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Marina Balbo a Napoli presenta “La cura dei ricordi”: l’EMDR tra trauma, memoria e cura psicologica
La libreria IoCiSto di Napoli ha ospitato la presentazione del libro La cura dei ricordi. Voltare pagina con il metodo EMDR (Mondadori) della psicoterapeuta Marina Balbo, in un incontro con la partecipazione della dottoressa Sonia Collaro. L’appuntamento ha inaugurato una rassegna promossa dall’associazione e centro clinico “Una Base Sicura”, impegnata nella divulgazione dell’approccio EMDR, metodologia terapeutica riconosciuta a livello internazionale per il trattamento dei traumi e utilizzata anche negli interventi psicologici in situazioni di emergenza, catastrofi e guerra. Nel corso dell’incontro, Sonia Collaro ha spiegato come il lavoro dell’associazione sia orientato non solo alla pratica clinica, ma anche alla diffusione di una cultura psicologica accessibile al pubblico: «Ci piace poter condividere non solo tra noi esperti, ma anche con i non esperti, che cos’è l’EMDR, su che cosa funziona e come funziona.» Collaro, referente EMDR per l’emergenza in Campania, ha ricordato inoltre il lavoro volontario svolto dagli psicoterapeuti specializzati nelle situazioni critiche e traumatiche, attraverso interventi gratuiti coordinati dalla società scientifica EMDR Italia. Nel presentare Marina Balbo, Collaro ha sottolineato il suo ruolo tra i soci fondatori dell’Associazione EMDR Italia nel 1999, insieme a Isabel Fernandez e ad altri professionisti che hanno introdotto questo approccio terapeutico nel nostro Paese. Psicoterapeuta di orientamento cognitivista e sociale, didatta e autrice di numerosi testi, Marina Balbo si è occupata a lungo di disturbi del comportamento alimentare, tema affrontato anche nei suoi precedenti libri. Di seguito l’intervista a Marina Balbo. INTERVISTA A MARINA BALBO Com’è nata l’idea di scrivere questo libro? Visto che parliamo di ricordi, vorrei partire proprio dal primo ricordo legato alla nascita del volume: il momento in cui le è venuta l’ispirazione, oppure un aneddoto che accompagna l’origine del libro. Il termine “ricordi” è molto legato alla psicoterapia EMDR, di cui poi vi parlerò. Fondamentalmente, però, l’idea del libro nasce dal desiderio di fare cultura psicologica. Fare cultura psicologica significa aiutare le persone a comprendere che, molte volte, quando non riescono a stare bene, quando vivono disturbi d’ansia o problematiche legate alla quotidianità, possono sviluppare delle patologie: ansia, attacchi di panico, disturbi del comportamento alimentare o altre condizioni di questo tipo. Cultura psicologica vuol dire anche sapere che si può chiedere aiuto. Vuol dire conoscere che la sofferenza che proviamo nel presente può avere radici molto lontane, collegate ai ricordi della nostra esperienza, magari infantile, oppure a esperienze traumatiche. Per esperienze traumatiche possiamo intendere incidenti, lutti, condizioni in cui la persona è stata esposta a situazioni molto tristi o molto gravi. Ma possono essere anche esperienze legate alla genitorialità vissuta quando si era bambini. Le esperienze dell’infanzia, infatti, e i ricordi collegati a quelle esperienze, spesso ritornano sotto forma di disturbi ogni volta che qualcosa li richiama. I cosiddetti trigger. Bravissima, i famosi trigger. Questo è molto importante, anche perché le persone spesso pensano — e qui è proprio la scienza che parla — che i brutti ricordi passino semplicemente aspettando, cioè che basti il tempo e che il tempo cancelli tutto. Ebbene, la scienza ci dice che il tempo non serve a nulla. Anzi, il tempo può peggiorare la situazione, perché nella nostra memoria, quando abbiamo vissuto esperienze critiche, non esistono meccanismi che cancellano o fanno dimenticare davvero. Il ricordo si mantiene e, ancora peggio, si mantiene anche il vissuto collegato a quel ricordo. Quello che si può fare con la psicoterapia non è cancellare il ricordo, perché non è possibile cancellare un ricordo, ma trasformare il vissuto collegato a quel ricordo. Non sarà più, per esempio, un vissuto da bambino, ma un vissuto da adulto, che può guardare quell’esperienza con occhi diversi e cambiare la qualità della propria vita. C’è un ricordo che le è stato raccontato in terapia e che l’ha particolarmente colpita? Quasi tutti i pazienti mi raccontano ricordi, e quasi tutti sono ricordi particolarmente critici. Nel libro ci sono cinque storie in cui parlo proprio di questi ricordi. Sicuramente quelli che colpiscono di più sono i ricordi collegati alle storie infantili: adulti che, quando erano bambini, sono stati trattati male, non sono stati ascoltati. Ecco, mi sembra sempre molto significativo quando l’adulto parla e, in realtà, è ancora il bambino a parlare. Perché effettivamente di questo si tratta: la parte bambina è ancora lì, quando il ricordo non è stato elaborato. A questo proposito, si dice spesso che alcune reazioni emotive molto intense, come la rabbia, possano essere legate a esperienze precedenti non elaborate. È come se una situazione del presente riattivasse una sensazione antica, già vissuta nell’infanzia. Esattamente. Quella rabbia è collegata all’ingiustizia, alla condizione vissuta quando si era bambini, ed è ancora lì. Rimane come congelata, non solo nella memoria, ma anche nel corpo. Qui parliamo di tutte quelle condizioni in cui il corpo ci dà dei segnali. Anche i dolori cronici, per esempio, spesso dipendono da esperienze non elaborate. Durante la scrittura del libro ha scoperto qualcosa di nuovo su di sé, come persona o come professionista? Sicuramente ho scoperto il piacere di poter raccontare quello che più di trent’anni di psicoterapia mi hanno lasciato. Ho avuto il piacere di scriverlo e di pensare che altre persone potessero avere un’opportunità in più per stare meglio. Vorrei chiudere con la sua specializzazione nell’EMDR: quando ne è venuta a conoscenza e quando ha deciso di approfondire questa metodologia? Ne sono venuta a conoscenza nel 1999, quando l’attuale presidente dell’Associazione EMDR Italia, Isabel Fernandez, mi chiamò per fare il corso. Io accettai volentieri e con curiosità, anche perché avevo già letto il libro su questo metodo di Francine Shapiro. Frequentai il primo corso e fui una delle prime venti terapeute formate in Italia. Da allora non ho più smesso di utilizzare questo metodo, perché effettivamente ha dei risultati importanti. E non lo dico solo io: sono risultati che ormai il mondo scientifico pubblica in continuazione su riviste internazionali molto prestigiose. La rassegna proseguirà con nuovi appuntamenti dedicati al dialogo tra psicoterapia, cultura e divulgazione. Redazione Napoli
May 28, 2026
Pressenza
Abitare il confine della memoria
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Kelly Sikkema su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Due conversazioni parallele su memoria, frontiera e scrittura. Da una parte l’esperienza dell’esilio e delle lingue attraversate; dall’altra il confronto con Srebrenica e con la persistenza del trauma storico europeo. Il montaggio prova a mettere queste voci in relazione senza sovrapporle. Di questi temi — memoria, confine, lingua, testimonianza — Gazmend Kapllani e Gabriele Santoro discuteranno insieme venerdì 22 maggio alle ore 18 alla libreria Libraccio, Via Nazionale 254. Un dialogo aperto sul rapporto tra scrittura e memoria nello spazio europeo contemporaneo, accompagnato dalle preziose presenze di Anilda Ibrahimi e Paola Del Zoppo. -------------------------------------------------------------------------------- Nelle parole di Gazmend Kapllani e Gabriele Santoro il ricordo non coincide mai con la semplice conservazione. Si costruisce invece dentro uno spazio instabile, fatto di spostamenti, ritorni, testimonianze incomplete, traduzioni. La memoria non custodisce soltanto ciò che è stato: modifica il modo in cui il presente continua a leggere il passato. Per Kapllani, la memoria nasce dentro l’esperienza dell’espatrio e della discontinuità. I suoi personaggi attraversano paesi e lingue diverse senza poter contare su una narrazione lineare dell’identità. Ricordare significa allora misurarsi con fratture, omissioni, reinvenzioni. Anche la lingua diventa parte di questo movimento: non una casa stabile, ma uno spazio da abitare ogni volta di nuovo. Nel lavoro di Santoro, invece, la memoria si confronta con la persistenza del trauma storico. Srebrenica non è soltanto un luogo della storia europea recente: è un territorio in cui il passato continua a produrre effetti, tensioni, rimozioni. Da qui nasce una scrittura che rinuncia alla voce definitiva e sceglie piuttosto una forma corale, laterale, fatta di documenti, ascolto, frammenti. Entrambi gli autori lavorano sul confine, non soltanto in senso geografico. Il margine diventa un punto di osservazione: una posizione da cui le narrazioni ufficiali perdono compattezza e mostrano le proprie contraddizioni. In questo spazio, la letteratura non interviene per semplificare o ricomporre, ma per restituire complessità alle relazioni tra memoria, storia e linguaggio. Tra le due conversazioni emerge una stessa idea di memoria: non qualcosa che si possiede, ma qualcosa che si attraversa. Per Kapllani, il ricordo prende forma dentro l’esperienza dello spostamento, nella tensione continua tra lingue e appartenenze. Per Santoro, nasce invece dal confronto con un paesaggio segnato dalla guerra e dalla persistenza delle sue tracce. In entrambi i casi, però, la scrittura si muove in una zona di soglia, dove il racconto non può più coincidere con una versione unica o stabile dei fatti. È forse da questa posizione laterale che diventa possibile sottrarre la memoria tanto alla retorica identitaria quanto alla riduzione documentaria e interrogarsi anche sulla funzione odierna della letteratura e della narrazione. Le scritture di