Tag - bambini

La sofferenza di Gaza sui cartoni di Ahmed
Abbiamo visitato la mostra dell’artista palestinese di Gaza, Ahmed Muhanna, in occasione della tappa romana di “Gaza: storie di speranza e resilienza”. (https://cdn.wfp.org/2025/eu-gaza/) Ahmed ha il proprio laboratorio-abitazione a Gaza, incastrato tra palazzine semidistrutte e cumuli di immondizia ad ogni angolo di strada. Da sempre ha interpretato l’arte figurativa anche come strumento per estrarre dalle menti di bambini/e traumatizzati/e da anni di sofferenze e tragedie ben al di là del “recente” 7 ottobre 2023, i mostri che li assillano. Si chiama arteterapia, un’attività meritevole svolta per anni da Ahmed, interrotta però dalle bombe che recisero anche la sua ispirazione artistica per lunghi mesi, fino a quando arrivò la svolta. Quale miglior supporto per la sua necessità di rendere partecipe il mondo intero delle quotidiane e atroci sofferenze del suo popolo, delle scatole di cartone usate dal World Food Program? È così che rimboccatesi le maniche e nella penuria quasi totale di materiali e strumenti per dipingere, ha iniziato a rappresentare sui cartoni i volti segnati, le mani supplicanti, le urla simili a quelle di Munch ma anche i sorrisi, frutto di una capacità di resilienza di cui i palestinesi avrebbero voluto volentieri fare a meno in questi ultimi 80 anni. Ha ricominciato anche la sua arteterapia con i bambini di Gaza, con maggior vigore pur se sotto tende di fortuna, sempre troppo calde d’estate e troppo umide e fredde in inverno. Il messaggio di Ahmed al mondo intero è in fin dei conti molto semplice e lo stesso materiale usato, il cartone dove sullo sfondo compare qui e là il logo del WFP, lo rinforza implicitamente, il medium è il messaggio: il popolo di Gaza è stanco, anzi stremato, dai chilometri percorsi ogni giorno per procurarsi cibo e acqua, proprio come fa anche l’artista Ahmed per far sopravvivere la sua famiglia. È quindi un’arte vissuta in prima persona da Ahmed e fotografata giorno dopo giorno, riuscendo a cogliere la sofferenza negli sguardi altrui perché quella è anche la sua. Ahmed è nato nel 1984 a Deir al-Balah, nella Striscia di Gaza. Si è laureato in Belle Arti all’Università Al-Aqsa nel 2006 e ha lavorato come facilitatore artistico presso la Fondazione Al-Qattan, aiutando bambini a usare l’arte come strumento di terapia psicologica, essendo anche specialista in arteterapia infantile. In tre mesi intensi, spesso sotto la minaccia costante dei bombardamenti, ha realizzato 40 dipinti sui cartoni del WFP e oltre 20 opere su carta. I suoi soggetti parlano della guerra moderna, ovvero di sfollamenti, fame, code per l’acqua, bambini sofferenti, madri disperate, una guerra fatta di tanti “effetti collaterali” uno di seguito all’altro, come racconta l’IDF. L’ONU ha però recentemente ribadito, qualora ci fosse ancora qualche dubbio, le proprie ipotesi iniziali confermando che si tratta, senza ombra di dubbio, di genocidio. Gaza: Stories of Hope and Resilience” ha portato, dunque, per la prima volta, le opere di Ahmed Muhanna al pubblico europeo: prima tappa a Bruxelles il 15 settembre 2025 e poi in tour in nove città europee. Anche Parigi l’ha ospitata, davanti all’Institut du monde arabe, fino al 31 maggio di quest’anno, mentre a fine giugno, con la tappa romana del tour, erano già decine di migliaia le persone che avevano visitato la mostra in giro per l’UE. Foto di Stefano Bertoldi Stefano Bertoldi
July 16, 2026
Pressenza
I cani dei ricchi abbaiano sempre ai poveri
…“Interessante vero? I cani dei ricchi abbaiano sempre ai poveri. A chi abbaiano ? Alla negazione dell’altro compiuta dal ricco. Sto usando il termine ‘ricco’ per riferirmi a una persona che nega l’altro perché ha paura di perdere quello che possiede. Il mio cane sa esattamente chi sono i miei […] L'articolo I cani dei ricchi abbaiano sempre ai poveri su Contropiano.
