CNDDDU: promuovere un modello integrato di prevenzione dei conflittiIntervenendo in merito alla morte di Abderrahim Fakir e all’intervento di
contrasto alla criminalità giovanile effettuato dalla Polizia di Stato
simultaneamente in 44 province italiane, il Coordinamento Nazionale Docenti
della disciplina dei Diritti Umani propone l’elaborazione di un Protocollo
nazionale per l’educazione alla gestione democratica dei conflitti.
Il CNDDU esprime profondo cordoglio per la morte di Abderrahim Fakir e manifesta
sincera vicinanza ai suoi familiari, che hanno rivolto alla comunità una
richiesta fondata sui valori essenziali di ogni democrazia: verità, giustizia e
dignità.
Gli episodi verificatisi successivamente durante la manifestazione di Bologna,
caratterizzati da scontri, danneggiamenti e violenze nei confronti delle forze
dell’ordine e del patrimonio pubblico, impongono una riflessione che vada oltre
la cronaca e le inevitabili contrapposizioni politiche. Il dolore di una
famiglia, il diritto dei cittadini a manifestare pacificamente, il dovere delle
istituzioni di garantire la sicurezza e il rispetto della legalità appartengono
tutti allo stesso orizzonte costituzionale e non possono essere posti in
alternativa tra loro.
La tutela dei diritti umani non può essere selettiva. Essa riguarda la persona
sottoposta a un intervento delle autorità, i cittadini che esercitano
pacificamente il diritto di manifestazione, gli operatori delle forze
dell’ordine chiamati a garantire la sicurezza collettiva, il personale sanitario
impegnato nei soccorsi, i commercianti e tutti coloro che subiscono le
conseguenze della violenza. Ogni aggressione, indipendentemente da chi la
compia, rappresenta una lesione della convivenza democratica.
Per questo motivo il CNDDU richiama con fermezza il principio di responsabilità
istituzionale e civile. In uno Stato di diritto l’accertamento delle eventuali
responsabilità appartiene esclusivamente agli organi competenti, ai quali spetta
il compito di ricostruire i fatti con imparzialità, trasparenza e rigore. Allo
stesso tempo, nessuna forma di protesta può giustificare comportamenti che
trasformino il dissenso in violenza, poiché la violenza priva la comunità della
possibilità di costruire soluzioni condivise.
L’accaduto evidenzia la necessità di un’evoluzione culturale del concetto stesso
di sicurezza. La sicurezza non coincide esclusivamente con il mantenimento
dell’ordine pubblico, così come i diritti umani non possono essere interpretati
esclusivamente come tutela individuale. Entrambi costituiscono beni pubblici,
strettamente interdipendenti, che si rafforzano reciprocamente quando vengono
perseguiti attraverso istituzioni trasparenti, cittadini responsabili e comunità
educate al dialogo.
Le società democratiche sono oggi chiamate a confrontarsi con fenomeni sempre
più complessi: fragilità sociali, disagio psicologico, marginalità, diffusione
dell’odio online, polarizzazione del dibattito pubblico e crescente difficoltà
nella gestione dei conflitti collettivi. Rispondere a tali trasformazioni
richiede un’innovazione che non sia soltanto tecnologica, ma soprattutto
organizzativa, educativa e culturale.
Il CNDDU ritiene necessario promuovere un modello integrato di prevenzione dei
conflitti fondato sulla collaborazione tra istituzioni scolastiche, università,
forze dell’ordine, magistratura, servizi sanitari, enti locali e realtà del
Terzo settore. La gestione delle situazioni più complesse dovrebbe valorizzare
équipe multidisciplinari capaci di integrare competenze giuridiche,
psicologiche, sanitarie e sociali, affinché l’intervento pubblico sia sempre più
efficace, proporzionato e rispettoso della dignità di ogni persona.
