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Alla città-vetrina si sono rotti i vetri
-------------------------------------------------------------------------------- Foto SPIN TIME LABS -------------------------------------------------------------------------------- La questione Spin Time a Roma, nel quartiere Esquilino, si potrebbe rappresentare con l’esclamazione di quel bambino che vedendo il Re sfilare esclamò: il Re è nudo! Mentre tutti gli altri sudditi voltavano il capo all’indietro per fingere di non vedere. Perché, come giustamente scrive Riccardo Troisi (Chi può abitare il centro di Roma?), le vicende romane di Spin Time e del Dente Cariato (sempre all’Esquilino) hanno messo a nudo una contraddizione che a Roma esiste da più tempo, ovvero se il patrimonio immobiliare pubblico deve essere solo un capitale da valorizzare, come fosse una merce (magari attraverso la famigerata rigenerazione urbana) o piuttosto lo strumento con il quale riportare casa pubblica, accoglienza e welfare di comunità anche nel cuore della città. Detto in altri termini: chi può abitare il centro di Roma? O ancora più esplicitamente: di chi è la città? Tutte le politiche pubbliche messe in campo dall’Amministrazione, hanno dimostrato come la mediazione tra interessi privati e utilità pubblica si risolvono assai spesso con grandi vantaggi dei primi e con l’impoverimento progressivo dei beni pubblici, con conseguente espulsione dei ceti meno abbienti verso le periferie e la trasformazione del Centro della città in merce da dare al miglior offerente che ne snatura la funzione, il valore simbolico, il senso comunitario e assai spesso il valore architettonico: privatizzazione di spazi, dehors, alberghi di lusso e così via. Questo processo diventato sempre più aggressivo prende, a detta dell’Amministrazione, il nome di modernizzazione o di rigenerazione urbana, espressioni in genere positive ma che nascondono intenzioni speculative e di estrazione di rendite a favore di grandi agenzie immobiliari. Alessandro Scassellati chiama “neoliberismo progressista” questo sdoppiamento tra la retorica dei diritti civili e l’estrazione sistematica della rendita commerciale, turistica (Il regime della città-vetrina. Governance progressista nelle metropoli italiane). Il mantra agitato dall’amministrazione è quello di catturare il più possibile capitali da investitori privati, i soli che consentirebbero di rimodernizzare la città rendendola ancora più attraente agli occhi e alla rapacità di quest’ultimi. L’urbanistica, in origine disciplina riformista volta a mitigare gli interessi pubblici con quelli privati, in questi casi è completamente stravolta a ruolo di ancella del capitale privato. Prevalgono trattative private (spesso non trasparenti), tavoli negoziabili, varianti al PRG, revisione di norme tecniche a salvaguardia di interessi privatistici, conferenze di servizi, vecchi “debiti” contratti dai passati PRG (cosiddette compensazioni urbanistiche) che ne annullano qualsiasi velleità riformista. Ma l’urbanistica non si riduce semplicemente a tecnica separata dalla politica. Essa nelle sue vocazioni originali riguarda i modi attraverso i quali si manifesta la vita associativa, comunitaria come scriveva ai suoi tempi il grande sindaco di Firenze Giorgio La Pira: “La crisi del nostro tempo – che è una crisi di sproporzione e di dismisura rispetto a ciò che è veramente umano – ci fornisce la prova del valore terapeutico e risolutivo che in ordine ad essa la città possiede. Come è stato felicemente detto, infatti, la crisi del tempo nostro può essere definita come sradicamento della persona dal contesto organico della città” (Le città non possono morire, discorso di La Pira ai sindaci di tutto il mondo, Firenze, 2 ottobre 1955). Un urbanista, poeta, scrittore, recentemente scomparso: Giancarlo Consonni, sulle orme di La Pira scrisse pochi anni fa un libricino importante il cui titolo significativo era: Non si salva il pianeta se non si salvano le città (Quodlibet). E tuttavia noi stiamo sempre più privatizzando questo bene comune, riducendolo a valore di merce. E poi ancora il greenwashing urbano, quella “politica ecologica” che fa credere che bastino piste ciclabili (spesso inutili) o l’inaugurazione di qualche giardino municipale o, ancora, qualche piantumazione in sostituzione del taglio di alberi, a contrastare il riscaldamento climatico. Quando poi quello che veramente contribuisce ad esso è il consumo di suolo e i numerosi manufatti e infrastrutture cementizie che continuano a proliferare in città. Una delle tante promesse elettorali di molti sindaci era appunto quello del consumo di suolo zero e del contrasto al cambiamento climatico. È ancora Scassellati che dice: “Sulla superficie visibile della metropoli, quella destinata al turismo e ai media, il centro-sinistra mette in scena una vetrina attraente fatta di piste ciclabili, grandi eventi (come le Olimpiadi invernali), inclusività LGBTQIA+ e parole d’ordine sull’ecologia. Dietro questa facciata sfolgorante, però, la realtà materiale per chi ci vive è completamente diversa. Le giunte comunali portano avanti scelte che favoriscono i grandi costruttori, i proprietari immobiliari e i fondi finanziari, mentre la vita quotidiana delle lavoratrici e dei lavoratori è schiacciata dal carovita, dalla carenza di alloggi ad affitti accessibili e dal precariato”. C’è dunque una narrazione falsa, quantomeno distorta, che occulta la contraddizione tra ciò che l’amministrazione quotidianamente afferma e quello che invece realizza. Una narrazione che fa dire a molti e incolpevoli cittadini: ma, insomma finalmente Roma sta diventando una metropoli moderna. Qualcosa si muove. In realtà si fa molto, forse troppo, ma non sempre a favore dei suoi abitanti, quelli almeno che con fatica arrancano per arrivare a fine mese col proprio stipendio. Si fanno studentati, alberghi di lusso, inutili megastadi, residenze anch’esse riservate ai ceti più ricchi e poi tanti eventi (e tante inaugurazioni) per celebrare i nuovi fasti di questa città: “La mappa elettorale parla chiaro: il centro-sinistra progressista è diventato il rappresentante politico di un blocco sociale ben preciso, formato da chi guadagna con la speculazione immobiliare e commerciale e da un ceto medio benestante che vive di rendita nei quartieri centrali storici o lavora nei servizi culturali”(A. Scassellati, op. cit.). Dunque tanto più appropriata e urgente la domanda di Riccardo Troisi: chi può (ancora) abitare il centro della città? Una città diventata vetrina per i fondi immobiliari, per le grandi agenzie straniere che lucrano sulle rendite. Perché tanti cinema sono chiusi? Perché tanti immobili di proprietà pubblica e non sono abbandonati? È una domanda che molti si fanno. Cosa ci guadagnano i loro proprietari a tenerli chiusi, abbandonati e degradati? Aspettano che quella merce salga di valore per poi, con qualche variante di PRG, possa essere destinata a scopi assai più redditizi. Come per i mercati generali – leggi La posta in gioco agli ex mercati generali di Roma di Lorenzo Romito e diversi interventi di Sarah Gainsforth – nove ettari di terreno incolto che potrebbero in parte risolvere la crisi abitativa e in parte anche mitigare il cambiamento climatico della città, vengono invece offerti per tanti anni a fondi immobiliari che ne “valorizzano” le potenzialità costruendo studentati per pochi e ricchi studenti. Merce dunque sottoposta alle regole del libero mercato. Questa politica urbana si manifesta con due volti: da una parte offre a professionisti, turisti e qualche studente benestante la possibilità di risiedere in una città di servizi di buon o ottimo livello; dall’altra respinge o mette ai margini i lavoratori poveri, le famiglie senza tetto, emargina gli immigrati. Sembra appartenere a questa politica il caso di Spin Time, uno degli ormai tanti casi di costruzione di legami di mutualismo tra persone e famiglie messe ai margini, una straordinaria esperienza di comunità. E se questo caso è stato per molto tempo nelle pagine dei quotidiani è grazie anche alla straordinaria mobilitazione e solidarietà dei romani che non hanno fatto mai mancare la loro voce accanto agli occupanti. Ma il “caso” ha anche smascherato lo sfavillio della città-vetrina mettendo a nudo le sue storiche contraddizioni: accanto alla “Roma che si trasforma” (come recitano retorici manifesti affissi in molte parti della città) è improvvisamente comparsa l’altra faccia della città-vetrina, quella dei poveri, delle famiglie invisibili che vivevano, quasi clandestinamente, in luoghi abbandonati e sconosciuti e pur tuttavia avevano dimostrato come il mutualismo e la cooperazione potessero creare comunità virtuose e nuovo welfare. Il sindaco ha tentato di recuperare il danno provocato da tanti anni di concessione ai poteri dei fondi immobiliari accusandoli di “non avere cuore”. Sarebbe stato meglio una severa autocritica sulla politica urbana seguita in tanti anni, sia pure da diverse amministrazioni, di destra e di sinistra. Intervento tardivo che forse non è riuscito nemmeno a far riflettere su cosa vuol dire un progetto di città, intesa come comunità vivente. Spetta a noi realizzarlo. -------------------------------------------------------------------------------- Enzo Scandurra, urbanista, saggista e scrittore, scrive da sempre su Comune (qui oltre cento suoi articoli). Già ordinario di Urbanistica presso La Sapienza di Roma, è stato direttore del dipartimento di Architettura e Urbanistica. Tra i suoi libri più recenti La svolta ecologica. Ultima chance per il pianeta e per noi e Roma. O dell’insostenibile modernità, editi da DeriveApprodi. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Alla città-vetrina si sono rotti i vetri proviene da Comune-info.
