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Conferenza stampa a Dakar del Coordinamento contro la schiavitù
Il 28 marzo 2026 il Coordinamento contro la schiavitù si è riunito in conferenza stampa a Dakar per richiamare l’attenzione sul persistere di situazioni inaccettabili, in maniera particolare in Mauritania. Nel corso della conferenza stampa è stato messo in evidenza anche il coraggio delle associazioni e dei militanti che non esitano a denunciare, nonostante i rischi affrontati. Ecco il discorso di Diko Hanoune: Signore e signori giornalisti, Signore e signori rappresentanti delle organizzazioni della società civile, Distinti partner e ospiti, Oggi i nostri scambi si fondano essenzialmente su delle tematiche che dovrebbero destare preoccupazione in tutti noi. Si tratta degli arresti arbitrari e delle persecuzioni giudiziarie ai danni di militanti abolizionisti, in maniera particolare in Mauritania e in Francia, tra cui il caso di Diko Hanoune. Attualmente sono detenuti in Mauritania per avere denunciato un caso di schiavizzazione di una ragazzina minorenne: Abdallahi Abou Diop, responsabile nazionale dei Diritti Umani dell’Organizzazione IRA (Iniziativa per la rinascita del movimento abolizionista); Elhadj El Id e Mohamed Nema, i quali sono coordinatori nazionali e regionali dell’IRA, cosi come i seguenti militanti: Bounass Hmeida; Mohamed vadhel Aleyett; Lalla Vatma, Rachida e la giornalista Warda Ahmed Souleymane. Sono detenuti anche alcuni attivisti abolizionisti che si oppongono alla schiavitù per ascendenza nell’ambiente Soninké in Mauritania, in particolare Ganbanaaxu Diogountrou. Si tratta di: Papa Camara, Adama Traoré, Lekhbarou Traoré e Bakary Traoré che sono accusati ingiustamente e lasciati a marcire in prigione dal 2022 al fine di ottenere il loro silenzio. La proposta di una bozza di legge in Senegal che mira a estirpare definitivamente la schiavitù per ascendenza e le relative conseguenze che sarà animata da ASSEP Ganbanaaxu del Senegal in maniera particolare il loro presidente Boubacar Traoré. Vi ringrazio sinceramente per la vostra presenza e per l’attenzione prestata a una realtà che molti preferiscono ignorare: la schiavitù per ascendenza (ereditaria), è una pratica che nonostante i progressi giuridici e i discorsi ufficiali continua a segnare profondamente la vita di migliaia di persone nella nostra regione. Vorrei rivolgere un saluto e un ringraziamento particolare alle organizzazioni della società civile dell’Africa occidentale, e in primo luogo quelle del Senegal, il cui impegno coraggioso e la mobilitazione costante consentono di presentare la questione a livello regionale e internazionale. Il loro lavoro di documentazione, di perorazione e di accompagnamento delle vittime è indispensabile per trasformare una problematica per lungo tempo invisibile in una sfida pubblica riconosciuta. La schiavitù per ascendenza non è un retaggio del passato. Si tratta di un sistema sociale ancora attivo, che si fonda sulla trasmissione per eredità di una condizione d’inferiorità, su delle gerarchie sociali profondamente ancorate e su meccanismi di dominazione economica, sociale e simbolica. Gli individui nati in questi contesti ereditano delle costrizioni molto crudeli: l’esclusione dalle risorse, le limitazioni all’accesso all’istruzione e al lavoro, le restrizioni alla partecipazione alle istituzioni locali e ai riti comunitari. In Mali, secondo le stime di ricercatori e organizzazioni indipendenti, circa 800.000 persone sarebbero vittime della schiavitù per ascendenza, di cui circa 200.000 vivrebbero ancora in condizioni di diretta dipendenza dai propri «padroni». In alcune zone come Kayes o Timbuctù, alcune indagini hanno dimostrato che il 60% delle persone intervistate è stato costretto a svolgere lavori non retribuiti e che fino all’85% delle vittime subisce violenze fisiche o psicologiche. Queste cifre riflettono la portata di un fenomeno sistemico, che non può essere ridotto a una semplice usanza, ma che costituisce una grave e persistente violazione dei diritti umani. In Mauritania, nonostante una legislazione più rigorosa e diverse leggi che hanno abolito la schiavitù — in particolare nel 1981, nel 2007 e nel 2015 — decine di migliaia di persone continuano a vivere in condizioni di schiavitù. Queste pratiche persistono soprattutto nelle zone rurali, dove la dipendenza economica, i matrimoni forzati, il diritto di passaggio e le gerarchie sociali rafforzano questa vulnerabilità. Ancora più