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Europa e Serbia orfani di Langer e Matvejevic
MENTRE SI IMPEGNA A ONORARE IL GENOCIDA RATKA MLADIC CON UN FUNERALE DI STATO, C’È UN ALTRO GENERALE CHE LA SERBIA ANCORA SOTTRAE ALLA GIUSTIZIA INTERNAZIONALE: È NOVAK ĐUKIĆ CONDANNATO PER CRIMINI DI GUERRA IN BOSNIA ED ERZEGOVINA, RITENUTO COLPEVOLE, TRA LE ALTRE COSE, DEL MASSACRO DELLA PORTA DI TUZLA NEL 1995. QUELLA STRAGE CONTRIBUÌ AL SUICIDÒ ALEXANDER LANGER. IL CASO MLADIĆ ACCENTUA IL VUOTO LASCIATO DA ALEX LANGER E DA UN GRANDE SCRITTORE COME PREDRAG MATVEJEVIĆ, E IL VALORE DELLA LORO STORICA OPPOSIZIONE A TUTTI I NAZIONALISMI La Serbia ha preso l’impegno di onorare il genocida generale Ratka Mladic con un funerale di Stato, sostenendo che glielo impone il protocollo. Su Osservatorio Balcani Nihad Suljić, vincitore del premio CESPIC (Centro Europeo di Scienza della Pace, Integrazione e Cooperazione): “… e quando lo fanno, non stanno glorificando soltanto un uomo, stanno glorificando l’ideologia che c’è dietro di lui, stanno pregando per un simbolo dei crimini, stanno invocando e normalizzando il fascismo e l’odio”. La preoccupazione del presidente Vučić (sempre che ne abbia) non è quella di irritare o no l’Europa, ma di giocare la sua carta nazionalista in vista delle prossime elezioni. Ad ottobre 2026 ci saranno le parlamentari e a gennaio 2027 seguiranno le presidenziali. Il voto avviene dopo un anno di forti proteste di massa e mobilitazioni della società civile e dei movimenti studenteschi iniziate nel 2024 a Novi Sad. La candidatura a diventare il 28esimo stato europeo è in stallo dal 2021. Otto Paesi UE si oppongono all’adesione: Belgio, Bulgaria, Croazia, Estonia, Lettonia, Lituania, Paesi Bassi, Svezia (con l’Italia Vučić vanta l’amicizia di Meloni alleata sul fronte del blocco dei migranti sulla Rotta Balcanica). Riccardo Amati su Fan Page intervistando David Scheffer, già ambasciatore Usa scrive: “Tollerare sovranismi guerrafondai sarebbe suicida. L’Unione farà bene a mettere in pausa le trattative per l’ingresso della Serbia, concordano molti osservatori. Si tratta di difendere il diritto internazionale, senza i doppi standard che lo indeboliscono anche davanti a Israele e agli Stati Uniti di Donald Trump”. Da giorni il profilo del Generale Mladic e le sue azioni militari occupano le pagine internazionali. Su Politics-Europe Zoran Arbutina ricorda che Mladic non è ritenuto responsabile solo del genocidio di 8.000 persone a Srebrenica, ma per 40 mesi sparò su Sarajevo uccidendo 11.000 persone di cui 1.600 bambini. In tre anni di guerra in Bosnia furono uccisi 100.000 civili e 2,2 milioni di persone divennero profughi. Sembra di leggere gli stessi dati che ora raccontano il genocidio di Gaza ad opera di Netanyahu. La guerra dei Balcani mi ha coinvolto insieme a centinaia di pacifisti italiani impegnati in soccorsi e aiuti. Si impegnò anche Erri De Luca, peccato non abbia fatto altrettanto con la Palestina. Personalmente ho ospitato, per quasi due anni, nella mia casa di Milano Biliana Marianovic che a Sarajevo svolgeva la professione di giudice in tribunale. A seguito dell’uccisione di un collega da parte di un cecchino, cercò rifugio in Italia assieme a suo figlio Marco di otto anni. A guerra terminata non tornò più in Bosnia, ma raggiunta dal marito a Malpensa, partirono tutti e tre per la Pennsylvania dove tutt’ora vivono. C’è un altro generale che la Serbia ancora ospita, sottraendolo alla giustizia internazionale (come fece per trent’anni con Mladic), si tratta di Novak Đukić condannato per crimini di guerra in Bosnia ed Erzegovina. È stato ritenuto colpevole di aver ordinato il famigerato massacro della porta di Tuzla (Kapija) il 25 maggio 1995. L’attacco di artiglieria uccise 71 persone, per la maggior parte giovani. A seguito di quella strage forse si suicidò Alexander Langer tra i migliori parlamentari europei che l’Italia abbia mai avuto. A lui ho dedicato una canzone nel 2025 a trent’anni dalla scomparsa e qui mi permetto di riproporla. Così scrivevo sul sito antiwarsongs.org presentando il brano ed il video che lo accompagna: https://www.antiwarsongs.org/canzone.php?id=68945&lang=en La strage di Tuzla del 25 maggio 1995 forse fu “la goccia che fece traboccare il vaso” e minò la sua fiducia ostinata nella “azione nonviolenta” che per trent’anni aveva costellato la sua vita da attivista militante, pacifista, parlamentare europeo, ambientalista e fondatore dei Verdi italiani. Il disperato appello del sindaco di Tuzla Selim Beslagic, che pochi giorni prima della strage, chiedeva di fare qualcosa contro l’assedio della sua città, da due