Santoro e Kapllani non offrono una sintesi: mettono in relazione voci, tempi e frammenti, lasciando visibili le fratture che attraversano il presente. Intervista a Gazmend Kapllani Tornare a parlare con Gazmend Kapllani significa ogni volta ritrovare una riflessione lucidissima sul rapporto tra memoria, migrazione e lingua come esperienza di attraversamento. In questa conversazione, il ricordo emerge non come appartenenza stabile, ma come movimento continuo tra identità, frontiere e narrazione. Gazmend, ciao, sono sempre felice quando posso dialogare con te. Comincio da una questione che mi preme molto, quella della memoria come oggetto statico, che a me non piace perché mi pare legato a un atteggiamento che rischia di essere autoritario sulla narrazione delle storie. Nei tuoi libri la memoria non è mai un archivio, ma un viaggio: un attraversamento continuo tra lingue, luoghi e identità. Che cosa significa, per te, ricordare quando il ricordo stesso è in movimento? È possibile una memoria che appartenga ai migranti, cioè a chi ha più di una patria e più di una lingua? Il soggetto della memoria e del passato e di una rilevanza immensa specialmente per l’uomo moderno. È nell’era moderna che la memoria e il passato diventa un soggetto di studio, dove si creano i musei per conservarla e mostrarla e Freud vuole trovare nell’atto del ricordare le cause del malessere dell’individuo e le risorse per la terapia. Una delle ragioni per cui la memoria diventa un oggetto così enorme nella modernità ha a che fare anche con il fatto che l’uomo moderno si sente espatriato e sperduto nella grande massa, progettato costantemente verso il progresso ed il futuro, senza più la bussola della tradizione per interpretare il mondo. Il successo straordinario del nazionalismo come ideologia e narrazione nell’era moderna sta anche nel fatto che è stato capace, più di ogni altra ideologia, di offrire agli espatriati della modernità un immaginario (oppure un’illusione) di continuazione tra passato, presente e futuro. Una casa tutta nuova e moderna piena di antichi oggetti che ci legano con il passato e la memoria. Da questo punto di vista a me interessa molto l’emigrazione e il migrato non solo perché ho una lunga esperienza personale dell’immigrazione, ma anche come un simbolo e metafora dell’uomo moderno espatriato. Alcuni personaggi nei miei libri vivono tra lingue e paesi diversi, dove l’atto di ricordare diventa più complesso perché la loro vita è fatta non di continuazioni ma di rotture, non di passi successivi ma di ripartenze. Il mondo in qui sono nati oppure vivono e diventato una trappola, un po’ come diventa per Dante una trappola il suo viaggio nel al di la, dove non ha capito nemmeno lui come e finito. Molti personaggi dei miei libri avrebbero con tanta voglia recitato Dante: Nel mezzo del cammin di nostra vita/mi ritrovai per una selva oscura/ché la diritta via era smarrita. Dante si è dato Virgilio per assisterlo a fare il suo viaggio, i miei personaggi di solito non hanno nessun Virgilio per indicare loro la strada. Devono inventarla, trovarla, crearla da soli. Cosi che ricordare per loro significa prima di tutto la capacita di raccontare questo viaggio tra luoghi, celi, lingue, diverse. Questo viaggio e la loro stessa identità, cosi che ricordare e raccontare e un atto di farsi una identità, di lacciare una traccia, tragicomica, in un mondo che è diventato una trappola. A questo punto mi permetti di leggere un brano dal mio primo romanzo Breve Diario di Frontiera – dall’ultimo capitolo del libro “Memorie di un espatriato” Gli stranieri sono condannati a dialogare con i propri ricordi, con il proprio passato. O meglio, sono condannati a prendere posizione rispetto a essi. Alcuni, molti, forse la maggior parte, “scelgono” la strategia dell’oblio come la più indicata data la loro condizione di espatriati. “Sbarazzatosi” del peso del passato, lo straniero sente di poter affrontare meglio l’impervio cammino che lo attende e in cui il ruolo che ricopre è quello del facchino, in senso sia letterale sia metaforico. Del resto, lo status di migrante induce spesso a un estraniamento da se stessi. Così a un certo punto si ha l’occasione di perdersi, di mettere una pietra sul passato, di reinventarsi un’identità, una nuova vita: tutto ricomincia da zero. Alcuni ci riescono, altri invece no. Ma quando questo processo di rimozione fallisce, la memoria si vendica, i ricordi tornano più vividi e cinici che mai spezzando tutte le catene e riempiendo l’anima di grida che sovrastano le parole, di parole che fanno balbettare, di fantasmi e di ombre che popolano gli incubi di notte e le nevrosi di giorno. Infatti, quando si giunge a una rottura completa con i ricordi, si presentano soltanto due alternative: seppellirli per sempre nell’oblio o arrendersi al loro simulacro deforme. Ma ci sono anche quelli che invece preferiscono aggrapparsi ai ricordi e trasformarli in una specie di scrigno in cui riporre l’orologio fermo della vita precedente. Allora i ricordi somigliano a una veneranda mummia: si tratta della “età dell’oro”, di qualcosa che non è mai esistito né mai esisterà. Quanti conservano i loro ricordi e il loro passato alla stregua di “mummie venerande” a volte sono ritenuti degli eroi in virtù della loro strenua resistenza nei confronti del divenire. In realtà si tratta di un eroismo da bancarotta: coloro che si mostrano inclini a questo genere di ricordi o sono bloccati dalla paura o rifuggono da un presente che a loro pare doloroso per trovare rifugio nell’idealizzazione del passato. Altri stranieri invece preferiscono intrattenere con i ricordi un rapporto più distaccato. Non se ne sentono ostaggi ma neppure hanno la forza di sopprimerli. Non considerano le loro radici né come scudo protettivo né come marchio d’infamia. In questo caso i ricordi non sono una tradizione sclerotizzata, nostalgia per le proprie radici e per gli odori del passato, un orologio fermo, incompatibili con il presente. Non si tratta di ricordi fossilizzati. Sono parte di un sé in perenne evoluzione. Sono il trampolino di lancio che aiuta lo straniero a sperimentare i mutamenti con maggiore autenticità e onestà, e se possibile con maggiore saggezza. «Sulla mia strada ho incontrato il dolore, grazie al quale continuo ad andare avanti», recitano i versi di una canzone dei migranti di Marsiglia. Questo incontro con il dolore che ci fa continuare ad andare avanti è la condizione umana per eccellenza. E il modo di raccontare questo incontro forma la trama stessa dei nostri ricordi. Mi viene in mente allora che nel pensiero decoloniale, il border thinking è il luogo da cui si guarda il mondo “dal margine”. Tu scrivi spesso dal confine, fisico e simbolico: quanto questo sguardo liminale cambia il modo di raccontare la storia collettiva? Cosa si vede, dalla soglia, che i centri non riescono a vedere? Se posso parlare in un modo un po’ filosofico direi che il centro di solito definisce il margine ed il margine di solito immagina il centro. È la differenza tra definire ed immaginare. Ma credo che dal margine il mondo si veda pieno di contraddizioni, di ambiguità e di una complessità irriducibile ad ogni definizione. Per uno scrittore, la scelta tra vedere il mondo dal centro o dal margine ha anche un grande valore etico ed estetico. Hannah Arendt nel suo saggio Noi rifugiati, parlando della storia tormentata degli ebrei, fa una distinzione tra il parvenu che vede il mondo dal centro e il “paria consapevole” che non rinuncia a vedere sé stesso ed il mondo dal margine. Scrive Arendt che tutta la tradizione ebraica della creatività, dell’umanesimo, dell’intelligenza disinteressata, e della ironia viene da una minoranza di ebrei – come Heine, Kafka eccetera – che non volevano diventare dei parvenu e che hanno preferito la condizione del “paria consapevole”. Penso spesso a questa distinzione di Arendt come scelta morale ed estetica. Una dura scelta ma la sola secondo lei, che ti da la capacita di vedere la storia umana non come un libro chiuso e la politica non come privilegio di un solo gruppo. E questo penso che si vede sopra tutto dal margine (che non si vede sempre dal centro): che la storia umana non è mai un libro chiuso. Sono d’accordissimo, e credo questo si connetta al pensiero che esprimevo nella prima riflessione. La Storia tende a semplificare, la memoria a complicare. Come si può raccontare un passato condiviso senza cadere né nella retorica nazionale né nel vittimismo? E che ruolo può avere la letteratura nel restituire la complessità del trauma storico? Storia e memoria, soggetto affascinante. Io credo che la storia, intesa come ricerca storica, complica la memoria. Quello che la semplifica è la commemorazione della storia, che ha a che fare con l’immagine che una comunità vuole avere di sé stessa. E poi il nazionalismo aggressivo che combina in una maniera paradossale e banale la vittimizzazione e la superiorità (“siamo stati sempre vittime” e “siamo superiori”) trasforma la memoria ed il passato in una caricatura dolorosa. In questi casi, la storia non si esplora, ma si apprende a memoria perché diventa propaganda. Ma la letteratura complica anche la memoria, perché ci ricorda la complessità dell’esistenza umana sulla terra: di cui noi umani abbiamo una straordinaria capacità di scordarci continuamente. Comunque io sono molto più interessato a quello che è avvenuto nel 20esimo secolo, e che può succedere di nuovo, con la memoria. I regimi totalitari hanno provato a controllare ed a cancellare del tutto la memoria. Io sono nato e cresciuto sotto un regime totalitario in Albania. Ovviamente, ci sono sempre state, nella storia umana, tirannie che hanno tentato di controllare o addirittura cancellare il passato, di solito per cancellare la cultura e la memoria di un gruppo oppure di una civiltà intera. Ma per la prima volta nella storia umana ci sono