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2001-2026 Genova Social Forum ReLoad: “Stomaco”, un esercizio collettivo di memoria
(NdR) L’appuntamento da NON mancare domani sera a Genova subito dopo l’Assemblea NoKings a Palazzo Ducale (ne abbiamo scritto qui) è al Teatro La Claque (Teatro della Tosse, Vico San Donato 9. h 19.30) per il monologo Stomaco di e con Giorgia Mazzucato. Classe 1990, nei giorni di Genova 2001 aveva solo 11 anni e crescendo ha sentito l’esigenza di ripercorrere quegli eventi «perché parlano anche di me». Attrice, autrice, regista, allieva di Dario Fo, Franca Rame, Marco Baliani, Andrea Pennacchi, Giorgia ha ricevuto dei premi importanti, ha fondato e dirige a Roma la Scuola SB Teatro e da quindici anni è in tournée con monologhi che uniscono l’impegno civile alla comicità. Uno di questi, Komorebi, finalista al CQF del National Queer Theatre (NY), è diventato anche un libro, edito da People nel 2023. Nel 2025 debutta con questo nuovo spettacolo, Stomaco, che subito diventa anche un libro (Ed People) e nel 2026 si traduce anche in podcast con le voci di Elena Giuliani e Haidi Gaggio Giuliani. Qui di seguito, alcuni brani per gentile concessione dell’autrice. E quanto al week end oltre all’Assemblea NoKings di domani a Palazzo Ducale, l’appuntamento importante sarà domenica, 19 luglio, h 15.30 in Piazza Alimonda per il Corteo Nazionale. “Stomaco”, un esercizio collettivo di memoria Vi vorrei dire una cosa e ve la vorrei dire subito. Io sono terrorizzata. Tutto quello che sta accadendo nel mondo oggi, durante questo Ventennio del nuovo secolo, mi atterrisce. Non lo dico tanto per dire, eh. Lo dico nel senso che spesso mi si ferma il respiro, mi si stringono le viscere, mi scoppia un pianto dentro (dentro: sono veneta ed emotivamente costipata). Crisi climatica, fascismi, dunque ecoansia, fascioansia. Per il mio nuovo testo volevo parlare dell’urgenza della mia e delle nuove generazioni di rovesciare il mondo, della rabbia di sentirsi violatə, della paura di essere fuori tempo massimo e dell’orgoglio nel continuare a lottare contro ciò che è inequivocabilmente ingiusto. Immergendomi nel progetto, però, ho capito che, per parlare di tutto questo, avrei dovuto anche fare i conti con una storia che non avevo mai affrontato veramente: la storia di quella generazione, prima della mia, che già parlava dei nostri problemi di oggi e che quasi ce l’aveva fatta a cambiare il mondo, ma che era stata spezzata a Genova nel 2001. Quello che ne è venuto fuori è un grido di rabbia, un dito nella piaga, una richiesta d’aiuto, una ricerca di futuro, un esercizio collettivo di memoria. Ecco, memoria. Ho imparato in questi anni che la memoria è un muscolo. Non è un quadro fatto e finito, da appendersi in casa e omaggiare una-due volte l’anno per pulirsi la coscienza. La memoria è un muscolo, sporco, strappato e pieno di spasmi, da allenare. E quello che mi sembra, ora, è che siamo completamente fuori forma democratica, umana. E mi pare sempre più evidente che dobbiamo riprendere a faticare e sudare per evitare di finire col rilassarci e trovare rassegnata abitudine in questa distopia. Scrivendo Stomaco, lo spettacolo da cui è tratto questo libro, mi sono accorta che io, di quanto accadde a Genova nel 2001, non sapevo nulla: qualche titolo di giornale, qualche immagine rimasta nella Storia, ma di quello che accadde davvero e del come, niente. E allora ho chiesto, a persone vicine a me, della mia generazione: niente. Figurati quelle dopo, ancora più lontane. Una parentesi temporale rimossa, una pagina strappata da un libro di storia, un’amnesia localizzata, una parte di cervello del nostro Paese chirurgicamente asportata. Quindi mi sono messa a studiare, sono andata a Genova, ho incontrato testimoni e protagonistə, ho letto le carte di tutti i processi, a Bologna ho setacciato l’archivio di foto, video e audio. Poi ho cominciato a scrivere e mi sono fermata più e più volte, smarrita, perché più tentavo di afferrare le questioni, più queste perdevano di contorno, mi sgusciavano tra le dita e mi riportavano qui, ad oggi, nel mezzo del mondo, come un trauma irrisolto. Mi sono persa, più e più volte. Che senso ha parlare del G8 del 2001, oggi? Che senso ha che ne parli io, che in quei giorni ero in un campeggio distante 400 chilometri da Genova? Ogni volta che cercavo un senso, leggevo e l’attualità mi rispondeva, puntualissima e sfacciata: «Reggio Emilia, 10 agenti condannati per le violenze in carcere». Sky TG24, 17 febbraio 2025 «La Corte di appello di Firenze ha confermato le condanne per tortura a carico di agenti penitenziari per le violenze inferte nel 2018 a una persona detenuta nel carcere di San Gimignano». Amnesty International, 4 aprile 2025 Questo libro non vuole essere un libro “bello”, vuole essere un libro “utile”. Uno strumento di lotta e di memoria, per ricordarci che quello che viviamo oggi ha radici passate e dobbiamo esserne consapevoli per essere più prontə. E se si dice che la Storia è ciclica, beh: a noi allora è capitato questo giro di giostra. E così sia. Rimbocchiamoci le maniche come hanno fatto le persone prima di noi che ci hanno fatto strada fino a qui. Ora tocca a noi. Tocca a noi ricordarci che saremo sempre più di loro, che saremo sempre più di chi ci vuole in silenzio, a servizio. Tocca a noi prendere posizione, esporci, squarciare questa neutralità che protegge e maschera chi ci opprime. Genocidio in Palestina, mattanza delle persone migranti, discriminazioni ai danni della comunità queer e in particolare trans, abusi sulle persone detenute: queste sono solo alcune delle distorsioni accettate come scelte possibili, che