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[2026-04-09] Grandi eventi o grandi speculazioni @ Zazie nel metrò
GRANDI EVENTI O GRANDI SPECULAZIONI Zazie nel metrò - Via Ettore Giovenale 16, Roma (giovedì, 9 aprile 19:00) GRANDI EVENTI O GRANDI SPECULAZIONI Sport e profitto sono ormai un binomio inscindibile: dietro la retorica dello spettacolo e dell’orgoglio nazionale si nasconde una scia di ecomostri incompiuti, colate di cemento e montagne di denaro pubblico drenato a favore di speculatori e grandi interessi immobiliari, veri registi dello sviluppo urbano. Attraverso leggi speciali, commissariamenti e deroghe, vengono aggirati diritti e tutele fondamentali, sacrificando ambiente, salute e territori sull’altare dell’emergenza e della velocità. Lo abbiamo visto con le Olimpiadi di Milano-Cortina, raccontate come “a costo zero” mentre il conto reale si misura in consumo di suolo, emissioni di CO₂, disboscamenti e perdita di biodiversità. Lo vediamo oggi a Bagnoli, a Napoli, dove l’area dell’ex Italsider — in attesa di una bonifica da oltre trent’anni — rischia di essere nuovamente piegata agli interessi dell’America’s Cup, rinviando ancora una volta giustizia ambientale e diritto alla salute. In territori segnati dall’abbandono e dall’incuria istituzionale, il copione si ripete. Tutto questo in nome di eventi che promettono sviluppo, prestigio e benessere diffuso, ma che producono privatizzazione degli spazi, cementificazione e disuguaglianze, lasciando profitti a pochi e macerie a molti. Perché questo meccanismo continua a riprodursi indisturbato a ogni grande evento? Cosa resta davvero, una volta spenti i riflettori? E soprattutto: quali strumenti abbiamo per opporci a questo modello di sviluppo e costruire alternative? Ne parliamo con Duccio Facchinetti direttore di Altreconomia, Antonella Mautone giornalista freelance, la fotografa Flavia Bravetti e alcun@ rappresentati dei Comitati che si oppongono a questi scempi.
April 3, 2026
Gancio de Roma
Il calcio di chi può pagarselo e dei campetti sintetici
C’È IL CALCIO INTRATTENIMENTO FINE A SE STESSO, IL CALCIO DELLA VITTORIA COME UNICO TEMA DI INTERESSE, IL CALCIO CHE POCHE FAMIGLIE POSSONO PERMETTERSI DI PAGARE A BAMBINI E BAMBINE. È PRIMA DI TUTTO IL CALCIO DEI CAMPI SINTETICI SEMPRE PIÙ COSTOSI DA INSTALLARE E MANTENERE, OSPITATI IN CENTRI SPORTIVI CHIUSI E SEPARATI DALLA CITTÀ E DAI QUARTIERI. “SE NON PROVIAMO IN QUALCHE MODO A RIMETTERE MANO ANCHE A QUESTO NODO, URBANISTICO, ECONOMICO, SOCIALE – SCRIVE GIOVANNI CASTAGNO, INSEGNANTE, TRA I PROMOTORI ESQUILINO FC DI ROMA, SQUADRA NATA ALL’INTERNO DELL’ESPERIENZA DELLA SCUOLA APERTA PARTECIPATA DI DONATO DI ROMA – CON PROPOSTE SERIE, IN TOTALE DISCONTINUITÀ CON QUELLO CHE È STATO FATTO NEGLI ULTIMI DECENNI NON SOLO RISCHIEREMO DI ASSISTERE A ULTERIORI DISFATTE DEL NOSTRO CALCIO D’ÉLITES, IL CHE, SAREBBE IL MINORE DI MALI, MA A VIVERE IN CITTÀ SEMPRE PIÙ BRUTTE E INOSPITALI. E QUESTO FORSE SÌ, POSSIAMO PROVARE INSIEME A EVITARLO…” -------------------------------------------------------------------------------- Foto Esquilino FC di Roma, squadra nata all’interno dell’esperienza della Scuola aperta partecipata della Di Donato/Manin -------------------------------------------------------------------------------- “Lo vogliamo dire che non è più possibile che una famiglia debba pagare 1.000 euro all’anno per iscrivere un figlio alla scuola calcio? Ma se ne ha tre come fa?” Così Fabio Caressa. In quell’abbastanza vetusto e superato salottino su Sky in cui, sei uomini appassionati di calcio, giornalisti sportivi ed ex calciatori, dal discusso Di Canio, a Bergomi, a Marchegiani passano la loro domenica sera o le serate delle partite di coppa campioni. È una trasmissione che non vedo mai perché rimette in scena settimanalmente quell’ormai superato rituale del maschio italiano che discute di calcio come fosse una cosa seria, andando avanti per ore, commentando fino agli aspetti più microscopici un fallo o un gesto tecnico. Non ci sono donne, se non quando si tratta di menzionare il messaggio di un ascoltatore, uomo. O di riportare la dichiarazione di un altro addetto ai lavori, uomo, che ai microfoni di un’altra testata ha rilasciato una “importante” dichiarazione, quasi sempre a un altro uomo. Ma all’indomani della disfatta (ennesima) azzurra, mentre navigavo su youtube senza particolari scopi, me lo sono ritrovato proposto dalla mia profilazione, dopo che avevo visto un frammento della conferenza stampa del presidente della Figc, Gabriele Gravina, curioso di scoprire quali rocambolesche e funamboliche trovate avrebbe condiviso con la stampa. Ecco. Prima di entrare nel merito di un argomento che mi sta chiaramente a cuore visto il lavoro che svolgo. Fermiamoci un attimo sul “circo mediatico”. Una parte