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Ex OGR. Il risveglio della ragione contro il modello unico
A notte fonda cadi dal letto e batti la testa, badabum! Ti svegli e ti accorgi che stavi dormendo da anni, un sonno incosciente e passivo, un torpore arido. Certo che eri contrario alle oligarchie autoritarie, alle multinazionali rapaci, alla … Leggi tutto L'articolo Ex OGR. Il risveglio della ragione contro il modello unico sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Prima le comunità
ABBIAMO NUMEROSI CASI DI CREAZIONE IN BASSO DI FORZE SOCIALI, POLITICHE E CULTURALI A PROVA DI TENUTA, FONDATE IN VIA PRIORITARIA SU RELAZIONI DI FIDUCIA RECIPROCA. DALLE COMUNITÀ NO TAV, IN VAL SUSA, PASSANDO PER IL COLLETTIVO DI LAVORATORI DELLA EX-GKN DI FIRENZE, FINO AL CASO DI SPIN TIME, A ROMA, SOLO PER FARE ALCUNI ESEMPI. I CAMBIAMENTI PROFONDI DI CUI ABBIAMO BISOGNO – CONTRO LA GUERRA, CONTRO IL RAZZISMO ISTITUZIONALE E POPOLARE, CONTRO IL COLLASSO CLIMATICO E AMBIENTALE – POSSONO NASCERE SOLTANTO IN COMUNITÀ APERTE DI QUESTO TIPO. SCRIVE GUIDO VIALE: “UNA COMUNITÀ DI LOTTA COSTITUITA PER RISPONDERE AD ALCUNE ESIGENZE DEI SUOI MEMBRI NON VA PENSATA COME UNA CELLULA SOCIALE, CON UN TERRITORIO E UNA POPOLAZIONE CHIUSI NEI PROPRI CONFINI… CONFLITTO E PARTECIPAZIONE SONO L’ANIMA DI OGNI COMUNITÀ E CRESCONO CONTESTUALMENTE: NON SI DÀ L’UNO SENZA L’ALTRA…” Foto SPIN TIME LABS -------------------------------------------------------------------------------- Dobbiamo imparare a valorizzare le esperienze in corso. Una comunità di lotta costituita per rispondere ad alcune esigenze dei suoi membri non va pensata come una “cellula sociale”, con un territorio e una popolazione chiusi nei propri confini. Va pensata piuttosto come un addensamento dinamico di relazioni di reciprocità, di riconoscimento e di mutuo sostegno, tendenzialmente estensibili a una moltitudine di attori diversi. Una comunità orientata alla sostenibilità del proprio territorio non può evitare di includere tra gli agenti dei processi che la coinvolgono la vita che lo popola, con tutto quello che esige per essere salvaguardata e quello che può offrire in termini di sostentamento, qualità della vita, bellezza, insegnamento. Conflitto e partecipazione sono l’anima di ogni comunità e crescono contestualmente: non si dà l’uno senza l’altra; e viceversa. Ma è sempre la qualità delle relazioni di reciproca fiducia, con la loro ineludibile componente personale, emozionale e affettiva, a tenerla in vita, a costituirne la forza, l’attrattività e la capacità di durare nel tempo. Mano a mano che la crisi climatica e ambientale renderà più ostiche le condizioni della vita quotidiana, comunità con queste caratteristiche dovranno – e in parte già lo fanno – giocare un ruolo insostituibile nel conflitto sociale. Abbiamo ormai numerosi casi di creazione “dal basso” di forze sociali, politiche e culturali a prova di tenuta, fondate in via prioritaria su relazioni di fiducia reciproca. L’ultimo caso è quello di Spin Time, un’esperienza costruita su una perfetta combinazione di tre elementi: la risposta ai bisogni abitativi di un insieme altamente disomogeneo di occupanti, famiglie e single, di svariate nazionalità e culture, che hanno trovato in quell’edificio l’ambito di una forma avanzata di convivenza e di reciproca acculturazione; una serie di servizi – “ristorante”, palestra, asilo, scuola, laboratori, rivista – funzionali alla costruzione di un legame con il territorio; un centro di elaborazione politica e culturale di valenza internazionale anche grazie alla disponibilità di un ampio anfiteatro e di diversi locali per riunioni e convegni. Il primo di questi casi, per importanza e durata nel tempo, è quello delle comunità NoTav della Valle di Susa: un faro puntato sull’incapacità di comprenderne le ragioni e gli sviluppi dimostrata da tutte le forze istituzionali impegnate nel tentativo di stroncarlo e ben sintetizzata dall’esclamazione stupita e stupida di Luigi Bersani di fronte alla pervasività e alla durata di quella mobilitazione: “Ma è solo un treno!”