A 25 anni dal G8 di Genova: il movimento, la piazza, la repressione – seconda parte
Il Coordinamento Antifascista Torino ha organizzato, in occasione del
venticinquesimo anniversario degli eventi legati al G8 di Genova del 2001, due
eventi presso il Comala di Torino.
Il primo appuntamento, giovedì 16 luglio, prevedeva un dibattito dal titolo “A
25 anni dal G8 di Genova: il movimento, la piazza, la repressione”, seguito da
un buffet di solidarietà con gli attivisti colpiti da sanzioni pecuniarie a cura
delle Mamme in piazza per la libertà di dissenso e dalla proiezione del film
“Diaz don’t clean up this blood” di Daniele Vicari
LA REPRESSIONE ED I PROCESSI[1]
Nel secondo intervento Claudio Novaro, avvocato di numerosi manifestanti
processati dopo il G8 di Genova, racconta quei giorni di luglio 2001 attraverso
i processi. La verità processuale e la verità storica non sempre sono
coincidenti però i processi hanno consentito di scovare ed enucleare frammenti
di verità storica molto importanti.
A Genova vengono arrestate circa 250 persone in piazza; ci sono alcune decine di
processi che vanno avanti e che si concludono quasi tutti con l’assoluzione,
perché i processi vengono fatti sulla base di annotazioni e verbali di arresto
sostanzialmente falsi.
Ci sono quattro filoni principali su cui concentrare l’attenzione.
Il primo riguarda il processo relativo alla morte di Carlo Giuliani che si
conclude con un’archiviazione che non consente un contraddittorio pubblico né la
possibilità di riaprire il caso. Restano una serie di interrogativi, che le
controinchieste hanno rilanciato nel corso degli anni.
Non si sa ancora oggi esattamente quante persone stavano sul Defender dei
Carabinieri, non si sa esattamente chi abbia sparato, perché Placanica dopo
averlo ammesso ha cambiato versione. Non si sa neanche come sia morto
esattamente Carlo, perché nelle immagini si vede che il Defender passa sul corpo
di Carlo due volte, in uno dei due passaggi zampilla del sangue, il che
significa che Carlo era vivo e c’era ancora una circolazione sanguigna in atto.
Secondo filone importante è quello contro 25 manifestanti per il reato di
devastazione e saccheggio. Metà di questi manifestanti sono stati assolti perché
si sono trovati a fronteggiare una carica inconsulta della polizia, come
dimostrato da numerosi video. Per gli altri le pene sono durissime, fino a 13
anni di reclusione. Novaro invita a ragionare sul livello sanzionatorio di
questo processo: 13 anni di reclusione per devastazione e saccheggio contro le
condanne che i massacratori della Diaz ed i torturatori di Bolzaneto non hanno
sostanzialmente preso.
Terzo filone importante, la caserma di Bolzaneto; nell’ipotesi iniziale dovevano
transitare per Bolzaneto tutti gli arrestati che dovevano essere segnalati,
identificati e poi mandati nelle carceri di Voghera, Pavia e Alessandria. E in
effetti transitano per Bolzaneto 223 arrestati, di cui 26 immediatamente
trasferiti negli ospedali per le lesioni subite, 55 persone vengono portate a
Bolzaneto solo per le identificazioni.
Bolzaneto è un vulnus straordinario; uno dei principi fondanti di qualsiasi
ordinamento giuridico è l’habeas corpus ovvero che il corpo della persona
arrestata deve essere tutelato perché è a disposizione dello Stato; quindi, lo
Stato deve mettere in campo delle garanzie specifiche.
I corpi delle ragazze e dei ragazzi trattenuti a Bolzaneto sono stati abusati
come ampliamente documentate e Novaro cita diversi esempi.
Come finisce il processo di Bolzaneto? 45 imputati, in primo grado, solo 15
condannati e 30 assolti per le difficoltà di attribuire soggettivamente le
condotte, ovvero non si sa esattamente chi ha fatto cosa.
Condannati si fa per dire, perché andrà poi tutto in prescrizione, nel senso che
il processo d’appello ribalta il processo di primo grado, 44 condannati su 45,
ma è passato troppo tempo e va praticamente tutto in prescrizione. Sarà poi la
Corte Europea, con due pronunce gemelle del 26 ottobre 2017 a liquidare delle
grosse cifre di risarcimento ai ragazzi di Bolzaneto, circa 90.000€ a persona, e
soprattutto a stigmatizzare e a condannare l’Italia per l’assenza del reato di
tortura nella legislazione italiana che verrà introdotto solo nel 2017.