Parallelamente, le innovazioni tecnologiche possono contribuire a rafforzare il
rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni. Sistemi di documentazione delle
operazioni, protocolli digitali condivisi, procedure verificabili e strumenti di
monitoraggio indipendente, nel pieno rispetto delle garanzie costituzionali e
della normativa sulla protezione dei dati personali, possono aumentare la
trasparenza, tutelare gli operatori e offrire ai cittadini maggiori garanzie di
imparzialità. La tecnologia, tuttavia, rappresenta soltanto uno strumento: senza
una solida cultura dei diritti e della responsabilità rischia di non produrre
alcun cambiamento significativo.
L’innovazione più importante resta quella educativa. La scuola è chiamata a
sviluppare nei giovani competenze che vadano oltre la conoscenza delle norme:
capacità di dialogo, gestione non violenta dei conflitti, educazione alla
cittadinanza digitale, pensiero critico, rispetto delle istituzioni democratiche
e consapevolezza che ogni diritto comporta anche un corrispondente dovere nei
confronti della collettività. Una società che investe nell’educazione riduce le
occasioni di conflitto e rafforza la qualità della propria democrazia.
Per tali ragioni il CNDDU propone l’avvio di un Protocollo nazionale per
l’educazione alla gestione democratica dei conflitti, promosso congiuntamente
dal Ministero dell’Istruzione e del Merito, dal Ministero dell’Interno, dal
Ministero della Salute, dalle Università e dagli enti del Terzo settore, con
l’obiettivo di diffondere pratiche di prevenzione, mediazione, cultura
costituzionale e rispetto reciproco nei contesti scolastici e sociali. Investire
nella prevenzione significa ridurre il rischio che il conflitto degeneri in
violenza e rafforzare il legame di fiducia tra cittadini e istituzioni.
La qualità di una democrazia non si misura dall’assenza dei conflitti, ma dalla
capacità di affrontarli senza rinunciare ai principi dello Stato di diritto. La
morte di una persona richiede verità e giustizia; gli episodi di violenza
richiedono una ferma riaffermazione della legalità; la crescente polarizzazione
impone un rinnovato investimento nell’educazione civica e nei diritti umani. Non
esistono diritti senza responsabilità, né sicurezza senza libertà. Quando la
dignità della persona, la trasparenza delle istituzioni e il rispetto della
legge procedono insieme, la democrazia si rafforza e diventa capace di
trasformare anche le sue prove più difficili in occasioni di crescita civile. È
questa la prospettiva che il CNDDU ritiene indispensabile promuovere nelle
scuole e nella società italiana.
Il CNDDU esprime il proprio apprezzamento nei confronti della Polizia di Stato
per la rilevante operazione di contrasto alla criminalità giovanile che ha
interessato 44 province italiane, coinvolgendo oltre 1.000 operatori, e ha
portato all’arresto di centinaia di persone, tra maggiorenni e minorenni,
responsabili di reati contro la persona, il patrimonio e la sicurezza pubblica,
consentito il sequestro di ingenti quantitativi di sostanze stupefacenti, armi
da fuoco, armi bianche, denaro di provenienza illecita e beni oggetto di
ricettazione e fatto emergere un dato che merita una particolare attenzione:
l’esistenza di quasi un migliaio di profili social utilizzati per diffondere
messaggi di odio, di esaltazione della violenza e di legittimazione dell’uso
delle armi.
Siamo di fronte a un’operazione che testimonia l’efficacia dell’azione dello
Stato nel presidiare la legalità, ma che, nello stesso tempo, restituisce
l’immagine di un fenomeno assai più complesso della mera devianza minorile.
Sarebbe infatti un errore confinare questi dati nella sola dimensione della
cronaca giudiziaria. Quando un numero così elevato di adolescenti e giovani
entra in contatto con circuiti criminali, quando i luoghi della socializzazione
diventano spazi di reclutamento e quando i social network si trasformano in
amplificatori della cultura della sopraffazione, il problema non riguarda
esclusivamente la sicurezza pubblica: riguarda la qualità del progetto educativo
di un Paese.
