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Elezioni in Serbia: la Lista degli Studenti sfida Aleksandar Vučić
L’anno scorso abbiamo dato spazio al movimento di protesta degli studenti serbi contro una classe politica corrotta e il presidente Vučić, che ha coinvolto non solo i giovani, ma ha goduto di un ampio sostegno nella popolazione. Tutto è iniziato due anni fa a Novi Sad, quando la pensilina della stazione ferroviaria appena costruita è crollata, uccidendo sedici passanti. Da allora le proteste sono continuate, con una novità che potrebbe cambiare radicalmente la situazione: la Lista degli Studenti sfida alle elezioni anticipate di domenica 25 ottobre il Partito progressista serbo di Vučić e secondo gli ultimi sondaggi potrebbe vincere. Parliamo della situazione con Miloje Savić, serbo che vive a Bruxelles e che si trova ora a Belgrado per votare e fare da osservatore. Che relazione c’è tra il movimento di protesta e la Lista degli Studenti? La Lista degli Studenti è nata dal movimento di protesta. Quasi due anni fa, il movimento era incentrato principalmente sulla richiesta di assunzione di responsabilità per il crollo della pensilina alla stazione ferroviaria di Novi Sad, avvenuto il 1° novembre 2024 e che ha causato la morte di 16 persone. Ad oggi, nessuna persona è stata assicurata alla giustizia. Ciò che è ancora più inquietante è che l’ex presidente della Repubblica, Aleksandar Vučić, abbia concesso la grazia a 49 persone nel suo ultimo giorno in carica (si è dimesso il 27 settembre dopo aver indetto elezioni anticipate il 9 settembre). Ad oggi non sappiamo chi siano queste persone, ma sospettiamo che alcune di loro siano quei funzionari di alto rango del governo che erano implicati nel caso e nei confronti dei quali la Procura Generale stava conducendo delle indagini. Dato il silenzio istituzionale, era evidente che il governo non avesse alcuna intenzione di rispondere alle richieste degli studenti in materia di responsabilità, Stato di diritto e operato indipendente delle istituzioni; pertanto, il movimento è passato alla fase successiva della lotta per la giustizia. Verso la fine della primavera o l’inizio dell’estate dello scorso anno gli studenti si sono trasformati in una forza politica diretta, chiedendo formalmente elezioni anticipate, il che alla fine ha aperto la strada alla creazione di quella che oggi chiamiamo Lista degli Studenti. Raduno del 22 ottobre a Belgrado Quali sono i punti principali del suo programma elettorale? La Lista degli Studenti ha delineato un piano che comprende 11 punti raggruppati attorno a 4 temi principali: 1) lotta alla corruzione e responsabilità istituzionale, 2) riforma sociale ed economica, 3) libertà dei media e rispetto della Costituzione, 4) sovranità nazionale e politica di non allineamento. In parole semplici, la Lista degli Studenti si batte per i valori democratici fondamentali che l’ex presidente Aleksandar Vučić e la sua cricca di fedelissimi hanno smantellato e ridicolizzato nei 14 anni in cui sono stati al potere. Eravamo uno Stato in procinto di aderire all’UE, ma il governo ha fatto di tutto per impedirlo, minando ogni suo singolo valore. Il movimento studentesco in Serbia ha preceduto le proteste giovanili che ora stanno dilagando in Francia, Spagna, Albania e Italia. Secondo te, ci sono delle somiglianze tra le loro rivendicazioni? Sì, penso che si possano individuare alcuni punti in comune tra questi movimenti in tutto il continente. Innanzitutto, e in modo molto evidente, c’è la questione generazionale: si tratta di giovani nati nel XXI secolo. In secondo luogo, sono molto esperti di tecnologia; a volte penso che vivano davvero nella realtà online. In terzo luogo, li abbiamo sottovalutati; abbiamo sottovalutato quanto abbiano a cuore il loro ambiente, il loro Paese e la loro società. Poiché la loro realtà si svolge nello spazio virtuale, era facile pensare che questa generazione non fosse interessata alle questioni quotidiane, ma ci hanno dimostrato che ci sbagliavamo: sono molto sensibili all’ingiustizia, alla disuguaglianza e alla disparità di opportunità. Anche se la scintilla scatenante può essere diversa – il crollo di una pensilina a Novi Sad in Serbia, affari loschi relativi ai parchi nazionali protetti in Albania, disuguaglianze educative ed economiche in Francia e in Italia – questa generazione, in definitiva, sta lottando per gli stessi valori. A mio avviso, questi si concentrano sulla responsabilità degli individui e delle istituzioni, sull’eguaglianza generazionale, sulla democrazia digitalizzata (hanno spostato l’arena del dibattito dagli studi televisivi e dalla stampa a Instagram e TikTok), sulla giustizia ambientale e climatica. Dobbiamo confrontarci con la realtà del pianeta devastato che gli stiamo lasciando loro come eredità. Festa di benvenuto per gli studenti che hanno percorso più di 200 kilometri per arrivare a Belgrado. Che prospettive vedi dopo le elezioni? Una schiacciante vittoria elettorale è ciò che tutti desideriamo: porre fine al regime del Partito progressista serbo e far ripartire le istituzioni e lo Stato. Dico “ripartire” perché abbiamo vissuto una situazione simile nel 2000 e per un certo periodo abbiamo vissuto in un Paese democratico (o per quanto potesse esserlo dopo un decennio di guerre civili nell’ex Jugoslavia); da allora in poi è stato tutto un declino. Tuttavia, temo che il passaggio di potere non avvenga senza intoppi. La manipolazione del voto è già in pieno svolgimento. La diaspora è stata sottoposta a condizioni elettorali inique: o i seggi non erano aperti, lasciando centinaia di cittadini senza la possibilità di votare, come a Vancouver, in Canada, oppure dovranno percorrere centinaia o migliaia di chilometri per raggiungere il seggio più vicino, come da Miami a Washington (le distanze in Canada sono ancora maggiori), oppure semplicemente i seggi non erano nemmeno aperti, come ad Abu Dhabi, a Doha, in Slovacchia o in Romania. E tutte queste località disponevano di seggi elettorali durante le ultime elezioni del 2023. Per non parlare dell’ultimo ostacolo: in tutto il mondo i cittadini dovranno votare secondo l’ora di Belgrado; immaginate quindi qualcuno a Pechino, New York o Los Angeles costretto a recarsi al seggio dopo mezzanotte secondo l’ora locale. Ma la diaspora è molto ingegnosa: alcuni organizzeranno un pigiama party per andare a votare Questo tentativo di negarci i diritti costituzionali ha ottenuto il risultato di unire ancora di più la diaspora. Inoltre, è stato riferito che sono state rilasciate più di 200.000 nuove carte d’identità, ma nessuno sa chi siano questi nuovi cittadini. A quanto pare, il registro elettorale unificato in Serbia conta più elettori registrati rispetto al numero ufficiale di cittadini aventi diritto di voto. Un’altra tecnica di manipolazione comune è quella degli “elettori fantasma” (i defunti vengono regolarmente utilizzati in modo improprio per votare). Stanno già arrivando segnalazioni da piccole città in tutta la Serbia secondo cui le schede elettorali e le urne vengono sostituite, con manomissioni criminali del materiale elettorale attualmente in corso in vista del giorno delle elezioni. In uno scenario più realistico, è possibile che entrambe le liste, quella degli Studenti e quella del Partito progressista serbo, rivendichino la vittoria il 25 ottobre, dopodiché ci troveremo di fronte a una lunga situazione di stallo, con la possibilità di un riconteggio di ogni singolo voto. Prolungando e ribaltando il risultato elettorale, il regime ricorrerà probabilmente a tattiche di logoramento, poiché dispone di risorse enormi e ha preso il controllo di tutte le istituzioni. Temo che quando ci riuniremo la notte del 25 davanti alla sede della Commissione Elettorale della Repubblica (RIK in serbo), a Belgrado, che annuncerà i risultati elettorali, ci saranno disordini e provocazioni da parte loro, poiché la RIK si trova nell’edificio dell’Assemblea Nazionale della Repubblica di Serbia (il vecchio Parlamento) in via Kralja Milana, proprio di fronte al Parco Pionirski, dove da oltre un anno è situato un insalubre accampamento paramilitare-mafioso chiamato “Ćaciland“. Affermando che forze esterne e interne fomenteranno disordini, l’ex presidente sta semplicemente gettando le basi per sconfessare proprio quelle azioni che continua a ispirare. Foto di Miloje Savić     Anna Polo
October 24, 2026
Pressenza
Serbia al voto, una partita ben oltre i Balcani occidentali
Le elezioni serbe del 25 ottobre si inseriscono in una fase di forte tensione sociale e politica, segnata dalle proteste contro il governo, dalla contestazione delle istituzioni e da un confronto sempre più acceso sul futuro internazionale del Paese. La competizione elettorale non riguarda soltanto gli equilibri interni, ma investe […] L'articolo Serbia al voto, una partita ben oltre i Balcani occidentali  su Contropiano.
