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Quando il boia diventa eroe
LA MEMORIA MUORE QUANDO I CARNEFICI DIVENTANO EROI E LE VITTIME SOLTANTO NUMERI Foto di Nancy Hann su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Mentre noi discutiamo dei 17 centesimi della benzina, a poche centinaia di chilometri da casa nostra sta accadendo qualcosa di molto più grave. Ci stanno rubando la memoria. Ratko Mladić è morto. Anche Harald V di Norvegia é morto ma non fa notizia. Condannato all’ergastolo per genocidio Ratko ha compiuto crimini contro l’umanità. Oltre ottomila uomini e ragazzi musulmani massacrati a Srebrenica. Adesso la Serbia annuncia per lui i massimi onori militari e di Stato. Il problema non è un funerale. Il problema è rendere gli onori alla bara di un uomo condannato per genocidio. Mladić si faceva fotografare mentre accarezzava la testa dei bambini prima di massacrarli e disperdere i loro corpi a pezzi nelle fosse comuni. Questo dovrebbe preoccuparci più dei diciassette centesimi alla pompa di benzina Il male raramente arriva gridando: “Sono il male”. Prima cambia le parole. Poi cambia la memoria. Alla fine trasforma i carnefici in eroi. L’Europa ha dichiarato che la glorificazione dei criminali di guerra non ha posto nei suoi valori, tanto meno in un Paese che chiede di entrare nell’Unione. Sono gli stessi valori che hanno preteso dalla Turchia l’abolizione della pena di morte prima dell’apertura dei negoziati di adesione. L’Europa, se vuole ancora avere un’anima, deve avere confini morali prima ancora che geografici. Mosca intanto parla di sentenza ingiusta e manda le proprie condoglianze. Sulla falsariga dello stesso pensiero aspettiamo di vedere se arriverà qualche analoga parola da Israele, mentre il governo Netanyahu, con Ben-Gvir e la sua estrema destra, continua a Gaza uno scempio che la Commissione d’inchiesta dell’ONU ha definito “genocidio”. Per fortuna ci sono i giovani. Studenti serbi che strappano quegli striscioni celebrativi prendendosi insulti. Stiamo consegnando loro un mondo che non piace neppure a noi. Alcuni stanno avendo il coraggio di rifiutarlo. Il patto diabolico è questo: rendere tutto normale. I nostri criminali diventano eroi. I nostri morti sono vittime, quelli degli altri numeri. Le nostre bombe sono necessarie, quelle degli altri terrorismo. Dobbiamo recuperare la capacità di scandalizzarci. Chi tiene in mano il Vangelo ha ricevuto un ordine preciso: pregare per i nemici dunque. non festeggiamo la morte di Ratko, non desideriamo vendetta e lo affidiamo alla misericordia di Dio. Proprio quel Vangelo, però, ci obbliga a chiamare il male con il suo nome. Per i credenti, la misericordia non cancella la verità. Il perdono non assolve la storia: Gesù perdona il peccatore, non santifica il peccato. Il nazismo non comincia con i campi di sterminio. Comincia molto prima. Quando «i nostri» hanno sempre ragione. Quando i morti degli altri valgono meno. Quando la propaganda rende normale ciò che normale non è. La pace nasce così: dalla memoria che diventa verità, dalla verità che diventa giustizia, dalla giustizia che finalmente può diventare riconciliazione. Non c’è altra via. [Don Giacomo Martino, parroco a Genova] -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Quando il boia diventa eroe proviene da Comune-info.