stati nel ventesimo secolo regimi che hanno voluto controllare in maniera assoluta e cancellare anche la memoria individuale, la maniera in cui una persona umana si deve ricordare e raccontare il passato. Nel 1984 diOrwell, Winston Smith comincia la resistenza contro il regime totalitario con l’atto di ricordare in segreto. Dalla vita e sopravvivenza sotto i regimi totalitari abbiamo appreso che la libertà di ricordare (e di dimenticare) e connessa con la liberta di costruirsi una identità individuale e va di mano in mano con la libertà di pensare, di ricercare, di creare, di informarsi, di leggere, di scrivere, di raccontare. E per questo che nei miei libri l’atto di ricordare è anche un atto di testimonianza, nel senso del ribadire della identità individuale che è stata schiacciata dal terrore di utopie collettivistiche come il comunismo, il fascismo, il nazismo – ma anche dal nazionalismo ed il razzismo. La memoria nello stesso tempo rivela anche l’ironia della storia nel senso che la storia umana non è una catena di causa ed effetti ma di imprevedibilità. Viviamo in un tempo in cui la memoria è spesso usata come strumento politico, talvolta di potere. Come possiamo distinguere tra il ricordare come gesto di libertà e il ricordare come imposizione? E dove si colloca, in questo spazio, la responsabilità dello scrittore? Il ventesimo secolo – di cui siamo tutti eredi, anche quelli che non sono nati in quel secolo – e stato il secolo del trionfo e del collasso delle ideologie messianiche. Per questa ragione la memoria, individuale e collettiva, e diventata centrale perché e stata calpestata, controllata, malmenata, manipolata, esplorata in maniera dettagliata, glorificata. Gli S.S. ad Auschwitz dicevano ironicamente agli Ebrei: “non potrete raccontare perché non sopravviverete, e anche se sopravviverete nessuno vi crederà”. Ai Gulag di Stalin succedeva la stessa cosa. Raccontare: per me e questa la responsabilità e sfida principale dello scrittore, anche per quelli che non hanno per fortuna conosciuto Auschwitz e Gulag. Grazie per tutte queste risposte così precise nel pensiero. Prima di chiudere ti vorrei fare una domanda più relativa a una questione diversa, perché come sai mi occupo tanto di traduzione. Hai scritto che “ogni lingua è una casa, ma anche una frontiera”. Come cambia la memoria quando viene tradotta? La lingua in cui si scrive — o in cui si è costretti a scrivere — modifica il modo in cui ricordiamo e diamo forma al passato? La memoria non cambia quando viene tradotta ma suona in una maniera diversa, direi, come i vari strumenti in un’orchestra sinfonica. Penso che il fatto che io sono attratto a scrivere nelle lingue degli altri penso che ha da fare con questo: la diversità del suono che poi può dare un’altra forma al modo di esplorare e raccontare la memoria. Parlo di questo nel mio libro Mi Chiamo Europa dove rifletto sulla relazione che abbiamo con lingue diverse. Scrivendo in una lingua che non è la tua madrelingua, ricrei e rinnovi la tua identità, quella culturale, ma soprattutto, quando si tratta della scrittura, quella del narratore. L’immigrazione vuol dire ricominciare da zero la tua vita. Narrare in una lingua che non è la tua lingua madre è come cominciare la narrazione della tua vita dall’inizio. Credo anche che per potere avere una relazione creativa con la lingua che non è la tua madrelingua uno deve avere una relazione creativa con la lingua o con le lingue in cui si è creato l’immaginario primordiale. Penso che Nabokov, Conrad, e Arendt e molti altri ed altre che hanno creato grandi opere scrivendo in lingue che non sono la loro madrelingua (non a caso sono tutti e tutte migrati e rifugiati) non sarebbero cosi creativi senza una relazione fortissima con la loro madrelingua. -------------------------------------------------------------------------------- Intervista a Gabriele Santoro Con Gabriele Santoro la conversazione parte da Srebrenica, ma si allarga rapidamente al rapporto tra storia, testimonianza e scrittura. Ne nasce una riflessione sulla memoria come spazio ancora aperto, attraversato da voci, assenze e conflitti che continuano ad agire nel presente. In Nessun’altra casa, la memoria sembra nascere non da un archivio chiuso, ma da un movimento continuo tra ritorni, rovine, testimonianze e silenzi. Che cosa significa, per te, ricordare un luogo come Srebrenica trent’anni dopo il genocidio, quando il passato continua ancora ad agire nel presente? Srebrenica è la storia più complessa che l’ultimo scorcio del Novecento ci ha consegnato. Oggi Srebrenica non è solo questione di verità, giustizia e memoria del genocidio, ma ci pone dinanzi alla scelta di quale società vogliamo essere. Il dialogo o la barbarie del principio etnico della cittadinanza. Srebrenica è il posto in cui è necessario andare per comprendere la direzione che ha preso il mondo. È un luogo che richiede cura e attenzione. La storia e le storie non possono scivolare nell’oblio o essere soltanto terreno di battaglia tra memorie contrapposte e rischiare la deriva del negazionismo. Le condizioni di vita sono difficili e questa è una nuova sconfitta per la comunità internazionale. A ogni ripartenza da Srebrenica, ho sentito che sarei dovuto fermarmi un giorno in più. Non bisogna lasciare sole le persone ferite e coraggiose, vere costruttrici di pace, che animano anche questo libro. La memoria, in questo libro, è qualcosa che si conserva o qualcosa che si attraversa? La memoria non appartiene soltanto al passato. La memoria sopravvive soltanto nella misura e nell’estensione di chi ha la volontà di darle spazio. Le storie raccontate, messe per iscritto e condivise ampliano, rendono per sempre la vita dall’umana esperienza. Voci e destini che altrimenti sarebbero rimasti facilmente in silenzio, sarebbero caduti nell’oblio. I luoghi s’intrecciano e vivificano nella memoria delle persone. I paesaggi, che ho attraversato in Bosnia e raccontato in questo libro, non sono intermezzi, ma ambienti del pensiero: luoghi attraversati – una biblioteca, un ponte, una fabbrica, la discendenza – che restituiscono la trama degli spazi in cui il dolore e la cura hanno preso forma; qui il montaggio diventa geografia, e le voci trovano un’eco materiale. Nel libro scegli spesso una forma corale, fatta di frammenti di vite, lingue e generazioni diverse. Hai scritto che “non c’è una voce unica che possa raccontare Srebrenica”: quanto questa impossibilità di una voce definitiva ha influenzato la struttura stessa del racconto? Le testimonianze sono un atto di resistenza alla frantumazione della realtà e dell’umanità provocata dalla guerra, e rappresentano un gesto di fiducia che affida la ricomposizione del conflitto al potere dell’immaginazione. Il lettore incontra biografie, gesti minimi, lessici diversi, e riconosce nella loro giustapposizione la verità frastagliata dell’esperienza. Questo libro non cerca la grande sintesi, non chiede al lettore di condividere un punto di vista, non costruisce una tesi. Offre qualcosa, credo, di più raro: una grammatica minima della responsabilità, fatta di soggetto, relazione, ascolto. La sua struttura corrisponde a questo intento e alla ricomposizione dei frammenti. La mia mente è piena delle immagini che popolano le storie e hanno popolato la mia scrittura. E cosa può fare la letteratura quando la storia ufficiale rischia di ridurre il trauma a numeri, cronologie o categorie astratte? Alla fine di una guerra restano soltanto le tessere del mosaico andato in pezzi delle vite di migliaia d’innocenti che non sono numeri. Come mi ha detto a Sarajevo, la ricercatrice Nirha Efendić, che ha visto scomparire 33 famigliari nel genocidio di Srebrenica, ogni memoria, ogni fotografia, ogni storia raccontata serve a rendere possibile il futuro. Il nostro futuro. Ogni immagine sottratta alla distruzione contraddice il progetto stesso del genocidio, che non voleva soltanto uccidere, ma annientare la possibilità che qualcuno potesse ancora dire “io ero qui”. Questo è vero per Srebrenica e per tutti i luoghi martoriati dai crimini di guerra. Questo libro è un archivio costruito dal basso, dalle famiglie, dalle madri, dai figli, da chi ha attraversato l’indicibile e ha continuato – nonostante tutto – a proteggere un frammento di memoria. La Drina, nel libro, non è solo un fiume: è una soglia geografica, storica e simbolica. Tu racconti spesso i margini, i territori di frontiera, i luoghi attraversati dalla frattura. Che cosa si vede da quei confini che il centro — politico, culturale o europeo — continua invece a non vedere? Il fiume Drina è l’asse simbolico e narrativo dell’opera. Scorre come una linea di continuità e di frattura, confine naturale e insieme spazio condiviso, luogo di passaggi e di ritorni. L’ho percorso come si percorre una memoria: con rispetto, esitazione, consapevole che ogni sponda conserva storie che non possono essere ridotte a un’unica voce. Sulla Drina ho percepito il senso più alto del confine non soltanto tra la Bosnia e la Serbia. In particolare conservo un ricordo. Il pomeriggio dopo la prima visita al Memoriale di Srebrenica, abbiamo trascorso alcune ore distesi sulla riva della Drina. In quel momento preciso per me è cominciato un processo di elaborazione di quanto avevo vissuto e le immagini hanno continuato a lavorare nella mia mente fino alla scrittura. Sui confini si osserva la loro porosità. Nel pensiero decoloniale si parla di border thinking come di uno sguardo che nasce dalla periferia della storia. Quanto il lavoro di ascolto fatto a Srebrenica ti ha costretto a mettere in discussione le narrazioni occidentali sulla guerra, sulla memoria e persino sull’idea di Europa? Dalla prima sera a Srebrenica ho capito e rapidamente dovuto elaborare di essere di fronte alla storia di un tradimento. Che fosse quello il sentimento più vivo e diffuso. L’Europa, che parlava di