October 23, 2026
Contropiano
SERBIA: LA PROTESTA STUDENTESCA GUIDA LE MOBILITAZIONI IN VISTA DEL VOTO
La protesta studentesca continua e si allarga anche in Serbia, dove studenti e studentesse guidano le mobilitazioni in vista dell’imminente voto anticipato. Tre colonne di studenti e studentesse si sono mosse dal nord, dall’ovest e dall’est del Paese per raggiungere ieri, mercoledì 21 ottobre, Belgrado e partecipare alla chiusura della campagna elettorale della Lista Studentesca – Gli studenti vincono! che, domenica 25 ottobre, sfiderà alle urne il “listone” dell’ultranazionalista di destra Aleksandar Vučić. Migliaia le persone scese in strada per accoglierli e accompagnarli al Palazzo del rettorato dell’Università di Belgrado, tra applausi, musica e fuochi di artificio. Di fatto, sembrano gli unici e veri avversari dell’ex presidente dimissionario. L’appuntamento più atteso è, però, quello del comizio finale, previsto per questa sera, dalle 18, in Piazza Slavija, teatro in passato di storiche manifestazioni. La votazione è stata indetta dopo quasi due anni di mobilitazioni guidate da studenti e studentesse in tutto il Paese. Proteste scaturite dal crollo di una pensilina presso la stazione ferroviaria di Novi Sad, che aveva causato la morte di 16 persone. Era il primo novembre 2024. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto, abbiamo fatto il punto con Giorgio Fruscione, ricercatore dell’Ispi Ascolta o scarica
October 22, 2026
Radio Onda d`Urto
Rohingya ancora deportati. La fiaba della tregua di Trump riarma anche i Balcani con Idf@0
Dal 29 settembre è cominciato il piano di rimpatri dalla Malaysia di cittadini birmani nel Myanmar, in preda ad una guerra civile acuitasi dopo il golpe militare del 2021 e la brutale repressione che ne è seguita . Decine di autobus scortati dalla polizia hanno raggiunto il nord-ovest della Malesia. Da lì, 1476 persone sono sate portate in una base militare a sud di Yangon in attesa di essere trasportate in Myanmar dalla marina militare birmana. Tra loro, anche i Rohingya, i membri della comunità musulmana originaria dello Stato birmano del Rakhine (ex Arakan), perseguitati dal Tatmadaw, il potente esercito birmano, secondo quello che l’Onu considera una vera e propria campagna genocidaria. I Rohingya nel Rakhine sono stretti tra due fuochi: i raid aerei dell’esercito birmano che uccidono civili ma anche  arresti arbitrari, torture, violenze sessuali, sequestri, reclutamento, lavoro forzato, confische e distruzione di villaggi e luoghi religiosi di cui si sarebbe macchiata l’Arakan Army,(il più potenten esercito regionale che combatte da anni la giunta birmana)  che considera i Rohingya degli estranei quando non dei collaborazionisti . Il piano di rimpatrio, che prevede la deportazione di 5.000 persone in totale ,non garantisce per l’UNHCR (l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati) le condizioni per un ritorno sicuro e sostenibile dei rifugiati in Birmania. Il governo malese parla di rimpatrio volontario ,ma la situazione del conflitto smentisce questa dichiarazione e i rifugiati sono stati finora trattenuti in centri di detenzione. I Rohingya nell’agosto del 2017 sono state vittime di una campagna di pulizia etnica e da allora 750.000 membri della comunità sono stati costretti a oltrepassare il fiume Naf, confine tra i due Paesi, per trovare rifugio nel sud-est del Bangladesh, dove oggi ne vivono almeno 1 milione e 300.000. Altri hanno cercato rifugio in Malaysia, a volte scappando proprio dai campi bangladesi dove le condizioni di vita peggiorano progressivamente, a causa della riduzione degli aiuti umanitari, della condizione di dipendenza imposta dal governo di Dacca, che nega il diritto al lavoro, all’istruzione e al movimento, e a causa della presenza sempre più ingombrate di gruppi armati e criminali. In Malaysia, dove i Rohingya costituiscono circa due terzi (126.000) dei 215.000 richiedenti asilo e rifugiati registrati dall’Unhcr, le condizioni non sono però migliori. Ma un altro aspetto rilevante è che il capo della giunta birmana ,ripulita con una operazione di cosmesi elettorale a gennaio è stato ricevuto ufficialmente in Malaysia cercando di accreditarsi come governo civile legittimo del Paese . Anche gli Stati Uniti hanno ripreso i colloqui diretti con la giunta birmana a proposito di un maggiore coordinamento per smantellare i centri per le truffe on line attivi in alcune aree del Myanmar, responsabili di frodi che hanno colpito più volte cittadini americani, e dell’accesso ai giacimenti di terre rare presenti nel Paese, risorse fondamentali per numerose tecnologie avanzate. La guerra intanto continua, non esiste un bilancio ufficiale delle vittime e le stime variano notevolmente, ma gli analisti considerano questo conflitto il più sanguinoso attualmente in corso in Asia. L’esercito ha posto fine a un esperimento democratico durato un