. No, non è solo un treno: è una comunità di lotta per la difesa del proprio territorio dalla devastazione e dalla speculazione, ma soprattutto di costruzione e di autoaffermazione di una propria autonomia sociale, politica e culturale, che si è andata costituendo nella contrapposizione frontale all’insensata quanto compatta ostinazione di tutto l’establishment nazionale ed europeo. Poi c’è la vicenda della ex-Gkn, in lotta da cinque anni contro lo smantellamento della fabbrica e della sua forza operaia; un’esperienza che ha visto espandersi a livello locale, nazionale e internazionale la sua influenza e il suo impegno su un numero enorme di temi: produzioni alternative ed ecologiche, studenti, clima, altre fabbriche in crisi, guerre, armi, Palestina, fino all’invenzione geniale del festival della letteratura working class. L’asse portante di quegli sviluppi è una semplice domanda, rivolta a tutti i possibili alleati, che non chiede astratte “solidarietà”, ma offre la prospettiva concreta del mutuo sostegno nell’affrontare le difficoltà di ciascuno: “E tu, come stai?”. L’approccio che vede nella costruzione di comunità aperte, fondate su fiducia, mutuo sostegno, replicabilità e adattabilità delle pratiche a contesti differenti apre la strada a una duplice prospettiva: la pratica dell’obiettivo con la creazione di aggregati politico-sociali forti, capaci di imporsi o di non soccombere nel conflitto che li contrappone alle rispettive controparti; e lo sviluppo, combinando conflittualità e partecipazione, di una consapevolezza diffusa dell’interconnessione di tutti i problemi più importanti che la specie umana – e soprattutto la parte di essa che subisce le decisioni dei pochissimi “padroni del mondo” – si trova a dover affrontare. Con una risposta “dal basso”, adeguata sia in termini di mitigazione che di adattamento, al collasso climatico e ambientale; e con il ripudio generalizzato della guerra e del ricorso alle armi: non solo nella risoluzione delle vertenze internazionali tra Stati, ma innanzitutto nella gestione della più grande questione sociale dei decenni a venire: abbandonare la vana, dispendiosa e crudele guerra ai migranti. Con l’accoglienza, il riconoscimento e la valorizzazione delle decine di migliaia, oggi, e dei milioni, domani, delle “persone”, ciascuna con la propria storia, la propria cultura, i propri bisogni, che sono alla ricerca di contesti che solo una comunità aperta può offrire; dove potersi costruire una vita diversa, ma anche dove trovare condizioni per poter fare volontariamente ritorno – dove ancora è possibile, e in molte regioni lo è – nelle loro terre di origine per lavorare al loro risanamento materiale e sociale; con la libertà di movimento, i mezzi materiali e tecnici e, soprattutto, il “mutuo appoggio” delle comunità ospiti. Dunque, comunità, e comunità di comunità, sia come pratica dell’obiettivo che come “visione” di un orizzonte comune da perseguire insieme. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI MASSIMO DE ANGELIS: > Quella capacità di decidere insieme sulle condizioni di vita -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI RAUL ZIBECHI: > Create due, tre, molte arche -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Prima le comunità proviene da Comune-info.
