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Shield of Americas: in America Latina l’imperialismo si prepara alla guerra
Dalla Florida, l’amministrazione di Donald Trump lancia “Shield of the Americas”, una nuova iniziativa politico-militare in America Latina, presentata come alleanza contro narcotraffico e criminalità organizzata. L’obiettivo dichiarato è rafforzare cooperazione militare, controllo delle frontiere e operazioni congiunte tra Stati del continente. Ma dietro la retorica securitaria, emergono altre linee di fondo. La coalizione, composta esclusivamente dai governi centro- e latinoamericani alleati di Washington, si inserisce nello scontro strategico con la Cina, sempre più presente in America Latina sul piano economico e infrastrutturale, e mira a rafforzare l’influenza statunitense nella regione per permettere agli USA di accedere alle risorse strategiche del continente. Nel mirino di Trump vi sono anche le esperienze di governo progressista in diversi paesi latinoamericani, come il governo progressista colombiano di Gustavo Petro, attualmente in campagna elettorale e sempre più spesso accusato da Washington di ambiguità sul piano della sicurezza e delle alleanze internazionali. “Shield of the Americas” rappresenta quindi un ulteriore strumento politico dell’imperialismo per ridefinire gli equilibri latinoamericani a favore dell’egemonia statunitense e contenere i processi autonomi nel continente. Ne abbiamo parlato con un compagno colombiano.
March 25, 2026
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Shield of Americas: in America Latina l’imperialismo si prepara alla guerra
Dalla Florida, l’amministrazione di Donald Trump lancia “Shield of the Americas”, una nuova iniziativa politico-militare in America Latina, presentata come alleanza contro narcotraffico e criminalità organizzata. L’obiettivo dichiarato è rafforzare cooperazione militare, controllo delle frontiere e operazioni congiunte tra Stati del continente. Ma dietro la retorica securitaria, emergono altre linee di fondo. La coalizione, composta esclusivamente dai governi centro- e latinoamericani alleati di Washington, si inserisce nello scontro strategico con la Cina, sempre più presente in America Latina sul piano economico e infrastrutturale, e mira a rafforzare l’influenza statunitense nella regione per permettere agli USA di accedere alle risorse strategiche del continente. Nel mirino di Trump vi sono anche le esperienze di governo progressista in diversi paesi latinoamericani, come il governo progressista colombiano di Gustavo Petro, attualmente in campagna elettorale e sempre più spesso accusato da Washington di ambiguità sul piano della sicurezza e delle alleanze internazionali. “Shield of the Americas” rappresenta quindi un ulteriore strumento politico dell’imperialismo per ridefinire gli equilibri latinoamericani a favore dell’egemonia statunitense e contenere i processi autonomi nel continente. Ne abbiamo parlato con un compagno colombiano.
March 25, 2026
Radio Blackout
Smottamenti nel governo. Saltano le prime teste ma manca il bersaglio grosso
Prima il sottosegretario Andrea Del Mastro, poi la capo di gabinetto del ministero di Giustizia Giusi Bartolozzi. Infine c’è il “benservito” per la ministra Santanchè. Il day after del referendum sulla controriforma costituzionale vede saltare le prime teste nel governo ma non ancora quella del ministro Nordio, che pure è […] L'articolo Smottamenti nel governo. Saltano le prime teste ma manca il bersaglio grosso su Contropiano.