July 9, 2026
Contropiano
“Nascosti in Piena Vista”: minori migranti con le famiglie in Italia. Il Report di Save the Children
Nel 2025 si stima che circa 2.000 minori siano arrivati in Italia insieme alla propria famiglia. Si tratta però di una stima, perché questi bambini e bambine non sono ancora ufficialmente tracciabili nella prima accoglienza. E’ quanto si sottolinea nell’ultima edizione di “Nascosti in Piena Vista” di Save the Children, con la quale si cerca di dare visibilità a una realtà ancora poco conosciuta: quella dei bambini, delle bambine e degli adolescenti che migrano in Italia insieme alle proprie famiglie. Ogni storia di migrazione coinvolge persone, famiglie e minori con bisogni, diritti e fragilità diverse. Eppure, proprio questi bambini e bambine restano troppo spesso fuori dallo sguardo delle istituzioni e del dibattito pubblico. I pochi dati disponibili, pur frammentari, raccontano una presenza diffusa lungo tutte le principali rotte migratorie. Sono famiglie che arrivano nel nostro Paese, lo attraversano o vi fanno ritorno dopo essere state respinte o dopo aver lasciato altri Paesi europei. Percorsi differenti che hanno un elemento comune: il confronto con un sistema di tutela che raramente riconosce la specificità della loro condizione. Un sistema che rischia di essere ulteriormente compromesso dall’attuazione del Patto Europeo sulla Migrazione e l’Asilo, il cui decreto-legge di attuazione è attualmente all’esame del Parlamento. La vulnerabilità dei bambini e delle bambine che migrano con le proprie famiglie non può essere considerata un effetto collaterale delle migrazioni, né una questione marginale. Deve essere riconosciuta e posta al centro delle politiche di accoglienza e dell’attuazione del Patto Europeo sulla Migrazione e l’Asilo. Sebbene questa realtà sia ancora poco analizzata, emerge con forza nei territori, dove istituzioni, amministrazioni e organizzazioni cercano di rispondere ai bisogni delle famiglie in assenza di un quadro normativo e operativo adeguato. Come si diceva, uno degli elementi più significativi che emerge dal rapporto riguarda la difficoltà di conoscere quanti siano realmente i bambini e le bambine che migrano con le proprie famiglie. Nella prima accoglienza, infatti, i minorenni ospitati con i propri genitori non sono ancora ufficialmente tracciabili, rendendo difficile avere un quadro completo del fenomeno. È nella seconda accoglienza che i dati iniziano a restituire una dimensione più chiara della loro presenza. Nel 2025 erano infatti 10.334 i minorenni accolti insieme alla propria famiglia nella rete SAI, pari al 69,7% dei 14.829 minorenni complessivamente presenti nel sistema. Questi dati confermano che i nuclei familiari rappresentano una componente strutturale delle migrazioni verso l’Italia e non un fenomeno occasionale o residuale. Save the Children ha realizzato una ricerca sul campo tra giugno 2025 e aprile 2026 nei territori di Oulx, Ventimiglia, Trieste, Agrigento, Milano, Roma e Torino, luoghi che rappresentano punti di arrivo, transito e destinazione dei percorsi migratori. Sono state integrate analisi quantitative e qualitative attraverso 48 interviste a famiglie e 20 interviste a stakeholder, raccogliendo le esperienze dirette di chi vive quotidianamente il sistema di accoglienza e di chi opera al suo interno. Da questa ricerca emerge un quadro di rischio per i bambini e le bambine, caratterizzato da un forte divario tra i diritti formalmente garantiti e la loro effettiva tutela. L’accesso all’istruzione, alla salute, alla protezione e ai servizi continua infatti a dipendere da procedure amministrative complesse e carenze strutturali, lasciando molti minori “nascosti in piena vista”. Anche la capacità di tutelare l’unità familiare, di garantire un inserimento tempestivo in strutture adeguate, di accompagnare le procedure di protezione internazionale e di intercettare le diverse vulnerabilità dei nuclei familiari continua a presentare criticità significative. Uno degli elementi più evidenti emersi dalla ricerca riguarda il sistema della prima accoglienza. Oggi molte famiglie vengono ospitate nei Centri di Accoglienza Straordinaria (CAS), nei CARA o in altri centri nati come risposta alle emergenze migratorie. Strutture progettate principalmente per accogliere adulti soli e che, ancora oggi, non riescono a rispondere adeguatamente ai bisogni educativi, relazionali e psicologici dei bambini. L’accoglienza diffusa, che permetterebbe alle famiglie di vivere in contesti più adeguati e di costruire percorsi di autonomia, continua invece a rappresentare una parte minoritaria del sistema. L’analisi di Save the Children evidenzia una limitata disponibilità di posti nella rete ordinaria di seconda accoglienza (SAI) e una forte dipendenza dal modello emergenziale. Di conseguenza, strutture nate per ospitare le persone solo per brevi periodi finiscono spesso per accogliere le famiglie per mesi o addirittura anni. Le lunghe attese determinate dalla lentezza delle procedure amministrative e dagli ostacoli burocratici trasformano così quella che dovrebbe essere una soluzione temporanea in una permanenza prolungata, con conseguenze importanti sulla qualità della vita dei bambini. Le testimonianze raccolte raccontano una quotidianità fatta di sovraffollamento, mancanza di privacy, isolamento e difficoltà ad accedere a servizi adeguati. Qui per scaricare il Rapporto: https://www.savethechildren.it/cosa-facciamo/pubblicazioni/nascosti-piena-vista-2026.   Giovanni Caprio
July 6, 2026
Pressenza
Cecchini contro bambini a Gaza: la notizia è invisibile
I “vigili della libertà”, giusto un po’ ciechi Di solito, i premi giornalistici hanno grande risonanza sui media italiani. Si tratta in larghissima parte di riconoscimenti che colleghi attribuiscono ad altri colleghi, un po’ sempre quelli, a dirla tutta, e anche i titoli si somigliano: Taldeitali giornalista dell’anno! Pinco Pallino […] L'articolo Cecchini contro bambini a Gaza: la notizia è invisibile su Contropiano.