multiculturalismo e pluralità, aveva mai considerato come propri i morti e le sorti di Srebrenica? Quale responsabilità concreta avevano assunto le Nazioni Unite nel fallimento più irrimediabile della propria storia? Questo libro è anche un dispositivo di ascolto che ha assunto uno sguardo diverso. Come si ascolta ripetere nelle liturgie degli anniversari, se l’Europa è morta nel 1995 a Srebrenica, in tutti questi anni abbiamo fatto davvero poco per dimostrare che il genocidio pianificato, e attuato in presenza di forze militari europee, ci riguardasse direttamente. Così come ci interpellano tutte le vittime innocenti delle guerre jugoslave di ogni nazionalità. Questo libro esce dopo trenta lunghi anni dall’Accordo di pace di Dayton, ed è ancora difficile parlare di Srebrenica, e non solo di Srebrenica, perché non vogliamo considerare nostra quella storia, quando lo è. I suoi nodi non sciolti riguardano tutti dal ritorno dei nazionalismi all’idea stessa del vivere insieme. Nel libro emerge continuamente una tensione tra storia e memoria: da una parte i documenti, le sentenze, le prove; dall’altra le fotografie salvate, i racconti familiari, le assenze. Come si può tenere insieme queste due dimensioni senza trasformare il dolore “né in retorica né in spettacolo”? Il rapporto, tutt’altro che pacificato, e che continua a produrre rumore e a rappresentare un problema, tra storia e memoria. Non come categorie opposte, ma come due forme diverse di cura del passato. Questo libro traccia percorsi della memoria e della Storia mediante indagini e interviste, affidando al lettore dieci testimonianze, dieci storie che riuniscono tre generazioni e che rivelano dei confini invisibili, storie che raccontano di una società in cui carnefici e vittime vivono, oggi come allora, nella medesima strada. Nel moltiplicarsi di nessi la storia e le storie di Srebrenica non appaiono più solo come un fallimento collettivo internazionale, ma si fanno monumento, esse stesse luoghi della memoria in cui si può guardare, osservare, contemplare la contemporaneità, europea e non solo, raggiungendo una prospettiva visiva diversa, un pensiero per una pace difficile, laboriosa e necessaria. Hai scelto una scrittura che “non spiega: accompagna”. È anche una scelta etica? La guerra non è mai uno strumento della politica, ma con i suoi meccanismi di cause ed effetti, poi incontrollabili, produce l’unica certezza di voragini irreparabili nella vita delle persone. La scelta è stata di camminare al fianco delle persone nel processo ancora difficile di racconto delle ferite. Al contempo non ho rinunciato all’analisi. La guerra in Bosnia ha incubato e generato esiti che oggi vediamo moltiplicarsi nei molti scenari mondiali di conflitto aperti: la violazione del diritto internazionale, il calpestamento di quello umanitario, i disegni politici di pulizia etnica, il fallimento indotto delle Nazioni Unite e del suo progetto originale, il ritorno a un sistema internazionale basato sulla potenza e sulla prepotenza. Questa dimensione politica credo emerga tra le pagine di Nessun’altra casa. Di fronte a un trauma collettivo come il genocidio di Srebrenica, qual è il limite tra raccontare e appropriarsi del dolore degli altri? Scrivere di Srebrenica significa prendersi una grande responsabilità, non soltanto davanti ai fatti, alla Storia, ma soprattutto davanti alle persone. Le storie raccontate, messe per iscritto e condivise ampliano, rendono per sempre la vita dall’umana esperienza. Voci e destini che altrimenti sarebbero rimasti facilmente in silenzio, sarebbero caduti nell’oblio. Preservare le storie è un atto di cura e di responsabilità. È un modo di schierarsi contro l’oblio e l’indifferenza. Dimenticare non succede sempre improvvisamente. Spesso è un’onda che rifluisce lenta, in modo quieto, quando smettiamo di ascoltare e di porre domande. Cito un passaggio di una lettera molto toccante che ho ricevuto dalla comunità di Adopt Srebrenica dopo l’uscita del libro: “In questo modo le storie delle persone di Srebrenica possono vivere più a lungo, viaggiare di più e restare nella memoria di coloro che le ascolteranno e le leggeranno. Ringraziamo per la fiducia, il rispetto e il coraggio che ha permesso alle voci di Srebrenica di essere ascoltate oltre i confini di questo luogo”. Questo è esattamente il confine sul quale ho danzato per cinque anni, il tempo di questo percorso pieno di legami da custodire. Nel libro convivono testimonianze, reportage, traduzioni, parole trovate e parole perdute. Quanto la traduzione — non solo linguistica, ma anche emotiva e culturale — è parte essenziale del lavoro sulla memoria? Credo che la memoria non sia ciò che resiste al tempo, ma ciò che ciascuno di noi sceglie di salvare dal tempo. E che il nostro compito, oggi, sia ascoltare quelle immagini, quei resti, quelle parole che arrivano fino a noi non per chiedere consolazione, ma per ricordarci che la storia vive esattamente lì, nei luoghi in cui nessuno pensava che potesse restare qualcosa. Questa scelta richiede la traduzione dei frammenti per ricomporre le tessere del mosaico linguistico, emotivo e culturale. Non c’è storia senza memoria, perché senza le voci dei sopravvissuti i fatti rimangono muti. Ma non c’è nemmeno memoria senza storia, perché senza l’ordine delle prove la memoria rischia di diventare vulnerabile, manipolabile, preda delle identità ferite. Il lavoro di riscrittura le testimonianze cuce storia e memorie. Ti è capitato di percepire che alcune esperienze resistessero alla lingua, come se ci fossero eventi che nessuna parola riesce davvero a contenere? «Alcune storie sono raccontate a bassa voce, altre restano confinate nelle famiglie e molte non sono mai dette completamente. Molto spesso queste sono storie di persone a cui raramente viene data la possibilità di parlare. Persone, che siamo certi, avrebbero molto da dire. Ma il processo di traduzione non è scontato. Chi legge il libro, credo incontri l’immensa possibilità delle parole che qui incontra l’indicibilità dell’orrore dei crimini di guerra. Sì c’è un’immagine difficile da tradurre. La storia di un giovane uomo, detenuto nei campi di concentramento riapparsi nella guerra in Bosnia, che ha visto scambiata la propria libertà con la restituzione del corpo di un soldato ucciso. Questo scambio l’ha paradossalmente annientato. Ed è stato difficile trovare le parole». E in quei casi, quale può essere il compito della scrittura? Percorrere il buio e accorgersi della luce. In questo mosaico di storie e paesaggi irrompe una luce forte. È la resistenza della vita che si nutre della capacità di trovare ancora le parole e ascoltare il silenzio. Viviamo in un tempo in cui la memoria pubblica è spesso terreno di conflitto politico, negazione o manipolazione. Nel caso di Srebrenica, il negazionismo continua a essere una presenza concreta. Che responsabilità ha oggi uno scrittore o un giornalista quando decide di lavorare sulla memoria di una guerra? In Bosnia ho imparato soprattutto che per i sopravvissuti la guerra non finisce dopo l’ultima bomba. Il secondo tempo comincia quando si spengono le luci sulle macerie. Il trauma della violenza, che scava in profondità, si tramanda tra le generazioni e in ognuno è difficile decifrare che cosa possa diventare. Rielaborare e affrontare la memoria della guerra in Bosnia da Srebrenica a Sarajevo significa occuparsi del presente del mondo pieno di guerre e divisioni. Questo è un lavoro lontano dai riflettori che assume uno sguardo di responsabilità. Questo è un libro in cui la letteratura dà i nomi. È l’urgenza più forte che ho avvertito nello scrivere. Dà voce alle persone e imprime i loro nomi, perché la narrazione della guerra spesso produce anche una spersonalizzazione. Nel tuo libro la “casa” sembra essere insieme un luogo reale e una domanda aperta. Dopo aver attraversato queste storie, che cosa significa per te il titolo Nessun’altra casa? Nel libro, la parola “casa” emerge come simbolo di tutto ciò che è stato perduto, ma anche come luogo in cui il passato, nonostante la brutalità della guerra, continua a vivere. Non sono solo le mura di un’abitazione che vengono distrutte, ma tutto ciò che esse rappresentano: le radici, la famiglia, il legame con una comunità. Ogni voce riporta è una testimonianza di perdita, un atto di resistenza contro l’oblio e la distorsione della memoria, una finestra sulla capacità di trovare un senso, anche nel dolore più insostenibile. Ho scelto di scrivere l’ultima pagina del libro con un’immagine molto forte. Dževada, una giovane donna nata durante la guerra, evoca un vuoto, un buco che resta dentro. Ma nella sua tessitura di una quotidianità complessa, nella ricerca di frammenti di felicità, c’è l’idea di portante di Nessun’altra casa. -------------------------------------------------------------------------------- * · Per approfondire il lavoro editoriale di Gazmend Kapllani e la ricerca letteraria sui confini culturali europei: Del Vecchio Editore * · Sul tema della memoria di Srebrenica e del lavoro internazionale di testimonianza e archivio: Srebrenica Memorial Center * · Per rileggere il testo di Hannah Arendt citato da Kapllani, Noi rifugiati, ancora centrale nel dibattito su esilio, identità e appartenenza: The Hannah Arendt Center – We Refugees -------------------------------------------------------------------------------- Paola Del Zoppo insegna Letteratura tedesca presso l’Università di Urbino. Traduttrice letteraria e direttrice editoriale per Del Vecchio Editore, si occupa di studi letterari e culturali comparati, teoria della letteratura e delle connessioni tra studi sociali e politici e letteratura. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTA INTERVISTA A CAROLINA MELONI: > Da una terra all’altra -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Abitare il confine della memoria proviene da Comune-info.
