
Quando la memoria non basta più
Comune-info - Friday, June 26, 2026
Creare ambienti di apprendimento sicuri e inclusivi per bambine e bambini rimane più importante che mai nella Striscia di Gaza. Grazie al sostegno dell’Occupied Palestinian Territory Humanitarian Fund e a Vento di Terra, sei “Spazi Temporanei di Apprendimento (Temporary Learning Spaces, TLS)” hanno accolto oltre mille bambini che vivono nei campi per sfollati interni nella Middle Area, a Gaza City e a Khan Younis“Io non ho voluto avere un figlio perché ho vissuto Auschwitz”
(Imre Kertész, Kaddish per il bambino non nato)
اللهم اجعله طيراً من طيور الجنة
“O Allah, rendilo un uccello tra gli uccelli del Paradiso”
(Duʿāʾ islamico per un bambino defunto)
Imre Kertész scrisse un Kaddish per il figlio che decise di non avere. Dopo Auschwitz, il mondo gli appariva troppo crudele per essere consegnato a una nuova vita. La Shoah non gli aveva tolto soltanto il passato: aveva incrinato la fiducia stessa nel futuro.
Circa un milione e mezzo di bambini ebrei furono uccisi durante lo sterminio nazista, insieme a migliaia di bambini rom e con disabilità. Quei bambini appartengono alla memoria dell’umanità e nessuno può permettersi di dimenticarli.
Ma ricordare non significa soltanto custodire il passato. Non significa sovrapporre tragedie diverse né cancellarne l’unicità storica. Significa chiedersi quale valore abbia la memoria se non diventa un principio universale, capace di proteggere ogni vita umana, soprattutto quella più indifesa.
La memoria non è un premio riservato alle vittime della storia. È una responsabilità verso le vittime di oggi. Oggi quella responsabilità ci conduce a Gaza.
Ci sono immagini che dovrebbero essere impossibili. Un bambino ucciso mentre cerca acqua. Una bambina colpita mentre torna da scuola. Un neonato ferito mentre viene allattato. Non sono soltanto episodi di guerra. Sono la negazione dell’infanzia.
I bambini non appartengono a uno Stato, a un esercito o a una bandiera. Appartengono all’umanità.
La Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite, nel rapporto L’essenza dell’infanzia è stata distrutta, afferma che nei primi due anni di guerra almeno 20.179 bambini sono stati uccisi e 44.143 sono rimasti feriti nella Striscia di Gaza. Parla di azioni che hanno «cancellato l’infanzia» e sostiene che l’uccisione e il ferimento dei minori abbiano contribuito a distruggere la continuità biologica e l’esistenza futura del popolo palestinese. Israele respinge queste conclusioni. Ma nessuna contestazione cancella il fatto essenziale: decine di migliaia di bambini sono stati uccisi, mutilati o segnati per sempre.
Se oltre il trenta per cento delle vittime sono bambini, non possiamo rifugiarci nel linguaggio degli “effetti collaterali”. Quando una guerra divora l’infanzia, non colpisce soltanto il presente: cancella il domani.
Dietro quei numeri ci sono volti, nomi, famiglie. Ci sono bambini colpiti nelle scuole, negli ospedali, nelle tende dei campi profughi, mentre cercavano un pezzo di pane o un sorso d’acqua. Ci sono migliaia di piccoli sopravvissuti che porteranno dentro di sé ferite che nessuna ricostruzione potrà cancellare. È qui che la memoria viene messa alla prova. Il popolo ebraico ha conosciuto uno dei punti più bassi della storia umana. Proprio per questo, vedere lo Stato di Israele accusato di una violenza che colpisce in modo così devastante l’infanzia palestinese apre una ferita morale che attraversa il mondo intero. Non perché le due tragedie siano uguali. Non lo sono. Ma perché nessuna memoria del dolore può perdere il suo carattere universale. Se il ricordo della persecuzione non ci rende più sensibili alla sofferenza di altri bambini, allora qualcosa si è spezzato.
Primo Levi scriveva che «è avvenuto, quindi può accadere di nuovo». Non era una profezia rivolta a un solo popolo. Era un monito per tutta l’umanità. Ogni volta che l’altro viene disumanizzato, ogni volta che la vita di un bambino diventa un prezzo accettabile, quel monito torna a interrogarci.
Eppure il mondo sembra già voltare pagina. Le crisi si susseguono, l’attenzione si sposta altrove, Gaza scompare lentamente dai notiziari. L’orrore si consuma, poi si normalizza. Infine viene dimenticato. È sempre così che l’indifferenza vince.
Per questo oggi non basta ricordare Auschwitz. Non basta commemorare. Non basta pronunciare “mai più” una volta all’anno. Occorre avere il coraggio di riconoscere il dolore ovunque si manifesti, anche quando ci mette a disagio, anche quando riguarda chi consideriamo lontano, anche quando ci obbliga a criticare chi pensavamo immune da ogni giudizio morale.
Nel ghetto di Terezín il giovane Pavel Friedmann ha scritto: “Le farfalle non vivono nel ghetto”. Quelle parole sembrano attraversare il tempo fino a Gaza. Perché le farfalle non vivono dove viene cancellata l’infanzia. E nemmeno la pace può nascere dove ai bambini viene negato il futuro.
Sotto cieli diversi, due preghiere continuano a salire verso lo stesso Dio. Il Kaddish ebraico e il duʿāʾ islamico per un bambino morto. Parlano lingue diverse, ma custodiscono lo stesso dolore. Ci ricordano che il pianto di una madre non ha nazionalità e che nessun bambino smette di essere bambino perché nasce dalla parte sbagliata di un confine.
La domanda, allora, riguarda tutti noi. A cosa serve la memoria, se non ci impedisce di accettare l’inaccettabile? A cosa serve dire «mai più», se quel principio non vale per ogni bambino? La memoria è l’inizio. L’umanità è il suo compimento. Se la memoria non ci conduce fin lì, allora non basta più.
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