Quando la memoria non basta più
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Creare ambienti di apprendimento sicuri e inclusivi per bambine e bambini rimane
più importante che mai nella Striscia di Gaza. Grazie al sostegno dell’Occupied
Palestinian Territory Humanitarian Fund e a Vento di Terra, sei “Spazi
Temporanei di Apprendimento (Temporary Learning Spaces, TLS)” hanno accolto
oltre mille bambini che vivono nei campi per sfollati interni nella Middle Area,
a Gaza City e a Khan Younis
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“Io non ho voluto avere un figlio perché ho vissuto Auschwitz”
(Imre Kertész, Kaddish per il bambino non nato)
اللهم اجعله طيراً من طيور الجنة
“O Allah, rendilo un uccello tra gli uccelli del Paradiso”
(Duʿāʾ islamico per un bambino defunto)
Imre Kertész scrisse un Kaddish per il figlio che decise di non avere. Dopo
Auschwitz, il mondo gli appariva troppo crudele per essere consegnato a una
nuova vita. La Shoah non gli aveva tolto soltanto il passato: aveva incrinato la
fiducia stessa nel futuro.
Circa un milione e mezzo di bambini ebrei furono uccisi durante lo sterminio
nazista, insieme a migliaia di bambini rom e con disabilità. Quei bambini
appartengono alla memoria dell’umanità e nessuno può permettersi di
dimenticarli.
Ma ricordare non significa soltanto custodire il passato. Non significa
sovrapporre tragedie diverse né cancellarne l’unicità storica. Significa
chiedersi quale valore abbia la memoria se non diventa un principio universale,
capace di proteggere ogni vita umana, soprattutto quella più indifesa.
La memoria non è un premio riservato alle vittime della storia. È una
responsabilità verso le vittime di oggi. Oggi quella responsabilità ci conduce a
Gaza.
Ci sono immagini che dovrebbero essere impossibili. Un bambino ucciso mentre
cerca acqua. Una bambina colpita mentre torna da scuola. Un neonato ferito
mentre viene allattato. Non sono soltanto episodi di guerra. Sono la negazione
dell’infanzia.
I bambini non appartengono a uno Stato, a un esercito o a una bandiera.
Appartengono all’umanità.
La Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite, nel
rapporto L’essenza dell’infanzia è stata distrutta, afferma che nei primi due
anni di guerra almeno 20.179 bambini sono stati uccisi e 44.143 sono rimasti
feriti nella Striscia di Gaza. Parla di azioni che hanno «cancellato l’infanzia»
e sostiene che l’uccisione e il ferimento dei minori abbiano contribuito a
distruggere la continuità biologica e l’esistenza futura del popolo palestinese.
Israele respinge queste conclusioni. Ma nessuna contestazione cancella il fatto
essenziale: decine di migliaia di bambini sono stati uccisi, mutilati o segnati
per sempre.
Se oltre il trenta per cento delle vittime sono bambini, non possiamo rifugiarci
nel linguaggio degli “effetti collaterali”. Quando una guerra divora l’infanzia,
non colpisce soltanto il presente: cancella il domani.
Dietro quei numeri ci sono volti, nomi, famiglie. Ci sono bambini colpiti nelle
scuole, negli ospedali, nelle tende dei campi profughi, mentre cercavano un
pezzo di pane o un sorso d’acqua. Ci sono migliaia di piccoli sopravvissuti che
porteranno dentro di sé ferite che nessuna ricostruzione potrà cancellare. È qui
che la memoria viene messa alla prova. Il popolo ebraico ha conosciuto uno dei
punti più bassi della storia umana. Proprio per questo, vedere lo Stato di
Israele accusato di una violenza che colpisce in modo così devastante l’infanzia
palestinese apre una ferita morale che attraversa il mondo intero. Non perché le
due tragedie siano uguali. Non lo sono. Ma perché nessuna memoria del dolore può
perdere il suo carattere universale. Se il ricordo della persecuzione non ci
rende più sensibili alla sofferenza di altri bambini, allora qualcosa si è
spezzato.
Primo Levi scriveva che «è avvenuto, quindi può accadere di nuovo». Non era una
profezia rivolta a un solo popolo. Era un monito per tutta l’umanità. Ogni volta
che l’altro viene disumanizzato, ogni volta che la vita di un bambino diventa un
prezzo accettabile, quel monito torna a interrogarci.
Eppure il mondo sembra già voltare pagina. Le crisi si susseguono, l’attenzione
si sposta altrove, Gaza scompare lentamente dai notiziari. L’orrore si consuma,
poi si normalizza. Infine viene dimenticato. È sempre così che l’indifferenza
vince.
Per questo oggi non basta ricordare Auschwitz. Non basta commemorare. Non basta
pronunciare “mai più” una volta all’anno. Occorre avere il coraggio di
riconoscere il dolore ovunque si manifesti, anche quando ci mette a disagio,
anche quando riguarda chi consideriamo lontano, anche quando ci obbliga a
criticare chi pensavamo immune da ogni giudizio morale.
Nel ghetto di Terezín il giovane Pavel Friedmann ha scritto: “Le farfalle non
vivono nel ghetto”. Quelle parole sembrano attraversare il tempo fino a Gaza.
Perché le farfalle non vivono dove viene cancellata l’infanzia. E nemmeno la
pace può nascere dove ai bambini viene negato il futuro.
Sotto cieli diversi, due preghiere continuano a salire verso lo stesso Dio. Il
Kaddish ebraico e il duʿāʾ islamico per un bambino morto. Parlano lingue
diverse, ma custodiscono lo stesso dolore. Ci ricordano che il pianto di una
madre non ha nazionalità e che nessun bambino smette di essere bambino perché
nasce dalla parte sbagliata di un confine.
La domanda, allora, riguarda tutti noi. A cosa serve la memoria, se non ci
impedisce di accettare l’inaccettabile? A cosa serve dire «mai più», se quel
principio non vale per ogni bambino? La memoria è l’inizio. L’umanità è il suo
compimento. Se la memoria non ci conduce fin lì, allora non basta più.
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> Le tende educative di Gaza
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