August 30, 2026
Comune-info
Cile: organizzazioni per i diritti umani convocano una marcia commemorativa per la memoria, l’eredità di Allende e contro gli indulti
La mobilitazione si svolgerà il 6 settembre e mira a rivendicare l’eredità del presidente Salvador Allende, commemorare i 53 anni dal colpo di Stato e denunciare i passi indietro in materia di diritti umani. La Coordinadora Nacional de Organizaciones de Derechos Humanos y Sociales e la Mesa de Derechos Humanos por una Vida Digna hanno convocato una marcia commemorativa per la memoria, i diritti umani e contro gli indulti, che si svolgerà il prossimo 6 settembre, alle 10:00, dalla stazione della metropolitana Los Héroes e terminerà al Cementerio General, a Santiago, con un evento politico-culturale. La giornata si svolgerà sotto gli slogan “No agli Indulti” e “Diritti Umani, neanche un passo indietro”. Allo stesso modo, sarà rivendicata l’eredità del presidente Salvador Allende e sarà reso omaggio alle vittime del colpo di Stato militare del 1973 e delle successive violazioni sistematiche dei diritti umani. Le organizzazioni promotrici hanno espresso preoccupazione per i possibili indulti o benefici per i condannati per gravi violazioni dei diritti umani, sia legati alla dittatura sia a fatti avvenuti durante l’esplosione sociale, e mettono in guardia da quello che considerano uno scenario di passi indietro in materia di verità, giustizia, riparazione, memoria e garanzie di non ripetizione. Tra le principali preoccupazioni vi è anche lo smantellamento o indebolimento del “Piano Nazionale di Ricerca, Verità e Giustizia”, iniziativa creata durante il governo dell’ex presidente Gabriel Boric, che mira a fare progressi nel chiarimento della sorte delle persone detenute e scomparse durante la dittatura. Per le organizzazioni per i diritti umani, la memoria non costituisce soltanto uno sguardo verso il passato, ma anche una responsabilità nei confronti del presente e del futuro. In questo senso, la convocazione mira a esprimere un rifiuto categorico di qualsiasi forma di impunità e a riaffermare che le violazioni dei diritti umani non possono tornare a essere subordinate a interessi politici e cambiamenti di governo. “Una dimostrazione d’amore e riconoscimento” La presidente dell’Agrupación de Familiares de Ejecutados Políticos (AFEP) e Premio Nazionale per i Diritti Umani 2026, Alicia Lira, ha invitato la cittadinanza a partecipare alla mobilitazione e ha sottolineato il carattere storico e anche culturale della giornata. “Il 6 commemoreremo in forma culturale, in forma mistica, rivendicando, non solo ciò che è stata l’Unità Popolare, la memoria dei nostri familiari, ciò che ancora ci manca da trovare, i nostri detenuti scomparsi e giustiziati senza consegna del corpo”, ha dichiarato la Premio Nazionale per i Diritti Umani.. Inoltre, ha affermato che la marcia rappresenta anche un omaggio al presidente Salvador Allende e a coloro che parteciparono al processo dell’Unità Popolare insieme a lavoratori, donne e professionisti. “Ha a che fare con questa marcia, che è una dimostrazione d’amore, di riconoscimento, con l’orgoglio che proviamo per il nostro presidente Salvador Allende”, ha affermato. Nello stesso senso, il musicista Jorge Coulon, del gruppo Inti Illimani, ha invitato a partecipare alla mobilitazione in un momento che considera particolarmente rilevante per la difesa dei diritti umani. “È molto importante rivendicare che il Cile rispetta ed esige il rispetto dei diritti umani e della memoria delle vittime delle violazioni dei diritti umani”, ha dichiarato l’artista. Félix Madariaga Leiva
August 29, 2026
Pressenza
Tornare. Dopo quello che ho fatto
Il nostro Agosto procede con questo racconto dal sapore faulkneriano; è cadenzato da sette starnuti stranianti, ma non più stranianti di un paese… L'articolo Tornare. Dopo quello che ho fatto sembra essere il primo su L'INDISCRETO.