July 2, 2026
Contropiano
La disuguaglianza del clima nella città che brucia – di Francesco Demitry
La scuola non è un contenitore neutro: è una società di corpi, di aria, di suoni, di ritmi, di sedie, di finestre, di tempi, di desideri e di stanchezze. Quando l’aria diventa irrespirabile e il caldo blocca l’attenzione, non si assiste a un incidente esterno alla scuola; si scopre piuttosto che la scuola esiste [...]
June 28, 2026
Effimera
L’infanzia come bersaglio. Il rapporto ONU che documenta la distruzione dei bambini di Gaza
Il nuovo rapporto della Commissione d’Inchiesta delle Nazioni Unite raccoglie oltre due anni di indagini sui Territori Palestinesi Occupati e documenta migliaia di violazioni contro i minori. Un testo destinato a incidere nel dibattito sul diritto internazionale e sulle responsabilità politiche della comunità internazionale. C’è un documento di ottantanove pagine depositato davanti al Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite il 18 giugno 2026. Si chiama The essence of childhood has been destroyed. Lo ha redatto la Commissione Internazionale Indipendente d’Inchiesta sui Territori Palestinesi Occupati. Non è un comunicato di un’organizzazione umanitaria. Non è un rapporto di parte. È il risultato di oltre due anni di indagini, migliaia di fonti aperte verificate forensicamente, interviste a medici, testimoni, sopravvissuti, analisi balistiche, immagini satellitari, scansioni TC di bambini feriti. È, per dirla senza perifrasi, la più dettagliata documentazione di sterminio metodico dell’infanzia mai prodotta da un organo delle Nazioni Unite nel XXI secolo. Almeno 20.179 bambini uccisi tra il 7 ottobre 2023 e il 7 ottobre 2025. Quarantaquattromila feriti. Cinquemilasessanta ancora sepolti sotto le macerie. Diciassettemilacinquecento non accompagnati, senza famiglia, senza nome. Cinquantottomila che hanno perso uno o entrambi i genitori. Questi non sono dati di Hamas, né del Ministero della Salute di Gaza: sono cifre verificate e citate dalla stessa Commissione ONU incrociando UNICEF, OCHA e Save the Children. Il trenta per cento dei morti totali del conflitto è composto da minori, una percentuale che supera quella di ogni precedente escalation israeliana su Gaza (quella del 2008–2009 e quella del 2014) e che la Commissione riconduce esplicitamente all’espansione dei criteri di targeting e all’uso sistematico di armi ad area vasta in zone densamente popolate da civili. Il rapporto documenta qualcosa che le cancellerie occidentali si rifiutano sistematicamente di nominare: un pattern deliberato. Bambini colpiti alla testa e al torace da cecchini a distanza ravvicinata. Neonati di dieci giorni presi di mira da quadricotteri mentre venivano allattati in una tenda. Fratelli di dieci e nove anni uccisi da un drone mentre raccoglievano legna per il padre sulla sedia a rotelle, nella zona grigia della cosiddetta «linea gialla» istituita dopo il cessate il fuoco dell’ottobre 2025. Medici internazionali che descrivono agli investigatori ONU un pattern di ferite da arma da fuoco unica, di precisione, su bambini isolati, spesso mentre gli adulti vicini restano illesi: indicatore tecnico, riconosciuto dai due patologi forensi indipendenti consultati dalla Commissione, di targeting intenzionale e non di fuoco indiscriminato. Il rapporto è anche un catalogo di dichiarazioni pubbliche che la Commissione inserisce nell’analisi dell’intento genocidario ai sensi dello Statuto di Roma, non come curiosità retoriche ma come elementi costitutivi della mens rea. Un membro della Knesset che il 30 gennaio 2025 afferma: «Gaza è piena di terroristi e ogni bambino che vi nasce è già un terrorista, dal momento della sua nascita». Un altro, durante una sessione plenaria del 9 maggio 2025: «Quello che è stato fatto a Gaza è una vergogna che non sia andata peggio. Non ci sono innocenti». Un ex deputato del Likud, in un’intervista televisiva israeliana del maggio 2025: «Ogni bambino a Gaza è il nemico. Non dobbiamo lasciare un solo bambino gazawi là». Queste dichiarazioni, lette insieme al pattern operativo documentato sul campo, concorrono a costruire il quadro probatorio che la Commissione ritiene sufficiente, con lo stesso standard di prova utilizzato dalla CPI per i mandati di arresto, per