del problema risiede sicuramente qui, nella narrazione che i media nel nostro paese fanno del calcio, nell’arretratezza dei contenuti, dei modi, degli stili che si continuano ad adottare rispetto ad altri paesi dove pure è vero che esistono contraddizioni, ma il quadro appare sicuramente meno sconfortante. Il “circo mediatico” che, questo non da ieri, dai Biscardi ai pendolini di Maurizio Mosca, passando per le Domeniche sportive di Pecci e Panatta (almeno un po’ più ironico e divertente) Italo Cucci o Zazzeroni, con derive nel passato forse ancora peggiori di queste dell’epoca “interessante” per dirla con Zizek che ci sta toccando in sorte, ha accompagnato le vicende di questo sport alimentando un vuoto siderale di cultura, di riflessione, di proposte etiche e valoriali. Esempi virtuosi se ne trovano pochissimi, certo, ma se paragoniamo, pur nella diseducativa proposta sportiva televisiva programmi come “il processo alla tappa” di Sergio Zavoli, a queste ridicole formule, magari non sguaiate, ma di un vuoto culturale cosmico, in confronto appunto a esempi di programmi che invece davano un senso più profondo, più umano, all’impresa sportiva come quella del ciclismo, ci rendiamo conto del essere di fronte a un problema culturale profondissimo. Generazioni intere di appassionati si sono nutriti e continuano a nutrirsi di contenuti propri di un’ideologia che fa dell’intrattenimento fine a se stesso il proprio principale motore. Della vittoria l’unico tema di interesse. Del risultato sportivo l’unico totem sul quale sacrificare tutto il resto. Della polemica arbitrale la ragione principale di esistere. Scelte politiche Quando però, come l’altra sera, di torti arbitrali non si può parlare (per la verità in occasione della partita un pochino qualcuno ha anche tentato di farlo) di vittoria neppure, perché arriva l’ennesima delusione, si è messi di fronte a problemi che per anni si è fatto finta di non vedere cercando di concentrare l’attenzione solo ed esclusivamente sugli aspetti più superficiali del fenomeno sportivo, eliminando tutto il resto. D’altronde non è forse questo il paese in cui si fanno dimettere sottosegretari condannati solo per nascondere la sconfitta a un referendum che si era convinti di vincere? E il calcio per certi versi incarna perfettamente questi vizi di cui il potere, alle nostre latitudini, mostra di fare una fatica enorme a liberarsi. Ma la Storia ha pronte spesso svolte che non si vuole vedere arrivare. Ed è possibile che oggi ci si trovi di fronte a una di queste. Vedremo. Intanto, da appassionati, ma anche da osservatori di fenomeni complessi, come il calcio, siamo consapevoli che i problemi di questo sport che in parte hanno condotto agli insuccessi oggi sotto gli occhi di tutti dipendono da scelte politiche, economiche, sociali che hanno ricadute molto più grandi di quelle esclusivamente sportive. Cosa scopriamo oggi secondo commentatori e giornalisti? Cosa si sente dire oggi chi si occupa di calcio, chi ne è appassionato, chi allena o semplicemente gioca o fa giocare i propri figli in una scuola calcio? Scopre che sotto i propri occhi stavano emergendo contraddizioni insanabili. Su tutte e con aspetti sfaccettati di cui fino alla disfatta era raro sentirsi lamentare quella economica. I costi che oggi vanno sostenuti per giocare al calcio non sono neanche lontanamente paragonabili a quelli di chi come me ha cominciato a giocare nelle prime scuole calcio che si affacciavano timidamente alla fine degli anni Settanta all’orizzonte, in un sistema-calcio ancora in buona misura egemonizzato da strada, oratori e campetti. Gli esclusi Convinti che un’ampia fascia della popolazione non abbia difficoltà a sostenere quella spesa non molti non hanno pensato come invece fosse ancora grande la fascia di quelli per cui è impossibile. Per esempio molte famiglie straniere. Di fatto la stragrande maggioranza delle squadre di calcio giovanile è composta esclusivamente da italiani. Quindi, come per quanto riguarda il materiale, iscriversi è un sacrificio troppo grande per molte famiglie. La conseguenza indiretta è aver favorito un clima di aspettative eccessive, di desideri eccessivi che intossicano il clima del calcio giovanile e lo avvelenano spingendo molti a lasciare e quelli che continuano a investire molte più energie di quanto non si facesse prima nel percorso sportivo pur di arrivare più avanti possibile. Anche tralasciando le ricadute psicologiche e sociali prodotte dal drop-out dei giovani atleti che lasciano perdere perché non riescono a sottostare a queste logiche ci rendiamo conto che è ormai diffusissima la pratica di pagare una squadra perché il proprio figlio abbia una opportunità in più e possa proseguire nonostante non sempre il suo rendimento sembri essere all’altezza delle richieste