Tag - globalizzazione

Primi vennero i migranti: non vittime ma protagonisti
di SANDRO MEZZADRA. «Il mondo è di chi si muove», recitava uno striscione esposto a Roma al corteo contro la «remigrazione», lo scorso 13 giugno. Un’analoga intenzione politica aveva motivato la scelta di aprire con una manifestazione dedicata al tema delle migrazioni le tre giornate di contestazione del G8 di Genova, il 19 luglio del 2001. Libertà di movimento, libertà senza confini, era scritto sul grande striscione di apertura. Leggere politicamente le pratiche di mobilità era l’obiettivo che quella manifestazione, di decine di migliaia di persone, si poneva. Lungi dal potere essere ridotti a «vittime» della globalizzazione neoliberale, come pure molte voci ripetevano all’interno del movimento che si era presentato sulla scena tra Seattle e Porto Alegre, i e le migranti diventavano incarnazione della lotta per un «altro mondo possibile». Attraverso i loro movimenti e le loro lotte quotidiane disegnavano il profilo di una diversa globalizzazione, di un insieme di geografie «subalterne» che costituivano una delle infrastrutture fondamentali su cui innestare desideri e progetti di trasformazione radicale dell’esistente. In Italia e in Europa, Genova 2001 diventò così – tra molte altre cose – uno snodo fondamentale per lo sviluppo dell’attivismo attorno ai temi delle migrazioni e dei confini, che ha caratterizzato fino a oggi i movimenti sociali: dalle mobilitazioni per il permesso di soggiorno alle iniziative contro la violenza dei confini, dal protagonismo dei migranti nelle lotte per la casa e sul lavoro fino ad arrivare alla «flotta civile» impegnata nel soccorso in mare nel Mediterraneo. Ma l’indicazione fondamentale di quel 19 luglio, almeno nella prospettiva di chi organizzò la manifestazione, era di portata ancora più generale: la migrazione e i confini non dovevano essere assunti come temi per «specialisti» ma piuttosto come lenti, come un metodo per leggere nel loro insieme le trasformazioni del capitalismo e della società dal punto di vista delle potenzialità di lotta e liberazione che le caratterizzavano. Venticinque anni dopo, si impone un bilancio. E in prima battuta non può essere positivo: si deve piuttosto riconoscere che in molte parti del mondo, a partire dall’Italia e dall’Europa, sono state le destre più o meno radicali a utilizzare quella lente e quel metodo, rovesciandoli. Attorno al rifiuto della migrazione e all’ossessione identitaria per i confini sono stati costruiti progetti aberranti di società chiuse in difesa dell’esistente, con sempre più espliciti riferimenti a gerarchie razziali da ristabilire. La violenza delle polizie di frontiera penetra all’interno delle aree metropolitane; si combina con le tecnologie digitali e con l’intelligenza artificiale per braccare i soggetti mobili, mentre gli strumenti di protezione giuridica di questi ultimi si fanno sempre più evanescenti – negli Stati uniti di Trump così come nell’Europa del nuovo Patto su migrazione e asilo. Non era certo rosea la condizione migrante nel luglio del 2001 – e ancor più dura sarebbe divenuta dopo l’11 settembre e con l’avvio della «guerra globale al terrore». E tuttavia oggi, mentre la congiuntura è segnata dalla proliferazione di guerre di diversa natura, occorre riconoscere che siamo di fronte a un salto di qualità nell’attacco ai e alle migranti. Certo, in Europa come negli Stati uniti i tessuti metropolitani costruiti attorno alla presenza migrante resistono con efficacia, e spesso con successo, all’offensiva portata da forze di destra che non di rado operano in continuità con l’azione e le retoriche dei governi «progressisti». L’umanitario diventa in queste condizioni un terreno essenziale di conflitto, mentre la resistenza può avvalersi della generosità e delle competenze irrinunciabili di giuristi e giuriste. Ma la resistenza, pur così necessaria, non è sufficiente. L’indicazione del 19 luglio 2001 – la politicizzazione delle pratiche di mobilità – risulta oggi in questo senso ancora più attuale. Tornare a leggere il mondo attraverso la lente della migrazione, costruire attorno alla libertà di movimento nuovi progetti di società, esaltare il protagonismo migrante nella lotta sociale e nella costruzione di coalizioni politiche capaci di trasformare realmente i rapporti di potere: in un mondo drasticamente mutato, queste indicazioni che arrivano da un passato ormai lontano ancora attendono di essere riprese e reinventate nella nostra quotidianità. questo testo è stato pubblicato sullo speciale del manifesto “Cicatrici” il 17 luglio2026 L'articolo Primi vennero i migranti: non vittime ma protagonisti proviene da EuroNomade.
