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Ancora sulla sentenza Birmingham-Trevaillon
GLI ARTICOLI LA SENTENZA BIRMINGHAM-TREVAILLON. LEGGE, PSICOLOGIA E PEDAGOGIA DI ANTONIO FISCARELLI E PERCHÉ QUANTO ACCADUTO ALLA “FAMIGLIA NEL BOSCO” RIGUARDA TUTTI NOI DI ELISA LELLO, PUBBLICATI SU COMUNE, HANNO AFFRONTATO IN MODO MOLTO APPROFONDITO ALCUNE QUESTIONI LEGATE DIRETTAMENTE E INDIRETTAMENTE ALLA NOTA VICENDA DELLA FAMIGLIA BIRMIGHAM-TREVAILLON. NEI GIORNI SCORSI IL TRIBUNALE HA RIGETTATO IL RECLAMO PRESENTATO DAGLI AVVOCATI DIFENSORI. AL MOMENTO I GENITORI E LE TRE BAMBINE RESTANO SEPARATI DALLA LEGGE. IN QUESTO NUOVO ARTICOLO ANTONIO FISCARELLI, METTENDO DI NUOVO AL CENTRO IL NODO DELLA CARENZA DI UNO SGUARDO PEDAGOGICO ADEGUATO, SPIEGA, COME E PERCHÉ LO STATO, MENTRE CERCA DI TUTELARE I DIRITTI DELLE BAMBINE CONTRO EVENTUALI VIOLAZIONI DA PARTE DEI GENITORI, RISCHIA ESSO STESSO DI VIOLARLI Unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- Giovedì 4 dicembre, ho appreso la notizia della decisione del tribunale dei minori dell’Aquila di riservarsi nelle prossime ore la decisione sul destino della famiglia Birmigham-Trevaillon. Il 16 dicembre il tribunale ha rigettato il reclamo presentato dagli avvocati difensori. Tutto ciò a riprova di quanto avevo supposto nel mio articolo uscito lo stesso giorno (La sentenza Birmingham-Trevaillon. Legge, psicologia e pedagogia), in cui affermavo che l’accettazione da parte dei genitori di vivere in una nuova casa non sarebbe stata sufficiente a convincere i giudici a restituire loro la responsabilità genitoriale «e forse neanche al ricongiungimento» con i loro bambini, in considerazione della «pluralità» delle imputazioni a loro carico. Ancora prima del 16, nelle poche dichiarazioni rilasciate ai giornali, i loro rappresentanti legali esprimevano fiducia e speranza che i giudici prendessero in considerazione non solo la scelta di abitare in una nuova casa, ma anche i «nuovi elementi» che essi hanno proposto di esaminare e che mettono in discussione le altre imputazioni che hanno motivato la «sospensione della responsabilità genitoriale» e «l’allontanamento dei loro figli», fra le quali, in soldoni, sono da annoverarsi le accuse di abbandono, isolamento, mancanza di istruzione e di vita sociale. Proprio in ragione di questi decisivi riferimenti all’educazione e alla vita sociale di questi bambini che la sentenza impugna, avevo sottolineato la carenza in essa di uno sguardo pedagogico e, inoltre, come da un ordine di discorso legittimamente giuridico si passi a un altro, che è sì lecito, ma non è detto che sia proprio legittimo, perché sembra prevalervi una «dottrina» (di psicologia) e non più una «procedura giuridica» di tutela dei minori. Avevo inoltre cercato di mostrare come questa dottrina (di psicologia) sembra dividere drasticamente natura e società, cioè suppone una contrapposizione conflittuale che, in sostanza, non esiste nella concreta realtà di questa famiglia, finendo per ridurre (e in ciò senza troppo differenziarsi da una certa ricezione della vicenda nei media e nei social network) la quotidianità stessa dei bambini a una sorta di mito dell’enfant sauvage. Altrimenti detto, nella mia pur soggettiva percezione, mi pare che una normalità sia stata trasformata in mito non solo dai media e dai network, ma anche da questo tribunale (che, per questo, deve farsi carico non solo degli aspetti meramente giuridici ma anche di quelli più propagandistici, per così dire) e ciò a favore di una visione della vita sociale in cui il rapporto dei bambini con la natura, piuttosto che essere recepito come un valore pedagogico, una virtù pedagogicamente e ecologicamente corretta, è percepito come un «rischio», un «pericolo» e, a un certo punto, come una vera e propria «violazione» all’integrità fisica e morale dei minori (nella sentenza, di fatto, ricordiamolo, si parla di «abbandono» e di «isolamento», di trascuratezza materiale e morale e via discorrendo). Una decisione fondata su una visione non dichiarata ma a sua volta sostenuta da autori classici di psicologia piuttosto che da una osservazione de-ontologicamente e pedagogicamente proporzionale ai vissuti concreti di questi bambini e al profilo stesso dei loro genitori. Qualche lettore sbrigativo e qualche intellettuale non meno impaziente, dalle mie riflessioni, hanno invece dedotto tre tipi di conclusioni molto generiche e ingenue: 1) una critica indebita verso i giudici, e non solo a questi giudici, bensì ai giudici in generale, annoverandomi, di conseguenza, fra i detrattori della magistratura: certo – e per rispondere senza girarci troppo intorno – essa non tiene conto che se l’operato di tutti i giudici fosse infallibile e ogni giudice perfetto, non ci sarebbe mai stato un dibattito (che, si badi, non è di oggi) sulla giustizia e sul ruolo dei giudici nella società (non solo in quella italiana, per capirci), e ancor meno questa sentenza specifica ne avrebbe mai scatenato uno così eclatante da prestarsi tanto alla strumentalizzazione politica e ideologica, quanto alla critica da parte del senso comune, ancorché a quella di esperti di diversi ambiti disciplinari, che di fatto interessano la vicenda e che la stessa tutela dei diritti dei minori chiama in causa – o almeno dovrebbe, appunto, chiamare in causa; 2) una indebita presa di posizione a favore dei genitori fondata su una condivisione dei loro idee: senza considerare che se, da una parte è lecito difendere anche idee che non si condividono (altrimenti neanche avrebbe senso parlare di ‘tolleranza’, termine che, a quando pare, è diventato talmente desueto che non lo si è sentito pronunciare una sola volta, in questo dibattito); dall’altra, nel mio contributo, c’è la difesa dei diritti dei genitori (entrambi indiscriminatamente e genericamente imputati di violazioni gravi e pregiudizievoli): ma in soldoni, è forse la difesa tout court del diritto dei minori e dei loro genitori di vivere così come stavano vivendo contro un’accusa supportata più da una teoria psicologista dell’educazione che da fatti concreti e giuriidcamente accertati; 3) una sorta di ingenuo naturalismo, in quanto ho usato – certo, non ingenuamente – la formula «carica anti-naturalista»: e su questo possiamo riaprire le danze, sperando di ottenere lo scopo per cui ancora oggi mi permetto di dedicare del tempo a questa storia, ricca di contraddizioni e di spunti che documentano la condizione pietosa in cui si trova oggi l’humanitas non solo di fronte alla natura, alla società, a un problema genuinamente pedagogico, ma alle sue proprie leggi, ai suoi variegati ordinamenti legislativi, a un problema di interpretazione, ancorché di educazione all’interpretazione delle leggi, a un dilemma riguardante il sentimento di giustizia e di ingiustizia, sentimento naturale, senza il quale, evidentemente, nessun ordinamento giuridico, nessun diritto, nessuna legge sarebbero possibili. Cercavo, in effetti – e riprovo a farlo da un’altra prospettiva – di evidenziare la carenza di uno sguardo pedagogico adeguato alla situazione, in una sentenza che, non solo imputa ai genitori di trascurare l’istruzione dei loro figli (poiché nella sentenza si parla di minori «privi di istruzione», l’equivalente di ‘analfabeti’), ma, per di più, si serve della psicologia per accusarli di trascurare anche la loro vita sociale: inizialmente, ponendo le due accuse distinte e come ugualmente compromettenti (mancanza di istruzione e mancanza di vita di relazione, isolamento e abbandono…), in un altro momento, facendo derivare la carenza di vita di relazione dalla mancata frequentazione della scuola: e in un ulteriore momento, sottolineando che non è l’istruzione il problema ma perlopiù la vita sociale dei bambini; ugualmente, una volta, sembra di stare di fronte a un pericolo o a un rischio di lesione e un momento dopo siamo di fronte a una violazione vera e propria, ‘grave e pregiudizievole’; ma, in questa ultima circostanza, piuttosto che fornire descrizioni di fatti concreti e di una perizia conforme ai fatti, si preferisce chiudere la sentenza con qualche riferimento legislativo e una bella dozzina di capoversi dedicati alla psicologia contemporanea: come dicevamo, una sorta di dispensa per studenti universitari a supporto di una sentenza che, non solo divide e contrappone educazione naturale e educazione sociale (che in questa famiglia invece sono una sola cosa, come ho concluso il mio contributo), ma – e a questo punto bisogna proprio dirla in maniera spicciola – separa di fatto, con i mezzi della Legge, una famiglia, contrapponendo fra loro genitori e figli (certo a tutela di questi ultimi, anzi, soltanto a tutela dei loro diritti)! Evidentemente, siamo di fronte non a una misurata e proporzionata valutazione del caso, ma a un invito molto originale al credo quia absurdum. Tuttavia, nella concreta realtà – ed è grosso modo la mia tesi – non sono le idee a essere o a dover essere imputate. Non sono loro a interessare la vicenda, ma le persone, i fatti che concernono queste persone: né le idee dei genitori, né quelle degli psicologi, degli assistenti sociali, dei giudici… e neanche le mie. A questa sentenza, invece, così pregna di idee (di psicologia) sembra adattarsi la formula di Nietzsche: «Non ci sono fatti, solo interpretazioni». Ma è chiaro che dobbiamo andare anche oltre Nietzsche, se vogliamo essere realisti, e dire che nella realtà, poi, contano solo i fatti: anche le interpretazioni contano come fatti. La la vita sociale della natura A rigor di logica, sul piano pedagogico, i fatti di questa famiglia sono costituiti dalla quotidiana dedizione di genitori scrupolosi e bambini che svolgono una vita sociale che non sembra inadeguata ai tempi che corrono, alla comunità e al territorio in cui sono inseriti, in cui le loro capacità relazionali sembrano svilupparsi quotidianamente nel rapporto con la natura e nel loro stesso focolare. Rapporto? Rapporto con la natura? Queste espressioni sono generiche. Andrebbero meglio circoscritte. Parliamo di esperienze concrete che istruiscono questi bambini di determinati contenuti e modi di essere, momenti empirici e pragmatici che essi assimilano in quanto corpi viventi (o meglio sarebbe dire vissuti) e non in quanto astratti e vuoti soggetti di diritto: esperienze vive che non sono limitate al gesto di «abbracciare un albero» o accendere il «fuoco nel camino» insieme al padre (atto che per Bachelard, per esempio, costituisce un vero complesso pedagogico, perché si gioca sul piano della trasmissione dei saperi pratici e che egli definisce «complesso di Prometeo», una sorta di «complesso di Edipo intellettuale»; ne ho parlato in uno studio per la rivista francese Penser l’éducation, alcuni anni fa, Regards transversaux sur le « complexe de Prométhée ». Technocentrisme, instance institutionnelle et éducation); esperienze la cui pluralità di elementi sociali implicata è una sola cosa con la quotidiana dedizione alla cura di animali e cose (naturali e artificiali, se questa distinzione non è di troppo) e con la quotidiana vita sociale nella comunità. Sono fatti questi che ne indicano altri, che nella sentenza non sono presi in considerazione. Ma sono fatti anche ciò che nella sentenza si afferma e ciò che non si afferma. È un fatto, ad esempio, che nella sentenza non si illustrino esempi concreti di come i genitori avrebbero «abbandonato», «isolato», lasciato i figli «privi di istruzione», tenuti separati da rapporti fra pari: in una parola, segregati! Momenti in cui, insomma, sia chiaro in che senso tutto ciò sarebbe palesemente avvenuto e i genitori, di conseguenza, avrebbero ‘violato’ la loro «integrità fisica e morale», assunto comportamenti indiziari di «negligenza genitoriale» che possono comportare «gravi e pregiudiziali rischi» e «conseguenze psicologiche e educative» per i loro figli. Se sommiamo tutte queste accuse, infatti, ne deriviamo che questi bambini sono stati del tutto privati di ogni contatto con il mondo esterno, privati non solo della luce proveniente dall’energia elettrica delle grandi società – poiché la famiglia si serviva di pannelli fotovoltaici – e dal calore di buoni termosifoni in ghisa, allacciati alle grandi società del gas, rimpiazzati da camino e cucina economica: a essi è stata soppressa anche la luce del giorno, ancorché il suo calore. Ho affermato che, proprio in virtù della quotidiana vita in un contesto da piccolo paese immerso nella natura, l’educazione impartita dai genitori a questi figli risulta ricca di elementi di socialità e che il rapporto genuino che essi stringono con la natura rafforza non solo la loro integrazione sociale ma anche la vita sociale della comunità in cui sono inseriti. Questa famiglia salvaguarda, ho sostenuto e ripeto, ciò che con molta evidenza nella società di oggi si perde facilmente. Forse conviene sottolineare che questo punto di vista non è proprio quello di Rousseau, citato