esistono nel nostro oggi, a pochi metri e chilometri da noi. Tocca a noi ricordarci che tutto questo non è accettabile. Tocca a noi ricordarci che su certi argomenti la radicalità è semplice buon senso, che su certi argomenti esiste inequivocabilmente il giusto e lo sbagliato. Come può essere opinabile il diritto di una persona a esistere nel rispetto della propria dignità? Tocca a noi ricordarci di stare dalla parte giusta e agire. Avremmo preferito non esporci e starcene sul divano? Credo di sì. Ma starcene sedutɜ non è più un’opzione. Scrivendo lo spettacolo e poi questo libro, ho capito che la storia non fluisce. La storia si aggroviglia in nodi che stringono passato e presente insieme. Che solo l’attenzione, la rabbia, lo studio, la sorellanza, la paura e la lucidità ti possono salvare dal gas. Che le ex Tute Bianche erano guidate da Luca Casarini, che poi fonderà Mediterranea, che salva le vite in mare, e che poi verrà spiato dal software Graphite, dell’azienda israeliana Paragon, usato dal governo italiano. E che quasi tutti i responsabili delle torture del passato hanno ricevuto promozioni e ora, nel presente, sono ai posti di comando senza aver fatto un giorno di galera. Che quando alcune persone massacrate alla Diaz sono tornate nella scuola dopo anni, in concomitanza col processo, sono state chiamate le forze dell’ordine. Nel vederle, un ragazzo si è paralizzato. Freezing, muscoli bloccati, terrore animale, istintivo, nauseabondo. Che in quei giorni, durante il processo Diaz, nel team legale di quattro capisquadra di quel famoso VII reparto della celere di Roma che ha guidato il massacro, c’era lui – ecco la seconda volta che lo nomino –, il protettore dei protettori, il collezionista di busti, la seconda carica dello Stato: Ignazio Maria Benito La Russa. Mi manca avere fiducia nelle istituzioni e quasi mi manca l’ipocrita narrazione delle solite mele marce: ormai non si sente più. Ormai quelle mele non sono più marce, sono solo mele che fanno in marcia il loro lavoro: «Solidarietà alle forze dell’ordine». Manifestazioni pro-Palestina, contro il genocidio, manganello: «Solidarietà alle forze dell’ordine». Manifestazione antifascista, contro gli eredi degli assassini della strage di Bologna, manganello: «Solidarietà alle forze dell’ordine». Torture nelle carceri di Ferrara, San Gimignano, Torino, Palermo, Milano, Melfi, Pavia, Monza, Viterbo, Reggio Emilia, Foggia, Bari: «Solidarietà alle forze dell’ordine». Braccio armato dello Stato, braccio teso di Delmastro, che chiede «il conferimento dell’encomio solenne al corpo di polizia penitenziaria in servizio presso l’istituto penitenziario di Santa Maria Capua Vetere che ha dimostrato di possedere non comune determinazione operativa». Si scrive “determinazione operativa”, si legge 283 poliziotti che nel 2020 massacrano le persone detenute che chiedono prevenzione per il Covid. Encomio solenne. 105 agenti e ufficiali a processo, accusati di tortura pluriaggravata, lesioni, falso, calunnia. Alcuni di questi, oltre a continuare a lavorare come se nulla fosse, godranno di un avanzamento di carriera. La ricostruzione ad opera del partito della fiamma manipola le foto degli eventi aggiungendo armi che non c’erano e inventando una violenta rivolta, vi ricorda qualcosa? Niente di nuovo alla luce del gas5. Per proteggere la cittadinanza servono i codici identificativi sulle divise delle forze dell’ordine. «Scordatevelo!». Proposta bocciata, proposta bocciata, un’altra proposta bocciata. Solo noi in Europa, con Austria, Paesi Bassi, Lussemburgo e Cipro. Record sbloccato: anche l’Ungheria ci sorpassa in questa gara di civiltà. «I codici servono solo per false denunce». (Maurizio Gasparri, 26 febbraio 2024) False denunce per false manganellate, per falso sangue, per falsi noi. Abuso come vanto, violenza come pregio: «Solidarietà alle forze dell’ordine». «Ma tu fai di tutta l’erba un fascio». Mi risparmio la battuta troppo semplice sul fascio, non risparmio invece una riflessione di ingenuo buon senso. Se sei dentro un sistema marcio e non fai nulla per cambiarlo, sei parte del marcio. Se non ti opponi a ciò che alimenti, sei nutrimento per ciò di cui fai parte. E se tu sbagli e ammetti, io ti ascolto. Se tu sbagli e non ammetti, io ti combatto. Se non c’è consapevolezza, non c’è responsabilità. E se non c’è responsabilità, c’è pericolo. Se un organismo che ha compiuto e compie torture si autoassolve sistematicamente, si scherma, si protegge, senza proporre per il proprio e altrui bene una messa in discussione profonda e totalizzante, come potrà trasformarsi in qualcosa di diverso? E se dal suo interno nessunə obietta, come si può avere fiducia nel tutto? Se nessun filo si alza e dice “basta”, se nessun filo si dissocia, se nessun filo parla, se nessun filo si ribella, sì, siete tutti erba dello stesso fascio. Al termine di una delle giornate passate a leggere testimonianze, guardare foto e video di piazza di quei giorni del luglio 2001, sono andata a letto e un’ondata di incubi ha preso il sopravvento tra le maglie del mio sonno. Caschi, manganelli, maschere, urla, ghigni, rumori sordi, puzza, sangue, respiro affannato. Il sogno proseguiva con me che parlavo dello spettacolo che stavo scrivendo e lo citavo, con sicurezza, chiamandolo Stomaco. La mattina mi sono svegliata con una forte nausea e ho pensato: «Beh, mi sembra un titolo adatto». Mi sono alzata, mi sono fatta un caffè. Ho passato le prime ore dopo il risveglio a domandarmi come mai questo studio mi stesse coinvolgendo, assorbendo così, tanto da venirmi a trovare tra le pieghe dell’inconscio. Ho aperto il computer e ho scritto questa domanda sulla pagina bianca: perché il G8 di Genova, perché io? La risposta è arrivata dopo mesi. Perché parla anche di me, che non c’ero. Di tutto quello che in quei giorni ho perso senza saperlo. Di quel nodo che riporta a oggi, nel mezzo del mondo. Nel mezzo di questo mondo di tiranni, silenzi e statue d’oro.         Centro Sereno Regis