July 18, 2026
EuroNomade
2001-2026 Genova Social Forum ReLoad: il G8 di Genova nell’ultimo libro di Vittorio Agnoletto
Proseguiamo nella nostra rassegna del ricco calendario di iniziative andando verso il G8-25ale parlando dei libri: ben diciassette le presentazioni previste nell’arco delle prossime due settimane! E non potevamo non inaugurare la serie con l’ultimo libro di Vittorio Agnoletto “Il G8 di Genova. Ieri, oggi, domani” (a cura di Mario Scagnetti, Tab Edizioni). Due presentazioni sono già previste a Roma a partire da domani 7 luglio (h 19 @ Zalib, via della Penitenza 35 – con Fausto Bertinotti, Raffaella Bolini e Mariangela Paone nel ruolo di moderatore) e poi il giorno successivo (h 19.30 @ Monk, Via Giuseppe Mirri 35, insieme a Riccardo Noury in dialogo con il giornalista Tommaso Proverbio); mentre la data di Genova sarà il 9 luglio (h 18, @ Music For Peace, Via Ballaydier) con il PG Enrico Zucca, già PM al processo Diaz, la giornalista  Monica Di Sisto e Antonio Bruno nel ruolo del moderatore;  infine il 14 luglio a Milano h. 18 @ Arci Bellezza, via Giovanni Bellezza 16) con il PG Enrico Zucca in dialogo con la giornalista Lorenza Ghidini. Tutte le date successive del tour le trovate nel sito di Vittorio Agnoletto. Ecco la recensione del libro realizzata per noi da Laura Tussi. (NdR). Il G8 di Genova: la memoria che non si spegne, tra ferite aperte e domande sul presente A venticinque anni da Genova 2001, il libro di Vittorio Agnoletto Il G8 di Genova. Ieri, oggi, domani (a cura di Mario Scagnetti, Tab Edizioni) non si limita a rievocare un evento: lo riapre come una ferita ancora pulsante nel corpo della democrazia occidentale. Non è soltanto un libro di memoria. È un atto politico nel senso più pieno del termine: un tentativo di restituire senso a ciò che Amnesty International definì senza mezzi termini «la più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dal secondo dopoguerra». Dentro queste pagine scorrono immagini che appartengono ormai all’immaginario collettivo e insieme lo inquietano ancora: la morte di Carlo Giuliani in piazza Alimonda, l’irruzione nella scuola Diaz, le violenze nella caserma di Bolzaneto. Episodi che non si sono mai davvero chiusi, perché continuano a interrogare la tenuta dello Stato di diritto, il rapporto tra ordine pubblico e libertà, tra sicurezza e repressione. Vittorio Agnoletto, che è stato portavoce del Genoa Social Forum, non si sottrae alla complessità del racconto. Il filo che unisce Genova al presente è esplicito e volutamente provocatorio. Dalla globalizzazione alle nuove forme di controllo sociale, dalla repressione del dissenso alle attuali dinamiche di sicurezza pubblica, egli legge continuità più che fratture. E lo fa con una tesi di fondo che attraversa tutto il volume: ciò che accadde nel 2001 non è stato un incidente isolato, ma un laboratorio politico e istituzionale. Sussiste poi una riflessione che attraversa il libro con particolare intensità: quella sulla trasformazione del dissenso e sulla difficoltà dei movimenti contemporanei di trovare una forma capace di incidere davvero nella realtà globale. Il rimpianto per un’occasione storica mancata si intreccia con l’idea che nuove forme di conflitto sociale siano ancora possibili, purché capaci di rielaborare quella stagione senza nostalgia paralizzante. Il risultato è un libro che non chiede soltanto di essere letto, ma di essere discusso. Perché Genova 2001, a distanza di venticinque anni, non è diventata soltanto storia: è ancora un banco di prova politico e morale per comprendere la qualità della democrazia contemporanea. E forse è proprio questo il merito più radicale del volume: ricordare che alcune pagine della storia recente non si archiviano. Continuano a parlare, spesso in modo scomodo, al presente. Entrare nei fatti di Genova del 2001 attraverso la lente del pensiero di Vittorio Agnoletto significa, inevitabilmente, confrontarsi con il cortocircuito tra l’utopia di un modello e la crudezza della sua applicazione storica. La fine del XX secolo si era chiusa sotto il segno di una narrazione messianica: la globalizzazione dei mercati, sorretta dalla dottrina del neoliberismo, veniva presentata non come una scelta politica tra le tante, ma