dallo stesso ministro Nordio e da chi, pur esente da motivi politici, vede in questa vicenda una specie di aut-aut: o natura o società, o comunque un conflitto fra vita di campagna e vita in città (identificando in quest’ultima la vita sociale, ancorché una vaga visione della sicurezza, della salute e dell’igiene). Tocca dunque ribadire che la vita quotidiana a contatto con la natura favorisce la formazione di comportamenti genuinamente socievoli in virtù di condizioni esistenziali che essa richiede e impone e che non si presentano in una quotidianità imbrattata dai ritmi della vita urbanizzata. Non c’è da una parte la società e dall’altra la natura: c’è la Natura e, in essa, la società, in cui il rapporto con la natura può essere mediato da non pochi modelli educativi o diseducativi. Ne consegue che non c’è società senza la natura: mentre, di fatto, la natura potrebbe sussistere lo stesso senza la società (e su ciò potremmo chiaramente aprire un capitolo a parte). Se questa è una ideologia, allora chi ne è persuaso scagli per primo contro questa famiglia i suoi tomi di giurisprudenza, di psicologia e di sociologia. Sta di fatto, che la società, o meglio i suoi membri effettivi, gli esseri umani, godono sempre pienamente dei benefici che procura un rapporto genuino con la natura, mentre non possono che patire disagi se con essa vivono un rapporto malato. Entro una cornice del genere, si comprenderà meglio perché le idee della madre (di cui alcuni maldestri, lapidari e poco eleganti commentatori hanno pensato di far bene a citare affermazioni contenute in alcuni video e interviste – ragione per cui io ho citato un corso della giudice Angrisano, tenuto online), non dovrebbero essere prese in considerazione, né rispetto al factum dell’educazione dei suoi figli, né soprattutto rispetto al factum delle imputazioni ufficiali, poiché questa madre non solo ha delle idee ma, come tutte le madri, per chi non lo avesse ancora compreso, ha anche leidei diritti: e non solo in quanto madre, naturale, a cui spettano i diritti di filiazione, ma anche in quanto persona: diritti tutti che le sono riconosciuti indipendentemente dalle sue idee e convinzioni, dalla nostra Costituzione e dalle restanti convenzioni internazionali, fra cui quelle stesse che la sentenza ha menzionato contro le sue presunte «violazioni» e a tutela dei diritti dei suoi figli: le quali violazioni, si è accennato, sono imputate genericamente e senza distinzioni a entrambi i genitori. Ora, se questi genitori, che già subiscono le imputazioni dei giudici, si vuole fustigarli anche per le loro idee, nessuno potrà impedirlo. Viceversa, da un giudice non ci si aspetta altro che una oggettività tale per cui le sue convinzioni e idee personali non influenzino il decorso della Legge! Si badi bene: non possiamo chiedere ai comuni mortali la medesima oggettività che invece esigiamo dai giudici, se non vogliamo che gli stessi imputati e tutti insomma si facciano loro stessi giudici, e giudici dei giudici. Ma allorché una sentenza sembra essere segnata da una «soggettività» (come ho sostenuto nel mio precedente articolo), è logico che diventi non solo giusto ma anche costruttivo giudicare criticamente il giudizio dei giudici. Nota bene: fobia scolastica e fobia sociale La sentenza ha evocato nell’immaginario pubblico anche gli scenari reali delle scuole italiane, che sono zeppe di problemi riguardanti le capacità relazionali e i diversi disagi dei minori. Uno di questi è ad esempio la “fobia scolastica” che, dagli anni Settanta, almeno in qualche paese, è considerata una problematica urgente della scuola, su cui si adottano pratiche che passano per consigli interdisciplinari e che, oltretutto, valorizzano l’istruzione parentale: in due parole, quando una équipe (che si suppone adeguatamente interdisciplinare e deontologicamente corretta) ha gli elementi per diagnosticare un disagio proveniente dai rapporti con i pari o in genere con le altre figure della scuola, si cercherà in tutti i modi di garantire la continuità didattica ma soprattutto di proteggere i minori dai climi scolastici che sono alla base dei loro disagi. Come si può intuire, è un processo all’inverso, che rivela una contraddizione dentro la scuola (e nella società di cui è parte), se la scuola stessa deve giungere alla decisione di allontanare il minore da sé stessa. Nell’ultimo quarto di secolo, ho avuto a che fare con non pochi casi di questo tipo: alcuni aspetti critici sono documentai in alcuni studi empirici pubblicati su un paio di riviste specializzate nel settore. Parliamo sempre di minori e di minori con seri problemi in famiglia e di inserimento nella scuola e inseriti già in un più ampio contesto socio-educativo destinato a minori con problematiche diverse. In sostanza, in questi studi, pubblicati in lingua francese (Radu: Refus de l’école par l’enfant ou refus de l’enfant par l’école? La nouvelle revue de l’adaptation et de la scolarisation, 62(2), 55-65 e Phobie scolaire : se fier ou ne pas se fier à l’école? Un dilemme socio-existentiel de la société médico-scolarisée in Scholé: rivista di educazione e studi culturali : LVII, 2, 2019, 152-162), affronto il fenomeno dell’adattamento scolastico sia dal punto di vista del minore sia dal punto di vista dell’adulto. Detto per sommi capi, mostro come determinati atteggiamenti di rifiuto della scolarizzazione pubblica costituiscono perlopiù una reazione logica a un sistema non adeguatamente attrezzato per soddisfare tutte le reali esigenze ed aspettative delle famiglie dei nostri giorni. C’è una fobia sociale che deriva dalla percezione di minacce provenienti dai climi sociali in cui si vive, non una generale paura della società, bensì di specifici ambienti e modi di concepire la stessa vita sociale. Se per i minori che di fatto vivono la quotidianità di una scuola, il problema è circoscritto alla situazione particolare della propria scuola (il rapporto con i pari, con i docenti e la comunità scolastica nel suo insieme), per i loro genitori si traduce in una preoccupazione riguardante la condizione del sistema di istruzione, cioè le garanzie che esso offre per il futuro e l’inserimento sociale dei loro figli. In altre parole, le condizioni imposte da una società che certo non si risparmia nel produrre e riprodurre serissimi problemi nelle scuole e fuori, che disattende le richieste concrete dei genitori al riguardo dell’istruzione e dell’educazione dei loro figli, rendono, in generale ancora più auspicabile un’educazione quanto più possibile a contatto con la natura e lontana dai climi scolastici che sono all’origine stessa delle proprie delusioni. Certo, non per questo dovremmo prendercela con la scuola in generale, visto che dentro ci lavorano centinaia di migliaia di docenti, molti dei quali, loro stesso delusi e per non poche ragioni, anche professionali; ma semmai con il sistema politico che l’ha ridotta al rango di mera ‘agenzia sociale’ o ‘azienda formativa’, generando le condizioni ottimali per l’adesione, da parte di sempre più numerosi genitori, alla privatizzazione dell’istruzione, all’offerta privata, sia mandando i figli in istituti privati, sia mediante i percorsi di istruzione parentale. La Legge contro la Legge Nello stesso contesto cercavo di evidenziare la funzione di un certo uso del linguaggio. L’aporia di fatti e il surplus di astratte teorie di psicologia sembrano evocare un cortocircuito nella scelta delle forme più appropriate al caso e la Legge sembra diventare una questione linguistica, le parole, le formule astratte, i tecnicismi, azioni, come si direbbe in una certa filosofia dell’attivismo di matrice idealistica (alla Fichte e alla Gentile, per intendersi). Certo, azioni non rivoluzionarie, bensì reazionarie. Perché? Perché le rivoluzioni implicano un certo investimento dell’humanitas verso l’humanitas: e questo si applica – almeno per me… e Piero Calamandrei – anche ai giudici. Diciamolo con parole semplici, da un’altra angolazione: nessuna sentenza di un tribunale si presta a critica finché essa riflette un sentimento di giustizia che concilia in un solo atto il diritto e il buonsenso, perché il primo non ha senso senza il secondo, i principi del diritto naturale e del diritto positivo, a cui il primo fa da orizzonte come originario criterio da cui sono imprenscindibili tutti i diritti civili e sociali, della persona, della famiglia e della communitas. Tutto ciò, se non si è capito, ha un valore sociale e politico inestimabile, valore che va ben oltre le nostre posizioni di principio perché deriva da una attualità che, per quanto, possa sembrare – appunto – trasformata e alienata dalla sua stessa storia e dalle sue tradizioni a causa delle trasformazioni tecniche subentrate nei secoli e soprattutto di quelle dell’ultimo, ne è ancora profondamente pregna. Ma proprio in ciò la Legge stessa – con l’iniziale maiuscola, insomma – che è in sé un fatto storico, sociale e politico, si rivela anche come un fatto esistenziale: il rapporto vivente del legislatore in carne e ossa ai codici del diritto e alle legislazioni che servono da guida a ogni caso specifico con cui si confronta. La Legge non è mai indiscutibile: ma non perché ciascuno è libero di crederla tale, bensì perché i suoi stessi rappresentanti devono mettersi in discussione per coglierne lo spirito con il buonsenso, virtù che cresce e si coltiva nello studio e nell’esperienza (in questo caso nell’esperienza stessa con la Legge, in quanto legislatori) e sono forse i primi ad essere a rischio di errore: di errore di fronte alla Legge. Ora, per ritornare all’attualità, i corpi legislativi contemporanei con cui i giudici si confrontano oggi, salvaguardano non solo la natura intesa come ambiente, ma anche la naturale espressione e il naturale sviluppo della personalità, principi impliciti nelle medesime convenzioni menzionate nei riferimenti legislativi della nota sentenza. Parliamo di ordinamenti legislativi che fanno tesoro della tradizione del diritto naturale, della ius naturalis che, a rigor di logica, precede il diritto civile e che anzi fa da sfondo, come si accennato, alla storia stessa del diritto. Qui, insomma, non c’è un conflitto fra genitori e figli in cui questi ultimi risultino violati in qualche modo nella loro integrità fisica e morale, ma un conflitto di interpretazione della legge. Se non si percepisce una indebita dicotomia fra modi diversi di concepire società e natura, fra una visione poco naturalista (se non anti-naturalista) implicita nella visione (personale?) dei giudici e una visione iper-naturalista attribuibile ai genitori, c’è senza dubbio un conflitto del diritto contro il diritto, dello Stato contro se stesso, della Legge contro la Legge. Solo che questo conflitto è tutto interno a chi la Legge la rappresenta e la applica direttamente, per il ruolo che ricopre nella formulazione oggettiva del giudizio e non in virtù della toga che indossa: toga che, appunto, veste un giudice, non uno psicologo. Lo stato entra in conflitto con se stesso, perché mentre cerca di tutelare i diritti dei minori contro eventuali violazioni da parte dei loro genitori, rischia lui stesso di violarli in quanto stato! Rischia di violare i diritti della persona non solo dei minori, ma anche dei genitori. Inoltre, se è vero che diamo senso e significato ai diritti sociali e civili, al valore della famiglia come originario focolare, habitat naturale per la crescita dei suoi membri, se per il buonsenso, per la letteratura pedagogica e per la stessa giurisprudenza, la famiglia è intesa come una sorta di prima istituzione educativa, lo stato rischia di violare quelli che si sono voluti chiamare i diritti della famiglia. Ora, nella misura in cui lo Stato interviene e interferisce nella vita della famiglia deve farlo non solo garantendo la tutela dei minori nei confronti dei loro genitori e di altri soggetti esterni, ma anche nei confronti di se stesso, delle proprie prerogative, delle pratiche e delle procedure adottate da chi rappresenta la Legge. Lo stato deve farsi garante oggettivo dell’integrità totale della persona in tutte le sue condizioni e manifestazioni, guidato da un principio immateriale di non ingerenza. Al riguardo delle eventuali contraddizioni con cui la Legge può avere a che fare, citerei, per questo caso, proprio l’art. 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU), menzionato nella stessa sentenza fra i diversi riferimenti legislativi (con l’art. 7 della Carta dei diritti fondamentali UE a cui è giuridicamente correlato), certo a tutela de diritti dei loro figli ma contro i loro genitori (che hanno ugualmente dei diritti). Questo articolo ha per titolo «Diritto al rispetto della vita privata e familiare»: 1. Ogni persona ha diritto al rispetto della propria vita privata e familiare, del proprio domicilio e della propria corrispondenza. 