strettamente sportive? Centri sportivi separati dai quartieri Ma la diffusione capillare e precocissima del calcio attraverso la disseminazione di centri specializzati – centri sportivi chiusi e separati dalla città e dai quartieri – dove oggi si allarga la proposta addirittura a bambini che non hanno ancora compiuto cinque anni, dove si sono convinti genitori e famiglie bisognose di attività per i propri bambini a iscriverli così piccoli, è un fenomeno ancora più perverso. Contiene al suo interno un processo di espulsione dallo spazio pubblico e di reclusione in quello privato del calcio, che nonostante la diffusione di testi sulle metropoli contemporanee, da Mike Davis a David Harvey, non si è abbastanza ragionato. Uno sport come il calcio non può vivere, in termini di popolarità, sia nell’accento simbolico, che in quello materiale, cioè della sua diffusione, se lo si rinchiude. Se si spezza il circuito virtuoso, agonismo-campetto, campetto-agonismo. E le nostre città sono ormai concepite, poiché sottoposte a una divisione rigida del lavoro e degli spazi, a un processo di valorizzazione della rendita finanziaria feroce e inarrestabile. A meccanismi per i quali gli spazi di cui ha bisogno il calcio non sono tollerabili. Non sono possibili. Se noi non cogliamo questo elemento fondamentale non comprendiamo nulla di quanto non stia succedendo in questo momento nel nostro paese. E non comprendiamo neanche, vittime di un provincialismo arrogante e presuntuoso, che il capitalismo stesso assume forme diverse e sa rispondere alle proprie contraddizioni evitando di avvitarsi in spirali di crisi poi irreversibili nelle maggiori metropoli del pianeta. Città come New York, Parigi, Londra, Madrid, Barcellona, non sono meno di Roma o di Milano, sottoposte alla morsa di fenomeni transnazionali potentissimi, eppure hanno saputo trovare dei contrappesi, adottare delle misure che ponessero rimedio a ricadute che altrimenti avrebbero determinato conseguenze dal punto di vista sociale assai pericolose per la sopravvivenza del sistema stesso. Qui da noi invece, almeno da trent’anni, a fronte di una incapacità del sistema di redistribuire le enormi risorse generate dal calcio professionistico, società di medie e piccole dimensioni hanno dovuto adattarsi alla richiesta degli utenti di adeguarsi a terreni sintetici sempre più costosi da installare e mantenere. Per una piccola scuola calcio con uno spazio relativamente limitato a disposizione rientrare da un investimento di decine di migliaia di euro è diventato sempre più complesso. La vecchia e polverosa pozzolana Anche in questo caso la costruzione di un immaginario distorto ha giocato un ruolo molto importante. La vecchia e polverosa pozzolana ha progressivamente trovato sempre maggiori resistenze se non un vero e proprio disprezzo da parte di chi sognava di calcare il morbido prato dell’Olimpico e si immaginava campione senza esserlo. Si è di fatto sostanzialmente affermata l’idea di sublimare quel sogno vendendo una sua versione “tarocca”, quella della contraffazione che però ha incontrato un grande favore. Il verde è lo stesso, ma tra quella vera e quella finta c’è la stessa distanza che intercorre tra un intervento in anticipo di Franco Baresi e lo scomposto takle di un Bastoni qualsiasi. Restare al parco, rimanere nello spazio pubblico, una scelta minoritaria, controcorrente, tipica di quegli irriducibili romantici che riscuotono simpatie ma ai quali tutti rapidamente voltano le spalle. Il calcio è di tutti, e anche il sogno di poterlo praticare ad alti livelli. Ma non tutti ci possono riuscire. Pensare invece di poter rivendere un pezzettino di quel sogno a tutti è stata una mossa dal punto di vista economico geniale, ma dal punto di vista culturale, sociale e ambientale terribile. Adesso immaginare di smontare le decine di campi di sintetico che si sono diffusi in giro per le nostre città velleitario. Pensare di riportare a giocare i bambini nel fango d’inferno e a sporcarsi di polvere d’estate ingenuo. Eppure se non proviamo in qualche modo a rimettere mano a questo nodo, urbanistico, economico, sociale con proposte serie, in totale discontinuità con quello che è stato fatto negli ultimi decenni non solo rischieremo di assistere a ulteriori disfatte del nostro calcio d’élites, il che, sarebbe il minore di mali, ma a vivere in città sempre più brutte e inospitali. E questo forse sì, possiamo provare insieme a evitarlo. -------------------------------------------------------------------------------- Giovanni Castagno, insegnante a Roma, da anni promuove attraverso lo sport anche progetti educativi e interculturali con l’Esquilino FC. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il calcio di chi può pagarselo e dei campetti sintetici proviene da Comune-info.