September 5, 2026
Comune-info
Che tornino i volti
Edicola Equa, presidio sociale – gestito da Ciac – del quartiere Oltretorrente di Parma -------------------------------------------------------------------------------- Il termine nazione deriva dal latino e allude alla nascita e dunque suppone un gruppo di persone aventi una comune origine. Si vuole come espressione di un’appartenenza basata su cultura, lingua, religione, tradizioni e dunque una storia condivisa. Tutto ciò vorrebbe creare o postulare un forte senso di appartenenza identitaria. Naturalmente si tratta, com’è noto, di un’invenzione andatasi articolando in epoca recente e tutt’altro che in modo naturale. Eppure la parola e il concetto assicurano e conservano qualcosa di potenzialmente esplosivo. I nazionalismi e i populismi ne rappresentano, appunto, una delle possibili derive. Ernest Renan, in una conferenza del 1882 alla Sorbona sulla nazione, affermava che essa è l’espressione di “un plebiscito quotidiano”. Dall’identità basata sulla razza o altre affinità simili si passa dunque a una scelta e dunque a un atto di volontà che fonda la nazione. Accade dunque quello che si temeva da tempo. Il nazionalismo che fagocita e manipola la nazione che cancella infine i popoli. Si è inventata la nazione con le conseguenza che sappiamo e il popolo che dovrebbe comporla. Popolo che si è scoperto frantumato, sconnesso, diviso, disorientato perché, con rigorosa e metodica violenza, il sistema capitalista lo ha liquidato come nessuno seppe compiere nel passato. Peggio, molto peggio delle dittature perché, malgrado loro, presentavano almeno la faccia degli aguzzini. Questo sistema invece è senza vergogna perché usa le maschere e parte del popolo per distruggere il resto del popolo. Sono stati eliminati i collanti della vita sociale. La distanza tra governati e governanti è ormai un abisso che sembra incolmabile. Si tentano occasionali passerelle, passaggi di fortuna, scorciatoie ma la distanza è troppa, eccessiva e soprattutto non c’è nessuna intenzione di avvicinamento. Mondi paralleli e insieme giochi di specchi nei quali non si riesce a capire dove si trovino i volti reali. La partecipazione dei cittadini, all’origine di ogni democrazia che meriti questo nome, si è gradualmente trasformata in delega e infine in tradimento della parola data. Tradire le parola è tradire la politica. Lawrence Ferlinghetti, deceduto da un lustro, è l’autore di questa poesia. Pietà per la nazione i cui uomini sono pecore e i cui pastori sono guide cattive Pietà per la nazione i cui leader sono bugiardi i cui saggi sono messi a tacere Pietà per la nazione che non alza la propria voce tranne che per lodare i conquistatori e acclamare i prepotenti come eroi e che aspira a comandare il mondo con la forza e la tortura Pietà per la nazione che non conosce nessun’altra lingua se non la propria nessun’altra cultura se non la propria Pietà per la nazione il cui fiato è danaro e che dorme il sonno di quelli con la pancia troppo piena Pietà per la nazione – oh, pietà per gli uomini che permettono che i propri diritti vengano erosi e le proprie libertà spazzate via Patria mia, lacrime di te dolce terra di libertà! Di padre italiano e madre francese-ebraico-portoghese vide, tra le altre cose, Nagasaki dopo la bomba atomica e operò la scelta pacifista. Della scoperta dell’autore ringrazio l’amico Claudio Pozzani, creatore del Festival Internazionale della Poesia. Per lui le parole sono “spalancate” e dunque in continuità con la puntuale radiografia di Ferlinghetti. Volendo potremmo accostarla a un altro testo. Scritto e cantato trent’anni fa da Franco Battiato, interpreta la crisi della nostra nazione/patria con parole molto simili. È dunque tempo che “Tornino i volti”, scrisse nel millennio passato il filosofo Italo Mancini. Facciamo nostro questo imperativo come una delle condizioni per smascherare il sistema. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Che tornino i volti proviene da Comune-info.
September 4, 2026
Comune-info
Lo stato del bunker e la resistenza in basso
-------------------------------------------------------------------------------- Studenti e studentesse in piazza contro contro leva e guerra a Berlino (marzo 2026). Foto Deutsche Friedensgesellschaft – Vereinigte KriegsdienstgegnerInnen, rete di pacifisti e obiettori di coscienza al servizio militare con sede a Stoccarda -------------------------------------------------------------------------------- Lo sviluppo di nuove idee è utile per i movimenti di resistenza dal basso se fa luce su questioni che prima apparivano poco chiare, perché ci permette di affinare le strade da percorrere. Il recente lavoro della ricercatrice Nel Bonilla, specializzata in sociologia delle migrazioni e studi sui conflitti, rientra in questa categoria, in quanto riesce a illuminare i progetti in atto tra le classi dominanti mondiali. A seguito del recente vertice NATO di Ankara, Bonilla ripercorre le tre fasi attraversate dall’alleanza atlantica dalla sua formazione ai giorni nostri, le enormi trasformazioni industriali e la fine della sovranità, concludendo che le potenze globali puntano alla guerra, costruendo quello che lei definisce, in modo appropriato, uno Stato bunker. Mi concentrerò solo su questo aspetto perché mette in luce le lacune delle organizzazioni di base, così come le loro illusioni “democratiche” e la loro “conquista dei diritti”, permettendoci di riflettere profondamente su ciò che stiamo facendo. Il testo che analizzerò si intitola NATO 3.0: La gabbia transatlantica e l’ascesa dello Stato bunker. Lo definisce come “una trasformazione qualitativa dello Stato moderno in un nucleo imperiale”. Esso cessa di essere fornitore di beni pubblici, diventando invece “completamente focalizzato sulla securitizzazione e sulla militarizzazione”. In questo nuovo modello, “la popolazione non è più considerata un insieme di cittadini con diritti civili ed economici, ma principalmente un oggetto di sicurezza nazionale. Inoltre, il Paese e la regione diventano nodi operativi in una rete più ampia allo scopo di condurre una guerra ibrida multidominio contro i cosiddetti concorrenti strategici e i loro alleati”. Definisce questa trasformazione “Il bunker e il vuoto”: il primo simboleggia “la mentalità da fortezza e la pianificazione della sicurezza (che privilegia la sicurezza in termini militari e prebellici) che sta riorganizzando l’Occidente”. Il secondo, d’altro canto, “rappresenta la conseguente erosione del progetto civile, del bene comune e dello spazio democratico”. Questi concetti sono intesi come quadro analitico per spiegare “l’ossessivo rafforzamento delle strutture di sicurezza, della pianificazione militare e del controllo, accompagnato dal parallelo svuotamento dello spazio civile, democratico e sociale”. Noi che viviamo in America Latina sappiamo che questa è solo un’interpretazione di una realtà che ci opprime e ci ferisce. Altri punti da considerare: esiste una profonda separazione e un isolamento dei governi e delle strutture di potere dai reali bisogni delle società occidentali. In secondo luogo, i continui scontri geostrategici e la crescente debolezza dell’Occidente portano le élite a uno stato di perenne preparazione al conflitto militare. Il primo fenomeno è il risultato della crescente forza dei movimenti popolari – indigeni, neri, contadini e della classe operaia – che spiega la disconnessione tra i cittadini e i governi. Il secondo deriva dall’ascesa della Cina e dell’Asia in generale, che sfidano l’egemonia occidentale. In entrambi i casi, la risposta è la guerra, dalle “guerre alla droga” alle guerre tra stati con la minaccia delle armi nucleari, come si discute apertamente in questi giorni, non più a porte chiuse. Il popolo palestinese è la prima vittima globale di questo nuovo militarismo. La domanda è: cosa faremo in un mondo dominato da stati fortificati e da una proliferazione di guerre e genocidi? Il primo passo è riconoscere che il vecchio arsenale dei movimenti sociali (scioperi, sit-in, marce, elezioni) è diventato completamente obsoleto, il che non significa che alcuni di essi non debbano essere utilizzati in determinati casi. Il problema è quanta importanza attribuiamo alle richieste di uno Stato che ormai è una fortezza, il quale, fondamentalmente, risponde solo con l’esclusione e la violenza, pur mantenendo una facciata “democratica”. Osservo che, per inerzia, continuiamo a pensare in termini di “diritti” e a credere in possibili risposte positive da parte delle autorità alle nostre richieste. Il secondo punto è pensare a lungo termine. Lo Stato-bunker (o fortezza) è un cambiamento strutturale e, pertanto, è destinato a rimanere per un periodo considerevole e, soprattutto, non dipende da chi è al governo perché li riguarda tutti. Parallelamente, l’adozione di una nuova cultura politica da parte di movimenti di base organizzati richiede molto tempo, probabilmente decenni, se non più di un secolo, come sottolineano gli zapatisti. Il terzo punto, e il più cruciale, è che le tracce di questa nuova cultura politica stanno già emergendo, intessute dalle autonomie territoriali, in particolare da parte dei popoli indigeni, ma non esclusivamente, che stanno organizzando gruppi di autodifesa e autogoverni per sopravvivere come comunità. Uno dei principali ostacoli all’espansione dell’autonomia regionale è che essa è in gran parte confinata alle aree rurali, con uno sviluppo urbano molto limitato. -------------------------------------------------------------------------------- Inviato anche a La Jornada -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI GIORGIO AGAMBEN: > Lo Stato e la guerra -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Lo stato del bunker e la resistenza in basso proviene da Comune-info.