July 17, 2026
Pressenza
Ricordare Srebrenica al tempo di Gaza
Su una parete della città di Mostar, in Bosnia Erzegovina – famosa per il ponte romano distrutto dai bombardamenti durante l’assedio del 1993 – si legge una scritta: The lesson was Srebrenica, the test is Gaza. In uno dei molti caffè arabi di Sarajevo, tra i turisti turchi, i baklava e le caffettiere in rame, campeggiano due cartelli. Il primo, dichiara a lettere cubitali: non devi essere musulmano per piangere per Gaza. Devi solo essere umano. Accanto, davanti all’inconfondibile rosa bianca e verde su fondo nero che si trova un po’ dappertutto nello stato, campeggia la scritta: Don’t forget Srebrenica. > Cosa significa ricordare Srebrenica al tempo di Gaza? Qual è il ruolo della > memoria in questo presente in cui la storia continua a ripetersi in tragedia, > senza il sollievo della farsa? È a queste domande che prova a trovare risposta R., uno dei curatori di una nuova esibizione permanente inaugurata nel 2025 nel museo della memoria di Srebrenica, un luogo maledetto della storia a due passi dalla frontiera serba. Lì, trentuno anni fa, vennero massacrate quelle che, a oggi, sono stimate essere almeno 8320 persone – un numero in crescita e in divenire, aggiornato dalle incessanti ricerche di nuove fosse comuni che i miliziani hanno nascosto nel raggio di decine di kilometri. Un luogo ad altissima presenza musulmana che, durante la guerra del ‘95, era stato preso in carico dai caschi blu olandesi, incaricati di proteggere la popolazione locale da quella che si sarebbe rivelata una vera e propria pulizia etnica: queste persone, è bene ricordarlo nel generale lavacro della cattiva coscienza europea che si risveglia in occasione degli anniversari con cifre tonde, vennero invece lasciate sole. Arrivo a Srebrenica poco meno di un anno fa, una mattina di inizio agosto del 2025, a quasi trent’anni esatti dal massacro. Il memoriale è silenzioso, eppure estremamente frequentato: una distesa di piccole lapidi bianche a perdita d’occhio, tutte uguali; un largo semiovale di marmo lucido restituisce, in ordine alfabetico, i nomi delle vittime: su alcuni di questi nomi, delle bambine hanno posato un piccolo fiore sgargiante. * * * A pochi passi dal memoriale, attraversando una grigia area industriale in parte dismessa, si raggiunge una vecchia fabbrica di armi riconvertita, che ospita da alcuni anni un museo della memoria diviso in tre parti, che all’epoca della mia visita si apprestavano a diventare quattro, grazie all’apertura di una nuova esposizione permanente pensata per celebrare l’anno del trentennale. Sulla porta del museo mi viene incontro R., un ragazzo di poco più di vent’anni: quando gli chiedo informazioni sul processo di apertura del museo, avvenuta del 2021, mi risponde sorridendo che all’epoca lui era al liceo. Ci metto poco, però, a capire come mai un ragazzo della sua età sia andato in cerca di questa storia: il padre di R. è uno dei (pochi) sopravvissuti al massacro, nel quale ha perso grossa parte della propria famiglia. Questa storia, di fatto, è la sua: non solo quella dei sopravvissuti, ma di una generazione successiva, che si è fatta carico del peso della memoria, quella memoria che, molto spesso, era insostenibile per i loro genitori. Da quando ha iniziato questo percorso lavorativo, mi dice, suo padre lo accompagna spesso al lavoro: arriva fin davanti alla porta dell’ex fabbrica di munizioni riconvertita in museo, ma non la varca mai, nemmeno una volta. Aggirandoci per la collezione permanente, tra oggetti di vita quotidiana ritrovati nei boschi del massacro e pazientemente rimessi insieme dal lavoro del team museale – la celebre fila di scarpe rotte illuminate da una luce calda a rappresentare i passi dei sopravvissuti, con le ultime file in ombra a ricordare chi non ce l’ha fatta – un’ampia sessione audiovisiva riproduce a getto continuo le testimonianze di oltre cento sopravvissuti: uno dei lavori più importanti, mi racconta R., è stato trovarne così tanti che si sentissero in condizione di raccontare la propria storia. Quando R. ci apre la porta chiusa del nuovo polo espositivo, che ho il privilegio di visitare in anteprima, mi accolgono centinaia di fototessere che ricoprono una ampia parete: mi fissano i volti di chi non ce l’ha fatta, ricostruiti attraverso un paziente e complicato lavoro sugli archivi delle famiglie delle vittime, durato anni e ancora in corso. È difficile non pensare ai mosaici dei volti dei desaparecidos argentini, che popolano le pareti di centri per la memoria, sedi di organizzazioni e musei della Plata: l’accostamento è per certi versi arbitrario, eppure la storia che ha fatto dell’antropologia forense un campo di battaglia politico inizia proprio da lì e passa tanto per Srebrenica. La nuova esposizione, volutamente immersiva più che classicamente museale, non fa sconti proprio su questi aspetti che potrebbe apparire quasi morbosi. Un grande, in apparenza disordinato ed inspiegabile mucchio di terra informe ci guarda all’interno di un allestimento altrimenti impeccabilmente pulito e nuovo di zecca. Ci metto un attimo a capire – poi forse non lo voglio fare – finché R. mi dice quello che forse già dovrei sapere: abbiamo voluto fare vedere, qui, com’è fatta una fossa comune. È morbosa l’idea di visitare una fossa comune in una esposizione