April 2, 2026
Comune-info
Le atlete transgender rimangono fuori dalle Olimpiadi: scienza o politica?
Immaginate di essere un’adolescente transgender che intraprende uno sport. Immaginate la meraviglia, l’adrenalina, il senso di appartenenza che un gioco di squadra può generare. Ora immaginate di subire continue microaggressioni per il fatto stesso di esistere, da parte a volte delle compagne di squadra, magari delle persone che vi allenano, delle squadre avversarie. Immaginate di dover fare tutto questo e intanto essere all’altezza di una performance sportiva in abiti scomodi poco adatti a voi, al vostro corpo “non conforme”. Immaginate dovervi sottoporre a una terapia ormonale sostitutiva con tutte le difficoltà anche di reperimento di farmaci che spesso rendono la vostra affermazione di genere una corsa a ostacoli. > Risulta piuttosto difficile immaginare come quanto premesso non abbia alcun > impatto nello sviluppo di una persona, condizionando la sua salute mentale, > per non parlare di una performance sportiva, specialmente ai livelli > competitivi più alti. E però, si dirà, ed è questa la via recentemente seguita dal Comitato Internazionale Olimpico, avendo avuto l’adolescenza di un maschio, questa donna transgender sarà sicuramente avvantaggiata dal testosterone prodotto dal suo corpo in quella fase della vita. È dello scorso 26 marzo, infatti, l’annuncio della nuova politica del comitato organizzatore dei giochi olimpici e illustrata da Kirsty Coventry, presidente del CIO. La nuova policy, elaborata da un working group dedicato i cui lavori, secondo diverse fonti, si sono svolti in modo piuttosto opaco, stabilisce che l’idoneità a partecipare ai giochi dovrà essere dimostrata attraverso un test genetico una tantum che riveli la presenza del gene SRY, responsabile dell’avvio del gene maschile negli esseri umani. Il test dovrà essere somministrato attraverso un prelievo di saliva da effettuarsi per mezzo di un tampone. Qualora il gene sia tracciato le atlete verranno automaticamente escluse da tutte le competizioni femminili in nome di un ipotetico quanto indimostrato vantaggio biologico, conservando comunque la possibilità di partecipare alle gare riservate alle altre categorie. > Questo con buona pace di diversi studi e recenti articoli scientifici > piuttosto autorevoli che dimostrano che né il testosterone, né l’eventuale > diversa composizione corporea garantiscono maggiore forza o una prestazione > sportiva superiore delle atlete transgender e intersex rispetto alle loro > colleghe biologicamente donne. Non siamo nel reame delle opinioni da bar, si > tratta di evidenza scientifica. E, del resto, persino la storia della > partecipazione delle atlete trans a olimpiadi e paralimpiadi lo confermano. «Dopo i Giochi Olimpici del 1996, il CIO ha votato per interrompere i test di verifica del sesso in quanto scientificamente ed eticamente ingiustificabili, poiché si trattava di un test impreciso per determinare sia il sesso che un eventuale vantaggio atletico degli atleti coinvolti, e causava loro un danno considerevole. L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, UN Women, l’Associazione medica mondiale, l’Associazione medica degli Stati Uniti e, più recentemente, un gruppo di esperti indipendenti delle Nazioni Unite hanno da tempo condannato i test di verifica del sesso e gli interventi medici non necessari in quanto discriminatori, non etici e dannosi», hanno affermato in una replica la SRA (sports and right alliance), ILGA world e Humans of Sport . > «Obbligare donne e ragazze a sottoporsi a screening genetici obbligatori solo > per fare sport significherebbe ripristinare una pratica che – anche nel caso > di “test una tantum” – viola la loro privacy, le espone a giudizi e > umiliazioni pubbliche estreme, e apre la strada a interventi medici non > necessari», prosegue il comunicato. Occorre inoltre tenere a mente che le atlete trans e intersex, che da questa pratica verrebbero danneggiate e spesso a partire dalla minore età, appartengono già di fatto a uno dei gruppi maggiormente stigmatizzati nello sport. Risulta dunque difficile comprendere la logica secondo la quale queste atlete andrebbero escluse in nome della “correttezza” e dell’equità, come riporta anche la National Library of Medicine. Eppure, la scure della “polizia del genere” potrebbe sferrare i suoi primi colpi già a partire dalle olimpiadi previste a Los Angeles nel 2028. Il sospetto che il CIO si sia voluto semplicemente adeguare allo spirito dei tempi, come conseguenza delle politiche repressive condotte dal governo federale e da alcuni stati degli USA contro i diritti delle persone trans, assume dunque contorni piuttosto concreti, visti anche i timori di Coventry circa uno scontro frontale con il presidente su questa e altre questioni, riporta l’Independent. > «Quegli stessi giochi olimpici che non si sono mai fatti scrupoli nel far > partecipare delegazioni di paesi guerrafondai e colonialisti, poiché “lo sport > è per tutti”, oggi invece ci dicono chi non è gradito», scrive Roberta > Parigiani, avvocata e presidente del movimento identità trans, invitando al > boicottaggio delle prossime olimpiadi. «Lo sport è di tutti e per tutti: ma non per le donne trans che da oggi saranno escluse con un test genetico». Chi vivrà, vedrà, recita l’adagio. Il punto è capire come come la società sceglie di vivere e le istituzioni di regolare: un approccio prettamente essenzialista, che riduca le persone al puro dato genetico, è la direzione più sicura, la più equa, da percorrere? Se sì, per chi? La copertina è di Ivana Noto SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Le atlete transgender rimangono fuori dalle Olimpiadi: scienza o politica? proviene da DINAMOpress.