preoccupante è che gli attivisti che denunciano queste pratiche siano spesso oggetto d’intimidazioni giudiziarie, arresti arbitrari e tentativi di screditamento. Queste misure non mirano solo ai singoli individui, ma cercano di proteggere direttamente coloro che continuano a sfruttare questo sistema e a mantenere il silenzio su questa ingiustizia. In Senegal la situazione è diversa, ma rimane preoccupante. Le forme visibili di schiavitù sono meno diffuse, ma le discriminazioni sociali e simboliche ereditate dalla storia continuano a colpire alcune comunità. I discendenti delle vittime della schiavitù rimangono talvolta emarginati nell’accesso alla terra, alle opportunità economiche e alle istituzioni sociali. Secondo il Global Slavery Index 2023, circa 3 persone su 1000 in Senegal sono esposte a forme di servitù moderna, il che rappresenta quasi 49.000 individui. Sebbene la situazione possa sembrare meno drammatica rispetto ai paesi vicini, essa rivela una vulnerabilità strutturale e un retaggio storico che richiedono un intervento proattivo. Purtroppo, la Repubblica del Senegal non dispone ancora di una legge specifica contro la schiavitù per ascendenza e le sue conseguenze, nonostante la presenza di numerose impronte della schiavitù sul suo territorio. Queste realtà non sono solo statistiche. Sono vite distrutte, famiglie impossibilitate a ricostruirsi, generazioni private della dignità e della libertà. L’accesso alla giustizia rimane estremamente limitato e l’impunità dei responsabili è la norma piuttosto che l’eccezione. Le vittime subiscono una doppia punizione: quella della condizione sociale ereditata e quella dell’emarginazione istituzionale. Questa lotta non avrebbe mai raggiunto un tale livello di visibilità senza il coraggioso impegno di attivisti e organizzazioni. In Mali, realtà come RMFP Ganbanaaxu hanno denunciato migliaia di casi e mobilitato l’opinione pubblica per far sentire la voce delle vittime. Figure pionieristiche come Boubacar N’Djim hanno contribuito a rompere il silenzio rischiando la vita, a sensibilizzare l’opinione pubblica e a gettare le basi per una legislazione moderna. Questi attivisti hanno permesso di avviare un processo di riconoscimento giuridico e sociale di queste ingiustizie e di rafforzare la mobilitazione nazionale e internazionale. Parlo anche in qualità di persona direttamente coinvolta. Come molti altri attivisti, ho subito diverse forme d’intimidazione: arresti, minacce, procedimenti giudiziari e tentativi di screditarmi. Queste pressioni mirano a frenare la nostra azione e a mantenere il silenzio sulla schiavitù per ascendenza, ma non fanno altro che rafforzare la nostra determinazione. Ogni tentativo d’intimidazione ci ricorda che questa lotta è al tempo stesso morale e urgente, e che la protezione dei difensori dei diritti umani è indispensabile per estirpare questo sistema. La schiavitù per ascendenza è un problema regionale. Indebolisce la coesione sociale, compromette lo sviluppo economico e minaccia la stabilità politica. È quindi fondamentale che le nostre risposte siano collettive e coordinate. Il Senegal ha l’opportunità di diventare un modello regionale, la Mauritania deve tradurre le proprie leggi in azioni concrete e il Mali deve garantire che la sua recente legislazione si traduca in una giustizia reale ed efficace. RACCOMANDAZIONI PER GLI STATI DEL SAHEL E DELL’AFRICA OCCIDENTALE: Adottare leggi e applicare appieno le leggi esistenti che criminalizzino la schiavitù per ascendenza e le sue conseguenze. Garantire la protezione giuridica alle vittime e ai militanti abolizionisti della schiavitù. Formare i magistrati, le forze dell’ordine e l’amministrazione al fine di riconoscere e prendere in carico dei casi di schiavitù. Mettere a punto dei meccanismi indipendenti per la raccolta di dati affidabili. PER IL SENEGAL: Adottare una legislazione specifica sulla schiavitù per ascendenza e le sue conseguenze. Sviluppare delle politiche pubbliche di riparazione e inclusione sociale. Diventare un modello regionale in materia di prevenzione e di lotta contro la schiavitù. PER LA MAURITANIA: Assicurare l’applicazione effettiva della sua legislazione anti-schiavitù. Proteggere giuridicamente i militanti e le vittime di schiavitù. Riconoscere la comunità degli Haratine nella Costituzione della Repubblica Islamica della Mauritania, come l’hassania la loro lingua. Al giorno d’oggi, l’arabizzazione della società mauritana sta portando alla scomparsa del dialetto hassania, l’unica