2001-2026 Genova Social Forum ReLoad: “Stomaco”, un esercizio collettivo di memoria
(NdR) L’appuntamento da NON mancare domani sera a Genova subito dopo l’Assemblea
NoKings a Palazzo Ducale (ne abbiamo scritto qui) è al Teatro La Claque (Teatro
della Tosse, Vico San Donato 9. h 19.30) per il monologo Stomaco di e con
Giorgia Mazzucato. Classe 1990, nei giorni di Genova 2001 aveva solo 11 anni e
crescendo ha sentito l’esigenza di ripercorrere quegli eventi «perché parlano
anche di me».
Attrice, autrice, regista, allieva di Dario Fo, Franca Rame, Marco Baliani,
Andrea Pennacchi, Giorgia ha ricevuto dei premi importanti, ha fondato e dirige
a Roma la Scuola SB Teatro e da quindici anni è in tournée con monologhi che
uniscono l’impegno civile alla comicità. Uno di questi, Komorebi, finalista
al CQF del National Queer Theatre (NY), è diventato anche un libro, edito
da People nel 2023. Nel 2025 debutta con questo nuovo spettacolo, Stomaco, che
subito diventa anche un libro (Ed People) e nel 2026 si traduce anche in
podcast con le voci di Elena Giuliani e Haidi Gaggio Giuliani.
Qui di seguito, alcuni brani per gentile concessione dell’autrice. E quanto al
week end oltre all’Assemblea NoKings di domani a Palazzo Ducale, l’appuntamento
importante sarà domenica, 19 luglio, h 15.30 in Piazza Alimonda per il Corteo
Nazionale.
“Stomaco”, un esercizio collettivo di memoria
Vi vorrei dire una cosa e ve la vorrei dire subito.
Io sono terrorizzata. Tutto quello che sta accadendo nel mondo oggi, durante
questo Ventennio del nuovo secolo, mi atterrisce. Non lo dico tanto per dire,
eh. Lo dico nel senso che spesso mi si ferma il respiro, mi si stringono le
viscere, mi scoppia un pianto dentro (dentro: sono veneta ed emotivamente
costipata).
Crisi climatica, fascismi, dunque ecoansia, fascioansia. Per il mio nuovo testo
volevo parlare dell’urgenza della mia e delle nuove generazioni di rovesciare il
mondo, della rabbia di sentirsi violatə, della paura di essere fuori tempo
massimo e dell’orgoglio nel continuare a lottare contro ciò che è
inequivocabilmente ingiusto.
Immergendomi nel progetto, però, ho capito che, per parlare di tutto questo,
avrei dovuto anche fare i conti con una storia che non avevo mai affrontato
veramente: la storia di quella generazione, prima della mia, che già parlava dei
nostri problemi di oggi e che quasi ce l’aveva fatta a cambiare il mondo, ma che
era stata spezzata a Genova nel 2001.
Quello che ne è venuto fuori è un grido di rabbia, un dito nella piaga, una
richiesta d’aiuto, una ricerca di futuro, un esercizio collettivo di memoria.
Ecco, memoria.
Ho imparato in questi anni che la memoria è un muscolo. Non è un quadro fatto e
finito, da appendersi in casa e omaggiare una-due volte l’anno per pulirsi la
coscienza. La memoria è un muscolo, sporco, strappato e pieno di spasmi, da
allenare. E quello che mi sembra, ora, è che siamo completamente fuori forma
democratica, umana. E mi pare sempre più evidente che dobbiamo riprendere a
faticare e sudare per evitare di finire col rilassarci e trovare rassegnata
abitudine in questa distopia.
Scrivendo Stomaco, lo spettacolo da cui è tratto questo libro, mi sono accorta
che io, di quanto accadde a Genova nel 2001, non sapevo nulla: qualche titolo di
giornale, qualche immagine rimasta nella Storia, ma di quello che
accadde davvero e del come, niente. E allora ho chiesto, a persone vicine a me,
della mia generazione: niente. Figurati quelle dopo, ancora più lontane.
Una parentesi temporale rimossa, una pagina strappata da un libro di storia,
un’amnesia localizzata, una parte di cervello del nostro Paese chirurgicamente
asportata.
Quindi mi sono messa a studiare, sono andata a Genova, ho incontrato testimoni e
protagonistə, ho letto le carte di tutti i processi, a Bologna ho setacciato
l’archivio di foto, video e audio.