April 2, 2026
DINAMOpress
“Oscar dell’Ecoturismo – Lombardia” di Legambiente all’EcoOstello Interflumina
Il resort sito a Casalmeggiore, in provincia di Cremona, è stato insignito del riconoscimento all’evento svolto sabato 14 marzo nello stand di PEFC Italia alla 22esima edizione della fiera Fà la cosa giusta. L’Oscar dell’Ecoturismo assegnato da Legambiente premia “la sua straordinaria capacità di coniugare le esigenze di un turismo responsabile e sostenibile con proposte dedicate ai mondi della scuola, dello sport, dell’arte, della natura e della cultura, coinvolgendo famiglie, associazioni e istituzioni”. Sulla rotta della ciclovia VENTO che collega Venezia e Torino, nel triangolo della Pianura Padana che si interseca con le province di Cremona, Mantova e Parma e racchiuso tra i fiumi Po e Oglio, l’EcoOstello Interflumina – Cascina Sereni offre numerose opportunità per escursioni nel Bosco di Santa Maria e nel Parco Golena del Po e lungo gli itinerari del nascente Cammino del Po, un nuovo percorso naturalistico che, partendo da Casalmaggiore, attualmente si estende fino ai territori piacentini. La sua storia è cominciata con l’attuazione del progetto “Sport&Inclusion: Cascina Sereni in Santa Maria dell’Argine” finanziato dalla Fondazione Cariplo e sviluppata grazie al contributo di un privato, il signor Sergio Sereni, e al supporto di un esperto in pedagogia, il professor Amilcare Acerbi. La donazione di una cascina agricola dismessa infatti ha permesso di realizzare il “sogno coltivato” dall’ASD ATLETICA INTERFLUMINA è più Pomì affiliata alla FIDAL (Federazione Italiana di Atletica Leggera olimpica e paralimpica) e alla FISO (Federazione Italiana Sport Orientamento). La struttura offre a giovani atleti e studenti l’opportunità di vivere esperienze formative, emozionali e inclusive in immersione nella natura e nella cultura del territorio. L’EcoOstello si distingue per il suo approccio educativo innovativo, che integra sport, salute e inclusione con l’obiettivo di favorire la rigenerazione attraverso il contatto con la natura e attività pedagogico-didattiche basate su metodologie cooperative ispirate da Freinet e Don Milani e strumenti come il Circle-Time e il Diario di Bordo. Dai referenti di Legambiente – Sebastiano Venneri, responsabile dell’area Territorio e Innovazione, Antonio Nicoletti, responsabile nazionale Aree Protette, e Paola Fagioli, direttrice della sezione Emilia-Romagna – il riconoscimento è stato consegnato ai rappresentanti di Interflumina è più Pomì – il presidente Carlo Stassano, la vicepresidente Linda Baroni insieme alla figlia Francesca e i consiglieri Calogero Tascarella e Monette Taillefer – accompagnati dal sociologo Mauro Ferrari e dal presidente di Legambiente Cremona, Gigi Rizzi. Maddalena Brunasti
March 16, 2026
Pressenza
8 Marzo: superare le disparità di genere nello sport
Tra i giovani di 11-14 anni solo il 56,8% delle femmine pratica uno sport, a fronte del 65,9% dei coetanei maschi. Ma il divario aumenta con il crescere dell’età: nella fascia d’età 15-17 anni le ragazze che fanno sport scendono a 42,6% (i maschi sono invece il 58,4%). Anche i ruoli dirigenziali sportivi non sono ancora equamente accessibili alle donne. In Italia, il 21,6% delle bambine abbandona la pratica sportiva, contro il 15,1% dei ragazzi e il divario aumenta con l’età. Dopo i 18 anni il gap rimane stabile con il 31,9% delle ragazze che fa sport a fronte del 47,4% dei ragazzi. Inoltre, le donne occupano solo il 19,8% dei ruoli da allenatrici, il 15,4% dei ruoli da dirigenti di società, il 12,4% dei ruoli da dirigenti di federazione e il 18,2% di quelli di “Ufficiali di gara”. Numeri confermati dall’Istat, che nel dossier “La pratica sportiva in Italia” (giugno 2025) ha certificato come la quota di chi non pratica sport sia particolarmente alta tra le donne (68,1%, contro il 56,6% degli uomini). Sono i numeri della disparità di genere nello sport, che fanno dire a Paolo Ferrara, direttore generale di Terre des Hommes che “è fondamentale che le ragazze abbiano le stesse opportunità di partecipazione, di crescita e di successo nello sport dei coetanei maschi, così come è fondamentale che gli allenatori e le allenatrici possano essere supportati con una formazione adeguata per comprendere e promuovere questi principi. In un momento come l’8 marzo, rinnoviamo il nostro impegno verso un futuro dove lo sport sia davvero per tutti e tutte, senza barriere. Lo sport è uno dei contesti sociali più importanti dove poter educare i giovani ai valori