lingua che gli Haratine conoscono. Creare delle strutture di accoglienza per le vittime, finanziate e gestite dallo Stato. Una volta liberate dalla schiavitù, le donne si trovano in condizioni di estrema povertà e necessitano di un sostegno a 360 gradi. Sono inoltre necessari centri di formazione professionale per garantire l’effettiva integrazione degli Haratine nella società mauritana. Mettere in atto delle campagne di sensibilizzazione per ridurre le pratiche consuetudinarie discriminatorie. Integrare nei manuali scolastici la schiavitù e il razzismo come crimini contro l’umanità, e rendere il loro insegnamento obbligatorio. Incoraggiare la documentazione scientifica e la ricerca indipendente sulla schiavitù per ascendenza. PER I MEDIA: Assicurare una copertura continua e rigorosa sui casi di schiavitù. Dare la parola alle vittime e amplificare l’operato dei militanti. Rompere il silenzio intorno alle pratiche di schiavizzazione ancora esistenti. Vi ringrazio Hanoune Diko -------------------------------------------------------------------------------- Traduzione dal francese di Maria Rosaria Leggieri. Rédaction Belgique
April 11, 2026
Pressenza
[Semilla] Mali #4
Scaletta della puntata: - Afel Bocoum - Sambu Kamba - Andra Kouyaté Feat. Ami Sacko & Mah Bara Soumano - Dougoumassa - Bassekou Kouyaté & Ngoni Ba - Jama Ko - Salif Keita - Djembe - Ali Farka Touré & Toumani Diabate - Ai Ga - Habib Koité & Bamada - Wassiyé - Adama Yalomba - Djamakoyo - Oumou Sangaré - Lyo Djeli - Idrissa Soumaoro - Ouili Ka Bo - Oumou Sangaré - Sarama - Issa Bagayogo - Nogo  
April 2, 2026
Radio Onda Rossa
[radio africa] L'Onu definisce la tratta atlantica il piu'grave crimine contro l'umanità, in Tunisia condannata la militante antirazzista Saadia Mosbah, Mali crisi del carburante.
Il 25 marzo, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha adottato una risoluzione storica. La risoluzione, promossa dal Ghana, rappresenta un ulteriore passo avanti verso il riconoscimento delle riparazioni relative alla tratta transatlantica degli schiavi. L'adozione di questa risoluzione, sebbene in gran parte simbolica, rappresenta comunque un importante successo nel riconoscimento del debito storico nei confronti del continente. Ed è proprio per questo motivo che l'amministrazione Trump ha votato contro: gli Stati Uniti "non riconoscono alcun diritto legale al risarcimento per torti storici che non erano illegali secondo il diritto internazionale al momento in cui si sono verificati", ha affermato Dan Negrea, rappresentante di Washington presso il Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite. Hanno votato contro ,oltre gli Stati Uniti , Argentina ed Israele . La maggior parte dei paesi europei, in particolare Francia e Regno Unito, si è astenuta, mentre nel continente africano la stragrande maggioranza ha votato a favore. Un tribunale tunisino ha condannato l'attivista per i diritti umani Saadia Mosbah a otto anni di carcere e a una multa di 26.000 sterline (35.000 dollari). Saadia Mosbah è un'attivista per i diritti umani tunisina di primo piano che ha dedicato la sua vita a combattere il razzismo e sostenere i diritti dei tunisini neri e le vittime del razzismo e della discriminazione razziale, tra cui i migranti sub-sahariani. Presidente dell’associazione antirazzista Mnèmty, ("il mio sogno", un riferimento al discorso di Martin Luther King) è stata accusata di riciclaggio di denaro e arricchimento illecito ed è stata arrestata il 7 maggio 2024. Da quando il presidente Saied ha sciolto il parlamento nel 2021, figure dell'opposizione e organizzazioni per i diritti umani hanno denunciato una costante erosione dei diritti e delle libertà nel Paese nordafricano. Da settembre, i jihadisti del Gruppo per il sostegno dell'Islam e dei musulmani (JNIM), affiliato ad Al-Qaeda, hanno attaccato i convogli di autocisterne in Mali, paralizzando completamente l'economia di Bamako. Stretto tra la carenza di carburante e la recrudescenza degli attacchi jihadisti sulle principali autostrade, il presidente di transizione Assimi Goita sta lottando per contenere una crisi che minaccia sia la sua autorità sia l'economia del Paese. Se non si trova rapidamente una soluzione, la legittimità del regime militare – fondata in parte sulla sua capacità di garantire la sicurezza in Mali e di unire la nazione attorno all'idea di una sovranità ritrovata – rischia di essere minata. La "guerra del carburante" potrebbe rivelarsi un momento cruciale per Assimi Goïta.  
