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“Sport per la Legalità”: un campus in Sicilia, una classe disagiata in Lombardia e un obiettivo non dichiarato
Il documento Con nota prot. n. 38584 del 20 luglio 2026, l’Ufficio Scolastico Regionale per la Lombardia ha diramato alle istituzioni scolastiche di secondo grado l’avviso per le candidature al progetto “Sport per la Legalità“. L’iniziativa nasce da un accordo di collaborazione tra Regione Lombardia, USR Lombardia e Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, approvato dalla Giunta Regionale con DGR n. XII/6193 del 25 maggio 2026 e formalizzato con l’accordo prot. n. 37488 del 13 luglio 2026. Il progetto prevede un “Campus” di sei giorni (12-17 ottobre 2026) presso il Centro Sportivo della Polizia Penitenziaria di San Pietro Clarenza (CT), in modalità “live in”, rivolto a una singola classe (massimo 25-27 studenti, accompagnati da 2 docenti) di un istituto lombardo di secondo grado. Gli studenti e le studentesse selezionate praticheranno diverse discipline sportive sotto la guida di atlete e atleti del Gruppo Sportivo, alternando lezioni teoriche (nutrizione sportiva, psicologia dello sport, inclusione, più un ecc. di cui non si conosce il contenuto) a pratica “sul campo”. La selezione della classe partecipante avviene tramite una Commissione Giudicatrice che valuta prioritariamente situazioni di disagio sociale e culturale certificate dalla scuola, oltre alla partecipazione pregressa ai Giochi della Gioventù. Il progetto è dichiarato gratuito per l’istituto scolastico. Il testo si apre richiamando il ruolo della scuola come “baluardo fondamentale nella prevenzione sociale del disagio giovanile” e “centro di promozione culturale, relazionale e di cittadinanza attiva“, capace di fornire “gli strumenti idonei per una lettura critica della realtà“. È a partire da questa premessa dichiarata, messa a confronto con il dispositivo concreto proposto, che l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università sviluppa le osservazioni seguenti. 1. Il monopolio securitario sull’eccellenza sportiva italiana Il Centro Sportivo di San Pietro Clarenza ospita atlete e atleti del Gruppo Sportivo Fiamme Azzurre, sezione sportiva del Corpo di Polizia Penitenziaria, costituita con decreto ministeriale del 25 luglio 1983 su iniziativa del magistrato Raffaele Condemi e del campione olimpico Pietro Mennea. Il gruppo conta oggi atlete e atleti di alto livello impegnati in oltre venti discipline, con un consistente medagliere internazionale e paralimpico. L’accesso al gruppo avviene tramite concorso pubblico riservato a sportivi di alto livello, che assicura loro un impiego stabile presso il Corpo, strutture di allenamento e tempo dedicato alla preparazione agonistica. Questo modello non è un’eccezione isolata, ma la regola nel sistema sportivo italiano d’élite. Accanto alle Fiamme Azzurre della Polizia Penitenziaria operano le Fiamme Oro (Polizia di Stato), le Fiamme Gialle (Guardia di Finanza), i gruppi sportivi di Esercito, Aeronautica, Marina, Carabinieri e Vigili del Fuoco. Per la maggior parte delle discipline olimpiche non professionistiche, il sostentamento economico dell’atleta italiano passa attraverso l’arruolamento in un corpo armato o di polizia, in assenza di un sistema strutturato di borse di studio, sponsorizzazioni private o modelli universitari alternativi come quelli in uso in altri contesti nazionali. Ne consegue che qualunque istituzione — anche una scuola — che intenda offrire ai propri studenti un “modello di eccellenza sportiva” si trova strutturalmente reindirizzata verso un’offerta incardinata in un corpo di polizia. La circolare USR Lombardia, in questo senso, rende visibile una condizione sistemica: in Italia, allo stato attuale, l’accesso a un contesto di alto livello sportivo tende a coincidere con l’appartenenza a un’istituzione armata. 2. L’incongruenza tra target dichiarato e dispositivo proposto Il testo della circolare dichiara un obiettivo di prevenzione del disagio giovanile attraverso “occasioni sistemiche di formazione” continuative. Il dispositivo concreto che viene proposto presenta, tuttavia, caratteristiche difficilmente compatibili con questa premessa: Continuità vs evento singolo: il Campus dura sei giorni, si svolge in trasferta e non risulta ripetibile nel corso dell’anno scolastico per la stessa classe. Il testo parla di “sistema”, ma  lo strumento proposto è un evento isolato. Distanza tra il contesto del disagio e la sede dell’intervento: la classe è selezionata sulla base di un disagio sociale e culturale radicato nel territorio lombardo. L’intervento si svolge però in una struttura di polizia in provincia di Catania, senza che il documento espliciti alcun nesso tra il contesto di provenienza degli studenti e la sede scelta. Nessun elemento del testo lega la scelta geografica a una specificità del progetto che non potrebbe essere replicata sul territorio di residenza. Assenza di un obiettivo pedagogico verificabile: La circolare elenca contenuti (nutrizione sportiva, sport e inclusione, psicologia dello sport, più un ecc. indefinito) ma non formula un obiettivo misurabile. Non si tratta di un percorso di orientamento professionale dichiarato — il testo non menziona in alcun punto la carriera nel Corpo come sbocco — né di un’educazione alla legalità in senso tecnico-giuridico, né di un programma sportivo continuativo. La formula “modello di organizzazione virtuosa e moltiplicatrice di valori” resta un enunciato  privo di traduzione operativa o di indicatori di verifica. Assenza di dati di costo e di impatto: il progetto è dichiarato gratuito per la scuola, ma il testo non fornisce alcuna indicazione sul costo complessivo dell’operazione — trasporto, vitto e alloggio per 25-27 studenti e 2 docenti per sei giorni, impiego di personale della Polizia Penitenziaria — né una previsione di valutazione d’impatto sul target dichiarato. Questa assenza è essa stessa un dato documentabile: la circolare non consente di stimare né il costo reale dell’iniziativa né la sua efficacia attesa né tantomeno a carico di chi sono i costi. 