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Firenze: presidio per Farik
Su convocazione della CGIL, dell’ANPI e dell’ARCI si è svolto oggi a Firenze, come in molte città italiane un presidio di fronte alla Prefettura per protestare per la morte di Abderrahim Fakir. Circa 300-400 persone hanno ascoltato le parole di Paolo Solimeno di Giuristi democratici. Redazione Toscana
July 21, 2026
Pressenza
Il nuovo straordinario e difficile cammino dell’ex Gkn
L’ULTIMA ASSEMBLEA DEGLI OPERAI DELLA EX GKN NON HA SOLO DATO IL VIA ALLA PRODUZIONE AUTONOMA DI CARGO BIKE E PANNELLI FOTOVOLTAICI, IMPENSABILE SOLO UN PAIO DI ANNI FA. HA DETTO ANCHE CHE ABBIAMO BISOGNO DI RIPENSARE IL CONCETTO DI LOTTA PER NON LIMITARLA ALLA CONTRAPPOSIZIONE, CHE SIAMO IN GRADO DI SMETTERE DI PENSARCI INDIVIDUI IN LOTTA PER LA SOPRAVVIVENZA E RISCOPRIRE UNA DIMENSIONE COLLETTIVA, CHE POSSIAMO CREARE MONDI NUOVI IN MEZZO ALL’ESISTENTE NON DELEGANDO NESSUNO, COMINCIANDO DALLA VITA DI OGNI GIORNO Foto Collettivo Di Fabbrica – Lavoratori Gkn Firenze -------------------------------------------------------------------------------- Nei giorni scorsi si è svolto a Campi Bisenzio (Firenze) un incontro fondamentale per la vicenda degli operai ex Gkn. Da attivo partecipante, vorrei restituirne qualcosa. L’incontro aveva lo scopo di presentare agli azionisti il piano proposto dai compagni dell’ex Gkn, da quelli che hanno avuto la capacità e la possibilità di resistere per cinque anni: avviare una produzione autonoma di cargo bike e pannelli fotovoltaici. La raccolta si è conclusa su un milione e duecentomila euro (circa), dei tre che erano l’obbiettivo di partenza. Fra gli azionisti anche il nostro gruppetto della piazza del Mondo di Trieste. Il voto degli azionisti ha dato il via: la produzione verrà avviata. Inizia un difficile, esile cammino, ma è un cammino… Lo scopo di questo breve scritto non è informare su questo progetto, articolato nel documento leggibile qui. Vorrebbe, invece, essere un tentativo di comunicare l’esperienza di questo incontro dalla fortissima valenza emotiva e concettuale, etica e politica: un messaggio in cui politica e vita si fondono. Partiamo da alcune frasi e parole chiave lanciate dai relatori. La prima: “La produzione autogestita come momento della lotta di classe”. “Produzione” e “lotta” sono qui due momenti strettamente complementari. È necessario cioè pensare la lotta di classe operaia, e ogni tipo di lotta, non più soltanto come mera lotta: come contra-posizione. La storia ci mostra che lotta di per sé non produce automaticamente costruzione sociale alternativa: spesso si esaurisce, appunto, nello sforzo della mera contrapposizione o su obiettivi che non cambiano in profondità l’organizzazione sociale dominante. E quando le lotte vincevano si trovavano di fronte a problemi che, in genere, affrontavano ricorrendo ai vecchi strumenti: tutte le rivoluzioni hanno prodotto nuovi Stati, cioè oligarchie al potere. Oggi, invece, è necessario produrre, contemporaneamente a forme di lotta, anche forme di costruzione di un nuovo modo di produrre quei beni che sono pur necessari alla vita. Ma ciò implica anche forme di costruzione sociale alternativa. Si tratta di superare quello che è stato il limite delle grandi lotte degli anni Sessanta e Settanta, prodotto anche dalla violenza estrema della reazione padronal-statale che non ha esitato a ricorrere ad attentati e persino a stragi indiscriminate in luoghi pubblici, utilizzando gli indispensabili organi extralegali dello Stato, intrinsecamente connessi con l’area cultural-politica di estrazione fascista, sempre attiva dal 1946 ad oggi. In questo momento anche a livello palese di governo. Un’altra espressione che sintetizza efficacemente un’intera visione politica è: “Insorgere per risorgere”. In poche parole tutto un pensiero. L’insurrezione ha un fine concreto: la risurrezione sociale. Ciò vuol dire cominciare a individuare cammini per uscire dallo sfruttamento quale base fondamentale della vita sociale – oggi in forme estremamente articola e capillari – dalla riduzione dell’umano a forza-lavoro per il profitto di una minoranza. È necessario far ri-sorgere gli umani come esseri sociali, abitati da una dimensione collettiva, non più individui in lotta reciproca per la sopravvivenza, ma parte intrinseca di una collettività articolata in comunità. L’azione politica deve diventare un ‘ri-sorgimento’, così come il lavoro deve diventare sorgente di vita, produzione di ciò che è necessario per vivere: produzione di vita, non produzione di merci. La mostruosità del capitalismo, oggi così visibile da diventare invisibile, consiste nell’aver trasformato la produzione di vita in produzione di merci, riducendo al limite la produzione di vita, un limite che oggi si sta, con ogni evidenza, superando. La violenza rapace e individualizzante della merce deve sciogliersi nella gioia dello scambio reciproco di beni – da notare la pregnanza filologica della lingua di questi compagni: ‘insorgere per risorgere’. Le parole hanno un significato originario che è stato rimosso: non merci ma beni, fonti di vita, ridando ai bisogni fondamentali della vita il loro senso profondo, come tradizionalmente si esprimeva, ad esempio nel pasto in comune, che, nelle nostre particolari condizioni, cerchiamo in qualche modo di evocare a sera nella Piazza del Mondo. “GKN propone un nuovo immaginario”. Un’altra frase che mi ha colpito: un nuovo modo appunto di sviluppare la lotta di classe operaia, ma non solo questa, in lotta sociale nel senso più ampio, in lotta per cambiare la società, la convivenza. Ciò vuol dire che la lotta deve partire da un progetto – pro-gettare, gettare