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Questa guerra non può essere vinta, ma solo allargata
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Jade Koroliuk su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- C’è una categoria che manca nel dibattito sulla guerra in corso contro l’Iran, e la sua assenza spiega perché chi la combatte continua a sbagliare tutto. L’Iran non è un movimento partigiano come l’FLN algerino, che era un fronte senza dogma unificante – coalizione di nazionalisti, socialisti, comunisti, conservatori – tenuto insieme da un unico obiettivo: cacciare il colonizzatore. Non è il Vietnam del Nord, che era uno stato su una parte del territorio con una dottrina esportabile – il comunismo – ma dipendente da Mosca e Pechino e limitato geograficamente. Hamas, Hezbollah, gli Houthi sono milizie, entità subnazionali che usano tattiche di guerriglia perché non hanno alternativa: la loro asimmetria è coatta, non scelta. L’Iran è qualcosa di diverso e di storicamente nuovo: rappresenta il primo caso storico di stato che adotta strutturalmente la dottrina della guerra partigiana come scelta strategica sovrana, combinando la legittimità e le risorse di uno stato con la logica operativa del movimento di resistenza. Ha un esercito regolare, missili balistici, una marina, istituzioni riconosciute, è uno stato westfaliano a tutti gli effetti. E tuttavia ha scelto deliberatamente la dottrina della guerra partigiana come strategia sovrana: saturazione con armi economiche, logoramento, accettazione consapevole delle perdite territoriali pur di rendere insostenibile il costo per l’avversario. Non perché non potesse fare altrimenti, ma perché ha valutato che fosse la strategia ottimale contro una superiorità convenzionale schiacciante. Questa scelta ha una conseguenza economica devastante per chi lo combatte. Un drone Shahed costa ventimila dollari. Un intercettore THAAD costa 12,7 milioni. L’Iran ha lanciato nella prima settimana di guerra cinquecento missili balistici e quasi duemila droni. La matematica è impietosa: la guerra povera fa pagare un costo insostenibile alla guerra ricca: non sul campo di battaglia, ma nelle catene di fornitura, nei bilanci, nelle scorte di intercettori che si esauriscono più velocemente di quanto possano essere prodotti. Ma la novità più profonda non è militare: è strutturale. L’Iran ha istituzionalizzato una contraddizione che tutti i movimenti di liberazione hanno dovuto scegliere essere stato o essere rivoluzione. L’Algeria dopo il 1962 scelse di essere stato e smise di essere rivoluzione. Cuba tentò entrambe e fallì. L’Iran no: ha costruito deliberatamente una dualità permanente. L’esercito regolare è lo stato westfaliano. I Pasdaran – le Guardie della Rivoluzione – sono la rivoluzione permanente, con le loro reti regionali, le loro ramificazioni in Yemen, Iraq, Libano, tutte accomunate non da un’ideologia laica ma da una fede: l’Islam sciita come identità, memoria, trauma fondativo. Non si sceglie di essere sciiti come si sceglie di essere comunisti. È famiglia, lutto, corpo. Karbala non è un evento storico: è un paradigma cosmologico che si ripete. Il risultato è un internazionalismo religioso che non è un’alleanza tra stati, non è un’Internazionale leninista, ma una rete transnazionale tenuta insieme da una grammatica esistenziale comune che non ha bisogno di un centro di comando esplicito per coordinarsi. E poi Stati Uniti e Israele hanno fatto il regalo più grande: hanno creato il pantheon. Soleimani, Nasrallah, Khamenei: ogni eliminazione mirata che pensavano risolvesse un problema strategico ha prodotto un martire che moltiplica la coesione della rete. Nella teologia sciita la morte del leader giusto per mano dell’oppressore non è una sconfitta: è la conferma della sua giustizia. È la struttura narrativa di Karbala. Un generale vivo può sbagliare, può deludere, può invecchiare. Un martire è eterno e perfetto. Hanno riscritto, con i loro missili, il copione che l’altra parte aspettava. Ma c’è un ultimo errore, forse il più grave. Israele ha colpito le banche di Hezbollah (L’istituto