concludere che siamo di fronte a genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Poi ci sono gli ospedali. Al-Nasr Pediatrico attaccato tre volte in una settimana del novembre 2023, fino alla chiusura forzata, con quattro neonati trovati in decomposizione nelle incubatrici spente quando i giornalisti poterono accedervi durante la prima tregua. Al-Rantisi, unico ospedale pediatrico specializzato rimasto operativo a Gaza, colpito il 16 settembre 2025 con ottanta pazienti all’interno. Le unità di terapia intensiva neonatale ridotte da 178 incubatrici a 54, con tre o quattro neonati costretti a condividere la stessa macchina. Operazioni chirurgiche su bambini eseguite senza anestesia, con materiale non sterile. Quindici neonati morti di ipotermia tra dicembre 2024 e febbraio 2025 nelle tende degli sfollati, in condizioni che la stessa UNICEF ha definito «prevenibili». Il quarto ciclo di vaccinazione antipolio per seicentomila bambini bloccato dal divieto israeliano di ingresso degli aiuti umanitari nell’aprile 2025, in un territorio dove il poliovirus era ricomparso dopo venticinque anni di eradicazione. Qui si apre la questione politica che nessun governo europeo vuole affrontare. L’Italia, come la Francia, la Germania e il Regno Unito, continua a vendere o a non bloccare la vendita di componenti militari a Israele, continua ad astenersi o a votare contro le risoluzioni ONU che chiedono l’embargo sulle armi, continua a definire «preoccupante» ciò che il diritto internazionale qualifica diversamente. La formula del «sostegno al diritto di Israele a difendersi» funziona da schermo per una complicità che il rapporto ONU rende difficilmente negabile: bambini uccisi con precisione da cecchini e droni in pieno giorno, in aree dove nessuna minaccia militare concreta era verificabile, da unità militari identificate dalla Commissione per nome e numero: la 162ª Divisione, la 98ª Divisione, la Brigata Kfir, la Multi-Dimensional Unit 888, la Brigata Efraim e la Brigata Menashe. La solidarietà con il popolo palestinese non è una postura morale che si esaurisce nell’indignazione. Si traduce in pressione concreta sui governi, in rifiuto dell’acquiescenza parlamentare, nella costruzione di reti di supporto legale, umanitario e culturale, nella richiesta pubblica e nominativa di una risposta politica a ottantanove pagine di documentazione forense che sono già agli atti di un organo delle Nazioni Unite. Significa non accettare che il silenzio istituzionale diventi la norma. Il titolo del rapporto è una citazione di un medico che lavora a Gaza, raccolta da un investigatore ONU. Ha detto che l’essenza dell’infanzia è stata distrutta, non che i bambini sono morti, ma che l’infanzia come condizione umana, come spazio di crescita e come proiezione di futuro è stata sistematicamente eliminata. Ottantanove pagine di documentazione forense depositate agli atti di un organo delle Nazioni Unite rendono questa affermazione incontestabile. Ciò che resta, per chiunque abbia responsabilità politica nei Paesi che continuano a guardare altrove, è la misura esatta della propria complicità. FONTI • Rapporto ONU A/HRC/62/CRP.2 – The essence of childhood has been destroyed https://www.ohchr.org/en/hr-bodies/hrc/co-israel • Commissione Internazionale Indipendente d’Inchiesta sui Territori Palestinesi Occupati https://www.ohchr.org/en/hr-bodies/hrc/co-israel • UNICEF – State of Palestine https://www.unicef.org/sop • OCHA – Occupied Palestinian Territory https://www.ochaopt.org Francesco Russo
June 26, 2026
Pressenza
Quando la memoria non basta più
-------------------------------------------------------------------------------- Creare ambienti di apprendimento sicuri e inclusivi per bambine e bambini rimane più importante che mai nella Striscia di Gaza. Grazie al sostegno dell’Occupied Palestinian Territory Humanitarian Fund e a Vento di Terra, sei “Spazi Temporanei di Apprendimento (Temporary Learning Spaces, TLS)” hanno accolto oltre mille bambini che vivono nei campi per sfollati interni nella Middle Area, a Gaza City e a Khan Younis -------------------------------------------------------------------------------- “Io non ho voluto avere un figlio perché ho vissuto Auschwitz” (Imre Kertész, Kaddish per il bambino non nato) اللهم