August 23, 2026
Comune-info
Presentato esposto su Montedomini: a Firenze serve chiarezza
Un enorme caso di questione morale è giù sul piatto. Quello che è emerso in città rende attualissime le parole di 42 anni fa di Enrico Berlinguer: la questione morale non è un concetto astratto: è il banco di prova … Leggi tutto L'articolo Presentato esposto su Montedomini: a Firenze serve chiarezza sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Presentato esposto su Montedomini: a Firenze serve chiarezza
è ù . Quello che è emerso in città rende attualissime le parole di 42 anni fa di : la questione morale non è un concetto astratto: è il banco di prova di ogni amministrazione. lo ricordava con chiarezza: ‘La … Leggi tutto L'articolo Presentato esposto su Montedomini: a Firenze serve chiarezza sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Bambini attori e bambine attrici in erba per la propaganda militarizzante
Sul finire dell’anno scolastico e con i richiami giocosi dell’estate alle porte, le scuole hanno organizzato varie attività ludiche rilassanti soprattutto nelle fasce di età più giovani: associare questo momento tradizionalmente festoso ad altri simboli legati alla divisa, rappresenta un’attività propagandistica militarizzante che è tanto più odiosa quanto più si scende, appunto, nella fascia di età “target”. È quanto avvenuto, ad esempio, ai primi di giugno a Firenze, (clicca qui) nell’incontro organizzato dalla Florence Bilingual School presso la questura del capoluogo toscano: non sono mancati gli eroici, affettuosi ed accattivanti cani-poliziotto, angeli custodi a quattro zampe che proteggono i più piccoli dallo spaccio della “droga”, intesa naturalmente – vista l’età – come stupefacente-mostro-cattivo a prescindere dalla sostanza. Poi c’erano le volanti e le moto della squadra mobile, ormai oggetti extra-lusso dotati di tutti gli optional digitali e meccanici che fanno impallidire le “rustiche” Moto Guzzi di qualche anno fa o, più in là negli anni, (quando peraltro la criminalità organizzata viaggiava su altri “numeri”), l’Alfa “Giulia”, l'”Alfetta” o la più modesta “Giulietta”. Si tratta di dotazioni che, come abbiamo ricordato più volte, non trovano alcuna giustificazione nei dati statistici relativi alla criminalità e alla devianza in genere, in caduta libera, ormai da trent’anni, in quasi tutte le fattispecie di reato. Da una parte il paradigma repressivo delle istituzioni va a colpire, con i vari decreti muscolari (“anti-rave”, “Caivano”, “anti-maranza”, ecc.), fasce di età che al netto di tutte le critiche che possono essere rivolte loro, hanno dimostrato a fine 2025, con l’appoggio incondizionato e a-partitico a tutti i gruppi “Pro-pal” e alla causa palestinese e poi contro l’ultimo referendum, un alto livello di consapevolezza, dall’altro, sempre più spesso, attua strategie di plagio vero e proprio. Si arriva addirittura a spettacolini patetici di bassa manovalanza circense, come la bambina che, inginocchiata, interagisce con la volante “parlante” della Polizia di Stato (clicca qui) oppure si fa ricorso all’innato trasporto emotivo verso gli animali domestici utilizzati dalle forze dell’ordine come appunto i cani e in alcuni casi anche i cavalli. Ma l’apoteosi di una propaganda strappa-lacrime che coopta, in veste di attori, i più piccini, si ha in questo breve filmato, sempre della questura di Firenze, in cui un bambino di circa ai 4/5 anni, durante una lite tra papà e mamma, chiama il numero di emergenza, cui risponde prontamente una volante della Polizia che si propone impropriamente come una coppia di consulenti, mediatori familiari ante-litteram, mettendo pace tra marito e moglie. L’agente donna, consola la moglie che tiene in mano la cornice con la foto di lui e lei neo-sposi, un tempo felici ed abbracciati; contemporaneamente l’agente uomo, va dal marito violento a calmare le acque: il lieto fine, negli ultimi frame, è rappresentato dalla coppia fulmineamente e platealmente rappacificata e i due agenti che battono il cinque al bambino che pochi minuti prima si era attaccato al telefono per chiamare la volante (clicca qui). Questo video ha totalizzato oltre 14.000 visualizzazioni contro una media che si attesta intorno alle 200, a dimostrazione del fatto che coinvolgere i più piccoli, dalla pubblicità sui beni o servizi di largo consumo, fino alla propaganda militarizzante, premia sempre. Stefano Bertoldi, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Firenze. Sotto sfratto il Catasto, preda della speculazione immobiliare