3. A chi va, effettivamente, la competenza sportiva accumulata in questi corpi Se l’obiettivo dichiarato riguardasse realmente la prevenzione del disagio attraverso lo sport, esisterebbe un termine di paragone naturale, interno allo stesso sistema penitenziario: l’impiego della professionalità delle atlete e degli atleti del Gruppo Sportivo Fiamme Azzurre a beneficio della popolazione detenuta. Questo canale esiste. Un protocollo d’intesa tra il DAP e la società pubblica Sport e Salute S.p.A. — sottoscritto nel 2021 dal Vice Capo del Dipartimento Roberto Tartaglia e dal Presidente di Sport e Salute Vito Cozzoli, e successivamente confluito in un nuovo protocollo tra Ministero della Giustizia e Ministro per lo Sport e i Giovani del 9 aprile 2024 — impegna l’amministrazione a implementare l’offerta trattamentale sportiva rivolta ai detenuti, individuando persone detenute disponibili a collaborare volontariamente (ai sensi dell’art. 21 dell’Ordinamento Penitenziario) e impiegando a tal fine il personale tecnico del Gruppo Sportivo Fiamme Azzurre. Il protocollo del 2024 prevede inoltre l’attivazione di percorsi di formazione rivolti al personale sportivo, “sempre nell’ottica di un reinserimento sociale, per gli stessi detenuti adulti, minorenni e giovani adulti”. A livello ministeriale, il progetto “Sport di tutti – Carceri”, promosso dal Dipartimento per lo Sport in continuità dal 2024, si inserisce nello stesso protocollo tra Dipartimento per lo Sport, DAP e Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità, con l’obiettivo dichiarato di supportare associazioni e società sportive dilettantistiche ed enti del terzo settore per facilitare il recupero dei detenuti attraverso lo sport quale strumento educativo e di prevenzione del disagio sociale. Di questo canale, tuttavia, non vi è traccia nel progetto oggetto della circolare USR Lombardia: gli studenti coinvolti non incontrano persone detenute, non entrano in un istituto di pena, non assistono ad alcun percorso di reinserimento. Il “campo” resta quello sportivo del Centro Fiamme Azzurre — non quello penitenziario. Va inoltre rilevato un limite strutturale che riguarda il canale rivolto ai detenuti stesso: non esiste, allo stato attuale, un dato ufficiale sul numero di persone detenute effettivamente coinvolte in attività sportive.  Il rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione lo dichiara esplicitamente, definendo non ricostruibile un’analisi quantitativa della partecipazione sportiva in carcere, poiché i soli riferimenti disponibili sono aggregati statistici DAP che raramente specificano numeri per singola attività. Lo stesso rapporto segnala che, su 86 istituti visitati dall’Osservatorio, 22 risultano privi di spazi idonei alla pratica sportiva, e che la programmazione resta demandata alla capacità di ciascun istituto di costruire partnership locali, in assenza di prescrizioni esplicite su spazi o attrezzature. Il contrasto con altre voci del “trattamento” penitenziario è netto: per l’anno scolastico 2024/2025 il DAP rende noto un dato di 19.391 detenuti coinvolti in percorsi di istruzione di primo e secondo grado; per il 2025, 18.004 detenuti su 21.354 impegnati in attività lavorative alle dipendenze dell’amministrazione; 4.276 corsisti nei percorsi di formazione professionale. Lo sport resta l’unica voce del trattamento per cui il DAP non pubblica un dato comparabile di partecipazione. L’interlocutore scelto e l’assenza dell’alternativa territoriale Resta un’ultima domanda, che il testo della circolare non permette di sciogliere: perché l’interlocutore individuato per un intervento sul disagio sociale e culturale è specificamente la Polizia Penitenziaria, e non uno dei molti soggetti sportivi o educativi — società sportive dilettantistiche, CONI territoriale, enti del terzo settore, reti scolastiche locali — attivi sul territorio lombardo di provenienza degli studenti? La circolare non fornisce alcun criterio che giustifichi questa scelta specifica rispetto ad altre astrattamente disponibili: non emerge, dal testo, per quale ragione l’incontro con atlete e atleti di eccellenza debba avvenire necessariamente all’interno di una struttura del Corpo di Polizia Penitenziaria, piuttosto che, ad esempio, in un contesto sportivo civile di pari livello. A questa domanda se ne affianca una seconda, altrettanto priva di risposta nel documento: cosa viene proposto a questi stessi ragazzi, nel loro territorio di residenza, in termini di intervento continuativo sul disagio dichiarato come criterio di selezione? La circolare non menziona alcuna proposta strutturata — sportiva, educativa o sociale — che accompagni il rientro della classe dopo l’esperienza dei sei giorni in Sicilia, né alcun raccordo con servizi, associazioni o presidi già operanti sul territorio lombardo. Il Campus si presenta così come un episodio isolato, non ancorato a un prima né a un dopo: la scuola avanza la candidatura, la Commissione seleziona, gli studenti partono e tornano, senza che il testo preveda alcuna continuità né alcuna verifica di quanto accade una volta esaurita l’esperienza. Se il disagio sociale e culturale è il criterio di ammissione al progetto, la sua assenza di trattamento nel “durante” e nel “dopo” locale resta il vuoto più significativo dell’intero impianto. I tre elementi qui ricostruiti si compongono in un quadro coerente. Il progetto “Sport per la Legalità” mobilita una risorsa — l’eccellenza sportiva del Gruppo Fiamme Azzurre — che nel sistema sportivo italiano è per definizione incardinata in un corpo di polizia, e la indirizza verso un pubblico selezionato per fragilità sociale, sottraendola a un possibile impiego nei confronti della popolazione detenuta, per il quale esiste un canale istituzionale riconosciuto ma di dimensione ed esito non misurabili. Al tempo stesso, la circolare non definisce, in alcun punto del testo, quale sia l’obiettivo pedagogico verificabile dell’esperienza proposta agli studenti, né i suoi costi, né i criteri di valutazione del risultato. Ne risulta un dispositivo che si presenta nel linguaggio della prevenzione del disagio, ma che nella sua articolazione concreta assomiglia più a un’esperienza di socializzazione al corpo — in senso letterale e istituzionale — della Polizia Penitenziaria, che a un intervento strutturato sul disagio sociale e culturale dichiarato come criterio di selezione. *Fonte primaria: nota USR Lombardia prot. n. 38584 del 20 luglio 2026, “Progetto Regionale Sport per la Legalità”.* Silvia Delitala, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle universtià -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! 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Sport e Militarizzazione: nuove generazioni giocano alla guerra con la Ginnastica Dinamica Militare