اجعله طيراً من طيور الجنة “O Allah, rendilo un uccello tra gli uccelli del Paradiso” (Duʿāʾ islamico per un bambino defunto) Imre Kertész scrisse un Kaddish per il figlio che decise di non avere. Dopo Auschwitz, il mondo gli appariva troppo crudele per essere consegnato a una nuova vita. La Shoah non gli aveva tolto soltanto il passato: aveva incrinato la fiducia stessa nel futuro. Circa un milione e mezzo di bambini ebrei furono uccisi durante lo sterminio nazista, insieme a migliaia di bambini rom e con disabilità. Quei bambini appartengono alla memoria dell’umanità e nessuno può permettersi di dimenticarli. Ma ricordare non significa soltanto custodire il passato. Non significa sovrapporre tragedie diverse né cancellarne l’unicità storica. Significa chiedersi quale valore abbia la memoria se non diventa un principio universale, capace di proteggere ogni vita umana, soprattutto quella più indifesa. La memoria non è un premio riservato alle vittime della storia. È una responsabilità verso le vittime di oggi. Oggi quella responsabilità ci conduce a Gaza. Ci sono immagini che dovrebbero essere impossibili. Un bambino ucciso mentre cerca acqua. Una bambina colpita mentre torna da scuola. Un neonato ferito mentre viene allattato. Non sono soltanto episodi di guerra. Sono la negazione dell’infanzia. I bambini non appartengono a uno Stato, a un esercito o a una bandiera. Appartengono all’umanità. La Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite, nel rapporto L’essenza dell’infanzia è stata distrutta, afferma che nei primi due anni di guerra almeno 20.179 bambini sono stati uccisi e 44.143 sono rimasti feriti nella Striscia di Gaza. Parla di azioni che hanno «cancellato l’infanzia» e sostiene che l’uccisione e il ferimento dei minori abbiano contribuito a distruggere la continuità biologica e l’esistenza futura del popolo palestinese. Israele respinge queste conclusioni. Ma nessuna contestazione cancella il fatto essenziale: decine di migliaia di bambini sono stati uccisi, mutilati o segnati per sempre. Se oltre il trenta per cento delle vittime sono bambini, non possiamo rifugiarci nel linguaggio degli “effetti collaterali”. Quando una guerra divora l’infanzia, non colpisce soltanto il presente: cancella il domani. Dietro quei numeri ci sono volti, nomi, famiglie. Ci sono bambini colpiti nelle scuole, negli ospedali, nelle tende dei campi profughi, mentre cercavano un pezzo di pane o un sorso d’acqua. Ci sono migliaia di piccoli sopravvissuti che porteranno dentro di sé ferite che nessuna ricostruzione potrà cancellare. È qui che la memoria viene messa alla prova. Il popolo ebraico ha conosciuto uno dei punti più bassi della storia umana. Proprio per questo, vedere lo Stato di Israele accusato di una violenza che colpisce in modo così devastante l’infanzia palestinese apre una ferita morale che attraversa il mondo intero. Non perché le due tragedie siano uguali. Non lo sono. Ma perché nessuna memoria del dolore può perdere il suo carattere universale. Se il ricordo della persecuzione non ci rende più sensibili alla sofferenza di altri bambini, allora qualcosa si è spezzato. Primo Levi scriveva che «è avvenuto, quindi può accadere di nuovo». Non era una profezia rivolta a un solo popolo. Era un monito per tutta l’umanità. Ogni volta che l’altro viene disumanizzato, ogni volta che la vita di un bambino diventa un prezzo accettabile, quel monito torna a interrogarci. Eppure il mondo sembra già voltare pagina. Le crisi si susseguono, l’attenzione si sposta altrove, Gaza scompare lentamente dai notiziari. L’orrore si consuma, poi si normalizza. Infine viene dimenticato. È sempre così che l’indifferenza vince. Per questo oggi non basta ricordare Auschwitz. Non basta commemorare. Non basta pronunciare “mai più” una volta all’anno. Occorre avere il coraggio di riconoscere il dolore ovunque si manifesti, anche quando ci mette a disagio, anche quando riguarda chi consideriamo lontano, anche quando ci obbliga a criticare chi pensavamo immune da ogni giudizio morale. Nel ghetto di Terezín il giovane Pavel Friedmann ha scritto: “Le farfalle non vivono nel ghetto”. Quelle parole sembrano attraversare il tempo fino a Gaza. Perché le farfalle non vivono dove viene cancellata l’infanzia. E nemmeno la pace può