August 17, 2026
L'INDISCRETO
Per non dimenticare. Tutte le vittime
Spesso leggiamo articoli, post o partecipiamo a iniziative accompagnate dallo slogan “Per non dimenticare”. In questi giorni, come ogni anno, si ricordano le vittime di Hiroshima e Nagasaki, teatro del primo devastante attacco nucleare contro la popolazione civile, compiuto dagli Stati Uniti nel 1945. Come sempre, sono stati i civili a pagare il prezzo più alto: uomini, donne e bambini che non avevano scelto la guerra e non avevano alcun potere di fermarla. Attraverso documentari, fotografie e testimonianze abbiamo conosciuto la distruzione di Hiroshima e Nagasaki e le terribili conseguenze di quelle bombe. Eppure, sembra che da quella tragedia, come da tante altre, non abbiamo imparato abbastanza. I governi e i leader politici, in nome del potere e degli interessi geopolitici ed economici, hanno continuato e continuano ancora oggi a scegliere la guerra, senza fermarsi a riflettere sulle conseguenze e sul prezzo pagato dalle popolazioni civili. Quante altre città sono state bombardate? Quante persone hanno subito l’uso di armi chimiche, del fosforo bianco o di altri strumenti di distruzione? E quante di queste tragedie sono rimaste nell’ombra, senza ricevere l’attenzione che meritavano da parte della politica e dei media? Eppure continuiamo a ripetere: “Per non dimenticare”. Ma proprio nel cuore di questa espressione si nasconde una contraddizione. Ricordiamo alcune tragedie e ne dimentichiamo molte altre. Perché si commemorano Hiroshima e Nagasaki, mentre altre vittime, in altre parti del mondo, restano quasi sconosciute? Anche qui sembra prevalere una logica ingiusta: se le vittime appartengono a un popolo senza voce o a una tragedia dimenticata, la loro sofferenza riceve meno attenzione e il loro dolore viene raccontato raramente. La mia terra e il mio popolo sono uno di questi esempi. Vorrei che, quando si ricordano Hiroshima, Nagasaki e gli effetti devastanti delle armi di distruzione di massa, si ricordasse anche Halabja. Vorrei che si parlasse anche del popolo curdo e di quella città dove, il 16 marzo 1988, il regime di Saddam Hussein utilizzò armi chimiche contro la popolazione civile. Quel bombardamento, ricordato ancora oggi come “il profumo delle mele”, uccise migliaia di persone e colpì un’intera città, lasciando ferite che continuano ancora oggi a segnare i sopravvissuti e le nuove generazioni. Proprio per dare voce a questa memoria e affinché la tragedia di Halabja non venga dimenticata, ho lavorato affinché anche la città potesse entrare nella rete internazionale impegnata per la pace. Il 2 settembre 2025, a Campi Bisenzio, durante il mio intervento alla mostra “La lunga ombra del sole di Hiroshima – Immagini per non dimenticare”, avevo espresso al sindaco di Hiroshima, Tadatoshi Akiba, allora presidente di Mayors for Peace, il desiderio che la città di Halabja aderisse all’organizzazione dei Sindaci per la Pace. Dopo un lungo lavoro, questo obiettivo è diventato realtà. A novembre 2007 ho avuto l’onore di rappresentare il sindaco di Halabja e di consegnare personalmente la lettera di adesione al presidente Tadatoshi Akiba a Firenze, a Palazzo Vecchio, nella Sala del Cinquecento, durante la conferenza dei sindaci italiani per la pace. Per me è stato un momento di grande emozione e di profondo significato: un passo importante affinché anche la voce di Halabja, città simbolo delle vittime delle armi chimiche, possa entrare a far parte della rete internazionale impegnata nella costruzione della pace e nella difesa della memoria. Quando partecipo alle commemorazioni e ascolto gli interventi dei sindaci, delle associazioni e dei cittadini, vorrei sentire ricordare anche le vittime di Halabja, così come tutte le altre vittime dimenticate delle guerre. Perché il dolore non ha nazionalità. La memoria non dovrebbe avere confini. E l’espressione “Per non dimenticare” acquista il suo vero significato solo quando abbraccia tutte le vittime, senza distinzioni, senza gerarchie e senza silenzi. Gulala Salih, presidente Udik Unione Donne Italiane e Kurde (UDIK)
August 8, 2026
Pressenza
Buttarsi nel pozzo
Il nostro Agosto Narrativo, curato da Giulia Bocchio e quest’anno in collaborazione con il Premio Calvino, si apre sulla voragine esistenziale di un… L'articolo Buttarsi nel pozzo sembra essere il primo su L'INDISCRETO.
August 3, 2026
L'INDISCRETO
Dimenticare le stagioni
Il cambiamento climatico altera le stagioni e, con esse, le attese attraverso cui riconosciamo il mondo. Capiamolo tra neuroscienze, filosofia e antropologia. IN… L'articolo Dimenticare le stagioni sembra essere il primo su L'INDISCRETO.