«In uno stato non funzioneranno le leggi se non vige la paura, né si comanda un esercito, senza lo schermo del timore e del rispetto. Anche se si fa un fisico gagliardo, l’uomo deve pensare che una colpa anche piccola può buttarlo giù». Sofocle «La macchina della fama conferisce celebrità attraverso una conflagrazione così potente da non lasciare alcuna possibilità di sopravvivenza». Don Delillo Ci siamo occupati più volte negli articoli dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università della relazione fra le attività motorie, ludiche, sportive, per grandi e piccini e la vocazione alla guerra: bambini, bambine e giovani precocemente addestrati alla disciplina del corpo, semplice involucro da esibire quando occorre manifestare prontezza e resistenza, due fra le soft skills che si devono insegnare, esercitare e valutare a scuola, in tutti gli ordini e gradi (clicca qui; oppure qui). La tragedia di Sofocle ruota intorno alla vicenda di Aiace che – vinta Troia a fianco degli Achei – perde la gara con Ulisse per l’assegnazione delle armi di Achille. Tanto è lo sdegno, il dolore per la fama non conseguita che si darà la morte. La guerra fa questo effetto, ieri come oggi, su chi crede di farne un luogo di eroismo personale. Ma della citazione, per stare in argomento, mi colpiscono il richiamo alla gagliardia di poca durata e al desiderio di fama.  Uno sguardo ai tre video tratti da Tik Tok (Tik Tok influencer e ginnastica dinamica militare) mette in luce che il tema sono le virtù della ginnastica, in stile marines. Ma non vengono trascurarti neanche i capi d’abbigliamento adatti alla palestra e al campo militarizzati. Il social network cinese, attivissimo dal 2018, mostra le pagine associate a due nomi femminili, Camilla Bocci e Giulia Iarpini, nome e cognome, se non sono fasulli ma, forse i seguaci li credono autentici, e può essere. Il narcisismo da social è fenomeno noto. Insomma, non si tratta di andare in palestra a sudare in vista del costume da bagno, per ottenere un fisico come quello della modella che sfoggia le magliette e le calzamaglie indispensabili per ben figurare. Qui il gioco si fa duro. Gli istruttori sono paramilitari? Forse. Negli articoli citati più su, già pubblicati dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, i curricula degli istruttori davano contezza di uomini e donne già provati nelle guerre, sui tanti scenari in cui operavano le truppe di intermediazione ONU (le guerre giuste!), come mercenari e contractors. Qui, in Tik Tok, tutto sembra allegro, bonario, ci si diverte un sacco, come ci comunica il sorriso di una delle blogger. Sono pagine con centinaia di migliaia di followers (i seguaci, appunto), così ho pensato alla citazione contenuta in uno dei saggi del testo di Don Delillo, Nelle rovine del futuro (Napoli 2022). Rovine di guerra, rovine ambientali, rovine personali. Perché di desiderio di fama si muore. Meno tragicamente, sparisci dal web se non mantieni attiva quotidianamente la tua pagina social, se non compiaci i tuoi followers, se non fai pubblicità esplicita e implicita a quanto sta sul mercato, basta un niente, e la macchina della fama si arresta. Certo, nei casi citati a sostenere questi baracconi pseudo-sportivi ci pensa il mercato e, purtroppo anche alcune scuole, dove insegnanti e dirigenti non sono per nulla attenti agli scopi educativi altissimi che le istituzioni scolastiche dovrebbero onorare. Tutto diventa propaganda pro-militarizzazione delle coscienze, tutto si compra e si vende: due capi annodati. La Adidas ha utilizzato, per pubblicizzare un suo marchio, la danza Maori, Haka, esibita prima delle partite di rugby. Un modo per intimidire, far tremare le gambe alla squadra avversaria, come danza di guerra. Peccato che presso i polinesiani avesse altre funzioni, ma tant’è, è gagliarda e i fisici dei giocatori che mostrano la lingua e si battono le cosce, sono impressionanti macchine muscolari.   Ritorno a Sofocle. La paura come veicolo dell’obbedienza alle leggi dello stato e come rispetto degli ordini in un esercito, sono la garanzia del buon funzionamento del primo e del secondo. Basta dare un’occhiata a decreti sulla sicurezza che piovono su di noi da un parlamento inerte, firmati da un presidente della Repubblica che rischia di mantenere nel futuro una fama sinistra, come quella del Governo attuale. Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. 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Sport in Palestina: il possibile per non soffocare
LO SPORT, DAL CALCIO ALL’ARRAMPICATA, IN PALESTINA È DIVENTATO DA TEMPO UN MEZZO PER RESISTERE E CREARE SENSO DI COLLETTIVITÀ. LA REPRESSIONE IN CORSO DAL 2023 È DURISSIMA, TRA UCCISIONI, MENOMAZIONI E ARRESTI DI ATLETI, MENTRE MOLTE INFRASTRUTTURE SONO STATE DISTRUTTE O RICONVERTITE IN CENTRI DI DETENZIONE. DELEUZE E GUATTARI IN IL MAGGIO ‘68 NON HA AVUTO LUOGO USANO L’ESPRESSIONE “DEL POSSIBILE SENNÒ SOFFOCO. LO SPORT IN PALESTINA È QUEL POSSIBILE pixabay.com -------------------------------------------------------------------------------- In Mille Piani, Deleuze e Guattari scrivono che tutto è politico.1 Le attività sportive non fanno eccezione. Al contrario, lo sport è profondamente politico e questa sua dimensione viene sfruttata in modo differente dai diversi agenti sociali. Nei sistemi capitalisti, lo sport, il calcio in particolare, rappresenta una componente importante negli ingranaggi economici, venendo catturato nel processo di accumulazione del capitale. Tuttavia, al di là di questa funzione economica, lo sport contribuisce alla costruzione dell’identità nazionale, ruolo che assume a partire dall’Ottocento con il delinearsi e affermarsi degli Stati moderni. In Italia, per esempio, l’attività sportiva comincia ad essere sistematicamente sfruttata a fini nazionalistici a partire dal Risorgimento.2 Questo legame tra sport e identità