April 1, 2026
Radio Onda Rossa
[Semilla] Mali #3
Scaletta della puntata: - Ramata Diakite - Amadou - Habib Koité & Bamada - Titati - Djime Sissoko & Djama Djigui - Bazani - Toumani Diabaté - Cheick Oumar Bah - Mah Damba - Jeli Baba - Ramata Diakite - Dasse - Fatoumata Diawara - Clandestin - Habib Koité & Bamada - Barra - Ali Farka Touré & Toumani Diabaté - Kaira - Moussa Diallo - L'assaut (Poyé) La terza puntata sul Mali ha una durata più breve del consueto a causa di alcuni imprevisti tecnici riscontrati durante la realizzazione.
March 24, 2026
Radio Onda Rossa
[Semilla] Mali #2
Scaletta della puntata: - Afel Bocoum - Alasidi - Mah Damba - Jugu Tè Maa La - Zani Diabate & Kabako Zani - Boninka - Fatoumata Diawara - Sonkolon - Alkibar Jr - La Paix - Kélétigui Diabaté - Koulandian - Nahawa Doumbia - Djougoh - Tahaninte - Solane - Ramatou Diakité - Gembi - Amadou and Mariam - Mokou mokou - Moussa Diallo - Bakoroni - Issa Bagayogo - Dunu Kan
March 3, 2026
Radio Onda Rossa
SENEGAL: 81 ANNI FA IL MASSACRO DI THIAROYE, I FRANCESI SPARARONO AI SOLDATI AFRICANI CHE CHIEDEVANO GLI ARRETRATI
Il Senegal ricorda il massacro da parte dell’esercito coloniale francese dei fucilieri africani a Thiaroye avvenuto 81 anni fa. Il mattino del 1 dicembre 1944, nel campo militare non lontano dalla capitale Dakar, truppe coloniali spararono per ordine di ufficiali dell’esercito francese su fucilieri rimpatriati dopo aver combattuto per l’esercito francese in Europa, durante la Seconda Guerra Mondiale. I soldati, originari di Senegal, Mali, Costa d’Avorio, Guinea e Burkina Faso, chiedevano il pagamento degli arretrati prima di tornare a casa, ricevendo in risposta il piombo dell’esercito coloniale transalpino. Le vittime ufficiali furono 35, ma storici africani, considerando che nel campo erano radunati quasi 2mila fucilieri, parlano in realtà di svariate centinaia di morti. Ricordiamo quanto accaduto a Thiaroye con Cornelia Toelgyes, vicedirettrice di www.africa-express.info con la quale facciamo anche il punto su alcune altre notizie che giungono dal Sudafrica e dal Mali. Ascolta o scarica
December 1, 2025
Radio Onda d`Urto
RADIO AFRICA: IN MALI CONTINUA LO SCONTRO TRA MILITARI E JIHADISTI, “RISCHIO COLLASSO ECONOMICO E SOCIALE”
Radio Africa: nuova puntata, giovedì 20 novembre, per l’approfondimento quindicinale dedicato all’Africa sulle frequenze di Radio Onda d’Urto, dentro la Cassetta degli Attrezzi. Questa puntata è interamente dedicata al Mali, dove la situazione generale è sempre più critica. Il Paese è governato da una giunta militare dal 2020, ma l’instabilità continua a crescere. I gruppi jihadisti, in particolare quelli legati ad al-Qaeda, hanno conquistato nuovo terreno e negli ultimi mesi hanno imposto un duro blocco ai rifornimenti diretti verso la capitale Bamako. La mancanza di carburante sta provocando blackout, chiusura delle attività produttive, scuole chiuse e un forte aumento dei prezzi, mettendo in difficoltà milioni di persone. In varie zone del Paese proseguono gli scontri tra l’esercito maliano — affiancato dalle forze russe — e diversi gruppi ribelli, mentre gli attacchi jihadisti contro basi militari e villaggi causano continuamente vittime. La popolazione civile si trova schiacciata tra la violenza dei gruppi armati e le dure repressioni governative. Le agenzie umanitarie parlano di un rischio reale di collasso economico e sociale, con un numero crescente di sfollati e comunità isolate dai combattimenti. Il Mali, insomma, vive una delle fasi più delicate degli ultimi anni: un Paese diviso, impoverito e minacciato da un conflitto che continua ad ampliarsi. La puntata di Radio Africa, su Radio Onda d’Urto, andata in onda giovedì 20 novembre alle ore 18.45 (in replica venerdì 21 novembre, alle ore 6.30) con le voci di Andrea Spinelli, cofondatore della testata giornalistica Slow News nonché firma del Manifesto e di Africa Rivista e di  Amara Nouhoum Keïta, giornalista e attivista, che ha lasciato il Mali alcuni mesi fa per rifugiarsi in Costa d’Avorio. Ascolta o scarica