September 4, 2026
Comune-info
Non ce la facciamo da soli
QUELLE PAROLE, “NON CE LA FACCIAMO DA SOLI”, DOPO LA TRAGEDIA TERRIBILE DI PIETRALATA CONTINUANO A RIMBALZARE OVUNQUE. EPPURE, A PARTIRE DAGLI ANNI SETTANTA, GENITORI, INSEGNANTI, EDUCATORI, OPERATORI SOCIALI E ASSOCIAZIONI SI SONO MESSI INSIEME E HANNO COMBATTUTO. HANNO APERTO LE PORTE DEGLI ISTITUTI. HANNO MESSO IN DISCUSSIONE LE CLASSI DIFFERENZIALI. HANNO PRETESO CHE OGNI PERSONA POTESSE VIVERE NEI QUARTIERI, NEI GIARDINI, NELLE PIAZZE, NELLA COMUNITÀ. NON POSSIAMO PENSARE CHE QUELLE CONQUISTE SIANO AL SICURO PER SEMPRE. QUELLE CONQUISTE SI POSSONO CANCELLARE CON UNA LEGGE, MA POSSONO ANCHE SVUOTARSI MOLTO PRIMA, QUANDO LA CULTURA DELL’INCLUSIONE VIENE VISTA COME UN ECCESSO. SAREBBE FACILE PENSARE CHE IL PROBLEMA SIANO SOLTANTO LE DESTRE IN ASCESA (COME IN QUESTI GIORNI IN SASSONIA). “IL CAMBIAMENTO PARTE DA COME VIVIAMO NOI… – SCRIVE EMILIA DE RIENZO – QUANDO NON PORTIAMO VIA NOSTRO FIGLIO PERCHÉ DAVANTI A LUI C’È UN BAMBINO DIVERSO. QUANDO SMETTIAMO DI MISURARE I FIGLI DEGLI ALTRI SU UNA SCALA DI PRESTAZIONI. QUANDO INSEGNIAMO CHE LA FRAGILITÀ NON È UNA COLPA. QUANDO SCEGLIAMO DI NON LASCIARE SOLA UNA FAMIGLIA. QUANDO DIFENDIAMO UN SERVIZIO, UNA SCUOLA INCLUSIVA, UN INSEGNANTE DI SOSTEGNO, UN’ASSOCIAZIONE, UN LUOGO DELLA MEMORIA…” -------------------------------------------------------------------------------- «Non ce la facciamo da soli». È una frase rimasta sospesa nell’aria dopo la tragedia terribile di Pietralata. Ma al di là di quel singolo fatto, quelle parole raccontano una condizione quotidiana che riguarda da vicino moltissime famiglie che vivono la disabilità: la fatica, la solitudine, la paura del futuro. E proprio per questo vale la pena ricordare qualcosa che oggi rischiamo di dimenticare. Non è stato sempre così. A partire dagli anni Settanta, genitori, insegnanti, educatori, operatori sociali e associazioni si sono messi insieme e hanno combattuto. Hanno aperto le porte degli istituti. Hanno messo in discussione le classi differenziali. Hanno portato i bambini con disabilità nella scuola di tutti. Hanno preteso che ogni persona potesse vivere nei quartieri, nei giardini, nelle piazze, nella comunità. Non chiedevano soltanto servizi. Chiedevano che quelle persone venissero riconosciute come tali. Chiedevano dignità. Sono state conquiste enormi. E proprio perché oggi ci sembrano scontate, rischiamo di dimenticare quanto siano costate. Una mamma mi raccontò una volta che, quando portava il figlio ai giardini, alcune mamme o nonne, vedendoli arrivare, si alzavano dalla panchina e portavano via i propri bambini. Un’altra mi raccontò che ascoltava continuamente parlare dei figli degli altri: il più bravo, il più bello, quello che aveva imparato prima, quello che faceva meglio. Alla fine era lei ad andarsene. Non erano leggi discriminatorie. Erano piccoli gesti. Ma anche l’umiliazione può essere fatta di piccoli gesti. Una sedia che si allontana. Un bambino tirato via. Un invito che non arriva. Uno sguardo che evita. L’inclusione, dunque, non è soltanto una questione di assistenza e di risorse, per quanto fondamentali. È una questione culturale. È il modo in cui guardiamo chi non corrisponde alla nostra idea di normalità. Ed è quando questa cultura dello scarto comincia a trovare cittadinanza nella società che le istituzioni rischiano di cedere. Ciò che sta accadendo oggi in Europa dovrebbe preoccuparci molto più di quanto non faccia. Guardiamo a cosa succede in Germania, in Sassonia-Anhalt. Secondo La Stampa del 2 settembre 2026, le proiezioni danno l’AfD attorno al 42 per cento: potrebbe diventare il primo partito e persino raggiungere la maggioranza assoluta. Sarebbe la prima volta dal dopoguerra che una forza di estrema destra si trova a governare da sola un Land tedesco. Non è un pericolo teorico o lontano. E non stiamo parlando soltanto di immigrazione o di politica economica. È in gioco una precisa idea di cultura, di scuola, di memoria e di comunità. L’AfD propone una politica culturale «patriottica». I suoi esponenti hanno attaccato il Bauhaus, uno dei simboli della modernità e dell’apertura tedesca, chiedendo di ridisegnare l’indirizzo culturale della regione, di ridimensionare lo spazio dedicato al periodo nazista e di intervenire sui programmi scolastici. E poi c’è Bernburg. Un luogo che dovrebbe essere impossibile da dimenticare. Lì esiste ancora la camera a gas di una delle «cliniche della morte» del regime nazista. Migliaia di persone furono uccise perché considerate indegne di vivere: persone con disabilità, malati psichiatrici, persone giudicate incapaci di lavorare. Venivano chiamate “Ballast”: zavorra. Oggi, nella stessa regione, una forza politica che potrebbe andare al governo mette in discussione i luoghi della memoria e utilizza parole che riportano al centro l’idea della persona come «peso». Non si tratta di fare facili paragoni con il nazismo. Sono esponenti di questa destra a chiedere un cambio di passo nel rapporto della Germania con la propria storia: basta con il «culto della colpa», meno spazio alla memoria della Shoah, più orgoglio identitario. E qui dovremmo fermarci a riflettere. Perché il problema non è soltanto ciò che questa destra potrebbe fare se andasse al governo. È ciò che sta già riuscendo a cambiare oggi: il linguaggio, le priorità, la percezione della memoria e della diversità. E quando cambia il linguaggio, cambia anche ciò che una società considera accettabile o normale. Per questo la storia delle persone con disabilità torna a essere terribilmente attuale. Per decenni abbiamo combattuto perché nessun bambino fosse considerato uno scarto. Perché nessuno venisse separato dagli altri soltanto perché diverso. Perché una persona non fosse valutata sulla base di quanto produce, di quanto è autonoma, di quanto costa. Non possiamo pensare che quelle conquiste siano al sicuro per sempre. Le conquiste si possono cancellare con una legge. Ma possono anche svuotarsi molto prima: quando la cultura dell’inclusione viene vista come un lusso o un eccesso, quando i diritti diventano un fastidio, quando la memoria viene definita un peso, quando la diversità torna a essere percepita come una minaccia invece che come una ricchezza. Ed è qui che dobbiamo guardare a noi stessi. Perché sarebbe facile pensare che il problema siano soltanto loro: l’estrema destra, i nazionalisti, quelli che vogliono riscrivere la storia. Ma il cambiamento parte da come viviamo noi. Siamo noi quando decidiamo di non alzarci da quella panchina. Quando non portiamo via nostro figlio perché davanti a lui c’è un bambino diverso. Quando smettiamo di misurare i figli degli altri su una scala di prestazioni. Quando insegniamo che la fragilità non è una colpa. Quando scegliamo di non lasciare sola una famiglia. Quando difendiamo un servizio, una scuola inclusiva, un insegnante di sostegno, un’associazione, un luogo della memoria. La democrazia non si perde soltanto nei palazzi del potere. Si indebolisce nei piccoli gesti di ogni giorno, nelle parole che lasciamo passare, nelle discriminazioni che smettiamo di notare perché ci siamo abituati. Ecco perché Bernburg ci riguarda. Non perché la storia debba ripetersi in modo identico. Ma perché ci mostra quanto può diventare pericoloso il momento in cui una società ricomincia a classificare gli esseri umani, a stabilire chi è utile, chi è normale e chi è soltanto un peso. Il pericolo non è altrove. È in Europa. È dentro il dibattito pubblico. E rischia di fare passi avanti da gigante. Forse la cosa più grave è che continuiamo a guardare da un’altra parte, come se la tutela dei diritti fosse qualcosa di ormai acquisito per sempre. Non lo è. E allora dobbiamo ricordare. Ma soprattutto dobbiamo scegliere. Perché la tenuta di una società non si decide soltanto nelle urne. Comincia da noi. Dalla scuola. Dalla famiglia. Dalla strada. Da una panchina. Da quel gesto semplice che dice a una persona: tu qui hai il diritto di stare. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Alain e la sua idea di inclusione -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Non ce la facciamo da soli proviene da Comune-info.
