
A Camaldoli una riflessione sulla cultura della pace e le azioni necessarie: l’urgenza di far rete
Pressenza - Friday, August 21, 2026Agli Stati Generali promossi dalla Regione Toscana nel Monastero casentinese di Camaldoli, istituzioni e società civile si coordinano per trasformare la Carta di Camaldoli in uno strumento operativo contro la guerra e la mercificazione dei conflitti.
Un cantiere aperto per la pace e il disarmo
In un contesto globale drammatico, segnato da oltre sessanta conflitti sanguinosi e dal tentativo di monetizzare persino la pace, come dimostrano recenti iniziative speculative internazionali, la Toscana riafferma la propria vocazione di terra di dialogo e diritti. Lo scorso 20 agosto, nello storico Monastero di Camaldoli (Poppi, AR), si sono svolti gli Stati Generali della Cultura della Pace della Regione Toscana. Promosso dalla Regione, l’incontro ha riunito istituzioni, la comunità monastica camaldolese, il terzo settore, il mondo accademico e la cittadinanza attiva.
Obiettivi e coordinamento regionale
L’obiettivo dell’iniziativa, coordinata dalla Vicepresidente della Regione Toscana Mia Diop, è strutturare un percorso capillare in tutte le province toscane per fornire strumenti operativi a chi opera quotidianamente per la pace. Come sottolineato dai saluti del Sindaco di Poppi, Federico Lorenzoni, la pace è una stringente responsabilità politica che si edifica dal basso, con un’azione culturale costante sui territori. Spina dorsale dell’evento è stato il richiamo alla Carta della Pace di Camaldoli del 1995, presentata da Luigi Scatizzi (Presidente ACLI Arezzo), e all’eredità del ‘Codice di Camaldoli’ del 1943. Al centro vi è il ripristino dell’Articolo 11 della Costituzione: l’Italia ‘ripudia’ la guerra, riaffermando che non vi è pace senza giustizia sociale, diplomazia e multilaterialismo.
La voce della società civile e il dibattito dal basso
Il dibattito ha dato spazio alle voci del territorio. Damiano Bettoni, Presidente della Fondazione Giovanni Paolo II, ha portato l’esperienza dei progetti di cooperazione in Terra Santa, Libano, Giordania e Iraq, lanciando un appello a non ‘mettere mai più Dio a capo degli eserciti’ e a superare le polarizzazioni ‘da curva da stadio’. Il Prof. Maurizio Ambrosini, Vicepresidente del MEIC, ha richiamato l’attenzione sui diritti dei migranti forzati, evidenziando come la pace si costruisca con l’accoglienza concreta: corridoi umanitari, sponsorizzazioni comunitarie e borse di studio per studenti in fuga da Gaza, Afghanistan o Ucraina.
La Rete Firenze Città Operatrice di Pace ha rimarcato la profonda urgenza di azioni, esprimendo l’angoscia per i massacri a Gaza, in Cisgiordania e per le tragedie dimenticate come quella del popolo Saharawi, confinato nel deserto dell’invisibilità mediatica. Ci domandiamo quali azioni dirette ed efficaci possano e debbano intraprendere i cittadini, le associazioni, le istituzioni di fronte al blocco della diplomazia internazionale e gli orrori in atto, dal boicottaggio economico alle sanzioni dal basso.
Fare rete per una speranza attiva
Dall’intervento di Roberto Setti (Rete Aretina per la Pace e il Disarmo) è emerso l’invito a sviluppare una ‘speranza attiva’ contro la narrazione bellicista dei media. Nelle conclusioni, la Vicepresidente Mia Diop ha raccolto le istanze emerse, confermando l’impegno della Regione Toscana a creare una rete tra enti e associazioni, valorizzare l’educazione alla pace nelle scuole con i fondi FSE+ e sostenere l’accoglienza. La lezione di Camaldoli è netta: l’unica risposta efficace alla barbarie è fare rete
Foto Paolo Mazzinghi