anni bersaglio dei cecchini, forse lo scosse ulteriormente e Alex scrisse una lettera pubblica chiedendo che i caschi blu delle Nazioni Unite agissero contro gli assedianti, contraddicendo in parte i principi che da sempre lo avevano animato. La lettera con tutti gli altri scritti di Alexander Langer è raccolta nel libro a lui dedicato: Il viaggiatore leggero (edito da Sellerio, con un’introduzione di Goffredo Fofi). La città di Tuzla il 31 ottobre 2021 gli ha conferito la cittadinanza onoraria postuma. Sarajevo l’aveva già fatto nel febbraio dello scorso anno. “Alexander Langer è il simbolo dell’empatia per la Bosnia e il dramma che stava vivendo”, ha detto Jasmin Imamovic, sindaco di Tuzla, durante la cerimonia, “lui si batteva per la pace e la riconciliazione contro chi seminava l’odio”. “Langer non ha sopportato il dolore per la sofferenza del popolo bosniaco”. Ci manca Alex Langer e con lui il grande scrittore Predrag Matvejevic. Il 14 novembre del 1996 in occasione di una conferenza organizzata a Novara, mi firmò una dedica sul suo libro Epistolario dell’altra Europa. In quel libro raccolse le lettere aperte che negli anni Settanta-Novanta aveva inviato agli uomini di potere. Le più note sulla questione Jugoslava sono quella a Tito del 17 luglio 1974 in cui nonostante molti meriti indiscutibili gli chiese di dimettersi. A Slobodan Milosevic nel 1989 a cui chiese profeticamente di suicidarsi e a Franjo Tudjman 1990 a cui rimproverò il pericoloso nazionalismo fascista dietro il paravento clericale della chiesa cristiana. Sempre nell’1989, l’anno della morte di suo padre nato a Odessa, scrisse Michail Gorbacev per la sua Perestrojka e a Deng Xiaoping colpevole del massacro di Tian an men. Predrag coniò il termine “Democratura” per definire la deriva della politica del ventesimo secolo. Dopo l’esilio e le cattedre di letteratura alla Sorbona di Parigi e alla Sapienza di Roma a la morte in solitudine di Predrag Matvejevic a Zagabria nel 2017 ha privato il mondo di un esempio di coraggio il cui testimone è stato raccolto da pochissimi intellettuali. Predrag non scriveva solo di politica ma soprattutto di letteratura e poesia, dei sui scritti si dice siano “Geopoetica”. A pagina 250 dell’epistolario è riportata la lettera scritta da Zagabria nel 1980 in cui rimprovera l’unione degli scrittori di Jugoslavia di non avere invitato al convegno di Struga nessun poeta israeliano, non per antisemitismo ma perché non si voleva danneggiare la relazione con i paesi non allineati, tra questi quelli arabi. Scrive: “Invitare poeti israeliani a leggere le proprie poesie da noi e a discutere con noi di poesia non significa contestare ai palestinesi il diritto a un proprio paese né quello di Israele alla sicurezza delle proprie frontiere. E’ banale ripetere che la poesia non ha confini”. Predrag come Langer amava i ponti, ci siamo incontrati ancora nel 2004 a Mostar, sua città natale, nell’occasione di un convegno dedicato al diritto all’acqua, contestualmente all’inaugurazione della ricostruzione del suo amato Stari Most. Anche a lui ho dedicato una canzone che ha per titolo lo stesso di un suo bellissimo libro: Tra asilo ed esilio, di cui allego il link per la visione del video, l’ascolto e la lettura del testo. Concludo questo articolo riflettendo ancora sull’Europa: l’ingresso al Parlamento Europeo oggi non ha più l’attrattiva che esercitava ai tempi di Alex Langer. Alla Serbia va bene starne ai margini e tenere aperte relazioni con Russia e Cina armando i suoi caccia con le loro bombe. È di questi giorni la notizia che l’Islanda, per la seconda volta, al referendum ha detto “No” all’ingresso in Europa. Si sono schierati col “No”, trasversalmente sia la sinistra radicale che la destra Nazional-conservatrice e parte del governo. L’Europa di oggi baratta la democrazia con la finanza, la tutela dell’ambiente con l’aumento delle spese militari (non dei corpi civili di Pace), la chiusura delle frontiere ai migranti con l’apertura di centri di detenzione in Ruanda, Albania, Libia. L’Europa balbetta con l’America di Trump timorosa dei dazi, tace con Netanyahu che attacca la corte penale internazionale... Come può preoccuparsi di questa Europa il Vučić di turno che se ne infischia della forma e della sostanza, come fanno tutti gli altri dittatorelli sparsi per il globo. Ricordo che di Alexander Langer ne scriveva molto bene Franco Lorenzoni con questo articolo: > Un maestro di inquietudine Caro Alexander Langer ci manchi tanto. [Paolo Rizzi Assopace Palestina] -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Europa e Serbia orfani di Langer e Matvejevic proviene da Comune-info.
