
La rimozione del mare
Pressenza - Sunday, June 14, 2026In guerra – e noi lo siamo, almeno in quella definizione di “guerra a pezzettini” coniata da Bergoglio – si sa che c’è poco da fidarsi dell’informazione ufficiale. Le agenzie si schierano, le notizie diventano di regime e bisogna fare affidamento su altre fonti per capire cosa succede realmente.
Oggi molti usano i social per recepire notizie. Non credo siano un buon media per avere informazioni affidabili: sono governati da algoritmi che spingono verso la concentrazione del potere, più che alla sua diffusione. Però esiste un “però”. Se persone che riteniamo stimabili ed esperte usano la loro pagina social per fornire il proprio punto di vista, allora la fonte riacquista valore.
Nell’eccesso di informazioni in cui siamo immersi, dobbiamo scegliere bene i nostri riferimenti. È un po’ quello che Marc Bloch descrisse analizzando il propagarsi delle notizie false nelle trincee della Prima Guerra Mondiale: la formazione delle opinioni si basava su quello che ti raccontava il tuo compagno di trincea. Oggi, nel fango informativo della rete, non resta che discernere di chi fidarsi e di chi no.
Alberto Negri, giornalista che si occupa da tempo di Medio Oriente e conflitti, è certamente persona informata e di cui fidarsi. Sulla sua pagina Facebook ha scritto:
“La chiusura dello Stretto è stato il più grande fallimento Usa e israeliano. Una media potenza, l’Iran, è stata capace senza neppure una Marina convenzionale di bloccare Hormuz e i traffici mondiali. Resta l’arma più efficace in mano a Teheran che punta a tassare il passaggio perchè gli Stati Uniti non revocheranno mai le sanzioni.”
Se guardiamo a questo fenomeno con una prospettiva più lunga, ci renderemmo conto di essere immersi in quella gigantesca rimozione dello spazio marittimo che si è accompagnata alla globalizzazione nella sua fase più radicale. Ha poco da starnazzare la leadership di Washington quando dichiara che «L’Iran è tutto chiacchiere e niente fatti». Non è così: l’Iran sta giocando la sua guerra asimmetrica.
In un’analisi di qualche tempo fa, il think tank Washington Institute ammetteva lucidamente che «l’Iran sfrutta le asimmetrie. Ha approfittato della propria vicinanza geografica allo Stretto di Hormuz creando forze navali capaci di interrompere le spedizioni petrolifere della regione mediante sciami di piccole imbarcazioni, mine e sottomarini, nonché droni e missili».
E allora a chi dobbiamo tendere l’orecchio? Alla retorica dei bulli geopolitici o al giornalismo che indaga?
Noi occidentali percepiamo la rivoluzione della logistica solo per il trasporto dell’ultimo miglio: il corriere che ci porta a casa le merci acquistate su internet. Dietro quelle consegne, però, ci sono i lunghi viaggi oceanici delle stesse merci sopra grandi navi, stipate in container da 20 o 40 piedi.
Lo abbiamo capito quando i portuali hanno bloccato le navi cariche di armi; lo vediamo oggi nel collo di bottiglia dello Stretto di Hormuz. Dobbiamo rendercene conto: abbiamo rimosso l’importanza del mare proprio quando esso è diventato lo spazio fisico che ha permesso di deindustrializzare l’Occidente e concentrare la produzione in Oriente.
Ora che questo sistema basato sulle “vene oceaniche” appare così fragile, la domanda non è più se crollerà, ma quando. Il blocco del collo di bottiglia del mare ha scoperto il punto debole dell’impero globale. Se il traffico marittimo si ferma, l’Occidente scopre di essere nudo, fragile e improvvisamente vuoto.
Cosa succederà, dunque, ora che il sistema appare così fragile?
Questa domanda ci deve accompagnare nell’organizzazione del ramo italiano della Peacewalk, la marcia per la pace partita da Finisterre lo scorso 31 gennaio e diretta a Gerusalemme. La incroceremo il 30 agosto a Trieste, dopo un lungo cammino che faremo partire da Venezia per raccordarci.
Sarà un cammino che mischierà terra e mare, portandoci dritti nel cuore di una città portuale da dove sappiamo passare molti degli armamenti diretti verso i fronti di guerra, sfruttando – incredibilmente – lo status speciale di Trieste come “porto franco”.
Ma questo meccanismo, e la fitta nebbia che lo circonda, sarà l’oggetto della nostra prossima riflessione sul mare e sulla sua rimozione. Usiamo il cammino (e gli attraveramenti di lagune e tratte di mare) per riprenderci lo spazio, le fonti e le verità.