal Patto europeo su migrazione e asilo. Il 26 luglio, dopo un momento di protesta dei detenuti, è arrivata una brutale repressione. Secondo quanto denunciato dal Collettivo Rotte Balcaniche e dalle persone recluse nel centro, agenti di polizia hanno invaso l’edificio con il volto coperto da passamontagna, hanno spento le telecamere di sorveglianza e hanno picchiato e torturato i prigionieri.
«La vendetta è stata brutale», racconta in un comunicato stampa l’organizzazione solidale, che da settimane mantiene i contatti con l’interno della struttura. «Alcune persone hanno riportato decine di ematomi sul corpo dopo essere state colpite con i manganelli, subendo fratture alle mani e alle gambe; altre sono state viste ricoperte di sangue. Almeno una persona ha perso due denti dopo essere stata colpita con un pugno alla mascella da un poliziotto.» Tra le persone picchiate, denunciano ancora lə attivistə, ci sarebbero stati anche dei minori, «che, per legge, non dovrebbero trovarsi in un centro di detenzione».
Le proteste in realtà andavano avanti da settimane, dall’implementazione del nuovo Patto il 12 giugno scorso. Molti detenuti avevano iniziato uno sciopero della fame, rifiutando «il cibo immangiabile fornito dall’Agenzia statale per i rifugiati». Altri avevano organizzato contestazioni nella mensa, chiedendo «cibo aggiuntivo e di migliore qualità». La risposta, racconta il Collettivo, era già stata violenta: «Almeno una persona è stata picchiata da un poliziotto, trattenuta in commissariato e costretta a firmare una dichiarazione di impegno a non partecipare ad alcuna futura protesta».
Ma la richiesta fondamentale dei richiedenti asilo detenuti non riguardava soltanto le condizioni di vita all’interno del centro. «La rivendicazione centrale di questa mobilitazione non era soltanto il miglioramento delle insopportabili condizioni del campo di Pastrogor – come le infestazioni di parassiti e il caldo estremo – ma soprattutto la fine della detenzione stessa». In una lettera collettiva, le persone recluse chiedevano «il rilascio e il trasferimento in un centro di accoglienza aperto per richiedenti asilo». Chiedevano inoltre «di poter accedere a informazioni legali sulle ragioni della loro detenzione e sulla sua durata», informazioni che, secondo il Collettivo Rotte Balcaniche, sarebbero state sistematicamente negate.
Il 26 luglio, mentre all’esterno del centro lə attivistə portavano «un saluto solidale», all’interno le persone detenute scandivano «Libertà», «Hurriya» e «Open camp! Open camp!». Alcune hanno anche tentato di evadere. «Dopo questo intenso momento di protesta e solidarietà, i detenuti sono tornati nelle loro stanze. Un’ora più tardi, i rinforzi della polizia hanno fatto irruzione nell’edificio: con il volto coperto da passamontagna e dopo aver spento le telecamere, hanno picchiato brutalmente i prigionieri in un evidente atto di rappresaglia».
Secondo il collettivo, dopo il pestaggio la polizia avrebbe distrutto numerosi telefoni cellulari «rendendo molto più difficile la comunicazione con e tra i prigionieri». Dodici persone sono poi state trasferite in una stazione di polizia, trattenute per ventiquattro ore e costrette a firmare dichiarazioni con cui si impegnavano «a non prendere parte ad alcuna protesta in futuro».
Una delle persone detenute sintetizza così il motivo della protesta: «Abbiamo capito che il governo vuole trattenere le persone in un centro mentre le loro domande di asilo vengono esaminate. Tuttavia, mantenere i richiedenti asilo in un centro chiuso per un periodo fino a tre mesi è ingiusto. Se lo scopo è semplicemente quello di esaminare le loro domande di asilo, dovrebbero invece essere accolti in un centro aperto, dove possano vivere in libertà mentre le loro pratiche vengono valutate. Trattenere le persone in un centro chiuso in queste circostanze è inutile e ingiusto, e questa realtà deve essere resa pubblica».
Il centro di Pastrogor – caratterizzato da un’architettura carceraria e situato in un luogo molto isolato – è stato inaugurato nel 2012 come struttura aperta destinata ai richiedenti asilo. Nel dicembre 2025 le autorità bulgare ne hanno modificato la funzione, trasformandolo in un centro di detenzione per richiedenti asilo considerati “minacce per la sicurezza nazionale“. Dal 12 giugno, invece, all’interno del centro viene applicata la nuova asylum border procedure, introdotta dal Patto europeo, che amplia il ricorso alla detenzione durante l’esame delle domande di protezione internazionale per un massimo di tre mesi. Mentre i tempi della detenzione si allungano, la nuova normativa riduce a soli sette giorni il termine entro cui presentare ricorso contro il (probabile) diniego dell’asilo. Un limite che, in assenza di un’adeguata informazione giuridica e di un’effettiva assistenza legale, compromette concretamente il diritto alla difesa. Contestualmente, nell’ultimo anno sono aumentate le deportazioni dal Paese, in particolare quelle effettuate come “rimpatri volontari”, realizzati con il coinvolgimento di Frontex e dell’IOM, che di volontario non hanno nulla.
«Si tratta di un’ulteriore escalation della guerra condotta dall’Unione europea e dai suoi Stati membri contro le persone in movimento. Normalizzando la detenzione su larga scala, questi centri rivelano sempre più chiaramente la loro natura di prigioni razziali. Eppure le persone continuano a lottare e a resistere: attraversano le frontiere, scavalcano le reti, gridando “Open camp!” dietro alle sbarre dei centri di detenzione al confine tra Bulgaria e Turchia e dovunque. Siamo con loro e la nostra solidarietà è incondizionata. Le loro rivendicazioni non resteranno inascoltate. Questi muri cadranno», conclude il Collettivo Rotte Balcaniche.