2. Non può esservi ingerenza di una autorità pubblica nell’esercizio di tale diritto a meno che tale ingerenza sia prevista dalla legge e costituisca una misura che, in una società democratica, è necessaria alla sicurezza nazionale, alla pubblica sicurezza, al benessere economico del paese, alla difesa dell’ordine e alla prevenzione dei reati, alla protezione della salute o della morale, o alla protezione dei diritti e delle libertà altrui. Senza dubbio, un tribunale per i minorenni è costituito da figure qualificate per fare il loro lavoro, da cui dipende de jure e de facto la sorte dei minori e anche il senso e il significato che bisogna dare a parole e formule altrimenti vuote come ‘diritti dei minori’, ‘tutela dei minori’ e simili. Nel problema esistenziale implicito nella quotidianità dei giudici, c’è anche un bella questione linguistica caratterizza da districare. In sostanza, in ogni atto giuridico, dei tanti che costellano la vita quotidiana di una società, fino a che punto è possibile capire se le tutela dei diritti di una persona tutela davvero la persona in carne e ossa? Detto altrimenti, se si tutela più l’idea della persona o l’esistenza in carne e ossa della persona. Siamo sempre di fronte al dilemma dell’esistenza come fatto e interpretazione. È difficile capire se o quando i linguaggi giuridici sono davvero in sintonia con la condizione reale degli esseri umani verso cui si rivolgono concretamente, in termini di tutela, se i principi leciti e legittimi sanciti da ordinamenti legislativi conciliano con costumi, tradizioni e un pluralismo di culture di cui l’Italia è una sorta di madrepatria e che la nostra costituzione tutela, appunto, da diverse angolazioni – certo non solo attraverso l’articolo 2 della Costituzione. Ma, a prescindere, nella viva realtà dei nostri giorni, quando applaudiamo e esultiamo per una sentenza che ha portato giustizia a una persona, a una famiglia, a più persone, non è forse perché non si percepisce alcun conflitto fra fatti e interpretazioni? E non stiamo forse celebrando anche il buon operato dei giudici e non perché hanno fatto ciò che piace a noi ma perché percepiamo, in un solo atto, il buonsenso, la perspicacia, la sagacia di persone che, dentro la toga, hanno valutato l’humanitas e i fatti secondo ragione (l’altro elemento senza cui nessuna ordine giuridico sarebbe possibile), rivelando che la natura stessa della Legge, la sua implicita ratio, che è anche morale, è conforme a dei principi impliciti nell’humanitas (nel bene e nel male): che, insomma il de legibus e il de rerum natura camminano sempre insieme nella retta via della giustizia. In tutte le circostanze, dalle più alle meno gravi, si tratta sempre di adattare gli ordinamenti ai vissuti reali delle persone, di cui i linguaggi giuridici sono atti a interpretare gesti, azioni, scelte di vita e professionali, comportamenti non necessariamente consapevoli, modi di vivere e di concepire la vita stessa. Quando la lex trova un equilibrio, una sintonia con l’humanitas che ogni caso esprime, anche nelle peggiori situazioni, senza dubbio, non troverà difficoltà a fare il suo corso e noi avremmo poco quanto niente da ridire neanche contro la massima pena e la peggiore condanna che dei giudici possano emettere, bensì, semmai solo accodarci a un motivo classico e pertanto sempre valido perché in qualche modo riflette il buonsenso implicito nella Legge stessa: dura lex sed lex! Secoli e secoli di teorie e pratiche pedagogiche nell’evoluzione delle società e delle civiltà hanno anticipato le più moderne scienze psicologiche, secoli e secoli di filosofia hanno preparato il terreno alle più audaci visioni, concezioni e teorie del diritto, dello stato, del governo, del controllo, della punizione, del castigo, della correzione. I linguaggi contano sempre, in ogni ambito, figurarsi quelli della giurisprudenza che si applicano ai casi concreti. Ci sono problemi di linguaggio nell’interazione fra i garanti della legge e i destinatari dei loro atti legislativi e giuridici: ma questa difficoltà è tipica delle odierne maniere di comunicare. Non è solo un problema di competenze, ma di capacità di interazione con la diversità, di modalità di comunicare che favoriscono muri più che ponti, rivelano sordità più che ascolto. Non è solo un problema di modelli culturali contrapposti (come è stato proposto da qualcuno che ha letto criticamente il mio contributo, su Micromega, una rivista per tutti e per nessuno, per parafrasare Nietzsche), perché di qualunque modello si parli, sono sempre le persone in carne e ossa a interessare, realtà viventi, soggette – sin dalla nascita e proprio perché non c’è separazione reale fra natura e società, ma ideologie che le separano idealmente e pratiche che ne conseguono – alla pressione di una pluralità di modelli. La tutela dei diritti deve essere tutela delle persone, altrimenti che tutela è? Oggi, che migliaia di famiglie, passando per modalità di applicazione delle leggi particolarmente specializzate, quindi ‘culturalmente’ evolute, non hanno e non avranno la possibilità di ricongiungersi, oggi che le politiche sociali hanno difficoltà sul piano della quantità e della qualità e che un caso come questo solleva un tal dibattito, in tutto ciò non si vedono davvero i tratti di una materializzazione serena della tutela delle persone in carne e ossa, almeno non più di quanto non si veda, come cerco di sostenere già nel mio primo intervento, un conflitto di interpretazione della Legge, delle leggi. Ma a questo punto, da filosofi, da pedagogisti, da psicologici, da studiosi e insegnanti di scienze umane e sociali, è forse meglio tacere? Lasciando la Legge, le leggi, ai legislatori? E le persone? Due genitori e tre bambini sono separati, come è in sorte ad altri genitori e figli (per motivazioni che possono essere tanto svariate, ma la cui varietà è sintetizzata in leggi particolari e leggi universali). Ma anche i legislatori sono persone (con i medesimi diritti delle persone che giudicano), perché sono esseri umani e se tutti gli esseri umani sono persone, anche loro lo sono. Per questo dobbiamo tutelare anche loro come tuteliamo tutte le persone. Ma se sono davvero persone in carne e ossa – e se la persona, dopotutto, non è solo carne e ossa, ma anche qualcos’altro (emozioni, istinti, intelligenza, volontà, passioni, vita sociale e culturale, bisogni, desideri, primari secondari terziari, naturali, spontanei, indotti ecc.) – tutto ciò, certo, un sillogismo aristotelico non basterà a confermarlo: bisognerà dimostrarlo nell’atto pratico. In questo, lo statuto sociale non è sufficiente a infirmare la benché minima differenza fra giudici e imputati: entrambi sono condannati a dimostrare di essere persone in carne ed ossa, o meglio, in sentimenti e ragioni. Se minimamente c’è armonia su questo piano, come si è già accennato, c’è rispettabile giustizia o, il che è lo stesso, risarcimento morale proporzionato a un’intollerabile ingiustizia. Equilibrio di giustizia naturale e positiva. Legge. -------------------------------------------------------------------------------- Post Scriptum: la legge ai legislatori e ai profani i dubbi Alla conferenza della Associazione Nazionale Magistrati Abruzzo, il 3 dicembre, la giudice Angrisano ha affermato: L’occhio con cui noi decidiamo questioni di diritto è quello di quei diritti che a tutti i minori sono garantiti a partire, se non vogliamo fare riferimento soltanto all’ordinamento nazionale, dalla Convenzione dell’Onu del 1989, che ha un articolo, il 29, che indica in modo estremamente chiaro i limiti della libertà educativa genitoriale nei confronti dei diritti dei loro figli. […] Noi abbiamo applicato delle regole giuridiche dopo aver fatto dei tentativi di un bilanciamento tra interessi e diritti sempre volto nell’ottica degli interessi del minore, quindi cercando la collaborazione dei genitori perché loro stessi riescano ad attuare quei diritti […] Se questa collaborazione viene, se la disponibilità di migliorare c’è, si cerca di trarre la via che è quella più vicina a quel diritto principale, universale che è quello del bambino alla felicità, che prevederebbe il poter vivere serenamente con i suoi diritti garantiti all’interno della sua famiglia di origine”. Riportiamo di seguito l’art. 29, evidenziando in neretto qualche passo, su cui il lettore può comodamente riflettere, comparandoli con le sopraddette affermazioni e con le accuse reali attribuite ai genitori, se a questi bambini non stati garantiti i diritti «all’interno della [loro] famiglia di origine»: 1. Gli Stati Parti convengono che l’educazione del fanciullo deve avere come finalità: a) di favorire lo sviluppo della personalità del fanciullo nonché lo sviluppo delle sue facoltà e delle sue attitudini mentali e fisiche, in tutte le loro potenzialità; b) di inculcare al fanciullo il rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali e dei princìpi consacrati nella Carta delle Nazioni Unite; c) di inculcare al fanciullo il rispetto dei suoi genitori, della sua identità, della sua lingua e dei suoi valori culturali, nonché il rispetto dei valori nazionali del paese nel quale vive, del paese di cui può essere originario e delle civiltà diverse dalla sua; d) di preparare il fanciullo ad assumere le responsabilità della vita in una società libera, in uno spirito di comprensione, di pace, di tolleranza, di uguaglianza tra i sessi e di amicizia tra tutti i popoli e gruppi etnici, nazionali e religiosi, con le persone di origine autoctona; e) di inculcare al fanciullo il rispetto dell’ambiente naturale. 2. Nessuna disposizione del presente articolo o dell’art. 28 sarà interpretata in maniera da nuocere alla libertà delle persone fisiche o morali di creare e di dirigere istituzioni didattiche a condizione che i princìpi enunciati al paragrafo 1 del presente articolo siano rispettati e che l’educazione impartita in tali istituzioni sia conforme alle norme minime prescritte dallo Stato. -------------------------------------------------------------------------------- Antonio Fiscarelli, ricercatore e docente di Filosofia, Storia e Scienze umane, ha pubblicato articoli in riviste italiane e francesi – riguardanti in particolare la scuola e l’educazione – ed è autore di diversi libri -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Ancora sulla sentenza Birmingham-Trevaillon proviene da Comune-info.
L’essenziale. Come resistere al programma di ri-educazione
LA VIOLENZA DI QUESTO TEMPO PUNTA A RECIDERE OGNI LEGAME TRA PERSONE, TRA PERSONE E PIANETA. NON È FACILE DIFENDERSI DALLA DISUMANIZZAZIONE DELL’ALTRO, DALLA DISTRUZIONE DELL’EMPATIA, ALIMENTATE DA UN PROGRAMMA DI RI-EDUCAZIONE GLOBALE. COME CI “SENTIAMO” DOPO LA STRAGE DI SIDNEY? DOPO LE NOTIZIE DEI BIMBI MORTI DI FREDDO A GAZA? DOPO AVER SAPUTO DEI MASSACRI IN SUDAN O DEI MIGRANTI CHIUSI NEI LAGER IN LIBIA O ABBANDONATI IN MARE? RESTARE UMANI, SCRIVE LUCA CASARINI, “VUOL DIRE ESPLORARE L’UMANO COME CAMPO INFINITO DI RISORSE UTILI ALLA LIBERAZIONE DALLA SCHIAVITÙ, QUALSIASI FORMA ESSA ASSUMA NEL TEMPO…” Sfida tra borgate a Scisciano (Napoli) nel campetto riqualificato dal basso da cittadini, migranti e associazioni, a cominciare da YaBasta RestiamoUmani -------------------------------------------------------------------------------- Sono combattuto nello scrivere adesso. Ho la netta sensazione che tutto ciò che uno pensi, vada a finire nel grande calderone che alimenta ciò che sento di dover combattere. E più si tenta di articolare il discorso, costruendo sovrastrutture razionali raffinate, assolutamente sensate, logiche, più ho la percezione di un apparato di “cattura” che ti aggancia e ti trascina dove vuole, e sempre lì, ad alimentare il mostro. Sembra che questo sia diventata, o lo è sempre stata? la “politica”. La politica o il politico come impossibilità di farsi bastare l’essenziale. Si parte da un comportamento umano, che esprime il massimo possibile di disumanità agendo quella che Kant definiva “la guerra di sterminio” nell’ambito di una guerra civile globale, e si comincia ad abbandonare quella “radice” fattuale che lo caratterizza, costruendo infiniti castelli semantici e analitici sopra l’essenza. Alla fine questa costruzione di discorso dalle infinite articolazioni, produce ai miei occhi almeno due effetti: ci si allontana da ciò che è accaduto, dalla sostanza in sé, immanente, verso l’arruolamento, volenti o nolenti, da una parte o dall’altra. L’arruolamento forzato non è solo un’immagine metaforica: in mezzo a una guerra se vieni catturato e sbattuto in trincea, anche se non vuoi, quella diventa la “tua” guerra, e le opzioni diventano binarie: o di qua o di là. Su cosa scommettono gli agenti Smith dell’arruolamento forzato in questa Matrix della guerra civile globale? Che lo spirito di sopravvivenza ti costringa a diventare parte della guerra, qualsiasi parte, perché il primo problema per la guerra contemporanea è non cessare mai. Vincere o perdere, nella