Negli ultimi anni il dibattito sulla criminalità minorile si è concentrato
prevalentemente sulle risposte repressive. È una prospettiva inevitabile, perché
lo Stato ha il dovere di tutelare i cittadini e di riaffermare il primato della
legge. Tuttavia, limitare l’analisi alla repressione significa intervenire
quando il processo di costruzione della devianza è già compiuto. Una politica
realmente lungimirante dovrebbe interrogarsi su ciò che precede il reato, su
quel lento percorso attraverso il quale alcuni giovani arrivano a considerare la
violenza una forma di linguaggio, il gruppo criminale una comunità di
appartenenza e l’illegalità una modalità ordinaria di affermazione personale.
La questione, pertanto, non è soltanto giuridica o criminologica. È
profondamente educativa. Ogni società trasmette alle nuove generazioni un
sistema di significati attraverso il quale interpretare il mondo, costruire
relazioni e orientare le proprie scelte. Quando questo processo si indebolisce,
altri modelli occupano lo spazio lasciato libero. La criminalità organizzata, le
baby gang, le comunità virtuali fondate sull’odio e sulla violenza riescono ad
attrarre perché offrono ciò che ogni adolescente ricerca: riconoscimento,
identità, appartenenza, visibilità. Il problema, allora, non consiste soltanto
nel contrastare tali organizzazioni, ma nel comprendere perché esse risultino,
per alcuni giovani, più persuasive delle istituzioni educative.
La riflessione pedagogica contemporanea insegna che nessun comportamento può
essere modificato esclusivamente attraverso la sanzione. Le regole vengono
rispettate stabilmente quando sono comprese, condivise e riconosciute come
strumenti di tutela della persona. Se la legge viene percepita soltanto come
limite imposto dall’autorità, il rispetto delle norme dipenderà dalla paura del
controllo; se, invece, il diritto viene presentato come il fondamento della
convivenza democratica e della libertà di ciascuno, allora esso diventa parte
integrante della coscienza civile.
È proprio questa la sfida che oggi la scuola italiana è chiamata ad affrontare.
L’educazione alla legalità non può più essere interpretata come un insieme di
iniziative episodiche, affidate alla buona volontà delle singole istituzioni
scolastiche o concentrate nelle ricorrenze dedicate alla memoria delle vittime
delle mafie. Pur trattandosi di esperienze preziose, esse non bastano più. Le
trasformazioni sociali degli ultimi anni impongono un cambio di paradigma. La
legalità deve cessare di essere un tema e diventare un metodo educativo; non un
progetto, ma una dimensione permanente dell’esperienza scolastica.
L’elemento più inquietante emerso dall’operazione della Polizia di Stato
riguarda, infatti, la dimensione culturale del fenomeno. I quasi mille profili
social individuati dimostrano che la violenza non viene soltanto praticata, ma
anche raccontata, condivisa, imitata e, talvolta, perfino ammirata. Gli
algoritmi delle piattaforme digitali tendono a moltiplicare la visibilità dei
contenuti più estremi, contribuendo a costruire un immaginario nel quale la
forza appare sinonimo di autorevolezza e la sopraffazione diventa uno strumento
di riconoscimento sociale. Non siamo più soltanto di fronte a comportamenti
devianti: siamo di fronte alla progressiva normalizzazione di una cultura nella
quale il diritto perde la propria funzione di riferimento etico e civile.
È in questo contesto che il CNDDU ritiene indispensabile avviare una riflessione
sul ruolo dell’educazione giuridica nella scuola italiana. Per troppo tempo il
diritto è stato considerato una disciplina destinata prevalentemente agli
indirizzi economici o professionali, quasi che la conoscenza della Costituzione,
delle istituzioni democratiche, dei diritti fondamentali e dei doveri di
cittadinanza costituisse un sapere specialistico. Oggi questa impostazione
mostra tutti i suoi limiti. La complessità della società contemporanea richiede
cittadini capaci di comprendere il funzionamento delle istituzioni, di
interpretare criticamente l’informazione, di riconoscere le manipolazioni
comunicative, di esercitare responsabilmente i propri diritti e di assumere
decisioni consapevoli anche negli ambienti digitali.