Al Qardh al-Hassan) e la più grande banca iraniana (Bank Sepah). Nel mondo sciita khomeinista la banca non è un istituto finanziario: è l’infrastruttura materiale della teologia. È il meccanismo attraverso cui si distribuisce la zakat, si finanziano le opere caritative, si mantiene il patto con i mustazaafin, i più deboli, gli oppressi, i dannati della terra di Fanon. Khomeini costruì il consenso della rivoluzione su questa rete capillare di solidarietà materiale. Colpirla non indebolisce la narrativa della resistenza: la conferma. Dimostra, nella vita quotidiana di milioni di poveri, chi sono i nemici dei deboli. È la migliore propaganda possibile, realizzata dalle bombe israeliane stesse. Mettendo tutto insieme: si sta combattendo con la logica della guerra convenzionale – decapita la struttura, taglia i finanziamenti, distruggi le infrastrutture – una forma politica che non è una struttura convenzionale. È una rete simbolica, sociale, militare e religiosa volutamente costruita per essere indistruttibile proprio attraverso la distruzione. Ogni bomba che cade rafforza la narrativa. Ogni martire consolida il pantheon. Ogni banca colpita dimostra ai poveri da che parte sta l’oppressore. E se lo stato iraniano dovesse essere smembrato o sconfitto, i Pasdaran senza stato – addestrati, armati, formati in una cultura del martirio che non dipende da nessuna istituzione per sopravvivere – si distribuirebbero in una regione che va dal Libano al Pakistan, dall’Azerbaijan al Bahrain, con ramificazioni in tre continenti. Non più contenuti da nessuna struttura statale, senza niente da perdere, con martiri potentissimi e una narrativa di resistenza più forte di prima. E mentre tutto questo accade, tre segnali dicono quanto profondamente questa guerra stia sfuggendo al controllo narrativo di chi l’ha scatenata. La Turchia si aspettava milioni di rifugiati iraniani in fuga dalle bombe. Ha visto invece migliaia di iraniani che attraversano il confine in direzione opposta, per rientrare a difendere la patria. Non necessariamente il regime: l’Iran. La civiltà persiana di quattro millenni che non si lascia ridurre all’equazione “regime uguale popolo”. Il nazionalismo ferito produce ciò che anni di opposizione politica non riescono a costruire. E poi c’è Gaza. L’Iran viene attaccato dopo che il mondo ha assistito per mesi al genocidio palestinese trasmesso in diretta, documentato, negato dalle cancellerie occidentali. Per i poveri della terra, per il Sud globale, per chiunque si senta dalla parte degli umiliati, la sequenza è leggibile e brutale: chi difendeva i palestinesi viene ora bombardato dagli stessi che armavano chi li massacrava. L’Iran è diventato, nell’immaginario globale dei dannati, qualcosa che va ben oltre la politica regionale o la teologia sciita: è la promessa che si può resistere, è la vendetta simbolica di chi non ha mai avuto giustizia. Quella solidarietà non ha confini confessionali né geografici. Infine, c’è la Cina. I suoi strateghi non stanno guardando la guerra: stanno conducendo la più dettagliata valutazione possibile delle capacità reali americane in condizioni di conflitto ad alta intensità. Ogni intercettore THAAD sparato, ogni Tomahawk lanciato, ogni giorno di guerra è un dato sulla tenuta logistica e industriale dell’avversario che dovranno affrontare, un giorno, nel Pacifico. Vedono le scorte esaurirsi, i tempi di produzione che non reggono il consumo, la catena logistica sotto pressione. Stanno prendendo appunti. E non hanno bisogno di combattere per vincere questa guerra: gli basta aspettare che l’America finisca le munizioni. Questa guerra non può essere vinta. Può solo essere allargata. E il mondo lo sa. -------------------------------------------------------------------------------- Tahar Lamri, scrittore algerino, vive da molti anni in Italia. Tra i suoi libri I sessanta nomi dell’amore (Fara Editore) -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI MARCO REVELLI: > Un movimento oceanico -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Questa guerra non può essere vinta, ma solo allargata proviene da Comune-info.
