A Camaldoli una riflessione sulla cultura della pace e le azioni necessarie: l’urgenza di far rete
Agli Stati Generali promossi dalla Regione Toscana nel Monastero casentinese di
Camaldoli, istituzioni e società civile si coordinano per trasformare la Carta
di Camaldoli in uno strumento operativo contro la guerra e la mercificazione dei
conflitti.
Un cantiere aperto per la pace e il disarmo
In un contesto globale drammatico, segnato da oltre sessanta conflitti
sanguinosi e dal tentativo di monetizzare persino la pace, come dimostrano
recenti iniziative speculative internazionali, la Toscana riafferma la propria
vocazione di terra di dialogo e diritti. Lo scorso 20 agosto, nello storico
Monastero di Camaldoli (Poppi, AR), si sono svolti gli Stati Generali della
Cultura della Pace della Regione Toscana. Promosso dalla Regione, l’incontro ha
riunito istituzioni, la comunità monastica camaldolese, il terzo settore, il
mondo accademico e la cittadinanza attiva.
Obiettivi e coordinamento regionale
L’obiettivo dell’iniziativa, coordinata dalla Vicepresidente della Regione
Toscana Mia Diop, è strutturare un percorso capillare in tutte le province
toscane per fornire strumenti operativi a chi opera quotidianamente per la pace.
Come sottolineato dai saluti del Sindaco di Poppi, Federico Lorenzoni, la pace è
una stringente responsabilità politica che si edifica dal basso, con un’azione
culturale costante sui territori. Spina dorsale dell’evento è stato il richiamo
alla Carta della Pace di Camaldoli del 1995, presentata da Luigi Scatizzi
(Presidente ACLI Arezzo), e all’eredità del ‘Codice di Camaldoli’ del 1943. Al
centro vi è il ripristino dell’Articolo 11 della Costituzione: l’Italia
‘ripudia’ la guerra, riaffermando che non vi è pace senza giustizia sociale,
diplomazia e multilaterialismo.
La voce della società civile e il dibattito dal basso
Il dibattito ha dato spazio alle voci del territorio. Damiano Bettoni,
Presidente della Fondazione Giovanni Paolo II, ha portato l’esperienza dei
progetti di cooperazione in Terra Santa, Libano, Giordania e Iraq, lanciando un
appello a non ‘mettere mai più Dio a capo degli eserciti’ e a superare le
polarizzazioni ‘da curva da stadio’. Il Prof. Maurizio Ambrosini, Vicepresidente
del MEIC, ha richiamato l’attenzione sui diritti dei migranti forzati,
evidenziando come la pace si costruisca con l’accoglienza concreta: corridoi
umanitari, sponsorizzazioni comunitarie e borse di studio per studenti in fuga
da Gaza, Afghanistan o Ucraina.
La Rete Firenze Città Operatrice di Pace ha rimarcato la profonda urgenza di
azioni, esprimendo l’angoscia per i massacri a Gaza, in Cisgiordania e per le
tragedie dimenticate come quella del popolo Saharawi, confinato nel deserto
dell’invisibilità mediatica. Ci domandiamo quali azioni dirette ed efficaci
possano e debbano intraprendere i cittadini, le associazioni, le istituzioni di
fronte al blocco della diplomazia internazionale e gli orrori in atto, dal
boicottaggio economico alle sanzioni dal basso.
Sul tema di fare rete e di avere più informazioni delle attività pacifiste è
intervenuto Olivier Turquet, coordinatore della redazione italiana di Pressenza,
ricordando che l’agenzia stampa per la pace e la nonviolenza è a disposizione
per dare voce a tutte le attività pacifiste, dandone notizia e/o pubblicando i
comunicati che, per la toscana, arrivino alla mail
redazione.toscana@pressenza.com.
Fare rete per una speranza attiva
Dall’intervento di Roberto Setti (Rete Aretina per la Pace e il Disarmo) è
emerso l’invito a sviluppare una ‘speranza attiva’ contro la narrazione
bellicista dei media. Nelle conclusioni, la Vicepresidente Mia Diop ha raccolto
le istanze emerse, confermando l’impegno della Regione Toscana a creare una rete
tra enti e associazioni, valorizzare l’educazione alla pace nelle scuole con i
fondi FSE+ e sostenere l’accoglienza. La lezione di Camaldoli è netta: l’unica
risposta efficace alla barbarie è fare rete.
Foto Paolo Mazzinghi
Paolo Mazzinghi