September 2, 2026
Comune-info
SERBIA: LA MORTE DI MLADIĆ RAFFORZA I NAZIONALISMI IN VISTA DELLE ELEZIONI PARLAMENTARI. L’ANALISI DI GIORGIO FRUSCIONE
Lo scorso giovedì è morto all’Aja all’età di 84 anni Ratko Mladić. L’ex generale delle truppe serbo bosniache era stato condannato in via definitiva nel 2017 dal Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia all’ergastolo. È stato giudicato colpevole di crimini contro l’umanità, genocidio e crimini di guerra commessi nel conflitto in Bosnia Erzegovina degli anni 90. Ha fatto il giro del mondo l’annuncio del Ministro della giustizia serbo Nenad Vujic che ha dichiarato di voler organizzare per Mladić i funerali di Stato. Non è convinto che questi si terranno Giorgio Fruscione, ricercatore dell’ISPI, che ai nostri microfoni ha dichiarato che senza “azzardare scommesse, non sono convinto che alla fine si terranno i funerali con le massime onorificenze. Questo perché è stato annunciato dal Ministro della giustizia e non dal Presidente Aleksandar Vučić, che è l’unica persona che decide qualsiasi cosa in Serbia”. L’annuncio del Ministro della giustizia non è ancora realtà quindi, anche perché la salma di Mladić è ancora in Olanda, all’Aja, dove un’inchiesta è stata aperta, come previsto dal protocollo standard del Tribunale delle Nazioni Unite per l’ex Jugoslavia. La procedura prevede l’accertamento delle circostanze del decesso e si basa sulle ultime ore di vita dell’ex generale nella struttura detentiva del Meccanismo internazionale residuo per i tribunali penali. Intanto però si sono scatenati gli ultra nazionalisti, tra gli hooligans della Stella Rossa Belgrado, ai gruppi e partiti della destra, che hanno già iniziato il proprio processo di martirizzazione di Mladić. Con Giorgio Fruscione abbiamo cercato di capire proprio come il governo sta strumentalizzando la morte di Mladić per sopire i malumori interni alla Serbia, in particolare quelli che si protraggono dal primo novembre 2024 e che chiedono tra l’altro le dimissioni di Aleksandar Vučić. Il Presidente della Repubblica, a livello interno, sta anche preparando le elezioni elezioni parlamentari, anticipate a ottobre prossimo.  Non di secondaria importanza sono anche le relazioni ambigue che il paese balcanico sta continuando ad avere con l’Unione Europea. Vučić “ha di fatto accantonato il processo di integrazione nell’Unione poiché probabilmente gli fa più gioco rimanere un paese candidato” continua Fruscione. Questo nonostante “le critiche da parte di Bruxelles negli ultimi due anni si siano fatte più decise, più veementi, più costanti”. L’intervista a Giorgio Fruscione, ricercatore dell’ISPI – Istituto per gli Studi di Politica Internazionale. Ascolta o scarica
August 31, 2026
Radio Onda d`Urto
Kosovo: anche l’acqua nella spirale degli abusi del potere
Cinque organizzazioni di società civile della comunità serba del Kosovo hanno, nei giorni scorsi, assunto una importante iniziativa, inviando una lettera alla Banca Mondiale in merito alle recenti attività dell’impresa idroelettrica kosovaro-albanese “Ibar-Lepenc” sul lago Gazivode, un bacino idrico di grande importanza, che si trova nel Kosovo del Nord a maggioranza serba. Nella lettera, le organizzazioni esprimono preoccupazione per le azioni della “Ibar-Lepenc” degli ultimi due mesi, tra giugno e luglio 2026, contro le comunità serbe del luogo, azioni che, in diverse circostanze, sarebbero state effettuate con l’assistenza della polizia del Kosovo. Tra queste, “l’occupazione del campo di Rezala, la demolizione di case e appartamenti, la minaccia di demolizione di un’abitazione familiare, la notifica di sfratto e la rimozione delle infrastrutture, nonché la demolizione di altre undici case avvenuta il 21 luglio”. Il comune di pertinenza, quello di Zubin Potok, non è stato “consultato in modo significativo”, nonostante le attività riguardino proprietà, alloggi, turismo e sviluppo territoriale all’interno del comune. Ciò configurerebbe, peraltro, un’ulteriore violazione, l’ennesima, da parte delle autorità kosovaro-albanesi, dal momento che, in base agli Accordi di Bruxelles del 19 aprile 2013, non solo si sarebbe già dovuta istituire la Comunità dei comuni a maggioranza serba del Kosovo (Kosovska Mitrovica, Zubin Potok, Zvečan, Leposavić, Gračanica, Štrpce, Novo Brdo, Klokot, Ranilug, Parteš) ma questa dovrebbe godere di piena autonomia proprio “nei settori dello sviluppo economico, istruzione, sanità e pianificazione urbana e rurale”. Non a caso, le autorità kosovaro-albanesi hanno sistematicamente boicottato tali accordi.  La lettera è firmata da cinque organizzazioni, l’Istituto per lo sviluppo economico territoriale (Institut za teritorijalni ekonomski razvoj, InTER), l’ONG Aktiv, il Centro per l’azione sociale positiva (Centar za afirmativne društvene akcije, CASA), Nuova Iniziativa Sociale (Nova društvena inicijativa, NSI) e il Centro per la promozione della cultura democratica (Centar za zastupanje demokratske kulture, ACDC). Le organizzazioni esprimono preoccupazione per il fatto che le attività, che comportano pesanti violazioni in termini di accesso, alloggio e attività economiche locali, siano state condotte senza una decisione scritta e motivata, senza informazioni chiare su eventuali procedure di ricorso e senza possibilità per le persone interessate di richiedere un riesame delle decisioni. La lettera è stata inviata alla Banca Mondiale perché la “Ibar-Lepenc” è l’agenzia esecutiva del progetto “Kosovo Water Security and Canal Protection Project”, finanziato dalla Banca Mondiale e conclusosi il 30 giugno 2025. Le organizzazioni hanno chiesto una due diligence ambientale, sociale e istituzionale, e di sospendere la valutazione di futuri finanziamenti fino a quando non sarà stata condotta una seria valutazione del rischio e di subordinare qualsiasi supporto all’adozione di misure correttive, tra cui la sospensione di ulteriori demolizioni e sfratti in attesa di un parere legale, la revisione delle demolizioni effettuate, l’emissione di decisioni motivate con possibilità di ricorso e l’istituzione di meccanismi per il coinvolgimento delle comunità locali e la risoluzione delle controversie. Si tratterebbe cioè di riportare nel perimetro del diritto ciò che è stato commesso, di fatto, con le modalità di un vero e proprio abuso e di una ennesima violazione da parte della autorità di Prishtina.   