museale? Non lo è, se ci si ferma un attimo a chiedersi: Che cos’è un monumento? A Srebrenica, mi rispondo, il corpo è il monumento. Davanti ad uno dei casi più ben congegnati di negazionismo storico – davanti ad un massacro che è stato negato (in parte, lo è ancora) attraverso la tecnica più letterale, ovvero facendo svanire la materialità dei corpi delle vittime, dispersi in fosse comuni che arrivano fino in Serbia, interrati e spostati più volte affinché non fossero mai rinvenuti – la battaglia per la memoria si gioca su questo residuo organico di umanità che va ripetutamente, ritualmente riaffermato: questa storia esiste perché esistono i corpi di chi non è sopravvissuto, i loro volti presenti sulle pareti, messi insieme da chi, in qualche modo, si è salvato. Una battaglia che si porta avanti in questi avamposti marginali perché ancora non trova pieno riconoscimento nemmeno nei programmi scolastici, dove, mi spiega R., quasi nessun insegnante bosniaco ha ancora accesso alle cattedre di storia. Risultato: a Srebrenica le scolaresche locali non vengono portate in gita. Una specie di palcoscenico riproduce alla perfezione uno dei muri della fucilazione di massa; subito di fronte a questo strano proscenio, vedo svolazzare elegantemente a mezz’aria – pendenti da innumerevoli fili sottili, a formare quasi un ben organizzato stormo di strani uccelli neri – una serie di fucili di varia foggia, puntati verso le luci della ribalta. «Quando passa un gruppo numeroso di persone – spiega R. – un effetto sonoro programmato riproduce i suoni degli spari». I suoni, ancora, dominano l’atmosfera rarefatta dell’esposizione deserta che stiamo profanando: una istallazione a parete ripete sommessamente litanie a più voci: sono le preghiere dei sopravvissuti, registrate negli anni in occasione degli anniversari del massacro. È qui che R. condivide un dato a primo impatto inaspettato: in comparazione con altri contesti assimilabili, tra i sopravvissuti di Srebrenica c’è un numero di suicidi incredibilmente basso: la fede religiosa, secondo lui, ha avuto un ruolo fondamentale nell’elaborazione del trauma, nell’attaccamento alla vita e alla memoria; un elemento che l’esposizione vuole, in qualche forma, celebrare. «Come avrebbe fatto mio padre, che ha perso i suoi fratelli ed è stato sul punto di morire di fame, se non avesse avuto la fede?» È questo il punto in cui, forse ormai valutata la sufficiente confidenza che abbiamo stabilito, R. aggiunge: quello che stiamo raccontando qui è esattamente quello che sta succedendo a Gaza. > Come racconteremo la fede, la fame, le scarpe rotte, dopo Gaza? Quale sarà il > ruolo della memoria di fronte ai nuovi negazionismi? Grazie al lavoro di R. e di altre persone come lui, soprattutto giovani eredi di una catena intergenerazione di trauma e memoria, abbiamo il privilegio di andare a Srebrenica ad imparare una lezione. Ricordiamo, poi però, di metterla in pratica. Immagine di copertina e nell’articolo dell’autrice. Foto scattate a Srebrenica, Mostar e Sarajevo, nel mese di agosto 2025. Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Ricordare Srebrenica al tempo di Gaza proviene da DINAMOpress.
July 14, 2026
DINAMOpress
GENOVA: A 25 ANNI DAL G8 “NESSUN RIMORSO”. 19 LUGLIO CORTEO NAZIONALE
Genova si prepara ad una grande manifestazione nazionale in memoria del G8 del 2001 e per il rilancio delle rivendicazioni di allora che “sono più vive che mai”. Appuntamento domenica 19 luglio alle ore 15.30 in piazza Alimonda, luogo simbolico dove i carabinieri assassinarono Carlo Giuliani. Erano tante le politiche già scritte nelle agende dei “grandi del pianeta” venticinque anni fa e che sono state implementate. I risultati sono oggi evidenti, scrivono gli organizzatori di Genova Antifascista e del CPA di Firenze: la guerra come strumento di “comando e controllo”, la finanza come strumento di “coercizione e destabilizzazione”, “la rapina delle risorse a danno dei popoli del Sud Globale”. La repressione ha poi contribuito ad agevolare “la massimizzazione delle rendite e dei profitti”, rappresentando lo strumento per eccellenza che ha portato negli anni all’inasprimento delle leggi sulla cosiddetta sicurezza e anche alla “chiusura di spazi politici e sindacali per eliminare le conquiste di lavoratori e lavoratrici”. Nonostante i traumi, le divisioni e “la distinzione tra buoni e cattivi attraverso cui spaccarono anche quel movimento”, Genova rilancia l’appuntamento il 19 luglio di quest’anno con lo slogan “in nessun caso nessun rimorso”. Infatti Genova 2001 è una storia che il movimento si propone di “raccogliere e porgere alle nuove generazioni”, per contrastare “l’ondata nera che lentamente sta invadendo le nostre città” e per lottare contro chi fomenta “paure, incertezze e spaccature” sociali. 19 luglio quindi non soltanto come una ricorrenza ma un “invito ad aderire ad un nuovo percorso di lotta che non ci veda più soltanto come antagonisti ad un sistema ingiusto e sbagliato ma come protagonisti della costruzione del futuro al quale ambiamo”. La presentazione del percorso che ha portato all’organizzazione del corteo del 19 luglio con Simona del CS Buridda e di Genova Antifascista. Ascolta o scarica
July 7, 2026
Radio Onda d`Urto
Il caso del Villaggio delle rose: appello per un progetto di abitare comunitario
Effimera condivide e sottoscrive l'appello contro lo sgombero del Villaggio delle Rose, realtà urbana presente da oltre 25 anni nel contesto metropolitano milanese. Mercoledì 1° luglio si terranno una serie di iniziative in sostegno. Siete tutte e tutti invitati/e in Via Chiesa Rossa 351, a Milano, a partire dalle ore 18.00.   *****   [...]