March 25, 2026
Contropiano
Autorizzazione alla permanenza dei genitori di una minore nata e cresciuta in Italia: non è ostativo il precedente penale del padre
Nel caso in questione, il Tribunale per i Minorenni di Roma aveva inizialmente rigettato la richiesta di autorizzazione alla permanenza in Italia dei genitori di una minore nata e cresciuta nel territorio italiano, motivando il diniego principalmente con riferimento alla presenza di un precedente penale recente a carico del padre. Nell’interesse della famiglia è stato proposto reclamo alla Corte d’Appello di Roma, evidenziando come il provvedimento di primo grado non avesse adeguatamente valutato l’interesse superiore della minore, il suo radicamento in Italia e la concreta assenza di una pericolosità attuale del genitore. Con il decreto depositato il 4 marzo 2026, la Corte d’Appello ha accolto il reclamo, autorizzando entrambi i genitori alla permanenza in Italia per due anni ai sensi dell’art. 31, comma 3, T.U. Immigrazione, ribadendo principi giurisprudenziali di grande rilievo. In particolare, la Corte ha affermato che: * la presenza di un precedente penale del genitore non può comportare automaticamente il rigetto dell’autorizzazione; * è necessario un bilanciamento concreto tra esigenze di ordine pubblico e tutela dello sviluppo psicofisico del minore; * l’interesse del minore e la continuità del nucleo familiare assumono valore prioritario nella valutazione giudiziaria. La decisione appare particolarmente significativa proprio perché interviene in un caso in cui il precedente penale del genitore era recente, ma la Corte ha ritenuto che non sussistesse una minaccia concreta e attuale per l’ordine pubblico e che l’allontanamento dei genitori avrebbe determinato un grave pregiudizio per la minore. Corte d’Appello di Roma, decreto del 4 marzo 2026 Si ringrazia l’Avv. Francesca Pia Testini per la segnalazione e il commento.
Non c’è un modo giusto per fare la guerra all’Iran
Quando la direttrice dell’intelligence nazionale Tulsi Gabbard e il direttore della Cia John Ratcliffe si sono presentati davanti al Congresso la scorsa settimana, sono stati sottoposti a un serrato interrogatorio sulla guerra in Iran. La sua natura delle domande è stata rivelatrice, poiché molti Democratici sembrano concentrarsi su irregolarità o errori strategici nella conduzione della guerra piuttosto che sulla guerra in sé.  Alcuni Dem hanno incalzato Gabbard e Ratcliffe chiedendo loro se l’Iran rappresentasse effettivamente una minaccia concreta per gli Stati uniti. Gabbard, in particolare, è stata evasiva su questo punto. Ha ripetutamente affermato il contrario in passato, ma in questo momento è impegnata a rimanere nelle grazie di Donald Trump, a prescindere dall’ipocrisia e dall’umiliazione che ciò comporta. Altri Democratici, invece, sembravano preoccupati solo di criticare l’amministrazione per come sta conducendo la guerra. Trump sapeva che l’Iran avrebbe chiuso lo Stretto di Hormuz? Se no, perché? Sapeva quanto estesa sarebbe potuta essere la rappresaglia iraniana contro gli interessi americani nelle monarchie del Golfo? Gabbard e Ratcliffe non lo avevano informato adeguatamente, o Trump semplicemente non li aveva ascoltati? A tratti, l’interrogazione parlamentare sembrava avere gli stessi toni di un rimprovero fatto ai dirigenti di medio livello durante una valutazione trimestrale delle prestazioni, dove gli obiettivi aziendali sono dati per scontati e viene messa in discussione solo la competenza del management. LEGGI ANCHE… GUERRA  IRAN, DONALD È NEI GUAI Branko Marcetic Anche John Bolton si è unito a questa critica sul modo in cui l’amministrazione Trump sta conducendo la guerra di aggressione contro l’Iran. Bolton è stato uno dei più noti guerrafondai della prima amministrazione Trump, sebbene, come molti altri che hanno lavorato per Trump in passato, sia stato scaricato e sia diventato un acerrimo oppositore del presidente. In un post