dell’inclusione, rispetto e parità”. E per aiutare a rendere lo sport un contesto più sicuro e accogliente per ragazze e donne, in occasione della Giornata Internazionale della Donna, Terre des Hommes lancia un corso rivolto ad allenatori e allenatrici delle società sportive. La formazione prende avvio proprio l’8 marzo all’interno del progetto “Sport4Rights” promosso da Terre des Hommes insieme a Fondazione EOS e a Specchio Magico e sostenuto dal Ministero per lo Sport e mira a sensibilizzare gli operatori e le operatrici del settore sulla necessità di garantire pari opportunità a ragazze e donne nell’ambito sportivo, prevenendo le discriminazioni e promuovendo una cultura inclusiva e rispettosa. Il progetto rientra nelle numerose attività di Terre des Hommes a favore della parità di genere, supportando il cambiamento culturale in un settore ancora troppo segnato da disuguaglianze. Secondo il Gruppo di Lavoro “Psicologia dello Sport e dell’Esercizio Fisico” dell’Ordine degli Psicologi del Lazio, tra le principali criticità nello sport femminile emergono pressioni sociali legate all’immagine corporea, stereotipi di genere e la mancanza di modelli di riferimento adeguati. Il fenomeno del drop-out sportivo è spesso associato a fattori psicologici e sociali, come aspettative differenziate, minore supporto e una narrazione sportiva che continua a marginalizzare le performance femminili. L’Ordine degli Psicologi del Lazio auspica che la psicologia dello sport possa svolgere un ruolo determinante nel sostenere percorsi di inclusione, fiducia e benessere mentale e al fine di costruire un sistema sportivo realmente equo e inclusivo, propone di: investire in programmi di partecipazione sportiva femminile sin dall’età scolastica; favorire percorsi di carriera sportiva e dirigenziale per le donne; garantire maggiore visibilità allo sport femminile e una distribuzione più equa delle risorse; valorizzare il contributo della psicologia dello sport nel promuovere benessere mentale e comunità sportive inclusive  (https://ordinepsicologilazio.it/post/8marzo-sport-inclusione).  Oltre al progetto Sport4Rights, Terre des Hommes è impegnata in numerose iniziative di sensibilizzazione e formazione: 1. Il Toolkit “Parità in Campo” realizzato con Fondazione Milano-Cortina: uno strumento formativo per sensibilizzare sul contrasto alle discriminazioni di genere nello sport. Il toolkit è stato distribuito il 7 marzo a più di 800 bambini e bambine durante la Brescia Art Marathon. Sarà inoltre organizzata una giornata di formazione aperta a insegnanti, allenatori ed educatori, per guidarli nell’utilizzo del Toolkit. 2. La collaborazione con Avon per portare i temi della parità di genere nelle scuole, promuovendo l’inclusività e sensibilizzando le nuove generazioni sui diritti delle ragazze nello sport. 3. La campagna #iogiocoallapari che da anni coinvolge diverse federazioni sportive in occasione della Giornata Mondiale delle Bambine e delle Ragazze (11 ottobre), per incoraggiare la partecipazione delle bambine e ragazze alla pratica sportiva. 4. No Ragazze No Rugby: il tour, realizzato in collaborazione con la Federazione Italiana Rugby, che ha coinvolto oltre 5000 persone in tutta Italia per promuovere la partecipazione delle ragazze al rugby, superando pregiudizi e stereotipi. 5. A Librino (Catania) il Rugby e lo sport diventano strumenti di promozione e inclusione sociale, grazie al sostegno alle ragazze della Vulcano Rugby. Qui per maggiori informazioni sul progetto Sport4Rights: https://www.sport4rights.org/.  Giovanni Caprio
March 8, 2026
Pressenza
Boicotta i mondiali di calcio
PROBABILMENTE MAI COME IN PASSATO C’È CHI PROPONE DI BOICOTTARE LA PROSSIMA COPPA DEL MONDO DI CALCIO IN PROGRAMMA TRA UNA DECINA DI SETTIMANE IN USA, CANADA E MESSICO. C’È CHI PROTESTA PER LA VIOLENZA DI WASHINGTON CONTRO I MIGRANTI, CHI PER LA QUESTIONE GREONLANDIA, CHI PER LE GUERRE SCATENATE NEL MONDO, MA ANCHE CHI, NEI PIANI PIÙ BASSI DELLA SOCIETÀ, DENUNCIA IL FURTO D’ACQUA E LA GENTRIFICAZIONE INTENSIFICATI IN DIVERSI QUARTIERI DI CITTÀ DEL MESSICO -------------------------------------------------------------------------------- Gli abitanti di Santa Úrsula Coapa hanno organizzato proteste anti-Mondiali di fronte allo Stadio Azteca, denunciando il furto d’acqua e la gentrificazione che, hanno raccontato, si sono intensificati in vista dei Mondiali del 2026 (che si disputeranno in giugno e luglio, per la prima volta in tre paesi: Usa, Canada e Messico, ndt). La protesta è cominciata nelle