June 29, 2026
Effimera
Quando la memoria non basta più
-------------------------------------------------------------------------------- Creare ambienti di apprendimento sicuri e inclusivi per bambine e bambini rimane più importante che mai nella Striscia di Gaza. Grazie al sostegno dell’Occupied Palestinian Territory Humanitarian Fund e a Vento di Terra, sei “Spazi Temporanei di Apprendimento (Temporary Learning Spaces, TLS)” hanno accolto oltre mille bambini che vivono nei campi per sfollati interni nella Middle Area, a Gaza City e a Khan Younis -------------------------------------------------------------------------------- “Io non ho voluto avere un figlio perché ho vissuto Auschwitz” (Imre Kertész, Kaddish per il bambino non nato) اللهم اجعله طيراً من طيور الجنة “O Allah, rendilo un uccello tra gli uccelli del Paradiso” (Duʿāʾ islamico per un bambino defunto) Imre Kertész scrisse un Kaddish per il figlio che decise di non avere. Dopo Auschwitz, il mondo gli appariva troppo crudele per essere consegnato a una nuova vita. La Shoah non gli aveva tolto soltanto il passato: aveva incrinato la fiducia stessa nel futuro. Circa un milione e mezzo di bambini ebrei furono uccisi durante lo sterminio nazista, insieme a migliaia di bambini rom e con disabilità. Quei bambini appartengono alla memoria dell’umanità e nessuno può permettersi di dimenticarli. Ma ricordare non significa soltanto custodire il passato. Non significa sovrapporre tragedie diverse né cancellarne l’unicità storica. Significa chiedersi quale valore abbia la memoria se non diventa un principio universale, capace di proteggere ogni vita umana, soprattutto quella più indifesa. La memoria non è un premio riservato alle vittime della storia. È una responsabilità verso le vittime di oggi. Oggi quella responsabilità ci conduce a Gaza. Ci sono immagini che dovrebbero essere impossibili. Un bambino ucciso mentre cerca acqua. Una bambina colpita mentre torna da scuola. Un neonato ferito mentre viene allattato. Non sono soltanto episodi di guerra. Sono la negazione dell’infanzia. I bambini non appartengono a uno Stato, a un esercito o a una bandiera. Appartengono all’umanità. La Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite, nel rapporto L’essenza dell’infanzia è stata distrutta, afferma che nei primi due anni di guerra almeno 20.179 bambini sono stati uccisi e 44.143 sono rimasti feriti nella Striscia di Gaza. Parla di azioni che hanno «cancellato l’infanzia» e sostiene che l’uccisione e il ferimento dei minori abbiano contribuito a distruggere la continuità biologica e l’esistenza futura del popolo palestinese. Israele respinge queste conclusioni. Ma nessuna contestazione cancella il fatto essenziale: decine di migliaia di bambini sono stati uccisi, mutilati o segnati per sempre. Se oltre il trenta per cento delle vittime sono bambini, non possiamo rifugiarci nel linguaggio degli “effetti collaterali”. Quando una guerra divora l’infanzia, non colpisce soltanto il presente: cancella il domani. Dietro quei numeri ci sono volti, nomi, famiglie. Ci sono bambini colpiti nelle scuole, negli ospedali, nelle tende dei campi profughi, mentre cercavano un pezzo di pane o un sorso d’acqua. Ci sono migliaia di piccoli sopravvissuti che porteranno dentro di sé ferite che nessuna ricostruzione potrà cancellare. È qui che la memoria viene messa alla prova. Il popolo ebraico ha conosciuto uno dei punti più bassi della storia umana. Proprio per questo, vedere lo Stato di Israele accusato di una violenza che colpisce in modo così devastante l’infanzia palestinese apre una ferita morale che attraversa il mondo intero. Non perché le due tragedie siano uguali. Non lo sono. Ma perché nessuna memoria del dolore può perdere il suo carattere universale. Se il ricordo della persecuzione non ci rende più sensibili alla sofferenza di altri bambini, allora qualcosa si è spezzato. Primo Levi scriveva che «è avvenuto, quindi può accadere di nuovo». Non era una profezia rivolta a un solo popolo. Era un monito per tutta l’umanità. Ogni volta che l’altro viene disumanizzato, ogni volta che la vita di un bambino diventa un prezzo accettabile, quel monito torna a interrogarci. Eppure il mondo sembra già voltare pagina. Le crisi si susseguono, l’attenzione si sposta altrove, Gaza scompare lentamente dai notiziari. L’orrore si consuma, poi si normalizza. Infine viene dimenticato. È sempre così che l’indifferenza vince. Per questo oggi non basta ricordare Auschwitz. Non basta commemorare. Non basta pronunciare “mai più” una volta all’anno. Occorre avere il coraggio di riconoscere il dolore ovunque si manifesti, anche quando ci mette a disagio, anche quando riguarda chi consideriamo lontano, anche quando ci obbliga a criticare chi pensavamo immune da ogni giudizio morale. Nel ghetto di Terezín il giovane Pavel Friedmann ha scritto: “Le farfalle non vivono nel ghetto”. Quelle parole sembrano attraversare il tempo fino a Gaza. Perché le farfalle non vivono dove viene cancellata l’infanzia. E nemmeno la pace può nascere dove ai bambini viene negato il futuro. Sotto cieli diversi, due preghiere continuano a salire verso lo stesso Dio. Il Kaddish ebraico e il duʿāʾ islamico per un bambino morto. Parlano lingue diverse, ma custodiscono lo stesso dolore. Ci ricordano che il pianto di una madre non ha nazionalità e che nessun bambino smette di essere bambino perché nasce dalla parte sbagliata di un confine. La domanda, allora, riguarda tutti noi. A cosa serve la memoria, se non ci impedisce di accettare l’inaccettabile? A cosa serve dire «mai più», se quel principio non vale per ogni bambino? La memoria è l’inizio. L’umanità è il suo compimento. Se la memoria non ci conduce fin lì, allora non basta più. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Le tende educative di Gaza -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Quando la memoria non basta più proviene da Comune-info.