guerra contemporanea che si inserisce anche quando a condurla sono eserciti e Stati, nella dimensione globale e civile di un conflitto permanente come regolatore del mondo a geometrie di comando variabili, è assolutamente relativo. Il problema è farla durare, alimentarla nel tempo. È lo scenario della “pace impossibile “ o della “tregua come dosaggio dell’intensità della guerra”, e mi sembra lo scenario che si ripropone continuamente davanti a noi. Il secondo effetto della “costruzione del discorso” articolato e logico sopra l’essenziale, da qualsiasi parte esso si articoli, è quello di allontanare dall’essenziale di ciò che accade per non farlo più riconoscere. L’apparato di cattura dell’umano, davanti alla sua possibilità e desiderio di rimanere ancorato all’essenziale – vita, morte, dolore, gioia, armonia, distonia, odio, amore – interviene sulla natura universale della nostra esistenza. È una azione, violentissima, biopolitica, che punta a recidere ogni legame, ogni connessione, tra l’uomo e questo pianeta, tra l’uomo e l’universo. Questo è causa e conseguenza anche del non riconoscimento dell’altro da noi come facente parte del “noi”. La disumanizzazione dell’altro, è alla base della guerra di sterminio. Noi non siamo l’unica parte esistente di ciò che esiste “disconnessa” dal resto. Noi veniamo disconnessi. Anche questo non è un concetto trascendentale, ma maledettamente materiale: le neuroscienze spiegano le modificazioni del nostro cervello ad esempio, in funzione della “delega” di funzioni fondamentali, ad apparati tecnici, macchinici. Non sto a dire sull’IA, ma ho appena ascoltato Miguel Benasayag su esperimenti condotti su taxisti abituati a usare il gps per orientarsi e su quelli che non lo utilizzano: la parte del cervello preposta a costruire processi cartografici in rapporto allo spazio e al tempo, nei primi registra una “atrofizzazione” anche fisicamente misurabile. Ma d’altronde, se i secoli scorsi sono stati caratterizzati da una mutazione fisica del nostro corpo, muscoli, arti, ossa, legata all’introduzione delle macchine da lavoro, come non pensare che qualcosa di simile accada al nostro cervello, oggi che sono introdotte macchine da pensiero, da relazione? L’essenziale ad esempio è la nostra capacità di percepire il dolore dell’altro. La stiamo paurosamente perdendo secondo me. Ma anche questo non è un accidente che ci capita a caso. Essenziale, cioè radice. E cercare l’essenziale, volerci stare aggrappato senza sovrastrutture che ci allontanino da esso, diventa esercizio di “radicalità”, pratica radicale. Per anni ho pensato che le pratiche radicali fossero quelle dure e pure, intransigenti e senza mediazione alcuna, che si esprimevano nella forma che “esteticamente“ più le rappresentava. Non lo pensavo, lo facevo. Poi c’è stato il passaggio alla “radicalità del progetto”, Utopía nel senso di Tommaso Moro. Ma oggi credo che la radicalità si possa riassumere innanzitutto nella capacità di rimanere all’essenziale. Coltivando a partire da questa scelta di “pre-politica”, il “sentire” più che il “pensare”. Ora come mi “sento” dopo la strage di Sidney? Come mi sento dopo le notizie dei bimbi morti di freddo a Gaza? Come mi sento dopo aver visto i volti e la disperazione degli sfollati ucraini nei campi profughi? Come mi sento a sapere dei massacri in Sudan? Sentire non è pensare. Il pensiero alla fine, non ci appartiene. Siamo inseriti in flussi di pensiero che ondeggiano, vagano nel tempo e nello spazio da millenni e millenni, e il nostro pensare è pensare quello che è stato pensato. Ma la “singolarità del vivente” è il sentire. Dentro di sé, e questo anche è un fenomeno maledettamente materiale. Fatto di combinazioni biochimiche, di attivazioni neuronali, di ormoni, di recettori, di flussi, di trasmissioni osmotiche di messaggi elettrici e magnetici, che scorrono lungo tutto il nostro corpo, che cambiano la realtà che percepiamo. Proprio come “vediamo” le cose. Non vi è dunque una sola realtà, come ci spiega la fisica quantistica peraltro, ma la realtà che con il nostro “sentire” si modifica alla nostra percezione visiva, di tatto, di senso dunque. Non è questione di “empatia”, ma di un processo ben più complesso e in profondità, del quale chi vuole dominarci in larga scala come popolazione umana-altri umani, una élite, che oggi in questo tempo storico assume le caratteristiche del mix tra vecchi fascismi e nuove tecnocrazie – ha deciso di provare a privarci. Non tutti “sentiamo” dolore, sofferenza, per il male dell’altro. In neuroscienze, il fenomeno di gioire del dolore altrui è noto come schadenfreude. Questo termine tedesco, che significa letteralmente “gioia per il danno”, descrive un piacere sottile o segreto che si prova quando un’altra persona fallisce, si fa male o viene umiliata. O uccisa. Non è sadismo. E attraverso social e interventi pubblici dall’alto, stiamo assistendo a una “rieducazione e promozione” allo schadenfreude. Ma anche qui, non è solo filosofia: Gli studi di imaging cerebrale hanno fornito alcune spiegazioni fisiche, concrete, maledettamente materiali: Sistema di ricompensa: quando si sperimenta la schadenfreude, si attiva il sistema di ricompensa del cervello, in particolare lo striato ventrale e il nucleo di accumbens. Questi sono gli stessi circuiti che si attivano in risposta a piaceri primari come il cibo, il denaro o l’accoppiamento, con conseguente secrezione di dopamina. L’ obiettivo politico del programma di rieducazione è la riduzione dell’empatia: l’attivazione di queste aree avviene in parallelo a una diminuzione dell’attività nelle aree cerebrali legate all’empatia, come la corteccia cingolata anteriore e l’insula, specialmente se la persona che soffre è percepita come un avversario o un membro di un “gruppo esterno” (out-group). Il controllo biopolitico dunque mira all’essenziale della nostra natura. A direzionare in maniera calcolata e precisa la mutazione antropologica dell’umano, per privarlo di alcune sue singolarità e caratteristiche a favore dell’espansione provocata di altre. Per tollerare i mostri e le mostruosità del nostro tempo, dobbiamo diventare tutti mostri e alimentarci di mostruosità. Mi capita di pensare a quello che con tanti altri e altre faccio da quasi dieci anni: la pratica del soccorso civile in mare. Una azione che è destinata, almeno per ora, ad essere di assoluta minoranza. Troppe le implicazioni politiche che investono il naturale e storico processo migratorio. L’azione del potere costituito in questi anni, è stata tutta rivolta a spostare l’asse del discorso, creando un immaginario negativo, dall’atto umano del soccorrere, a quello politico e disumano del lasciar morire per “respingere”. Respingere chi? “La minaccia alla nostra stessa identità, i migranti”, come recita il documento strategico appena emanato dalla Casa Bianca. Uno dei pilastri dell’intera strategia globale “della più grande democrazia del mondo”, insieme a quello del ritorno alle sfere di influenza e alla accelerazione della distruzione dell’Europa come spazio politico, sono i migranti. In ogni angolo del mondo occidentale, la destra suprematista tecno oligarchica, costruisce su questo la sua azione non solo di propaganda elettorale, ma di “ri-educazione“ dell’umano. Ho smesso di legare quello che faccio a una ricerca del consenso. Lo colloco nel “cono d’ombra” dal panopticon nel quale si può sviluppare l’azione cospirativa contro questo dominio, che mira alla creazione di un “oltre umano” dalle caratteristiche funzionali a questo tipo di mondo, permanentemente in guerra e caratterizzato da progetti dichiarati di “eliminazione dell’umanità in eccesso”. E dunque, per dare un senso a ciò che faccio, devo stare all’essenziale: non ho ricette per affrontare il tema della migrazione, ma “sento” che devo provare ad aiutare coloro che ora riconosco come mie fratelli e sorelle. Li riconosco per riconoscere me stesso. Uno degli slogan usati da Mediterranea, più dalla sua componente di minoranza, quella cristiana, è “noi li soccorriamo, loro ci salvano”. Qui sta la spiegazione: ci salvano dal non essere più in grado di riconoscere noi stessi come esseri umani. Essere “umani” non vuol dire non avere nel nostro cervello, nel nostro cuore, la crudeltà, l’odio, l’intolleranza, la cattiveria e tutto il resto. Essere umani vuol dire non consegnare all’atrofizzazione programmata tutte le funzioni che invece generano gioia, amore. Per dirla con Baruch Spinoza metterci nelle condizioni di poter combattere le nostre passioni tristi e favorire quelle gioiose: le passioni tristi (paura, odio, invidia) indeboliscono la nostra potenza, quelle gioiose (speranza, amore) la potenziano, avvicinandoci alla pienezza del nostro vivere, alla felicità e alla pace mentale. Una condizione di “grazia” e di “beatitudine”. E dunque ho scelto e scelgo di combattere una battaglia persa agli occhi del mondo. Una mission impossibile, di minoranza, che mi costa cara. A me e a tutte e tutti quelli che lo fanno, in terra e in mare. Per lo Stato, quello dei lager in Libia e delle guerre, sono una “minaccia alla sicurezza nazionale”. Per gran parte dell’opinione pubblica ri-educata, siamo diventati “trafficanti di esseri umani, che lo fanno per soldi”. Ma io devo farlo. Perché lo “sento”. Dove è situato dunque questo conflitto all’interno del Panopticon Globale? Avviene nel punto più radicale e profondo, quello biopolitico dell’essere. E anche dire che “lì mi porta il cuore”, mica è una cosa romantica: maledettamente fisica. Cuore e cervello comunicano tramite una potente rete elettromagnetica, con il cuore che genera un campo elettrico e magnetico molto più ampio di quello cerebrale, influenzando percezione, decisioni e cognizione. Questa comunicazione bidirezionale avviene tramite vie neurali, meccaniche e biochimiche, dove il cuore invia più informazioni al cervello (anche attraverso ritmi cardiaco e variazioni della frequenza cardiaca) che influenzano i centri cerebrali, specialmente in stati di coerenza cardiaca, migliorando benessere e funzionalità cognitive. Il cuore è uno dei nostri “cervelli”. Il suo campo elettromagnetico è 5.000 volte più potente di quello cerebrale. Ma non solo. Il nostro cuore si connette agli altri esseri umani: agisce come segnale sincronizzatore nel nostro organismo ma anche nel campo dell’influenza interpersonale. Può essere percepito da altre persone, influenzando i loro stati emotivi e fisiologici, soprattutto in condizioni di coerenza. Sentimenti di gioia, amore e gratitudine armonizzano questo campo, mentre stati negativi lo rendono caotico, influenzando l’intero sistema corpo-mente e l’interazione con l’ambiente. Siamo tutti connessi e a ogni particella dell’universo. È un fatto materiale, materialistico, misurabile, conosciuto, accertato. Vogliono invece ri-educarci all’essere umano limitato e privo di questa capacità di potenza. E dunque esercitare queste nostre singolari parti “dimenticate” di noi stessi, del nostro essere corpo e mente, attraverso pratiche concrete, significa opporsi alla nostra riduzione a soldatini della macchina produttiva del capitalismo contemporaneo. Restare umani non vuol dire restare dove si è collocati, nella Storia e nel mondo. Vuol dire esplorare l’umano come campo infinito di risorse utili alla liberazione dalla schiavitù. Qualsiasi forma essa assuma nel tempo. Un obiettivo per me più rivoluzionario di tutti. La strage di Sidney mi ha prodotto un dolore infinito. Lungo, profondo come se mi avesse inghiottito un buco nero. Le immagini di Gaza lo stesso, giorno dopo giorno. Il pensiero delle donne uomini e bambini rinchiusi nei lager libici o abbandonati a morire di sete nel deserto o in mezzo al mare, lo stesso. Sono cambiato, penso che ogni resistenza all’ingiustizia e all’oppressione, debba produrre vita e mai morte. Anche nelle forme più dure, debba essere l’espressione dell’altrove e del tutt’altro da ciò che si propone di combattere. L’essenziale è una necessità per attraversare questo deserto. Non riesco più ad appassionarmi su “di chi è la colpa”, “chi ha cominciato prima” e su tutte le infinite sovrastrutture che mi allontano da ciò che sento dentro. Una strage è una strage. Uccidere un bambino è uccidere un bambino. Volerli uccidere tutti è volerli uccidere tutti. Lascio che l’immagine dei loro occhi, sotto le bombe o sotto il tiro di assassini della porta accanto, prenda tutta la scena e tutta la sostanza. Vorrei avere il coraggio di quel signore musulmano, Ahmed al Amhed, che si è gettato su uno dei carnefici per disarmarlo. Questo è per me oggi resistenza. Rivoluzione. Essere fragile e in minoranza sento che sono la mia salvezza. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI AMADOR FERNÀNDEZ-SAVATER: > La distruzione dell’empatia -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo L’essenziale. Come resistere al programma di ri-educazione proviene da Comune-info.