avanti – per produrre una nuova condizione sociale da costruirsi pezzo dopo pezzo – lotta esistenziale e vitale, ormai. E ancora: “Speranza come assunzione collettiva di responsabilità”. Una parola come “speranza” – consunta dal quotidiano uso individuale: “come va? speriamo bene…” – viene immessa in un significato nuovo perché collettivo: “responsabilità” viene da “rispondere”. Rispondere alla chiamata della storia, della vita ormai. Rispondere a una chiamata, come è quella di questi compagni, trasfonde la speranza, divenuta collettiva, in un concreto desiderio di agire. In tal senso, i compagni di campi Bisenzio dicono di mettere la loro “vertenza a disposizione del movimento”. Non si tratta più della sopravvivenza di alcuni operai. Si tratta della sopravvivenza di tutti noi. Oggi questo è evidente ma nello stesso tempo radicalmente denegato dal potere economico e dai suoi articolati bracci politici, anche attraverso la smisurata potenza della trasformazione della vita in immagine che ha la sua manifestazione suprema nell’indifferenza per il genocidio di Gaza. Vogliamo “trovare qui il mondo che vorremmo”, è una quinta frase significativa rimbalzata a Campi Bisenzio. Lo gridano questi operai dopo cinque anni di lotta e di tentativi di costruzione collettiva: assemblee, festival, manifestazioni, incontri in giro per l’Italia, sapendo che “trovare” il mondo desiderato vuol dire crearlo perché un altro mondo non c’è. E dovremmo aver imparato – o almeno cominciato ad imparare – che si deve costruire in mezzo all’esistente, non delegando a nessuno, ma, fra di noi, in situazione, trasformando, pezzo dopo pezzo, la thatcheriana non-società di individui in una società vera, in cui il prossimo è un socius e non un concorrente. La produzione, oggi, è, soltanto produzione di merci: letteralmente predazione, predazione della vita per trasformarla in denaro, cioè in reti di potere. Oggi questo si coglie con un’allucinante esemplarità cinematografica ancora a Gaza: il progetto, per quanto vago, di “produrre” un resort per ricchi sui cadaveri e sulle macerie del genocidio, è una sorta di Manifesto di questo tempo: dal genocidio al biocidio. Queste poche concentratissime frasi, strappate dall’incontro, dicono con forza la condizione dentro cui siamo costretti oggi. Da questa condizione bisogna partire. Altro che produrre merci. Si tratta di produrre un mondo nuovo! Ciò significa cominciare anche e soprattutto dalla vita quotidiana, dai beni essenziali: la vita ri-nasce ogni giorno. Non deve più esserci, tendenzialmente, separazione fra vita quotidiana e vita collettiva, vita della polis, “politica”. Se nel cosiddetto Occidente, lo scarto fra vita di ogni giorno e gestione pubblica è per la maggioranza evidente, nell’altro mondo per la grandissima maggioranza v’è coincidenza. Per questi operai, si tratta solo di una disperata fuga in avanti dopo cinque anni di resistenza e lotte, che hanno tentato di soffocare con il silenzio, con il muro di gomma delle istituzioni locali e centrali? In realtà questi operai, con la loro resistenza creativa durata cinque anni, hanno avuto già la capacità di trasformare un licenziamento nell’inizio di un cammino radicale: il passaggio dalla Working alla caring class – come dice il titolo del bellissimo Festival di letteratura Working class del 13-14 aprile 2026: produrre è riprodurre la vita. Hanno inventato un processo di resistenza, lotta e cura, creando un legame fra le lotte della classe operaia storica e la situazione attuale, così diversa, ad esempio, da quella degli anni Sessanta-Settanta. Mettere insieme, ad esempio, “letteratura e classe operaia”, come proclama il Festival, vuol dire superare i limiti tradizionali delle lotte operaie. Far politica oggi coincide con il tentativo di costruire forme di vita, mentre la cultura del Capitale ha dichiarato guerra alla vita intera, senza più nessuno schermo socialdemocratico. Questa è la situazione. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il nuovo straordinario e difficile cammino dell’ex Gkn proviene da Comune-info.
July 20, 2026
Comune-info
Grazie Noa
Ma come… “grazie Noa”? Grazie a Noa che non accetta di parlare di genocidio? Che non condivide la Campagna BDS? Che non condivide la necessità di sanzioni economiche verso Israele? Che si dichiara sionista? Sì, perché la tre giorni fiorentina di “Re-Imagine Peace” si è realizzata soprattutto grazie a Noa e, sempre grazie a lei, è andata molto oltre Noa. Grazie a Noa le tante realtà e le tante persone (israeliane e palestinesi) impegnate quotidianamente, da anni, nella co-resistenza alla disumanizzazione, hanno potuto farlo ottenendo una visibilità e un ascolto (per chi ha voluto ascoltare) che mai avrebbero potuto avere con le loro piccole forze. E così, senza omissioni, senza tacere nulla sull’occupazione, su quanto sta avvenendo in Israele e in Palestina e delle responsabilità politiche, si è mostrato che al genocidio si può/si deve rispondere restando umani, che all’apartheid si può rispondere vivendo la coesistenza, che alle ferite delle morti più inaccettabili (quelle che riguardano i propri bambini, i tuoi familiari più cari…) e delle torture in carcere (non solo raccontate ma subite sulla propria carne) si può rispondere attivandosi per costruire percorsi di pace insieme al “nemico”, riconoscendo il suo stesso dolore, la sua stessa sofferenza. E poi… molto di più: si è potuto capire che il perdono e la riconciliazione personale hanno tempi, modi e richiedono condizioni diverse dal percorso comunitario, collettivo, politico; che la co-resistenza scelta da alcuni sarà utile anche quando i tempi della Pace (quella vera, che implica il rispetto della giustizia e che verrà… alla fine) saranno maturi; che i gruppi di co-resistenza sono tanti, pur essendo minoritari (come noi, del resto) ma che sono la voce dell’obiezione di coscienza al vortice della guerra (anche quando, come lì, la guerra non è guerra ma esecuzione di un popolo; genocidio, appunto). E poi… ancora molto altro… Tre giornate a cui sarebbe stato bello partecipare insieme a tanti altri, a cominciare dagli scettici, dai perplessi, anche tra noi. Tre giornate che non finiscono lì: a noi scegliere se/come proseguire. Lorenzo Scaramellini, gruppo di appoggio ai Combatants for Peace Redazione Italia