March 20, 2026
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Sudditanze cognitive in tempi di guerra
-------------------------------------------------------------------------------- Teheran. Foti di Hossein Moradi su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- C’è un rito retorico che si ripete puntuale ogni volta che l’Occidente si prepara a fare la guerra a un paese del Sud globale. L’intellettuale, il giornalista, il semplice cittadino iraniano – o iracheno, libico, siriano – sente di dover aprire la bocca con una dichiarazione di esonero preventivo: “Sono contro il regime, odio Khamenei, condanno la repressione delle donne” e solo dopo, quasi chiedendo permesso, arriva l’opposizione alla guerra. Questo non è coraggio intellettuale. È sudditanza cognitiva nella sua forma più compiuta tanto più grave perché non è imposta dall’esterno, ma interiorizzata e scelta. È la maschera bianca di cui parlava Fanon: non il colonizzatore che te la mette in faccia, ma tu che te la indossi da solo, convinto che senza di essa la tua voce non meriti di essere ascoltata. Ma al di là della psicologia coloniale, c’è in questo schema qualcosa di sbalorditivo nella sua sfacciataggine logica. Chi apre la propria opposizione alla guerra con la condanna del regime sta equiparando – implicitamente ma inequivocabilmente – il peso della propria opinione personale a quello di una guerra totale. Sta mettendo sulla stessa bilancia la sua posizione soggettiva come individuo singolo, privo di qualsiasi influenza sulla decisione finale di guerra, e un evento catastrofico che porta con sé il destino di uno Stato, la vita di milioni di esseri umani, la distruzione generazionale di un paese. Il meccanismo ideologico che ne deriva è preciso: la guerra smette di essere un atto di aggressione brutale mosso da interessi geopolitici e da logiche di rapina capitalista, e diventa una reazione a un fallimento morale. Non è più un crimine è una correzione. Non è un’invasione è una missione. Non è un caso che nessuno esiga questo rito dallo statunitense o dal francese. Nessuno chiede al cittadino di Parigi di condannare Macron prima di opporsi a un’ipotetica invasione della Francia. La dissociazione obbligatoria è riservata ai non-occidentali: è il pedaggio che devono pagare – e che spesso si impongono da soli, per un riflesso di sudditanza così profondamente interiorizzato da sembrare buonsenso – per ottenere il diritto di parlare nel recinto del discorso liberale legittimo. E il paradosso feroce è questo: più l’intellettuale del Sud globale si affretta a condannare il proprio regime per guadagnarsi credibilità, più contribuisce oggettivamente a costruire l’immagine del proprio paese come società barbara che attende la liberazione dall’esterno. Diventa, consapevolmente o no, un ingranaggio dell’apparato ideologico coloniale quello che Spivak chiamerebbe l'”informatore autentico locale”, la voce periferica che conferisce credibilità alla lettura imperialista del mondo. Opporsi a una guerra non è una posizione tra le posizioni. È la difesa di un diritto assoluto: il diritto alla vita di persone reali sotto bombe reali. Quel diritto non è condizionato dalla forma di governo di chi la subisce, non si guadagna superando esami morali, non ammette preliminari. La vittima sotto i bombardamenti non ha delegato nessuno a parlare in suo nome con certificati di buona condotta già pronti. Chiede una cosa sola. Chi antepone la condanna del regime all’opposizione alla guerra non sta chiarendo la propria posizione: sta fornendo all’aggressione la sua più preziosa risorsa. La legittimità morale. C’è però chi non si ferma alla dissociazione: chi invoca i bombardamenti sul proprio paese, chi balla per la morte di Khamenei mentre cadono le bombe su Teheran non prova solo ingenuità politica o cecità storica ma prova disprezzo per la propria gente per quella massa di iraniani comuni che, secondo questa visione, è troppo ottusa, troppo manipolata, troppo complice per liberarsi da sola. Quel popolo che “appoggia il regime”, o che semplicemente ci vive dentro senza ribellarsi abbastanza, merita di essere svegliato a suon di bombe. Rieducato dalla forza esterna. Salvato da se stesso. È esattamente la struttura ideologica del colonialismo classico: l’uomo bianco che salva la donna di colore dall’uomo di colore, come scriveva Spivak. Solo che qui la formula si ripete con attori diversi: l’iraniano della diaspora che invoca il bombardatore straniero per salvare l’iraniano rimasto in patria. La stessa logica. Lo stesso disprezzo verticale travestito da missione “umanitaria”. La stessa rimozione del fatto che le vittime di quella “liberazione” saranno proprio le persone che si pretende di salvare. -------------------------------------------------------------------------------- Tahar Lamri, scrittore algerino, vive da molti anni in Italia. Tra i suoi libri I sessanta nomi dell’amore (Fara Editore) -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Sudditanze cognitive in tempi di guerra proviene da Comune-info.