Il bacino di Gazivode riveste, per il Kosovo e le comunità serbe del Kosovo, un’importanza strategica. Gazivode è un lago artificiale, creato nel 1977 sbarrando il fiume Ibar nel suo corso superiore, nel nord del Kosovo. Dal 1973 al 1977, fu costruita una delle più grandi dighe d’Europa nella zona del villaggio di Gazivode su progetto della storica società Energoprojekt di Belgrado. Gazivode, peraltro, non è interamente in territorio kosovaro, ricadendo in parte nel comune di Tutin, nella Serbia sud-occidentale, in parte nel comune di Zubin Potok, nel Nord del Kosovo. Il lago è lungo 24 chilometri e l’altezza della diga è di oltre cento metri. Il suo scopo è di irrigare la piana del Kosovo, ma ospita anche una piccola centrale idroelettrica, e le sue acque servono anche la città di Prishtina e la centrale termoelettrica di Obilić. Non c’è solo questo, peraltro. Tra il 2017 e il 2018, un team internazionale di archeologi ha condotto una serie di ricerche, scoprendo sul fondo di Gazivode diversi monumenti della cultura serba medievale, tra cui, in particolare, i resti del palazzo della regina Elena d’Angiò, i resti del monastero di Čkilje, un campanile del XIII secolo, una chiesa e alcune necropoli romane. Insieme alla lettera, è stato redatto anche un documento intitolato “Acquisizioni di proprietà, demolizioni e minacce di sfratto intorno al lago Gazivode”, con dati aggiornati allo scorso 21 luglio, dopo l’ultima pesante demolizione di abitazioni. Il documento sottolinea come la situazione rischi di trasformarsi in una questione più ampia di stato di diritto, ma anche di relazioni inter-comunitarie e difesa della pace. L’area insiste infatti in un contesto giuridico complesso, creato da precedenti assegnazioni di terreni, espropriazioni, accordi di utilizzo di lunga data, in un panorama segnato da profonda sfiducia inter-comunitaria e tensione inter-etnica e dalle lunghe e dolorose conseguenze della guerra. Di fronte a una tale complessità, la procedura appropriata non può essere che quella di un procedimento trasparente, con decisioni scritte, motivazioni, possibilità di accesso alla giustizia, coinvolgendo direttamente le comunità, e il comune interessato, Zubin Potok. Inoltre, dopo l’inaugurazione, avvenuta il 1° giugno scorso, del Campo di ricerca e soccorso della Agenzia per la gestione delle emergenze a Čečevo, a ridosso di Gazivode, da parte delle autorità albanesi-kosovare, la vicenda è divenuta ancora più delicata, alimentando il timore che, insieme alle demolizioni, agli sfratti, agli interventi della polizia, l’area possa essere ampiamente sgomberata o addirittura militarizzata. Anche questo è motivo di tensione. Nel Nord del Kosovo, infatti, gli Accordi di Bruxelles prevedono un Comandante regionale di Polizia per i comuni di K. Mitrovica, Zvečan, Zubin Potok e Leposavić, un Comandante serbo del Kosovo nominato dal Ministero dell’Interno e una Polizia nel nord tale da rispecchiare la composizione etnica dell’area. L’azione a Gazivode è anche una violazione dei più recenti accordi di normalizzazione tra Serbia e Kosovo, i cosiddetti Accordi di Washington, firmati il 4 settembre 2020 alla Casa Bianca, alla presenza del Presidente Usa, allora come oggi, Trump. Tali accordi prevedono che “entrambe le parti concordano di collaborare con il Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti e altri enti governativi statunitensi competenti per sviluppare uno studio di fattibilità per le esigenze di Gazivode come fonte sicura di approvvigionamento idrico ed energetico”. Ancora una volta, dunque, il rispetto degli accordi e, in generale, del diritto e della giustizia, a partire dalla risoluzione del Consiglio di Sicurezza 1244 del 1999, resta centrale per garantire libertà e diritti in un Kosovo che sia davvero di tutti/e e per tutti/e. Riferimenti: NVO sa severa Kosova uputile pismo Svetskoj banci zbog rušenja objekata oko jezera Gazivode, Kontakt Plus, 22.07.2026: https://radiokontaktplus.org/glavna/nvo-sa-severa-kosova-uputile-pismo-svetskoj-banci-zbog-rusenja-objekata-oko-jezera-gazivode/135408 First Agreement of Principles Governing the Normalization of Relations (Brussels Agreement): https://www.srbija.gov.rs/specijal/en/120394 The “Washington Agreement” Between Kosovo and Serbia, American Society Of International Law: https://asil.org/insights/volume-25-issue-4  Gianmarco Pisa
July 29, 2026
Pressenza
Il Kosovo è ancora lo specchio dell’Ue nata dalle bombe su Belgrado
La “questione kosovara” non è solo una disputa territoriale tra la Serbia e l’Albania, ma è la manifestazione plastica dello stato cui è ridotta la democrazia borghese occidentale e quindi il futuro dell’Unione Europea. Qui infatti lo scontro su scala internazionale (per ora più geopolitico che di classe) con cui […] L'articolo Il Kosovo è ancora lo specchio dell’Ue nata dalle bombe su Belgrado su Contropiano.