September 3, 2026
Comune-info
Europa e Serbia orfani di Langer e Matvejevic
MENTRE SI IMPEGNA A ONORARE IL GENOCIDA RATKA MLADIC CON UN FUNERALE DI STATO, C’È UN ALTRO GENERALE CHE LA SERBIA ANCORA SOTTRAE ALLA GIUSTIZIA INTERNAZIONALE: È NOVAK ĐUKIĆ CONDANNATO PER CRIMINI DI GUERRA IN BOSNIA ED ERZEGOVINA, RITENUTO COLPEVOLE, TRA LE ALTRE COSE, DEL MASSACRO DELLA PORTA DI TUZLA NEL 1995. QUELLA STRAGE CONTRIBUÌ AL SUICIDÒ ALEXANDER LANGER. IL CASO MLADIĆ ACCENTUA IL VUOTO LASCIATO DA ALEX LANGER E DA UN GRANDE SCRITTORE COME PREDRAG MATVEJEVIĆ, E IL VALORE DELLA LORO STORICA OPPOSIZIONE A TUTTI I NAZIONALISMI La Serbia ha preso l’impegno di onorare il genocida generale Ratka Mladic con un funerale di Stato, sostenendo che glielo impone il protocollo. Su Osservatorio Balcani Nihad Suljić, vincitore del premio CESPIC (Centro Europeo di Scienza della Pace, Integrazione e Cooperazione): “… e quando lo fanno, non stanno glorificando soltanto un uomo, stanno glorificando l’ideologia che c’è dietro di lui, stanno pregando per un simbolo dei crimini, stanno invocando e normalizzando il fascismo e l’odio”. La preoccupazione del presidente Vučić (sempre che ne abbia) non è quella di irritare o no l’Europa, ma di giocare la sua carta nazionalista in vista delle prossime elezioni. Ad ottobre 2026 ci saranno le parlamentari e a gennaio 2027 seguiranno le presidenziali. Il voto avviene dopo un anno di forti proteste di massa e mobilitazioni della società civile e dei movimenti studenteschi iniziate nel 2024 a Novi Sad. La candidatura a diventare il 28esimo stato europeo è in stallo dal 2021. Otto Paesi UE si oppongono all’adesione: Belgio, Bulgaria, Croazia, Estonia, Lettonia, Lituania, Paesi Bassi, Svezia (con l’Italia Vučić vanta l’amicizia di Meloni alleata sul fronte del blocco dei migranti sulla Rotta Balcanica). Riccardo Amati su Fan Page intervistando David Scheffer, già ambasciatore Usa scrive: “Tollerare sovranismi guerrafondai sarebbe suicida. L’Unione farà bene a mettere in pausa le trattative per l’ingresso della Serbia, concordano molti osservatori. Si tratta di difendere il diritto internazionale, senza i doppi standard che lo indeboliscono anche davanti a Israele e agli Stati Uniti di Donald Trump”. Da giorni il profilo del Generale Mladic e le sue azioni militari occupano le pagine internazionali. Su Politics-Europe Zoran Arbutina ricorda che Mladic non è ritenuto responsabile solo del genocidio di 8.000 persone a Srebrenica, ma per 40 mesi sparò su Sarajevo uccidendo 11.000 persone di cui 1.600 bambini. In tre anni di guerra in Bosnia furono uccisi 100.000 civili e 2,2 milioni di persone divennero profughi. Sembra di leggere gli stessi dati che ora raccontano il genocidio di Gaza ad opera di Netanyahu. La guerra dei Balcani mi ha coinvolto insieme a centinaia di pacifisti italiani impegnati in soccorsi e aiuti. Si impegnò anche Erri De Luca, peccato non abbia fatto altrettanto con la Palestina. Personalmente ho ospitato, per quasi due anni, nella mia casa di Milano Biliana Marianovic che a Sarajevo svolgeva la professione di giudice in tribunale. A seguito dell’uccisione di un collega da parte di un cecchino, cercò rifugio in Italia assieme a suo figlio Marco di otto anni. A guerra terminata non tornò più in Bosnia, ma raggiunta dal marito a Malpensa, partirono tutti e tre per la Pennsylvania dove tutt’ora vivono. C’è un altro generale che la Serbia ancora ospita, sottraendolo alla giustizia internazionale (come fece per trent’anni con Mladic), si tratta di Novak Đukić condannato per crimini di guerra in Bosnia ed Erzegovina. È stato ritenuto colpevole di aver ordinato il famigerato massacro della porta di Tuzla (Kapija) il 25 maggio 1995. L’attacco di artiglieria uccise 71 persone, per la maggior parte giovani. A seguito di quella strage forse si suicidò Alexander Langer tra i migliori parlamentari europei che l’Italia abbia mai avuto. A lui ho dedicato una canzone nel 2025 a trent’anni dalla scomparsa e qui mi permetto di riproporla. Così scrivevo sul sito antiwarsongs.org presentando il brano ed il video che lo accompagna: https://www.antiwarsongs.org/canzone.php?id=68945&lang=en La strage di Tuzla del 25 maggio 1995 forse fu “la goccia che fece traboccare il vaso” e minò la sua fiducia ostinata nella “azione nonviolenta” che per trent’anni aveva costellato la sua vita da attivista militante, pacifista, parlamentare europeo, ambientalista e fondatore dei Verdi italiani. Il disperato appello del sindaco di Tuzla Selim Beslagic, che pochi giorni prima della strage, chiedeva di fare qualcosa contro l’assedio della sua città, da due anni bersaglio dei cecchini, forse lo scosse ulteriormente e Alex scrisse una lettera pubblica chiedendo che i caschi blu delle Nazioni Unite agissero contro gli assedianti, contraddicendo in parte i principi che da sempre lo avevano animato. La lettera con tutti gli altri scritti di Alexander Langer è raccolta nel libro a lui dedicato: Il viaggiatore leggero (edito da Sellerio, con un’introduzione di Goffredo Fofi). La città di Tuzla il 31 ottobre 2021 gli ha conferito la cittadinanza onoraria postuma. Sarajevo l’aveva già fatto nel febbraio dello scorso anno. “Alexander Langer è il simbolo dell’empatia per la Bosnia e il dramma che stava vivendo”, ha detto Jasmin Imamovic, sindaco di Tuzla, durante la cerimonia, “lui si batteva per la pace e la riconciliazione contro chi seminava l’odio”. “Langer non ha sopportato il dolore per la sofferenza del popolo bosniaco”. Ci manca Alex Langer e con lui il grande scrittore Predrag Matvejevic. Il 14 novembre del 1996 in occasione di una conferenza organizzata a Novara, mi firmò una dedica sul suo libro Epistolario dell’altra Europa. In quel libro raccolse le lettere aperte che negli anni Settanta-Novanta aveva inviato agli uomini di potere. Le più note sulla questione Jugoslava sono quella a Tito del 17 luglio 1974 in cui nonostante molti meriti indiscutibili gli chiese di dimettersi. A Slobodan Milosevic nel 1989 a cui chiese profeticamente di suicidarsi e a Franjo Tudjman 1990 a cui rimproverò il pericoloso nazionalismo fascista dietro il paravento clericale della chiesa cristiana. Sempre nell’1989, l’anno della morte di suo padre nato a Odessa, scrisse