March 19, 2026
Comune-info
Il nuovo ruolo del diritto penale
LA MORTE DEL DIRITTO INTERNAZIONALE, IN MOLTI PAESI, A COMINCIARE DALL’ITALIA, È ACCOMPAGNATA DA UNA TRASFORMAZIONE PROFONDA DEL RUOLO DEL DIRITTO PENALE. L’ULTIMO DECRETO SICUREZZA È INFATTI MOLTO PIÙ DI UN ENNESIMO ODIOSO PROVVEDIMENTO REPRESSIVO: È IL PASSAGGIO DALLA REPRESSIONE DEI REATI ALLA NEUTRALIZZAZIONE PREVENTIVA DEI CONFLITTI. STATO E FORZE DELL’ORDINE, DUNQUE, SONO GLI STRUMENTI, TUTT’ALTRO CHE NEUTRALI, UTILIZZATI NON PER GOVERNARE LE CAUSE SOCIALI DEI CONFLITTI, PRODOTTE DA UN SISTEMA ECONOMICO SEMPRE PIÙ DISEGUALE E VIOLENTO, MA PER INTERVENIRE CONTRO LE FORME CON CUI SI RIVELANO Foto di Centro Studi Movimenti Parma: sono 21 a Parma i denunciati per una delle tante straordinarie manifestazioni per Gaza del 1° ottobre 2025 -------------------------------------------------------------------------------- Il nuovo decreto sicurezza non può essere letto come una semplice riforma dell’ordine pubblico. Non è solo un provvedimento repressivo, ma il segno di una trasformazione più profonda del ruolo del diritto penale nelle società contemporanee. Negli ultimi decenni il sistema penale ha smesso progressivamente di essere uno strumento residuale – l’extrema ratio – per diventare una tecnica ordinaria di governo dei conflitti sociali. Questo processo si è sviluppato parallelamente all’indebolimento delle politiche sociali e redistributive. Mentre si restringono gli spazi del welfare e si ampliano le disuguaglianze, cresce il ruolo degli apparati di controllo e punizione. Quando la politica rinuncia ad affrontare le cause materiali dei conflitti – precarietà, esclusione sociale, impoverimento – il diritto penale diventa il linguaggio attraverso cui lo Stato gestisce le loro conseguenze. Il decreto sicurezza rappresenta un passaggio ulteriore in questa direzione. Il punto non è soltanto l’inasprimento delle pene o l’introduzione di nuovi reati. Ciò che emerge è un cambiamento più profondo: il passaggio dalla repressione del reato alla neutralizzazione preventiva del conflitto. Tradizionalmente il diritto penale interveniva dopo la commissione di un illecito. Le nuove politiche sicuritarie operano invece prima che il conflitto si manifesti. L’obiettivo non è punire un fatto già avvenuto, ma prevenire l’emergere stesso del dissenso. Il fermo di prevenzione introdotto dal decreto sicurezza rappresenta un esempio evidente di questa logica. La possibilità di trattenere una persona durante una manifestazione sulla base di un “fondato motivo” di pericolo introduce una forma di gestione preventiva del dissenso che riduce il ruolo delle garanzie giurisdizionali. Il controllo del giudice interviene solo dopo, quando la limitazione della libertà personale è già stata prodotta. All’interno di questo quadro si colloca anche l’estensione delle perquisizioni sul posto previste dalla cosiddetta legge Reale. Il decreto amplia queste misure non soltanto alle manifestazioni di piazza ma a tutti i luoghi aperti al pubblico e agli spazi “caratterizzati da un consistente afflusso di persone”, una formula volutamente elastica che lascia ampio margine di discrezionalità alle forze di polizia. Parallelamente viene di fatto riesumato il vecchio fermo identificativo preventivo elaborato negli anni Settanta durante la stagione emergenziale del terrorismo, consentendo il trattenimento fino a dodici ore. Anche se è prevista una comunicazione al pubblico ministero, è evidente che nella prassi il controllo giudiziario rischia di restare puramente formale. In presenza di fermi di massa discrezionali – ad esempio ai caselli autostradali o nelle stazioni – migliaia di persone potranno essere impedite dal partecipare a una manifestazione prima ancora che questa abbia luogo. Il risultato è la normalizzazione di strumenti nati in contesti emergenziali e pensati per situazioni eccezionali. Ciò che in passato era giustificato come misura temporanea diventa una tecnica ordinaria di governo delle piazze. Un’altra dimensione fondamentale delle politiche sicuritarie riguarda la trasformazione dello spazio urbano in spazio di controllo. Strumenti come il Daspo urbano, le zone rosse e le misure amministrative di allontanamento producono una ridefinizione selettiva dell’accesso allo spazio pubblico. Misure nate per contrastare fenomeni specifici – come la violenza negli stadi o il cosiddetto degrado urbano – vengono progressivamente estese alla gestione ordinaria delle città e al controllo delle mobilitazioni sociali. In questo modo intere aree urbane possono essere sottratte alla fruizione di determinate categorie di persone attraverso provvedimenti amministrativi che spesso prescindono da una condanna penale. Il diritto amministrativo diventa così uno strumento di selezione sociale dello spazio pubblico. I principali destinatari di queste misure sono soggetti già collocati ai margini