July 27, 2026
L'INDISCRETO
2001-2026 Genova Social Forum ReLoad: “Stomaco”, un esercizio collettivo di memoria
(NdR) L’appuntamento da NON mancare domani sera a Genova subito dopo l’Assemblea NoKings a Palazzo Ducale (ne abbiamo scritto qui) è al Teatro La Claque (Teatro della Tosse, Vico San Donato 9. h 19.30) per il monologo Stomaco di e con Giorgia Mazzucato. Classe 1990, nei giorni di Genova 2001 aveva solo 11 anni e crescendo ha sentito l’esigenza di ripercorrere quegli eventi «perché parlano anche di me». Attrice, autrice, regista, allieva di Dario Fo, Franca Rame, Marco Baliani, Andrea Pennacchi, Giorgia ha ricevuto dei premi importanti, ha fondato e dirige a Roma la Scuola SB Teatro e da quindici anni è in tournée con monologhi che uniscono l’impegno civile alla comicità. Uno di questi, Komorebi, finalista al CQF del National Queer Theatre (NY), è diventato anche un libro, edito da People nel 2023. Nel 2025 debutta con questo nuovo spettacolo, Stomaco, che subito diventa anche un libro (Ed People) e nel 2026 si traduce anche in podcast con le voci di Elena Giuliani e Haidi Gaggio Giuliani. Qui di seguito, alcuni brani per gentile concessione dell’autrice. E quanto al week end oltre all’Assemblea NoKings di domani a Palazzo Ducale, l’appuntamento importante sarà domenica, 19 luglio, h 15.30 in Piazza Alimonda per il Corteo Nazionale. “Stomaco”, un esercizio collettivo di memoria Vi vorrei dire una cosa e ve la vorrei dire subito. Io sono terrorizzata. Tutto quello che sta accadendo nel mondo oggi, durante questo Ventennio del nuovo secolo, mi atterrisce. Non lo dico tanto per dire, eh. Lo dico nel senso che spesso mi si ferma il respiro, mi si stringono le viscere, mi scoppia un pianto dentro (dentro: sono veneta ed emotivamente costipata). Crisi climatica, fascismi, dunque ecoansia, fascioansia. Per il mio nuovo testo volevo parlare dell’urgenza della mia e delle nuove generazioni di rovesciare il mondo, della rabbia di sentirsi violatə, della paura di essere fuori tempo massimo e dell’orgoglio nel continuare a lottare contro ciò che è inequivocabilmente ingiusto. Immergendomi nel progetto, però, ho capito che, per parlare di tutto questo, avrei dovuto anche fare i conti con una storia che non avevo mai affrontato veramente: la storia di quella generazione, prima della mia, che già parlava dei nostri problemi di oggi e che quasi ce l’aveva fatta a cambiare il mondo, ma che era stata spezzata a Genova nel 2001. Quello che ne è venuto fuori è un grido di rabbia, un dito nella piaga, una richiesta d’aiuto, una ricerca di futuro, un esercizio collettivo di memoria. Ecco, memoria. Ho imparato in questi anni che la memoria è un muscolo. Non è un quadro fatto e finito, da appendersi in casa e omaggiare una-due volte l’anno per pulirsi la coscienza. La memoria è un muscolo, sporco, strappato e pieno di spasmi, da allenare. E quello che mi sembra, ora, è che siamo completamente fuori forma democratica, umana. E mi pare sempre più evidente che dobbiamo riprendere a faticare e sudare per evitare di finire col rilassarci e trovare rassegnata abitudine in questa distopia. Scrivendo Stomaco, lo spettacolo da cui è tratto questo libro, mi sono accorta che io, di quanto accadde a Genova nel 2001, non sapevo nulla: qualche titolo di giornale, qualche immagine rimasta nella Storia, ma di quello che accadde davvero e del come, niente. E allora ho chiesto, a persone vicine a me, della mia generazione: niente. Figurati quelle dopo, ancora più lontane. Una parentesi temporale rimossa, una pagina strappata da un libro di storia, un’amnesia localizzata, una parte di cervello del nostro Paese chirurgicamente asportata. Quindi mi sono messa a studiare, sono andata a Genova, ho incontrato testimoni e protagonistə, ho letto le carte di tutti i processi, a Bologna ho setacciato l’archivio di foto, video e audio. Poi ho cominciato a scrivere e mi sono fermata più e più volte, smarrita, perché più tentavo di afferrare le questioni, più queste perdevano di contorno, mi sgusciavano