nazionale può però produrre effetti molto diversi. Se da un lato permette alle popolazioni di legittimarsi e rafforzare la propria immagine a livello internazionale, dall’altro può sfociare tanto in processi di dominazione ed esclusione quanto configurarsi come strumento di lotta e resistenza contro la dominazione. Un chiaro esempio di quest’ultima dimensione è rappresentato dal ruolo che popolazioni africane hanno attribuito al calcio in epoca post-coloniale. Il calcio è diventato in questo contesto, non solo un mezzo per creare senso di collettività, ma anche e soprattutto un mezzo per plasmare e consolidare la propria identità nazionale, sollevando allo stesso tempo questioni importanti legate alla loro storia e memoria culturale. Questa dinamica di decolonizzazione e di affermazione della propria identità attraverso il calcio, o più in generale lo sport, è osservabile anche in Palestina, dove l’attività sportiva è intimamente legata alla resistenza del popolo palestinese. Attraverso lo sport, i palestinesi, non solo rafforzano il loro senso di comunità, ma trovano, come suggerisce Giulia Fabrizi in More than a Game: Sport, Identity and Resistance in Palestine, l’unica arena in cui possano effettivamente esprimersi come collettività riconosciuta a tutti gli effetti.3 Emblematica è la partecipazione dal 1996 di atleti palestinesi ai Giochi Olimpici. Tuttavia, è bene non cadere in facili semplificazioni. Se è vero che gli atleti palestinesi hanno avuto accesso ad alcuni eventi sportivi di rilievo come possono essere i Giochi Olimpici, o la loro affiliazione alla FIFA dal 1998, la situazione in cui versano è di totale marginalizzazione su scala globale. Questo è chiaramente testimoniato dal fatto che la Palestina non è ancora stata riconosciuta da tutti gli Stati nonché dalla diffusa indifferenza, soprattutto a livello istituzionale, nei confronti delle violenze sistematiche che ne subisce il suo popolo. Gli atleti palestinesi, inoltre, restano esclusi dalla maggior parte delle manifestazioni sportive e fanno fronte a grandi difficoltà per allenarsi o semplicemente muoversi nei territori a causa delle restrizioni imposte dall’occupazione. A ciò, si aggiunge il fatto che sono bersaglio di una durissima repressione. Non a caso, numerosi studiosi parlano di un atleticidio definito da Derek Silva et al. come “l’annientamento del settore sportivo mediante l’uccisione, la menomazione, l’arresto o la detenzione di atleti, allenatori, personale legato al settore sportivo, ufficiali di gara e dirigenti, nonché la distruzione delle infrastrutture sportive e della sua storia”4. Secondo la Palestinian Sports Media Union, dall’ottobre 2023 al luglio 2026, si contano più di mille atleti e giovani palestinesi appartenenti ad associazioni sportive uccisi nella sola Striscia di Gaza.5 Di questi 567 erano giocatori di calcio,6 ultimi dei quali Saleem al-Ashqar, ucciso il 29 giugno scorso mentre cercava una bombola per cucinare ad Al-Qarara, e Fadi Hamdallah al-Nassan, giocatore 17enne della nazionale, ucciso l’11 luglio in Cisgiordania. Già in seguito alla morte di Salem di Saleem al-Ashqar, le reazioni sono state molto forti e numerose voci hanno chiesto, ancora una volta, l’esclusione della IFA (Israel Football Association) dalla FIFA. Nello stesso arco di tempo, le infrastrutture sportive danneggiate sono state circa 280; molte – come spiega l’allenatore della nazionale di calcio Ihab Abu Jazar – sono state riconvertite in centri di detenzione per prigionieri palestinesi.7 Il calcio rimane sicuramente lo sport più popolare ma, negli ultimi anni, soprattutto in Cisgiordania, l’arrampicata sta assumendo un ruolo sempre più rilevante configurandosi come spazio di resistenza politica. L’arrampicata, così come le altre discipline sportive praticate in Palestina, permette di fare comunità, di socializzare e affrontare insieme le restrizioni e i soprusi quotidiani, di emancipare il proprio corpo e liberare la mente. Tuttavia, dal momento che è praticata all’aria aperta e a diretto contatto con la natura e quindi con il territorio, offre la possibilità di riappropriarsi della propria terra e di riconnettersi profondamente a essa. L’arrampicata acquisisce così un valore simbolico e politico particolarmente speciale, rendendo ancora più evidente il ruolo dello sport come strumento di liberazione e resistenza. Deleuze e Guattari in Il Maggio ‘68 non ha avuto luogo usano l’espressione “del possibile sennò soffoco”8. Lo sport in Palestina può essere visto come quel possibile, come quel soffio di vita che può dare speranza in un mondo soffocante per rendere il presente più sopportabile. -------------------------------------------------------------------------------- 1 Deleuze, Gilles, Félix Guattari, Capitalisme et Schizophrénie: Mille Plateaux, 2 vols (Paris: Éditions de Minuit, 1980), II, p. 260 2 Pivato Stefano, Identità sportiva e identità nazionale, Mélanges de l’École française de Rome. Italie et Méditerranée, 1997, vol. 109, n°1, pp. 277-284 3 Giulia Fabrizi, More than a Game: Sport, Identity and Resistance in Palestine, ISPI 4 “the obliteration of athletics through the killing, disabling, arrest, or detention of athletes, coaches, staff, officials, and administrators and the destruction of athletic infrastructure and history’ (Derek Silva et al., ‘Settler Colonialism–Genocide–Athleticide: The Destruction of Sport in Occupied Palestine”, Journal of Sociology, vol. 43, n°2, https://journals.humankinetics.com/view/journals/ssj/43/2/article-p221.xml 5 Palestine Observatory, “928 Athletes were killed by Israeli Occupation Forces in Gaza“, 7 luglio 2026 6 Sofia Sheera, “Fifa Does Nothing After Israeli Forces Shoot and Kill Palestinian Goalkeeper“, 3 luglio 2026, Novara Media 7 Ihab Abu Jazar in un intervita di Francesco Pietrella, “Il ct della Palestina: ‘Il mio vice ucciso mentre consegnava aiuti, anche l telefono ci fa paura’“, Gazzetta dello Sport, 8 settembre 2025 8 Du possible, sinon j’étouffe (Gilles Deleuze, Félix Guattari, “Mai 68 n’a pas eu lieu”, Chimère, 2007, vol. 2, n°64, https://shs.cairn.info/revue-chimeres-2007-2-page-23?lang=fr&tab=cites-par -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Sport in Palestina: il possibile per non soffocare proviene da Comune-info.