Per queste ragioni il CNDDU rivolge al Ministro dell’Istruzione e del Merito,
Giuseppe Valditara, una proposta che intende superare definitivamente la logica
degli interventi occasionali. È necessario avviare un Piano nazionale per la
cultura costituzionale e dei diritti umani che riconosca la prevenzione
educativa quale componente strutturale delle politiche di sicurezza del Paese.
In tale prospettiva, i docenti delle discipline giuridiche ed economiche
dovrebbero essere chiamati a svolgere un ruolo stabile nella progettazione
educativa degli istituti, coordinando percorsi interdisciplinari dedicati
all’educazione costituzionale, ai diritti umani, alla cittadinanza digitale,
alla prevenzione della violenza, delle discriminazioni, del bullismo, del
cyberbullismo e dei processi di radicalizzazione giovanile.
Non si tratta di rivendicare nuovi spazi disciplinari, ma di valorizzare una
professionalità già presente nella scuola italiana e troppo spesso
sottoutilizzata. Il docente di diritto possiede gli strumenti culturali per
trasformare norme apparentemente astratte in occasioni di riflessione critica
sulla vita quotidiana, aiutando gli studenti a comprendere il significato
concreto della dignità umana, della responsabilità personale, della funzione
delle istituzioni e del rapporto inscindibile tra libertà individuale e
interesse collettivo. In un tempo caratterizzato da profonde trasformazioni
sociali e tecnologiche, questa competenza non rappresenta un sapere settoriale,
ma una risorsa strategica per la formazione del cittadino.
Il CNDDU ritiene, inoltre, che sia giunto il momento di compiere una scelta
culturale coraggiosa: affiancare agli indicatori tradizionali del successo
scolastico un nuovo parametro educativo, quello della maturazione della
competenza civica e costituzionale degli studenti. Così come il sistema
nazionale valuta gli apprendimenti linguistici, matematici e scientifici, appare
ormai indispensabile monitorare in modo sistematico anche la capacità delle
nuove generazioni di comprendere il significato delle regole democratiche, di
esercitare il pensiero critico, di riconoscere i meccanismi della manipolazione
e di partecipare responsabilmente alla vita della comunità. La qualità di una
democrazia non dipende soltanto dal livello delle competenze professionali dei
suoi cittadini, ma dalla loro capacità di vivere la cittadinanza come pratica
consapevole.
Occorre, infine, liberarsi da un equivoco che ha accompagnato per troppo tempo
il dibattito pubblico. La sicurezza non coincide esclusivamente con il controllo
del territorio. Una società è realmente sicura quando riesce a ridurre le
condizioni culturali che rendono la violenza una possibilità credibile. Le
politiche educative devono, pertanto, essere considerate parte integrante delle
politiche della sicurezza nazionale. Investire nella scuola significa investire
nella tenuta democratica del Paese; investire nella cultura giuridica significa
rafforzare gli anticorpi civili della comunità; investire nei docenti di diritto
significa dotare la Repubblica di professionisti capaci di tradurre i principi
costituzionali in competenze di vita.
L’imponente operazione della Polizia di Stato dimostra che le istituzioni
possiedono gli strumenti per reprimere i fenomeni criminali. Il compito della
scuola è diverso e, per certi aspetti, ancora più impegnativo: impedire che quei
fenomeni trovino terreno fertile nelle coscienze delle nuove generazioni. È qui
che si gioca la sfida decisiva. Una Repubblica che affida il futuro dei propri
giovani alla sola efficacia della risposta penale rinuncia alla propria più alta
funzione educativa. Una Repubblica che, invece, riconosce nella scuola il luogo
in cui il diritto diventa cultura, la Costituzione esperienza vissuta e i
diritti umani criterio quotidiano di convivenza, sceglie di costruire una
sicurezza fondata non sull’emergenza, ma sulla maturazione di cittadini capaci
di custodire, con consapevolezza, il patrimonio democratico che la Costituzione
affida a ciascuno di noi.
Romano Pesavento, presidente del CNDDU
Redazione Italia