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Ricchiuti (Pax Christi Italia) a Schlein (PD): «La politica agisca per la pace»
Nella lettera aperta pubblicata il 22 agosto scorso il presidente del movimento pacifista cattolico esorta la segretaria del partito e i politici italiani: «Una coalizione progressista
dovrebbe prendere le distanze dal riarmo». Pax Christi Italia venne fondata nel 1954 “per desiderio di Mons. Montini della Segreteria di Stato Vaticana”, il futuro papa Paolo VI. Al suo primo presidente, Mons. Rossi, sono succeduti dal 1959 Mons. Castellano e dal 1968 Mons. Bettazzi“, che nel 1976 scrisse al segretario del PCI (Partito Comunista Italiano), Enrico Berlinguer. “ PREPARARE LA PACE, NON LA GUERRA” A cinquant’anni dalla storica Lettera aperta di monsignor Luigi Bettazzi a Enrico Berlinguer, monsignor Giovanni Ricchiuti, presidente di Pax Christi Italia, si rivolge alla segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, con una nuova Lettera aperta, pubblicata da Avvenire. Lettera che per la verità si rivolge anche a quanti, segretari di partito e parlamentari, nelle diverse forze politiche vogliano contribuire a riflessioni e decisioni che costruiscano concretamente percorsi di pace. Il punto di partenza è l’articolo 11 della Costituzione: se l’Italia «ripudia la guerra», quali conseguenze concrete deve avere oggi questo principio nelle politiche di difesa e sicurezza dell’Italia e dell’Europa? Monsignor Ricchiuti pone alla leader del PD alcune domande precise: una coalizione democratica e progressista * può prendere le distanze dalle politiche di riarmo? * può investire con maggiore decisione nella diplomazia, nella prevenzione dei conflitti, nei corpi civili di pace e nella difesa non armata e nonviolenta? * è disposta a sostenere la proposta di legge di iniziativa popolare per l’istituzione del Dipartimento della Difesa civile non armata e nonviolenta? La lettera richiama anche una delle emergenze più nuove e inquietanti: l’impiego dell’intelligenza artificiale nei sistemi d’arma. Da qui la richiesta di una legislazione europea e internazionale vincolante che impedisca di delegare alle macchine decisioni sulla vita e sulla morte. Non una polemica di parte, dunque, ma l’invito ad aprire un confronto politico: è possibile sottrarsi alla falsa alternativa tra riarmo e resa? Cinquant’anni dopo Bettazzi, la domanda torna alla politica con parole nuove, ma con la stessa radicalità: «Se vogliamo la pace, dobbiamo preparare la pace: con la politica, la diplomazia, il diritto, la giustizia e la nonviolenza».   https://www.avvenire.it/idee-e-commenti/la-politica-agisca-per-la-pace-lettera-aperta-del-presidente-di-pax-christi-a-elly-schlein_112204   Pax Christi Italia
August 24, 2026
Pressenza
A Camaldoli una riflessione sulla cultura della pace e le azioni necessarie: l’urgenza di far rete
Agli Stati Generali promossi dalla Regione Toscana nel Monastero casentinese di Camaldoli, istituzioni e società civile si coordinano per trasformare la Carta di Camaldoli in uno strumento operativo contro la guerra e la mercificazione dei conflitti.   Un cantiere aperto per la pace e il disarmo In un contesto globale drammatico, segnato da oltre sessanta conflitti sanguinosi e dal tentativo di monetizzare persino la pace, come dimostrano recenti iniziative speculative internazionali, la Toscana riafferma la propria vocazione di terra di dialogo e diritti. Lo scorso 20 agosto, nello storico Monastero di Camaldoli (Poppi, AR), si sono svolti gli Stati Generali della Cultura della Pace della Regione Toscana. Promosso dalla Regione, l’incontro ha riunito istituzioni, la comunità monastica camaldolese, il terzo settore, il mondo accademico e la cittadinanza attiva. Obiettivi e coordinamento regionale L’obiettivo dell’iniziativa, coordinata dalla Vicepresidente della Regione Toscana Mia Diop, è strutturare un percorso capillare in tutte le province toscane per fornire strumenti operativi a chi opera quotidianamente per la pace. Come sottolineato dai saluti del Sindaco di Poppi, Federico Lorenzoni, la pace è una stringente responsabilità politica che si edifica dal basso, con un’azione culturale costante sui territori. Spina dorsale dell’evento è stato il richiamo alla Carta della Pace di Camaldoli del 1995, presentata da Luigi Scatizzi (Presidente ACLI Arezzo), e all’eredità del ‘Codice di Camaldoli’ del 1943. Al centro vi è il ripristino dell’Articolo 11 della Costituzione: l’Italia ‘ripudia’ la guerra, riaffermando che non vi è pace senza giustizia sociale, diplomazia e