Michail Gorbacev per la sua Perestrojka e a Deng Xiaoping colpevole del massacro di Tian an men. Predrag coniò il termine “Democratura” per definire la deriva della politica del ventesimo secolo. Dopo l’esilio e le cattedre di letteratura alla Sorbona di Parigi e alla Sapienza di Roma a la morte in solitudine di Predrag Matvejevic a Zagabria nel 2017 ha privato il mondo di un esempio di coraggio il cui testimone è stato raccolto da pochissimi intellettuali. Predrag non scriveva solo di politica ma soprattutto di letteratura e poesia, dei sui scritti si dice siano “Geopoetica”. A pagina 250 dell’epistolario è riportata la lettera scritta da Zagabria nel 1980 in cui rimprovera l’unione degli scrittori di Jugoslavia di non avere invitato al convegno di Struga nessun poeta israeliano, non per antisemitismo ma perché non si voleva danneggiare la relazione con i paesi non allineati, tra questi quelli arabi. Scrive: “Invitare poeti israeliani a leggere le proprie poesie da noi e a discutere con noi di poesia non significa contestare ai palestinesi il diritto a un proprio paese né quello di Israele alla sicurezza delle proprie frontiere. E’ banale ripetere che la poesia non ha confini”. Predrag come Langer amava i ponti, ci siamo incontrati ancora nel 2004 a Mostar, sua città natale, nell’occasione di un convegno dedicato al diritto all’acqua, contestualmente all’inaugurazione della ricostruzione del suo amato Stari Most. Anche a lui ho dedicato una canzone che ha per titolo lo stesso di un suo bellissimo libro: Tra asilo ed esilio, di cui allego il link per la visione del video, l’ascolto e la lettura del testo. Concludo questo articolo riflettendo ancora sull’Europa: l’ingresso al Parlamento Europeo oggi non ha più l’attrattiva che esercitava ai tempi di Alex Langer. Alla Serbia va bene starne ai margini e tenere aperte relazioni con Russia e Cina armando i suoi caccia con le loro bombe. È di questi giorni la notizia che l’Islanda, per la seconda volta, al referendum ha detto “No” all’ingresso in Europa. Si sono schierati col “No”, trasversalmente sia la sinistra radicale che la destra Nazional-conservatrice e parte del governo. L’Europa di oggi baratta la democrazia con la finanza, la tutela dell’ambiente con l’aumento delle spese militari (non dei corpi civili di Pace), la chiusura delle frontiere ai migranti con l’apertura di centri di detenzione in Ruanda, Albania, Libia. L’Europa balbetta con l’America di Trump timorosa dei dazi, tace con Netanyahu che attacca la corte penale internazionale... Come può preoccuparsi di questa Europa il Vučić di turno che se ne infischia della forma e della sostanza, come fanno tutti gli altri dittatorelli sparsi per il globo. Ricordo che di Alexander Langer ne scriveva molto bene Franco Lorenzoni con questo articolo: > Un maestro di inquietudine Caro Alexander Langer ci manchi tanto. [Paolo Rizzi Assopace Palestina] -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Europa e Serbia orfani di Langer e Matvejevic proviene da Comune-info.
September 2, 2026
Comune-info
Il fallimento dell’umanità
-------------------------------------------------------------------------------- Incontro internazionale promosso dalla comunità zapatiste “de Artes, Resistencias y Rebeldías”. Foto Radio Pozol: agosto 2026 -------------------------------------------------------------------------------- Per chi si interroga oggi sulle sorti dell’umanità, è utile riflettere sulla nozione giuridica di fallimento. La richiesta della dichiarazione di fallimento da parte di un imprenditore che si trovi in dissesto finanziario e non può far fronte ai propri debiti è volta innanzitutto a tutelare i creditori, ma, nello stesso tempo, a limitare la responsabilità del debitore, escludendo dal fallimento i beni e i diritti di carattere personale e quanto necessario al mantenimento suo e dei familiari. Importante è la figura del curatore (o dei curatori), nominati dal giudice per amministrare il patrimonio fallimentare e compiere le operazioni necessarie al soddisfacimento degli interessi dei creditori e alla tutela del debitore fallito. I creditori, dal canto loro, si costituiscono in un comitato che collabora col curatore nello svolgimento delle procedure necessarie. È possibile assimilare la condizione attuale dell’umanità a quella di un imprenditore obbligato a dichiarare il proprio fallimento. Poiché è certo che essa non è più in grado di far fronte ai debiti che è andata progressivamente assumendo rispetto alla terra in cui vive (includendo in essa anche l’atmosfera, non meno contaminata del suolo). Il comitato dei creditori comprenderebbe, oltre ai rappresentanti della terra e dell’aria in tutti i loro aspetti, anche quelli delle specie viventi scomparse o minacciate di scomparsa. Quanto ai curatori, essi potrebbero formare un comitato, di cui farebbero parte dei saggi nominati da ciascuna nazione, allo scopo di soddisfare gli interessi dei creditori, cercando allo stesso tempo di assicurare la sopravvivenza dell’umanità fallita. Ci si può chiedere se questa procedura riuscirebbe a raggiungere gli scopi che si propone, ma è certo che essa rappresenta l’unica possibilità concreta di salvezza per un’umanità in stato di completo dissesto spirituale (che, come sempre, si traduce in dissesto in ogni ambito della sua vita). Credere, come oggi spesso si finge di credere, che i singoli stati e le organizzazioni internazionali possano contemperare i loro interessi economici e politici con la propria sopravvivenza, senza prendere radicalmente coscienza del proprio stato di fallimento e di insolvenza rispetto alla terra in cui vivono, è una illusione, spesso mantenuta in mala fede. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su Quodlibet (e qui con l’autorizzazione della casa editrice). Tra i libri più importanti di Giorgio Agamben: Homo Sacer. Edizione integrale 1995-2015, (Quodlibet) e L’uomo senza contenuto (Quodlibet). Il suo ultimo libro invece è Amicizie (Einaudi) -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Congiuntura e rivoluzione -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il fallimento dell’umanità proviene da Comune-info.
September 2, 2026
Comune-info
Come si torna a vedere con i propri occhi?