July 14, 2026
Pressenza
LOTTE OPERAIE: MERCOLEDI 15 LUGLIO SCIOPERO DEI RIDER. INIZIATIVE A MILANO, BOLOGNA , FIRENZE E TORINO
Mercoledi 15 luglio i rider di Milano (ma anche di Firenze, Bologna e Torino) saranno in sciopero e saliranno in sella alle biciclette per un corteo che partirà alle 18 da Piazzale Duca d’Aosta e si concluderà in Largo Cairoli. Lo sciopero arriva alla vigilia dell’incontro convocato al ministero con le parti sociali e le piattaforme, ma la protesta va ben oltre l’emergenza caldo: al centro ci sono il modello contrattuale, le retribuzioni e le tutele economiche di chi consegna cibo in città. A fermarsi saranno soprattutto i fattorini di Glovo e Deliveroo. Non quelli di Just Eat, almeno non formalmente. “Alcuni lavoratori di Just Eat erano presenti all’assemblea, sostengono chiaramente l’iniziativa ma Just Eat i dipendenti li assume, quindi è un quadro differente”, spiega Andrea Bacchin, del Nidil Cgil Milano. Una distinzione che fotografa anche la diversa natura del rapporto di lavoro: dipendenti da una parte, lavoratori autonomi dall’altra. La parola d’ordine della mobilitazione è semplice: se qualcuno impone ai rider di fermarsi per il caldo, quel tempo deve essere retribuito. Perché la tutela della salute, sostengono i lavoratori, non può tradursi in una perdita di reddito. Abbiamo presentato lo sciopero con lo stesso Andrea Bacchin del Nidil Cgil Milano Ascolta o scarica  Ma il caldo è soltanto una faccia della protesta. Sul tavolo ci sono anche le condizioni economiche e contrattuali. Per i rider è necessario superare definitivamente il modello del cottimo e riconoscere una retribuzione basata sulle ore di lavoro effettivamente prestate, in linea con le indicazioni della normativa europea e nazionale. I rider denunciano inoltre un progressivo peggioramento delle condizioni economiche, con compensi sempre più bassi. Sentiamo Angelo Avelli, rider di Milano Ascolta o scarica 
July 14, 2026
Radio Onda d`Urto
Re-Imagine Peace ultimo giorno: tra cibo, spiritualità, contestazione e musica
In una Firenze torrida si è chiuso domenica 12 Luglio il festival Re-Imagine Peace con una giornata meno intensa e ricca di eventi come quella di sabato. Si è iniziato nel pomeriggio dove si sono incrociate due attività molto diverse: al teatro del Sale Chef Shady e  Chef Tze’ela , hanno dato luogo a “Il gusto dell’altro“, il loro cooking show dove, attraverso il cibo, cercano le cose e i valori che uniscono invece di quelli che dividono; a San Salvatore al Monte il Patriarca di Gerusalemme Pizzaballa ha invece svolto una conversazione spirituale accolto dai locali padri francescani. Pizzaballa ha auspicato che “l’ascolto sia uno degli atti più rivoluzionari che abbiamo disposizione… Ascoltare non significa essere d’accordo, non significa rinunciare alle proprie convinzioni. Significa riconoscere che il dolore dell’altro esiste anche quando non coincide con il nostro.” Concetto poi ribadito nel discorso che ha effettuato durante il concerto finale. Nei dintorni dell’anfiteatro delle Cascine si è svolto il presidio di Firenze per la Palestina che contestava l’evento chiedendo sia all’Amministrazione Comunale che agli organizzatori un impegno urgente per far cessare la violenza dell’esercito israeliano e dei coloni sia a Gaza che in tutta la Cisgiordania, che termini il genocidio strisciante, ignorato dai media, e che si prendano misure serie contro l’attuale governo israeliano in coerenza con il Diritto Internazionale e le risoluzioni delle varie Corti di Giustizia, completamente disattese quando si parla di Israele; è nato dunque un confronto nonviolento e civile con gli attivisti che invece andavano al concerto e che  sottolineavano che a Re-Imagine hanno partecipato associazioni, cineasti, artisti ed attivisti che da anni lavorano insieme, palestinesi e israeliani per difendere i diritti dei palestinesi denunciando il genocidio, la militarizzazione, la violenza. Infine il concerto ha riunito sul palco musicisti palestinesi e israeliani di varie origini, alternando messaggi di solidarietà e di saluto di attivisti oltre il discorso già citato del Cardinale Pizzaballa e il saluto della sindaca Funaro che ha ribadito la condanna netta di Firenze alla prosecuzione delle uccisioni e la necessità di un’azione urgente per fermarle; all’ingresso del concerto varie associazioni fiorentine ed internazionali hanno distribuito materiali, particolarmente significativa la presenza di Gaza Support Network che si occupa di aiutare le famiglie in difficoltà a Gaza. Il concerto si è ovviamente chiuso con la versione di Imagine di John Lennon cantata in inglese arabo ed ebraico dai musicisti presenti e dal pubblico. foto della Redazione Toscana e del Gruppo di Supporto ai Combatants for Peace Redazione Italia
July 13, 2026
Pressenza
Re-imagine Peace, secondo giorno: israeliani e palestinesi lottano insieme contro l’occupazione, la pulizia etnica e il genocidio