sui social della scorsa settimana, ha scritto: > Nel 2018-19, ho sostenuto la necessità di un cambio di regime in Iran ogni > volta che ne ho avuto occasione. Le voci vicine a Trump citavano spesso la > capacità dell’Iran di chiudere lo Stretto di Hormuz come motivo per opporsi a > un cambio di regime. Trump era pienamente consapevole di questa possibilità, > eppure non si è preparato. È vero che le decisioni dell’amministrazione sono state sconcertanti in modi evidenti persino per chi accetta le premesse di base dell’intervento militare. Trump ha incessantemente rimproverato gli alleati della Nato per non aver utilizzato i loro eserciti per liberare lo stretto, ma non si è nemmeno preoccupato di ottenere la loro collaborazione e di avvisarli in anticipo del piano di attaccare l’Iran. Trump ha incitato gli iraniani a insorgere per rovesciare il loro governo, ma ha bombardato selvaggiamente Teheran, distruggendo così qualsiasi sostegno che avrebbe potuto ottenere dai liberali laici concentrati nella capitale, che sarebbero stati la base di appoggio più ovvia per una simile rivolta. Inoltre, non è riuscito minimamente a ottenere il consenso (o il consenso effettivo) dell’opinione pubblica americana per l’intervento. Prima ha affermato di aver ritardato di molti anni la possibilità che l’Iran si dotasse di un’arma nucleare grazie i bombardamenti dell’estate scorsa, e poi, improvvisamente, ha dichiarato che la minaccia era così imminente e terrificante da non lasciargli altra scelta se non quella di lanciare un attacco a sorpresa in stile Pearl Harbor contro l’Iran, mentre i negoziati diplomatici erano ancora in corso. Niente di tutto ciò ha senso. Ciò nonostante, nessuno dovrebbe permettere ai Bolton di questo mondo di farla franca negando la responsabilità di quella stessa catastrofe che hanno instancabilmente contribuito a provocare. Non c’è mai stato un «modo giusto» di farlo. Socialism for future Acquista l’ultimo numero della rivista ERA INEVITABILE CHE ACCADESSE Trump e Benjamin Netanyahu non avevano alcun diritto di scatenare una guerra di aggressione. Anche se fingiamo che l’Iran fosse a pochi giorni dallo sviluppo di missili balistici intercontinentali, l’idea che la Repubblica Islamica, che non ha mai iniziato una guerra con nessuno in tutta la sua esistenza (sebbene abbia spesso finanziato forze altrove, come fanno abitualmente Stati uniti e Israele), si stesse per suicidare a livello nazionale dando vita a uno scontro nucleare è sempre stata profondamente assurda. E non c’è bisogno di amare la teocrazia iraniana per capire che Stati uniti e Israele non hanno il diritto di decidere dall’esterno chi governerà il paese.  Ma anche a prescindere da questa questione di principio, la guerra non poteva che trasformarsi in un sanguinoso disastro. Abbiamo già visto in azione questo film, più e più volte, in un paese dopo l’altro. Nonostante tutta la pianificazione del mondo, l’unica vera differenza tra l’Iran e i precedenti obiettivi di regime change, come l’Iraq e l’Afghanistan, è che l’Iran ha una capacità di difesa di gran lunga superiore. LEGGI ANCHE… GUERRA CON L’IA LA GUERRA È ANCORA PIÙ ORRIBILE David Moscrop Se è già in corso una guerra civile, il supporto aereo a una delle parti può far pendere l’ago della bilancia, come nel caso dell’intervento di Barack Obama in Libia. Ma non esiste alcun caso nella storia mondiale in cui un cambio di regime sia stato interamente determinato da una campagna aerea convenzionale. Gli unici due modi in cui è stata ottenuta la «resa incondizionata», che Trump ha talvolta affermato essere l’unica condizione che accetterà in Iran, sono stati le truppe di terra o bombe atomiche. Non esiste inoltre alcun caso in cui una campagna di bombardamenti abbia provocato una rivolta, prima inesistente, in grado di rovesciare un governo. L’Iran non sarà il primo.  