decennio in questo Paese del Sud-est asiatico nel febbraio 2021, rovesciando il governo eletto di Aung San Suu Kyi . Le proteste contro il colpo di Stato sono state represse dalle forze di sicurezza, ma gli attivisti pro-democrazia hanno lasciato le città per combattere la giunta militare al fianco di gruppi armati appartenenti a minoranze etniche da tempo ostili al governo centrale. Le ingerenze della Cina e dell’India hanno alimentato il conflitto mentre sul campo la giunta ha perso il controllo di ampie parti del territorio. Ne parliamo con Emanuele Giordana giornalista profondo conoscitore della regione . L’ISTERIA BALTICA E IL MANTELLO ISRAELIANO SUI BALCANI: CHIAVI DEL RIARMO EST EUROPEO Cosa c’entrano le elezioni del Mid Term con l’evoluzione del conflitto russo-ucraino lo ha dimostrato l’accordo implorato da Trump a Putin sulla fornitura di gas avvenuta il giorno dopo questa conversazione fatta con Francesco Dall’Aglio durante la trasmissione “I Bastioni di Orione” dell’8 ottobre 2026 in onda su Radio Blackout. Questa nuova tappa, con le esternazioni esasperate di Trump contro Zelensky secondo gli accordi presi con Mosca, gli annunci su tregue improbabili in favore di urna elettorale, si inquadra nell’ampio risiko dei rapporti tra potenze intorno al confine slavo dell’Europa e viene a seguito dell’escalation di attacchi ai depositi di idrocarburi russi – che nemmeno l’annuncio di Trump della telefonata intercorsa con Putin ha potuto interrompere con le difese ucraine azzerate, perché le forniture di intercettori e missili sono ridotte dagli arsenali sguarniti. Dunque la guerra procede (senza che si possano prevedere sfondamenti da una parte o dall’altra) e alle viste non ci sono elezioni in Ucraina, al contrario di quanto tra un mese avverrà negli Usa e della consueta conferma spontanea del sistema di potere putiniano di un mese fa. Lo stallo deriva da queste diverse esigenze elettorali e dal fatto che le risorse (la carne da macello) da mandare al fronte rimangono sostanzialmente stabili e quindi incapaci di dare spallate; quindi può essere interessante analizzare gli strumenti di guerra adottati, quelli comprati e prodotti in questa fase di confronto nell’area dell’Europa orientale e da chi. A 30 anni dalla dissoluzione jugoslava il riarmo mentre è in corso una guerra con criteri odierni in Ucraina La combustione degli idrocarburi ha reso nervosi i potenti che vi sono assisi e quindi in risposta hanno ideato via telefono un sistema per impedire che vadano in fumo quelli su cui Trump un mese fa ha ordinato agli europei di rifiutare – pena sanzioni – e che ora gli servono per comprare le elezioni, e che Putin usa per sostenere un’economia di guerra. Una guerra che vede un cambio di strategia (attacchi a ponti e strutture energetiche, con l’aumento di “danni collaterali”, come a Kramators’k) e comincia a richiedere armi più sofisticate degli attuali droni e che alimentano la consueta isteria dei “baltici”, andando a elezioni in Lettonia, o mobilitando i 1600 soldatini dell’Estonia, inviati in un Deserto dei tartari buzzatiano. Si tende a mantenere alto il livello di provocazione (pensiamo alla questione Kaliningrad, avventata al punto che la risposta russa è stata così determinata da zittire gli impreparati dilettanti che l’avevano sventolata), senza considerare il potenziale nucleare russo, che è stato esplicitamente squadernato per convincere che non si risolve buttandola in caciara. In mezzo a tutte queste “verità raccontate” quello che rimane è la penetrazione dello Stato ebraico in Grecia, in Serbia e in tutti i Balcani; dall’Adriatico agli “stan”, dal Manzanarre al Reno i sistemi d’arma e di controllo, di spionaggio e di infiltrazione sono targati Stella di Davide e questo è evidente in Serbia, dove Vučić è abilmente amico di tutti i potenti in apparente lotta tra loro, acquistando ogni tipo di arma per un valore superiore a quello di tutti gli altri paesi balcanici messi insieme (i Rafale dalla Francia non sono bruscolini), o acquisendo la partnership nella costruzione di ordigni sofisticati (le tecnologie di Idf), nascondendosi dietro la solita sindrome nazionalista dell’accerchiamento che vige da 500 anni. A cui si contrappone l’altrettanto irrazionale accordo tra Croazia (Zagabria ha siglato un accordo da oltre cinquecento milioni di euro con la sudcoreana Hanwha Aerospace per l’acquisto di un sistema di lanciarazzi multipli, finanziato con altri sistemi bellici con 1,7 miliardi dell’UE), Kosovo (Pristina ha annunciato la produzione interna di droni fatti in casa e ha acquistato droni e sistemi anticarro dalla Turchia) e Albania (Rama si vuole attrezzare per prodursi le armi all’interno del paese con il 2,6% del pil). Sta di fatto che da quando Vučić ha concordato con Israele la produzione l’importazione di armi, dai giornali europei sono scomparsi i giovani serbi che chiedevano democrazia.