-------------------------------------------------------------------------------- Coperta per Gaza. “Movimento 4 settembre”, Campobasso (foto Gaza FREEstyle) -------------------------------------------------------------------------------- «Fabbrico fake news». È Eli Hazan a pronunciare queste parole, secondo quanto riportato da un video circolato in questi giorni. Hazan è un uomo che ha lavorato ai vertici della comunicazione politica israeliana. Una dichiarazione che spiazza, alla quale se ne aggiunge subito un’altra: «La verità non conta più. I fatti non contano più». Hazan descrive i social media come un campo di battaglia, un luogo nel quale Israele deve combattere una guerra online contro i suoi oppositori e nel quale, apparentemente, l’accuratezza dei fatti può diventare secondaria. Israele sta riversando somme senza precedenti nella comunicazione e nella propaganda, nel tentativo di contrastare il crollo del sostegno internazionale seguito a ciò che è accaduto a Gaza. Siamo di fronte a una guerra informativa nella quale è la verità stessa a diventare qualcosa da abbattere. Ma forse non è solo la verità l’obiettivo. È lo sguardo. Fabbricare fake news non significa soltanto inventare fatti falsi, significa decidere cosa deve entrare nel campo visivo di milioni di persone e cosa deve restarne fuori. Quale immagine di Gaza arriva, e quale no. Quale corpo si vede, e quale viene tenuto ai margini dell’inquadratura. Non basta più che le guerre si combattano sul terreno. Si combattono anche su X e TikTok, nei motori di ricerca, nelle immagini, negli hashtag, perfino nelle risposte che riceviamo dalle intelligenze artificiali. Si combattono, cioè, per il controllo di ciò che possiamo vedere. E quando viene distrutta la fiducia nella possibilità stessa della verità, vince chi decide cosa mettere davanti ai nostri occhi. Il vero obiettivo della propaganda contemporanea non è sempre convincerti di una menzogna. A volte è molto più semplice: convincerti che non esiste più alcuna verità possibile, e intanto continuare a scegliere, al posto tuo, che cosa guardare. Quando succede questo, la democrazia diventa fragilissima. Una democrazia può sopravvivere al dissenso. Può sopravvivere a opinioni radicalmente opposte. Ma difficilmente può sopravvivere se i cittadini non condividono più nemmeno uno sguardo comune da cui partire per discutere. Siamo entrati in un’epoca nella quale gli Stati non combattono soltanto per convincere l’opinione pubblica. Combattono per costruire l’ambiente visivo nel quale l’opinione pubblica formerà le proprie convinzioni. Ed è qui che torna in mente Günther Anders. Prima di molti altri, Anders aveva visto una frattura fondamentale del mondo contemporaneo: la distanza sempre più grande tra ciò che siamo capaci di produrre e ciò che siamo capaci di immaginare, la chiamava la sproporzione prometeica, e la pensava a proposito della bomba atomica: sapevamo costruirla, non sapevamo più sentirne per intero le conseguenze. Prendendo in prestito la sua intuizione, dovremmo chiederci se oggi quella stessa sproporzione non riguardi anche le parole e le immagini. Abbiamo costruito sistemi capaci di produrne più di quante possiamo leggere, immagini più numerose di quante possiamo verificare, versioni dei fatti più rapide di quanto possiamo confrontarle. È forse questa la nuova sproporzione: da una parte apparati capaci di produrre e moltiplicare incessantemente informazioni, immagini e narrazioni; dall’altra noi, con il nostro tempo limitato, la nostra attenzione fragile, la fatica di capire e di guardare davvero, non solo di ricevere ciò che ci viene messo davanti. A un certo punto ci stanchiamo. E diciamo: non credo più a niente. Ma è proprio allora che diventiamo più vulnerabili. Perché il punto non è soltanto la crisi della verità: è ciò che accade quando, smarrita la fiducia nella verità, ci consegniamo alla realtà costruita da qualcun altro, a uno sguardo che non è più il nostro. E allora chiediamoci: come si torna a vedere con i propri occhi? Non a una certezza facile, perché la realtà è complessa, contraddittoria, difficile da comprendere. Va cercata, ascoltata. A volte ci costringe a cambiare idea. Ma continua ad accadere. Anche quando nessuno la racconta, anche quando nessuno la inquadra per noi. È nelle vite delle persone, nelle cose piccole che spesso non fanno notizia e che per questo restano, di regola, fuori campo. Se il potere si gioca sempre di più su chi decide che cosa vediamo, allora vedere ciò che nessuno ha interesse a mostrarti diventa, forse, un piccolo atto politico. Spesso incontro, davanti al suo portone, una signora molto anziana. È curva. Accanto a lei ci sono il suo deambulatore e una piccola spesa. Per entrare in casa deve superare una rampa di scale prima di raggiungere l’ascensore. E allora aspetta. Non chiede nulla. Non chiama nessuno. Aspetta semplicemente che qualcuno passi e si accorga di lei. Che qualcuno veda il deambulatore. La piccola borsa della spesa. Che veda lei. La fatica di quella rampa di scale. E capisca, senza che lei debba dirlo, che da sola non può farcela. Perché chiedere, a volte, è faticoso. È doloroso. Ogni volta penso che forse la realtà comincia proprio da qui: da qualcuno che nessun algoritmo ha interesse a mostrarci, e che aspetta comunque, davanti a noi. Dal nostro sguardo, quello vero, non quello che qualcun altro ha già deciso per noi. Possiamo discutere per ore del mondo, indignarci, condividere notizie, litigare per affermare le nostre ragioni. E poi passare accanto a quella signora senza vederla. La realtà, forse, era lì. Davanti a noi. Ad aspettare che qualcuno, per una volta, decidesse di guardare con i propri occhi. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Come si torna a vedere con i propri occhi? proviene da Comune-info.
September 1, 2026
Comune-info
Guerra alla guerra. Ripoliticizzare la vita
CIÒ CHE ANIMA I NUOVI PADRONI DEL MONDO È LA CONVINZIONE DI TROVARSI ALL’INIZIO DI UNA NUOVA STORIA, DOVE L’IMPETUOSO SVILUPPO TECNOLOGICO NON LASCIA PIÙ SPAZIO ALLE LETTURE ETICHE DELL’AGIRE POLITICO, MA ANCHE L’IDEA DELLA GUERRA COME MEZZO DI PURIFICAZIONE NEI CONFRONTI DEL MALE. PER QUESTO È DIFFUSO IL BISOGNO IN BASSO DI SOSTENERE, IN TANTI MODI DIVERSI, LA NECESSITÀ DI RIPOLITICIZZARE LE RELAZIONI, CIOÈ IL BISOGNO DI RIDEFINIRE LE PRIORITÀ E I VALORI NON IN MODO ASTRATTO MA SULLA BASE DI UNA CONTRAPPOSIZIONE ALLO STATO DI COSE PRESENTI. CHE TIPO DI RELAZIONI SOCIALI PROPONIAMO? QUALE RAPPORTO CON LA NATURA? COSA SIGNIFICA SVILUPPO? IL MUTUALISMO PUÒ OFFRIRE DELLE SOLUZIONI? -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- In una recente intervista di Simone Pieranni a Wang Hui – probabilmente l’esponente più in vista della New Left cinese – l’influente pensatore politico dedica ampio spazio a due concetti: la “politica della depoliticizzazione” e la “ripoliticizzazione”. Riprendendo per sommi capi ciò che Wang Hui dice, la depoliticizzazione non è, come sembrerebbe indicare il termine, l’assenza della politica tout court. È piuttosto la presentazione di atti, discorsi, strategie sulla base di protocolli di pretesa neutralizzazione, o tecnicizzazione, degli stessi, con lo scopo di sottrarli alla controversia politica, stigmatizzando e criminalizzando i suoi detrattori. La neutralizzazione propone una universalità di valori basati sui concetti apparentemente indiscutibili di progresso tecnologico, predisposizione genetica, centralità del QI, fiducia nelle capacità dei migliori di produrre ciò di cui abbiamo bisogno, il diritto all’accesso a ciò che serve a qualunque costo, in nome di uno sviluppo che si presenta come infinito e inarrestabile. Dietro a tutto questo, come ha dimostrato Quinn Slobodan, c’è una scelta politica precisa, con obiettivi chiari. È la stessa, sembra, che Wang Hui riconduce alla politica della depoliticizzazione. Ancora una volta, sono gli USA a definire le linee lungo le quali si articola questo nuovo corso. Non tutto è frutto della attuale amministrazione, anche se il trumpismo rappresenta la sua estremizzazione, sotto molti punti di vista. In termini generali, questa politica è, o si presenta come, la risposta allo stato di crisi in cui si trova l’Occidente, per lo meno a partire dal 2008. La politica della depoliticizzazione va oltre le forme più consolidate di organizzazione neoliberalista del rapporto tra mercato e istituzioni, pubblico e privato. Spinge verso i nuovi scenari di cui, con gradi diversi di consapevolezza, siamo tutti testimoni. Sostenuta dall’impatto dell’IA sull’impalcatura istituzionale, sulle