nascere dove ai bambini viene negato il futuro. Sotto cieli diversi, due preghiere continuano a salire verso lo stesso Dio. Il Kaddish ebraico e il duʿāʾ islamico per un bambino morto. Parlano lingue diverse, ma custodiscono lo stesso dolore. Ci ricordano che il pianto di una madre non ha nazionalità e che nessun bambino smette di essere bambino perché nasce dalla parte sbagliata di un confine. La domanda, allora, riguarda tutti noi. A cosa serve la memoria, se non ci impedisce di accettare l’inaccettabile? A cosa serve dire «mai più», se quel principio non vale per ogni bambino? La memoria è l’inizio. L’umanità è il suo compimento. Se la memoria non ci conduce fin lì, allora non basta più. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Le tende educative di Gaza -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Quando la memoria non basta più proviene da Comune-info.
June 26, 2026
Comune-info
Il caldo non è democratico: le città dove la crisi climatica colpisce i più vulnerabili
Il nuovo rapporto di Greenpeace Italia mostra come il caldo estremo colpisca soprattutto anziani, bambini, persone senza dimora e famiglie vulnerabili. Napoli è uno dei simboli di una crisi che riguarda ormai tutto il Paese. Napoli brucia. Lo fa da anni, ma adesso i numeri lo dicono con una precisione che non lascia margini all’interpretazione. Il 96% dei residenti vive in quartieri dove la temperatura superficiale media supera i 40 gradi. L’isola di calore urbana supera gli 11 gradi di differenza rispetto alle campagne circostanti. Quasi 5 mila persone senza dimora dormono in strada. Sono dati del nuovo report di Greenpeace Italia, L’estate che scotta, pubblicato a giugno 2026 con il contributo dei ricercatori ISTAT Stefano Tersigni e Alessandro Cimbelli. Napoli non è un caso isolato. È, semmai, il riassunto più visibile di una condizione strutturale che riguarda le città italiane nella loro interezza. La quota di giornate estive con una temperatura percepita superiore ai 32 gradi è passata dal 39% degli anni Novanta al 62% del quinquennio 2021-2025. Non è un’eccezione climatica. È la norma nuova. È ciò che chiamiamo estate. Nel 2025, le regioni con più giornate oltre quella soglia sono state la Puglia, con il 79% delle giornate estive, seguita da Sicilia e Basilicata al 68%, Emilia-Romagna al 67% e Lombardia al 65%. Non è più una questione meridionale: è una questione italiana. L’indicatore utilizzato dal report per misurare lo stress termico percepito è l’UTCI, Universal Thermal Climate Index, un indice biometeorologico che non considera solo la temperatura dell’aria ma combina umidità, vento e radiazione solare. Oltre i 32 gradi di UTCI il corpo fatica a disperdere il calore accumulato, attiva meccanismi di difesa come la sudorazione eccessiva e l’aumento della circolazione sanguigna verso la pelle, con conseguente disidratazione, perdita di sali minerali e aumento della frequenza cardiaca. Se l’esposizione è prolungata o associata ad alta umidità e scarsa ventilazione, compaiono stanchezza, crampi, vertigini, difficoltà di concentrazione. Nei casi più gravi, il colpo di calore. Nelle città questo processo è amplificato da un fenomeno specifico che il report misura con precisione: le isole di calore urbane. La differenza di temperatura superficiale tra il tessuto urbano e le aree rurali circostanti può superare abbondantemente i 6 gradi considerati già critici dalla NASA. In Italia, nell’estate 2025, la stragrande maggioranza dei capoluoghi di regione ha registrato isole di calore ben più intense. Il caso più paradossale è quello di Torino: seconda in classifica per temperatura superficiale assoluta con 44,2 gradi di media massima estiva, è però prima per intensità dell’isola di calore, con oltre 15 gradi di differenza rispetto alle aree collinari e boschive che la circondano. Significa che una città già calda in termini assoluti accumula un surplus termico ulteriore prodotto dalla propria struttura urbana, dagli edifici, dall’asfalto, dai motori dei condizionatori sempre in funzione, dalla scarsità di verde. L’unica eccezione positiva è Bari, dove l’isola di calore è addirittura negativa: la città registra temperature leggermente inferiori rispetto alle campagne circostanti, per effetto della brezza marina e