October 12, 2026
Radio Blackout - Info
Rohingya ancora deportati. La fiaba della tregua di Trump riarma anche i Balcani con Idf@1
Dal 29 settembre è cominciato il piano di rimpatri dalla Malaysia di cittadini birmani nel Myanmar, in preda ad una guerra civile acuitasi dopo il golpe militare del 2021 e la brutale repressione che ne è seguita . Decine di autobus scortati dalla polizia hanno raggiunto il nord-ovest della Malesia. Da lì, 1476 persone sono sate portate in una base militare a sud di Yangon in attesa di essere trasportate in Myanmar dalla marina militare birmana. Tra loro, anche i Rohingya, i membri della comunità musulmana originaria dello Stato birmano del Rakhine (ex Arakan), perseguitati dal Tatmadaw, il potente esercito birmano, secondo quello che l’Onu considera una vera e propria campagna genocidaria. I Rohingya nel Rakhine sono stretti tra due fuochi: i raid aerei dell’esercito birmano che uccidono civili ma anche  arresti arbitrari, torture, violenze sessuali, sequestri, reclutamento, lavoro forzato, confische e distruzione di villaggi e luoghi religiosi di cui si sarebbe macchiata l’Arakan Army,(il più potenten esercito regionale che combatte da anni la giunta birmana)  che considera i Rohingya degli estranei quando non dei collaborazionisti . Il piano di rimpatrio, che prevede la deportazione di 5.000 persone in totale ,non garantisce per l’UNHCR (l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati) le condizioni per un ritorno sicuro e sostenibile dei rifugiati in Birmania. Il governo malese parla di rimpatrio volontario ,ma la situazione del conflitto smentisce questa dichiarazione e i rifugiati sono stati finora trattenuti in centri di detenzione. I Rohingya nell’agosto del 2017 sono state vittime di una campagna di pulizia etnica e da allora 750.000 membri della comunità sono stati costretti a oltrepassare il fiume Naf, confine tra i due Paesi, per trovare rifugio nel sud-est del Bangladesh, dove oggi ne vivono almeno 1 milione e 300.000. Altri hanno cercato rifugio in Malaysia, a volte scappando proprio dai campi bangladesi dove le condizioni di vita peggiorano progressivamente, a causa della riduzione degli aiuti umanitari, della condizione di dipendenza imposta dal governo di Dacca, che nega il diritto al lavoro, all’istruzione e al movimento, e a causa della presenza sempre più ingombrate di gruppi armati e criminali. In Malaysia, dove i Rohingya costituiscono circa due terzi (126.000) dei 215.000 richiedenti asilo e rifugiati registrati dall’Unhcr, le condizioni non sono però migliori. Ma un altro aspetto rilevante è che il capo della giunta birmana ,ripulita con una operazione di cosmesi elettorale a gennaio è stato ricevuto ufficialmente in Malaysia cercando di accreditarsi come governo civile legittimo del Paese . Anche gli Stati Uniti hanno ripreso i colloqui diretti con la giunta birmana a proposito di un maggiore coordinamento per smantellare i centri per le truffe on line attivi in alcune aree del Myanmar, responsabili di frodi che hanno colpito più volte cittadini americani, e dell’accesso ai giacimenti di terre rare presenti nel Paese, risorse fondamentali per numerose tecnologie avanzate. La guerra intanto continua, non esiste un bilancio ufficiale delle vittime e le stime variano notevolmente, ma gli analisti considerano questo conflitto il più sanguinoso attualmente in corso in Asia. L’esercito ha posto fine a un esperimento democratico durato un decennio in questo Paese del Sud-est asiatico nel febbraio 2021, rovesciando il governo eletto di Aung San Suu Kyi . Le proteste contro il colpo di Stato sono state represse dalle forze di sicurezza, ma gli attivisti pro-democrazia hanno lasciato le città per combattere la giunta militare al fianco di gruppi armati appartenenti a minoranze etniche da tempo ostili al governo centrale. Le ingerenze della Cina e dell’India hanno alimentato il conflitto mentre sul campo la giunta ha perso il controllo di ampie parti del territorio. Ne parliamo con Emanuele Giordana giornalista profondo conoscitore della regione . L’ISTERIA BALTICA E IL MANTELLO ISRAELIANO SUI BALCANI: CHIAVI DEL RIARMO EST EUROPEO Cosa c’entrano le elezioni del Mid Term con l’evoluzione del conflitto russo-ucraino lo ha dimostrato l’accordo implorato da Trump a Putin sulla fornitura di gas avvenuta il giorno dopo questa conversazione fatta con Francesco Dall’Aglio durante la trasmissione “I Bastioni di Orione” dell’8 ottobre 2026 in onda su Radio Blackout. Questa nuova tappa, con le esternazioni esasperate di Trump contro Zelensky secondo gli accordi presi con Mosca, gli annunci su tregue improbabili in favore di urna elettorale, si inquadra nell’ampio risiko dei rapporti tra potenze intorno al confine slavo dell’Europa e viene a seguito dell’escalation di attacchi ai depositi di idrocarburi russi – che nemmeno l’annuncio di Trump della telefonata intercorsa con Putin ha potuto interrompere con le difese ucraine azzerate, perché le forniture di intercettori e missili sono ridotte dagli arsenali sguarniti. Dunque la guerra procede (senza che si possano prevedere sfondamenti da una parte o dall’altra) e alle viste non ci sono elezioni in Ucraina, al contrario di quanto tra un mese avverrà negli Usa e della consueta conferma spontanea del sistema di potere putiniano di un mese fa. Lo stallo deriva da queste diverse esigenze elettorali e dal fatto che le risorse (la carne da macello) da mandare al fronte rimangono sostanzialmente stabili e quindi incapaci di dare spallate; quindi può essere interessante analizzare gli strumenti di guerra adottati, quelli comprati e prodotti in questa fase di confronto nell’area dell’Europa orientale e da chi. A 30 anni dalla dissoluzione jugoslava il riarmo mentre è in corso una guerra con criteri odierni in Ucraina La combustione degli idrocarburi ha reso nervosi i potenti che vi sono assisi e quindi in risposta hanno ideato via telefono un sistema per impedire che vadano in fumo quelli su cui Trump un mese fa ha ordinato agli europei di rifiutare – pena sanzioni – e che ora gli servono per comprare le elezioni, e che Putin usa per sostenere un’economia di guerra. Una guerra che vede un cambio di strategia (attacchi a ponti e strutture energetiche, con l’aumento di “danni collaterali”, come a Kramators’k) e comincia a richiedere armi più sofisticate degli attuali droni e che alimentano la consueta isteria dei “baltici”, andando a elezioni in Lettonia, o mobilitando i 1600 soldatini dell’Estonia, inviati in un Deserto dei tartari buzzatiano. Si tende a mantenere alto il livello di provocazione (pensiamo alla questione Kaliningrad, avventata al punto che la risposta russa è stata così determinata da zittire gli impreparati dilettanti che l’avevano sventolata), senza considerare il potenziale nucleare russo, che è stato esplicitamente squadernato per convincere che non si risolve buttandola in caciara. In mezzo a tutte queste “verità raccontate” quello che rimane è la penetrazione dello Stato ebraico in Grecia, in Serbia e in tutti i Balcani; dall’Adriatico agli “stan”, dal Manzanarre al Reno i sistemi d’arma e di controllo, di spionaggio e di infiltrazione sono targati Stella di Davide e questo è evidente in Serbia, dove Vučić è abilmente amico di tutti i potenti in apparente lotta tra loro, acquistando ogni tipo di arma per un valore superiore a quello di tutti gli altri paesi balcanici messi insieme (i Rafale dalla Francia non sono bruscolini), o acquisendo la partnership nella costruzione di ordigni sofisticati (le tecnologie di Idf), nascondendosi dietro la solita sindrome nazionalista dell’accerchiamento che vige da 500 anni. A cui si contrappone l’altrettanto irrazionale accordo tra Croazia (Zagabria ha siglato un accordo da oltre cinquecento milioni di euro con la sudcoreana Hanwha Aerospace per l’acquisto di un sistema di lanciarazzi multipli, finanziato con altri sistemi bellici con 1,7 miliardi dell’UE), Kosovo (Pristina ha annunciato la produzione interna di droni fatti in casa e ha acquistato droni e sistemi anticarro dalla Turchia) e Albania (Rama si vuole attrezzare per prodursi le armi all’interno del paese con il 2,6% del pil). Sta di fatto che da quando Vučić ha concordato con Israele la produzione l’importazione di armi, dai giornali europei sono scomparsi i giovani serbi che chiedevano democrazia.
