A 25 anni dal G8 di Genova: il movimento, la piazza, la repressione – seconda parte

Pressenza - Sunday, July 19, 2026

Il Coordinamento Antifascista Torino ha organizzato, in occasione del venticinquesimo anniversario degli eventi legati al G8 di Genova del 2001, due eventi presso il Comala di Torino.

Il primo appuntamento, giovedì 16 luglio, prevedeva un dibattito dal titolo “A 25 anni dal G8 di Genova: il movimento, la piazza, la repressione”, seguito da un buffet di solidarietà con gli attivisti colpiti da sanzioni pecuniarie a cura delle Mamme in piazza per la libertà di dissenso e dalla proiezione del film “Diaz don’t clean up this blood” di Daniele Vicari

La repressione ed i processi[1]

Nel secondo intervento Claudio Novaro, avvocato di numerosi manifestanti processati dopo il G8 di Genova, racconta quei giorni di luglio 2001 attraverso i processi. La verità processuale e la verità storica non sempre sono coincidenti però i processi hanno consentito di scovare ed enucleare frammenti di verità storica molto importanti.

A Genova vengono arrestate circa 250 persone in piazza; ci sono alcune decine di processi che vanno avanti e che si concludono quasi tutti con l’assoluzione, perché i processi vengono fatti sulla base di annotazioni e verbali di arresto sostanzialmente falsi.

Ci sono quattro filoni principali su cui concentrare l’attenzione.

Il primo riguarda il processo relativo alla morte di Carlo Giuliani che si conclude con un’archiviazione che non consente un contraddittorio pubblico né la possibilità di riaprire il caso. Restano una serie di interrogativi, che le controinchieste hanno rilanciato nel corso degli anni.

Non si sa ancora oggi esattamente quante persone stavano sul Defender dei Carabinieri, non si sa esattamente chi abbia sparato, perché Placanica dopo averlo ammesso ha cambiato versione. Non si sa neanche come sia morto esattamente Carlo, perché nelle immagini si vede che il Defender passa sul corpo di Carlo due volte, in uno dei due passaggi zampilla del sangue, il che significa che Carlo era vivo e c’era ancora una circolazione sanguigna in atto.

Secondo filone importante è quello contro 25 manifestanti per il reato di devastazione e saccheggio. Metà di questi manifestanti sono stati assolti perché si sono trovati a fronteggiare una carica inconsulta della polizia, come dimostrato da numerosi video. Per gli altri le pene sono durissime, fino a 13 anni di reclusione. Novaro invita a ragionare sul livello sanzionatorio di questo processo: 13 anni di reclusione per devastazione e saccheggio contro le condanne che i massacratori della Diaz ed i torturatori di Bolzaneto non hanno sostanzialmente preso.

Terzo filone importante, la caserma di Bolzaneto; nell’ipotesi iniziale dovevano transitare per Bolzaneto tutti gli arrestati che dovevano essere segnalati, identificati e poi mandati nelle carceri di Voghera, Pavia e Alessandria. E in effetti transitano per Bolzaneto 223 arrestati, di cui 26 immediatamente trasferiti negli ospedali per le lesioni subite, 55 persone vengono portate a Bolzaneto solo per le identificazioni.

Bolzaneto è un vulnus straordinario; uno dei principi fondanti di qualsiasi ordinamento giuridico è l’habeas corpus ovvero che il corpo della persona arrestata deve essere tutelato perché è a disposizione dello Stato; quindi, lo Stato deve mettere in campo delle garanzie specifiche.

I corpi delle ragazze e dei ragazzi trattenuti a Bolzaneto sono stati abusati come ampliamente documentate e Novaro cita diversi esempi.

Come finisce il processo di Bolzaneto? 45 imputati, in primo grado, solo 15 condannati e 30 assolti per le difficoltà di attribuire soggettivamente le condotte, ovvero non si sa esattamente chi ha fatto cosa.

Condannati si fa per dire, perché andrà poi tutto in prescrizione, nel senso che il processo d’appello ribalta il processo di primo grado, 44 condannati su 45, ma è passato troppo tempo e va praticamente tutto in prescrizione. Sarà poi la Corte Europea, con due pronunce gemelle del 26 ottobre 2017 a liquidare delle grosse cifre di risarcimento ai ragazzi di Bolzaneto, circa 90.000€ a persona, e soprattutto a stigmatizzare e a condannare l’Italia per l’assenza del reato di tortura nella legislazione italiana che verrà introdotto solo nel 2017.