Il Catasto è sotto sfratto: venduto a privati negli anni Duemila, la proprietà ora ne vuole fare residenze di lusso. Un altro tassello dell’alienazione del pubblico a pro della speculazione immobiliare. Il noto edificio di via dell’Agnolo 80, destinato agli … Leggi tutto L'articolo Firenze. Sotto sfratto il Catasto, preda della speculazione immobiliare sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Firenze: presidio per Fakir
Su convocazione della CGIL, dell’ANPI e dell’ARCI si è svolto oggi a Firenze, come in molte città italiane un presidio di fronte alla Prefettura per protestare per la morte di Abderrahim Fakir. Circa 200-300 persone hanno ascoltato le parole di Paolo Solimeno di Giuristi democratici.   presidio fakir fi presidio fakir fi presidio fakir fi presidio per Fakir Fi         Redazione Toscana
July 21, 2026
Pressenza
Il nuovo straordinario e difficile cammino dell’ex Gkn
L’ULTIMA ASSEMBLEA DEGLI OPERAI DELLA EX GKN NON HA SOLO DATO IL VIA ALLA PRODUZIONE AUTONOMA DI CARGO BIKE E PANNELLI FOTOVOLTAICI, IMPENSABILE SOLO UN PAIO DI ANNI FA. HA DETTO ANCHE CHE ABBIAMO BISOGNO DI RIPENSARE IL CONCETTO DI LOTTA PER NON LIMITARLA ALLA CONTRAPPOSIZIONE, CHE SIAMO IN GRADO DI SMETTERE DI PENSARCI INDIVIDUI IN LOTTA PER LA SOPRAVVIVENZA E RISCOPRIRE UNA DIMENSIONE COLLETTIVA, CHE POSSIAMO CREARE MONDI NUOVI IN MEZZO ALL’ESISTENTE NON DELEGANDO NESSUNO, COMINCIANDO DALLA VITA DI OGNI GIORNO Foto Collettivo Di Fabbrica – Lavoratori Gkn Firenze -------------------------------------------------------------------------------- Nei giorni scorsi si è svolto a Campi Bisenzio (Firenze) un incontro fondamentale per la vicenda degli operai ex Gkn. Da attivo partecipante, vorrei restituirne qualcosa. L’incontro aveva lo scopo di presentare agli azionisti il piano proposto dai compagni dell’ex Gkn, da quelli che hanno avuto la capacità e la possibilità di resistere per cinque anni: avviare una produzione autonoma di cargo bike e pannelli fotovoltaici. La raccolta si è conclusa su un milione e duecentomila euro (circa), dei tre che erano l’obbiettivo di partenza. Fra gli azionisti anche il nostro gruppetto della piazza del Mondo di Trieste. Il voto degli azionisti ha dato il via: la produzione verrà avviata. Inizia un difficile, esile cammino, ma è un cammino… Lo scopo di questo breve scritto non è informare su questo progetto, articolato nel documento leggibile qui. Vorrebbe, invece, essere un tentativo di comunicare l’esperienza di questo incontro dalla fortissima valenza emotiva e concettuale, etica e politica: un messaggio in cui politica e vita si fondono. Partiamo da alcune frasi e parole chiave lanciate dai relatori. La prima: “La produzione autogestita come momento della lotta di classe”. “Produzione” e “lotta” sono qui due momenti strettamente complementari. È necessario cioè pensare la lotta di classe operaia, e ogni tipo di lotta, non più soltanto come mera lotta: come contra-posizione. La storia ci mostra che lotta di per sé non produce automaticamente costruzione sociale alternativa: spesso si esaurisce, appunto, nello sforzo della mera contrapposizione o su obiettivi che non cambiano in profondità l’organizzazione sociale dominante. E quando le lotte vincevano si trovavano di fronte a problemi che, in genere, affrontavano ricorrendo ai vecchi strumenti: tutte le rivoluzioni hanno prodotto nuovi Stati, cioè oligarchie al potere. Oggi, invece, è necessario produrre, contemporaneamente a forme di lotta, anche forme di costruzione di un nuovo modo di produrre quei beni che sono pur necessari alla vita. Ma ciò implica anche forme di costruzione sociale alternativa. Si tratta di superare quello che è stato il limite delle grandi lotte degli anni Sessanta e Settanta, prodotto anche dalla violenza estrema della reazione padronal-statale che non ha esitato a ricorrere ad attentati e persino a stragi indiscriminate in luoghi pubblici, utilizzando gli indispensabili organi extralegali dello Stato, intrinsecamente connessi con l’area cultural-politica di estrazione fascista, sempre attiva dal 1946 ad oggi. In questo momento anche