October 12, 2026
Radio Blackout - Info
Rohingya ancora deportati. La fiaba della tregua di Trump riarma anche i Balcani con Idf@1
Dal 29 settembre è cominciato il piano di rimpatri dalla Malaysia di cittadini birmani nel Myanmar, in preda ad una guerra civile acuitasi dopo il golpe militare del 2021 e la brutale repressione che ne è seguita . Decine di autobus scortati dalla polizia hanno raggiunto il nord-ovest della Malesia. Da lì, 1476 persone sono sate portate in una base militare a sud di Yangon in attesa di essere trasportate in Myanmar dalla marina militare birmana. Tra loro, anche i Rohingya, i membri della comunità musulmana originaria dello Stato birmano del Rakhine (ex Arakan), perseguitati dal Tatmadaw, il potente esercito birmano, secondo quello che l’Onu considera una vera e propria campagna genocidaria. I Rohingya nel Rakhine sono stretti tra due fuochi: i raid aerei dell’esercito birmano che uccidono civili ma anche  arresti arbitrari, torture, violenze sessuali, sequestri, reclutamento, lavoro forzato, confische e distruzione di villaggi e luoghi religiosi di cui si sarebbe macchiata l’Arakan Army,(il più potenten esercito regionale che combatte da anni la giunta birmana)  che considera i Rohingya degli estranei quando non dei collaborazionisti . Il piano di rimpatrio, che prevede la deportazione di 5.000 persone in totale ,non garantisce per l’UNHCR (l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati) le condizioni per un ritorno sicuro e sostenibile dei rifugiati in Birmania. Il governo malese parla di rimpatrio volontario ,ma la situazione del conflitto smentisce questa dichiarazione e i rifugiati sono stati finora trattenuti in centri di detenzione. I Rohingya nell’agosto del 2017 sono state vittime di una campagna di pulizia etnica e da allora 750.000 membri della comunità sono stati costretti a oltrepassare il fiume Naf, confine tra i due Paesi, per trovare rifugio nel sud-est del Bangladesh, dove oggi ne vivono almeno 1 milione e 300.000. Altri hanno cercato rifugio in Malaysia, a volte scappando proprio dai campi bangladesi dove le condizioni di vita peggiorano progressivamente, a causa della riduzione degli aiuti umanitari, della condizione di dipendenza imposta dal governo di Dacca, che nega il diritto al lavoro, all’istruzione e al movimento, e a causa della presenza sempre più ingombrate di gruppi armati e criminali. In Malaysia, dove i Rohingya costituiscono circa due terzi (126.000) dei 215.000 richiedenti asilo e rifugiati registrati dall’Unhcr, le condizioni non sono però migliori. Ma un altro aspetto rilevante è che il capo della giunta birmana ,ripulita con una operazione di cosmesi elettorale a gennaio è stato ricevuto ufficialmente in Malaysia cercando di accreditarsi come governo civile legittimo del Paese . Anche gli Stati Uniti hanno ripreso i colloqui diretti con la giunta birmana a proposito di un maggiore coordinamento per smantellare i centri per le truffe on line attivi in alcune aree del Myanmar, responsabili di frodi che hanno colpito più volte cittadini americani, e dell’accesso ai giacimenti di terre rare presenti nel Paese, risorse fondamentali per numerose tecnologie avanzate. La guerra intanto continua, non esiste un bilancio ufficiale delle vittime e le stime variano notevolmente, ma gli analisti considerano questo conflitto il più sanguinoso attualmente in corso in Asia. L’esercito ha posto fine a un esperimento democratico durato un decennio in questo Paese del Sud-est asiatico nel febbraio 2021, rovesciando il governo eletto di Aung San Suu Kyi . Le proteste contro il colpo di Stato sono state represse dalle forze di sicurezza, ma gli attivisti pro-democrazia hanno lasciato le città per combattere la giunta militare al fianco di gruppi armati appartenenti a minoranze etniche da tempo ostili al governo centrale. Le ingerenze della Cina e dell’India hanno alimentato il conflitto mentre sul campo la giunta ha perso il controllo di ampie parti del territorio. Ne parliamo con Emanuele Giordana giornalista profondo conoscitore della regione . L’ISTERIA BALTICA E IL MANTELLO ISRAELIANO SUI BALCANI: CHIAVI DEL RIARMO EST EUROPEO Cosa c’entrano le elezioni del Mid Term con l’evoluzione del conflitto russo-ucraino lo ha dimostrato l’accordo implorato da Trump a Putin sulla fornitura di gas avvenuta il giorno dopo questa conversazione fatta con Francesco Dall’Aglio durante la trasmissione “I Bastioni di Orione” dell’8 ottobre 2026 in onda su Radio Blackout. Questa nuova tappa, con le esternazioni esasperate di Trump contro Zelensky secondo gli accordi presi con Mosca, gli annunci su tregue improbabili in favore di urna elettorale, si inquadra nell’ampio risiko dei rapporti tra potenze intorno al confine slavo dell’Europa e viene a seguito dell’escalation di attacchi ai depositi di idrocarburi russi – che nemmeno l’annuncio di Trump della telefonata intercorsa con Putin ha potuto interrompere con le difese ucraine azzerate, perché le forniture di intercettori e missili sono ridotte dagli arsenali sguarniti. Dunque la guerra procede (senza che si possano prevedere sfondamenti da una parte o dall’altra) e alle viste non ci sono elezioni in Ucraina, al contrario di quanto tra un mese avverrà negli Usa e della consueta conferma spontanea del sistema di potere putiniano di un mese fa. Lo stallo deriva da queste diverse esigenze elettorali e dal fatto che le risorse (la carne da macello) da mandare al fronte rimangono sostanzialmente stabili e quindi incapaci di dare spallate; quindi può essere interessante analizzare gli strumenti di guerra adottati, quelli comprati e prodotti in questa fase di confronto nell’area dell’Europa orientale e da chi. A 30 anni dalla dissoluzione jugoslava il riarmo mentre è in corso una guerra con criteri odierni in Ucraina La combustione degli idrocarburi ha reso nervosi i potenti che vi sono assisi e quindi in risposta hanno ideato via telefono un sistema per impedire che vadano in fumo quelli su cui Trump un mese fa ha ordinato agli europei di rifiutare – pena sanzioni – e che ora gli servono per comprare le elezioni, e che Putin usa per sostenere un’economia di guerra. Una guerra che vede un cambio di strategia (attacchi a ponti e strutture energetiche, con l’aumento di “danni collaterali”, come a Kramators’k) e comincia a richiedere armi più sofisticate degli attuali droni e che alimentano la consueta isteria dei “baltici”, andando a elezioni in Lettonia, o mobilitando i 1600 soldatini dell’Estonia, inviati in un Deserto dei tartari buzzatiano. Si tende a mantenere alto il livello di provocazione (pensiamo alla questione Kaliningrad, avventata al punto che la risposta russa è stata così determinata da zittire gli impreparati dilettanti che l’avevano sventolata), senza considerare il potenziale nucleare russo, che è stato esplicitamente squadernato per convincere che non si risolve buttandola in caciara. In mezzo a tutte queste “verità raccontate” quello che rimane è la penetrazione dello Stato ebraico in Grecia, in Serbia e in tutti i Balcani; dall’Adriatico agli “stan”, dal Manzanarre al Reno i sistemi d’arma e di controllo, di spionaggio e di infiltrazione sono targati Stella di Davide e questo è evidente in Serbia, dove Vučić è abilmente amico di tutti i potenti in apparente lotta tra loro, acquistando ogni tipo di arma per un valore superiore a quello di tutti gli altri paesi balcanici messi insieme (i Rafale dalla Francia non sono bruscolini), o acquisendo la partnership nella costruzione di ordigni sofisticati (le tecnologie di Idf), nascondendosi dietro la solita sindrome nazionalista dell’accerchiamento che vige da 500 anni. A cui si contrappone l’altrettanto irrazionale accordo tra Croazia (Zagabria ha siglato un accordo da oltre cinquecento milioni di euro con la sudcoreana Hanwha Aerospace per l’acquisto di un sistema di lanciarazzi multipli, finanziato con altri sistemi bellici con 1,7 miliardi dell’UE), Kosovo (Pristina ha annunciato la produzione interna di droni fatti in casa e ha acquistato droni e sistemi anticarro dalla Turchia) e Albania (Rama si vuole attrezzare per prodursi le armi all’interno del paese con il 2,6% del pil). Sta di fatto che da quando Vučić ha concordato con Israele la produzione l’importazione di armi, dai giornali europei sono scomparsi i giovani serbi che chiedevano democrazia.