strade della città con striscioni e slogan come “Boicottaggio totale dei Mondiali” e “Vogliamo una casa, non ci importa niente dei Mondiali”. Durante la manifestazione, i partecipanti hanno invitato altri residenti a unirsi al movimento con frasi come “Il vicino consapevole si unisce al contingente”. Nell’ambito della protesta, si sono tenute delle “Partite di calcio anti-FIFA” sulla Calzada de Tlalpan, dove un campo improvvisato è stato dipinto per piccole partite di calcio di fronte allo stadio. I giocatori hanno detto di usare lo sport come forma di protesta e per difendere il loro territorio. Attraverso il calcio, i partecipanti hanno condannato l’espansione del turismo, che, hanno spiegato, minaccia lo sfollamento delle comunità e la mercificazione dello spazio. “Non permetteremo la continua mercificazione delle terre indigene”, hanno detto. In Messico, lo Stadio Azteca sarà la sede principale della Coppa del Mondo 2026, un evento che ha generato aspettative di aumento del turismo e dello sviluppo immobiliare nella parte meridionale della capitale. I residenti sostengono che queste trasformazioni antepongono gli interessi economici al diritto all’acqua, alla casa e al diritto di rimanere sulla propria terra. Qui il fotoreportage pubblicato da Desinformemonos. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Boicotta i mondiali di calcio proviene da Comune-info.
March 5, 2026
Comune-info
BUON COMPLEANNO a Yusra Mardini
Una storia di esilio, sport e solidarietà. di Bruno Lai. Yursa Mardini è una giovane siriana che vive a Damasco e si dedica al nuoto con passione ed ambizione. Nell’estate del 2015, insieme alla sorella Sarah, decide di fuggire dalla Siria, infiammata dalla devastante guerra civile. Siccome già allora la fortezza Europa rende difficile la vita di chi desidera vivere
LEVANTE: LA “DIPLOMAZIA OLIMPICA” DI PECHINO ALLA PROVA DI MILANO – CORTINA 2026.
Le Olimpiadi invernali Milano – Cortina (e, più in generale, i grandi eventi sportivi) visti da Pechino. Questo il macrotema al centro della puntata di febbraio 2026 di Levante, approfondimento mensile di Radio Onda d’Urto dedicato all’Asia orientale, tra Cina e dintorni. Su Radio Onda d’Urto intervista a due con il nostro collaboratore Dario Di Conzo – co-curatore di Levante, ricercatore alla Scuola Normale Superiore e docente a contratto di riforme economiche della Cina contemporanea all’Orientale di Napoli – e con Veronica Strina, adjunt professor all’American University of Rome e docente a Salerno in Lingua, cultura e istituzioni della Cina. Veronica Strina ha, tra i principali interessi di ricerca, la diplomazia pubblica cinese e in particolare la “diplomazia olimpica e sportiva”, ossia come lo sport diventi uno strumento di proiezione internazional, di ridefinizione degli equilibri globali e anche di quelli di politica interna. Con Di Conzo e Strina partiamo dai Giochi olimpici 2008 a Pechino, percorrendo un viaggio negli ultimi (quasi) 20 anni tra Olimpiadi, Mondiali e altri grandi eventi sportivi, diventati “un laboratorio che sempre più spesso anticipa le tendenze di politica internazionale, tra ricerca di visibilità e affermazione delle proprie proiezioni internazionali”. Durante la puntata di Levante ci concentriamo in particolare sull’investimento della Repubblica Popolare Cinese in ambito “olimpico”, non solo a livello internazionale ma pure a livello di politica interna, riprendendo una lunga tradizione che vede lo sport, l’insegnamento dell’educazione fisica (dal 2025, nelle scuole di base è stata introdotta l’obbligatorietà di 2 ore settimanali di sport) e la pratica di attività fisiche per le masse come “strumento di riscatto” o, per dirla alla Xi Jinping, della “grande rinascita della Nazione”. In questo senso il lusinghiero risultato di atlete e atleti cinesi a Milano – Cortina (con il miglior medagliere di sempre alle Olimpiadi invernali) è stato presentato dentro la Repubblica popolare cinese come un riflesso della (ritrovata) grandezza di Pechino, unica città al mondo a ospitare sia le Olimpiadi estive (2008) che quelle invernali (2022). Su questo Pechino intende continuare a investire, come chiarito da Tong Lixin, vice capo della delegazione cinese a Milano – Cortina: “La Cina ha inviato la sua più ampia delegazione di sempre a un’Olimpiade invernale all’estero, con 126 atleti in 91 competizioni e 15 discipline. La squadra ha chiuso con 5 ori, 4 argenti e 6 bronzi, miglior risultato di sempre a un’Olimpiade invernale all’estero ed eguagliando le medaglie di