Poi ho cominciato a scrivere e mi sono fermata più e più volte, smarrita, perché
più tentavo di afferrare le questioni, più queste perdevano di contorno, mi
sgusciavano tra le dita e mi riportavano qui, ad oggi, nel mezzo del mondo, come
un trauma irrisolto.
Mi sono persa, più e più volte. Che senso ha parlare del G8 del 2001, oggi? Che
senso ha che ne parli io, che in quei giorni ero in un campeggio distante 400
chilometri da Genova? Ogni volta che cercavo un senso, leggevo e l’attualità mi
rispondeva, puntualissima e sfacciata:
«Reggio Emilia, 10 agenti condannati per le violenze in carcere».
Sky TG24, 17 febbraio 2025
«La Corte di appello di Firenze ha confermato le condanne per tortura a carico
di agenti penitenziari per le violenze inferte nel 2018 a una persona detenuta
nel carcere di San Gimignano».
Amnesty International, 4 aprile 2025
Questo libro non vuole essere un libro “bello”, vuole essere un libro “utile”.
Uno strumento di lotta e di memoria, per ricordarci che quello che viviamo oggi
ha radici passate e dobbiamo esserne consapevoli per essere più prontə. E se si
dice che la Storia è ciclica, beh: a noi allora è capitato questo giro di
giostra. E così sia. Rimbocchiamoci le maniche come hanno fatto le persone prima
di noi che ci hanno fatto strada fino a qui. Ora tocca a noi.
Tocca a noi ricordarci che saremo sempre più di loro, che saremo sempre più di
chi ci vuole in silenzio, a servizio. Tocca a noi prendere posizione, esporci,
squarciare questa neutralità che protegge e maschera chi ci opprime. Genocidio
in Palestina, mattanza delle persone migranti, discriminazioni ai danni della
comunità queer e in particolare trans, abusi sulle persone detenute: queste sono
solo alcune delle distorsioni accettate come scelte possibili, che esistono nel
nostro oggi, a pochi metri e chilometri da noi.
Tocca a noi ricordarci che tutto questo non è accettabile. Tocca a noi
ricordarci che su certi argomenti la radicalità è semplice buon senso, che su
certi argomenti esiste inequivocabilmente il giusto e lo sbagliato.
Come può essere opinabile il diritto di una persona a esistere nel rispetto
della propria dignità? Tocca a noi ricordarci di stare dalla parte giusta e
agire. Avremmo preferito non esporci e starcene sul divano? Credo di sì. Ma
starcene sedutɜ non è più un’opzione.
Scrivendo lo spettacolo e poi questo libro, ho capito che la storia non fluisce.
La storia si aggroviglia in nodi che stringono passato e presente insieme. Che
solo l’attenzione, la rabbia, lo studio, la sorellanza, la paura e la lucidità
ti possono salvare dal gas. Che le ex Tute Bianche erano guidate da Luca
Casarini, che poi fonderà Mediterranea, che salva le vite in mare, e che poi
verrà spiato dal software Graphite, dell’azienda israeliana Paragon, usato dal
governo italiano. E che quasi tutti i responsabili delle torture del passato
hanno ricevuto promozioni e ora, nel presente, sono ai posti di comando senza
aver fatto un giorno di galera. Che quando alcune persone massacrate alla Diaz
sono tornate nella scuola dopo anni, in concomitanza col processo, sono state
chiamate le forze dell’ordine.
Nel vederle, un ragazzo si è paralizzato. Freezing, muscoli bloccati, terrore
animale, istintivo, nauseabondo. Che in quei giorni, durante il processo Diaz,
nel team legale di quattro capisquadra di quel famoso VII reparto della celere
di Roma che ha guidato il massacro, c’era lui – ecco la seconda volta che lo
nomino –, il protettore dei protettori, il collezionista di busti, la seconda
carica dello Stato: Ignazio Maria Benito La Russa.
Mi manca avere fiducia nelle istituzioni e quasi mi manca l’ipocrita narrazione
delle solite mele marce: ormai non si sente più. Ormai quelle mele non sono più
marce, sono solo mele che fanno in marcia il loro lavoro: «Solidarietà alle
forze dell’ordine».
Manifestazioni pro-Palestina, contro il genocidio, manganello: «Solidarietà alle
forze dell’ordine».