a livello palese di governo. Un’altra espressione che sintetizza efficacemente un’intera visione politica è: “Insorgere per risorgere”. In poche parole tutto un pensiero. L’insurrezione ha un fine concreto: la risurrezione sociale. Ciò vuol dire cominciare a individuare cammini per uscire dallo sfruttamento quale base fondamentale della vita sociale – oggi in forme estremamente articola e capillari – dalla riduzione dell’umano a forza-lavoro per il profitto di una minoranza. È necessario far ri-sorgere gli umani come esseri sociali, abitati da una dimensione collettiva, non più individui in lotta reciproca per la sopravvivenza, ma parte intrinseca di una collettività articolata in comunità. L’azione politica deve diventare un ‘ri-sorgimento’, così come il lavoro deve diventare sorgente di vita, produzione di ciò che è necessario per vivere: produzione di vita, non produzione di merci. La mostruosità del capitalismo, oggi così visibile da diventare invisibile, consiste nell’aver trasformato la produzione di vita in produzione di merci, riducendo al limite la produzione di vita, un limite che oggi si sta, con ogni evidenza, superando. La violenza rapace e individualizzante della merce deve sciogliersi nella gioia dello scambio reciproco di beni – da notare la pregnanza filologica della lingua di questi compagni: ‘insorgere per risorgere’. Le parole hanno un significato originario che è stato rimosso: non merci ma beni, fonti di vita, ridando ai bisogni fondamentali della vita il loro senso profondo, come tradizionalmente si esprimeva, ad esempio nel pasto in comune, che, nelle nostre particolari condizioni, cerchiamo in qualche modo di evocare a sera nella Piazza del Mondo. “GKN propone un nuovo immaginario”. Un’altra frase che mi ha colpito: un nuovo modo appunto di sviluppare la lotta di classe operaia, ma non solo questa, in lotta sociale nel senso più ampio, in lotta per cambiare la società, la convivenza. Ciò vuol dire che la lotta deve partire da un progetto – pro-gettare, gettare avanti – per produrre una nuova condizione sociale da costruirsi pezzo dopo pezzo – lotta esistenziale e vitale, ormai. E ancora: “Speranza come assunzione collettiva di responsabilità”. Una parola come “speranza” – consunta dal quotidiano uso individuale: “come va? speriamo bene…” – viene immessa in un significato nuovo perché collettivo: “responsabilità” viene da “rispondere”. Rispondere alla chiamata della storia, della vita ormai. Rispondere a una chiamata, come è quella di questi compagni, trasfonde la speranza, divenuta collettiva, in un concreto desiderio di agire. In tal senso, i compagni di campi Bisenzio dicono di mettere la loro “vertenza a disposizione del movimento”. Non si tratta più della sopravvivenza di alcuni operai. Si tratta della sopravvivenza di tutti noi. Oggi questo è evidente ma nello stesso tempo radicalmente denegato dal potere economico e dai suoi articolati bracci politici, anche attraverso la smisurata potenza della trasformazione della vita in immagine che ha la sua manifestazione suprema nell’indifferenza per il genocidio di Gaza. Vogliamo “trovare qui il mondo che vorremmo”, è una quinta frase significativa rimbalzata a Campi Bisenzio. Lo gridano questi operai dopo cinque anni di lotta e di tentativi di costruzione collettiva: assemblee, festival, manifestazioni, incontri in giro per l’Italia, sapendo che “trovare” il mondo desiderato vuol dire crearlo perché un altro mondo non c’è. E dovremmo aver imparato – o almeno cominciato ad imparare – che si deve costruire in mezzo all’esistente, non delegando a nessuno, ma, fra di noi, in situazione, trasformando, pezzo dopo pezzo, la thatcheriana non-società di individui in una società vera, in cui il prossimo è un socius e non un concorrente. La produzione, oggi, è, soltanto produzione di merci: letteralmente predazione, predazione della vita per trasformarla in denaro, cioè in reti di potere. Oggi questo si coglie con un’allucinante esemplarità cinematografica ancora a Gaza: il progetto, per quanto vago, di “produrre” un resort per ricchi sui cadaveri e sulle macerie del genocidio, è una sorta di Manifesto di questo tempo: dal genocidio al biocidio. Queste poche concentratissime frasi, strappate dall’incontro, dicono con forza la condizione dentro cui siamo costretti oggi. Da questa