Pechino 2022”. Tong ha tuttavia evidenziato che le 15 medaglie mantengano “la Cina nella posizione di inseguitrice, rendendo ancora necessario uno sviluppo nel lungo termine. Siamo ancora indietro rispetto alle potenze mondiali degli sport invernali”, ha concluso Tong Lixin, lasciando capire che per il futuro l’obiettivo – sportivo, di immagine e dunque anche politico – di Pechino è quello di crescere ancora, ponendo il Paese tra i leader globali (anche) degli sport invernali. La puntata di febbraio 2026 di “Levante” su Radio Onda d’Urto dedicata alla Cina tra sport, vetrina globale e politica, domestica e internazionale, con Dario Di Conzo e Veronica Strina. Ascolta o scarica  
February 28, 2026
Radio Onda d`Urto
No al NBA Europe a Roma
Le mani del mercato americano si allungano sull'Europa e su Roma per gli NBA che no vedono neanche a Roma una presenza di una squadra di Basket.    NO NBA EUROPE A ROMA! Nelle ultime settimane stanno imperversando le indiscrezioni sulla futura “NBA Europe”, una sorta di lega europea di basket a 12 squadre, costruita dalla National Basketball Association secondo i crismi e le dinamiche tipiche statunitensi. Leggiamo che il general manager di NBA Europa, George Aivazoglou, intervenendo all’'Università Bocconi (e dove altrimenti?) ha anticipato quali saranno le probabili città e squadre che faranno parte del primo campionato, che dovrebbe iniziare ad ottobre 2027. Tra queste, c’è anche Roma. Come sa benissimo chi a Roma segue e ama la pallacanestro, la nostra città non ha al momento una squadra nella massima serie di basket italiano, tantomeno compagini che gareggiano in Europa ma soffre, anzi, di una drammatica carenza di strutture sportive pubbliche e un sistema di assegnazioni delle stesse che rende difficile l’accesso all’attività e crea scontri e tensioni tra le associazioni sportive. Quella di NBA Europe sarebbe quindi un’operazione totalmente commerciale, volta a sfruttare al massimo il potenziale economico della nostra città, il suo bacino di popolazione e ancor di più quello enorme di turisti. La stessa logica che sta progressivamente gentrificando il territorio, espandendosi a macchia d'olio dal centro fino ai quartieri più periferici, come il quadrante est in cui viviamo, un sistema a caccia di opportunità di investimento e che poco si cura delle esigenze e dei desideri della comunità. E il capitale che cerca di accaparrarsi qualsiasi cosa monetizzabile, fosse pure una squadra di basket che ancora non esiste, senza alcun riguardo per tutte le squadre che invece cercano di trovare un loro spazio e una loro dimensione nel contesto locale. A questo piano dobbiamo opporci, sin da ora. Roma è una città che anche dal punto di vista sportivo, soffre tantissimo le disuguaglianze sociali, in crescita come non mai negli ultimi anni. L'accesso allo sport per bambine e bambini, ragazze e ragazzi, è diventato sempre più difficile a causa dei costi elevati, delle infrastrutture fatiscenti e dalla mancanza di una visione politica. Come Lokomotiv Prenestino, da anni lottiamo per costruire un’alternativa, consapevoli che fare sport è un diritto e non può essere un privilegio, che le comunità territoriali ne traggono benefici reali e concreti. Per questo motivo dobbiamo opporci alle mire di mercato di NBA Europe, alle logiche che sottendono il progetto, che abbiamo già visto essere fallimentari per il calcio, dove la costante mercificazione ha portato all’esclusione di grande parte della popolazione, sia come atlet3 che come tifos3. E gli aspetti negativi non si fermano qui: assistiamo, nel calcio come nel basket mainstream, ad una costante ricerca di ragazz3 sempre più giovani, trasformat3 in cavalli da corsa, oggetti di mercato su cui investire, con crescenti pressioni psicologiche e performative. Lo sport deve rimanere divertimento e salute, accessibile a tutt3. Chiediamo quindi a tutte le realtà, romane e non, di opporsi sin da subito alla proposta di NBA Europe, di far sentire la nostra voce in maniera forte e chiara. Di chiedere che si investa in accessibilità, strutture, formazione degli istruttori e lotta ad ogni tipo di discriminazione. Il primo obiettivo è di organizzare un’assemblea territoriale comune per portare avanti questa campagna e dire no al progetto NBA Europe a Roma, sperando che gli altri territori raccolgano la proposta e si attivino allo stesso modo. A questo link trovate il form per scriverci ed aderire: https://forms.gle/RPskuyry884vT6Cu8 ASD Lokomotiv Prenestino
February 26, 2026
Radio Onda Rossa