Se gli Stati uniti dovessero effettivamente inviare truppe di terra in Iran – ipotesi che Trump e funzionari come il Segretario alla Guerra Pete Hegseth si sono minacciosamente rifiutati di escludere – l’Iran non sarebbe il primo paese della regione in cui un tentativo di imporre un cambio di regime con la forza delle armi andrebbe a buon fine per gli Stati uniti. Come nel caso di Iraq, Afghanistan e Libia, questa sarebbe però la ricetta per spargimenti di sangue e caos, non per l’ascesa di un governo filo-americano con una legittimità popolare duratura. Sarebbe la ricetta grazie a cui giovani americani tornano a casa in bare avvolte nella bandiera o si creano veterani profondamente traumatizzati, che faticano a ottenere l’aiuto di cui hanno bisogno da una società che tende a perdere interesse per loro non appena la guerra finisce. È la ricetta che porta generazioni di persone comuni nel paese colpito dall’aggressione militare a crescere nutrendo un profondo odio verso gli aggressori che hanno ucciso o mutilato i loro cari.  In nessun caso questa volta sarebbe potuta andare diversamente. Chiunque abbia sostenuto questa guerra è pienamente responsabile della catastrofe. E non dovrebbe mai essere loro permesso di dimenticarlo. *Ben Burgis è editorialista di JacobinMag, dove è uscito questo articolo. È professore a contratto di filosofia presso la Rutgers University e conduttore del programma e podcast su YouTube Give Them An Argument. È autore di diversi libri, tra cui il più recente Christopher Hitchens: What He Got Right, How He Went Wrong, and Why He Still Matters. DIAMOCI UNO TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo Non c’è un modo giusto per fare la guerra all’Iran proviene da Jacobin Italia.
March 25, 2026
Jacobin Italia
Il referendum costituzionale e le comunità porose
Torniamo nel Biellese, terra d’origine dell’ex Sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, dimessosi poco prima che la piazza di Biella si riempisse per chiederne il passo indietro. Eravamo in centinaia a manifestare per ribadire che questo territorio non è il feudo di nessuno. Men che meno di chi è stato condannato per rivelazione di segreto d’ufficio, di chi ha taciuto sull’inquietante sparo di Capodanno a Rosazza o di chi, infine, ha mostrato una grave “leggerezza” diventando socio di una giovane il cui padre è legato a contesti malavitosi. Ha ragione Karim, giovane consigliere di minoranza del Movimento 5 Stelle a Biella, quando ha urlato con orgoglio nel megafono che la vittoria del NO al referendum è un segnale chiaro proprio da parte degli under 30  come lui: “La mafia e il fascismo sono la stessa montagna di merda”. Una citazione forte, tratta da I cento passi. Tuttavia, non date per scontato che questo risultato netto — emerso chiaramente a livello nazionale, meno nel Biellese — si traduca automaticamente in un appoggio elettorale alla coalizione progressista. Per capire come muoversi, bisogna guardare oltre la Serra, verso Ivrea e l’esperienza di Laboratorio Civico. Molto dipenderà dalla capacità di intercettare i giovani: un soggetto sfuggente, poco incasellabile, ma che in questo referendum si è rivelato determinante. C’è poi un altro tema centrale, vitale per il nostro territorio: quello delle Terre alte. Ho ricevuto alcune amichevoli critiche all’articolo di due giorni fa, scritto a caldo dopo la vittoria del No. Forse ci siamo lasciati trasportare dall’entusiasmo descrivendo la “stretta di mano” tra i giovani di città e gli anziani di montagna, ma il dato politico resta incontrovertibile: tutti gli 11 comuni biellesi in cui ha prevalso il NO fanno parte delle Terre alte. Per definirle, mi affido all’UNCEM: sono spazi multifunzionali che superano la semplice definizione geografica di “montagna” per abbracciare territori fragili ma ricchi di risorse, dove il rapporto uomo-ambiente è il perno della stabilità ecologica. Parliamo del 60% della superficie italiana e di una parte vastissima del Biellese. In queste aree sta accadendo qualcosa di nuovo. Riprendo