La mattina di sabato 11 luglio il festival Re-Imagine Peace entra nel vivo con il documentario The day after, work in progress sull’esperienza degli accordi di pace in Irlanda del nord tra cattolici e protestanti, arrivati nel 1998 dopo decenni di scontri, morti, bombe, vendette, arresti e detenzioni. I due registi Yuval Orr, israeliano e Aziz Abu Sarah, palestinese, raccontano l’origine e il proposito del documentario, ossia accompagnare un gruppo di attivisti israeliani e palestinesi per imparare dai protagonisti come fare la pace tra nemici. Alternando spezzoni del documentario alle testimonianze dei registi, ascoltiamo i racconti di attivisti, parenti di vittime degli attentati e negoziatori, da cui emerge con chiarezza la difficoltà di sedersi al tavolo dei negoziati tra persone che si odiano, tra quelli che vengono considerati terroristi, o sono i diretti responsabili della morte di persone care. Un’importante lezione emersa da queste difficili trattative riguarda la domanda: cosa ogni parte è disposta a concedere e non solo cosa vuole ottenere. Il ruolo fondamentale delle donne per mandare avanti i negoziati emerge con chiarezza, così come quello di un personaggio esterno come Nelson Mandela. In un momento di stallo, un viaggio in Sudafrica sblocca la situazione, quando Mandela ricorda che la pace si fa tra nemici e che l’apartheid sconfitto in Sudafrica rischia di continuare in Irlanda del nord. Alcune testimonianze strazianti di persone che hanno perso figli, mogli e altri parenti ricordano in modo impressionante quelle di israeliani e palestinesi ascoltate negli incontri del Parents Circle. Il processo di riconciliazione è lungo (ad esempio per la consegna delle armi ci sono voluti vent’anni e non due), a Belfast esistono ancora muri tra quartieri e scuole separate, ma le uccisioni sono cessate e gli spazi d’incontro e i matrimoni misti sono aumentati. Nel pomeriggio The future is peace, incontro con Aziz Abu Sarah e Maoz Inon, descrive l’esperienza di un libro scritto insieme, un viaggio di otto giorni in diversi posti, tra cui Gaza e il kibbutz dove Maoz è nato e i suoi genitori sono stati uccisi il 7 ottobre. I due, abituati a lavorare insieme da anni, parlano con chiarezza di genocidio a Gaza e di violenza strutturale e ammettono che alcune delle voci raccolte nel libro sono scomode e difficili da ascoltare. Lanciano una sfida a cambiare la realtà e ribattono con fermezza all’accusa di ingenuità rivolta a chi, come loro, è convinto che la soluzione del conflitto israelo-palestinese sia la nonviolenza, sostenendo che gli ingenui sono quelli che pensano che la pace e la giustizia si raggiungano con la violenza e a guerra. L’incontro termina con la musica di Neta Weiner, che suona la fisarmonica, parla e canta in varie lingue (ebraico, arabo, inglese e yiddish). In contemporanea al Cinema Astra si è svolta la proiezione del film There is Another Way che racconta con immagini anche molto crude la reazione degli attivisti di Combatants for Peace ai fatti del 7 ottobre. Combatants for Peace è una organizzazione di coresistenza formata da palestinesi e israeliani nata 20 anni fa da un gruppo di ex militari israeliani ed ex combattenti palestinesi che hanno scelto la nonviolenza. Il regista Stephan Apkon, introducendo il documentario, ha detto che lo proietta per suscitare un dibattito e produrre domande sul conflitto, sul genocidio, sui diritti umani e sull’occupazione. All’incontro ha partecipato Bianca Senatore della fondazione Gariwo che promuove il documentario e Iris Gur del Combatants, mentre la palestinese Mai Shaheen è riuscita a intervenire solo da remoto a causa delle restrizioni di movimento in Cisgiordania ulteriormente peggiorate in questi giorni e denunciate durante l’incontro. Iris, a questo proposito, ha spiegato la situazione drammaticamente surreale in cui vivono gli attivisti e le persone comuni che cercano di muoversi in quel territorio, ricordando come i diritti umani valgano solo per i cittadini di origine ebraica e non per quelli di origine araba. Mai ha parlato di ‘sogno rubato’… Spiegando come la violenza strutturale diventa anche violenza psicologica, diventa controllo indiretto sulle possibilità. In questi tre giorni in cui Mae ha vagato per la Cisgiordania senza riuscire ad arrivare a un aereoporto, Iris ha condiviso la sua rabbia preoccupazione e frustrazione perché Mai non rispondeva. Ha poi chiamato Jamil Qassas, altro componente palestinese del gruppo, condividendo la sua rabbia per questa ingiustizia e Jamil ha detto: ‘Sono sicuro che porterai la nostra voce’. Il documentario relaziona con intensità e drammaticità cosa è successo dopo il 7 Ottobre all’interno di quell’associazione e come sia stato possibile uscirne in mondo nonviolento, mantenendo i legami costruiti in anni di attività comuni e spezzati, apparentemente, dalla tragedia. In realtà Combatans for Peace è riuscita, grazie proprio alla sua idea di coresistenza e all’importanza che dà ai rapporti umani, a rafforzare le sue attività di difesa dei territori palestinesi dall’attacco dei coloni, a manifestare per l’acqua a disposizione di tutti, per il cessate il fuoco e la fine del genocidio a Gaza. La giornata si conclude col potente documentario Coexistance, my ass! dell’attivista e comica israeliana Noam Schuster Eliassi; cresciuta nel villaggio di Neve Shalom/Wahat as-Salam, dove ebrei e arabi convivono in pace, Noam ripercorre gli ultimi anni tumultuosi, alternando battute fulminanti (“Non preoccupatevi, resterò solo sette minuti, non settant’anni”, a scene del suo impegno politico e di denuncia del regime fascista che governa Israele. Memorabile la scena in cui discute animatamente con un partecipante a una manifestazione contro Netanyahu, ricordandogli l’oppressione dei palestinesi e ricevendo come risposta uno sbrigativo: “Ora pensiamo a difendere la nostra democrazia, poi vedremo.” La posizione di Noam non lascia spazio a dubbi: ci sono israeliani che non hanno paura di denunciare il genocidio a Gaza, l’occupazione e la pulizia etnica e di schierarsi dalla “parte giusta”. Foto della redazione toscana: combatants for peace,reimage festival fi combatants for peace,reimage festival fi combatants for peace,reimage festival fi combatants for peace,reimage festival fi reimage festival fi reimage festival fi reimage festival fi reimage festival fi Redazione Italia