tra le dita e mi riportavano qui, ad oggi, nel mezzo del mondo, come un trauma irrisolto. Mi sono persa, più e più volte. Che senso ha parlare del G8 del 2001, oggi? Che senso ha che ne parli io, che in quei giorni ero in un campeggio distante 400 chilometri da Genova? Ogni volta che cercavo un senso, leggevo e l’attualità mi rispondeva, puntualissima e sfacciata: «Reggio Emilia, 10 agenti condannati per le violenze in carcere». Sky TG24, 17 febbraio 2025 «La Corte di appello di Firenze ha confermato le condanne per tortura a carico di agenti penitenziari per le violenze inferte nel 2018 a una persona detenuta nel carcere di San Gimignano». Amnesty International, 4 aprile 2025 Questo libro non vuole essere un libro “bello”, vuole essere un libro “utile”. Uno strumento di lotta e di memoria, per ricordarci che quello che viviamo oggi ha radici passate e dobbiamo esserne consapevoli per essere più prontə. E se si dice che la Storia è ciclica, beh: a noi allora è capitato questo giro di giostra. E così sia. Rimbocchiamoci le maniche come hanno fatto le persone prima di noi che ci hanno fatto strada fino a qui. Ora tocca a noi. Tocca a noi ricordarci che saremo sempre più di loro, che saremo sempre più di chi ci vuole in silenzio, a servizio. Tocca a noi prendere posizione, esporci, squarciare questa neutralità che protegge e maschera chi ci opprime. Genocidio in Palestina, mattanza delle persone migranti, discriminazioni ai danni della comunità queer e in particolare trans, abusi sulle persone detenute: queste sono solo alcune delle distorsioni accettate come scelte possibili, che esistono nel nostro oggi, a pochi metri e chilometri da noi. Tocca a noi ricordarci che tutto questo non è accettabile. Tocca a noi ricordarci che su certi argomenti la radicalità è semplice buon senso, che su certi argomenti esiste inequivocabilmente il giusto e lo sbagliato. Come può essere opinabile il diritto di una persona a esistere nel rispetto della propria dignità? Tocca a noi ricordarci di stare dalla parte giusta e agire. Avremmo preferito non esporci e starcene sul divano? Credo di sì. Ma starcene sedutɜ non è più un’opzione. Scrivendo lo spettacolo e poi questo libro, ho capito che la storia non fluisce. La storia si aggroviglia in nodi che stringono passato e presente insieme. Che solo l’attenzione, la rabbia, lo studio, la sorellanza, la paura e la lucidità ti possono salvare dal gas. Che le ex Tute Bianche erano guidate da Luca Casarini, che poi fonderà Mediterranea, che salva le vite in mare, e che poi verrà spiato dal software Graphite, dell’azienda israeliana Paragon, usato dal governo italiano. E che quasi tutti i responsabili delle torture del passato hanno ricevuto promozioni e ora, nel presente, sono ai posti di comando senza aver fatto un giorno di galera. Che quando alcune persone massacrate alla Diaz sono tornate nella scuola dopo anni, in concomitanza col processo, sono state chiamate le forze dell’ordine. Nel vederle, un ragazzo si è paralizzato. Freezing, muscoli bloccati, terrore animale, istintivo, nauseabondo. Che in quei giorni, durante il processo Diaz, nel team legale di quattro capisquadra di quel famoso VII reparto della celere di Roma che ha guidato il massacro, c’era lui – ecco la seconda volta che lo nomino –, il protettore dei protettori, il collezionista di busti, la seconda carica dello Stato: Ignazio Maria Benito La Russa. Mi manca avere fiducia nelle istituzioni e quasi mi manca l’ipocrita narrazione delle solite mele marce: ormai non si sente più. Ormai quelle mele non sono più marce, sono solo mele che fanno in marcia il loro lavoro: «Solidarietà alle forze dell’ordine». Manifestazioni pro-Palestina, contro il genocidio, manganello: «Solidarietà alle forze dell’ordine». Manifestazione antifascista, contro gli eredi degli assassini della strage di Bologna, manganello: «Solidarietà alle forze dell’ordine». Torture nelle carceri di Ferrara, San Gimignano, Torino, Palermo, Milano, Melfi, Pavia, Monza, Viterbo, Reggio Emilia, Foggia, Bari: «Solidarietà alle forze dell’ordine». Braccio armato dello Stato, braccio teso di Delmastro, che chiede «il conferimento dell’encomio solenne al corpo di polizia penitenziaria in servizio presso l’istituto penitenziario di Santa Maria Capua Vetere che ha dimostrato di possedere non comune determinazione operativa». Si scrive “determinazione operativa”, si legge 283 poliziotti che nel 2020 massacrano le persone detenute che chiedono prevenzione per il Covid. Encomio solenne. 