una definizione del sociologo Filippo Barbera: la nascita di comunità porose. Non gruppi chiusi di soli nativi, ma collettività aperte composte da persone che si prendono cura del bene comune. L’esempio può essere Pace Futuro a Pettinengo: un progetto capace di rigenerare il tessuto sociale accogliendo l’altro, trasformando la marginalità in risorsa e cultura, dimostrando che la porosità è l’unica strategia per il ripopolamento. Veniamo agli 11 paesi in cui è prevalso il No anche nel Biellese. Partendo da Occidente, lungo la Serra, troviamo Magnano, Sala e Torrazzo. Salendo verso il cuore della Valle Cervo, ecco Piedicavallo e Campiglia Cervo. Muovendoci poi verso Oriente, nella zona della Valle di Mosso e della Valsessera, incontriamo Bioglio, Ternengo, Pettinengo, Veglio, Callabiana e infine Coggiola. Sono questi i comuni dove il Biellese ha saputo esprimersi con i giovani italiani, con Karim. Ora spetta a noi costruire queste comunità porose. Ettore Macchieraldo
March 25, 2026
Pressenza
Migranti: alleanza fra destra italiana e socialdemocrazia danese
A seguito dell’attacco all’Iran e al Libano sta crescendo il flusso migratorio. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha promosso, insieme alla premier danese socialdemocratica Mette Frederiksen, un incontro per il contenimento dell’ondata di rifugiati. di redazione Peacelink (*)   A margine del vertice europeo, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha promosso, insieme alla premier danese socialdemocratica Mette Frederiksen, un incontro
Come "Pensa" la Macchina
Un LLM smontato pezzo per pezzo. Tokenizzazione, embeddings, attention, hallucinations. Ollama in locale, zero fuffa. la maggior parte degli articoli che descrivono il funzionamento degli LLM (large Language Model) sono poco attendibili. "L'AI capisce il contesto." "I neuroni si attivano come nel cervello." "Il modello ragiona." Metafore colorate, infografiche carine con le frecce, zero formule, zero codice, zero esperimenti. Gente che spiega cose che non capisce, usando parole che non significano quello che pensano. Una catena di pappagalli che scrivono articoli sui pappagalli. Allora lo ha scritto Andrea Amani aka The Pirate un articolo che spiega gli LLM. Ha smontato la macchina pezzo per pezzo. "Ho Ollama sul Mac con una decina di modelli. Scelgo il più piccolo: llama3.1:8b, 8 miliardi di parametri, 4.9 gigabyte su disco. Il più facile da maneggiare senza sbatti, e tanto l'architettura è identica per tutti: che siano 8 miliardi o 405 miliardi, il meccanismo è lo stesso. Cambiano le dimensioni delle matrici, non come funziona la macchina. Lo apro dal terminale, guardo i byte, e seguo il percorso completo: dal testo che entra al testo che esce. Ogni passaggio, ogni formula, ogni decisione matematica. Niente metafore del cervello. Niente fuffa. Se vuoi capire come funziona una cosa, la smonti. Non leggi chi ne scrive. " leggi l'articolo sul sito di The Pirate
Ce n’est qu’un début, continuons le combat – di Sapienza Precaria
Il voto referendario del 22-23 marzo 2026 può segnare una svolta importante nella politica italiana. La pretesa e l’arroganza del governo Meloni di indire un referendum confermativo sui temi della giustizia aveva l’obiettivo si spianare la strada verso un dispotismo autoritario, in linea con la negazione dei principi-base dello stato di diritto, come già [...]
March 25, 2026
Effimera
“Senza il lavoro operaio questo paese si ferma”. Sabato assemblea nazionale operaia a Roma
Sabato 28 marzo a Roma (Nuovo cinema Aquila, ore 10.00) l’Unione Sindacale di Base ha convocato una assemblea nazionale che rimette al centro dell’agenda “la questione operaia” nel nostro paese. Il dato politico di fondo è uno: il governo guidato da Giorgia Meloni esce sconfitto dal segnale netto arrivato dal […] L'articolo “Senza il lavoro operaio questo paese si ferma”. Sabato assemblea nazionale operaia a Roma su Contropiano.
March 25, 2026
Contropiano