July 7, 2026
Contropiano
7-13 giugno 2026, “il fiore di Srebrenica”*
Il viaggio organizzato dalle associazioni “Lungo la rotta balcanica” e “Buongiorno Bosnia- Dobardan Venecjia” intende  portare fisicamente  in luoghi di memoria o nella vita che continua chi è interessato a  conoscere un po’ più da vicino gli aspetti di una terra percorsa da persone che cercano degli altrove. Qui si intrecciano anche le evidenze di un negazionismo imperante riguardo alla pulizia etnica di 30 anni fa al tempo delle guerre balcaniche nell’ex Jugoslavia e  al genocidio accertato di Srebrenica in Bosnia nel luglio  1995. Soprattutto chi partecipa a questo tipo di viaggio per la prima volta non sa bene cosa aspettarsi esattamente, ma  ci fidiamo dei nostri formidabili accompagnatori Diego Saccora e Andrea Rizza Goldstein. In questo viaggio siamo sulle tracce  di un doppio negazionismo quello che nega un genocidio di 30 anni fa e quello che invisibilizza chi insegue  un futuro sostenibile, fosse anche solo un sogno per arrivare in Europa  attraverso la rotta balcanica. Luogo di passaggi invisibili perché a una parte del mondo non è dato di poter viaggiare liberamente. Di fronte a un autogrill dove sostiamo in Croazia  ci viene indicata una costruzione grigia, un campo di trattenimento di persone fermate in attesa di rimpatrio. Di fatto, un centro detentivo. Ripreso il viaggio ci imbattiamo nel primo evidente esempio di negazione come ri-semantizzazione che la nostra guida ci rende palese.  A Jasenovac in Croazia ci colpisce un enigmatico e gigantesco fiore di loto in pietra in mezzo a una radura verde con piccoli specchi d’acqua dove galleggiano fiori di loto. Proprio lì c’era un campo di sterminio, il terzo in Europa durante la seconda guerra mondiale, dove sono morti migliaia e migliaia di serbi per mano dei croati, con strumenti orridi usati in esecuzioni one to one.  Il fior di loto ricompone, tenta una narrativa plausibile alla fine della guerra e all’inizio della stagione titina che voleva  una Jugoslavia unita. A pochi kilometri dalla frontiera che separa la Croazia dalla Serbia ci sorprende un piccolo cimitero. Poche tombe scalcinate, o meglio piccole segnalazioni con nomi di giovani o la maggior parte NN che hanno finito il loro viaggio iniziato da molto lontano, presso quelle frontiere, che spesso sono fiumi impietosi come la Drina. Tra questi, Madina, bambina afghana ricacciata indietro con la sua famiglia dalla Croazia e travolta da un treno mentre camminando lungo i binari cercava di tenere una direzione. Sepolta in un lembo di terra serbo ai margini di un cimitero. Una raccolta fondi collettiva da parte di vari gruppi e di singole persone ha sostenuto i costi di una tomba non troppo esile, non troppo provvisoria per non dimenticare questa piccola vita di 8 anni vittima della violenza dei respingimenti. A Belgrado la mostra “Labirinto” curata dalla storica serba Dubravka Stojanovic è un esempio di resistenza alla cancellazione e un coraggioso tentativo di non rimuovere i passi che hanno portato alle guerre e al genocidio. Alcune foto esposte ritraggono le proteste delle Donne in nero che manifestavano contro le decisioni del governo e affollatissime altre proteste di gente scesa in piazza contro la guerra. Il pensiero corre ai nostri giorni, agli scioperi, ai presidi, alle piazze piene per la Palestina. Da 1.000 giorni stiamo assistendo a un genocidio in diretta e viene da pensare che la sua negazione sia l’altra faccia della catastrofe. La resistenza anima anche il movimento delle Donne in nero che collegate e presenti da Belgrado in Serbia fino a Tuzla in Bosnia sono intervenute nelle ricorrenze che ricordavano il genocidio o la scomparsa di molte vittime. Le vittime di quel genocidio che si vuole negare furono 8.372. Se alcune sono sopravvissute, molte altre donne separate dagli uomini sono finite nella macchina degli stupri anche per sostituzione etnica. Arriviamo in camion a una scuola in mezzo agli alberi in una località di montagna sopra Srebenica. Qui ci aspetta Mohammed  Avdic, già alunno di quella scuola, frequentata fino a dieci anni, fino all’abbandono forzato in un esodo imposto e incomprensibile Verso la scuola dove ci aspettava Mohammed Un racconto di tre ore, a tratti congestionato nell’ossessività dei dettagli di chi è riandato mille volte indietro a rivedere la sparizione nel nulla del padre, direttore della scuola; per vent’anni lo ha cercato invano, o ha cercato almeno un barlume di giustizia. Ascoltiamo in silenzio. Ci si può sintonizzare su quel senso di perdita e su quella domanda sottotesto che chiede una risposta? Il calore con cui, dopo l’incontro, ci serve la cena a casa sua, l’accoglienza che ci riserva la sua famiglia, l’ospitalità che traspira da ogni gesto ci parlano dell’importanza per loro della nostra presenza lì, del nostro essere testimoni in quel luogo