May 21, 2026
Comune-info
Il lessico del dolore. Nora Strejilevich a Napoli, cinquant’anni dopo
Napoli, 17 maggio 2026 — IoCiSto Presidio Permanente di Pace, Piazzetta Aldo Masullo Ci sono parole che non nascono dalla lingua. Nascono dal corpo, da quello che il corpo ha subito prima che la mente trovi il modo di dirlo. Una comunità intera a volte si trova a dover inventare parole nuove perché la realtà che deve nominare non aveva precedenti: desaparecidos, per esempio. Spariti. Non morti, non vivi. Assenti in un modo che la grammatica dell’umano faticava a coniugare. Cinquant’anni fa, il 24 marzo 1976, la giunta militare di Jorge Rafael Videla prese il potere in Argentina. Quello che seguì non fu solo una dittatura: fu la costruzione sistematica di un buco nel linguaggio. Migliaia di persone cancellate non solo dalla vita, ma dalla possibilità stessa di essere pianti e sepolti. La morte come atto amministrativo. Il lutto come reato. Da questa voragine nasce La morte è solo occhi di Nora Strejilevich — scrittrice argentina e sopravvissuta. Il libro, pubblicato in italiano da Poiesis Editrice, è stato presentato oggi pomeriggio nella libreria IoCiSto Presidio Permanente di Pace, nel Vomero napoletano. E Nora Strejilevich era lì, seduta tra le pareti turchesi della saletta intitolata a Giancarlo Siani, davanti a una sala gremita. IL NOME RUBATO Il libro si apre con un’immagine che è già una diagnosi: il nome sottratto, l’identità frantumata in frammenti che non tornano al posto di prima. Strejilevich costruisce una scrittura ibrida — né romanzo né testimonianza pura — perché nessuna forma singola regge il peso di ciò che racconta. La psicoanalisi conosce questa zona d’ombra. Freud aveva descritto il trauma come qualcosa che sfonda la barriera protettiva dello psichismo, che arriva troppo forte perché l’apparato mentale possa metabolizzarlo. Ferenczi aveva aggiunto un’osservazione cruciale: il trauma più devastante non è solo l’atto violento, ma il silenzio che segue, la negazione da parte di chi avrebbe dovuto proteggere. I desaparecidos argentini erano stati colpiti su entrambi i fronti: il corpo e poi il linguaggio. La violenza e poi l’oblio organizzato come politica di Stato. Tomás Eloy Martínez, citato da Strejilevich in apertura, aveva scritto che dal 1975 tutto il suo Paese si era trasformato in una morte numerosa — dapprima intollerabile, poi scivolata nell’oblio. È esattamente ciò che la psicoanalisi descrive come dissociazione collettiva: un intero Paese che si dissocia da se stesso per sopravvivere. LA LETTURA DI GINA ESPOSITO Prima che i relatori prendessero la parola, la presidiante di IoCiSto Gina Esposito ha letto ad alta voce le pagine in cui Strejilevich racconta il giorno del proprio sequestro e della tortura — le ore in cui il corpo viene strappato dal suo nome e dalla sua continuità. La sala ha ascoltato senza muoversi. Nora Strejilevich ascoltava se stessa riletta da un’altra voce, in un’altra lingua, a cinquant’anni di distanza. Difficile immaginare un modo più preciso di spiegare cosa significhi la memoria come pratica viva. È questo che la memoria richiede: non l’archivio, ma la trasmissione da una voce a un orecchio. La psicoanalisi lo chiama après-coup: certi eventi tornano a significare solo quando trovano un contesto capace di riceverli. Quel contesto era la sala di IoCiSto, oggi pomeriggio. LE VOCI INTORNO AL LIBRO Valentina Ripa, ispanista dell’Università di Salerno, ha condotto la discussione con il libro aperto in mano. Al suo fianco Marcella Solinas, docente di Lingua, traduzione e linguistica spagnola presso l’Università di Napoli L’Orientale, e Alessandro Rocco, docente di Letterature ispanoamericane presso l’Università di Napoli Federico II, insieme ad altri esperti della realtà latinoamericana che hanno portato prospettive diverse su ciò che il libro continua a dire al presente. Nella loro lettura, la letteratura della testimonianza non è documento storico: è elaborazione del lutto che la storia ufficiale non ha permesso. Strejilevich scrive per restituire voce a chi è rimasto senza, ma anche — questo è il punto psicoanalitico più sottile — per permettere a se stessa di diventare soggetto, non solo oggetto della violenza. C’è un passaggio nel libro sulle lacrime che non aprono le porte, che condensa questa tensione con precisione quasi clinica. Chi sopravvive ai regimi del terrore impara a non piangere non per forza d’animo, ma perché il pianto è stato usato come leva di controllo. Il dolore si incanala nel corpo, che conserva memoria dove la mente non arriva. NAPOLI, LA SALA, IL PRESENTE Sullo scaffale alle spalle di Nora Strejilevich campeggiava un cartello: NON È PASSATO, È ADESSO. Non era una citazione decorativa. Era la premessa teorica dell’intero pomeriggio. Il trauma collettivo non si archivia: resta presente finché non trova parola, finché non incontra qualcuno disposto ad ascoltarlo. IoCiSto ha questa vocazione come pratica quotidiana. Presidio Permanente di Pace significa tenere aperto uno spazio in cui il passato possa parlare senza essere neutralizzato dalla distanza storica. Cinquant’anni dal golpe argentino non sono un’occasione commemorativa. Sono un’occasione per chiedersi cosa non abbiamo ancora capito. CHI RICORDERÀ Mentre Nora Strejilevich parlava dei suoi morti, fuori dalla sala il mondo continuava a produrne altri. Gaza, Sudan, Myanmar, Ucraina: i nomi cambiano, il meccanismo no. Corpi che spariscono, Stati che negano, comunità internazionali che rimandano. Ogni genocidio contemporaneo ha già dentro di sé la domanda che Strejilevich ha impiegato cinquant’anni a trasformare in libro: chi sarà qui, tra mezzo secolo, a leggere ad alta voce queste pagine? La risposta non è scontata. I desaparecidos argentini hanno avuto le Madri di Plaza de Mayo, i tribunali, gli archeologi che scavano sotto le sopraelevate. Hanno avuto Nora Strejilevich. Ma non tutti i genocidi trovano la propria voce narrante: molti scivolano nell’oblio non perché il mondo dimentichi, ma perché non ha mai davvero guardato. La differenza tra un massacro che entra nella storia e uno che ne rimane fuori non è la scala della violenza: è l’esistenza di qualcuno che abbia la forza e la libertà di raccontarlo. Bisogna costruire adesso le condizioni perché il presente possa essere ricordato. Significa proteggere chi testimonia e tenere aperti spazi come IoCiSto in cui una voce possa incontrare un orecchio disposto. La memoria richiede presidio — nel senso più concreto della parola. Stefania De Giovanni
May 18, 2026
Pressenza
Il corteo per Ciro Principessa è una festa di vita
Il 12 maggio abbiamo ricordato su questo sito l’anniversario dell’uccisione di Giorgiana Masi, colpita alle spalle da un agente in borghese nel 1977, secondo i metodi di controguerriglia teorizzati da Kossiga. Il 23 maggio un corteo e una festa indette dal Comitato Certosa ricorderanno la morte di Ciro Principessa, assassinato nel suo quartiere di Torpignattara il 19 aprile 1979 da un fascista del giro stretto di Delle Chiaie, come a dire da un altro pezzo dello Stato “deviato”. Ciro e Giorgiana: due militanti (dalle biografie diversissime) di un biennio sanguinoso, due testimoni di lotta e di speranza. Nel nostro campo abbiano spesso avuto morti e sconfitte – una lunga serie che comincia almeno a Parigi nel giugno 1848 e che, passo a passo, ha costruito una realtà di classe e di popolo sempre più solida. Ma non è stata mai nostra abitudine soffermarci sulla morte e sul martirio, i caduti li citiamo come testimoni della vita e messaggeri del futuro, rifuggendo da lugubri riti di lamentazione e vendetta quali accompagnano le celebrazioni di Acca Larenzia o di Ramelli. Al !Viva la muerte! che corre da Millán-Astray alle mani tese negli appelli Presente! noi contrapponiamo una gestione vitale del ricordo. Sappiamo bene che l’indignazione che cambia lo stato delle cose si alimenta delle sofferenze delle generazioni che ci hanno preceduto ben più che dall’immaginare i nostri liberi nipoti. > Le rammemorazioni costruiscono un calendario dell’avanzata delle lotte che è > più di una commemorazione dei santi e dei defunti, è un calendario di > accelerazione: esse non misurano il tempo come orologi ma anticipano il corso > storico nella lotta quotidiana, fanno esperienza della rottura della > continuità ripetitiva del tempo mostrando fuggevolmente quanto di alternativo > sarebbe possibile. Perciò teniamoci caro il calendario dei tumulti e dei > caduti, non per lamentare ma per riscattare il passato. Esordiva una quasi dimenticata canzone partigiana del 1944 che cade a proposito nell’anniversario della Semaine sanglante del 21-28 maggio 1871: «Non siam più la Comune di Parigi, che tu borghese schiacciasti nel sangue…), ma abbiamo imparato e oggi è il giorno della riscossa. Non era vero, purtroppo, e altre rivoluzioni sono finite male, ma quell’atteggiamento resta valido e ogni volta si dovrà ricominciare da capo con quello spirito. Ciro Principessa aveva avuto un’adolescenza un po’ malandrina a Torpigna, come tanti ragazzi della Fgci di allora, nelle borgate e nei rioni di un centro ancora