Ultimo filone quella della scuola Diaz. La storia dell’assalto alla scuola Diaz
è raccontata efficacemente dal film “Diaz don’t clean up this blood” di Daniele
Vicari[2] che ha però due limiti: non fa i nomi e mette dentro la scuola Diaz i
black block, probabilmente per ragioni di sceneggiatura, circostanza di cui non
c’è nessuna evidenza processuale e che è stata utilizzata come uno dei pretesti
per l’assalto alla scuola.
Per una lunga parte della vicenda processuale della Diaz gli avvocati difensori
degli imputati sostenevano che i pestaggi erano da attribuire ai black block,
che si erano poi allontanati da una porta laterale: questa tesi è stata
successivamente abbandonata perché manifestamente falsa.
Non è stato possibile occultare il processo per quella che è stata definita la
“macelleria messicana” alla Diaz come è stato tentato per altri processi: troppo
l’interesse da parte dell’opinione pubblica anche internazionale; le indagini
dell’ottima Procura di Genova e del dottore Enrico Zucca che in quegli anni si è
molto speso, sono state un corpo a corpo investigativo durissimo contro la
Polizia di Stato, che ha falsificato i ruoli, ha mandato delle foto false, ne ha
fatte di tutti i colori distruggendo ad un certo punto anche il reperto più
significativo, le famose bombe molotov “trovate” all’interno della scuola.
Novaro racconta le vicende della Diaz a partire dal verbale di arresto che
comincia raccontando l’episodio dell’aggressione nei pressi della Diaz ad una
pattuglia della polizia da parte di un gruppo di Black Block molto nutrito che
inizia a urlare a scagliare degli oggetti: vengono spaccati i parabrezza e gli
specchietti retrovisori delle auto.
La questura a partire da questo verbale deduce che la Diaz è il quartiere
generale dei black block e parte l’operazione Diaz. Nel processo questo episodio
viene chiarito ed è spiegato molto bene nel film: una decina di persone hanno
inveito contro la pattuglia e lanciato una bottiglia di birra che non ha colpito
i mezzi. La scelta strategica di assaltare la Diaz si rileva così
manifestatamente pretestuosa ed eccessiva tanto è vero che le forze dell’ordine
hanno dovuto costruire prove che giustificassero con maggior forza l’operazione:
il ritrovamento alla Diaz di picconi e mazze prelevate da un cantiere vicino,
l’utilizzo di due bombe molotov trovate altrove, una coltellata autoinferta al
giubbotto antiproiettile di un poliziotto. Tutte cose che non hanno retto alla
verifica processuale.
Poi ci sono i casi singoli: Novaro racconta una nutrita serie di casi delle
vittime della scuola Diaz con denti spaccati, ossa rotte, traumi cranici,
costole incrinate, e torture varie.
Risulta impossibile associare le violenze a singoli poliziotti così si
considerano responsabili i nove capisquadra ed il comandante Canterini.
Il paradosso di questo processo è che l’unico reato che resterà intatto, ancora
in cassazione, ed eviterà la prescrizione, è il falso del verbale, cioè il falso
ideologico.
Tutti gli altri reati andranno in prescrizione: le calunnie, il pestaggio e
quant’altro. I nove capisquadra hanno condanne da 3 anni a 6 mesi, Canterini
viene condannato a 5 anni. I capisquadra usufruiranno della prescrizione e
Canterini no, perché ha firmato quel verbale.
Così finisce gloriosamente la vicenda processuale genovese, col fatto importante
che per la prima volta in questo paese c’è stato un controllo di legalità su
tutto l’operato delle forze dell’ordine.
<< Prima parte
[1] Il testo che segue è una limitata sintesi dell’intervento di Claudio Novaro
che fa nomi e cognomi dei torturatori e racconta una nutrita serie di casi delle
vittime di Bolzaneto e della scuola Diaz con denti spaccati, ossa rotte, traumi
cranici, costole incrinate, apologia di fascismo e torture varie (N.d.A.)
[2] Proiettato nella stessa serata
Giorgio Mancuso