105 agenti e ufficiali a processo, accusati di tortura pluriaggravata, lesioni, falso, calunnia. Alcuni di questi, oltre a continuare a lavorare come se nulla fosse, godranno di un avanzamento di carriera. La ricostruzione ad opera del partito della fiamma manipola le foto degli eventi aggiungendo armi che non c’erano e inventando una violenta rivolta, vi ricorda qualcosa? Niente di nuovo alla luce del gas5. Per proteggere la cittadinanza servono i codici identificativi sulle divise delle forze dell’ordine. «Scordatevelo!». Proposta bocciata, proposta bocciata, un’altra proposta bocciata. Solo noi in Europa, con Austria, Paesi Bassi, Lussemburgo e Cipro. Record sbloccato: anche l’Ungheria ci sorpassa in questa gara di civiltà. «I codici servono solo per false denunce». (Maurizio Gasparri, 26 febbraio 2024) False denunce per false manganellate, per falso sangue, per falsi noi. Abuso come vanto, violenza come pregio: «Solidarietà alle forze dell’ordine». «Ma tu fai di tutta l’erba un fascio». Mi risparmio la battuta troppo semplice sul fascio, non risparmio invece una riflessione di ingenuo buon senso. Se sei dentro un sistema marcio e non fai nulla per cambiarlo, sei parte del marcio. Se non ti opponi a ciò che alimenti, sei nutrimento per ciò di cui fai parte. E se tu sbagli e ammetti, io ti ascolto. Se tu sbagli e non ammetti, io ti combatto. Se non c’è consapevolezza, non c’è responsabilità. E se non c’è responsabilità, c’è pericolo. Se un organismo che ha compiuto e compie torture si autoassolve sistematicamente, si scherma, si protegge, senza proporre per il proprio e altrui bene una messa in discussione profonda e totalizzante, come potrà trasformarsi in qualcosa di diverso? E se dal suo interno nessunə obietta, come si può avere fiducia nel tutto? Se nessun filo si alza e dice “basta”, se nessun filo si dissocia, se nessun filo parla, se nessun filo si ribella, sì, siete tutti erba dello stesso fascio. Al termine di una delle giornate passate a leggere testimonianze, guardare foto e video di piazza di quei giorni del luglio 2001, sono andata a letto e un’ondata di incubi ha preso il sopravvento tra le maglie del mio sonno. Caschi, manganelli, maschere, urla, ghigni, rumori sordi, puzza, sangue, respiro affannato. Il sogno proseguiva con me che parlavo dello spettacolo che stavo scrivendo e lo citavo, con sicurezza, chiamandolo Stomaco. La mattina mi sono svegliata con una forte nausea e ho pensato: «Beh, mi sembra un titolo adatto». Mi sono alzata, mi sono fatta un caffè. Ho passato le prime ore dopo il risveglio a domandarmi come mai questo studio mi stesse coinvolgendo, assorbendo così, tanto da venirmi a trovare tra le pieghe dell’inconscio. Ho aperto il computer e ho scritto questa domanda sulla pagina bianca: perché il G8 di Genova, perché io? La risposta è arrivata dopo mesi. Perché parla anche di me, che non c’ero. Di tutto quello che in quei giorni ho perso senza saperlo. Di quel nodo che riporta a oggi, nel mezzo del mondo. Nel mezzo di questo mondo di tiranni, silenzi e statue d’oro.         Centro Sereno Regis
July 17, 2026
Pressenza
Ricordare Srebrenica al tempo di Gaza