non colonizzato da Airbnb, qualche furto, due anni di carcere minorile, la diserzione dal servizio militare, poi “il Nespola” cambia vita, mantenendo il look d’epoca (capelli lunghi, abbigliamento tutto bianco alla Tony Manero (la Febbre del sabato sera è del 1977), vive di lavoretti saltuari, diffonde l’”Unità” la domenica mattina, frequenta la sezione del Pci “Nino Franchellucci” virando il ribellismo originario in coscienza di classe e impegnandosi nel lavoro di massa. Occupa nel 1978 un ex-mobilificio abbandonata via di Porta Furba e vi organizza una specie di centro sociale. > Un percorso antropologico comune in quegli anni anche ai ragazzi dei gruppi > extraparlamentari, una biografia che potrebbe appartenere a un militante di > Lotta continua o ai Tiburtaros – certo, le linee politiche erano ben diverse > nella sostanza, anche se il Pci di prima della Bolognina si teneva dentro > contraddittoriamente forze che di fatto non seguivano tutte le implicazioni > della linea della dirigenza. Per quanto Ciro non fosse un dissidente e, anzi, condannasse le tendenze alla lotta armata che serpeggiavano alla base fino a partecipare ai funerali del sindacalista Guido Rossa ucciso dalle Br, tuttavia non lo immaginiamo come un attivista del Pd odierno o un simpatizzante del “campo largo”. Il salto di qualità era giù compiuto a livello strategico e dirigente, ma non era ancora sgocciolato fino a impregnare il tessuto di base. Comunque quel maledetto 19 aprile 1979 Ciro si occupava della gestione della biblioteca di sezione, quando si presentò uno sconosciuto che chiese un libro in prestito. Gli dicono che deve registrarsi con un documento e allora afferra il volume e scappa via. Ciro e un paio di compagni partono all’inseguimento – un libro, in epoca pre-web, è vissuto come uno strumento di emancipazione e di crescita –, raggiungono il provocatore e si accorgono all’ultimo minuto che impugna una lama. Troppo tardi, Ciro, crolla a terra con due squarci al torace e all’addome. L’aggressore fugge e viene fermato poco dopo in un bar mentre cerca di disfarsi del coltello. Ciro ha un’arteria recisa e muore il giorno dopo all’ospedale dopo una notte di atroce agonia. Ma chi è l’assassino? Un fascista, certo, ma non un pischello di borgata, come quelli della destra sociale che si diffonderanno nelle periferie a fine secolo, sulla scia delle campagne d’odio etnico verso migranti e zingari, mentre gli eredi del Pci si rinserrano nella zona ZTL. No, Claudio Minetti è un figlio d’arte, la madre, fascistissima, è convivente di Stefano Delle Chiaie (il “Caccola”), fondatore di Avanguardia Nazionale, banda eversiva strettamente legata alla Cia e a una parte dei Servizi italiani. Il fratello maggiore, Riccardo, è affezionato compagno d’armi dell’altro fondatore di AN, Mario Merlino (il cui figlio, a sua volta, è il braccio destro di Fazzolari e commissario politico di FdI presso il Ministero della Cultura – come ben si sa dagli scazzi di questi giorni) e si è suicidato o, più probabilmente, è stato suicidato in carcere alla vigilia della sua deposizione nel processo di Catanzaro per piazza Fontana. Claudio segue le orme familiari e, dopo lo scioglimento di AN, entra in Europa civiltà e transita per la solita sezione di Acca Larenzia. Sarà condannato a 10 anni di carcere ma, grazie a una provvidenziale dichiarazione di infermità mentale, ne sconta solo una parte.  Una genealogia diversa dallo spontaneismo “settantasettino” dei coevi Nar e del nascente Movimento rivoluzionario popolare, che peraltro compiono azioni molto simili in quelle roventi settimane. Rivelatrice della situazione è la partecipazione di Berlinguer al corteo funebre di Ciro: solidale, però il segretario commentò la recrudescenza di attentati come una conferma dei pericoli per la democrazia e rispiegò a un perplesso D’Alema, leader allora della Fgci, la necessità impellente del compromesso storico. > Oggi la commemorazione non è identitaria, del militante Pci, ma rivendica Ciro > a una ribellione diffusa, le cui cause e sentimenti si sono trasferiti alla > difficile situazione di oggi, segnata dalla violenza neofascista, dalla vita > precaria dei giovani nei quartieri popolari, della loro > composizione multietnica e moltitudinaria. Il corteo partirà da Largo dei Savorgnan, sabato 23 maggio alle ore 14.00, e si snoderà per le vie di Torpignattara e Certosa. La festa si terrà a via del Mandrione 215 (ex-Stazione Casilina), dalle 11.00 alle 23.00 lo stesso giorno La copertina è tratta dalla pagina Facebook “Comitato Certosa“ Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Il corteo per Ciro Principessa è una festa di vita proviene da DINAMOpress.
May 16, 2026
DINAMOpress
Innocenti sovversioni
di Mauro Armanino Dalle parole tracciate su un muro di Genova ai gesti di chi resiste alle dittature, alle guerre, allo sfruttamento e alla menzogna: un viaggio nelle “innocenti sovversioni” …
Ex rimessa ATAC Vittoria: la Memoria di Giunta sul progetto privato
L’ex deposito ATAC Vittoria in Piazza Bainsizza Carteinregola segue da anni il destino della ex Rimessa Atac di Piazza Bainsizza, un’area di 15.500 mq, nel quartiere Delle Vittorie, I Municipio. Uno spazio che era stato oggetto di un importante percorso partecipato avviato da cittadini e associazioni, guidati da un gruppo di esperti di progettazione, tra i quali Alessandro Giangrande, socio di Carteinregola, Elena Mortola e Romina Peritore, che sull’esperienza avevano scritto anche un libro [1]. L’intenso lavoro collettivo si era poi infranto con la cessione dell’ex rimessa a privati, nell’ambito della dismissione del patrimonio ATAC [2]. Ora la Giunta Gualtieri ha approvato una “Memoria avente ad oggetto la rigenerazione urbana dell’Ex Rimessa A.T.A.C. ”Vittoria” [3]che riguarda un progetto presentato dalla proprietà, che “prevede un aumento della SUL superiore del 20% di quella preesistente, nonché un aumento della densità edilizia oltre i 3 mc/mq  fino a 4,98 mc/mq” con “interventi demolizione ricostruzione con diversa sagoma” e nel “mix funzionale” comprende “funzioni abitative pari al 60% del totale, ovvero 9000 mq e 242 nuovi abitanti”[4]. La Giunta anche se ritiene che il progetto “presenta elementi di interesse per l’amministrazione che consistono nella riqualificazione di rifunzionalizzazione di un compendio di dismesso per adibirlo a Polo culturale commerciale e ricreativo con servizi spazi pedonali e di verde privati ad uso pubblico, servizi del territorio con possibili opere pubbliche e/o di interesse quali pubblico” sottolinea che “in tale ambito della città storica …all’interno di un quadrante urbano ormai fortemente consolidato come quello del quartiere Delle Vittorie” “l’aumento del carico urbanistico” possa avere effetti particolarmente impattanti e che il progetto “senza le funzioni abitative potrebbe incrementare la sicurezza urbana e implementare terzi, luoghi destinati alla socialità all’aggregazione per il quartiere delle Vittorie”. Pubblichiamo un primo resoconto del contenuto della Memoria a cura di Paolo Gelsomini, con la prospettiva di riaprire la riflessione su una destinazione del compendio compatibile con la tutela dell’immobile storico vincolato [5] , con l’interesse pubblico e con la sostenibilità per gli abitanti. In calce gli articoli pubblicati nel tempo da Carteinregola (AMBM) scarica Memoria avente a oggetto Memoria avente ad oggetto la rigenerazione urbana dell’Ex Rimessa A.T.A.C. ”Vittoria”, situata in Piazza Bainsizza 13, Municipio I e identificata in NCEU di Roma al foglio 400 particella 13 e relativi subalterni del 30 aprile 2026 EX DEPOSITO VITTORIA: SINTESI DELLA PROPOSTA DI RIGENERAZIONE URBANA di Paolo Gelsomini La rigenerazione urbana dell’ex rimessa A.T.A.C. “Vittoria” di piazza Bainsizza è una delle opere che rientra tra gli obiettivi strategici contenuti nelle linee programmatiche del sindaco Gualtieri approvate nell’Assemblea capitolina n.106/2021. “Promozione di interventi di rigenerazione volti a limitare situazioni di degrado sociale e ambientale”. Questo è scritto nelle premesse della memoria n.21 approvata dalla Giunta Capitolina nella seduta del 30 aprile scorso. Come ogni rigenerazione urbana, anche questa di piazza Bainsizza non è solo un’opera di riqualificazione e riutilizzo del patrimonio edilizio esistente degradato ma anche un volano economico per la città, un intervento sul territorio capace di attrarre investimenti privati e di sviluppare piani di valorizzazione. Come al solito, aldilà delle parole e delle strategie occorre prevedere i risultati sul piano urbanistico, sociale, ambientale del territorio interessato. Si tratta cioè di misurare il soddisfacimento dell’interesse pubblico e percepire la sua prevalenza su quello privato. La funzione di deposito di tram ed autobus pubblici è stata dismessa in quanto considerata non più strumentale all’esercizio del TPL (trasporto pubblico locale), e sono state individuate nuove destinazioni d’uso insieme alla SUL (Superficie Utile Lorda) massima consentita, in conformità al Programma Generale per la riconversione funzionale degli immobili non strumentali previsti