Se anche la Chiesa li chiama maranzaC’È UN PEZZO DI CHIESA CHE SI METTE SULLO STESSO PIANO DI PIANTEDOSI E DEGLI
HATERS DA TASTIERA. È IL CASO DEL PARROCO DI SANTA MARIA DELLE GRAZIE DI ANCONA,
CHE HA SCRITTO UNA LETTERA INVIANDOLA AL PROPRIO VESCOVO, AL PREFETTO E AL
SINDACO DI ANCONA, PER DENUNCIARE I COMPORTAMENTI DI QUELLI CHE LUI STESSO
DEFINISCE “MARANZA”. NELLA CITTÀ GOVERNATA DALLA DESTRA, LA GIOSTRA MEDIATICA E
SECURITARIA NON HA PERSO TEMPO
Qual è la Chiesa dell’enciclica di papa Francesco Fratelli tutti? Quella che
organizza il doposcuola in tante parrocchie anche per i figli degli immigrati di
fede musulmana o quella che si appropria delle parole dello stigma, utilizzando
la parola “maranza”? Perché, poi, in fondo, quei bambini figli di immigrati che
da anni vivono in paesi e città italiane, e che vengono seguiti nelle parrocchie
da sacerdoti e animatori, sono anche loro, tutti, nel crescere, dei potenziali
“maranza”.
Neologismo nato negli anni Ottanta come sinonimo di “tamarro” ai tempi del Drive
In di Mediaset (il primo ad utilizzarla nella canzone La mia moto fu Jovanotti),
ormai oggi viene utilizzata con forte impronta di razzialità. A dargli
istituzionalità, c’ha pensato il ministro Piantedosi, molto poco rigoroso nella
sua vita privata, e molto feroce verso le fragilità degli altri, mettendo queste
persone nel mirino dei suoi ripetuti decreti sicurezza. Tanto che gli articoli 1
e 2 dell’ultimo decreto legge, quello oggetto del pasticcio normativo e
istituzionale con il Quirinale, sono proprio rivolti ai giovani nati in Italia
da quelle famiglie immigrate che ogni anno contribuiscono con 28 miliardi di
euro di contributi a tenere in saldo positivo le casse dell’INPS.
Un caso di questa Chiesa che si mette sullo stesso piano di Piantedosi e degli
haters da tastiera, è quello del parroco di Santa Maria delle Grazie di Ancona,
don Samuele Costantini.
Preoccupato ed esasperato dal permanere di gruppi di ragazzi tra i sedici e i
vent’anni nei pressi del piazzale della parrocchia, stranieri di seconda
generazione, che a suo dire avrebbero avuto dei comportamenti borderline e
criminogeni, anche nei confronti della chiesa e dei locali della parrocchia,
qualche giorno fa ha scritto una lettera inviandola al proprio vescovo, al
prefetto e al sindaco di Ancona, per denunciare i comportamenti di quelli che
lui stesso ha identificato nello scrivere come “maranza”.
La lettera riservata di don Samuele, non si è fermata però sulle scrivanie dei
destinatari, ma è finita nella redazione di un quotidiano regionale. Da quel
momento la comprensibile preoccupazione di un parroco e la richiesta di
attenzione delle autorità, è diventata “caso mainstream”, con tutte le
conseguenze che si possono immaginare. Immediatamente, grazie ai titoli
clickbait, le tre vite, quelle del parroco, della parrocchia e dei giovani
“nati” anconetani, sono finite nel frullatore mediatico. Subito è stata esibita
la mano forte dello Stato, la parrocchia e le zone adiacenti sono state
militarizzate. I giovani sono scomparsi, semplicemente spostandosi in altre zone
della città.
L’unico che ha cercato di usare buon senso, è stato l’arcivescovo di Ancona,
mons. Angelo Spina. Sabato 19 aprile ha celebrato Messa nella parrocchia,
invitando anche a non scaricare tutta la responsabilità sui ragazzi. “Bisogna
lavorarci molto – ha detto – fare un cammino di rieducazione, ascoltandoli e
cogliendo i disagi che vivono. Spesso sono delle pedine, strumenti a
disposizione di altre realtà che li manovrano. Se cadi nella droga è perché
qualcuno te l’ha data, c’è chi deve allargare il mercato. Tutti dobbiamo
prenderci le nostre responsabilità”. Il vescovo ha anche chiesto probabilmente
al parroco una maggiore prudenza mediatica; tanto che contattato per
un’intervista, ha declinato spiegando che, dopo qualche giorno di riflettori
puntati, “con il mio vescovo abbiamo deciso di non rilasciare più interviste a
nessuno”.
Ma ad Ancona, città governata dalla destra e recentemente insignita dal governo
di “Capitale italiana della cultura 2028”, la giostra mediatica e securitaria va
avanti. Il 22 aprile, anche forse suo malgrado, don Samuele è stato ricevuto nel
palazzo territoriale del governo dal prefetto Maurizio Valiante, dal questore
Cesare Capocasa, dal sindaco Daniele Silvetti e anche dal comandante della
polizia locale e dai vertici delle altre forze dell’ordine.
“Non penso – aveva scritto il parroco nella lettera data alla stampa – che si
tratti di persone del quartiere, ma che si siano spostati qui dopo il giro di
vite operato in altre zone della città” (dalla centralissima piazza Roma, ndr).
È evidente che con le politiche poliziesche e securitarie del governo, attuate
delle amministrazioni territoriali delle forze dell’ordine, il fallimento è
totale. Il disagio e la marginalità giovanile, che ha cause sociali, abitative,
economiche, viene semplicemente delocalizzato, ma non risolto.
Tanto più non sarà a risolverlo nella provincia di Ancona, la scenografica
militarizzazione delle scuole e delle città.
Non esiste, come ha scritto qualche giorno fa sul suo profilo social il past
president di Confindustria Ancona, l’imprenditore Pierluigi Bocchini,
“l’immigrazione buona che ci potrebbe aiutare” e “quella cattiva che ci crea
solo problemi”. Un pensiero che andava già per la maggiore nella Louisiana del
XVII secolo.
Ancona, come altre tante realtà marchigiane e italiane, deve fare i conti con
un’idea di sviluppo urbanistico della città degli ultimi anni, e con il taglio
politicamente perseguito di risorse per progetti volti all’integrazione e alla
mediazione culturale e sociale.
Ma, soprattutto, bisogna misurarsi con la realtà delle cose; ovvero che questi
ragazzi sono “figli nostri”, nati e cresciuti nei nostri quartieri. Non possiamo
ricordarci delle vite, diritti e bisogni di questi cittadini solo quanto
qualcuno di questi si afferma in qualche competizione sportiva di prestigio.
Tutti gli altri, assieme alle loro famiglie, restano a vivere confinati nei
quartieri di serie B che pian piano gli abbiamo riservato; trovandosi a fare i
conti con una precarietà economica e sociale senza alcun paracadute.
E la Chiesa? È quella che sposa e legittima la linea del governo? O è la “Sposa
di Cristo” (Ef 5, 25-32), quella del Vangelo? Pur nella comprensibile fatica
dello sporcarsi le mani, non può certamente essere quella che arriva ad
utilizzare parole che sono espressione di una cultura razziale; e che si sa
benissimo che alimentano semplicemente odio sociale. Lo stesso sentimento su cui
fa leva da quattro anni il governo Meloni, facendone il suo solo e unico
risultato tangibile.
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