legge, psicologia e pedagogia
UN’ATTENTA LETTURA DELL’ORDINANZA CON CUI È STATA SOSPESA LA RESPONSABILITÀ GENITORIALE DELLA COSIDDETTA FAMIGLIA DEL BOSCO, SECONDO ANTONIO FISCARELLI, RICERCATORE E DOCENTE DI FILOSOFIA, STORIA E SCIENZE UMANE, FA EMERGERE NON UN’APPROFONDITA VALUTAZIONE DELLE SCELTE PEDAGOGICHE DEI GENITORI MA UNA CONCEZIONE ANTI-NATURALISTICA DELL’ISTRUZIONE E DELLA VITA SOCIALE. L’ORDINANZA È PER ALTRO COSTRUITA SOLO SU TRE RELAZIONI (DUE DEGLI ASSISTENTI SOCIALI, UNA DEI CARABINIERI), NON SONO STATI RACCOLTI PARERI DEL GARANTE DEI MINORI, NÉ QUELLO DELL’ISTITUTRICE PRIVATA DEI FIGLI, NÉ DI AMICI, PARENTI, CONOSCENTI, VICINATO. LA CARICA ANTI-NATURALISTA DELLA SENTENZA, DICE FISCARELLI, SI ESPRIME ANCHE NELL’INTERPRETAZIONE OFFERTA DELLA SITUAZIONE REALE DELL’ABITAZIONE, NELL’INSISTENZA SULLA QUESTIONE DEL BAGNO, DELLE UTENZE, DEI RISCALDAMENTI, TUTTI ASPETTI PER I QUALI LA FAMIGLIA USA TECNICHE USATE DA MILIONI DI PERSONE NEL MONDO, OGGI CON ACCORGIMENTI SCIENTIFICI CHE FAVORISCONO UN ABBATTIMENTO DELLE SPESE PER L’APPROVVIGIONAMENTO ENERGETICO. “QUESTA FAMIGLIA NON VIVE AFFATTO FUORI DALLA SOCIETÀ: AL CONTRARIO, CI SONO MOLTO DENTRO E CI SONO DENTRO IN UN MODO GENUINAMENTE COSTRUTTIVO PER LORO, I LORO FIGLI E LA COMUNITÀ CHE LI ACCOGLIE, NON DA OGGI. QUESTA FAMIGLIA VIVE NELLA SOCIETÀ RICOSTRUENDO E RISTRUTTURANDO IL RAPPORTO CHE LA SOCIETÀ, QUESTA SOCIETÀ, HA BISOGNO DI RECUPERARE CON LA NATURA… IN QUESTA FAMIGLIA, L’EDUCAZIONE È TANTO PIÙ SOCIALE QUANTO PIÙ È NATURALE, O MEGLIO, COME AVREBBE DETTO LAMBERTO BORGHI, È L’EDUCAZIONE GENUINA SENZA ULTERIORI APPELLATIVI…” -------------------------------------------------------------------------------- unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- Premessa L’ordinanza con cui il Tribunale per i minorenni di L’Aquila, il 13 novembre scorso, «sospende la responsabilità genitoriale dei coniugi Trevallion Nathan e Birminggam Catherine nei confronti dei figli» e «ordina l’allontanamento dei minori dalla dimora familiare e il loro collocamento in casa-famiglia», è motivata da più ragioni, che sono illustrate succintamente in due specifici capoversi, nella penultima pagina delle sei di cui consta il documento: In considerazione delle gravi e pregiudizievoli violazioni dei diritti dei figli all’integrità fisica e psichica, all’assistenza materiale e morale, alla vita di relazione e alla riservatezza, i genitori vanno sospesi dalla responsabilità genitoriale. È inoltre necessario ordinare l’allontanamento dei minori dall’abitazione familiare, in considerazione del pericolo per l’integrità fisica derivante dalla condizione abitativa, nonché dal rifiuto da parte dei genitori di consentire le verifiche e i trattamenti sanitari obbligatori per legge. È dunque una pluralità di «violazioni», a motivare la sentenza, violazioni «gravi e pregiudizievoli». Catherine e Nathan avrebbero trascurato di provvedere non solo alla «integrità fisica» delle loro bambine, ma anche a quella «psichica», alla loro «assistenza materiale e morale», alla loro «vita di relazione» e alla loro «riservatezza». Aspetti materiali e immateriali, psicologici, morali, sociali e personali, di cui essi devono rispondere, imputazioni così variegate che l’aver accettato, lo scorso 30 novembre, la casa offerta da persone generose di quelle zone, non basterà certo a scagionarli e a convincere i giudici a revocare il provvedimento di sospensione della loro «responsabilità genitoriale»: e forse non servirà neanche al ricongiungimento con le loro figlie (per via della questione sanitaria). Per capirci, Catherine e Nathan erano già stati raggiunti, circa sei mesi fa, (22 maggio 2025), da una ordinanza cautelare che già imponeva loro la ««limitazione della responsabilità genitoriale» e conferiva ai servizi sociali il «potere esclusivo di decidere» sul «collocamento» delle loro bambine, «nonché sulle questioni di maggior rilevanza in materia sanitaria» (p. 1). Questa decisione fu presa, come è orami risaputo, «a seguito dell’accesso al pronto soccorso della famiglia per ingestione di funghi», episodio che ha determinato la mobilitazione dei servizi sociali e l’accumulazione di altre riserve verso i genitori. Nell’ordinanza, si legge: il Servizio Sociale aveva segnalato la condizione di sostanziale abbandono in cui si trovavano i minori, in situazione abitativa disagevole e insalubre e privi di istruzione e assistenza sanitaria; la famiglia viveva in un rudere fatiscente e privo di utenze e in una piccola roulotte; i minori non avevano un pediatra e non frequentavano la scuola». Queste sono le originarie motivazioni che hanno spinto il tribunale a imporre cautelativamente «la limitazione della responsabilità genitoriale». Le motivazioni sono ribadite, sempre nella prima pagina, con riferimenti a due relazioni risalenti a un anno fa (dei servizi sociali, il 23/9/24, e dei carabinieri, il 4/10/24), in cui già si avvertivano «indizi di preoccupante negligenza genitoriale, con particolare riguardo all’istruzione dei figli e alla vita di relazione degli stessi», indizi «conseguenti alla mancata frequentazione di istituti scolastici e all’isolamento in cui vivevano». Come si può notare, già in questo provvedimento sono contenute più o meno le motivazioni che hanno condotto, lo scorso 13 novembre, alla decisione di sospendere la responsabilità genitoriale e di rendere esecutivo il collocamento dei minori in una casa-famiglia. Semmai, nella nuova sentenza, si aggiungono i riferimenti ad alcuni nuovi compromettenti comportamenti per i genitori, come il fatto di aver concesso ai giornali di entrare a casa loro, ciò che per i giudici è risultato essere una violazione della privacy dei loro figli. Da quel che si evince dalle affermazioni contenute nella sentenza, essi avrebbero letteralmente ‘usato’ le loro bambine per influenzare il decorso processuale in cui sono implicati: I genitori, con tale comportamento, hanno mostrato di fare uso dei propri figli allo scopo di conseguire un risultato processuale a essi favorevole in un procedimento de potestate, nel quale assumono una posizione processuale contrapposta a quella dei figli e in conflitto di interessi con gli stessi. E tale risultato processuale è da essi perseguito non all’interno del processo, avvalendosi dei diritti garantiti alle parti dalla legge processuale, ma invocando pressioni dell’opinione pubblica sull’esercizio della giurisdizione (p. 5) I millepiani della legge Certo, non è facile ricostruire la logica dell’operato di questo tribunale. Le ragioni sono elencate una per una nell’ordinanza, in una forma che non si presta facilmente alla comprensione per un pubblico non abituato ai linguaggi giuridici. Un evidente aspetto di questo documento è che non illustra la vicenda seguendo un ordine cronologico lineare. Essa si svolge attraverso una sovrapposizione di ordini del discorso e spostamenti del registro comunicativo, probabilmente dovuti alla varietà delle imputazioni presupposte, ma anche ai meccanismi del linguaggio burocratico e alle intrinseche capacità di interpretare i fatti al fine di costruirvi una logica unitaria. Tutto ciò è verosimilmente rivelativo di una difficoltà strutturale incontrata nell’illustrare l’insieme degli elementi che dovrebbero, a rigor di logica, oggettivamente legittimare la decisione finale, che giustifichino, insomma, il provvedimento, non tanto nella forma quanto nella sostanza. Di fatto, la forma rende difficile la comprensione della sostanza. Alcune formule e alcuni termini tecnici si ripetono in modo più insistente. Queste ripetizioni forse ci aiutano a capire l’iter che ha condotto alla divisione di questa famiglia, nell’arco di un anno circa. Fra i termini che si ripetono con una certa cadenza, c’è quello di ‘collocamento’ (dei minori), usato ben tre volte nelle prime due pagine (prime 25 righe). ‘Isolamento’ invece, è usato una volta nella prima pagina e ben tre volte nella quarta. Anche il termine ‘pericolo’ è utilizzato quattro volte in totale. Altre espressioni sono utilizzate in differenti funzioni semantiche: in un caso, come termini distinti di un insieme, in un altro accorpati in una sola famiglia semantica, in un caso indicano un effetto, in un altro la causa. Ad esempio, si parla di violazione dell’integrità fisica e psichica, di assistenza materiale e morale, di abbandono e isolamento, ma non si capisce se i genitori hanno isolato, o abbandonato le loro figlie in qualche circostanza specifica, un giorno specifico, se hanno impedito fisicamente la loro vita sociale, o solo sul piano morale, o su quello psicologico, oppure contemporaneamente su tutti questi piani, e in che senso non si sarebbero presi cura moralmente e materialmente delle loro figlie. Il testo, infatti, lo ricordiamo, parla esplicitamente di minori ritrovati in una «condizione di abbandono», di «isolamento», «privi di istruzione». Dire «abbandono» e «isolamento» equivale a costruire un’immagine dei genitori che hanno trascurato effettivamente di provvedere alla loro custodia. Diciamo che un bambino (ma lo diremmo anche di un animale) è stato abbandonato (ovvero isolato?) in un auto, in una stanza, su una strada, in una zona in cui, in effetti, si possa parlare di una condizione in cui non solo è privato di relazioni con il mondo oltre la soglia dell’ambiente in cui è recluso, ma non fruisce neanche di una adeguata cura sul piano dell’alimentazione e di altri bisogni naturali, fisiologici, oltre che psicologici. Si dà però il caso che queste bambine, prima di essere “collocate” in una struttura istituzionale, passassero, le loro giornate con i genitori, con degli animali, con le persone e le altre famiglie del circondario, abitanti del contesto rurale e abitanti del contesto urbano (Palmoli è un paesello), ma con queste persone ci hanno costruito dei rapporti di lunga durata, oltretutto, fondati su principi comuni, di rispetto, di aiuto e di stima reciproci. Se fossero stati abbandonati e isolati come si spiegano le testimonianze di persone comuni, fra cui addirittura un signore, certo Osvaldo, che sostiene di considerare quelle bambine come «nipoti» e parla di suo padre come di un lavoratore con cui ha sempre avuto uno scambio di aiuto reciproco? Dire, inoltre, minori «privi di istruzione» equivale ad accusare i genitori di averli tenuti intenzionalmente in una condizione di ignoranza e analfabetismo. A prescindere, appunto, dalla vita sociale, essi non dovrebbero saper scrivere né usare oralmente parti del linguaggio, o meglio, per loro, delle diverse lingue usate in famiglia (è stato detto che solo la madre ne parla cinque), non saper comprendere né veicolare messaggi adeguati alla loro età, né saper interagire sul piano linguistico con le persone che incontravano regolarmente nei loro vissuti quotidiani. Quando diciamo che una persona è priva di istruzione, insomma, di fatto, ci riferiamo in primo luogo alla sua reale capacità cognitiva, ai contenuti pedagogici, didattici, educativi, concretamente tangibili, alla sua effettiva capacità di comprendere i contenuti di messaggi adeguati all’età, nella sua originaria e primaria formazione sociale, cioè nella familias, e nelle altre «formazioni sociali», cioè le restanti organizzazioni sociali formali, non formali e informali, con cui la famiglia di fatto interagisce attraverso diverse modalità di relazione. Questa ordinanza, nel suo insieme, sembra attraversata da diverse sequenze logiche che non restituiscono in modo intuitivo il senso di una unità logica di base. A ogni rilettura, prevale l’impressione di una persistente inclinazione a differenziare nodi problematici sostenendosi con riferimenti legislativi: e quando questi non sembrano sufficienti (ad es. sulla questione della vita sociale dei minori) con elaborati intellettuali riferibili a classici della psicologia (di cui se ne menzionano ben cinque, come vedremo). Tutto ciò è comprensibile, trattandosi di una vicenda che va avanti da oltre un anno, che chiama in causa diversi attori e – ex rerum natura – l’intera comunità che li ha adottati già da un po’ di anni, ma la cui ricostruzione passa essenzialmente, da quanto si legge nell’ordinanza, dalle relazioni dei servizi sociali e dei carabinieri e da qualche udienza cautelare. Nell’ordinanza si menzionano essenzialmente tre relazioni, due udienze con i genitori e un incontro con i bambini in presenza dei genitori nell’arco di un anno: le prime due relazioni, una dei servizi sociali e una dei carabinieri, già menzionate, sono correlate all’episodio dell’ingestione di funghi; una ulteriore relazione dei servizi sociali, menzionata nella sentenza, risale al 14/10/2025, a cui segue l’incontro con i bambini il 28 dello stesso mese. Non si menzionano altre relazioni precedenti. Al riguardo delle due udienze, non si indicano le date. Non ci sono riferimenti ad altre relazioni concernenti la situazione di questa famiglia, il profilo socio-pedagogico dei suoi membri, la loro storia personale, le capacità e le competenze reali dei genitori, la loro formazione, il loro modo di concepire l’educazione dei propri figli. Oltre alle suddette relazioni e udienze, si menzionano solo atti burocratici riguardanti le perizie sull’immobile, sull’istruzione parentale e i riferimenti legislativi che ispirano le sanzioni e le imputazioni nei confronti dei coniugi. Non vi compaiono, ad esempio, né il parere del Garante dei minori, né quello dell’istitutrice privata dei figli, né parti testimoniali come amici, parenti, conoscenti, vicinato (si comprende dunque perché i genitori si siano affidati ai giornalisti). Tuttavia, sulla base dei rapporti dei servizi sociali e dei carabinieri, entrambi dell’anno scorso, si inizia a parlare di «negligenza genitoriale» e si specifica che questa negligenza riguarda soprattutto l’istruzione e la vita sociale delle figlie. Sei pagine che compromettono la reputazione dei loro genitori più di quanto tutelino i diritti dei loro figli. Alle accuse, che sembrano rasentare il pregiudizio, la discriminazione e la denigrazione, si aggiungono delle infrazioni logiche: perché in tutto il decreto, non si scorge niente che sembri maturato in un reale processo di ascolto partecipato, di osservazione e supporto adeguati alla situazione, che valorizzi lo sforzo educativo e pedagogico, i principi e le regole che guidano, nonché il sacrificio materiale e immateriale che fanno questi genitori, le cui scelte di vita, a rigor di logica, sono del tutto in linea con le necessità, i bisogni, i desideri e le aspettative che si possono avere in una società come la nostra. Quando la legge non garantisce… la natura provvede In queste sei pagine, si scorgono delle soggettività che pretendono giudicare l’oggettività – la vita di questa famiglia – servendosi di strumenti intellettuali, non solo giuridici, per intenderci. Qui si scambia la parte per il tutto, mentre si dovrebbero ascoltare altre voci per riempire dei vuoti evidenti nella rappresentazione delle cose. A leggere brani