condizione bisogna partire. Altro che produrre merci. Si tratta di produrre un mondo nuovo! Ciò significa cominciare anche e soprattutto dalla vita quotidiana, dai beni essenziali: la vita ri-nasce ogni giorno. Non deve più esserci, tendenzialmente, separazione fra vita quotidiana e vita collettiva, vita della polis, “politica”. Se nel cosiddetto Occidente, lo scarto fra vita di ogni giorno e gestione pubblica è per la maggioranza evidente, nell’altro mondo per la grandissima maggioranza v’è coincidenza. Per questi operai, si tratta solo di una disperata fuga in avanti dopo cinque anni di resistenza e lotte, che hanno tentato di soffocare con il silenzio, con il muro di gomma delle istituzioni locali e centrali? In realtà questi operai, con la loro resistenza creativa durata cinque anni, hanno avuto già la capacità di trasformare un licenziamento nell’inizio di un cammino radicale: il passaggio dalla Working alla caring class – come dice il titolo del bellissimo Festival di letteratura Working class del 13-14 aprile 2026: produrre è riprodurre la vita. Hanno inventato un processo di resistenza, lotta e cura, creando un legame fra le lotte della classe operaia storica e la situazione attuale, così diversa, ad esempio, da quella degli anni Sessanta-Settanta. Mettere insieme, ad esempio, “letteratura e classe operaia”, come proclama il Festival, vuol dire superare i limiti tradizionali delle lotte operaie. Far politica oggi coincide con il tentativo di costruire forme di vita, mentre la cultura del Capitale ha dichiarato guerra alla vita intera, senza più nessuno schermo socialdemocratico. Questa è la situazione. -------------------------------------------------------------------------------- . . . . -------------------------------------------------------------------------------- Questo articolo è stato qui pubblicato anche in relazione al progetto CORE . . -------------------------------------------------------------------------------- . L'articolo Il nuovo straordinario e difficile cammino dell’ex Gkn proviene da Comune-info.
July 20, 2026
Comune-info
Grazie Noa
Ma come… “grazie Noa”? Grazie a Noa che non accetta di parlare di genocidio? Che non condivide la Campagna BDS? Che non condivide la necessità di sanzioni economiche verso Israele? Che si dichiara sionista? Sì, perché la tre giorni fiorentina di “Re-Imagine Peace” si è realizzata soprattutto grazie a Noa e, sempre grazie a lei, è andata molto oltre Noa. Grazie a Noa le tante realtà e le tante persone (israeliane e palestinesi) impegnate quotidianamente, da anni, nella co-resistenza alla disumanizzazione, hanno potuto farlo ottenendo una visibilità e un ascolto (per chi ha voluto ascoltare) che mai avrebbero potuto avere con le loro piccole forze. E così, senza omissioni, senza tacere nulla sull’occupazione, su quanto sta avvenendo in Israele e in Palestina e delle responsabilità politiche, si è mostrato che al genocidio si può/si deve rispondere restando umani, che all’apartheid si può rispondere vivendo la coesistenza, che alle ferite delle morti più inaccettabili (quelle che riguardano i propri bambini, i tuoi familiari più cari…) e delle torture in carcere (non solo raccontate ma subite sulla propria carne) si può rispondere attivandosi per costruire percorsi di pace insieme al “nemico”, riconoscendo il suo stesso dolore, la sua stessa sofferenza. E poi… molto di più: si è potuto capire che il perdono e la riconciliazione personale hanno tempi, modi e richiedono condizioni diverse dal percorso comunitario, collettivo, politico; che la co-resistenza scelta da alcuni sarà utile anche quando i tempi della Pace (quella vera, che implica il rispetto della giustizia e che verrà… alla fine) saranno maturi; che i gruppi di co-resistenza sono tanti, pur essendo minoritari (come noi, del resto) ma che sono la voce dell’obiezione di coscienza al vortice della guerra (anche quando, come lì, la guerra non è guerra ma esecuzione di un popolo; genocidio, appunto). E poi… ancora molto altro… Tre giornate a cui sarebbe stato bello partecipare insieme a tanti altri, a cominciare dagli scettici, dai perplessi, anche tra noi. Tre giornate che non finiscono lì: a noi scegliere se/come proseguire. Lorenzo Scaramellini, gruppo di appoggio ai Combatants for Peace Redazione Italia
July 14, 2026
Pressenza