multilaterialismo. La voce della società civile e il dibattito dal basso Il dibattito ha dato spazio alle voci del territorio. Damiano Bettoni, Presidente della Fondazione Giovanni Paolo II, ha portato l’esperienza dei progetti di cooperazione in Terra Santa, Libano, Giordania e Iraq, lanciando un appello a non ‘mettere mai più Dio a capo degli eserciti’ e a superare le polarizzazioni ‘da curva da stadio’. Il Prof. Maurizio Ambrosini, Vicepresidente del MEIC, ha richiamato l’attenzione sui diritti dei migranti forzati, evidenziando come la pace si costruisca con l’accoglienza concreta: corridoi umanitari, sponsorizzazioni comunitarie e borse di studio per studenti in fuga da Gaza, Afghanistan o Ucraina. La Rete Firenze Città Operatrice di Pace ha rimarcato la profonda urgenza di azioni, esprimendo l’angoscia per i massacri a Gaza, in Cisgiordania e per le tragedie dimenticate come quella del popolo Saharawi, confinato nel deserto dell’invisibilità mediatica. Ci domandiamo quali azioni dirette ed efficaci possano e debbano intraprendere i cittadini, le associazioni, le istituzioni di fronte al blocco della diplomazia internazionale e gli orrori in atto, dal boicottaggio economico alle sanzioni dal basso. Sul tema di fare rete e di avere più informazioni delle attività pacifiste è intervenuto Olivier Turquet, coordinatore della redazione italiana di Pressenza, ricordando che l’agenzia stampa per la pace e la nonviolenza è a disposizione per dare voce a tutte le attività pacifiste, dandone notizia e/o pubblicando i comunicati che, per la toscana, arrivino alla mail redazione.toscana@pressenza.com. Fare rete per una speranza attiva Dall’intervento di Roberto Setti (Rete Aretina per la Pace e il Disarmo) è emerso l’invito a sviluppare una ‘speranza attiva’ contro la narrazione bellicista dei media. Nelle conclusioni, la Vicepresidente Mia Diop ha raccolto le istanze emerse, confermando l’impegno della Regione Toscana a creare una rete tra enti e associazioni, valorizzare l’educazione alla pace nelle scuole con i fondi FSE+ e sostenere l’accoglienza. La lezione di Camaldoli è netta: l’unica risposta efficace alla barbarie è fare rete. Foto Paolo Mazzinghi Paolo Mazzinghi
August 21, 2026
Pressenza
Dichiarazione Universale dei Diritti Umani: conoscerla serve a difenderci
Recentemente viene citata spesso, purtroppo soprattutto nel segnalare le violazioni. In questi giorni l’ONU ha divulgato la fotografia che mostra alcuni manoscritti elaborati tra il 1945 e il 1948 e un video che spiega come è stata concepita e scritta. “Redatta da rappresentanti delle nazioni con diverse formazioni giuridiche e culturali, provenienti da tutte le regioni del mondo – evidenzia l’ONU nella pagina online in cui sono raccolti i materiali documentali e informativi – ha stabilito, per la prima volta, i diritti umani fondamentali da tutelare universalmente”. Composto dal preambolo, che specifica il contesto storico e le finalità del proclama, presupposti cui fa riferimento la Carta (Statuto) dell’ONU promulgata due anni prima, nel 1946, e sintetizza i principi etici e giuridici enunciati, e da 30 articoli che precisano i diritti individuali, civili, politici, economici, sociali e culturali riconosciuti a ciascuna persona, nessuna esclusa, e della cui tutela, o violazione, sono responsabili tutti gli Stati e ogni loro governo e istituzione, il testo è stato tradotto in 555 lingue nazionali, idiomi etnici e dialetti ed è disponibile anche nell’audio-lettura in italiano. La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani fu approvata dall’Assemblea Generale con la delibera della Risoluzione A/RES/217(III)[A], votata il 10 dicembre 1948. Ad esprimersi a favore furono 48 degli allora 58 stati-membri dell’ONU: Afghanistan, Argentina, Australia, Belgio, Birmania (Myanmar), Bolivia, Brasile, Canada, Cile, Cina, Colombia, Costa Rica, Cuba, Danimarca, Ecuador, Egitto, El Salvador, Etiopia, Filippine, Francia, Grecia, Guatemala, Haiti, India, Iran, Iraq, Islanda, Libano, Liberia, Lussemburgo, Messico, Nicaragua, Norvegia, Nuova Zelanda, Olanda, Pakistan, Panama, Paraguay, Perù, Regno Unito (Gran Bretagna), Repubblica Dominicana, Siam, Siria, Svezia, Turchia, Uruguay, Venezuela e USA. Delle altre 10 delegazioni, due – Honduras e Yemen – non parteciparono alla riunione ed 8 – Arabia Saudita, Bielorussia, Cecoslovacchia, Yugoslavia, Polonia, Sud Africa, Ucraina e URSS – si pronunciarono con l’astensione. In Italia, la cui ammissione all’ONU venne decretata il 14 dicembre 1955 e ratificata con la Legge n° 848 del 17 