come questi: La deprivazione del confronto tra pari in età da scuola elementare (circa 6-11 anni) può avere effetti significativi sullo sviluppo del bambino, che si manifestano sia in ambito scolastico che non scolastico. Il gruppo dei pari è un contesto fondamentale di socializzazione e di sviluppo cognitivo/emotivo, che offre opportunità uniche rispetto all’interazione con gli adulti. In ambito scolastico il confronto e l’interazione con i compagni sono cruciali per l’apprendimento e il successo formativo. La letteratura scientifica (Teoria Socio-Culturale di Vygotskij, Teoria Cognitivo-Evolutiva di Piaget, Teoria del’Apprendimento Sociale di Bandura, Teoria Ecologica d i Bronfenbrenner, Teoria dello Sviluppo Psicosociale d i Erik Erikson) al riguardo ha compiutamente descritto i potenziali effetti della loro assenza […] Difficoltà di apprendimento cooperativo: il bambino può avere problemi a partecipare efficacemente a lavori di gruppo, alla peer education (educazione tra pari) o al cooperative learning, perdendo l’opportunità di rinforzare l e conoscenze spiegandole agli altri o di imparare da prospettive diverse. Mancanza di autostima e motivazione: la deprivazione può limitare la possibilità di ricevere conferme e valorizzazione dai coetanei, riducendo l’autostima e la motivazione all’impegno scolastico. Problemi di regolazione emotiva e comportamentale in classe: il bambino potrebbe faticare a gestire i conflitti (non avendo imparato a negoziare e a comprendere le diverse prospettive), manifestando comportamenti di isolamento o, al contrario, di aggressività (bullismo). non sembra più di essere di fronte al parere di un corpo di giudici, ma a una dispensa per studenti universitari di psicologia. Ma allora qui non si fa più tutela dei minori, ma della tutela dei minori una sorta di “psicologia giuridica”. Non sembra più il giudizio di un équipe di giudici tradizionali ma di una versione inedita di giudici: di psicologi in toga. Siamo di fronte a delle soggettività settoriali, pervase da specializzazioni in materie psico-giuridiche, le cui competenze settoriali condizionano la procedura giuridica, la quale dovrebbe prevedere una rappresentazione organica, interdisciplinare, in una materia così delicata come l’istruzione e l’educazione dei minori. Soggettività che si intravedono tanto nella forma quanto nella sostanza del testo. Se dovessi dire figurativamente in che cosa si rivela prevalentemente la soggettività complessiva del giudizio di questo tribunale, indicherei, come factum principale l’evidenza che questa ordinanza nasce in un clima culturale da tessuto urbano, uffici chiusi e angusti di città, pullulanti di scartoffie e arieggiati da condizionatori, che non favoriscono, pur volendo, una percezione adeguata della vita quotidiana dentro un bosco, dentro quel bosco. Anzi, l’ordinanza sembra restituire un immaginario oppositivo verso l’idea stessa di natura. Questo tribunale non sta giudicando i genitori sulla base di una valutazione approfondita delle loro reali scelte pedagogiche ed etiche, ma sulla base di una concezione anti-naturalistica dell’istruzione e della vita sociale. Questa soggettività pregiudiziale verso l’idea della natura, può evidentemente cogliersi anche nel titolo di un “corso” tenuto dalla giudice Cecilia Angrisano, presidente di questo tribunale, sulla piattaforma “Psicologia.io”, nella cornice di un convegno sulla «genitorialità fuori dall’ordinario»: ‘‘Quando la natura non garantisce’’. Un titolo provvidenziale se si pensa che il corso si è tenuto qualche mese prima che la famiglia Birmingham-Trevaillon finisse in ospedale per ingestione di funghi e che questo tribunale iniziasse a interessarsi del caso. Ma la carica anti-naturalista della sentenza si esprime anche nell’interpretazione offerta della situazione reale dell’abitazione, nell’insistenza sulla questione del bagno, delle utenze, dei riscaldamenti, tutti aspetti per i quali la famiglia usa tecniche oggi arcinote e usate da milioni di persone nel mondo, che sono le stesse che hanno caratterizzato la vita dei nostri nonni (come hanno detto in molti di quelli che seguono questa significativa vicenda). Ma, per essere più precisi, essi se ne servono con accorgimenti scientifici nuovi, meno dispendiosi, che favoriscono un abbattimento delle spese per l’approvvigionamento energetico. É dunque sul piano delle scelte per soddisfare i bisogni primari, cioè quelli più naturali, che si scontra questa sentenza. In realtà, esse documentano un’etica, una scienza e una pedagogia sociali e socializzate, perfettamente in sintonia con i bisogni avvertiti da tutti oggi, nella cornice di un habitat quasi incontaminato (due ettari di terra dentro un bosco, anch’esso a rischio di devastazione). Queste persone, adulte, genitori, a rigor di logica, non proteggono solo i loro figli ma l’intera comunità che li circonda perché l’aver radicato in un bosco non può che essere il modo migliore di salvaguardare l’originaria vita di queste aree. Questa famiglia non vive affatto fuori dalla società: al contrario, ci sono molto dentro e ci sono dentro in un modo genuinamente costruttivo per loro, i loro figli e la comunità che li accoglie, non da oggi. Questa famiglia vive nella società ricostruendo e ristrutturando il rapporto che la società, questa società, ha bisogno di recuperare con la natura: si prende cura di un rapporto che, a determinate condizioni, diventa malato, se, in sostanza, la natura è solo vista nella cornice di un gita o di un weekend felici. Non a caso, di queste ultime ore è un comunicato di SOS Utenti APS, associazione abruzzese per la tutela dei diritti civili e sociali, (oltre 50mila associati), in cui si afferma che la storia di questa famiglia ha favorito una campagna promozionale utile al turismo abruzzese, «spontanea» che incide più di quelle che si realizzano con i fondi pubblici e si propone, all’assessorato al turismo e alla giunta regionali, di assegnare un premio a questa famiglia e l’apertura di un tavolo di consultazione sulle «comunità rurali e i modelli di vita alternativi». Di tutto ciò un tribunale per i minorenni dovrebbe tener conto, come prioritario rispetto alle accuse nei confronti dei genitori sull’isolamento e l’abbandono dei loro figli. Migliaia di persone hanno utilizzato finanziamenti pubblici per l’uso di tecnologie green nelle loro case in campagna e in città. Una legislazione che impone a tutti di convertire i sistemi energetici esiste in Italia da parecchi anni, per chi non lo sapesse. Questa famiglia si è accodata a un’idea di sussistenza che favorisce uno sviluppo quanto più possibile conforme alla natura, scientificamente e pedagogicamente valorizzata alla luce dei nostri tempi. Una cucina economica, un camino, un bagno a secco, una roulotte, all’occorrenza utile anche per gli ospiti, bagno caldo tutte le sere con il calore garantito dal fuoco e anche dai piccoli spazi, adeguatamente sistemati. Un vivere che, giustamente, bisognerebbe vivere per comprendere. Post-scriptum Nella pagine dell’ordinanza si susseguono una serie di affermazioni che descrivono i due coniugi come inadempienti verso una serie di obblighi e accordi presi in fase processuale, tentennamenti, ripensamenti, chiusure, provocazioni. Tutte queste descrizioni che forniscono un’immagine estremamente negativa, poco conciliante, da parte dei genitori, sono accompagnate da richiami all’articolo 2 della Costituzione italiana e da riferimenti legislativi riguardanti la tutela dei minori e, più in generale, dei diritti umani e la loro privacy, tali gli artt. 330-333 del Codice civile, l’art. 16 della Convenzione di New York 20 novembre 1989, l’art. 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo(CEDU), l’art. 7 della Carta dei diritti fondamentali UE, nonchél’art. 50 D. leg. 30 giugno 2003, n. 196. Non entro nel merito di tutte le contestazioni contenute nell’ordinanza, ma soltanto di quelle dominanti e che nel testo sono maggiormente evidenziate come decisive per la decisione presa. Per esempio, nel brano già citato: «Va peraltro evidenziato che l’ordinanza cautelare non è fondata sul pericolo di lesione del diritto dei minori all’istruzione, ma sul pericolo di lesione del diritto alla vita di relazione (art. 2 Cost.), produttiva di gravi conseguenze psichiche ed educative a carico del minore», si avvertono i segni di un significato aleatorio dei termini utilizzati. Si badi bene, preliminarmente, che anche qui si utilizza una distinzione formale, forse di comodo, con cui si distingue una dimensione psichica da una educativa, come se la prima non fosse compresa nella seconda, che riguarda principalmente il ruolo dei genitori. Comunque sia, parlare di conseguenze educative e non solo psicologiche, a fortiori dovrebbe invitare a un autentico approfondimento dell’aspetto più genuinamente pedagogico della vita di queste bambine e di questa famiglia. Ma, a prescindere, siamo partiti con la sentenza finale, che parlava di «violazioni» vere e proprie, «gravi e pregiudiziali», mentre qui si parla solo di pericolo di lesione; ed inoltre, di pericolo non conseguente alla mancata frequentazione della scuola, ma alla carenza (o sarebbe meglio parlare di assenza totale, visto che si parla di ‘isolamento’ e ‘abbandono’) di «vita di relazione». D’altro canto, quando si dice «produttiva» (al femminile) «di gravi conseguenze psichiche ed educative», ci si riferisce alla lesione non al pericolo (maschile) di lesione. In due parole, è del pericolo di lesione che in sostanza si parla ma è la lesione a essere considerata produttiva di... Quindi c’è pericolo di lesione, lesione che può comportare gravi conseguenze… Questo è dopotutto il senso di una ordinanza ‘cautelare’. Ma, dunque, come si spiega che da pericolo di lesione si è passati, nella sentenza finale, a «gravi e pregiudizievoli violazioni dei diritti dei figli», per le quali i genitori «vanno sospesi dalla responsabilità genitoriale»? Non lasciamoci troppo distrarre, perché parliamo sempre di violazioni presumibilmente conseguenti a comportamenti che si presumono trascurare l’educazione, l’istruzione e l’inserimento dei loro figli nella società. Ciò malgrado, si badi bene, la maggior parte dei riferimenti giuridici riguardano perlopiù i diritti della privacy (e non solo dei minori). Ora, la questione del rapporto con i media nasce l’11 novembre scorso, quando evidentemente, la sentenza, datata il 13, doveva essere già pronta. Sui temi sopraddetti, sembra che i giudici si rifacciano, sul piano giuridico, esclusivamente all’art. 2 della costituzione. Laddove, invece, si tratta di giustificare (=legittimare) le accuse rivolte ai genitori su abbandono, isolamento, istruzione, vita sociale, essi si rivolgono, come si è detto, a teorie di psicologia. Ma ciascuna delle teorie menzionate, se approfondita a dovere, rivelerebbe che nessuno dei fattori indicati in esse (oltretutto, non in modo esaustivo) come problematici riguardano davvero i bambini in questione e che anzi proprio in questi bambini si intravedono parecchi dei fattori positivi impliciti in queste teorie, di cui possiamo facilmente elencare qualcuno: il rapporto armonico con la natura, l’apprendimento fondato sull’esperienza pratica a contatto con elementi e necessità fondamentali del vivere, la capacità di adattarsi ad habitat che evidentemente manca a un normale abitante della città, il rispetto di principio impliciti nella famiglia come la condivisione, l’aiuto reciproco, la gentilezza, il dire sempre la verità… Inoltre, in riferimento alla questione della vita sociale, è totalmente trascurato il rapporto con gli animali. Ma basti qui ricordare che una letteratura altrettanto scientifica (sicuramente più consona al nostro caso e alla nostra attualità) annovera fra le pratiche più efficienti per la costruzione, nei bambini, della autostima, di un sé autentico, della fiducia in sé e negli altri, nella gestione di situazioni di rischio, ecc., un’educazione centrata (quindi non marginale) sul rapporto con gli animali. Ancora più nello specifico, la ippo-terapia, per chi non lo sapesse, serve da almeno quattro lustri, a milioni di bambini con problematiche di autismo. Saper cavalcare un cavallo (o addirittura condurre un adulto a cavallo all’età di sei anni, come si vede nel servizio delle Iene), rivela una pregevole qualità sociale, «di vita di relazione» qualitativamente oltre la media e che si coniuga armoniosamente con le altre abitudini di questi bambini, come ascoltare una storia prima di andare a letto, preparare la tavola. Bisognerebbe anche valorizzare la funzione potenziale che queste abitudini favorirebbero nell’interfaccia con i pari, laddove si presentassero davvero situazioni conflittuali. Diversi sono i comportamenti di questi bambini che rivelano un’etica educativa conciliabile con le più genuine teorie e pratiche pedagogiche del Novecento. Si ricordi che lo spartiacque ideologico di questa vicenda che si rivela in modo prevalente nel dibattito pubblico, si gioca su una separazione indebita fra natura e società, o meglio, fra modi diversi di intendere il rapporto della persona con il mondo, fra concezioni, rappresentazioni e visioni differenti della società, della natura, dell’istruzione e dell’educazione. Un pluralismo intellettuale – sintomatico del pluralismo stesso della democrazia in cui di fatto immaginiamo ancora di vivere – che finisce per irrigidirsi in un paradigma divisorio. Di fatto, il mainstream mitizza la scelta dei genitori di vivere in un contesto rurale, come se essi vivessero fuori dalla società. Ma in ciò il dibattito pubblico non fa che riflettere una visione implicita nella posizione stessa dei giudici, come se in questo tribunale non si materializzasse una procedura giuridica scrupolosamente aderente al motivo della «violazione dei diritti dei minori» o al «pericolo» di un loro violazione, ma una dottrina in cui la società è divisa dalla natura e identificata con un sistema di istruzione e di accompagnamento socio-educativo che è presupposto garantire gli elementi essenziali della crescita dei minori. In questa sentenza, c’è netta separazione, non organica armonia, sinergico equilibrio, fra educazione naturale e educazione sociale. Invece, in questa famiglia, l’educazione è tanto più sociale quanto più è naturale, o meglio, come avrebbe detto Lamberto Borghi, è l’educazione genuina senza ulteriori appellativi. -------------------------------------------------------------------------------- Tra i libri di Antonio Fiscarelli Danilo Dolci Lo stato, il popolo e l’intellettuale (Castelvecchi), La roccia rotola ancora. Sulle tracce di Sisifo (Malanotte), L’ospite indiscreto. La sociozoomania dei pipistrelli all’epoca delle epidemie facili (Porto Seguro) -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI ELISA LALLO: > Perché quanto accaduto alla “famiglia nel bosco” riguarda tutti noi -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo legge, psicologia e pedagogia proviene da Comune-info.