Su una parete della città di Mostar, in Bosnia Erzegovina – famosa per il ponte romano distrutto dai bombardamenti durante l’assedio del 1993 – si legge una scritta: The lesson was Srebrenica, the test is Gaza. In uno dei molti caffè arabi di Sarajevo, tra i turisti turchi, i baklava e le caffettiere in rame, campeggiano due cartelli. Il primo, dichiara a lettere cubitali: non devi essere musulmano per piangere per Gaza. Devi solo essere umano. Accanto, davanti all’inconfondibile rosa bianca e verde su fondo nero che si trova un po’ dappertutto nello stato, campeggia la scritta: Don’t forget Srebrenica. > Cosa significa ricordare Srebrenica al tempo di Gaza? Qual è il ruolo della > memoria in questo presente in cui la storia continua a ripetersi in tragedia, > senza il sollievo della farsa? È a queste domande che prova a trovare risposta R., uno dei curatori di una nuova esibizione permanente inaugurata nel 2025 nel museo della memoria di Srebrenica, un luogo maledetto della storia a due passi dalla frontiera serba. Lì, trentuno anni fa, vennero massacrate quelle che, a oggi, sono stimate essere almeno 8320 persone – un numero in crescita e in divenire, aggiornato dalle incessanti ricerche di nuove fosse comuni che i miliziani hanno nascosto nel raggio di decine di kilometri. Un luogo ad altissima presenza musulmana che, durante la guerra del ‘95, era stato preso in carico dai caschi blu olandesi, incaricati di proteggere la popolazione locale da quella che si sarebbe rivelata una vera e propria pulizia etnica: queste persone, è bene ricordarlo nel generale lavacro della cattiva coscienza europea che si risveglia in occasione degli anniversari con cifre tonde, vennero invece lasciate sole. Arrivo a Srebrenica poco meno di un anno fa, una mattina di inizio agosto del 2025, a quasi trent’anni esatti dal massacro. Il memoriale è silenzioso, eppure estremamente frequentato: una distesa di piccole lapidi bianche a perdita d’occhio, tutte uguali; un largo semiovale di marmo lucido restituisce, in ordine alfabetico, i nomi delle vittime: su alcuni di questi nomi, delle bambine hanno posato un piccolo fiore sgargiante. * * * A pochi passi dal memoriale, attraversando una grigia area industriale in parte dismessa, si raggiunge una vecchia fabbrica di armi riconvertita, che ospita da alcuni anni un museo della memoria diviso in tre parti, che all’epoca della mia visita si apprestavano a diventare quattro, grazie all’apertura di una nuova esposizione permanente pensata per celebrare l’anno del trentennale. Sulla porta del museo mi viene incontro R., un ragazzo di poco più di vent’anni: quando gli chiedo informazioni sul processo di apertura del museo, avvenuta del 2021, mi risponde sorridendo che all’epoca lui era al liceo. Ci metto poco, però, a capire come mai un ragazzo della sua età sia andato in cerca di questa storia: il padre di R. è uno dei (pochi) sopravvissuti al massacro, nel quale ha perso grossa parte della propria famiglia. Questa storia, di fatto, è la sua: non solo quella dei sopravvissuti, ma di una generazione successiva, che si è fatta carico del peso della memoria, quella memoria che, molto spesso, era insostenibile per i loro genitori. Da quando ha iniziato questo percorso lavorativo, mi dice, suo padre lo accompagna spesso al lavoro: arriva fin davanti alla porta dell’ex fabbrica di munizioni riconvertita in museo, ma non la varca mai, nemmeno una volta. Aggirandoci per la collezione permanente, tra oggetti di vita quotidiana ritrovati nei boschi del massacro e pazientemente rimessi insieme dal lavoro del team museale – la celebre fila di scarpe rotte illuminate da una luce calda a rappresentare i passi dei sopravvissuti, con le ultime file in ombra a ricordare chi non ce l’ha fatta – un’ampia sessione audiovisiva riproduce a getto continuo le testimonianze di oltre cento sopravvissuti: uno dei lavori più importanti, mi racconta R., è stato trovarne così tanti che si sentissero in condizione di raccontare la propria storia. Quando R. ci apre la porta chiusa del nuovo polo espositivo, che ho il privilegio di visitare in anteprima, mi accolgono centinaia di fototessere che ricoprono una ampia parete: mi fissano i volti di chi non ce l’ha fatta, ricostruiti attraverso un paziente e complicato lavoro sugli archivi delle famiglie delle vittime, durato anni e ancora in corso. È difficile non pensare ai mosaici dei volti dei desaparecidos argentini, che