July 22, 2026
Comune-info
Sport e ideologia militarista: il lato nascosto dell’addestramento infantile
Virtù indica il bene in senso morale e spirituale, ma è significativo che questa parola derivi etimologicamente dal latino vir, “maschio”. Nelle comunità tradizionali la virtù che davvero contava doveva essere essenzialmente la forza fisica del maschio, il suo carattere indomito e virile, che evidentemente veniva percepito come la migliore garanzia di poter avere la meglio sul nemico. Anche la parola eroe ha a che fare con la medesima famiglia semantica (attraverso il greco héros, “prode, forte in guerra, combattente”) Davide Borrelli. La segnalazione che commento, giunta all’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università con un video pubblicato su Facebook, riguarda un campo di allenamento sportivo, paramilitare – legendary strenght revealed  – organizzato a Rettorgole, frazione di Caldogno, in provincia di Vicenza. Siamo nel Nord, lavoratore e produttivo, terreno di coltura della vecchia Lega, del suo pervicace separatismo, a cui la legge n.86/2024, a firma del ministro Roberto Calderoli, ha dato corpo, mentre si diffonde – in forma pressoché clandestina – l’ennesimo testo di preintesa Stato-Regioni. Ricordo spesso questo aspetto perché la mentalità autonomista si coltiva anche con quella ristrettezza di pensiero a cui abitua la competizione sportiva, unita a stretto vincolo con il culturismo, con il vigore fisico indispensabile al guerriero. Addestramento che è anche consuetudine alla obbedienza al comando, la performance come risposta efficace a quel che – nella rigida scala gerarchica – viene chiesto al sottoposto, senza che l’ordine si possa giudicare e mettere in dubbio. La postura tipica del coach (come è obbligo oggi chiamare la tizia o il tizio che in palestra ti fanno sudare), non solo del superiore graduato, è la messa in mostra, come modello, del proprio fisico e l’urlo come interlocuzione. Nel video un gruppo di bambini, forse appena preadolescenti, è schierato in riga davanti a un addestratore che urla l’ordine, un monito di buona retorica militare, “Compagnia?”, a cui i ragazzini rispondono – chiaro e forte come nei film sui marines – “Commando!!” (due emme!), controrisposta “Grandiosi“, e avvio dell’attività a colpi di fischietto. Tutto questo agitarsi di corpi fra ostacoli, salti, corse, è accompagnato da una musica epica, ad alta energia, come si è detto più su. La fonte è un sito dedicato, “Cinematic Sourse“, brutte copie, algoritmico-intelligenti, di Vangelis, nel canone delle colonne sonore, fin da Momenti di Gloria del 1981, o delle tracce che accompagnano le gesta di Arnold Schwarzenegger in Comando (1985), guarda il caso.   Musica e lotta audace sono ormai cultura popolare. Lo mostrano due serie di cartoni animati molto viste da grandi e piccini, i Simpson e quella coreana Saya Boys. Gruppi musicali in stile militare per i quali la musica è solo un’occasione di scontro con altre formazioni. Boy-Baby Band, nel primo caso protagonista Bart, nel secondo Jinu, demone che eccitando il suo pubblico ne cattura l’energia. Insomma, si tratta sempre di conflitti all’ultima nota, per i Leoni (Saya), anche di incantesimi e rituali di morte. Ma vengo a chi governa tutto questo dispiegamento di energia combattente, in mimetica, rivolta a giovani futuri eroi. A Roma ha la sua sede l’ENDAS (Ente Nazionale Democratico di Azione Sociale e Sportiva), scudo con un’onda gialla che porta la testa di un’aquila, guarda il caso (https://www.endas.it/area-istituzionale/la-nostra-storia/). Associazione sportiva riconosciuta dal CONI, nasce nel 1949 a scopi sociali e democratici (sic) visto che, finito il fascismo delle adunate domenicali e delle esercitazioni ginniche, occorre occupare il campo. Ma prima, nel 1946, venne fondato il suo antesignano, il M.A.S (Movimento di Azione Sociale) che, leggiamo sul sito dell’ENDAS, intendeva l’attività sportivo-sociale o social-sportiva come via della redenzione (sic) dopo l’oscurantismo del Ventennio. Oggi, bambini, adolescenti, adulti, più che redenti dalle colpe dei padri, e forse da quelle dei partigiani, devono crescere nella convinzione che è meglio rispondere affermativamente al comando, preparare fisico e mente per la difesa totale del suolo patrio. Allo scopo servono buone dosi di competizione, di crediti meritevoli in qualunque modo conseguiti, di resilienza, di reattività al rischio, competenze a cui educa la scuola di Valditara. Ma serve anche lo sport, attività di vario tipo che ormai, fosse anche nel campetto parrocchiale, svolgono tutte le creature piccole e giovani. Intrattenimento e divertimento – ci dicono- attivo e passivo (il tifoso) diventato industria dei corpi, corpi a cui la televisione, i media, le aziende che producono divise e oggetti sportivi, chiedono di andare sempre oltre il limite fisico, grazie a dosi di  sostanze chimiche (i controlli anti-doping spesso non conseguono risultati) e di allenamenti intensivi. E succede che un tennista super titolato svenga per il caldo o che giovani calciatori muoiano sul campo per infarto. Come scrive il sociologo in esergo, la virtù richiede sacrificio, i soldati in guerra se lo sentono ripetere fin dall’assedio di Troia.    Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
SPORT E BUSINESS, DAI MONDIALI DI CALCIO AL “CASO” BRESCIA: INTERVISTA AL SOCIOLOGO, SCRITTORE E GIORNALISTA PIPPO RUSSO
Sport e business, dal globale al locale. Tra Messico, Canada e (soprattutto) Usa sono in corso i Mondiali di Calcio, definiti i più diseguali di sempre, con biglietti alle stelle, l’inserimento di due “cooling break” a metà dei due tempi (per inserire ulteriori spot pubblicitari) e un sistema “sempre più piegato allo sfruttamento intensivo del prodotto, costi quel che costi”, spiega a Radio Onda d’Urto Pippo Russo, sociologo all’Università di Firenze, scrittore e giornalista sportivo, che ha definito più volte Infantino “Fifantino”, perché “la Fifa è stato ormai designata attorno alla sua stessa figura” in un mix di business estremo, rapporti opachi e declinazioni fortemente classiste se non quando razziste, guardando a quanto accaduto contro alcune tifoserie e anche alcune Nazionali, come Haiti e Iran. Nelle stesse ore dei Mondiali nelle Americhe, a Brescia – città da cui trasmettiamo – è sparita la storica squadra di basket, protagonista dei vertici delle serie A, il cui titolo è stato trasferito d’imperio a Roma, in omaggio al nuovo progetto della cosiddetta “Nba Europe”. Il tutto a un’estate esatta – quella 2025 – dall’altro crack, quello dello storico Brescia Calcio targato Cellino, ora riammesso dal Consiglio regionale lombardo ai futuri campionati dilettantistici, mentre l’ex Feralpi Salò, diventata Union, resterà allo stadio Rigamonti con la presidenza Pasini, che ha ufficializzato l’accordo per la costruzione di un nuovo maxicentro sportivo  nel quartiere di Buffalora. Il progetto, “Union City”, sorgerà su un’area totale di oltre 120.000 metri quadrati che ingloba l’attuale Golf Club Serenissima. Di tutto questo Radio Onda d’Urto ha parlato con Pippo Russo, sociologo all’Università di Firenze, scrittore e giornalista sportivo. Ascolta o scarica