Manifestazione antifascista, contro gli eredi degli assassini della strage di
Bologna, manganello: «Solidarietà alle forze dell’ordine».
Torture nelle carceri di Ferrara, San Gimignano, Torino, Palermo, Milano, Melfi,
Pavia, Monza, Viterbo, Reggio Emilia, Foggia, Bari: «Solidarietà alle forze
dell’ordine».
Braccio armato dello Stato, braccio teso di Delmastro, che chiede «il
conferimento dell’encomio solenne al corpo di polizia penitenziaria in servizio
presso l’istituto penitenziario di Santa Maria Capua Vetere che ha dimostrato di
possedere non comune determinazione operativa». Si scrive “determinazione
operativa”, si legge 283 poliziotti che nel 2020 massacrano le persone detenute
che chiedono prevenzione per il Covid. Encomio solenne.
105 agenti e ufficiali a processo, accusati di tortura pluriaggravata, lesioni,
falso, calunnia. Alcuni di questi, oltre a continuare a lavorare come se nulla
fosse, godranno di un avanzamento di carriera. La ricostruzione ad opera del
partito della fiamma manipola le foto degli eventi aggiungendo armi che non
c’erano e inventando una violenta rivolta, vi ricorda qualcosa? Niente di nuovo
alla luce del gas5.
Per proteggere la cittadinanza servono i codici identificativi sulle divise
delle forze dell’ordine.
«Scordatevelo!».
Proposta bocciata, proposta bocciata, un’altra proposta bocciata.
Solo noi in Europa, con Austria, Paesi Bassi, Lussemburgo e Cipro.
Record sbloccato: anche l’Ungheria ci sorpassa in questa gara di civiltà.
«I codici servono solo per false denunce». (Maurizio Gasparri, 26 febbraio 2024)
False denunce per false manganellate, per falso sangue, per falsi noi.
Abuso come vanto, violenza come pregio:
«Solidarietà alle forze dell’ordine».
«Ma tu fai di tutta l’erba un fascio».
Mi risparmio la battuta troppo semplice sul fascio, non risparmio invece una
riflessione di ingenuo buon senso. Se sei dentro un sistema marcio e non fai
nulla per cambiarlo, sei parte del marcio. Se non ti opponi a ciò che alimenti,
sei nutrimento per ciò di cui fai parte. E se tu sbagli e ammetti, io ti
ascolto. Se tu sbagli e non ammetti, io ti combatto. Se non c’è consapevolezza,
non c’è responsabilità. E se non c’è responsabilità, c’è pericolo.
Se un organismo che ha compiuto e compie torture si autoassolve
sistematicamente, si scherma, si protegge, senza proporre per il proprio e
altrui bene una messa in discussione profonda e totalizzante, come potrà
trasformarsi in qualcosa di diverso?
E se dal suo interno nessunə obietta, come si può avere fiducia nel tutto?
Se nessun filo si alza e dice “basta”, se nessun filo si dissocia, se nessun
filo parla, se nessun filo si ribella, sì, siete tutti erba dello stesso fascio.
Al termine di una delle giornate passate a leggere testimonianze, guardare foto
e video di piazza di quei giorni del luglio 2001, sono andata a letto e
un’ondata di incubi ha preso il sopravvento tra le maglie del mio sonno.
Caschi, manganelli, maschere, urla, ghigni, rumori sordi, puzza, sangue, respiro
affannato. Il sogno proseguiva con me che parlavo dello spettacolo che stavo
scrivendo e lo citavo, con sicurezza, chiamandolo Stomaco.
La mattina mi sono svegliata con una forte nausea e ho pensato: «Beh, mi sembra
un titolo adatto». Mi sono alzata, mi sono fatta un caffè. Ho passato le prime
ore dopo il risveglio a domandarmi come mai questo studio mi stesse
coinvolgendo, assorbendo così, tanto da venirmi a trovare tra le pieghe
dell’inconscio.
Ho aperto il computer e ho scritto questa domanda sulla pagina bianca: perché il
G8 di Genova, perché io?
La risposta è arrivata dopo mesi. Perché parla anche di me, che non c’ero. Di
tutto quello che in quei giorni ho perso senza saperlo. Di quel nodo che riporta
a oggi, nel mezzo del mondo. Nel mezzo di questo mondo di tiranni, silenzi e
statue d’oro.
Centro Sereno Regis