della morfologia del territorio. Non a caso è considerata la città con il miglior clima d’Italia secondo l’indice del Sole 24 Ore. C’è poi il problema delle notti. Nelle zone cementificate il caldo non si esaurisce al tramonto. Si parla sempre più spesso di notti tropicali, definite come le notti in cui la temperatura minima non scende sotto i 20 gradi. L’assenza di un’escursione termica significativa disturba il sonno, debilita il fisico e aumenta i rischi cardiovascolari. A Milano, secondo i dati di ARPA Lombardia, dal 2014 al 2021 la soglia di 60 notti tropicali all’anno — che era la media storica del trentennio 1981-2010 — è stata superata ogni anno, con picchi oltre le 80 notti. Il caldo, in queste condizioni, non è più una variabile stagionale ma una pressione continua sull’organismo, senza pause notturne di recupero. L’87% degli abitanti dei capoluoghi di regione — 8,2 milioni di persone — vive in quartieri dove la media delle temperature superficiali massime supera i 40 gradi. Tra loro ci sono 283 mila bambini sotto i cinque anni e 1,1 milioni di anziani sopra i 74. Torino ha il 98% della popolazione residente in aree con isole di calore intense o molto intense. Roma supera i 44 gradi di temperatura superficiale assoluta. I numeri non descrivono un’emergenza futura: descrivono la realtà urbana attuale. Il caldo, però, non colpisce tutti allo stesso modo. Chi può permettersi un condizionatore, un appartamento ben isolato, un quartiere con alberi, un lavoro al chiuso, attraversa l’estate con disagio ma senza rischi immediati. Chi non può, subisce conseguenze che vanno dalla perdita del sonno al colpo di calore, dall’aggravamento delle patologie croniche al rischio cardiovascolare acuto. Il report introduce il concetto di cooling poverty, elaborato dal Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici: le famiglie più povere spendono fino all’8% del proprio budget in elettricità per il raffrescamento, contro lo 0,2-2,5% delle famiglie ad alto reddito. Il caldo impoverisce ulteriormente chi è già in difficoltà, rendendo il raffrescamento una spesa necessaria e insostenibile nello stesso tempo. La cooling poverty non è solo l’impossibilità di acquistare un condizionatore: riguarda chi vive in case non isolate, in quartieri senza verde, in edifici con reti elettriche inefficienti, in contesti dove anche la soluzione tecnica più semplice è inaccessibile per ragioni economiche o strutturali. Le città italiane non si stanno surriscaldando per caso. L’asfalto, il cemento, la mancanza di verde, la scarsa ventilazione di quartieri costruiti senza alcuna previsione climatica sono il risultato di scelte urbanistiche decennali. Le stesse logiche che hanno espulso i più poveri verso le periferie cementificate, lontano dal mare o dai parchi, hanno costruito le condizioni dell’emergenza termica che oggi si misura quartiere per quartiere. Il report di Greenpeace permette proprio questo: incrociare i dati termici satellitari con il censimento ISTAT per sezione di censimento, individuando chi vive dove il calore è più intenso e chi sono le persone più vulnerabili in quelle zone. Il dottor Carlo Modonesi, del Comitato Scientifico di ISDE Italia, ricorda nel report che i rischi sanitari legati alle ondate di calore non sono semplici meccanismi di azione-reazione. Coinvolgono una cascata di eventi fisiopatologici: eventi cardiovascolari, insufficienza renale, colpi di calore, aggravamento di patologie croniche. Il carico termico netto che grava su chi è esposto dipende non solo dalla temperatura dell’aria ma dalla temperatura radiante media, dalla velocità del vento, dall’umidità assoluta, dal metabolismo individuale. Gli anziani sudano meno per effetto del normale invecchiamento fisiologico e sperimentano quindi una maggiore ipertermia a parità di stress termico. I bambini faticano a disperdere il calore. I senza dimora non hanno un luogo dove rifugiarsi. Nelle città europee la mortalità associata al calore è aumentata di 52 decessi per milione nell’arco di pochi decenni, e le allerte per caldo estremo nel periodo 2015-2024 sono aumentate del 316% in Europa meridionale rispetto al decennio 1991-2000. La dimensione globale del fenomeno è altrettanto allarmante. Uno studio pubblicato nel 2025 su Scientific