Ultimo filone quella della scuola Diaz. La storia dell’assalto alla scuola Diaz è raccontata efficacemente dal film “Diaz don’t clean up this blood” di Daniele Vicari[2] che ha però due limiti: non fa i nomi e mette dentro la scuola Diaz i black block, probabilmente per ragioni di sceneggiatura, circostanza di cui non c’è nessuna evidenza processuale e che è stata utilizzata come uno dei pretesti per l’assalto alla scuola.

Per una lunga parte della vicenda processuale della Diaz gli avvocati difensori degli imputati sostenevano che i pestaggi erano da attribuire ai black block, che si erano poi allontanati da una porta laterale: questa tesi è stata successivamente abbandonata perché manifestamente falsa.

Non è stato possibile occultare il processo per quella che è stata definita la “macelleria messicana” alla Diaz come è stato tentato per altri processi: troppo l’interesse da parte dell’opinione pubblica anche internazionale; le indagini dell’ottima Procura di Genova e del dottore Enrico Zucca che in quegli anni si è molto speso,  sono state un corpo a corpo investigativo durissimo contro la Polizia di Stato, che ha falsificato i ruoli, ha mandato delle foto false, ne ha fatte di tutti i colori distruggendo ad un certo punto anche il reperto più significativo, le famose bombe molotov “trovate” all’interno della scuola.

Novaro racconta le vicende della Diaz a partire dal verbale di arresto che comincia raccontando l’episodio dell’aggressione nei pressi della Diaz ad una pattuglia della polizia da parte di un gruppo di Black Block molto nutrito che inizia a urlare a scagliare degli oggetti: vengono spaccati i parabrezza e gli specchietti retrovisori delle auto.

La questura a partire da questo verbale deduce che la Diaz è il quartiere generale dei black block e parte l’operazione Diaz. Nel processo questo episodio viene chiarito ed è spiegato molto bene nel film: una decina di persone hanno inveito contro la pattuglia e lanciato una bottiglia di birra che non ha colpito i mezzi. La scelta strategica di assaltare la Diaz si rileva così manifestatamente pretestuosa ed eccessiva tanto è vero che le forze dell’ordine hanno dovuto costruire prove che giustificassero con maggior forza l’operazione: il ritrovamento alla Diaz di picconi e mazze prelevate da un cantiere vicino, l’utilizzo di due bombe molotov trovate altrove, una coltellata autoinferta al giubbotto antiproiettile di un poliziotto. Tutte cose che non hanno retto alla verifica processuale.

Poi ci sono i casi singoli: Novaro racconta una nutrita serie di casi delle vittime della scuola Diaz con denti spaccati, ossa rotte, traumi cranici, costole incrinate, e torture varie.

Risulta impossibile associare le violenze a singoli poliziotti così si considerano responsabili i nove capisquadra ed il comandante Canterini.

Il paradosso di questo processo è che l’unico reato che resterà intatto, ancora in cassazione, ed eviterà la prescrizione, è il falso del verbale, cioè il falso ideologico.

Tutti gli altri reati andranno in prescrizione: le calunnie, il pestaggio e quant’altro. I nove capisquadra hanno condanne da 3 anni a 6 mesi, Canterini viene condannato a 5 anni. I capisquadra usufruiranno della prescrizione e Canterini no, perché ha firmato quel verbale.

Così finisce gloriosamente la vicenda processuale genovese, col fatto importante che per la prima volta in questo paese c’è stato un controllo di legalità su tutto l’operato delle forze dell’ordine.

<< Prima parte

[1] Il testo che segue è una limitata sintesi dell’intervento di Claudio Novaro che fa nomi e cognomi dei torturatori e racconta una nutrita serie di casi delle vittime di Bolzaneto e della scuola Diaz con denti spaccati, ossa rotte, traumi cranici, costole incrinate, apologia di fascismo e torture varie (N.d.A.)

[2] Proiettato nella stessa serata

Giorgio Mancuso