agosto 1957 pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale il seguente 25 settembre, il rispetto dei diritti umani enunciati nella Dichiarazione Universale è prioritario e cogente: nell’Articolo 11 della Costituzione, in vigore dal 1° gennaio 1948, è espressamente indicato che lo Stato italiano “consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo” e di recente, nel 2018, nell’introduzione al testo ufficiale della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani edito a cura dell’Ufficio comunicazione istituzionale e dell’Ufficio delle informazioni parlamentari, dell’archivio e delle pubblicazioni del Senato è stato ribadito che “Le norme che compongono la Dichiarazione sono ormai considerate, dal punto di vista sostanziale, come principi generali del diritto internazionale e come tali vincolanti per tutti i soggetti di tale ordinamento”. Maddalena Brunasti
August 10, 2026
Pressenza
«Invece di armarci potremmo…»: 15 schede
dossier del Centro Nuovo Modello Sviluppo. Presentazione di Rocco Artifoni e link per scaricarlo. Ma chi l’ha detto che non ci sono alternative al riarmo? Anzi, le alternative – oltre che possibili – sono necessarie. È questa la conclusione a cui si giunge dopo aver letto il dossier “dal militare al sociale” realizzato dal Centro Nuovo Modello di Sviluppo. Il
Ancora sulla parata militare del 2 giugno
 Ci sembrano incompatibili la parata militare, che è ostentazione della forza distruttiva delle armi, e l’articolo 11 della Costituzione: la Repubblica è davanti alla scelta tra riarmo e pace (come già ribadito più volte: Verso il 2 giugno e la parata. Militarizzazione dei territori e conflitto sociale). Siamo alla vigilia del giorno in cui l’Italia celebra la nascita della Repubblica con la tradizionale parata militare del 2 giugno, e torna inevitabilmente ad affacciarsi una domanda profonda sul significato stesso della democrazia costituzionale nata dalla Resistenza. Perché sussiste un evidente dissonanza tra l’inchinarsi alle Frecce Tricolori, ai mezzi militari e all’esibizione della forza dello Stato, e la Costituzione italiana che custodisce un principio radicale ma spesso rimosso dal dibattito pubblico: l’articolo 11, quello in cui “l’Italia ripudia la guerra”, come anche dichiara l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università. Non un generico auspicio morale, ma una scelta storica e politica maturata dopo il fascismo, la catastrofe bellica e la devastazione prodotta dai nazionalismi imperiali del Novecento. La tensione tra la rappresentazione militare della Repubblica e il dettato costituzionale non riguarda il rispetto dovuto alle Forze armate o alle istituzioni democratiche, ma il rischio che la guerra venga progressivamente normalizzata come destino inevitabile delle relazioni internazionali. In un tempo segnato dal riarmo globale, dall’aumento delle spese militari e dalla costruzione permanente del nemico, l’articolo 11 torna così ad assumere una centralità che travalica la dimensione giuridica per investire direttamente il terreno politico, culturale e antropologico della convivenza democratica, continua ad affermare con forza e convinzione anche l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università. La formula secondo cui “l’Italia ripudia la guerra” non rappresenta soltanto una dichiarazione di principio nata dalle macerie del secondo conflitto mondiale, ma costituisce il tentativo più avanzato di inscrivere nella struttura costituzionale una diversa idea di civiltà politica. In essa si condensa l’esperienza storica dell’antifascismo, della Resistenza e della consapevolezza maturata dopo la devastazione materiale, etica e morale prodotta dai nazionalismi imperiali del Novecento. Le molteplici esperienze di opposizione alla guerra presenti nelle città e nelle province italiane testimoniano la persistenza di una memoria storica che non è ancora stata completamente neutralizzata dalla normalizzazione del militarismo contemporaneo. Dai movimenti contro la leva obbligatoria alle mobilitazioni contro le basi statunitensi e NATO, dalle campagne contro il riarmo alle pratiche di obiezione di coscienza nei luoghi di lavoro, emerge un tessuto diffuso di resistenza civile che spesso rimane frammentato, locale, privo di una sintesi politica complessiva. Eppure proprio in questa pluralità risiede una possibilità storica: trasformare le lotte parziali in un progetto collettivo capace di ridefinire il rapporto tra società, Stato e guerra. La guerra contemporanea non si presenta più soltanto come evento eccezionale o