July 12, 2026
Pressenza
Re-Imagine Peace inizia con spiritualità e musica
Il festival Re-imagine Peace inizia all’insegna della spiritualità e della musica in due cornici storiche e significative della spiritualità fiorentina: le chiese di San Salvatore al Monte e di San Miniato. La mattina la comunità francescana del Monte alle Croci ha ospitato una cerimonia di piantumazione di un albero in onore di Robi Damelin e Bushra Awad, riconosciute come Giuste dalla Fondazione Gariwo che coorganizza l’evento  e vincitrici del Fiorino d’Oro, prestigioso premio assegnato dal Comune di Firenze. Robi e Bushra fanno parte del Parents Circle Family Forum, la storica associazione che riunisce palestinesi e israeliani colpiti da un grave lutto e che hanno deciso che la vendetta non è la soluzione ma che solo la condivisione del lutto e la conseguente azione comune per la pace siano l’unica soluzione al conflitto permanente. In un’atmosfera rarefatta e nonostante il caldo Noa e Gil Dor hanno accompagnato l’evento con la loro musica. Nel pomeriggio una breve camminata ha portato un centinaio di persone da Piazzale Michelangelo a San Miniato al monte dove alcuni prelati delle principali religioni monoteiste hanno parlato di come la spiritualità può essere solo in favore della pace e che in nome di qualunque Dio non si può uccidere nessuno. Padre Bernardo, abate di San Minato e padrone di casa ha ricordato che “non c’è pace senza giustizia”. Anche qui ai discorsi si sono alternati i suoni e le voci di  Noa,   Mira Awad,  Sameh Zakout e  Idan Toledano, e con la partecipazione speciale della poetessa, scrittrice e attivista iraniana Fariba Hachtroudi. Alcune foto degli eventi di Paolo Mazzinghi e Olivier Turquet Redazione Toscana
July 11, 2026
Pressenza
Roma e Firenze: il diritto d’asilo ostacolato dalle Questure
Diverse segnalazioni, raccolte da associazioni e inchieste giornalistiche, davanti agli Uffici Immigrazione di più città, raccontano le stesse barriere strutturali: file interminabili, notti all’addiaccio e sportelli impenetrabili che trasformano la richiesta di protezione internazionale in un percorso a ostacoli, compromettendo dei diritti fondamentali quali l’accesso al sistema di accoglienza, alla salute, alla formazione e al lavoro. Chi arriva in Italia in cerca di protezione scopre presto che la burocrazia è un dispositivo che permea la vita quotidiana, ne scandisce inesorabilmente i tempi e affida tutto all’arbitrio, ma è una casualità solo apparente, che funziona in realtà come un filtro. Un meccanismo che alimenta mercati informali, furberie e raggiri, spezza i legami di solidarietà e isola gli individui. È qui che, superata la traversata del mare o le rotte balcaniche, comincia una seconda sfida che è fatta di marciapiedi, code notturne, prassi illegittime e sportelli inaccessibili. E’ il quadro che emerge, in modo quasi speculare, da recenti denunce e reportage che riguardano tre delle principali città italiane: Roma, Firenze e Torino. ROMA: «UNA PARALISI CRONICA» A Roma il sistema d’asilo – denuncia il 21° Rapporto dell’Osservatorio sulle migrazioni a Roma e nel Lazio, curato dal Centro Studi e Ricerche IDOS – «sta scivolando in una paralisi cronica». Un «vero e proprio abisso burocratico» nel quale l’Ufficio immigrazione della Questura e la Commissione territoriale si distinguono, secondo il contributo firmato da A Buon Diritto, per una «condotta omissiva e impenetrabile» che ostacola gravemente l’esercizio dei diritti. Denuncia tanto più grave se si considera che proprio nella città di Roma si concentra il numero più elevato di richieste di protezione internazionale del Paese. La normativa, in teoria, è semplice: lo status di richiedente asilo si acquisisce nel momento in cui una persona manifesta la volontà di chiedere protezione, e l’accesso alla procedura dovrebbe essere garantito senza ritardi. Nella pratica, il Rapporto descrive una «via crucis in 10 tappe». L’Ufficio immigrazione riceve «solo 20 persone al giorno» e, a differenza di altre città, non dispone di un sistema di prenotazione online, una prassi di contingentamento che «il Tribunale di Roma ha censurato più volte», senza che nulla cambiasse. Gli interessati sono così costretti a «stazionare per giorni consecutivi sui marciapiedi davanti agli uffici», alimentando «il mercato nero delle file» e fenomeni di sfruttamento ormai tristemente noti. Chi riesce ad accedere ottiene spesso solo un appuntamento differito, e per il fotosegnalamento viene convocato non nello stesso ufficio ma «in commissariati periferici a Ostia, Tivoli o persino Civitavecchia», talvolta con un solo giorno di preavviso: chi non si presenta deve «ripartire dal via». Prima della formalizzazione possono passare mesi, una «zona d’ombra giuridica» in cui i richiedenti restano privi di un titolo valido e non possono accedere «all’accoglienza, al lavoro, alle cure mediche o alla formazione». Complessivamente, tra la manifestazione della volontà e il rilascio del permesso possono trascorrere «fino a tre o quattro anni». A completare