popolano le pareti di centri per la memoria, sedi di organizzazioni e musei della Plata: l’accostamento è per certi versi arbitrario, eppure la storia che ha fatto dell’antropologia forense un campo di battaglia politico inizia proprio da lì e passa tanto per Srebrenica. La nuova esposizione, volutamente immersiva più che classicamente museale, non fa sconti proprio su questi aspetti che potrebbe apparire quasi morbosi. Un grande, in apparenza disordinato ed inspiegabile mucchio di terra informe ci guarda all’interno di un allestimento altrimenti impeccabilmente pulito e nuovo di zecca. Ci metto un attimo a capire – poi forse non lo voglio fare – finché R. mi dice quello che forse già dovrei sapere: abbiamo voluto fare vedere, qui, com’è fatta una fossa comune. È morbosa l’idea di visitare una fossa comune in una esposizione museale? Non lo è, se ci si ferma un attimo a chiedersi: Che cos’è un monumento? A Srebrenica, mi rispondo, il corpo è il monumento. Davanti ad uno dei casi più ben congegnati di negazionismo storico – davanti ad un massacro che è stato negato (in parte, lo è ancora) attraverso la tecnica più letterale, ovvero facendo svanire la materialità dei corpi delle vittime, dispersi in fosse comuni che arrivano fino in Serbia, interrati e spostati più volte affinché non fossero mai rinvenuti – la battaglia per la memoria si gioca su questo residuo organico di umanità che va ripetutamente, ritualmente riaffermato: questa storia esiste perché esistono i corpi di chi non è sopravvissuto, i loro volti presenti sulle pareti, messi insieme da chi, in qualche modo, si è salvato. Una battaglia che si porta avanti in questi avamposti marginali perché ancora non trova pieno riconoscimento nemmeno nei programmi scolastici, dove, mi spiega R., quasi nessun insegnante bosniaco ha ancora accesso alle cattedre di storia. Risultato: a Srebrenica le scolaresche locali non vengono portate in gita. Una specie di palcoscenico riproduce alla perfezione uno dei muri della fucilazione di massa; subito di fronte a questo strano proscenio, vedo svolazzare elegantemente a mezz’aria – pendenti da innumerevoli fili sottili, a formare quasi un ben organizzato stormo di strani uccelli neri – una serie di fucili di varia foggia, puntati verso le luci della ribalta. «Quando passa un gruppo numeroso di persone – spiega R. – un effetto sonoro programmato riproduce i suoni degli spari». I suoni, ancora, dominano l’atmosfera rarefatta dell’esposizione deserta che stiamo profanando: una istallazione a parete ripete sommessamente litanie a più voci: sono le preghiere dei sopravvissuti, registrate negli anni in occasione degli anniversari del massacro. È qui che R. condivide un dato a primo impatto inaspettato: in comparazione con altri contesti assimilabili, tra i sopravvissuti di Srebrenica c’è un numero di suicidi incredibilmente basso: la fede religiosa, secondo lui, ha avuto un ruolo fondamentale nell’elaborazione del trauma, nell’attaccamento alla vita e alla memoria; un elemento che l’esposizione vuole, in qualche forma, celebrare. «Come avrebbe fatto mio padre, che ha perso i suoi fratelli ed è stato sul punto di morire di fame, se non avesse avuto la fede?» È questo il punto in cui, forse ormai valutata la sufficiente confidenza che abbiamo stabilito, R. aggiunge: quello che stiamo raccontando qui è esattamente quello che sta succedendo a Gaza. > Come racconteremo la fede, la fame, le scarpe rotte, dopo Gaza? Quale sarà il > ruolo della memoria di fronte ai nuovi negazionismi? Grazie al lavoro di R. e di altre persone come lui, soprattutto giovani eredi di una catena intergenerazione di trauma e memoria, abbiamo il privilegio di andare a Srebrenica ad imparare una lezione. Ricordiamo, poi però, di metterla in pratica. Immagine di copertina e nell’articolo dell’autrice. Foto scattate a Srebrenica, Mostar e Sarajevo, nel mese di agosto 2025. Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Ricordare Srebrenica al tempo di Gaza proviene da DINAMOpress.
July 14, 2026
DINAMOpress