dichiarazione formale tra Stati sovrani. Essa permea l’intera organizzazione economica e culturale delle società avanzate. La conversione bellica dell’economia, l’aumento delle spese militari, la subordinazione della ricerca scientifica agli interessi strategici, la costruzione mediatica del nemico e l’espansione degli apparati securitari delineano una struttura permanente di mobilitazione. In questo contesto il militarismo non opera unicamente attraverso le armi, ma mediante la progressiva interiorizzazione dell’idea che la guerra costituisca un destino inevitabile delle relazioni umane. Il vero trionfo dell’ordine bellico consiste precisamente nel trasformare la guerra da scandalo storico a normalità psicologica. Per questa ragione l’attuazione dell’articolo 11 non può limitarsi a un richiamo morale o simbolico. Se la guerra tende a diventare struttura economica e culturale, allora anche la pace deve assumere una dimensione materiale e organizzativa. Difendere il ripudio della guerra significa interrogare i meccanismi produttivi che traggono profitto dal conflitto, le alleanze internazionali che subordinano la sovranità democratica a logiche geopolitiche, le forme di dipendenza ideologica che riducono il dissenso a marginalità. La pace, in questo senso, non coincide con l’assenza passiva di guerra, ma con la costruzione attiva di rapporti sociali alternativi alla competizione distruttiva imposta dal capitalismo globale. Le lotte territoriali contro le installazioni militari assumono allora un significato che va oltre la semplice opposizione locale. Esse diventano momenti di riappropriazione democratica dello spazio pubblico e della sovranità popolare. Il segreto che spesso circonda le basi militari e gli accordi strategici internazionali rappresenta infatti una sospensione implicita della democrazia: intere porzioni di territorio vengono sottratte al controllo delle comunità in nome di interessi superiori definiti altrove. In tale dinamica si manifesta una contraddizione profonda tra costituzionalismo democratico e integrazione militare globale. Analogamente, la questione dell’obiezione di coscienza nei luoghi di lavoro apre un problema filosofico e politico di grande rilievo. In una società in cui la produzione bellica si intreccia con numerosi settori industriali e tecnologici, il lavoratore rischia di diventare ingranaggio inconsapevole di processi distruttivi che non controlla. L’obiezione non riguarda quindi soltanto la sfera individuale della coscienza morale, ma investe il tema del controllo democratico sul lavoro e sulla finalità sociale della produzione. La domanda implicita è radicale: è possibile una democrazia autentica se i processi economici fondamentali rimangono subordinati alla logica della guerra? L’orizzonte che emerge da queste riflessioni non è quello di un pacifismo astratto o puramente testimoniale. Al contrario, si tratta di riconoscere che la guerra moderna è inseparabile dalle forme di dominio economico e politico che attraversano le società contemporanee. Di conseguenza, ogni movimento che voglia realmente attuare l’articolo 11 deve confrontarsi con il problema della trasformazione sociale complessiva. La pace non può essere ridotta a invocazione etica; deve diventare pratica politica organizzata, capacità di costruire alleanze popolari, progetto di democratizzazione radicale delle istituzioni e dell’economia. In questo senso il richiamo alla Resistenza assume un valore non retorico ma storico. La Resistenza italiana non fu soltanto lotta armata contro l’occupazione nazifascista; fu anche esperienza di autorganizzazione popolare, di solidarietà collettiva, di elaborazione di un nuovo modello di società fondato sulla dignità del lavoro e sulla partecipazione democratica. L’articolo 11 nasce precisamente da quella esperienza storica e ne conserva l’ambizione più profonda: impedire che la guerra possa nuovamente costituire il principio ordinatore della vita politica. Oggi, di fronte alla crisi dell’ordine internazionale e alla crescente militarizzazione delle democrazie occidentali, l’attuazione dell’articolo 11 rappresenta forse una delle ultime possibilità di restituire contenuto sostanziale alla sovranità popolare. Non come semplice difesa di un principio costituzionale isolato, ma come ricostruzione di una cultura politica capace di opporsi alla naturalizzazione della guerra. La vera posta in gioco non riguarda soltanto la politica estera, bensì l’idea stessa di umanità che si intende preservare nel XXI secolo.     Laura Tussi
May 30, 2026
Pressenza