July 1, 2026
Radio Onda d`Urto
In Italia cresce il valore dello spettacolo: nel 2025 la spesa è arrivata a 4,3 miliardi
Nel 2025 il sistema dello spettacolo, dell’intrattenimento e dello sport in Italia ha consolidato il proprio peso nell’economia del Paese, registrando una crescita significativa della spesa a fronte di volumi sostanzialmente stabili. È quanto emerge dal Rapporto SIAE 2025, che fotografa un ecosistema capace di rafforzarsi sul piano economico, pur dentro una fase di trasformazione dei consumi culturali e di selezione dell’offerta. Nel corso dell’anno sono stati realizzati 3.343.656 eventi, con 253.067.237 spettatori e una spesa complessiva di 4.299.846.591 euro, in aumento del 7% rispetto al 2024. A fronte di una leggera riduzione degli eventi (–0,8%) e di un pubblico sostanzialmente stabile (–0,1%), il sistema ha mostrato una crescente capacità di generare valore. Sono cresciuti infatti tutti i principali indicatori economici: la spesa media per spettatore è salita a 16,99 euro (+7%), l’introito medio per evento ha raggiunto 1.286 euro (+7,8%) e quello per locale è arrivato a 78.334 euro (+17,3%). Il quadro restituisce l’immagine di un mercato più maturo, che riduce la dispersione e valorizza maggiormente ogni esperienza proposta. Il tessuto organizzativo si razionalizza, con la diminuzione dei locali attivi (–8,8%) e degli organizzatori (–10,9%), ma con il rafforzamento dei soggetti capaci di garantire continuità, qualità e capacità attrattiva. Anche la presenza territoriale resta molto ampia, pur in lieve contrazione, con 6.629 comuni attivi pari all’84% dei comuni italiani.  Per quanto riguarda la musica dal vivo, nel 2025 i Concerti hanno superato per la prima volta la soglia simbolica del miliardo di euro di spesa, confermandosi il principale motore economico dello spettacolo italiano. Con appena il 2% degli eventi complessivi, il macro-settore ha concentrato il 12,5% degli spettatori e il 27% della spesa totale dell’intero sistema. Il comparto ha chiuso l’anno con 67.890 eventi (+3,6%), 31.512.325 spettatori (+8,7%) e 1.162.064.376,7 euro di spesa (+17,5%). Cresciuti anche gli indicatori di rendimento: la spesa media individuale è salita a 36,88 euro e l’introito medio per evento a 17.117 euro. A trainare è stato soprattutto il settore Pop, Rock e Leggera, che da solo ha raccolto il 57,7% dell’offerta, l’83,8% del pubblico e il 91,6% della spesa del macro-aggregato. Il live si è confermato sempre più centrale nel panorama culturale italiano, anche per la sua capacità di intercettare un pubblico ampio e trasversale e di generare un’esperienza non replicabile altrove. Anche il Cinema ha confermato la propria tenuta economica, seppure con una flessione della partecipazione. Le proiezioni sono restate sostanzialmente stabili a 2.746.498 (+0,1%), mentre gli spettatori sono scesi a 71.750.837 (–2,3%), con una spesa complessiva di 539,9 milioni di euro (+0,1%). Gli incassi si sono tenuti soprattutto grazie al prezzo medio del biglietto, che è salito a 7,52 euro (+2,5%), compensando in parte il calo delle presenze. Ma il settore continua a scontare trasformazioni strutturali nei consumi culturali: l’accorciamento delle finestre di distribuzione, la crescita delle piattaforme di streaming, il miglioramento della qualità dei dispositivi domestici e una più generale trasformazione delle abitudini di fruizione. In questo contesto, è emerso però un segnale incoraggiante sul fronte del prodotto nazionale: nella top ten dei film più visti, 4 titoli su 10 sono stati italiani, e insieme hanno raccolto oltre 9,9 milioni di spettatori, pari al 46% delle presenze dei film in classifica. È un dato che segnala una rinnovata forza competitiva del cinema italiano, capace di presidiare il botteghino in un anno segnato da una minore spinta dei blockbuster internazionali. Quanto al Teatro, nello scorso anno si è confermato uno dei pilastri del sistema dello spettacolo italiano, sia per articolazione interna sia per capacità di generare valore: 154.900 spettacoli (+1,2%), per 29.747.210 spettatori (+5,3%) e 641.172.118 di euro di spesa (+10,8%). Cresciuti anche la spesa media per spettatore – pari a 21,55 euro – e l’introito medio per spettacolo, superiore a 4.139 euro. La Prosa continua ad essere la spina dorsale del comparto, ma segnali molto positivi arrivano anche da Arte varia, Rivista e Musical e Balletto. La Lirica, pur con volumi più contenuti, si è distinta ancora una volta per il profilo premium, con la spesa media per spettatore più alta del macro-settore. Nel comparto sportivo, il Calcio ha continuato ad occupare una posizione dominante, confermando la propria centralità culturale ed economica nell’esperienza sportiva del Paese, con l’82,6% degli eventi sportivi totali, il 75,1% degli spettatori e il 71,7% della spesa del macro-aggregato Sport. La spesa complessiva ha raggiunto 626.246.807 euro, in crescita del 3,1%, mentre eventi e spettatori hanno fatto registrare una lieve flessione, soprattutto per effetto delle dinamiche di rilevazione delle partite delle categorie dilettantistiche e per il minor numero di competizioni internazionali giocate nei grandi stadi rispetto all’anno precedente. Accanto al calcio, gli sport individuali si sono confermati uno dei comparti a più alta intensità economica dell’intero sistema dello spettacolo e dell’intrattenimento, con 2.962 eventi, 2.460.495 spettatori e 159.411.228 euro di spesa, in