della cittadinanza piena: giovani delle periferie, migranti, lavoratori precari, persone senza dimora. La sicurezza diventa allora un linguaggio politico attraverso cui si disciplinano presenze ritenute indesiderabili nello spazio pubblico. La città non viene resa più sicura: viene resa più selettiva. Alcuni soggetti vengono espulsi, allontanati, resi invisibili. Questo processo rivela con particolare chiarezza la funzione politica delle politiche sicuritarie. Non si tratta soltanto di garantire l’ordine urbano, ma di governare le tensioni sociali prodotte da un sistema economico sempre più diseguale. Quando la politica rinuncia ad affrontare le cause dei conflitti sociali, la repressione diventa il principale strumento di gestione delle loro conseguenze. Da qui la necessità di sviluppare non soltanto una critica delle singole norme, ma una critica più generale del ruolo del diritto penale nella società contemporanea. Il sistema penale non è uno strumento neutrale di giustizia. Opera selettivamente, colpendo soprattutto i gruppi sociali più vulnerabili mentre lascia sostanzialmente intatti i rapporti di potere che producono disuguaglianza. Ciò che emerge sempre più chiaramente è che la sfera del giuridico non rappresenta una semplice tecnica di regolazione sociale. È un terreno profondamente politico nel quale si ridefiniscono continuamente i confini tra lecito e illecito, tra pratiche legittime e comportamenti da reprimere. Il diritto diventa così uno spazio di conflitto. Un luogo in cui si stabilisce quali forme di azione collettiva possono essere tollerate e quali devono essere criminalizzate. Negli ultimi decenni gli apparati dello Stato hanno costruito una poderosa infrastruttura penale capace di intervenire su ogni ambito della vita sociale. Al contrario, i movimenti sociali e le opposizioni politiche sono rimasti sostanzialmente disarmati sul terreno della giuridicità. Per questo non è più sufficiente difendere singoli diritti o contestare singole norme. È necessario sviluppare un intervento politico capace di rimettere in discussione l’espansione dell’apparato penale. Se si vuole tornare a far respirare la società bisogna allargare le maglie giuridiche che oggi la comprimono. Non può esistere una critica efficace dell’attuale ordine economico e sociale senza interrogarsi sul ruolo che il diritto penale svolge nel suo mantenimento. Negli ultimi decenni il penale è diventato uno degli strumenti attraverso cui vengono gestite le tensioni prodotte dalle disuguaglianze: invece di intervenire sulle cause sociali dei conflitti, si interviene sulle loro manifestazioni, trasformandole in problemi di ordine pubblico. Questo significa affrontare anche il nodo della legislazione d’emergenza accumulata negli ultimi decenni, all’interno della quale si annidano alcune delle tipologie di reato più insidiose: quelle costruite per colpire non tanto comportamenti individuali quanto pratiche collettive di protesta. Ma il problema riguarda anche la cultura giuridica che si è affermata nel tempo. L’idea che il conflitto sociale debba essere trattato come una questione di ordine pubblico ha progressivamente colonizzato l’azione degli apparati giudiziari, contribuendo a consolidare una vera e propria impalcatura giustizialista. Se si vuole capovolgere questa situazione non basta limitarsi alla difesa formale delle libertà civili o alla contestazione di singole norme. È necessario mettere in discussione l’intero paradigma che ha trasformato il diritto penale nel linguaggio dominante della politica. Ciò significa sottrarre il conflitto sociale alla sua continua criminalizzazione e rompere l’ideologia giudiziaria che negli ultimi decenni ha presentato la repressione come risposta naturale ai problemi della società. Per questa ragione accanto alle lotte sociali e alle vertenze territoriali diventa oggi necessario una forte e radicata critica antipenale capace di contestare l’espansione continua del diritto penale e di proporre un diverso paradigma di giustizia. Finché il penale resterà lo strumento attraverso cui lo Stato interpreta i conflitti sociali, ogni lotta rischierà di muoversi dentro uno spazio fortemente limitato. Ridurre il potere del diritto penale e restituire legittimità politica al conflitto collettivo diventa allora una delle condizioni fondamentali per riaprire spazi reali di democrazia. Perché una società che risponde ai conflitti sociali trasformandoli in reati non è una società più sicura. È una società che ha scelto di governare le proprie contraddizioni attraverso la repressione invece che attraverso la politica. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI RAUL ZIBECHI: > Militarizzazione per controllare il popolo -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il nuovo ruolo del diritto penale proviene da Comune-info.
March 18, 2026
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