La pace è
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Raccontare è necessario per riuscire a condividere e mettere insieme i mattoni che ci aiutano a costruire altri possibili mondi, ma soprattutto per continuare a ragionare, riflettere, confrontarsi, partecipare, agire insieme e anche per decostruire quei paradigmi che oggi vengono presentati come “verità” ma tali non sono e in nome di queste pseudo verità vengono giustificate politiche autoritarie, suprematiste, patriarcali e guerrafondaie. Oggi ci troviamo in questo drammatico periodo storico che dalla fine della seconda guerra mondiale fino agli anni Settanta non pensavamo possibile. Secondo una tradizione storica etologica e antropologica diventata poi negli anni popolare (ancora oggi le recenti affermazioni di Nordio in merito ai femminicidi, ne dimostrano un retaggio), l’essere umano è istintivamente pronto ad aggredire. Ricordo ancora negli anni Settanta il libro di Richard Dawkins Il gene egoista che affermò anche nel settore finanziario, economico, aziendale, una filosofia basata sulla competizione  di “tutti contro tutti”. Oggi la biologia, l’antropologia, l’etologia, le neuroscienze, hanno mostrato, al contrario, che esistiamo gli uni per gli altri e che anche Rousseau aveva ragione.  Dalle vecchie  teorie collegate al gene egoista, il passo può essere breve per legittimare  le guerre, le aggressioni, i femminicidi, le distruzioni, i crimini, le violenze, considerate perciò  come ineludibili, fenomeni naturali non modificabili.  Così anche la pace  nell’ambito dello strumentale dibattito politico viene vista come qualcosa di innaturale, da confinare ostinatamente nell’ambito utopico o ideologico.  Ma le recenti e potenti manifestazioni mondiali a sostegno del popolo palestinese hanno mostrato che il desiderare un mondo di pace ci appartiene come popoli per contrapporci alle guerre di potere e di dominio del mondo.  Si tratta, prima di tutto, di imparare a considerare la pace come un viaggio umano, come politica dell’umanità. Se la pace viene considerata una meta possibile e necessaria e non come qualcosa che segue a una guerra, possiamo considerarla come un viaggio che ci porta dall’altra parte del mondo, anche in senso simbolico, verso il mondo giusto, quella parte di mondo che è dei popoli e non di chi vuole padroneggiare. Come ogni meta di un lungo viaggio, pensare la pace è la premessa per renderla possibile, pensando ai percorsi da fare, alle tappe necessarie, alle risorse da investire, alle difficoltà da sciogliere, alla storia dei Paesi e alle persone e comunità che li vivono.  La pace, dunque, come percorso, meta e viaggio. “Noi non vogliamo la guerra. Ma non si può abolire la guerra se non mediante la guerra. Affinché non esistano più fucili, occorre il fucile”. Queste parole di Mao Tse-Tung (Il libro delle guardie rosse, Feltrinelli 1969) esprimono quel  pensiero ancora diffuso anche ai nostri giorni.  Basta leggere la Risoluzione del Parlamento Europeo del 2 aprile 2025 nell’attuazione della Politica di Sicurezza e Difesa comune, per farci precipitare in un clima di guerra che non solo porta al riarmo e all’ingente spesa europea e nazionale, spesa sottratta alle politiche del diritto al welfare, ma prevede un pericoloso riallineamento delle politiche educative. A tal fine l’UE e i suoi stati membri sono invitati “a mettere a punto programmi educativi e di sensibilizzazione, in particolare per i giovani, volti a migliorare le conoscenze e a facilitare i dibattiti sulla sicurezza, la difesa e l’importanza delle forze armate…”. Tradotto: per fare le guerre c’è bisogno di armare i giovani. E il processo di militarizzazione delle scuole già in atto lo rivela.  Queste politiche belliciste nazionali e mondiali preparano le nuove generazioni a un futuro di guerre (la Leonardo, società a controllo pubblico, ha avuto nel 2024 un fatturato di 17,76 miliardi di euro, con una stima che arriva a 118 miliardi di commesse fino al 1929). Eppure lo Statuto delle Nazioni Unite afferma che queste sono nate proprio per “salvare le future generazioni dal flagello della guerra” avendo come fine quello di mantenere la pace e la sicurezza internazionale.  E ancora su queste affermazioni dovremmo ricordare che esiste una Dichiarazione sul diritto dei popoli alla pace, approvata dall’Assemblea delle Nazioni Unite nel 1984.  Purtroppo gli argomenti giuridici internazionali non sono bastati ad evitare ancora oggi la strage di vite umane del popolo Palestinese, svuotando di riconoscimento il diritto internazionale. Trovarci in questo tempo che sta anticipando stati di guerra permanente ci fa percepire come ci troviamo già dentro una battaglia, dove i confini tra politica interna e politica estera si fanno ogni giorno nebulosi e rischiosi al contempo, apparentemente confusi, contraddittori e altalenanti e più cresce l’instabilità internazionale più i principi democratici si indeboliscono all’interno e nei rapporti tra stati, con il ritorno dichiaratamente rivendicato dell’uso della forza e del controllo. L’esaltazione della guerra come necessaria e come qualcosa che appartiene alla storia dell’essere umano fin dalla preistoria (nella visione di Homo Homini Lupus) si contrappone all’altra visione antropologica dove gli esseri umani si liberano attraverso i rapporti di cooperazione, di solidarietà e di fiducia in uno scambio di culture di pace tra individui e tra individuo e società riscoprendo il senso dell’agire come comunità e il valore umano delle relazioni.  Possiamo farlo attingendo alle scienze, all’etologia più recente che ci vede esseri ipersociali con le nostre modalità comportamentali, quelle dell’abbraccio, del sorriso, dell’affettività e socialità dimostrando che le forme dell’altruismo non sono poi così innaturali, tutt’altro. Quest’anno, su questi temi, è uscito un interessante libro per ragazzi e ragazze di ogni età, scritto da Vittorio Gallese (professore di psicobiologia, noto per aver scoperto i neuroni a specchio) e Ugo Morelli: Umani, come, perché, da quanto tempo e fino a quando?. La pace nasce con ognuno di noi, la portiamo dentro ma oggi il termine “pacifista” nell’ambito del dibattito politico, veicola un non so che di offensivo, da non prendere sul serio, da considerare comunque in modo polemico, ingenuo e inconcludente.  Nel 1981 uscì un bellissimo film di J. J. Annaud, La guerra del fuoco, di ambientazione preistorica. Il regista chiese la consulenza dell’etologo Desmond Morris. Il film è quindi privo di linguaggio verbale, si basa solo sulle gestualità e sui versi gutturali, ma io ho ancora forte il ricordo di alcune scene che con  delicatezza ed efficacia rappresentavano l’umanità dei personaggi preistorici e la loro socialità a indicare un passaggio evolutivo dalla lotta alla sopravvivenza alla scoperta della cultura umana.  Con queste premesse ci siamo incontrati il 22 novembre scorso (“Educare è l’arte della pace”) presso la sede di Omep (Organizzazione Mondiale dell’Età Prescolare) con tanti studenti e studentesse universitarie per confrontarci insieme partendo da questi interrogativi: quali azioni e gesti per costruire culture di pace? e quali resistenze e ostacoli impediscono la costruzione delle culture di pace? -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La pace è proviene da Comune-info.