Reports ha calcolato che nello scenario emissivo peggiore, entro fine secolo 217 delle 1.563 grandi città analizzate potrebbero superare una temperatura media annuale di 29 gradi, considerata oltre la soglia della nicchia climatica ideale per gli esseri umani. Sarebbero a rischio oltre 320 milioni di persone. I centri più esposti si trovano in Asia e Africa, dove le città partono già da temperature elevate e dispongono di risorse limitate per l’adattamento. Ma lo stesso studio segnala che in Europa le temperature cresceranno più rapidamente che nel resto del mondo, in tutti gli scenari emissivi: nello scenario peggiore si parla di una media di +4 gradi per le città europee entro il 2100. Napoli incorpora tutto questo con una coerenza brutale. Una città dove il 92% della popolazione è esposto a isole di calore intense, dove quasi 5 mila persone senza dimora abitano le strade più calde d’Italia, dove il patrimonio edilizio pubblico è spesso il meno isolato termicamente, il più vulnerabile, il più abbandonato dalla manutenzione ordinaria. Chi vive in un alloggio di edilizia residenziale pubblica senza impianto di climatizzazione, in un quartiere privo di alberature, non ha alternative praticabili. L’emergenza termica non è per queste persone un fastidio stagionale da gestire con qualche accorgimento: è una condizione strutturale che si aggrava ogni anno. Il Mediterraneo si sta scaldando più rapidamente della media globale. Davide Faranda, direttore di ricerca al CNRS di Parigi e autore IPCC citato nel report, è esplicito: le ondate di calore non sono più eventi eccezionali, sono la conseguenza diretta del riscaldamento causato dai combustibili fossili, rese più probabili e intense dal cambiamento climatico antropogenico. Greenpeace chiede al governo italiano una tassazione dei profitti delle aziende fossili e un piano per il phase-out del gas entro il 2035. Sono richieste necessarie. Ma accanto alla transizione energetica occorre affrontare anche ciò che la transizione da sola non risolve: la qualità del patrimonio abitativo pubblico, la rigenerazione urbana nei quartieri più cementificati, il diritto al raffrescamento come dimensione concreta del diritto all’abitare.   Fonti * https://www.greenpeace.org/italy/ * https://www.istat.it/ * https://www.isde.it/ * https://www.cmcc.it/ * https://www.nasa.gov/ * https://www.scientificreports.com/ * https://www.ipcc.ch/ * https://www.arpa.lombardia.it/ Francesco Russo
June 25, 2026
Pressenza
Rapporto ONU: “bambini a Gaza presi di mira deliberatamente, è parte del genocidio”
Le autorità e le forze di sicurezza israeliane hanno deliberatamente preso di mira i bambini palestinesi, perpetrando atti che equivalgono a genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra nella Striscia di Gaza, oltre a gravi crimini di guerra nella Cisgiordania occupata. È la durissima e dettagliata accusa formulata dalla […] L'articolo Rapporto ONU: “bambini a Gaza presi di mira deliberatamente, è parte del genocidio” su Contropiano.
June 25, 2026
Contropiano
Uccisione mirata dei bambini come parte del genocidio
Rapporto ONU rivela lo sterminio di bambini a Gaza e le torture subite nelle carceri israeliane. La Commissione d’inchiesta internazionale indipendente delle Nazioni Unite ha rivelato che Israele continua a commettere genocidio e altri crimini efferati prendendo di mira deliberatamente i bambini palestinesi nella Striscia di Gaza e nella Cisgiordania occupata. Il rapporto, pubblicato ieri martedì a Ginevra, spiega che il deliberato accanimento contro i bambini rivela l’intenzione di Israele di eliminare i palestinesi, in tutto o in parte. Il rapporto evidenzia che i bambini sono soggetti ad arresti e torture sessuali nelle carceri israeliane, e che i reparti di maternità vengono presi di mira, minacciando la sopravvivenza dei neonati e il futuro riproduttivo delle donne palestinesi. La Commissione ha avvertito che le politiche di fame, assedio e distruzione dei servizi sanitari e scolastici avranno effetti devastanti e duraturi sui bambini di Gaza. Ha esortato la comunità internazionale ad adempiere ai propri obblighi legali, a garantire la responsabilità per questi crimini e a porre fine alla presenza israeliana nei territori occupati. ANBAMED
June 24, 2026
Pressenza