forme di organizzazione del lavoro, delle configurazioni sociali, della vita nella sua accezione biologica e sociale più ampia, la politica della depoliticizzazione si presenta oggi come l’antitesi dell’etica in politica. Quello che stiamo vivendo non è appena un ulteriore passaggio nella lunga e lineare vita del capitalismo. Alla visione depoliticizzata dei nuovi padroni del mondo non basta più la definizione del modello capitalistico come “la fine della storia”. Ciò che li anima è la convinzione di trovarsi all’inizio di una nuova storia, dove l’impetuoso sviluppo tecnologico non lascia più spazio alle letture etiche dell’agire politico del XX secolo. In quell’ambito si inseriscono la proiezione transumanista di superamento della morte, la ridefinizione escatologica del destino del mondo, l’individuazione con toni biblici dei nemici della loro idea di progresso. Conseguentemente, la guerra, declinata in molti modi differenti, assume la funzione purificatrice nei confronti del male, dell’Anticristo. Quest’ultimo è semplicemente tutto ciò che si frappone alla produzione del futuro definito dal loro “progetto teologico secolarizzato”, come lo chiama Rafael Azzi. Che sia guerra all’ambiente, ai poveri, a quel che rimane dello stato sociale, in nome di uno “sviluppismo” che non fa prigionieri, o che la si consideri nel senso più stretto del termine, la politica della depoliticizzazione trova nella guerra la sua più coerente e elevata espressione. Per Wang Hui, anzi, la guerra non è altro che la continuazione della politica della depoliticizzazione. E su questo, sembra difficile trovare argomenti che confutino la sua tesi. Il successo di questa politica sta nella capacità di penetrazione e condizionamento tanto della nostra vita attiva sempre più connessa, quanto del nostro inconscio offline. A questo proposito, un altro intellettuale cinese, Yuk Hui, preferisce, parlando del modello economico e culturale dominante, porre l’accento sui processi di disindividuazione come conseguenza di una prevalenza delle pulsioni, rispetto all’economia della libido. Da qui nasce la necessità di una nuova individuazione del pensiero, “per la cui realizzazione la tecnologia è fondamentale”, visto che proprio l’uso attuale della tecnologia è visto come la causa principale della disindividuazione. Una nuova individuazione corrisponde, quindi, alla declinazione a livello della vita del soggetto del concetto di ripoliticizzazione che Wang Hui analizza collocandosi su un piano relazionale più ampio. Sostenere la necessità di ripoliticizzare le relazioni non significa misconoscere la molteplicità di azioni politiche che, nei più disparati ambiti, registrano livelli di partecipazione popolare molto elevati. Non è questo il punto, o, se vogliamo, questo è solo un aspetto del processo di ripoliticizzazione di cui si intende parlare e forse, o per fortuna, il meno problematico. Dall’Europa alle sue frontiere esterne (Albania e Serbia), a molti paesi del tricontinente, tra cui Kenya e India, senza dimenticare gli USA è un continuo diffondersi di proteste politicamente importanti ed efficaci. Il tema della ripoliticizzazione interessa tanto le azioni politiche specifiche, quanto il “politico”. Questo è da intendersi come il senso generale dell’agire che ridefinisce le priorità e i valori, sulla base di una contrapposizione antagonistica allo stato di cose presenti. La sua fondazione non è astratta, ma radicata nelle lotte politiche che a esso rimandano. Il politico non è la sommatoria di quelle vertenze politiche, anche laddove queste nascono all’interno di uno stesso ambito e manifestano delle analogie, o punti di contatto. Rimanda al concetto di egemonia, intesa nel senso gramsciano di lotta culturale nella dimensione etico-politica, che Laclau ha tradotto nell’idea di catene equivalenti crescenti tra soggetti e azioni per la definizione di una democrazia radicale. Il politico, quindi, costituisce il quadro di riferimento antagonistico, a cui le diverse azioni politiche rimandano e che, allo stesso tempo, ognuna di esse contribuisce a formare. Esiste un processo di reciprocità tra i due elementi: è questo che definisce il percorso di costituzione dell’egemonia. È un percorso che va attivato, non è sempre e già esistente da qualche parte, che ha bisogno solo di essere portato alla superficie. Le catene equivalenti e le articolazioni tra i soggetti che producono azioni politiche antagoniste sono la nervatura e l’ossatura di quel percorso. Sulla base di quanto è stato detto nelle righe precedenti, l’elemento che può costituirsi come quadro di riferimento della potenza collettiva delle azioni politiche che si fanno politico è “la guerra alla guerra”. Questo sembra essere oggi il significante in grado di mettere in moto un progetto egemonico di ampio raggio. La guerra intesa nella sua accezione più ampia – si è detto – è la continuazione della politica della depoliticizzazione. Combattere quella politica con le armi della ripoliticizzazione significa fare di ogni azione che la contrasti un tassello del progetto egemonico che vogliamo condurre a termine. Per fare questo, abbiamo bisogno di produrre elementi convincenti, che non si limitino a contrastare. Abbiamo bisogno anche di nuovi nomi. La guerra che vogliamo muovere alla guerra all’ambiente deve poter dire che tipo di rapporto proponiamo tra la società umana e la natura, cosa significa sviluppo, produzione e consumo in prospettiva ecosocialista, come sostiene Sabrina Fernandes. Lo stesso vale per la guerra contro la guerra ai soggetti marginali, alla sanità e alla scuola pubblica, al diritto a una vita degna, a una casa, a un reddito. Il mutualismo può offrire delle soluzioni? Aiuta a definire un modello societario in cui investire, proprio perché sottratto alla valorizzazione diretta del capitale? Combattere le guerre genocide che usano le armi prodotte direttamente o indirettamente nelle nostre città e che transitano nei nostri porti ha bisogno di ulteriori alleanze per promuovere azioni efficaci e durevoli. Ciò che sta già avvenendo è importantissimo, ma non è sufficiente: la lotta deve trovare il modo di estendersi non solo in orizzontale, ma anche in verticale, lungo la catena di approvvigionamento. I nuovi mezzi computazionali di organizzazione, produzione e controllo devono diventare un campo di battaglia, facendo della conoscenza un’arma da rivolgere contro i loro produttori. Anche questo passaggio rientra nella supply chain su cui è importante intervenire. Gli hacker, come li intende MacKenzie Wark, cioè i produttori di informazioni e metodi di utilizzo dei sistemi contro i loro padroni vettorialisti, sono, da questo punto di vista, un soggetto di importanza vitale. La creazione di catene equivalenti, l’articolazione tra soggetti diversi, producono sapere, cura, solidarietà, consapevolezza e potenza. È lì dove il politico viene rafforzato da e rafforza l’espansione delle lotte in un ecosistema che non ha confini prestabiliti. La sua dimensione si definisce sulla base del funzionamento di un’ecologia, dove tutto co-evolve e dove la distribuzione delle azioni non è sinonimo di debolezza, ma di variabilità non totalizzabile di una rete. La città si presenta come il laboratorio ideale dove la ripoliticizzazione può assumere concretezza e visibilità immediata, dove sperimentare un percorso che abbia come obiettivo la creazione di una nuova egemonia culturale e etico-politica. Questa trova sostegno e forza nell’idea di cittadinanza attivista, che ridefinisce le posizioni e le priorità di chi vive e trasforma gli spazi urbani quotidianamente, dentro e contro le trasformazioni imposte. Le articolazioni, i punti di sutura tra le azioni distribuite dei soggetti, ognuno con la propria specificità, contribuiscono a definire e ampliare il significato di “Guerra alla guerra”. Se questo significasse sottrarci, almeno in parte, all’asfissia opprimente e criminale che ci circonda, la guerra alla guerra potrebbe diventare allora il modo per ricominciare a respirare collettivamente. È accaduto al tempo delle città ribelli, accade oggi con la New York di Mamdani. Le città, talvolta, ci sorprendono per la capacità di trasformazione che dimostrano, grazie all’autonomia, o sovranità, che le contraddistingue e che ha fatto sì che, in passato, fossero viste come ambiti “illegali”. Se la storia si ripetesse, non avremmo altra scelta che stare, senza alcun rimorso, dalla parte dell’illegalità. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Guerra alla guerra. Ripoliticizzare la vita proviene da Comune-info.