il quadro, un sistema reso «impenetrabile» dall’eliminazione di ogni contatto diretto con l’utenza: si comunica «solo via Pec», una «barriera tecnologica» che «di fatto incoraggia l’inerzia e la discrezionalità degli uffici pubblici». E tempi così dilatati richiederebbero, nel frattempo, una rete di accoglienza che invece i richiedenti – anche i più vulnerabili – spesso non trovano, a causa di un «sistema perennemente saturo». FIRENZE: «ACCAMPARSI PER GIORNI DAVANTI AGLI UFFICI» Il 30 giugno il team di Medici per i Diritti Umani – MEDU Firenze, attraverso il progetto “Un camper per i Diritti”, ha denunciato «stress, tensione, attese di giorni e pernottamenti all’aperto» davanti all’Ufficio immigrazione della Questura. E questo succede da tempo, spiega l’organizzazione che raccoglie testimonianze di persone costrette a trascorrere giorni, e talvolta settimane, dormendo davanti alla Questura nella speranza di ottenere un appuntamento per formalizzare la domanda di protezione. Si tratta spesso di persone «segnate da gravi vulnerabilità fisiche e psicologiche» subite nel Paese d’origine o durante il viaggio, che una volta arrivate in Italia si trovano «intrappolate in una condizione di forte incertezza». Nel corso del monitoraggio – condotto da un coordinatore medico, dal coordinatore del progetto e da un mediatore culturale – l’équipe ha incontrato persone «costrette ad accamparsi per giorni davanti agli uffici, vivendo nel costante timore che anche un allontanamento temporaneo potesse comportare la perdita del proprio posto in fila». Condizioni in cui «lo stress, l’incertezza e le privazioni fisiche creano inevitabilmente le condizioni per il manifestarsi di episodi di tensione». Anche per MEDU non si tratta di «un’anomalia circoscritta a Firenze, ma una prassi diffusa e denunciata in molte altre città italiane»: un «ostacolo strutturale all’esercizio del diritto di asilo». Le ragioni? «L’incapacità della Questura di garantire modalità alternative» – come la prenotazione online già in uso per altri servizi – e il numero molto limitato di persone ammesse ogni giorno agli sportelli. Una situazione che appare «il risultato di precise scelte organizzative» e di un approccio che continua ad affrontare la questione migratoria «in termini prevalentemente securitari, anziché attraverso un approccio fondato sulla tutela dei diritti». TORINO: LA «LOTTERIA DEGLI APPUNTAMENTI» A Torino il nodo si sposta di un passo lungo la stessa catena burocratica: non solo la domanda d’asilo, ma anche il ritiro del permesso di soggiorno. Davanti al Commissariato Barriera di Milano, in via Botticelli, nella periferia nord della città, un reportage di Paolo Valenti su lavialibera ha contato oltre 230 persone in coda, prima ancora dell’apertura degli sportelli, alle 8.30 in attesa sotto un sole destinato a toccare i 35 gradi, senz’acqua né bagni. C’è chi è arrivato a mezzanotte e chi «alle dieci di ieri sera, prendendosi la pioggia», tra loro diverse donne con bambini piccoli. Nell’agosto scorso, il Tribunale di Torino ha condannato la questura e il Ministero dell’Interno per una «prassi che impone condizioni mortificanti e con effetti discriminatori» ai cittadini stranieri costretti a ore, se non giorni, di coda. La questura aveva allora spostato lo sportello da corso Verona, dove si erano formati veri e propri accampamenti, a via Botticelli, ma il problema resta «tutt’altro che risolto». Molti in fila non hanno appuntamento: alcuni non hanno mai ricevuto la convocazione benché il permesso risulti pronto, altri non sono riusciti a presentarsi nel giorno fissato e il portale online, «di difficile consultazione e spesso malfunzionante», non consente di cambiare data. È la «lotteria degli appuntamenti». Chi arriva da fuori Torino non ha alternative, perché quello di via Botticelli è l’unico sportello della provincia. Ci sono persone in coda dalle quattro del mattino. Intanto il trasferimento degli uffici nel complesso del Santo Volto, annunciato e più volte rinviato entro la metà del 2026, resta senza date certe. UN OSTACOLO CHE IL PATTO EUROPEO RISCHIA DI AGGRAVARE Le due denunce di Roma e Firenze convergono su un ultimo punto. Lo scenario, avverte MEDU, «risulta ancora più allarmante alla luce del nuovo Patto europeo su migrazione e asilo», che introduce «procedure accelerate» per chi proviene dai cosiddetti «Paesi sicuri». Un timore che l’articolo del Rapporto IDOS declina anche sul versante romano, dove i tempi rischiano di allungarsi ulteriormente «con le nuove procedure introdotte dal recente “Decreto Paesi sicuri”, che lasceranno indietro le pratiche di asilo “ordinarie”». Il risultato, a Roma come a Firenze, è che il diritto di chiedere asilo, riconosciuto sulla carta nel momento stesso in cui viene manifestato, resta appeso a una fila sul marciapiede e al caso. MEDU chiede alle autorità di adottare con urgenza modalità «alternative, accessibili e dignitose», che garantiscano «il pieno esercizio del diritto alla protezione internazionale». Una richiesta minima, che misura la distanza tra la norma e ciò che accade davanti agli uffici delle Questure. Ma quanto avviene a Roma e Firenze o Torino non sono prassi affatto isolate: come raccontiamo da tempo sulle pagine di Melting Pot, gli stessi meccanismi si ritrovano, con specificità diverse, nelle città di confine come Trieste, nei grandi centri del Sud come Napoli, o nei capoluoghi di provincia come Trento e Padova. È un sistema strutturato per includere le persone in modo differenziale: per tenerle costantemente sul filo del rasoio, facilmente ricattabili, ridotte a strumenti nelle mani di logiche di sfruttamento e di propaganda politica.