crescita del +13,6%. A trainare il comparto è soprattutto il tennis, protagonista di un autentico boom nel 2025 anche sull’onda dei grandi risultati azzurri: 893.092 spettatori (+30,7%) e 73.105.344 euro di spesa (+23,5%). Infine, quanto alle Mostre, nel 2025 il settore ha confermato la propria capacità attrattiva, tra il richiamo dei grandi maestri e la crescita di format immersivi sempre più ibridi tra esposizione e intrattenimento. L’anno si è chiuso con 84.519 giornate di apertura, 16.278.462 visitatori e 157.543.567 euro di spesa: volumi in lieve calo rispetto al 2024, ma con una sostanziale tenuta sul piano economico. A crescere è stato soprattutto il valore medio dell’esperienza, con una spesa per visitatore di 9,68 euro (+3,6%), mentre i comuni raggiunti salgono a 313, a conferma di una presenza territoriale ancora ampia e in lieve espansione. Qui il Rapporto SIAE 2025. Tutti i numeri dello Spettacolo in Italia – Novantesima edizione: https://d2aod8qfhzlk6j.cloudfront.net/SITOIS/SIAE_ANNUARIO_Impaginato_DIGITAL_e357ecdf9e.pdf.  Giovanni Caprio
June 29, 2026
Pressenza
SPORT BUSINESS: DOPO IL CALCIO, BRESCIA RISCHIA DI PERDERE ANCHE IL BASKET. INTERVISTA AGLI “IRRIDUCIBILI LEONESSA”
Sport e business. Dopo il calcio, il basket: Brescia in 2 estati rischia di perdere seriamente le principali società dei due sport più seguiti e praticati. Se l’estate 2025 è stata quella del fallimento del Brescia Calcio “targato” Massimo Cellino, rimpiazzato dal trasferimento forzato della Feralpi di Pasini da Salò allo stadio Rigamonti con il nome di “Union”, oggi pomeriggio – venerdì 26 giugno – potrebbe scendere la parola fine sulla Pallacanestro Brescia, da un decennio esatto in serie A, vincitrice nel 2023 della Coppa Italia e oggi in mano al gruppo Germani, colosso bresciano nel trasporto di prodotti industriali, rifiuti e prodotti speciali, con il presidente Mauro Ferrari. Sullo sfondo delle prossime ore c’è la decisione del Consiglio federale della Fip sulla sostanziale cessione del titolo a Roma, impegnata nella corsa a prendere parte al nuovo giocattolo importato dagli Usa, pomposamente chiamato “Nba Europe”. In mezzo, però, ci sono centinaia di atleti, in particolare bambini e ragazzi, e migliaia di tifosi. Tra loro lo storico gruppo del tifo organizzato della Pallacanestro Brescia, gli Irriducibili Leonessa, nati nel 2010. Su Radio Onda d’Urto l’intervisita a Paolo, degli Irriducibili Leonessa. Ascolta o scarica
June 26, 2026
Radio Onda d`Urto
Sport, scienza e militarizzazione: il caso del Centro Sportivo dell’Aeronautica Militare a Vigna di Valle
Il 7 maggio scorso 100 studenti di un istituto superiore romano hanno partecipato ad un evento al Centro Sportivo dell’Aeronautica Militare a Vigna di Valle dall’emblematico titolo “Le forze in gioco”. Durante l’iniziativa hanno potuto incontrare due atleti professionisti appartenenti all’Aeronautica, ossia Andrew Howe per il salto in lungo ed Elisa Blanchi per la ginnastica ritmica. I due campioni, prima di iniziare attività pratiche all’interno del centro, hanno raccontato a studenti e studentesse quanto sia importante per lo sport il supporto delle Forze Armate. Il 13 maggio è stata la volta di oltre 500 studenti e studentesse di sette istituti del circondario di Vigna di Valle che hanno partecipato alle “Etruskiadi”, un iniziativa che ha visto l’intervento delle Farfalle Azzurre della ginnastica ritmica. Nel frattempo un istituto di Bracciano ha potuto fare un esperimento con i ricercatori dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN) di Roma che hanno mostrato ai presenti come si misurano i raggi cosmici nelle acque del lago. Ovviamente le imbarcazioni utilizzate non potevano essere se non quelle dell’Aeronautica Militare. Come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ci domandiamo perché studenti e studentesse debbano imparare che in Italia se vuoi fare l’atleta e nel frattempo avere anche uno stipendio devi cercare di entrare nelle Forze Armate, altrimenti ti esporrai seriamente al rischio di dover abbandonare i tuoi sogni solamente perché lo Stato non riesce a concepire altre forme di finanziamento. Allo stesso modo rimaniamo ancora una volta perplessi di fronte all’utilizzo della scienza in contesti in cui è chiaro che le conoscenze trasmesse vengano utilizzate principalmente per scopi bellici. Proprio per tali ragioni come Osservatorio ci auguriamo che nelle scuole lo sport e la scienza vengano insegnati in futuro in feste organizzate dalla società civile, la sola in grado di promuovere senza ambiguità pace e democrazia. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Sawe e il nuovo ritmo della corsa
Sebastian Sawe è un maratoneta keniota. Fino a poco tempo fa il suo nome circolava soprattutto tra lə appassionatə più attentə. Il 26 aprile 2026 ha vinto la Maratona di Londra in 1h59’30”, diventando la prima persona a correre in una competizione i 42 chilometri e 195 metri sotto le due ore. Questa performance ha proiettato lui – e la pratica della maratona – in un’altra dimensione. Per anni quella soglia è stata rappresentata come una specie di confine biologico. Nel 2019 Eliud Kipchoge – altro gigante della corsa keniota — era riuscito a scendere sotto le due ore, ma in condizioni non valide per un record ufficiale: un evento costruito appositamente, con lepri che si alternavano, auto schermanti e supporti tecnici dedicati. Da allora la domanda è rimasta sospesa: quando sarebbe successo davvero, dentro una gara normale? > La risposta è arrivata a Londra. E non riguarda soltanto la maratona. Ogni > volta che un limite sportivo cade, infatti, non travolge solo una specifica > classifica. Trasforma l’immaginario di ciò che è diffusamente rappresentato > come possibile. La corsa è una delle pratiche sportive più diffuse al mondo. > Dentro convivono motivazioni molto diverse: correre stare bene, per > gareggiare, per passare del tempo con altre persone, per stare da solə. Per > molto tempo ha conservato un’immagine di sport relativamente semplice e > apparentemente democratico. Un paio di scarpe, un po’ di tempo libero, il > corpo che attraversa lo spazio. Negli ultimi vent’anni, però, questa presunta innocenza ha subito una radicale torsione. Ad esempio, le scarpe sono diventate strumenti altamente ingegnerizzati. I modelli di fascia alta integrano raffinate piastre in fibra di carbonio e schiume capaci di restituire energia a ogni passo. Costano centinaia di euro e promettono una maggiore efficienza biomeccanica. Lo stesso vale per gli strumenti di misurazione. Orologi GPS come quelli prodotti da Garmin non registrano soltanto tempo e distanza. Calcolano frequenza cardiaca, VO2 max stimato, carico di allenamento, capacità di recupero, qualità del sonno, livello di stress. La corsa, così, è diventata una produzione di dati senza soluzione di continuità. Peraltro, raramente questi dati restano privati. Piattaforme come Strava permettono di pubblicare allenamenti, confrontare prestazioni, competere sui segmenti, costruire reti sociali. Le performance esposte e comparate.  