dal Piano pluriennale di ATAC Patrimonio S.r.l. ai sensi dell’art.84 c.4 delle Norme Tecniche di Attuazione del Piano Regolatore Generale. Attualmente l’immobile, situato su un’area di 15.500 mq, risulta dismesso con degrado accentuato che ha portato nel 2007 al parziale crollo della porzione posta all’angolo con viale Angelico. La Società Depositi Delle Vittorie S.r.l., oggi proprietaria del compendio immobiliare, in base alla procedura competitiva per la vendita degli immobili non strumentali censiti nell’ambito Concordato Preventivo n.89/2017, ha presentato un’istanza di Permesso di costruire in deroga, ai sensi dell’art.14 del DPR 380/01 e successive modificazioni e integrazioni, per la rigenerazione urbana del complesso di piazza Bainsizza sul quale grava un vincolo di interesse storico-artistico. Il progetto prevede la completa riconversione e rifunzionalizzazione del compendio immobiliare per la realizzazione di un polo culturale, commerciale e ricreativo con servizi privati e spazi pedonali privati ad uso pubblico. Il Permesso di costruire in deroga è un istituto di carattere eccezionale rispetto all’ordinario titolo edilizio e rappresenta l’espressione di un parere ampiamente discrezionale che si concretizza in una decisione di natura urbanistica tesa a valutare l’interesse pubblico e il rispetto della pianificazione urbanistica. Gli interventi di demolizione e ricostruzione con diversa sagoma e incrementi volumetrici sono da considerare “nuova costruzione” ed il progetto presentato, secondo la relazione tecnica istruttoria del Responsabile del Procedimento, prevede un aumento della SUL superiore del 20% di quella preesistente, nonché un aumento della densità edilizia oltre i 3 mc/mq  fino a 4,98 mc/mq. In seguito all’istanza presentata dalla proprietà, è stata avviata la necessaria attività istruttoria  e la Direzione Trasformazione Urbana dell’allora Dipartimento Programmazione e Attuazione Urbanistica ha indetto la Conferenza dei servizi preliminare finalizzata all’esame degli interessi pubblici  coinvolti in riferimento alle finalità di rigenerazione urbana, di contenimento del consumo di suolo e di recupero urbano e sociale dell’insediamento proposto dal progetto. Sono state espresse indicazioni e determinazioni da parte delle Amministrazioni coinvolte. Il progetto in questione, secondo la Memoria di Giunta, presenta attualmente elementi di interesse per l’amministrazione che consistono nella riqualificazione e rifunzionalizzazione di un compendio dismesso per adibirlo a polo culturale, commerciale e ricreativo con servizi, spazi pedonali e di verde privati ad uso pubblico a servizio del territorio, con possibili opere pubbliche e/o di interesse pubblico quali: recupero della parte dell’edificio lato via Monte Santo civico 63 per la nuova ubicazione delle funzioni dell’ASL; restante parte della stessa porzione di immobile per la possibile destinazione a servizi pubblici di livello locale; altri servizi di livello locale di 294 mq al piano primo; copertura adibita a tetto giardino di circa 8000 mq come ulteriore spazio privato di uso pubblico. Il Programma Generale per la riconversione funzionale degli immobili non strumentali previsti dal Piano pluriennale di ATAC Patrimonio S.r.l. descrive l’ex rimessa Vittoria come un edificio speciale che non riveste un particolare interesse storico, architettonico o monumentale. Per la trasformazione urbanistica lo stesso Programma Generale prevede le categorie di intervento, le grandezze urbanistiche ed il mix funzionale. In particolare il mix funzionale prevede il 60% della SUL destinato a funzioni insediative con 242 abitanti; il 40% della SUL a servizi e attività commerciali per piccole strutture di vendita; dotazioni di parcheggi, verde e servizi pubblici per mq 16.400. A fronte di un’estensione di 15.500 mq, e di una volumetria esistente di mc 48.500, si prevede una SUL realizzabile massima (Vc/3,20) di mq. 15.156 e una SUL premiale massima di mq 4500. La memoria di Giunta ritiene che il mix funzionale previsto dal Programma Generale approvato con D.A.C. n.39/2011 per la trasformazione urbanistico-edilizia dell’ex rimessa Vittoria possa risultare particolarmente impattante in questo ambito della Città Storica e all’interno di un quadrante urbano fortemente consolidato, per gli effetti derivanti dall’aumento del carico urbanistico relativo alla quota SUL per funzioni abitative pari al 60% del totale con 262 nuovi abitanti. La stessa memoria di Giunta ritiene che la creazione di un polo commerciale e ricreativo con servizi, spazi pedonali, verde privato, spazi di lavoro, produzione culturale senza l’insediamento di nuove funzioni abitative, potrebbe incrementare la sicurezza urbana e implementare i “terzi luoghi” destinati alla socialità e all’aggregazione per il quartiere “Delle Vittorie”. Pertanto la Giunta Capitolina per il perseguimento degli interessi pubblici sottesi alla rigenerazione urbana dell’ex rimessa ATAC “Vittoria” demanda al Dipartimento Valutazione Urbanistica di valutare l’avvio di atti e strumenti urbanistici attuativi necessari al superamento delle previsioni del Programma Generale approvato con Delibera AC n.39/2011 per il raggiungimento di un equilibrio economico-finanziario pubblico-privato che preveda nuove grandezze urbanistico-edilizie e un rinnovato mix funzionale senza il ricorso alla procedura dell’Accordo di Programma, di cui all’art.34 del D.Lgs. 267/2000. Si chiede anche di integrare o modificare le opere pubbliche e/o di interesse pubblico previste, sulla base delle esigenze espresse dalle realtà territoriali e del primo Municipio, anche in rapporto alla riqualificazione di aree esterne al compendio ma ad esso connesse e limitrofe come la vicina piazza Bainsizza o via Monte Santo. Per osservaizoni e precisazioni: laboratoriocarteinregola@gmail.com 7 maggio 2026 I NOSTRI ARTICOLI PRECEDENTI Ex Deposito Atac di Piazza Ragusa: storia di una vendita all’unico offerente Agosto 3, 2021 Ritorno in Aula Giulio Cesare per l’ex rimessa Vittoria Settembre 13, 2018 Pubblicata la Memoria di Giunta sul patrimonio ATAC Febbraio 2, 2018 ATAC, un patrimonio pubblico a rischio Gennaio 28, 2018 Riorganizzazione dell’ATAC, la parola a un esperto Novembre 24, 2015 Aree ex depositi ATAC – Dal 2010 al 2019 Rimessa ATAC Piazza Bainsizza: la delibera del I Municipio sostenuta dai cittadini non passa all’Assemblea Capitolin Settembre 10, 2018 Rimessa Atac Vittoria e partecipazione dei cittadini EX Rimessa ATAC Vittoria I Municipio Alienazione immobili ATAC: la petizione per la rimessa di Piazza Bainsizza Gennaio 5, 2018 NOTE [1]VEDI L’ex-deposito ATAC Vittoria: Progettazione partecipata a Roma di Alessandro Giangrande , Romina Peritore , Elena Mortola   [2] scarica l’avviso di vendita ATAC lotto 11 COMPLESSO IMMOBILIARE EX RIMESSA VITTORIA PIAZZA BAINSIZZA, VIA MONTE SANTO, VIA CARSO E VIA MONTE NERO [3] comunicato 30 aprile 2026 sito Roma Capitale La Giunta Capitolina ha approvato una memoria riguardante l’ex Rimessa ATAC “Vittoria”, in Piazza Bainsizza, avviando il percorso di trasformazione di uno dei complessi dismessi più rilevanti del quadrante Prati-Delle Vittorie. Il progetto prevede la riqualificazione e la rifunzionalizzazione dell’area degli ex depositi in un nuovo polo multifunzionale. Una nuova centralità del quadrante urbano capace di combinare servizi pubblici e privati, attività commerciali e spazi per la cultura e la socialità, il benessere e l’innovazione. Il progetto “Depositi delle Vittorie”, proposto dal soggetto attuatore e già esaminato in sede di conferenza dei servizi preliminare, ha infatti l’obiettivo di trasformare il compendio in un’area strategica per la città. Il piano punta su una forte apertura al quartiere e ai cittadini, grazie a spazi accessibili, luoghi di incontro, piazze e strutture dedicate alla condivisione, all’educazione, allo svago e alla qualità della vita urbana. La memoria approvata oggi segna un netto cambio di indirizzo rispetto alle previsioni urbanistiche del 2011, che prevedevano il 60% di destinazione residenziale e il 40% di servizi/commercio escludendo l’insediamento di nuove abitazioni, in un contesto di alta densità abitativa e ridotti luoghi pubblici. Il progetto prevede la realizzazione di uffici e aree co-working, strutture commerciali e locali pubblici, oltre a servizi per il benessere. Saranno incluse anche funzioni di pubblica utilità, tra cui uffici ASL e servizi socio-assistenziali, insieme a tre piani di parcheggi interrati. In particolare, la Giunta ha dato mandato al Dipartimento programmazione urbanistica di: avviare la predisposizione di un nuovo strumento urbanistico attuativo, superando le previsioni del Programma Generale del 2011, per definire un assetto dell’area più equilibrato e sostenibile; verificare la possibilità di conservare i pareri e le autorizzazioni già acquisiti nell’ambito del procedimento amministrativo avviato; approfondire e ridefinire le opere pubbliche e di interesse pubblico, anche in relazione al contesto urbano circostante, attraverso il coinvolgimento del Municipio e del territorio. “Con questa memoria diamo importanti indirizzi per la riqualificazione e rifunzionalizzazione dell’ex deposito di Piazza Bainsizza. Un luogo storico e importante al centro del quadrante Prati- Della Vittoria che sarà trasformato in uno spazio polifunzionale aperto a tutti, con nuovi servizi e funzioni pubbliche di qualità.  