June 26, 2026
Comune-info
Napoli, dal dolore del lutto all’attivismo collettivo
Dall’esperienza di Paolo Siani e dalla memoria di Giancarlo Siani nasce una riflessione sulla legalità come spazio di cura, responsabilità e trasformazione nonviolenta dei conflitti. Il pensiero critico dona, a mio parere, la facoltà di analisi delle cose del mondo non solamente per come appaiono all’individuo, ma per la loro stessa sostanza e per l’essenza di cui sono fatte. Questo pensare indipendente, libero e profondo costituisce la scena del dubbio e della riflessione e non necessariamente rompe d’improvviso gli equilibri stabiliti, ma può costruire, invece, il legame con la verità dell’umano e strutturarne una rete comunitaria nuova che tenta la via del giusto e del bene. A Napoli l’incontro con Paolo Siani – pediatra, politico, fratello di Giancarlo Siani, giornalista assassinato dalla camorra – ha svelato l’importanza dei sentimenti e il senso di una memoria viva che immagina il passato come esperienza di cambiamento e fonte centrale di un futuro ricco di vita. Probabilmente, è qui che si trova il senso delle Piazze della Legalità come proposta di luoghi in cui si incontrano pratiche educative e culturali che diventano espressioni spontanee della realtà. Spazi che animano i cittadini in un dialogo comprensivo delle diversità e in ascolto dell’eterogeneità. La Legalità intesa come costruzione di relazioni di pace per la pace, in cui l’altro, sentito tante volte inquietante, resta vivo in ognuno di noi: sono i quartieri deprivati di Napoli derubati della parola e delle emozioni, quartieri in cui proliferano cicatrici simbolo di emarginazione e di degrado, dove la speranza, però, è sempre sognata come conquista di libertà. L’idea della Legalità sembra dirci che il dolore della perdita può diventare energia trasformata e trasformabile in attivismo collettivo che, attraverso il processo del lutto, sia al servizio di uno Stato di diritto e di un governo-in-agorà di condivisioni e dibattiti, di una società in cui circoli la δικαιοσύνη, virtù dell’essere giusti e dell’equilibrio interiore, legame tra bellezza, armonia e giustizia dove etica ed estetica sono in contiguità per il buon vivere comune. A. Camus, nel 1951, scrive: “Il ribelle respinge la servitù e si afferma uguale al padrone. Vuol essere padrone a sua volta”. “L’essere contro”, molte volte, non basta e il restare in opposizione non è sempre sufficiente. Bisognerebbe, forse, includere la parte del mondo escluso e tenuto ai margini, progettare una terza strada garante del diritto alla continuità della vita, uno Stato che nel suo esistere pratichi il fare eterogeneo e differente, plurale. Non credo che Camus demonizzi la rivolta e il moto di ribellione interiore, ci allerta, però, rispetto all’azione collettiva quando insorge e prova a indicarci un sentiero che va oltre e al di là del rivoluzionario. Sembra farci intravedere, tra le righe del discorso, un passaggio incompiuto e capace di avviare uno sforzo nell’uomo che cerca la propria umanità smarrita, una possibilità come terza via, appunto, oltre il male e il bene. L’alternativa sarebbe fermarsi, purtroppo, alla rabbia distruttiva di un lutto mai elaborato, ripetitivo e, perciò, mortale che va verso il nulla e l’annichilimento. Immaginiamo un processo di accettazione di ciò che è mancante e fragile, che appartiene a ogni essere umano che desidera arrivare alla virtù dell’essere giusti: ebbene, in ognuna di queste persone esisterà una lotta interiore tra la parte buona e quella cattiva e la risposta sarà, spesso, che è l’altro il cattivo, non noi. È a questo punto che ci viene in soccorso l’antica Grecia, di nuovo, con il concetto di ἁμαρτία. L’individuo compie un errore tragico in cui non c’è colpa né peccato, ma una valutazione inesatta o distorta della realtà che innesca rovina e catastrofe. Il crimine e le azioni criminali sono, in questo senso, segni indelebili di rotture nei quartieri marginali e tenuti abbandonati; in questo senso, il significato della Legalità diventa un’azione verso un presidio che sia spazio accessibile per la prevenzione dell’atto criminale e del vivere con il male, nel senso del fare nocivo, un luogo che accoglie non solo chi già conosce un buon modo di stare al mondo, ma anche chi vuole comprendere una nuova lingua, un linguaggio d’amore e non di morte per non morirne. Ci chiediamo se esiste un dolore che non rivendica altro male ed esclusione sociale, ma che agisca per il superamento del sentire bruto dell’uomo. La speranza è che si continui a lottare insieme con chi non ha avuto mai voce, con chi ha avuto la parola e l’ha usata solo come lettera morta e desolata, con chi ha solo distrutto e non ha ancora costruito. Nessuno, in definitiva, è un giustiziere e nessuno, al tempo stesso, può tracciare una linea netta tra il buono e il cattivo perché è su questo confine delicato che si gioca la posta della vita, sulla soglia di un lavoro verso il divenire animale umano in cui si possa evolvere e provare a non lasciare indietro nessuno, o quasi. La Legalità ha molto a che fare, quindi, con le azioni in soccorso dei più fragili, degli ultimi, degli esclusi e degli svantaggiati in attesa che il proprio desiderio possa nascere e svegliarci tutti, finalmente. Può significare, però, stare in rapporto con l’eroe del negativo e il suo legame con la pulsione di morte, un’energia distruttiva in cui “l’alternarsi di illusione e delusione” ripete infinitamente un circolo di frustrazioni che rimandano a un futuro assente e che mai arriverà per lui, un eroe che, in fondo, nel suo opporsi senza freni alla vita, in una ripetizione di sofferenza per sé e per gli