ormai quasi  spopolato, dove è stata piantata la tenda della resistenza di chi ancora continua a sperare. Il racconto di Zijo Ribic a Skocic, villaggio rom di musulmani vicino a Zvornik, teatro di pulizia etnica a opera dei paramilitari cetnici ha l’oscura potenza di un horror. Abbiamo davanti un uomo che era un bambino al tempo di una mattanza dove ha perso tutta la sua numerosa famiglia insieme ad  altre famiglie rom del villaggio. E’ sopravvissuto da solo, fingendosi morto tra i loro cadaveri. L’odio porterebbe ad assomigliare agli aguzzini, conclude Zijo; per  questo non vuole odiare, ma continuare  a cercare giustizia. Zijo ama la vita. Il suo racconto fatto di sicuro mille volte in tante occasioni sgorga dalle sue parole e dai suoi occhi ed è essenziale essere lì a raccoglierlo, stringergli la mano e abbracciarlo come  riconoscimento di quella vita preziosa. Confida inoltre nel ritrovamento dei resti delle sue sorelle, per riunire tutta la sua famiglia nel piccolo cimitero rom. Il Memoriale di Srebrenica è un grandioso monumento che non può essere concepito a uso e consumo di una spettacolarizzazione. Enorme e in sinergia il lavoro di organizzazioni come Fond za humanitarno pravo di Belgrado che si batte contro il negazionismo del Paese e del governo, raccogliendo richieste di persone da ricercare, aggiornando elenchi che via via crescono di resti ritrovati o riconosciuti tramite analisi del dna dei parenti. Scorcio del cimitero nell’area del Memoriale con le classiche lapidi bianche dei musulmani Nella sede dell’organizzazione Djeluj.ba, il suo fondatore Nihad Suljic ci parla degli interventi con i ragazzi che transitano in Bosnia lungo la rotta balcanica. Incessante portatore di primi soccorsi a chi gli viene segnalato nelle più disparate situazioni di difficoltà, Nihad cerca di sopperire all’assenza istituzionale, coinvolgendo gruppi e singoli, soccorrendo i vivi e anche i morti. Il recupero dei corpi di chi perisce lungo la rotta, con le procedure di riconoscimento per una giusta restituzione alle famiglie richiede un lavoro intenso che per Nihad conosce poche soste. Rejha Avdic racconta a lungo di quegli assembramenti a Srebrenica alla sede degli olandesi che avevano promesso protezione, della separazione dalle figlie, del loro ritrovamento, della sparizione definitiva del marito. Rejha fa parte delle Donne in nero e racconta una vicenda fatta di disobbedienza, di non esecuzione di ordini, di coraggio che le ha permesso di ricomporre sia pur parzialmente la famiglia; ora si preoccupa  di prendersi cura dei figli di altre donne lontane, per rendere più umana la loro vita o più degna la loro morte. Anche Nihad e Rejha ci consegnano la responsabilità di non aver assistito come spettatori al dolore altrui. https://www.lungolarottabalcanica.it/ https://buongiornobosnia.blogspot.com/ *Il fiore di Srebrenica un piccolo fiore bianco con un centro verde con undici petali fatto dalle donne abilissime nel lavoro all’uncinetto: 11 luglio, bianco innocenza, verde speranza. Simbolo che colma un vuoto di conoscenza su un passato recente che ci riporta a mettere un tassello sul presente per contrastare l’oblio del prossimo futuro. Redazione Italia
July 5, 2026
Pressenza
La Rotta Balcanica: l’istituzionalizzazione della violenza nella governance europea delle frontiere
CAMILLA DELLA VIDA 1 Ogni giorno, la gestione delle migrazioni lungo la Rotta Balcanica continua a produrre violenze sistemiche che colpiscono le persone in movimento ben oltre il momento dell’attraversamento della frontiera. Migliaia di persone attraversano confini, boschi e campi informali nel tentativo di raggiungere un luogo sicuro, scontrandosi però con un sistema di controllo sempre più violento e militarizzato. In seguito agli arrivi su larga scala del 2015, i Balcani occidentali hanno progressivamente iniziato a funzionare come una zona cuscinetto, finalizzata a contenere e regolare i movimenti migratori prima che raggiungessero gli Stati membri dell’Unione Europea. Più che rimanere un corridoio umanitario temporaneo, la Rotta Balcanica è stata progressivamente incorporata all’interno del più ampio sistema europeo di governance delle frontiere esterne. Personalmente, ho lavorato due mesi in Serbia con l’organizzazione No Name Kitchen e ho avuto la possibilità di raccogliere testimonianze su come la violenza non si limiti al confine fisico, ma continui attraverso procedure arbitrarie, sospensione dei diritti, detenzioni illegali e produzione di irregolarità. Nel mio periodo a Sjenica, dove ho lavorato in un centro diurno che tutti i giorni accoglie i richiedenti asilo del campo, ho avuto la fortuna di conoscere K., un uomo siriano di 33 anni, che ha lasciato la Siria dopo che lui e la sua famiglia sono stati presi di mira dalle autorità locali. Ph: Camilla Della Vida – reception center di Bujanovac La sua storia