October 12, 2026
Radio Blackout - Podcast
Rohingya ancora deportati. La fiaba della tregua di Trump riarma anche i Balcani con Idf@0
Dal 29 settembre è cominciato il piano di rimpatri dalla Malaysia di cittadini birmani nel Myanmar, in preda ad una guerra civile acuitasi dopo il golpe militare del 2021 e la brutale repressione che ne è seguita . Decine di autobus scortati dalla polizia hanno raggiunto il nord-ovest della Malesia. Da lì, 1476 persone sono sate portate in una base militare a sud di Yangon in attesa di essere trasportate in Myanmar dalla marina militare birmana. Tra loro, anche i Rohingya, i membri della comunità musulmana originaria dello Stato birmano del Rakhine (ex Arakan), perseguitati dal Tatmadaw, il potente esercito birmano, secondo quello che l’Onu considera una vera e propria campagna genocidaria. I Rohingya nel Rakhine sono stretti tra due fuochi: i raid aerei dell’esercito birmano che uccidono civili ma anche  arresti arbitrari, torture, violenze sessuali, sequestri, reclutamento, lavoro forzato, confische e distruzione di villaggi e luoghi religiosi di cui si sarebbe macchiata l’Arakan Army,(il più potenten esercito regionale che combatte da anni la giunta birmana)  che considera i Rohingya degli estranei quando non dei collaborazionisti . Il piano di rimpatrio, che prevede la deportazione di 5.000 persone in totale ,non garantisce per l’UNHCR (l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati) le condizioni per un ritorno sicuro e sostenibile dei rifugiati in Birmania. Il governo malese parla di rimpatrio volontario ,ma la situazione del conflitto smentisce questa dichiarazione e i rifugiati sono stati finora trattenuti in centri di detenzione. I Rohingya nell’agosto del 2017 sono state vittime di una campagna di pulizia etnica e da allora 750.000 membri della comunità sono stati costretti a oltrepassare il fiume Naf, confine tra i due Paesi, per trovare rifugio nel sud-est del Bangladesh, dove oggi ne vivono almeno 1 milione e 300.000. Altri hanno cercato rifugio in Malaysia, a volte scappando proprio dai campi bangladesi dove le condizioni di vita peggiorano progressivamente, a causa della riduzione degli aiuti umanitari, della condizione di dipendenza imposta dal governo di Dacca, che nega il diritto al lavoro, all’istruzione e al movimento, e a causa della presenza sempre più ingombrate di gruppi armati e criminali. In Malaysia, dove i Rohingya costituiscono circa due terzi (126.000) dei 215.000 richiedenti asilo e rifugiati registrati dall’Unhcr, le condizioni non sono però migliori. Ma un altro aspetto rilevante è che il capo della giunta birmana ,ripulita con una operazione di cosmesi elettorale a gennaio è stato ricevuto ufficialmente in Malaysia cercando di accreditarsi come governo civile legittimo del Paese . Anche gli Stati Uniti hanno ripreso i colloqui diretti con la giunta birmana a proposito di un maggiore coordinamento per smantellare i centri per le truffe on line attivi in alcune aree del Myanmar, responsabili di frodi che hanno colpito più volte cittadini americani, e dell’accesso ai giacimenti di terre rare presenti nel Paese, risorse fondamentali per numerose tecnologie avanzate. La guerra intanto continua, non esiste un bilancio ufficiale delle vittime e le stime variano notevolmente, ma gli analisti considerano questo conflitto il più sanguinoso attualmente in corso in Asia. L’esercito ha posto fine a un esperimento democratico durato un decennio in questo Paese del Sud-est asiatico nel febbraio 2021, rovesciando il governo eletto di Aung San Suu Kyi . Le proteste contro il colpo di Stato sono state represse dalle forze di sicurezza, ma gli attivisti pro-democrazia hanno lasciato le città per combattere la giunta militare al fianco di gruppi armati appartenenti a minoranze etniche da tempo ostili al governo centrale. Le ingerenze della Cina e dell’India hanno alimentato il conflitto mentre sul campo la giunta ha perso il controllo di ampie parti del territorio. Ne parliamo con Emanuele Giordana giornalista profondo conoscitore della regione . L’ISTERIA BALTICA E IL MANTELLO ISRAELIANO SUI BALCANI: CHIAVI DEL RIARMO EST EUROPEO Cosa c’entrano le elezioni del Mid Term con l’evoluzione del conflitto russo-ucraino lo ha dimostrato l’accordo implorato da Trump a Putin sulla fornitura di gas avvenuta il giorno dopo questa conversazione fatta con Francesco Dall’Aglio durante la trasmissione “I Bastioni di Orione” dell’8 ottobre 2026 in onda su Radio Blackout. Questa nuova tappa, con le esternazioni esasperate di Trump contro Zelensky secondo gli accordi presi con Mosca, gli annunci su tregue improbabili in favore di urna elettorale, si inquadra nell’ampio risiko dei rapporti tra potenze intorno al confine slavo dell’Europa e viene a seguito dell’escalation di attacchi ai depositi di idrocarburi russi – che nemmeno l’annuncio di Trump della telefonata intercorsa con Putin ha potuto interrompere con le difese ucraine azzerate, perché le forniture di intercettori e missili sono ridotte dagli arsenali sguarniti. Dunque la guerra procede (senza che si possano prevedere sfondamenti da una parte o dall’altra) e alle viste non ci sono elezioni in Ucraina, al contrario di quanto tra un mese avverrà negli Usa e della consueta conferma spontanea del sistema di potere putiniano di un mese fa. Lo stallo deriva da queste diverse esigenze elettorali e dal fatto che le risorse (la carne da macello) da mandare al fronte rimangono sostanzialmente stabili e quindi incapaci di dare spallate; quindi può essere interessante analizzare gli strumenti di guerra adottati, quelli comprati e prodotti in questa fase di confronto nell’area dell’Europa orientale e da chi. A 30 anni dalla dissoluzione jugoslava il riarmo mentre è in corso una guerra con criteri odierni in Ucraina La combustione degli idrocarburi ha reso nervosi i potenti che vi sono assisi e quindi in risposta hanno ideato via telefono un sistema per impedire che vadano in fumo quelli su cui Trump un mese fa ha ordinato agli europei di rifiutare – pena sanzioni – e che ora gli servono per comprare le elezioni, e che Putin usa per sostenere un’economia di guerra. Una guerra che vede un cambio di