November 20, 2025
Radio Onda d`Urto
VERONA: A UN ANNO DALL’OMICIDIO DI STATO, TRASMISSIONE SPECIALE “PER NON DIMENTICARE MOUSSA DIARRA”
Speciale Moussa Diarra, per non dimenticarlo, per chiedere verità e giustizia (30 minuti). Ascolta o scarica 364 giorni dopo l’omicidio Diarra, un migliaio di persone hanno risposto all’appello della comunità maliana e del Comitato verità e giustizia: si sono ritrovate a Verona questo sabato 18 ottobre e hanno sfilato in una manifestazione partecipata e sentita, per ricordare Moussa e le altre vittime del razzismo dello Stato. Moussa Diarra è stato ucciso il 20 ottobre del 2024 da un agente della polfer alla stazione ferroviaria di Porta Nuova, una violenza inaccettabile la cui dinamica rimane non chiara. “Perché non sono stati utilizzati mezzi alternativi all’uso della pistola? Perché nessuno è intervenuto per rispondere al disagio psicologico che Moussa stava esternando, dopo anni di difficoltà dovute ad un tortuoso percorso di migrazione?” Sono queste alcune delle tante domande alle quali si pretende una risposta. A un anno dall’omicidio il corpo di Moussa è ancora a disposizione dell’autorità giudiziaria, poiché le indagini sono ancora in corso. La mamma, i fratelli e le sorelle lo stanno aspettando in Mali per poterlo piangere e seppellire. Al grido di “Verità e giustizia per Moussa”, la Verona migliore ha portato in piazza dignità, memoria e determinazione, chiedendo giustizia per tutti coloro che non possono più parlare. Moussa Diarra era nato in un villaggio nei pressi di Djidian, a circa 200 km dalla capitale del Mali, Bamako. Ancora minorenne, aveva lasciato la famiglia e deciso di raggiungere l’Europa. Aveva attraversato il deserto, era stato rinchiuso in un lager per migranti in Libia, poi attraversato il Mediterraneo, spedito nel centro di accoglienza di Costagrande, in provincia di Verona, poi chiuso a causa della pessima gestione. Moussa lavorava sfruttato nei campi e viveva in alloggi precari. Aveva trovato casa al Ghibellin Fuggiasco, struttura occupata per tre anni da attiviste e attivisti veronesi e nella quale vivevano oltre 40 persone. Anche a causa delle lungaggini burocratiche, fatte di documenti che non arrivano mai, Moussa aveva probabilmente sviluppato un malessere psicologico. La mattina del 20 ottobre di un anno fa’ vagava per la zona della stazione Porta Nuova di Verona, ha sbattuto i pugni sulle vetrine dei negozi, brandiva forse un piccolo coltello da cucina. Per questo, il poliziotto della polfer, per fermare la rabbia di Moussa, ha deciso di sparare direttamente al cuore. Alla manifestazione di sabato per Moussa Diarra erano presenti il fratello di Moussa, Djemagan, il Presidente dell’Alto Consiglio dei Maliani d’Italia Mahamoud Idrissa Boune e il Presidente della comunità maliana veronese Ousmane Ibrahim Diallo. In trasferta a Verona anche la signora Djenabou, madre di Moussa Baldé e il fratello Thierno, a rappresentare le troppe vittime di un sistema escludente, razzista e violento. La storia di Moussa Baldé ha infatti molte affinità con quella di Moussa Diarra. Baldé era nato