Perché Pressenza è media partner di Re-Imagine Peace
In questi giorni ci è giunta questa domanda e c’è stato anche un dibattito all’interno della redazione italiana sul fatto che Pressenza sia tra i media partner di questo festival. Intanto diciamo che il dibattito e lo scambio di opinioni, sincero e reciproco, è sempre positivo e che permette di chiarire alcuni temi che restano “in sospeso”. Un motivo semplice di quest’adesione è che ci troviamo in buona compagnia con Avvenire e Controradio, anch’essi media partner del festival. Un motivo più profondo è la storia di questa collaborazione: abbiamo preso contatto con Noa e con gli organizzatori grazie ai Combatants for Peace circa un anno fa, quando l’evento sembrava imminente. Come tutti sanno Pressenza collabora con Combatants for Peace da tre anni, ha pubblicato un libro su di loro con Multimage e membri di Pressenza fanno parte del gruppo di supporto italiano; come dire, ci ha presentato e invitato a partecipare un gruppo di cui abbiamo la massima stima e che ha più volte preso posizioni chiare sul genocidio del popolo palestinese, sull’apartheid e sulla necessità di percorrere “un’altra via”. Una conferma è venuta dalla lettura del programma che gli organizzatori, con tenacia e sicuramente mille difficoltà hanno messo in piedi: un programma dove palestinesi e israeliani lavorano sempre insieme, un programma che presenta le azioni non solo di Combatants for Peace, ma anche del Parents Circle Families Forum e di altri attivisti per la pace, la nonviolenza e il dialogo. Come dice Francesca Albanese nel suo nuovo, bellissimo libro, “La luce del risveglio”, si sta diffondendo nella coscienza di molti l’empatia per il dolore degli “altri” e il riconoscimento dello stesso valore umano tra tutte le parti, un’esperienza che i membri di questi gruppi hanno fatto da tempo, partendo da dolorosissime situazioni personali per aprire strade di dialogo, azione comune e riconciliazione e rifiutando l’odio e la vendetta. Pressenza li segue da tempo e da sempre documenta e appoggia tutte le soluzioni nonviolente a questo conflitto, come a tutti i conflitti. Nel fare questo relaziona su realtà molto diverse tra loro, non sempre d’accordo tra loro, perché vuol essere uno spazio aperto alla documentazione, al dialogo, all’approfondimento. Lo stesso, ampio spazio è stato sempre dato alle tante realtà di base che in Italia manifestano da anni contro l’apartheid, la pulizia etnica, il genocidio a Gaza e in solidarietà con il popolo palestinese, offrendo la possibilità di testimoniare il loro impegno con resoconti diretti e reportage fotografici. La partecipazione al festival Re-imagine peace si inserisce quindi in una lunga storia di “giornalismo dal basso” per mostrare le tante luci che illuminano l’oscurità di questo momento drammatico, eppure colmo di possibilità. I redattori di Pressenza seguiranno le attività di Re-Imagine Peace raccontando quello che succederà con attenzione e spirito critico, nella speranza che sia un necessario momento di conoscenza, approfondimento e dialogo con quelle realtà coraggiose che nel conflitto in corso in Palestina-Israele non si arrendono all’apparente destino della violenza, ma cercano un’altra strada, difficile, dolorosa, piena di insidie e di cammini ripidi; una strada fatta di giustizia, di co-resistenza, di difesa dei diritti umani, di dialogo e di compassione. A chi in questi giorni ha visto, magari in buona fede, nel festival un tentativo di normalizzazione, regaliamo le parole che abbiamo appena pubblicato di Mai Shahin, palestinese: “Non normalizziamo l’occupazione. Non cancelliamo l’asimmetria. Non evitiamo di dare un nome all’ingiustizia. Rimaniamo fedeli alla verità e manteniamo il rapporto. Non è facile. Ha un costo. Per i palestinesi, può significare sospetto, pressioni politiche e rischi fisici in un contesto di occupazione e instabilità. Per gli israeliani, può significare isolamento e confronto con le narrazioni dominanti nella loro stessa società.” Redazione Italia
July 9, 2026
Pressenza
Il Gusto dell’Altro a Re-imagine Peace
Abbiamo parlato con Tze’ela Rubinstein e Shadi Hasbun, che parteciperanno a Re-imagine Peace con un cooking show intitolato “Il Gusto dell’Altro”. Che cos’è “Il Gusto dell’Altro” e che cosa farete concretamente insieme? Shadi Hasbun: In realtà, forse ancora non lo sappiamo nemmeno noi con certezza. Cuciniamo, certo, ma la cucina in questo caso è solo un pretesto per stare insieme e cercare di conoscerci. Forse la cosa più difficile è stata proprio l’inizio: scoprire l’uno i gusti dell’altro e viceversa. Non è stato tutto rosa e fiori fin dal primo momento con Tessela. Prima ancora di comprenderci come chef, abbiamo dovuto conoscerci come persone, e non è stato un percorso semplice. Oggi siamo molto amici, ci tengo a sottolinearlo, ma è stato il frutto di un percorso duro, durato due o tre anni, in cui una competizione prima ci ha messi contro e poi ci ha uniti. Piano piano abbiamo iniziato a costruire qualcosa insieme. La nostra toscanità – io per via delle mie radici e lei perché vive qui – ci ha aiutati a trovare i primi punti in comune. Ma oltre a questo, abbiamo scoperto di condividere gli stessi pensieri e le stesse situazioni. Ho vissuto anche diverse crisi di coscienza in questi anni di lavoro condiviso, ma alla fine il senso del “Gusto dell’Altro” è proprio questo: cercare di immergersi nell’altro per capire quanto, in fondo, siamo simili. Tze’ela Rubinstein: Il gusto dell’altro è praticamente una collaborazione nata di un’amicizia che è nata in cucina fra i fornelli, fra Chef Shadi e me. Ci sono diversi modi di lettura della parola altro, e anche in ebraico parliamo dell’altro. Chi è quello altro? Potrebbe essere un sospetto: chi è quello altro, quell’altro ancora, chi è quello sconosciuto? E il gusto dell’altro è proprio quello, conoscere, sapere e avvicinarsi a quello sconosciuto. In ebraico c’è un altro significato per quell’altro. Nella nostra tradizione abbiamo il dovere morale di riconoscere e di trattare bene tre gruppi sociali molto distinti: gli orfani, le vedove e gli altri. Nella nostra tradizione e nella nostra Bibbia è scritto proprio di lasciare un po’ di margine nei nostri campi nella raccolta per questi tre gruppi, gli orfani, le