mostra come la violenza di frontiera assuma l’aspetto di procedure opache, detenzione, precarietà giuridica e continua incertezza. Dopo essere passato dalla Turchia, dove racconta di aver subito discriminazioni a causa delle sue origini armene, è arrivato in Bulgaria attraversando il confine con un parapendio, ferendosi gravemente durante l’atterraggio. Dopo essere stato fermato dalla polizia bulgara, racconta di essere stato picchiato e detenuto per un mese in un centro dove, nonostante avesse chiesto asilo, veniva costantemente interrogato e scoraggiato dal proseguire la procedura. Una volta uscito dal centro, ha camminato fino in Serbia dove poi ha dovuto chiedere assistenza medica a causa di un forte dolore alle ginocchia. Oggi si trova ancora in attesa di una decisione sulla sua domanda d’asilo, lontano dalla sua famiglia e senza sapere quale direzione prenderà la sua vita nei prossimi mesi. Anche R., cittadino pakistano ed ex medico patologo, arrivato in Turchia legalmente con il visto, racconta di anni di detenzione amministrativa e criminalizzazione nel Paese. Dopo aver tentato di raggiungere la Grecia con la moglie incinta, è stato accusato più volte di essere uno smuggler – un trafficante di esseri umani – detenuto per mesi e sottoposto a continui obblighi di firma, pur non essendo mai stato condannato. La sua famiglia è stata progressivamente separata a causa delle politiche migratorie: la moglie e i figli vivono oggi a Cipro in condizioni precarie, mentre lui si trova in Serbia dopo aver attraversato Turchia e Bulgaria a piedi insieme ad altre persone in movimento. «Don’t trust smugglers, come legally, so you will not suffer like me», racconta. Eppure, per molte persone, le vie legali rimangono inaccessibili. Durante la cosiddetta “lunga estate delle migrazioni” del 2015, la Rotta Balcanica operava come un corridoio relativamente aperto che permetteva a un gran numero di migranti e rifugiati di muoversi verso l’Europa occidentale e settentrionale. Questa temporanea apertura è stata rapidamente sostituita da politiche di transito sempre più restrittive. Dopo la Dichiarazione UE-Turchia del 2016, la costruzione di barriere, la chiusura delle frontiere e l’intensificazione delle misure securitarie hanno contribuito al consolidamento di strategie di contenimento lungo la Rotta. Questi sviluppi hanno avuto un ruolo importante nella graduale normalizzazione dei pushback, in quanto l’UE ha iniziato ad affidarsi sempre più ai Paesi dei Balcani occidentali per svolgere funzioni di controllo delle frontiere e gestione delle procedure d’asilo, spostando di fatto parte della governance migratoria al di fuori dei propri confini territoriali formali. Ph: Camilla Della Vida – distribuzione di acqua e cibo Il termine pushback si riferisce generalmente al respingimento informale e illegale di persone oltre frontiera, senza accesso alle procedure d’asilo o alle garanzie legali previste. Tali pratiche rappresentano violazioni del diritto nazionale, europeo e internazionale, inclusi il divieto di espulsioni collettive, il principio di non-refoulement e il diritto di chiedere asilo. Ulteriori pratiche frequentemente documentate, come la detenzione arbitraria, la violenza fisica e le umiliazioni, configurano trattamenti inumani o degradanti e lasciano conseguenze fisiche e psicologiche durature. Quella che inizialmente veniva presentata come una risposta eccezionale si è gradualmente trasformata in una pratica ordinaria, portata avanti dalle autorità di frontiera lungo la Rotta Balcanica, creando un effetto a catena in cui le persone vengono respinte ripetutamente attraverso diversi confini. Piuttosto che impedire efficacemente le migrazioni, queste pratiche costringono spesso le persone a cercare percorsi alternativi e più pericolosi, aumentando il rischio di ferite, traumi e morte. Allo stesso tempo, questi meccanismi contribuiscono alla produzione dell’irregolarità, rendendo le persone migranti più vulnerabili all’esclusione e all’espulsione nel più ampio quadro della governance migratoria. Numerosi report prodotti da organizzazioni internazionali, ONG e reti di monitoraggio hanno documentato il carattere sistematico di queste pratiche. Le testimonianze raccolte dai migranti descrivono frequentemente schemi ricorrenti di espulsioni e violenze, suggerendo che tali pratiche non possano essere comprese come eventi isolati, ma piuttosto come elementi di un più ampio sistema di gestione delle frontiere. La progressiva fortificazione e securitizzazione delle frontiere europee è stata accompagnata da un aumento dei respingimenti violenti nei confronti delle persone in transito, soprattutto dopo il luglio 2016 2. La cosiddetta “Regola degli 8 km”, introdotta dall’Ungheria, autorizzava la polizia a ricondurre oltre il confine chiunque venisse intercettato entro 8 km dalla frontiera. Inoltre, a queste