Il nostro obiettivo è integrare l’ex deposito nel tessuto urbano come spazio aperto e multifunzionale, per questo abbiamo deciso di escludere la possibilità di costruire nuove case, e scelto di rispondere alla carenza di spazi pubblici nel quadrante. Mettiamo quindi un altro tassello nel programma di rigenerazione urbana che stiamo portando avanti per restituire a Roma spazi dismessi e restituire centralità ai quartieri” spiega l’assessore all’Urbanistica Maurizio Veloccia. [4] il mix funzionale è previsto dal Programma Generale per la riconversione funzionale degli immobili non strumentali al Trasporto Pubblico Locale previsti dal Piano Pluriennale. 2009-2020 di ATAC approvato con DAC n. 39 del 2011″ scarica Programma Generale per la riconversione funzionale degli immobili non strumentali al Trasporto Pubblico Locale previsti dal Piano Pluriennale. 2009-2020 di ATAC approvato con DAC n. 39 del 2011 [5] il complesso immobiliare risulta, in base al decreto del 24 dicembre 2013, emesso dal Ministero dei Beni e le attività culturali e del Turismo, Direzione regionale per i beni culturali e paesaggistici del Lazio, di interesse storico artistico ai sensi dell’articolo 10, comma 1, del Decreto legislativo 22 gennaio 2024, 2004 numero 42 (Codice dei Beni culturali e del Paesaggio)
May 7, 2026
carteinregola
25 aprile 2026: a Roma si spara alla Memoria
La primavera romana non era mai sembrata così luminosa come questa mattina. Da Piazzale Ostiense, sotto l’ombra austera della Piramide Cestia, una marea umana ha risposto all’appello della Memoria. Bandiere e striscioni dell’ANPI e di varie organizzazioni, fazzoletti tricolori, famiglie, giovani e anziani hanno trasformato il cuore della capitale in un fiume di speranza. Un corteo che è arrivato al Parco Schuster, accanto alla Basilica di San Paolo, in un clima di gioia civile, tra canti partigiani e slogan che parlavano di futuro, Costituzione e libertà. Ma l’idillio è stato spezzato. In un pomeriggio che avrebbe dovuto consegnare alla storia un’immagine di unità, è tornato il rumore sinistro di uno sparo. Per fortuna, non era un’arma da fuoco, ma solo una pistola ad aria compressa. Ma il simbolo, quello sì, è di piombo. Colpire due iscritti all’ANPI — uno al viso e al collo, l’altra alla spalla — nel giorno della Festa della Liberazione, non è solo un gravissimo atto di violenza, ma è anche un segnale politico chiaro. È il ritorno della violenza fascista che alza il tiro, forte di un clima che non nasce nel vuoto. Questi colpi non sono stati esplosi da dita isolate. Esiste un “grilletto morale” che viene premuto ogni volta che un esponente delle istituzioni, magari seduto sulle poltrone più alte dello Stato, decide di sporcare il valore universale del 25 aprile. Negli ultimi giorni abbiamo assistito a uno spettacolo indegno: alte cariche che hanno definito questa data “divisiva”, che hanno cercato di equiparare vittime e carnefici o che hanno scelto un silenzio ostinato pur di non pronunciarsi sulla parola “antifascismo”. Quando chi dovrebbe rappresentare la democrazia sceglie di strizzare l’occhio a nostalgismi o di declassare la Resistenza a “festa di parte”, sta di fatto dando il permesso ai violenti di uscire allo scoperto. La delegittimazione istituzionale è il concime su cui cresce l’aggressione fisica. Se lo Stato non riconosce i propri padri fondatori, chi si sente orfano della democrazia si sente autorizzato a colpire. Mentre al Parco Schuster si concludevano i comizi e l’eco di “Bella Ciao” risuonava ancora tra gli alberi, l’agguato ha riportato Roma indietro di tanti decenni. La gravità del fatto è inaudita proprio per la sua apparente “leggerezza” tecnica: usare un’arma ad aria compressa significa voler umiliare oltre che ferire; significa trattare la Memoria come un bersaglio da luna park, trasformando il dissenso politico in un atto di caccia all’uomo. I militanti dell’ANPI feriti sono il simbolo di un’Italia che ancora oggi deve proteggersi per il solo fatto di esistere e di ricordare. Non si può derubricare l’accaduto al gesto di uno squilibrato. Lo squilibrio è nel sistema, in un discorso pubblico che ha smesso di erigere barriere invalicabili contro il fascismo, permettendo che esso rientri sotto mentite spoglie – o peggio, sotto forma di proiettili sparati da un’arma ad aria compressa che però pesano come macigni sulla nostra democrazia. La Roma che stamattina ha sfilato dalla Piramide è la risposta più forte che si possa dare. Migliaia di corpi, sorrisi e voci che non si faranno intimidire da vigliacchi che colpiscono nell’ombra delle strade laterali. Tuttavia, l’indignazione non basta. È necessario che la politica faccia un passo indietro dall’abisso. È necessario che chi ricopre ruoli istituzionali chieda scusa per le dichiarazioni vergognose di questi giorni e riconosca che, senza il sangue dei partigiani, non avrebbe il diritto di sedere in quei palazzi. Oggi a Roma non sono stati solo feriti vigliaccamente due militanti dell’ANPI, ma è stata presa di mira la Costituzione stessa. Se permettiamo che il 25 aprile diventi un giorno in cui aver paura di indossare un fazzoletto rosso, avremo già perso un pezzo di quella libertà che oggi celebravamo. Per fortuna, la marea di Piazzale Ostiense dice ben altro: dice che la Resistenza continua e che la memoria è un’arma molto più potente di qualsiasi pistola. Anche di quelle che, purtroppo, hanno ricominciato a ferire. Foto di Mauro Zanella Giovanni Barbera
April 25, 2026
Pressenza
Chi lascia fare e s’accontenta
-------------------------------------------------------------------------------- Roma, 25 Aprile 2025: mille papaveri rossi all’uncinetto di “Tessiture di pace” abbracciano Piazza Vittorio. Foto Nilde Guiducci -------------------------------------------------------------------------------- La Resistenza non è solo un fatto storico, ma una scelta morale. Un esercizio quotidiano di coscienza. «Non sei mica fascista» mi disse. Era seria, ma rideva. Le presi la mano e sbuffai. «Lo siamo tutti, cara Cate» dissi piano. «Se non lo fossimo, dovremmo rivoltarci, tirare le bombe, rischiare la pelle. Chi lascia fare e s’accontenta, è già un fascista». Quanti ancora scelgono di restare ai margini, di osservare senza agire, proprio come Corrado, il protagonista de La casa in collina di Cesare Pavese. Prevaricazioni e guerre gli scorrono accanto, feroci e disumane, mentre lui si illude di poterne restare fuori. La sua passività è il riflesso di un’intera collettività che abdica alla propria responsabilità, che si illude di poter vivere in sospeso, senza scegliere. Ma davvero si può essere spettatori quando il mondo brucia? Eppure, essere uomini significa essere responsabili dell’esistenza, significa assumersi il peso del bene e del male. Ed è questo che conferisce senso alla vita. E l’indifferenza non è mai un “rifugio”. È un atto di complicità. Corrado lo capirà troppo tardi, quando Cate e i suoi amici verranno arrestati dai tedeschi… La guerra, che fino a quel momento gli sembrava lontana, ora gli si impone con tutto il suo peso. L’orrore non è più un’eco distante, ma una ferita che lo riguarda. E lo inchioda a confrontarsi con una domanda che lo tormenta: «Ora che ho visto cos’è la guerra civile, so che tutti, se un giorno finisse, dovrebbero chiedersi: “E dei caduti che facciamo? Perché sono morti?” Io non saprei cosa rispondere. Non adesso almeno. Né mi pare che gli altri lo sappiano. Forse lo sanno unicamente i morti, e soltanto per loro la guerra è finita davvero». Perché la guerra non finisce mai davvero per chi resta. Continua a bruciare. Sopravvive come una presenza muta, un’ombra che si allunga sul futuro. Pesa come una ferita che non smette di sanguinare. Non è solo il sangue versato a gridare giustizia, ma l’assordante silenzio di chi ha lasciato accadere. Rompere quel silenzio è un atto di coraggio. È prendersi cura di chi non c’è più. È proteggere la verità e custodirne la memoria. È restituire dignità a chi è rimasto. Perché ricordare non è guardare indietro: è scegliere da che parte della storia stare, ogni giorno. Perché la libertà non è mai definitiva, ma una scelta continua. È stata la voce dei partigiani e oggi è la voce di chi si oppone all’oppressione e alle prevaricazioni e sceglie la dignità e la giustizia. L’umanità e la pace. -------------------------------------------------------------------------------- Alessandra Sanna, insegnante -------------------------------------------------------------------------------- > 25 Aprile ogni giorno: Ascanio Celestini -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Le donne della Resistenza, la resistenza delle donne -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Chi lascia fare e s’accontenta proviene da Comune-info.
April 25, 2026
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