August 31, 2026
Comune-info
Per una fotografia delle relazioni
VIVIAMO IMMERSI IN UN FLUSSO ININTERROTTO DI IMMAGINI CHE ANESTETIZZA LA NOSTRA CAPACITÀ DI ATTENZIONE. MA LA FOTOGRAFIA È ANCHE IN GRADO DI DEVIARE QUESTO FLUSSO: ACCADE CON LA COSIDDETTA FOTOGRAFIA UMANISTA, QUELLA CHE MOSTRA LE PERSONE NELLA LORO VITA DI OGNI GIORNO, LE LORO RELAZIONI CON GLI ALTRI E CON IL MONDO, UNA FOTOGRAFIA CHE NON SI LIMITA A DOCUMENTARE UNA REALTÀ MA CERCA DI RESTITUIRNE LA DIMENSIONE UMANA. SCRIVE MASSIMO TENNENINI, ANTROPOLOGO, FOTOGRAFO E FILMAKER, CHE ACCOMPAGNA LA VITA DI COMUNE DA MOLTI ANNI: «IL FOTOGRAFO NON DOVREBBE CERCARE SEMPLICEMENTE DI “RUBARE” UN’ESPRESSIONE O DI CATTURARE UN VOLTO, MA COSTRUIRE LE CONDIZIONI PERCHÉ QUELLA PERSONA POSSA MOSTRARSI. LA FOTOGRAFIA NASCE ALLORA DA UNA FORMA DI ASCOLTO…» Messico – Chiapas, nella Selva Lacandona -------------------------------------------------------------------------------- La fotografia umanista può essere definita come una forma di fotografia che pone l’essere umano nella sua vita quotidiana, le sua relazioni con gli altri e con il mondo al centro dello sguardo fotografico. Non si limita a documentare una realtà, ma cerca di restituirne la dimensione umana. Un elemento fondamentale è quindi lo sguardo. La fotografia nasce da uno sguardo partecipe, attento e rispettoso, che non considera la persona fotografata come un semplice oggetto da rappresentare, ma come un soggetto portatore di una storia, di una memoria e di una propria dignità. Cerca di suscitare una relazione emotiva e una riflessione sulla condizione umana. La realtà viene interpretata attraverso la sensibilità del fotografo, attraverso la scelta dell’istante, dell’inquadratura, della luce e soprattutto attraverso la relazione che si stabilisce con il soggetto. Una fotografia fatta attraverso uno sguardo umano: uno sguardo capace di osservare, comprendere e restituire dignità alla persona e alla realtà che la circonda. Il rapporto tra fotografo e soggetto è forse il punto più delicato della fotografia. Nel ritratto, infatti, il fotografo non si trova semplicemente davanti a una persona: si trova davanti a un’altra soggettività. Fotografare significa quindi stabilire, anche se per poco tempo, una relazione. Ogni ritratto è dunque il risultato di un incontro tra due sguardi. Questo aspetto assume un’importanza particolare. Il fotografo non dovrebbe cercare semplicemente di “rubare” un’espressione o di catturare un volto, ma costruire le condizioni perché quella persona possa mostrarsi. La fotografia nasce allora da una forma di ascolto: prima ancora di premere il pulsante, occorre osservare, aspettare, comprendere. È particolarmente importante distinguere tra guardare e vedere. Guardare può essere un atto rapido e superficiale; vedere implica invece attenzione. Un volto non è soltanto una fisionomia: porta con sé segni, esperienze, appartenenze, emozioni, silenzi. Nel ritratto, il fotografo cerca di attraversare quella superficie senza pretendere di possederne il significato. Questo è ancora più evidente quando si fotografano persone appartenenti a culture lontane da quella del fotografo. Esiste sempre il rischio di trasformare l’altro in un’immagine esotica, in una rappresentazione stereotipata della diversità. La fotografia dovrebbe invece cercare di restituire al soggetto la sua individualità: non “un indigeno”, non “un contadino”, non “un povero”, ma quella precisa persona, con il proprio sguardo e la propria storia. Nel ritratto, quindi, l’etica e l’estetica finiscono per incontrarsi. Come fotografiamo qualcuno dipende anche da come lo consideriamo. Una persona fotografata con rispetto può conservare nella fotografia una presenza, una dignità e una complessità che vanno oltre l’immagine stessa. In questa prospettiva, il ritratto non è semplicemente la fotografia di qualcuno, ma la fotografia di un incontro. Il volto che appare nell’immagine appartiene al soggetto, ma l’immagine appartiene anche alla relazione che si è stabilita tra chi ha fotografato e chi ha accettato di essere fotografato. Anche quando fotografa persone appartenenti a realtà lontane dalla propria, dovrebbe cercare di riconoscere nel soggetto una persona con una propria individualità, una propria storia e una propria dignità. Si crea così una relazione reciproca perché io guardo te e tu guardi me mentre ti guardo. In quel breve istante entrambi partecipano alla costruzione dell’immagine. Ciò che conta è la capacità del fotografo di cogliere qualcosa che vada oltre la superficie del volto: uno sguardo, una tensione, una fragilità, una fierezza. Non quando il fotografo riesce semplicemente a “rubare” un’espressione, ma quando riesce a creare le condizioni perché l’altro possa mostrarsi, anche solo per un istante, nella propria irriducibile individualità. Forse è proprio questo che rende il ritratto così affascinante: fotografare il volto dell’altro significa confrontarsi con ciò che dell’altro non potremo mai possedere completamente. L’immagine ce ne restituisce una traccia, un frammento, una presenza; tutto il resto rimane al di là della fotografia. In questo tipo di fotografia lo sguardo non dovrebbe essere soltanto curioso, ma attento e partecipe. Guardare l’altro significa cercare di avvicinarsi alla sua realtà senza pretendere di possederla o di comprenderla completamente. È uno sguardo che riconosce una distanza che può essere culturale, sociale, geografica, talvolta anche emotiva, ma cerca di trasformarla in una possibilità di incontro. Qui entra in gioco l’empatia. Essere empatici non significa necessariamente identificarsi con la persona fotografata, significa piuttosto riconoscere che davanti all’obiettivo c’è un individuo portatore di una propria storia, di una memoria, di emozioni e di una propria visione del mondo. Significa anche che a volte il gesto più rispettoso può essere quello di non scattare -------------------------------------------------------------------------------- Articolo scritto in occasione della Giornata mondiale della fotografia si celebra ogni anno il 19 agosto per ricordare l’invenzione del dagherrotipo nel 1839. Massimo Tennenini, antropologo, fotografo e filmaker, si occupa da molti anni dei popoli nativi dell’America Latina e in particolare delle popolazioni Maya del Guatemala e del Sud-Est messicano. Ha collaborato con la cattedra di Antropologia Economica e con quella di Antropologia Culturale presso la facoltà di “Scienze della comunicazione” dell’Università La Sapienza di Roma. Aiuto regista e autore dei testi, ha lavorato, tra l’altro, per la Rai (nella realizzazione di alcune inchieste), il ministero dell’Ambiente, la Cgil e alcune Ong (ha collaborato, tra l’altro, con organizzazioni indigene del Chiapas per la creazione di diverse “Case di salute”). Ha realizzato numerose mostre fotografiche e diversi audiovisivi. Il suo sito è www.tennenini.it. Un anno fa abbiamo scelto una fotografia di Massimo Tennenini per la copertina del libro Gridare, fare, pensare mondi nuovi (ed. Eleuthera), che raccogli testi di Marco Calabria. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Per una fotografia delle relazioni proviene da Comune-info.
August 28, 2026
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Stare svegli
Foto di Danny Burke su Unsplash C’è una canzone, prima ancora che uno slogan. Nel 1938 un musicista di nome Lead Belly scrive “Scottsboro Boys”, la storia di nove ragazzi neri accusati ingiustamente di stupro in Alabama, arrestati su un treno, quasi linciati prima ancora del processo. Alla fine della canzone, un avvertimento a chi come lui attraversa quello stato: se ci passate, tenete gli occhi aperti. “Stay woke“. Non è una metafora. È un consiglio pratico, di quelli che si danno a chi rischia la vita per un errore di percorso. Un modo per dire: io sono già stato dentro l’ingiustizia, tu non fidarti della quiete apparente. Da lì la parola ha camminato per decenni dentro le comunità afroamericane, passata di bocca in bocca, prima di ogni hashtag: un modo di volersi bene restando all’erta, di proteggersi a vicenda da un pericolo che per altri era invisibile e per loro era quotidiano. Poi, qualche anno fa, qualcosa si è spezzato. La parola è uscita da quella bocca ed è entrata in un’altra — talk show, meme, dibattiti — e a un certo punto ha smesso di indicare una vigilanza per diventare un’etichetta con cui accusare. Il passaggio non è stato annunciato. È successo nel punto esatto in cui qualcuno ha iniziato a usarla senza aver mai avuto bisogno di restare sveglio per sopravvivere. È lì che vorrei fermarmi. In quel punto di cerniera. Perché forse il problema non è la parola, è che l’abbiamo spostata senza chiederci se avevamo il diritto di portarcela via. Restare svegli, per chi l’ha coniato, non era una posizione da difendere nei dibattiti. Era un modo per accorgersi di chi restava indietro o veniva travolto, non come categoria astratta, ma come persona con un nome e una storia. Il lavoratore che muore in un cantiere o sotto il sole nei campi, nel silenzio di tutele evaporate in nome del profitto. La donna che chiede aiuto prima che sia troppo tardi e si scontra con la sottovalutazione o l’abbandono. Il ragazzo nato e cresciuto nelle nostre città a cui una legge cieca continua a ripetere che questa non è la sua casa, lasciandolo in una sospensione senza tutele. La persona anziana che rinuncia a curarsi perché la sanità pubblica è diventata un percorso ad ostacoli inaccessibile. Sono vite, non capitoli separati di un programma politico. Nessuno di loro vive la propria sopraffazione dividendo la mancanza di reddito dalla negazione della dignità: vive tutto insieme, nello stesso respiro faticoso. Forse è per questo che la parola, arrivata fin qui, suona così diversa da come è nata. Nel dibattito pubblico è diventata uno schieramento, si è o non si è, come se restare svegli fosse un’appartenenza invece che un’attenzione verso la sofferenza altrui. E una volta che un’attenzione diventa bandiera, smette di chiedere qualcosa a chi la usa. Diventa comoda. Viene da pensare a Simone Weil, quando scriveva che l’attenzione pura è la forma più rara e più alta di generosità. Per Weil, guardare davvero chi soffre non significa applicargli una categoria, un’etichetta o una teoria politica preconfezionata, ma rivolgergli una domanda semplicissima e spietata: «Qual è il tuo tormento?». Sotto la caricatura mediatica resta allora questa sola domanda originaria, che richiede lo sforzo di uno sguardo spogliato da ogni appartenenza. Non è un’ideologia da sbandierare, ma un esercizio continuo della presenza, la capacità di sostare di fronte al dolore dell’altro senza trasformarlo in un argomento di discussione. Qualcosa che va rinnovato ogni giorno, come chi, ancora oggi, ripete a chi ama: stai attento, tieni gli occhi aperti. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Stare svegli proviene da Comune-info.
August 28, 2026
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