come l’esito naturale e inevitabile dell’evoluzione umana. In questo quadro, la teoria dello “sgocciolamento” (in inglese: trickle-down) non era soltanto una formula economica, ma una promessa etica secolarizzata. Si chiedeva alla società di tollerare l’iper-concentrazione della ricchezza in cambio di una futura, inevitabile redistribuzione per osmosi. La riflessione di Agnoletto, e con essa l’intera impalcatura teorica del Genoa Social Forum, compie un atto di svelamento che è prima di tutto epistemologico: contesta la neutralità scientifica di quell’economia. Genova divenne il catalizzatore di un’intelligenza collettiva che vedeva ciò che la retorica ufficiale cercava di nascondere. Il movimento altermondialista non si opponeva alla globalizzazione in sé, ma alla sua declinazione esclusivamente finanziaria e mercantile. L’errore fatale della teoria dello “sgocciolamento”, oggi evidente nelle analisi sociologiche ed economiche sulla polarizzazione della ricchezza, risiedeva nella cecità di fronte alle strutture di potere. Lasciare che i ricchi accumulassero senza vincoli non ha creato un surplus destinato a esondare verso il basso; ha invece fornito loro le risorse per riscrivere le regole del gioco a proprio vantaggio, privatizzando i beni comuni e smantellando i sistemi di protezione sociale. La “goccia” non è mai caduta perché i vasi comunicanti dell’economia globale erano stati deliberatamente sigillati da architetture giuridiche e fiscali pensate per trattenere la ricchezza al vertice. In questo contesto, il pensiero di Agnoletto offre una chiave di lettura profonda sulla natura della violenza di quei giorni. La sospensione dei diritti democratici alla scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto non può essere derubricata a mero fallimento dell’ordine pubblico. Nella prospettiva del movimento, quella violenza fu l’espressione di un’impotenza discorsiva. Di fronte a una contestazione che non portava avanti dogmi ideologici novecenteschi, ma dati precisi sul debito dei Paesi del Sud del mondo, sulla mercificazione dell’acqua e sulla speculazione finanziaria, il potere non aveva argomenti razionali con cui controbattere. La violenza di Stato divenne così lo scudo necessario per proteggere un dogma economico fragile nella teoria, ma ferreo negli interessi che custodiva. Oggi, a distanza di un quarto di secolo, il bilancio assume i tratti di una profezia tragica e inascoltata. Le crisi sistemiche che hanno caratterizzato i primi decenni del Duemila non sono anomalie del sistema, ma le sue logiche conseguenze. La riflessione accademica attuale non può fare a meno di riconoscere che la frammentazione del tessuto sociale, la precarizzazione del lavoro e il risentimento democratico che alimenta i moderni populismi affondano le radici proprio in quella promessa mancata di “sgocciolamento”. Quello che a Genova veniva liquidato come un massimalismo ingenuo o utopico si è rivelato, alla prova della storia, un realismo lucido e rigoroso. La tragedia profonda di quella vicenda non risiede solo nel sangue versato per le strade, ma nella rimozione politica di un’alternativa possibile, la cui assenza oggi paghiamo in termini di disuguaglianza globale e crisi ecologica. Il pensiero di Agnoletto tocca il cuore delle contraddizioni del nostro tempo, mostrando come la globalizzazione abbia progressivamente svuotato le democrazie per consegnare il potere a grandi aggregati finanziari e tecnologici. Quando parliamo di “imperi dominati dalla finanza”, descriviamo uno slittamento fondamentale: lo Stato-nazione non è più il decisore ultimo della geopolitica. Il capitale finanziario, per sopravvivere e non svalutarsi, esige un’espansione perenne che satura i mercati e cannibalizza le risorse. Questa necessità biologica di crescita genera una competizione feroce per materie prime sempre più scarse, trasformando l’economia globale in un terreno di scontro permanente, dove i conflitti non sono incidenti di percorso, ma conseguenze logiche del sistema. In questo contesto, la tecnologia ha smesso di essere un semplice mezzo di produzione ed è diventata l’infrastruttura stessa del dominio. Gli algoritmi, i flussi di dati e la finanza automatizzata permettono di esercitare una