vedove e gli altri, perché sono i più deboli, perché sono i più bisognosi. E quell’altro è sconosciuto, magari le vedove e gli orfani li conosciamo, gli altri non li conosciamo. Chi è questo altro? Non importa, è un essere umano, lo dobbiamo trattare bene. Con Shadi, l’altro, ovviamente nel contesto sia politico che attuale, ma anche della storia di questi due popoli, palestinesi e israeliani, questa parola significa tanto, tanto perché va riconosciuto quell’altro, chi è quello altro: come ci avviciniamo a quell’altro, come vediamo che lui è un essere umano come noi. E noi che siamo chef, che operiamo fra gusti, sapori e tradizioni, volevamo proprio condire, insaporire il nostro contesto con l’altro tramite una conoscenza comune, tramite il cibo tramite una cosa che ci si siede intorno al tavolo, si parla, si gusta si assaggia e ci si riconosce meglio. Cucinare insieme può essere quindi un modo per avvicinarsi e trovare nuove forme di dialogo? Shadi Hasbun: Sì, sicuramente. Credo che né io né Tze’ela abbiamo la presunzione di poter cambiare il mondo o di risolvere l’attuale situazione geopolitica con quello che facciamo. Portiamo entrambi le nostre storie che, alle radici, sono inevitabilmente diverse. Tuttavia, abbiamo cercato di trovare un terreno comune come persone e la cucina è diventata il nostro linguaggio. Se il cibo è stato il pretesto per avvicinarci, allora sì, posso dire che il cibo aiuta. Io non condivido ciò che accade nella mia terra d’origine, e penso che anche Tze’ela viva con molta pesantezza la situazione attuale. Nonostante questo, vorremmo lanciare un messaggio a chi ci viene a guardare: un modo per dialogare e per trovare una soluzione esiste. Forse non nel contesto attuale, ma la possibilità di un cambiamento che ci faccia stare bene c’è, e il cibo è un veicolo fondamentale per dimostrarlo. Tze’ela Rubinstein: Assolutamente sì, nel senso che lavorando su qualsiasi cosa, su qualsiasi passione che uno condivide con un altro si costruisce un ponte di dialogo. Nel nostro caso è la cucina, i sapori, gli ingredienti, le consistenze, i colori, la vivacità degli ingredienti, il richiamo delle viuzze mediterranee, il suk, il mercato, tutte queste cose riuniscono. Quando noi entriamo in cucina e cominciamo con la nostra arte, perché è un’arte come la percepisco io, la cucina è un’arte, è un’immaginazione che uno mette, un passione che uno mette nel piatto. Se in due, due lati diversi, lo fanno insieme, non può risultare altro che collaborazione, conoscenza, dialogo e quello che è successo fra me e Shadi: quando siamo sulle pentole, fra i fornelli e praticamente venendo dalla stessa terra, con ingredienti molto molto simili, con i gusti che si richiamano uno all’altro. Qui si crea una nuova amicizia fra i fornelli che non può essere altro che una passione comune che porta con sé anche onde di energie positive che noi riflettiamo sulle nostre zone limitrofe della famiglia, degli amici, di conoscenti professionali; la gente a volte è un po’ stupita di vedere come collaboriamo. Io sono assolutamente convinta che quella è l’unica strada che può riunire gente che apparentemente, e sottolineo apparentemente, sta su due lati di un conflitto. Qual è il senso della vostra partecipazione a Re-imagine Peace? Tze’ela Rubinstein: Re-imagine Peace is like a glove to our hands, è come un guanto per le nostre mani, Shadi e io ci crediamo: è già diversi anni che facciamo la stessa attività che porteremo a Re-imagine e siamo molto onorati di andare sul palco su questa bellissima iniziativa che riunisce tanta gente in un cammino che noi abbiamo iniziato qualche anno fa e mi sembra un percorso naturale di procedere con iniziative che riuniscono tramite collaborazione, dialogo e tanta tanta speranza e tanta tanta sostanza. Attualmente sembra che a volte la gente perda la speranza di un’alternativa alla situazione. Invece gente come noi e come Re-imagine  diamo sostanza alla speranza e diamo una vera e propria alternativa alla situazione attuale. Bisogna  essere coraggiosi per dire sì, io voto per l’alternativa, io costruisco l’alternativa. Shadi Hasbun: Come dicevo, parlare di pace non significa ignorare la tragica realtà dei fatti. Per noi la pace si fa concretamente, stando presenti su un palco per raccontare la nostra esperienza. È un grande onore essere stati invitati a questa manifestazione. Personalmente ho il cuore molto pesante per quello che sta succedendo. Spero però che un evento del genere possa dimostrare che il dialogo tra le parti è possibile e che si possono cercare soluzioni che non facciano soffrire le persone. Porteremo il nostro cooking show per condividere con il pubblico ingredienti, sapori e punti in comune. Per quanto mi riguarda, è anche un modo per dire che la Palestina esiste, che non può essere ignorata, e per dare voce a questa realtà su un palco importante come quello di Re-imagine Peace. Grazie mille per le vostre risposte. Allora ci vediamo domenica 12 luglio a Firenze per il vostro cooking show. il video integrale dell’intervista: In allegato la scheda dell’evento LA CUCINA COME UN PUNTO DI INCONTRO Chef Shady è di origine palestinese. Chef Tze’ela è di origine israeliana. Si sono incontrati attraverso il cibo, in Toscana, usano le differenze come spezie. Sono amici, colleghi e forse l’immagine più concreta di ciò che il Re-Imagine Peace Festival porta a Firenze. Domenica 12 luglio, il Teatro del Sale – uno dei luoghi più amati e iconici di Firenze – ospiterà un cooking show dal vivo con i due chef, moderato dallo scrittore e giornalista Adam Smulevich. Sul palco del Teatro del Sale, ogni ingrediente racconterà una storia: la tahina, il melograno, il cous cous, il sommacco – alimenti che portano con sé memoria, geografia e identità da entrambe le parti. Shady, con i suoi ricordi di infanzia tra Ramallah e Betlemme. Tze’ela, con i sapori afferrati in gioventù nella sua vita girovaga tra kibbutz, deserto e Tel Aviv. Shady viene da Arezzo, Tze’ela da Lucca: Firenze è per entrambi il punto di incontro naturale. La loro storia di amicizia è anche una storia di questa regione: un luogo dove culture diverse trovano un terreno comune attraverso la bellezza, il cibo e l’arte di stare insieme a tavola. Olivier Turquet
July 7, 2026
Pressenza