in Guinea, attraversato il nordafrica e il Mediterraneo, poi finito nel cosiddetto sistema dell’accoglienza. Aveva subito una grave aggressione da parte di tre uomini a Ventimiglia, trovato con i documenti non in regola, quindi raggiunto dall’ordine di espulsione e rinchiuso nel CPR di Torino. Nel lager di Stato Moussa Baldé subisce altre violenze, poi una mattina viene ritrovato morto, in una cella dove era stato lasciato solo, in isolamento. Aveva 20 anni. I nomi delle troppe altre vittime del razzismo di questo paese sono stati scritti su alcuni cartelli depositati in un’aiuola di piazzale XXV aprile. In quel luogo è stato installato un nuovo memoriale per Moussa, dopo che per un anno fiori e foto posti davanti all’ingresso della stazione sono stati regolarmente danneggiati o rimossi. Lo speciale “Moussa Diarra, per non dimenticarlo” contiene le voci registrate durate la manifestazione del 18 ottobre 2025 a Verona: Djemagan Diarra, Mahamoud Idrissa Boune, Ousmane Ibrahim Diallo, La Marie Claire, Djenabou Baldé, Thierno Baldé, Alessia Toffalini e Giovanna.  
October 20, 2025
Radio Onda d`Urto
VERONA: “MOUSSA NON SI DIMENTICA”. SABATO MANIFESTAZIONE NAZIONALE A UN ANNO DALL’OMICIDIO DI STATO
La Comunità Maliana e il Comitato Verità e Giustizia per Moussa Diarra invitano a partecipare al doppio appuntamento previsto per questo fine settimana a Verona, in occasione del primo anniversario dalla morte. Sabato 18 corteo nazionale con ritrovo alle ore 14 in piazzale XXV aprile, nel piazzale antistante alla stazione di Verona Porta Nuova. Domenica 19 incontro sui CPR con lo spettacolo teatrale di e con Oscar Agostoni e la collaborazione di Helga Bernardini, presso il Laboratorio Autogestito Parato@s di viale Venezia 51, inizio alle ore 15. Ci presentano le iniziative Ousmane Ibrahim Diallo, presidente della Comunità Maliana di Verona e Rachele del Laboratorio Autogestito Parato@s, entrambi parte del Comitato Verità e Giustizia per Moussa Diarra. Ascolta o scarica Pubblichiamo il comunicato che promuove il doppio appuntamento per il fine settimana a Verona: Domenica 20 ottobre di un anno fa, Moussa Diarra, giovane maliano di 26 anni, veniva ucciso alla stazione Porta Nuova di Verona da un agente della Polfer. Tre colpi di pistola che si sarebbero potuti evitare, esplosi tutti ad altezza d’uomo, e di cui uno dritto al cuore. A distanza di un anno, e con una dinamica dei fatti tuttora poco chiara, continuiamo con forza a chiedere verità e giustizia, ed un processo che restituisca a Moussa ed alla sua famiglia almeno in parte la dignità che gli è stata tolta in una vita di diritti negati. A distanza di un anno continuiamo a pensare che questa morte abbia radici profonde e che l’arma usata dall’agente della polfer abbia prodotto solo l’ultima delle ferite che hanno segnato la vita di Moussa. Ferite profonde, frutto di scelte politiche precise che hanno finanziato l’orrore dei campi di detenzione in Libia e dei CPR in Italia, che hanno imposto leggi infami come il decreto Salvini del 2018 e tutto il contesto sociale e politico che Moussa ha attraversato una volta arrivato in Italia. Un sistema razzista e discriminante fatto di file interminabili in questura e permessi di soggiorno ritirati già scaduti, di sfruttamento nei luoghi di lavoro, in cui la discrezionalità con cui vengono riconosciuti diritti fondamentali genera esclusione e marginalità. Welfare, servizi sociali, e politiche di cura vengono smantellate e sostituite con pratiche sempre più punitive e di repressione sociale per cui il diritto all’abitare diventa