altri, cerca l’amore come forza generatrice che superi l’onnipotenza e la perdita. Quanto è difficile, allora, aver fiducia in una società buona, giusta e responsabile, in una comunità “benevola” in cui pesa l’aspetto costruttivo dell’uomo che non resta imprigionato dentro un dolore che muove solo rabbia e distruzione: è il giusto che rischia, qualche volta, di diventare esso stesso un crimine se è un’azione senza pensiero in cui l’altro-estraneo-diverso è ucciso e fatto fuori dentro un modo-di-fare esso stesso impoverito. M. Serao ci ricorda molto bene la mancanza di uno Stato giusto quando scrive: “Per distruggere la corruzione materiale e quella morale, […], per insegnare loro come si vive – essi sanno morire, come avete visto! – per dir loro che essi sono fratelli nostri, che noi li amiamo efficacemente, […], non basta sventrare Napoli: bisogna quasi tutta rifarla”. È una donna che prende parola, un animo giovane che attraversa il tempo e i confini e sembra dirci che una città è sicura se vive la bontà del suo essere umano che ci restituisce la capacità di sentire l’altro amico e non nemico. Così vive Napoli quando il lutto traccia la via per la costruzione e la riparazione dei suoi morti ammazzati: come può vivere la perdita una città che da sempre è divisa tra buoni e cattivi? La dinamica del lutto vuole uno sconfinamento del narcisismo e dell’onnipotenza e solo se diventiamo mortali conquistiamo il diritto di pensare il limite, garanzia di una vita viva che inglobi la necessità di non avere martiri né eroi, ma uomini e donne che siano di riferimento per la storia. Forse, è proprio la bontà e l’essere giusti insieme che abilitano l’uomo a non addormentarsi evolvendo il suo essere originario-primitivo. L’augurio è che il Presidio/Piazza di Legalità sia in difesa e fonte di acquisizione dei diritti e dell’accoglienza del diverso, un luogo di equità in cui l’istituzione viva del suo imparare a stare con la bellezza come ingrediente unico di disarmo. Probabilmente, è “dal basso” che si può ricevere, in via preventiva, un patto di non belligeranza, è nella possibilità di nutrire il pensiero analitico e libero all’interno delle scuole, delle università, delle associazioni culturali e politiche, dei centri di sperimentazione delle arti e mestieri, delle società di ricerca filosofica, medica e psicologica: luoghi attivi per una comunità che educa con la pace e alla trasformazione nonviolenta dei conflitti, sempre. Fonti * Camus A. (1951). L’uomo in rivolta. Bompiani, Milano, 1976. * Fabozzi P. Dispiegando margini. Nei dintorni di D.W. Winnicott. E oltre. FrancoAngeli, Milano, 2024. * Fraire M. / Baldassarro A. (a cura di). Perché il male. La psicoanalisi e i processi distruttivi. Mimesis, Milano, 2017. * Freud S. (1907). Gradiva. Il delirio e i sogni nella “Gradiva” di Wilhelm Jensen. Bollati Boringhieri, Torino, 2015. * Serao M. (1884). Il ventre di Napoli. BUR, Milano, 2018. Antonella Musella
June 22, 2026
Pressenza
I segni della lotta
di Mauro Armanino Dalle mani dei partigiani ai migranti del Sahel, dalle fabbriche agli sfollati delle guerre, le cicatrici lasciate dall’impegno per la dignità umana raccontano una storia che attraversa …
“Non interferite”: il sangue dei preti sull’altare delle mafie
Alla libreria IoCiSto di Napoli, Don Marcello Cozzi presenta il suo libro sulle storie dimenticate dei sacerdoti uccisi dalla criminalità organizzata. Con lui Luigi de Magistris, in un confronto sul valore della memoria, della testimonianza e della giustizia. L’ordine è semplice, quasi burocratico. Due parole appena, per una condanna. Eppure, dentro quelle due parole c’è una storia lunga oltre un secolo. Una storia fatta di minacce, di sangue, di silenzi costruiti con pazienza e di memorie che qualcuno ha tentato di cancellare. Non interferite. Il sangue dei preti sull’altare delle mafie è il titolo del libro di Don Marcello Cozzi, presentato il 9 giugno nella libreria IoCiSto di Napoli, luogo che da anni rappresenta uno spazio di confronto culturale e civile, in un incontro che ha assunto rapidamente il valore di qualcosa di più di una semplice presentazione editoriale. Accanto all’autore, Luigi de Magistris, magistrato prima e sindaco poi, uomo che conosce bene il costo personale che comporta la scelta di non voltarsi dall’altra parte. A condurre la conversazione, chi scrive. Il titolo nasce da una frase pronunciata da un collaboratore di giustizia e, quasi in un inquietante cortocircuito della realtà, dalla stessa frase che Don Marcello trovò scritta in una lettera che gli fu recapitata, accompagnata da un proiettile. Non interferite. Non interferite è il messaggio che le mafie hanno rivolto per decenni a chiunque provasse a spezzare il patto del silenzio, l’equilibrio del potere criminale. Magistrati, giornalisti, amministratori, sindacalisti e sacerdoti, soprattutto sacerdoti. Perché il libro di Don Marcello Cozzi racconta una storia che perfino l’Italia conosce solo in parte: quella dei preti uccisi dalle mafie. Non soltanto i nomi ormai entrati nella memoria collettiva, come Don Pino Puglisi o Don Peppe Diana, ma anche decine di figure quasi scomparse dagli archivi pubblici e dalla coscienza civile del Paese. L’autore, sacerdote lucano da sempre impegnato sui temi della legalità e della giustizia sociale, ha raccontato il lungo lavoro che ha preceduto la stesura del volume. Un lavoro che assomiglia più a una ricerca archeologica che a una semplice indagine storica. Archivi dimenticati, documenti dispersi, cronache locali, testimonianze sepolte dal tempo. Un paziente percorso di ricostruzione che ha consentito di restituire un volto e una storia a quattordici sacerdoti