strategia (attacchi a ponti e strutture energetiche, con l’aumento di “danni collaterali”, come a Kramators’k) e comincia a richiedere armi più sofisticate degli attuali droni e che alimentano la consueta isteria dei “baltici”, andando a elezioni in Lettonia, o mobilitando i 1600 soldatini dell’Estonia, inviati in un Deserto dei tartari buzzatiano. Si tende a mantenere alto il livello di provocazione (pensiamo alla questione Kaliningrad, avventata al punto che la risposta russa è stata così determinata da zittire gli impreparati dilettanti che l’avevano sventolata), senza considerare il potenziale nucleare russo, che è stato esplicitamente squadernato per convincere che non si risolve buttandola in caciara. In mezzo a tutte queste “verità raccontate” quello che rimane è la penetrazione dello Stato ebraico in Grecia, in Serbia e in tutti i Balcani; dall’Adriatico agli “stan”, dal Manzanarre al Reno i sistemi d’arma e di controllo, di spionaggio e di infiltrazione sono targati Stella di Davide e questo è evidente in Serbia, dove Vučić è abilmente amico di tutti i potenti in apparente lotta tra loro, acquistando ogni tipo di arma per un valore superiore a quello di tutti gli altri paesi balcanici messi insieme (i Rafale dalla Francia non sono bruscolini), o acquisendo la partnership nella costruzione di ordigni sofisticati (le tecnologie di Idf), nascondendosi dietro la solita sindrome nazionalista dell’accerchiamento che vige da 500 anni. A cui si contrappone l’altrettanto irrazionale accordo tra Croazia (Zagabria ha siglato un accordo da oltre cinquecento milioni di euro con la sudcoreana Hanwha Aerospace per l’acquisto di un sistema di lanciarazzi multipli, finanziato con altri sistemi bellici con 1,7 miliardi dell’UE), Kosovo (Pristina ha annunciato la produzione interna di droni fatti in casa e ha acquistato droni e sistemi anticarro dalla Turchia) e Albania (Rama si vuole attrezzare per prodursi le armi all’interno del paese con il 2,6% del pil). Sta di fatto che da quando Vučić ha concordato con Israele la produzione l’importazione di armi, dai giornali europei sono scomparsi i giovani serbi che chiedevano democrazia.
October 12, 2026
Radio Blackout - Podcast
BOSNIA-ERZEGOVINA: IL “TURBONAZIONALISMO” TRIONFA ALLE ELEZIONI GENERALI, LE MENO PARTECIPATE DI SEMPRE
Non sono ancora stati ufficializzati i risultati delle elezioni generali in Bosnia-Erzegovina, che si sono tenute domenica 4 ottobre, ma quello che è chiaro è che hanno nuovamente trionfato i nazionalismi. La cittadinanza era stata chiamata alle urne per rinnovare il complesso sistema istituzionale deciso nel 1995 a Dayton, Stati Uniti, che comprende due presidenze e tredici parlamenti. La partita più importante riguardava la presidenza tripartita della Repubblica Federale che ogni otto mesi vede alternarsi tre presidenti, espressione delle tre comunità maggioritarie che compongono la Bosnia: musulmana, croata e serba. Nella corsa per il seggio di rappresentanza croata alla Presidenza della Bosnia ed Erzegovina, eletta Darijana Filipović dell’Unione Democratica Croata di Bosnia ed Erzegovina. Ha ottenuto oltre il 48% delle preferenze all’interno del proprio specifico bacino elettorale con lo scrutinio quasi completato. Željka Cvijanović dell’Alleanza dei Socialdemocratici Indipendenti (Snsd) vince il seggio serbo alla Presidenza. L’esponente uscente nazionalista e filorussa ha prevalso in modo netto sull’opposizione raccogliendo il 55,4% dei voti. Nella corsa per il seggio di rappresentanza bosgnacca alla Presidenza, vince Denis Bećirović del Partito Socialdemocratico (Sdp-BiH) che conferma il suo mandato raccogliendo il 26,7% dei voti. Nella Federazione di Bosnia ed Erzegovina il Partito d’Azione Democratica (Sda) ha ottenuto il maggior numero di voti. Nella Republika Srpska, l’Snsd, il cui presidente è Milorad Dodik, ha raggiunto la prima posizione. Rinnovate anche la Presidenza e il Parlamento della Republika Srpska, una delle due entità della Bosnia ed Erzegovina, assieme alla Federazione. Si è poi votato, a livello cantonale, per le dieci assemblee dei Cantoni della Federazione. Quello che emerge dalle urne è il rafforzamento dei partiti nazionalisti, espressione delle divisioni interne al paese. Altro dato rilevante è quello della partecipazione: soltanto il 42% degli aventi diritto si è recato ai seggi, facendo registrare il tasso di astensionismo più alto di sempre.  Abbiamo analizzato i dati emersi dalle schede elettorali con Giorgio Fruscione, analista ISPI – Istituto per gli Studi di Politica Internazionale. Ascolta o scarica Abbiamo commentato i temi della campagna elettorale, i risultati del voto, il ruolo sempre centrale del nazionalismo e le difficoltà di vivere in un paese sull’orlo dello smembramento con la giornalista e scrittrice Azra Nuhefendic, che vive a Trieste dal 1995 e si occupa anche di Balcani per varie testate e con l’operatore umanitario Boris Vitlacil, in collegamento da Sarajevo. Ascolta o scarica
October 8, 2026
Radio Onda d`Urto
Massimo Moratti espulso dalla Serbia
MOTIVANDO IL PROVVEDIMENTO PER GLI “INACCETTABILI RISCHI ALLA SICUREZZA DEL PAESE”, LO SCORSO 4 SETTEMBRE LE AUTORITÀ SERBE AVEVANO NEGATO IL RINNOVO DEL PERMESSO DI SOGGIORNO AL GIORNALISTA E ATTIVISTA DELL’OSSERVATORIO BALCANI CAUCASO TRANSEUROPA. Il consorzio Media Freedom Rapid Response e i partner impegnati nella difesa della libertà di stampa e di espressione esprimono il loro fermo sostegno al collega Senior Research Affiliate di OBCT, destinatario di un provvedimento di espulsione dalla Serbia apparentemente legato alla sua attività in difesa dei diritti umani. Adducendo “rischi inaccettabili per la sicurezza del Paese“, il 4 settembre scorso le autorità serbe hanno respinto la sua richiesta di permesso di soggiorno temporaneo e gli hanno ordinato di lasciare il territorio entro 15 giorni, imponendo contestualmente un divieto di ingresso della durata di un anno. Le autorità serbe non hanno fornito ulteriori informazioni in merito alle motivazioni della decisione. Cittadino italiano e difensore dei diritti umani di lunga esperienza, Massimo Moratti lavora nella regione balcanica da oltre vent’anni e risiede stabilmente in Serbia