Se anche la Chiesa li chiama maranza

Comune-info - Monday, April 27, 2026

C’è un pezzo di Chiesa che si mette sullo stesso piano di Piantedosi e degli haters da tastiera. È il caso del parroco di Santa Maria delle Grazie di Ancona, che ha scritto una lettera inviandola al proprio vescovo, al prefetto e al sindaco di Ancona, per denunciare i comportamenti di quelli che lui stesso definisce “maranza”. Nella città governata dalla destra, la giostra mediatica e securitaria non ha perso tempo

Qual è la Chiesa dell’enciclica di papa Francesco Fratelli tutti? Quella che organizza il doposcuola in tante parrocchie anche per i figli degli immigrati di fede musulmana o quella che si appropria delle parole dello stigma, utilizzando la parola “maranza”? Perché, poi, in fondo, quei bambini figli di immigrati che da anni vivono in paesi e città italiane, e che vengono seguiti nelle parrocchie da sacerdoti e animatori, sono anche loro, tutti, nel crescere, dei potenziali “maranza”.

Neologismo nato negli anni Ottanta come sinonimo di “tamarro” ai tempi del Drive In di Mediaset (il primo ad utilizzarla nella canzone La mia moto fu Jovanotti), ormai oggi viene utilizzata con forte impronta di razzialità. A dargli istituzionalità, c’ha pensato il ministro Piantedosi, molto poco rigoroso nella sua vita privata, e molto feroce verso le fragilità degli altri, mettendo queste persone nel mirino dei suoi ripetuti decreti sicurezza. Tanto che gli articoli 1 e 2 dell’ultimo decreto legge, quello oggetto del pasticcio normativo e istituzionale con il Quirinale, sono proprio rivolti ai giovani nati in Italia da quelle famiglie immigrate che ogni anno contribuiscono con 28 miliardi di euro di contributi a tenere in saldo positivo le casse dell’INPS.

Un caso di questa Chiesa che si mette sullo stesso piano di Piantedosi e degli haters da tastiera, è quello del parroco di Santa Maria delle Grazie di Ancona, don Samuele Costantini.

Preoccupato ed esasperato dal permanere di gruppi di ragazzi tra i sedici e i vent’anni nei pressi del piazzale della parrocchia, stranieri di seconda generazione, che a suo dire avrebbero avuto dei comportamenti borderline e criminogeni, anche nei confronti della chiesa e dei locali della parrocchia, qualche giorno fa ha scritto una lettera inviandola al proprio vescovo, al prefetto e al sindaco di Ancona, per denunciare i comportamenti di quelli che lui stesso ha identificato nello scrivere come “maranza”.

La lettera riservata di don Samuele, non si è fermata però sulle scrivanie dei destinatari, ma è finita nella redazione di un quotidiano regionale. Da quel momento la comprensibile preoccupazione di un parroco e la richiesta di attenzione delle autorità, è diventata “caso mainstream”, con tutte le conseguenze che si possono immaginare. Immediatamente, grazie ai titoli clickbait, le tre vite, quelle del parroco, della parrocchia e dei giovani “nati” anconetani, sono finite nel frullatore mediatico. Subito è stata esibita la mano forte dello Stato, la parrocchia e le zone adiacenti sono state militarizzate. I giovani sono scomparsi, semplicemente spostandosi in altre zone della città.

L’unico che ha cercato di usare buon senso, è stato l’arcivescovo di Ancona, mons. Angelo Spina. Sabato 19 aprile ha celebrato Messa nella parrocchia, invitando anche a non scaricare tutta la responsabilità sui ragazzi. “Bisogna lavorarci molto – ha detto – fare un cammino di rieducazione, ascoltandoli e cogliendo i disagi che vivono. Spesso sono delle pedine, strumenti a disposizione di altre realtà che li manovrano. Se cadi nella droga è perché qualcuno te l’ha data, c’è chi deve allargare il mercato. Tutti dobbiamo prenderci le nostre responsabilità”. Il vescovo ha anche chiesto probabilmente al parroco una maggiore prudenza mediatica; tanto che contattato per un’intervista, ha declinato spiegando che, dopo qualche giorno di riflettori puntati, “con il mio vescovo abbiamo deciso di non rilasciare più interviste a nessuno”.

Ma ad Ancona, città governata dalla destra e recentemente insignita dal governo di “Capitale italiana della cultura 2028”, la giostra mediatica e securitaria va avanti. Il 22 aprile, anche forse suo malgrado, don Samuele è stato ricevuto nel palazzo territoriale del governo dal prefetto Maurizio Valiante, dal questore Cesare Capocasa, dal sindaco Daniele Silvetti e anche dal comandante della polizia locale e dai vertici delle altre forze dell’ordine.

“Non penso – aveva scritto il parroco nella lettera data alla stampa – che si tratti di persone del quartiere, ma che si siano spostati qui dopo il giro di vite operato in altre zone della città” (dalla centralissima piazza Roma, ndr).

È evidente che con le politiche poliziesche e securitarie del governo, attuate delle amministrazioni territoriali delle forze dell’ordine, il fallimento è totale. Il disagio e la marginalità giovanile, che ha cause sociali, abitative, economiche, viene semplicemente delocalizzato, ma non risolto.

Tanto più non sarà a risolverlo nella provincia di Ancona, la scenografica militarizzazione delle scuole e delle città.

Non esiste, come ha scritto qualche giorno fa sul suo profilo social il past president di Confindustria Ancona, l’imprenditore Pierluigi Bocchini, “l’immigrazione buona che ci potrebbe aiutare” e “quella cattiva che ci crea solo problemi”. Un pensiero che andava già per la maggiore nella Louisiana del XVII secolo.

Ancona, come altre tante realtà marchigiane e italiane, deve fare i conti con un’idea di sviluppo urbanistico della città degli ultimi anni, e con il taglio politicamente perseguito di risorse per progetti volti all’integrazione e alla mediazione culturale e sociale.

Ma, soprattutto, bisogna misurarsi con la realtà delle cose; ovvero che questi ragazzi sono “figli nostri”, nati e cresciuti nei nostri quartieri. Non possiamo ricordarci delle vite, diritti e bisogni di questi cittadini solo quanto qualcuno di questi si afferma in qualche competizione sportiva di prestigio. Tutti gli altri, assieme alle loro famiglie, restano a vivere confinati nei quartieri di serie B che pian piano gli abbiamo riservato; trovandosi a fare i conti con una precarietà economica e sociale senza alcun paracadute.

E la Chiesa? È quella che sposa e legittima la linea del governo? O è la “Sposa di Cristo” (Ef 5, 25-32), quella del Vangelo? Pur nella comprensibile fatica dello sporcarsi le mani, non può certamente essere quella che arriva ad utilizzare parole che sono espressione di una cultura razziale; e che si sa benissimo che alimentano semplicemente odio sociale. Lo stesso sentimento su cui fa leva da quattro anni il governo Meloni, facendone il suo solo e unico risultato tangibile.

LEGGI ANCHE.

Maranza, i figli indesiderati dell’Italia reale

L'articolo Se anche la Chiesa li chiama maranza proviene da Comune-info.