Educazione all’affettività e scelta nonviolenta
MA COME PUÒ ESSERE POSSIBILE AFFRONTARE IN PROFONDITÀ LA QUESTIONE DELL’“EDUCAZIONE SESSUOAFFETTIVA”, CIOÈ IL MODO CON IL QUALE COSTRUIAMO RELAZIONI, ACCETTANDO CHE SI POSSANO SOSTENERE STRATEGIE CHE CONTEMPLINO L’USO DEL DOMINIO E DELLA REPRESSIONE DI ALTRI ESSERI UMANI NELLE CARCERI, NEI CENTRI DI DETENZIONE PER MIGRANTI, APPOGGIANDO GUERRE? COME POSSIAMO IMMAGINARE DI INTRAPRENDERE STRADE DIVERSE SE NON ABBIAMO CHIARO CHE, PROPRIO SUL TERRENO EDUCATIVO, MOLTO DISCENDE DA UN SISTEMA PATRIARCALE CHE HA FATTO DA SOTTOFONDO A TANTE VISIONI DEL MONDO? “ECCO IL PUNTO. INCAMMINARSI PER LA STRADA, PESANTE, DIFFICILE, PIENA DI CONTRADDIZIONI, DELLA NONVIOLENZA, ANCHE SU QUESTO TERRENO, SE VOGLIAMO SPERARE CHE I CONTI POSSANO ALMENO IN PARTE TORNARE – SCRIVE MIMMO CORTESE, PRENDENDO SPUNTO DA UN INTERVENTO DI CHRISTIAN RAIMO – LADDOVE LE RELAZIONI, CHE SPESSO BORDEGGIANO TRA L’URTO E LA DEFLAGRAZIONE, NON PRENDONO LA FORMA DELLA DISTRUZIONE O DEL DOMINIO SU CHI HAI DI FRONTE…” Foto MòMò Murga di Andria -------------------------------------------------------------------------------- Qualche giorno fa, Christian Raimo, ha scritto un post interessante sulla questione “educazione sessuoaffettiva”. Raimo mette al centro il desiderio e “tutto il casino che porta con sé” da quando si è piccoli adolescenti fino alla più tarda età. “Questo genere di questioni – dice Raimo – riguardano il ragazzino che si fa le seghe in classe perché non riesce a controllarsi, la storiella tra una ragazzina musulmana e il coatto con le famiglie dei due che vogliono fare una strage (…) la ragazzina che a 16 anni è innamorata del tipo che ce n’ha 22 e che è rimasta incinta e vuole lasciare la scuola e andare a vivere con lui, quello che si vuole ammazzare perché la ragazza l’ha mollato (…) il prof che fa i complimenti alle sue studentesse 15enni quando si mettono scollate, il ragazzino brufoloso e isolato che non se lo fila nessuno e che da quando si è dichiarato a una sua compagna viene trattato come la merda da tutti…”. Non mi capita molto spesso di essere d’accordo con le posizioni di Raimo. Tuttavia questo testo mette al centro i nodi veri della questione. Sono le contraddizioni con le quali non solo i bacchettoni fasciobigotti e oltranzisti di questo governo non vogliono misurarsi affatto ma che anche un pezzo di mondo laico, riformista, progressista, di sinistra (radicale o moderata che sia) affronta raramente, entrandovi nel cuore. Per ognuna delle situazioni srotolate da Raimo l’esito, il bivio, a un certo punto, è sempre quello: come mettersi in relazione con chi ti sta accanto, con chi hai di fronte, in particolare quando si manifestano attrazione, o repulsione, per le azioni, le scelte, i comportamenti di queste persone. Quando, e perché, scattano (con l’acclarata e indiscutibile preminenza nei maschi) la spavalderia, o la coercizione, l’imposizione. E, dall’altro lato, come reagire ai tentativi di sottomissione, di annientamento, di annichilimento. Con una violenza maggiore, rinunciando, soccombendo, oppure in altri modi? Il confine tra fare la cosa giusta e quella sbagliata è molto spesso un foglio trasparente di carta velina, e può bastare un nonnulla per lacerarla, oltrepassando quella soglia tra noi e l’altro, violando corpi e fragili trame di esistenze. Spessissimo, proprio stare nell’incertezza, nella contraddizione, appesi per una manica a un ramo traballante, caduchi sopra il vuoto, può farci individuare punti d’appiglio, possibilità inimmaginate, forze ed energie nascoste. Ma come può essere possibile anche solo abbozzare una questione così importante se accettiamo che si possano sostenere strategie che contemplino l’uso del dominio, della repressione e della sopraffazione verso altri esseri umani, dai luoghi vicini – carceri, centri di detenzione per migranti, oppure nella propaganda armata dei nostri militari nelle scuole di ogni ordine e grado – fino al sostegno politico, economico e militare di qualsivoglia causa che abbia scelto le armi e la guerra per imporsi o per difendersi uccidendo, terrorizzando? Come potremo mai essere credibili agli occhi di quei ragazzi e quelle ragazze se pensiamo e sosteniamo che la violenza, la sopraffazione, l’assassinio – singolo o generalizzato che sia – siano pratiche in qualche misura possibili. Dicendo magari loro che noi, comunque, distribuiremo eventualmente violenza… con parsimonia, con moderazione, picchieremo e assassineremo meno di quanto non facciano i cattivi di turno, solo un pochino, solo per il tempo necessario, solo per una giusta causa. Come possiamo immaginare di intraprendere strade diverse se non abbiamo chiaro che, proprio sul terreno educativo, molto discende da un sistema patriarcale che ha fatto da sottofondo e da trasversale fondamento a visioni del mondo, culti, religioni, filosofie, ideologie e soprattutto concezioni del potere e dell’azione politica di una parte enorme dell’umanità nella sua storia. Che le rotture di questa terrificante e secolare temperie sono avvenute principalmente per l’elaborazione teorica e pratica di una grande parte del femminismo e del lungo cammino percorso dall’azione e dalla lotta nonviolenta. Ecco il punto. Incamminarsi per la strada, pesante, difficile, piena di contraddizioni, della nonviolenza, anche su questo terreno, se vogliamo sperare che i conti possano almeno in parte tornare. Laddove le relazioni, che spesso bordeggiano tra l’urto e la deflagrazione, non prendono la forma della distruzione o del dominio su chi hai di fronte, su chi è diverso da te, sulla persona che la tua immaginazione travolge nel desiderio ma trovano un terreno comune, condiviso, nel quale riconoscersi, come ad esempio ha illustrato tutto il lavoro e la ricerca di studiose come Pat Patfoort. Conflitti che, per questa via, diventano motore autentico di trasformazione. Laddove anche il linguaggio – un ambito e uno strumento fondamentale nella vita de3 ragazz3, luogo, per loro, di creatività, rinnovamento e metamorfismo – non può essere piegato alla propaganda del bellicismo blustellato neonazionalista e neoliberista, all’ipocrisia degli intellettuali e giornalisti demoprogressisti che, gli uni e gli altri insieme, scientemente fanno – vergognosamente – della parola protezione sinonimo di scelta armata e militare, della parola forza sinonimo di guerra, della parola diplomazia sinonimo di vassallaggio. Un linguaggio distorto, vile e menzognero. Dimenticando, oscurando, che protezione significa cura, rimanda all’atto del coprire, del custodire, del salvaguardare persone e cose importanti, significative: atti impossibili da immaginare attraverso l’uso di bombe, fucili, cacciabombardieri, droni assassini; che diplomazia vuol dire tessere possibilità, parlare, ascoltare, trovare soluzioni, impegnarsi nella stesura di documenti da condividere, di testi preziosi per incardinare il futuro, di “diplomi”, giustappunto, non accettare, per convenienza propria, o anche solo per pavidità, i dettati del prepotente di turno, o di piegarsi al volere del monarca; che infine la parola forza, la più deformata e stravolta, definisce l’azione trasformativa, creativa e produttiva – una delle più importanti in mano all’umanità, dalle braccia che hanno lavorato la terra, fin dai primordi, alla capacità singola e collettiva di cambiare il mondo, di lottare, di generare condivisa prosperità e bellezza – viene vilipesa e piegata quotidianamente, brutalmente traslitterata in quel “passeremo all’uso della forza” che nella più svellata e impudente menzogna e ipocrisia vorrebbe darle l’inaccettabile significato – ordinario e sottinteso – di violenza, atrocità e sopraffazione, quale è ogni scelta repressiva, militare, ogni avventura armata, ogni guerra. È quindi del tutto conseguente, se ammettiamo, già in premessa – nelle nostre scelte personali e politiche, nel nostro linguaggio, nelle nostre azioni quotidiane – che violare esseri umani, anche solo in certe situazioni, è un’opzione possibile, che su questa strada nessuna educazione, né sessuale, né affettiva, né sentimentale potrà mai sussistere e avere una possibilità e le nostre parole, in particolar modo quelle scambiate con le giovani generazioni, saranno solo un vociare vuoto, indistinto, senza significato. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI EMILIA DE RIENZO: > L’educazione all’affettività: un modo di stare, non un corso -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Educazione all’affettività e scelta nonviolenta proviene da Comune-info.
Imparare a pensare insieme
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Viviamo sempre più in un clima di guerra. La parola pace sempre svuotata di senso. Abbiamo bisogno di una società nella quale la costruzione della pace resti una condizione imprescindibile. È possibile creare occasioni in cui le persone si confrontino in profondità e in modi diversi su questi temi? Per cercare una risposta a questa domanda, come redazione di Comune abbiamo chiesto una mano ad Alessandro Ghebreigziabiher, scrittore, attore e regista teatrale, e ad Altramente, associazione che propone un doposcuola e una scuola di italiano per donne in un quartiere interculturale come Torpignattara, a Roma. Il risultato è stato uno splendido workshop teatrale, con esercizi, giochi e riflessioni, a cui è seguito uno spettacolo di narrazione con accompagnamento musicale, di Alessandro Ghebreigziabiher. Lo spettacolo ha legato un’antologia di storie e fiabe sul tema della pace, con l’inserimento di alcuni componimenti creati dai partecipanti al workshop. Per un pomeriggio intero persone diverse per età, origine e sensibilità culturali, mestiere, hanno smesso di stare individualmente di fronte a qualche tipo di schermo e hanno imparato a pensare insieme, mettendo in gioco i propri corpi. Sì, è possibile creare occasioni in cui le persone si confrontino in profondità e in modi diversi sui temi della pace. -------------------------------------------------------------------------------- . . . . . -------------------------------------------------------------------------------- L’iniziativa è parte del ciclo di appuntamenti “Partire dalla speranza e non dalla paura” curati dall’Associazione Persone comuni, editore di Comune-info.net. Il progetto, promosso da Roma Capitale – Assessorato alla Cultura, è vincitore dell’Avviso Pubblico Artes et Iubilaeum – 2025, finanziato dall’Unione Europea Next Generation EU per grandi eventi turistici nell’ambito del PNRR sulla misura M1C3 – Investimento 4.3 – Caput Mundi. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Imparare a pensare insieme proviene da Comune-info.
Giovani soldati
-------------------------------------------------------------------------------- pixabay.com -------------------------------------------------------------------------------- È straziante la notizia del ventenne statunitense che ha sparato e ucciso due bambini, ferendone diversi altri, in una scuola di Minneapolis il 27 agosto, il quale se non si fosse suicidato sarebbe finito in galera per duplice omicidio. Ma è anche straniante se pensiamo che altri ventenni, israeliani, da quasi due anni sparano e uccidono bambini a Gaza come prassi normale di occupazione, al punto che si contano almeno 18mila minori uccisi e altre decine di migliaia di feriti. Ma in questo caso i “responsabili” sono soldati e (salvo le decine che hanno scelto di suicidarsi perché questo compito è diventato insostenibile) avranno riconoscimenti dal proprio governo per la missione compiuta: “un omicidio è delinquenza, un milione è eroismo. Il numero legalizza”, dice Monsieur Verdoux nell’omonimo film di Charlie Chaplin. Al carcere militare, invece, sono costretti gli obiettori di coscienza e i disertori che rifiutano di partecipare al crimine. Al di là delle efferatezza e dimensioni del genocidio palestinese, il doppio standard etico sulla violenza, quando essa è privata oppure pubblica, spontanea o obbligata, è all’origine della legittimazione di ogni guerra e dei suoi orrori. Nessuna guerra, per quanto tecnologica, può fare a meno dei soldati. Cioè di giovani formati al disimpegno morale, alleggerendone la coscienza dagli scrupoli secondo i meccanismi studiati da Albert Bandura, per considerare giusta e legittima l’esecuzione di una violenza comandata che invece, senza divisa e senza comando, sarebbe solo gesto criminale. È questo l’elemento essenziale della formazione militarista: il processo di etificazione della violenza nelle menti di chi deve eseguirla, attraverso la retorica della guerra. “Si mettano le maiuscole a parole vuote di significato – scriveva Simone Weil alla vigilia della seconda guerra mondiale – e, per poco che le circostanze spingano in questa direzione gli uomini verseranno fiumi di sangue, accumuleranno rovine su rovine, ripetendo queste parole” (Non ricominciamo la guerra di Troia, 1937). Oggi che la guerra è tornata ad essere non la continuazione della politica con altri mezzi ma la sua sostituzione, è necessario rieducare le giovani generazioni alla “mentalità di guerra”, secondo le direttive del segretario della Nato Mark Rutte. Accade negli Usa, dove l’esercito ha assoldato influencer per convincere la generazione Z ad arruolarsi attraverso canali social che mostrano quanto è figo fare il militare. Accade in Polonia, dove nelle scuole dai 14 anni è obbligatorio introdurre “l’educazione alla sicurezza” che significa esercitazioni di difesa, addestramento al tiro e disciplina militare, senza badare all’impatto psicologico e sociale della preparazione bellica nell’età evolutiva. Ancora più precoce la scelta del governo lituano, per il quale i bambini di terza e quarta elementare impareranno a costruire e pilotare droni semplici, mentre man mano che crescono gli studenti delle scuole secondarie produrranno componenti per droni militari, imparando a pilotarli e ad uccidere a distanza. La Germania, invece, che aveva abbandonato il servizio militare obbligatorio, punta a una sua progressiva reintroduzione con l’obiettivo di attirare circa 100mila giovani reclute entro il 2030, rendendolo obbligatorio con un semplice emendamento alla legge in discussione al Bundestag se non si raggiungesse un numero sufficiente di volontari: l’obiettivo è costituire il più grande e minaccioso esercito dell’Europa occidentale, armato con le risorse del RearmEu. E in Italia, dove la leva è sospesa? Secondo il ministro Crosetto e i vertici militari il nostro paese ha sia un problema di anzianità sia di numeri, per cui bisogna riavvicinare i giovani alle Forze armate, ma non si parla di obbligatorietà che in questo momento non pagherebbe elettoralmente (vedi recente ricerca del Censis sugli italiani e la guerra): è necessario dunque aumentare l’appeal della divisa, compito affidato al “Comitato per lo sviluppo e la valorizzazione della cultura della Difesa” (del quale è istruttivo visionare la composizione). Da qui il massiccio ingresso dei militari nelle scuole di ogni ordine e grado, con una grave ingerenza educativa, come evidenzia Roberta Covelli: “Portare nella scuola logiche di addestramento significa confondere la cittadinanza con la disciplina, la comunità con la gerarchia, la responsabilità con l’obbedienza” (Fanpage, 22 agosto). Che fare, dunque, di fronte all’invasione militare dei luoghi della formazione? Due cose, principalmente: contrastarla, usando gli strumenti che mette a disposizione l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, come il documento proposto ai collegi dei docenti per rifiutare la partecipazione degli studenti ad attività militari; superarla, promuovendo ovunque percorsi di educazione alla pace per studenti e studentesse e di formazione alla nonviolenza, dal micro al macro, per insegnanti. Di fronte alla militarizzazione del pensiero, è tempo di formare intenzionalmente le nuove generazioni alla diserzione dal bellicismo e ai saperi della nonviolenza. Senza doppi standard etici. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato anche su i blog del fattoquotidiano.it Tra i libri di Pasquale Pugliese Introduzione alla filosofia della nonviolenza di Aldo Capitini e Disarmare il virus della violenza, editi da goWare. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Giovani soldati proviene da Comune-info.
Castel S. Pietro Terme (#Bologna), mercoledì 11 giugno, ore 20,30 #Educare alla #Guerra. Quando la società si militarizza cosa succede alla #scuola. Con Gianluca Gabrielli, autore di "Educati alla Guerra" e Antonio Mazzeo, autore de "La scuola va alla guerra" Coordina Elsa Caroli