dal 2022, anno in cui si è trasferito a Belgrado al seguito della compagna, distaccata nel Paese per motivi professionali. Dal 2005, Moratti collabora con OBCT in qualità di corrispondente, prima da Sarajevo e successivamente da Belgrado. * tutti gli articoli di Massimo Moratti per OBCT Tra il 2011 e il 2018 ha lavorato in Serbia a diversi progetti UE a sostegno di sfollati, rifugiati e potenziali richiedenti asilo, per poi trasferirsi a Londra e ricoprire la carica di vicedirettore dell’Ufficio regionale europeo di Amnesty International. Dopo essere tornato a Belgrado con la famiglia, è entrato a far parte del team MFRR, svolgendo un ruolo fondamentale nell’indirizzare le iniziative di advocacy del consorzio per la libertà dei media nei Balcani occidentali. A fine gennaio, Moratti e la sua compagna hanno presentato alle autorità serbe la richiesta di permesso di soggiorno temporaneo, concesso a maggio alla compagna. A giugno è stato fissato un incontro formale con l’Agenzia per la sicurezza e l’informazione dello Stato serbo, nel corso del quale Moratti è stato interrogato sulle sue attività professionali, passate e presenti, nel Paese. Il 3 settembre la sua compagna ha ricevuto una telefonata dalla polizia che comunicava la convocazione di Moratti, per il giorno seguente, presso l’ufficio competente per i cittadini stranieri; in tale sede gli è stato infine notificato il provvedimento di espulsione. Assistito dal suo legale, il 10 settembre Moratti ha presentato ricorso contro la decisione dell’Ufficio e ha successivamente chiesto al Tribunale amministrativo una misura cautelare per sospendere la procedura di espulsione, sollecitando la Corte a tenere conto della separazione forzata dalla famiglia che tale provvedimento comporterebbe. Sebbene le autorità serbe non abbiano fornito spiegazioni specifiche a giustificazione di tale decisione, vi sono fondati motivi per ritenere che il provvedimento di allontanamento sia legato ai diversi ruoli ricoperti da Moratti come difensore dei diritti umani e della libertà dei media, ai suoi reportage per OBCT sulle tensioni sociali e politiche in crescita in Serbia negli ultimi anni, o al suo lavoro all’interno del consorzio MFRR. Negli ultimi anni, MFRR e OBCT hanno documentato il progressivo deterioramento della libertà dei media in Serbia, inclusa l’escalation di violenze fisiche contro i giornalisti e i tentativi delle autorità serbe di censurare o mettere a tacere il giornalismo indipendente e le voci critiche. In questo contesto, nel marzo 2026 MFRR ha effettuato una missione di advocacy nel Paese, a cui ha partecipato anche Moratti in rappresentanza di OBCT, pubblicandone il rapporto finale nel luglio 2026. Queste tempistiche coincidono con le ritorsioni amministrative di cui Moratti è stato oggetto. Le nostre organizzazioni considerano il diniego del permesso di soggiorno e il successivo ordine di espulsione come una forma di molestia amministrativa volta a intimidirlo per ritorsione contro il suo lavoro e il suo sostegno ai giornalisti del Paese e dell’intera regione. Questo rifiuto del permesso segue una tendenza preoccupante. Negli ultimi due anni si sono verificati diversi casi documentati in cui attivisti della società civile stranieri, giornalisti e difensori dei diritti umani in Serbia si sono visti rifiutare o revocare il permesso di soggiorno, oppure sono stati espulsi con divieto di rientro o respinti in prima battuta, spesso sulla base di motivi altrettanto vaghi di “rischio per la sicurezza”. Questa tendenza è stata documentata nel capitolo nazionale della Serbia del Rapporto sullo Stato di diritto 2025 della Commissione europea. Le organizzazioni del consorzio MFRR esprimono piena solidarietà al collega ed esortano le autorità serbe a revocare immediatamente l’ordine di espulsione a suo carico e ad astenersi da ulteriori forme di molestia amministrativa, consentendo a Moratti di vivere con la propria famiglia e di proseguire il suo lavoro a sostegno della libertà dei media. Trattandosi di un caso cruciale che vede protagonista un difensore dei diritti umani impegnato a tutelare la libertà dei media nel Paese, in un contesto di grave deterioramento della libertà di stampa, i partner del MFRR e le organizzazioni per la libertà di espressione firmatarie seguiranno da vicino la sua evoluzione. * Media Freedom Rapid Response (MFRR) * Osservatorio Balcani Caucaso Transeuropa (OBCT) * European Federation of Journalists (EFJ) * European Centre for Press and Media Freedom (ECPMF) * Free Press Unlimited (FPU) * ARTICLE 19 Europe * International Press Institute (IPI) * Index on Censorship * Reporters Without Borders (RSF) * Balkan Free Media Initiative (BFMI) * International Federation of Journalists (IFJ) Redazione Italia
September 18, 2026
Pressenza
Serbia: sionismo e nazionalismo nei Balcani. Un approfondimento dopo il funerale di Mladić
A partire dai funerali “quasi” di Stato di Ratko Mladić, il comandante delle truppe serbe colpevoli del genocidio di Srebrenica morto in detenzione all’Aia, facciamo il punto sulla politica interna ed estera della Serbia. Un paese che, come dimostrano gli onori tributati a Mladić, rivendica orgogliosamente il proprio passato recente fatto di aggressioni e genocidi e rinsalda i legami con Israele, che già negli anni 90 aveva fornito copertura politica ed armamenti alla Serbia impegnata nelle pulizie etniche delle Guerre Balcaniche. Le nuove rotte di collaborazione tra la Serbia di Vucić ed Israele si manifestano oggi con un aumento dei contatti commerciali, ma anche e soprattutto con il sostegno politico della Serbia al progetto genocidario portato avanti da Israele contro i palestinesi di Gaza. In Serbia, tuttavia, l’opposizione non manca: da anni da un movimento politico dal basso, di massa, composto da studenti e studentesse e settori popolari tiene sotto pressione l’esecutivo di ultra-destra di Vucić. Tra poche settimane, il governo si sottoporrà ad una tornata elettorale considerata decisiva per il futuro del paese balcanico. Ne parliamo con Giorgio Fruscione, ricercatore e redattore editoriale presso l’ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale)
September 11, 2026
Radio Blackout - Info