un problema di ordine pubblico gestito a colpi di daspo, sgomberi, profilazione razziale e zone rosse. La storia di Moussa è legata a quelle di centinaia di altre vittime spesso senza volto e senza giustizia, e solo la comunità che Moussa aveva attorno a sè (Comunità Maliana, Ghibellin Fuggiasco) e quella più ampia che si è raccolta immediatamente dopo la morte, hanno impedito che quella storia finisse come tante altre in fondo ad un cassetto. A distanza di un anno questa comunità resistente sostiene il complesso lavoro del team legale, continua a raccontare questo profondo bisogno di giustizia, ad alimentare il presidio di memoria collettiva in stazione contro ogni atto di rimozione, a costruire dal basso iniziative e proposte. Un percorso che, dalla grande manifestazione a Verona del 27 ottobre e dall’incontro a Roma con la senatrice Ilaria Cucchi, ha poi attraversato piazze, mobilitazioni, spazi sociali intrecciando linguaggi, storie e lotte. Ed è questa comunità che sabato 18 Ottobre chiama a Verona una manifestazione nazionale: per rivendicare il diritto ad un processo che ricostruisca verità e garantisca giustizia per Moussa Diarra, per pretendere politiche di cura, non di repressione e di marginalizzazione. E per denunciare che la stessa logica coloniale e razzista che ha tolto la vita a Moussa è quella che oggi sostiene ed alimenta il genocidio del popolo palestinese, la negazione quotidiana della sua esistenza e della sua dignità. E’ la stessa logica criminale che divide i corpi e le vite da proteggere da quelle da respingere e da eliminare. Invitiamo tutte le comunità, le realtà sociali, i collettivi e le persone solidali ad aderire e partecipare alla manifestazione che partirà dalla stazione di Verona Porta Nuova alle ore 14 di sabato 18 Ottobre. Moussa non si dimentica. Info sul percorso e sulla manifestazione sui canali social Verità e Giustizia per Moussa Diarra. Hanno aderito (in aggiornamento): – Donne in Nero, – Senegambia, – Gruppo Radici dei Diritti dell’Università di Verona, – Mediterranea Saving Humans Verona, – Osservatorio di Comunità, – Rifondazione Comunista Verona, – One Bridge to – ETS, – Associazione Nissa, – Coordinamento veronese per il diritto alla Salute, – Il Gheriglio APS, – Bozen Solidale, – Spazio 77, – Rete Verona Rainbow, – Tumulto Pride, – Comitato Acqua Bene Comune Verona, – Verona per la Palestina, – Valdesi Verona, – Sbarre di zucchero APS, – La Fraternità ODV, – UGS Verona (Unione dei Giovani di Sinistra Verona), – Il mondo di Irene, – Eimì Univr, – Associazione Sesamo Odv, – sez. ANPI Verona centro, – Sinistra Italiana, – Comunità Cristiane di Base Verona, – Rete Radié Resch, – Collettivo Tamr, – Assopace Verona, – Assopace Nazionale, – Potere al Popolo – Veneto, – Attac Verona, – Possibile Verona, – Afrodiscendenti Antimperialisti, – Casa Madiba, – Casa Don Gallo Rimini, Per adesioni: permoussadiarra@gmail.com Rinnoviamo l’invito a sostenere le spese legali e di supporto alla famiglia di Moussa. CC MPS Intestato al Circolo Pink: IBAN: IT65G 01030 11707 0000 11099 492 PayPal: permoussadiarra@gmail.com Causale: Per Moussa Diarra
October 15, 2025
Radio Onda d`Urto
Mali: sull’orlo del baratro
Il Mali oggi è appeso a un filo, sospeso sull’orlo di un precipizio, a un passo dalla guerra civile. Dall’8 di questo mese a oggi, oltre 150 persone sono state arrestate, una cinquantina di ufficiali e ben cinque generali. Tra loro, una figura amatissima dal popolo maliano, simbolo di integrità […] L'articolo Mali: sull’orlo del baratro su Contropiano.
August 18, 2025
Contropiano