È in questo contesto che il risultato di Sawe assume un significato più ampio. Scendere sotto le due ore non è soltanto una straordinaria impresa atletica individuale. È anche un’accelerazione culturale. Un evento del genere modifica le aspettative collettive: influenza direttamente percezioni e posture di allenatorə, aziende, media, atletə professionistə e amatorə. Nella corsa contemporanea, del resto, la ricerca della performance non riguarda soltanto l’élite. > Le stesse logiche governano gran parte dello sport amatoriale: ottimizzazione, > comparazione, miglioramento continuo, trasformazione del tempo libero in > spazio produttivo, ottimizzazione. La corsa, in questa dimensione, non è > separata dal mondo che la circonda. Nella pratica del podismo riecheggia la > razionalità dominante: competizione permanente, necessità di auto misurarsi, > produzione continua di risultati visibili. Eppure questa non è l’unico modo possibile di pratica la corsa. Nonostante la pervasività di questa razionalità, la corsa ha una dimensione più ambivalente, complessa. Può favorire una relazione più diretta con il proprio corpo, determinare un tempo sospeso e indefinito, riformulare il modo di attraversare la città in maniera improduttiva, persino inutile. È forse questa tensione a rendere la corsa affascinante e in parte misteriosa. Dopo Sawe è probabile che l’attenzione verso la performance cresca ancora, spinta dall’industria sportiva, dalla tecnologia e dai media. La barriera delle due ore, una volta caduta, smette di apparire eccezionale e diventa un nuovo orizzonte da inseguire, ciascunə con i propri mezzi. Ma proprio perché la corsa è una pratica così diffusa e potenzialmente accessibile, il suo significato resta aperto. Può trasformarsi facilmente in efficace dispositivo di ottimizzazione individuale. Oppure restare, almeno in parte, uno spazio di sottrazione: qualcosa che non serve a produrre valore, ma ad attraversare il mondo alla ricerca del proprio ritmo. Immagine di copertina da Pixabay Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Sawe e il nuovo ritmo della corsa proviene da DINAMOpress.
May 28, 2026
DINAMOpress
TURCHIA: LA PROMOZIONE IN SÜPER LIG DELL’AMEDSPOR, “LA SFIDA CURDA AL CALCIO TURCO”
L’Amedspor (Amed SFK), la squadra di calcio della città curda di Amed (Diyarbakir in turco), nel Kurdistan turco (Bakur), ha raggiunto la promozione in Süper Lig, massima serie del calcio professionistico in Turchia, per la prima volta nella sua storia. La conquista sportiva, in questo caso, ha anche un valore politico: l’Amedspor, infatti, è la squadra simbolo della comunità curda all’interno dello stato turco. I suoi colori, il rosso, il bianco, il verde e – talvolta – anche il giallo, sono i colori della nazione curda. La scelta stessa di utilizzare il nome curdo della città, Amed, e non quello turco (Dyiarbakir), testimonia il valore e il ruolo politico e sociale, oltre che sportivo, della società. “La scelta di nominare la società con questa parola è già una scelta politica, contro l’ondata di turchizzazione che è stata avviata con la fondazione della Repubblica di Turchia nel 1923”, spiega ai microfoni di Radio Onda d’Urto Murat Cinar, giornalista e autore dell’articolo “Amedspor, sbarca in serie A la sfida curda al calcio turco”, pubblicato su Il Manifesto. “La società calcistica Amedspor nasce nel 1972, quindi quasi cinquant’anni dopo la Repubblica di Turchia, e nonostante i diversi percorsi di assimilazione avviati nel frattempo, sceglie il nome storico, in lingua curda, della città”, aggiunge Cinar. Quelli dell’Amedspor sono colori che “in diversi angoli dell’area mediorientale (Iraq, Siria, Iran, Turchia) è possibile trovare nelle bandiere di diverse formazioni politiche, anche armate, oppure nelle realtà associative e nei centri culturali curdi”, continua Murat Cinar. “Per questo – spiega Cinar – sono ritenuti problematici, perché l’esistenza del Kurdistan è sempre stata negata dalla Repubblica di Turchia, così come dagli altri paesi citati, dove la popolazione curdofona è stata soggetta a discriminazioni e assimilazioni. Amedspor dà visibilità e rappresentanza a quella fetta di storia che è sempre stata ignorata, per questo è un fenomeno”. I due gruppi del tifo organizzato che supportano la squadra, UltrAmed e Barikat, si dichiarano antifascisti e sono storicamente vicini alle lotte di lavoratori e lavoratrici, così come ai movimenti sociali e alle istanze del movimento di liberazione curdo. “Si tratta di una tifoseria molto impegnata e schierata che si è dimostrata solidale con alcuni scioperi di lavoratori, quando ci sono proteste in Turchia si sono dimostrati più volte solidali, hanno fatto coreografie contro i femminicidi, e ovviamente quando ci sono state tensioni nelle altre aree del Kurdistan si sono fatti sentire, anche con coreografie giganti”, aggiunge ancora Murat Cinar ai nostri microfoni. L’Amedspor e i suoi tifosi sono accusati dalla destra nazionalista turca di essere “portavoce dei separatisti” e “fiancheggiatori dei terroristi”. “Le trasferte sono sempre state difficili per questa squadra perché ha subìto diversi casi di discriminazione e violenza”, conclude Cinar. “Nonostante questo – aggiunge – i tifosi hanno continuato a gridare slogan in curdo e portare le bandiere di questi colori, anche in trasferta”. L’intervista di Radio Onda d’Urto a Murat Cinar, giornalista, collaboratore de Il Manifesto, dove ha pubblicato l’articolo “Amedspor, sbarca in serie A la sfida curda al calcio turco”. Ascolta o scarica.
May 13, 2026
Radio Onda d`Urto