uccisi dalle mafie nell’arco di oltre un secolo e mezzo. Sacerdoti assassinati per aver difeso contadini sfruttati, per aver denunciato soprusi, per aver ostacolato interessi criminali, per aver semplicemente interpretato il Vangelo come una chiamata all’azione e non come un rifugio. Nel corso dell’incontro, l’autore ha più volte richiamato il ruolo della Chiesa e l’evoluzione della sua coscienza sociale. Un percorso che attraversa più pontificati e che trova una delle sue radici nell’enciclica Rerum Novarum di Leone XIII. Da quel momento nasce una figura nuova di sacerdote, il cosiddetto “prete sociale”, impegnato non soltanto nell’assistenza spirituale ma anche nella difesa concreta delle persone più fragili. Molti dei sacerdoti raccontati nel libro appartengono proprio a questa tradizione. Uomini che, già nel lontano 1862, avevano compreso come il Vangelo non potesse limitarsi a una predicazione astratta. Difendere i diritti dei contadini, contrastare l’usura, promuovere cooperative, denunciare soprusi significava tradurre il messaggio evangelico nella vita reale. Una scelta che li ha portati inevitabilmente a entrare in conflitto con i poteri criminali. Don Marcello ha ricordato poi la forza delle parole pronunciate da Giovanni Paolo II nella Valle dei Templi nel 1993. Quel celebre appello ai mafiosi, quel “convertitevi” gridato davanti al mondo intero, segnò una frattura simbolica importante nei rapporti tra la Chiesa e le organizzazioni criminali. Accanto a quella voce si sono poi collocate quelle di Papa Francesco e, più recentemente, di Papa Leone XIV, richiamati dall’autore come punti di riferimento di una Chiesa chiamata a uscire da sé stessa, ad abitare le periferie umane e sociali, a non sottrarsi ai conflitti che nascono dalla difesa della dignità delle persone. Ma ben presto il libro è diventato soltanto il punto di partenza per una riflessione più ampia sul valore della memoria, sul coraggio della testimonianza e sul prezzo che spesso pagano coloro che decidono di non voltarsi dall’altra parte. Molti dei sacerdoti raccontati da Don Marcello non sono stati soltanto assassinati. Sono stati delegittimati. Infangati. Trasformati in uomini ambigui. È proprio questo uno degli aspetti più significativi del libro. La mafia uccide due volte. La prima con le armi. La seconda attraverso l’oblio. Sulle loro vite sono state fatte circolare insinuazioni, menzogne, sospetti. Se la vittima perde credibilità, se il suo nome viene associato a dubbi e ombre, allora anche il suo sacrificio perde forza. Durante la conversazione è emerso con chiarezza come questo schema non appartenga soltanto alla storia delle mafie. Luigi de Magistris ha riconosciuto in quelle pagine una dinamica che conosce bene. Nel corso della sua attività di magistrato, soprattutto durante alcune delle più delicate inchieste che lo hanno visto impegnato contro sistemi di potere radicati, ha sperimentato sulla propria pelle il peso della delegittimazione. Non sempre chi dà fastidio viene eliminato fisicamente. Talvolta si tenta di distruggerne la credibilità. Lo si isola. Lo si ridicolizza. Lo si trasforma nel problema da combattere. Le parole di de Magistris hanno stabilito un ponte ideale tra le storie raccontate nel libro e molte vicende contemporanee. Cambiano i contesti, cambiano i protagonisti, ma il meccanismo resta sorprendentemente simile. Colpire chi denuncia. Indebolire chi cerca la verità. Convincere l’opinione pubblica che sia meglio diffidare di chi pone domande scomode. È in questo passaggio che il libro di Don Marcello supera il confine della ricostruzione storica per diventare uno strumento di lettura del presente. Forse proprio per questo il libro colpisce così profondamente. Perché racconta vicende che appaiono quasi incredibili e che invece sono accadute davvero. Eppure, più delle storie di morte, ciò che resta impresso è la domanda che attraversa tutte le pagine del volume. Che cosa significa interferire? La risposta offerta dall’autore è tanto semplice quanto radicale. Interferire significa assumersi una responsabilità. Significa rifiutare l’indifferenza. Significa non accettare che il male diventi un elemento naturale del paesaggio. I sacerdoti raccontati nel libro hanno interferito perché hanno scelto di vedere ciò che altri fingevano di non vedere. Per questo il messaggio contenuto nel titolo non riguarda soltanto le mafie. Riguarda ciascuno di noi. Perché ogni società produce continuamente il proprio invito al silenzio. È un richiamo rassicurante, talvolta persino seducente, terreno fertile per ogni forma di sopraffazione. In un tempo attraversato da guerre, disuguaglianze crescenti e crisi democratiche, il tema della pace non può essere separato da quello della giustizia. La pace non coincide solo con l’assenza di conflitto. Coincide anche con la capacità di costruire società nelle quali la dignità umana venga difesa e la verità non venga sacrificata alla convenienza. Alla luce di tutto ciò, il lavoro di memoria compiuto da Don Marcello Cozzi assume un significato che va oltre il contesto. Restituire un nome a chi è stato cancellato, riportare alla luce vite che qualcuno avrebbe voluto sepolte per sempre, significa opporsi alla violenza nel suo esito più estremo, quello che non si accontenta di uccidere una persona ma pretende di cancellarne perfino il ricordo. Alla fine dell’incontro, più che le risposte, sono rimaste le domande. E forse è questo il risultato migliore che un libro possa ottenere. Costringerci a scegliere da che parte stare. Se dalla parte di chi chiede silenzio, o dalla parte di chi continua, ostinatamente, a interferire. Federica Flocco
June 11, 2026
Pressenza