persone veniva impedito di presentare domanda d’asilo, aggirando di fatto le garanzie legali previste 3. Nel 2020 questa pratica è stata duramente condannata dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea, poiché viola il principio di non-respingimento. Dopo anni di mancato rispetto della sentenza del 2020, nel giugno 2024 la CGUE ha imposto all’Ungheria una multa di 200 milioni di euro e una penalità giornaliera di 1 milione di euro. Nell’aprile 2026, l’importo complessivo dovuto dall’Ungheria è stimato intorno a 800 milioni di euro. Dopo le elezioni dell’aprile 2026, Péter Magyar ha espresso la volontà di fermare le sanzioni quotidiane, senza però manifestare l’intenzione di rispettare maggiormente i diritti umani; al contrario, il nuovo governo sembra intenzionato a mantenere una linea rigida sulle migrazioni e a conservare la barriera di confine. L’esperienza delle persone in movimento lungo la Rotta Balcanica mostra inoltre come la violenza non si manifesti soltanto attraverso i pushback o le violenze fisiche dirette, ma finisca spesso per essere incorporata negli stessi sistemi di asilo e accoglienza. Molte persone, dopo essere state fermate dalla polizia, raccontano di essere state trattenute illegalmente per giorni in garage o strutture informali prima di essere trasferite nei campi, spesso senza accesso ad acqua o cibo. Altre si trovano invece intrappolate nella lentezza delle procedure istituzionali e nell’incertezza costante legata alla propria situazione giuridica. Nel frattempo, la Commissione Libertà Civili del Parlamento Europeo ha raggiunto un accordo sulla proposta della Commissione relativa alle nuove regole sui rimpatri, conosciuta come Return Regulation. Approfondimenti/Regolamenti UE/Confini e frontiere PER LA DESTRA EUROPEA, LA REMIGRAZIONE È INIZIATA Il voto in plenaria conferma l’approvazione del Regolamento Deportazioni del Parlamento UE 14 Aprile 2026 Si tratta di una riforma che contribuisce a delineare una nuova politica europea delle deportazioni, destinata con ogni probabilità a produrre una maggiore criminalizzazione delle persone migranti, raid nelle comunità e la creazione di centri detentivi in paesi extra-UE, definiti dall’UE come “return hubs”. In queste strutture, le persone deportate dal territorio europeo rischiano di essere esposte ad abusi e violazioni dei diritti umani. Le modifiche più recenti riguardanti i cosiddetti “Paesi sicuri” si inseriscono nel più ampio Patto Europeo su Asilo e Migrazione, adottato nel 2024 e che entrerà in vigore a giugno 2026. Uno degli elementi centrali del Patto, l’Asylum Procedure Regulation (APR), punta ad accelerare l’esame delle domande di asilo all’interno dell’UE. Il regolamento introduce una lista comune dei cosiddetti “Paesi di origine sicuri” (Safe Countries of Origin, SCO) e modifica il funzionamento dei “paesi terzi sicuri” (Safe Third Countries, STC) 4. Questi cambiamenti rischiano però di avere conseguenze molto concrete sulla vita delle persone richiedenti asilo. Procedure accelerate e criteri sempre più restrittivi aumentano il rischio di decisioni superficiali o arbitrarie, soprattutto nei confronti di persone che hanno già vissuto esperienze traumatiche. Persone in condizioni di vulnerabilità o appartenenti a gruppi marginalizzati potrebbero essere rimandate in paesi dove la loro sicurezza non è garantita o finire in luoghi in cui diritti e dignità non vengono realmente tutelati. Si tratta di misure che incidono direttamente sulla vita di adulti e bambini già costretti a lasciare le proprie case a causa dell’aumento delle disuguaglianze globali, dei conflitti e delle violenze che popolano il mondo di oggi. Lungo la Rotta Balcanica, la violenza non appare più come un’eccezione, ma come una componente strutturale della governance migratoria europea. Dai pushback alle deportazioni accelerate, fino agli ostacoli nell’accesso all’asilo, emerge un sistema sempre più orientato alla deterrenza e alla criminalizzazione delle persone migranti piuttosto che alla tutela dei loro diritti. 1. Laureanda presso la triennale di Philosophy, International and Economic Studies dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, mi occupo di migrazioni, diritti umani e violenza alle frontiere. Ho collaborato con No Name Kitchen come Communication Focal Point a Trieste e Protection Focal Point in Serbia, occupandomi di monitoraggio dei diritti umani, raccolta di testimonianze e documentazione delle violazioni lungo la Rotta Balcanica. ↩︎ 2. “Introduction to Context”, Border Violence Monitoring Network, n.d. ↩︎ 3. “Access to the territory and pushbacks, Asylum Information Database”, 19 Maggio 2026 ↩︎ 4. “What do the latest decisions on “safe countries” and returns mean for people on the move?” – International Rescue Committee (IRC), 9 Marzo 2026 ↩︎
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