pressione e un controllo che un tempo richiedevano occupazioni militari. Il dramma umano che ne deriva è profondo: le popolazioni che non generano profitto o non servono all’estrazione di valore non vengono più solo sfruttate, ma diventano strutturalmente superflue. La “cancellazione” di cui parla l’autore è l’esito di una razionalità economica fredda, che de-umanizza chiunque si trovi al di fuori dei circuiti del grande capitale. L’aspetto più allarmante di questa transizione è il vuoto politico in cui si consuma. I partiti tradizionali si sono ridotti ad amministratori dell’esistente, accettando i vincoli macroeconomici come dogmi indiscutibili e rinunciando a qualsiasi visione alternativa. Espellendo la critica sistemica dal dibattito istituzionale, la politica si è sterilizzata. Di conseguenza, la lucida comprensione di questi meccanismi rimane confinata nella società civile e nei movimenti sociali. Si crea così una frattura pericolosa: chi ha la sensibilità e gli strumenti per analizzare la crisi è isolato e privo di rappresentanza, mentre chi siede nei luoghi del potere formale ignora deliberatamente le cause profonde del nostro comune declino. Laura Tussi
July 6, 2026
Pressenza
2001-2026 Genova Social Forum ReLoad
AVEVAMO RAGIONE SU TUTTO. MA VOI AVETE VISTO SOLO L’ESTINTORE Ci avevano raccontato che Genova era un incidente della storia. Venticinque anni dopo, tra crisi sociali, riarmo, genocidio e politiche sicuritarie, appare sempre più come l’anticipazione del presente. A Genova avevamo provato a dirvelo che quel modello economico avrebbe prodotto disuguaglianze sempre più profonde. Che la globalizzazione non stava universalizzando i diritti ma lo sfruttamento. Che il mercato globale non avrebbe unito il mondo, ma lo avrebbe gerarchizzato. E che la ricchezza si sarebbe concentrata sempre più in poche mani mentre la precarietà sarebbe diventata la condizione normale per milioni di persone. Avevamo provato a dirvelo che il problema non erano i migranti ma le guerre, il saccheggio delle risorse, il debito, le multinazionali, la finanziarizzazione dell’economia, la privatizzazione dei beni comuni, che il mercato senza limiti non avrebbe prodotto libertà ma nuove forme di dominio. Ma voi avete guardato l’estintore. Per venticinque anni il racconto di Genova è stato ridotto a poche immagini isolate. Un estintore. Una camionetta. Una vetrina rotta. Un passamontagna. Come se centinaia di migliaia di persone provenienti da tutto il mondo fossero scese in piazza per quello. Come se il cuore di quella mobilitazione fosse la cronaca di uno scontro e non la critica radicale di un modello economico e politico che oggi mostra tutta la sua devastante attualità. Foto di Ares Ferrari – Immagine messa a disposizione da w:it:Camillo, CC BY 2.5, Collegamento -------------------------------------------------------------------------------- A distanza di un quarto di secolo possiamo dirlo senza esitazioni: avevamo ragione. Avevamo ragione quando denunciavamo la crescita delle disuguaglianze. Oggi poche decine di miliardari possiedono ricchezze superiori a quelle di miliardi di esseri umani. Avevamo ragione quando parlavamo di precarizzazione del lavoro. Intere generazioni vivono tra salari insufficienti, contratti temporanei, indebitamento e impossibilità di progettare il futuro. Avevamo ragione quando denunciavamo la distruzione ambientale. Oggi la crisi climatica non è più una previsione ma una realtà quotidiana fatta di alluvioni, incendi, siccità e migrazioni forzate. Avevamo ragione quando denunciavamo il dominio della finanza sull’economia reale. Oggi le guerre, il cibo, l’energia, l’acqua e perfino le abitazioni sono diventati oggetti di speculazione. Avevamo ragione quando mettevamo in guardia contro la trasformazione della sicurezza in strumento di governo. Oggi viviamo dentro società attraversate da sorveglianza digitale, riconoscimento biometrico, algoritmi predittivi, zone rosse, criminalizzazione del dissenso e stato di emergenza permanente. Avevamo ragione persino quando denunciavamo la guerra come strumento di organizzazione del mondo. Foto di Ares Ferrari – Immagine messa a disposizione da w:it:Camillo, CC BY 2.5, Collegamento -------------------------------------------------------------------------------- Il nuovo secolo si è aperto con Genova e con l’11 settembre. Da allora abbiamo assistito a una successione quasi ininterrotta di conflitti: Afghanistan, Iraq, Libia, Siria, Ucraina, Palestina. Guerre presentate ogni volta come inevitabili, umanitarie, difensive o necessarie. Guerre che hanno prodotto milioni di morti, profughi, distruzione e nuovi autoritarismi. Oggi assistiamo persino a un genocidio trasmesso in diretta. Migliaia di palestinesi vengono uccisi, affamati, deportati sotto gli occhi del mondo. E mentre tutto questo accade, chi manifesta solidarietà è criminalizzato, schedato, perseguito. Anche questo era scritto nelle logiche della globalizzazione neoliberale. Perché quel sistema non aveva bisogno soltanto di merci che attraversassero le frontiere. Aveva bisogno di confini sempre più violenti per le persone. Aveva bisogno di eserciti, polizie, muri, centri di detenzione, deportazioni e dispositivi di controllo per governare le conseguenze delle proprie disuguaglianze. Ma avevamo ragione anche su un altro punto, forse il più scomodo da ammettere. Genova non fu soltanto la prova generale della globalizzazione neoliberale. Fu anche un laboratorio repressivo. Molti pensarono che la Diaz, Bolzaneto, le torture, i falsi verbali, le prove costruite, le violenze indiscriminate e l’uccisione di Carlo Giuliani rappresentassero una parentesi destinata a chiudersi con le sentenze. Non è andata così. Da Genova a oggi esiste una linea di continuità che attraversa la storia italiana degli ultimi venticinque anni. La ritroviamo nelle torture di Santa Maria Capua Vetere, nei pestaggi nelle carceri di Asti, San Gemignano, Torino e Foggia, nelle vicende di Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, Riccardo Magherini, Hasib Omerovic, nelle violenze contro detenuti, migranti e soggetti marginalizzati, nelle pratiche di profilazione razziale, nelle cariche contro studenti, lavoratori, movimenti ambientalisti e manifestanti per la Palestina. La ritroviamo nell’espansione dei poteri di polizia, nelle zone rosse, nei Daspo urbani, nella sorveglianza digitale, nella criminalizzazione del dissenso e nei decreti sicurezza che negli ultimi anni hanno progressivamente ristretto gli spazi di agibilità democratica. Per anni ci è stato detto che si trattava di episodi isolati, di mele marce, di errori individuali. Ma osservando questi venticinque anni nel loro insieme emerge un’altra storia: quella di un progressivo rafforzamento dello Stato penale e di una crescente tolleranza istituzionale verso pratiche che comprimono diritti e libertà fondamentali in nome della sicurezza. Foto di Michele Ferraris – Opera propria, CC BY-SA 4.0, Collegamento -------------------------------------------------------------------------------- Anche su questo avevamo provato a mettere in guardia. Perché a Genova non era in gioco soltanto il diritto di manifestare. Era già visibile una trasformazione più profonda: il passaggio dalla gestione politica dei conflitti sociali alla loro amministrazione poliziesca. Una trasformazione che oggi appare sotto gli occhi di tutti. Guardatevi attorno. Il pesce che mangiamo arriva da oceani lontani. I vestiti che indossiamo sono prodotti da lavoratori sottopagati dall’altra parte del pianeta. I nostri telefoni contengono minerali estratti in condizioni spesso disumane. L’energia che consumiamo alimenta guerre e conflitti geopolitici. Le merci possono attraversare il mondo senza ostacoli. Gli esseri umani no. Eppure continuano a raccontarci che il problema sono i migranti. Che il problema è chi fugge dalla fame, dalle guerre, dalle dittature o dalla devastazione climatica. Ci invitano a guardare verso il basso, contro chi sta peggio di noi, mentre la concentrazione della ricchezza e del potere raggiunge livelli senza precedenti. È la stessa logica che venticinque anni fa metteva in competizione lavoratori italiani e stranieri. La stessa che oggi alimenta nazionalismi, razzismo, remigrazione e guerre tra poveri. Perché il vero capolavoro del neoliberismo è stato proprio questo: convincere gli sfruttati che il loro nemico fosse un altro sfruttato. A Genova avevamo provato a dirvelo. Avevamo indicato la luna di un sistema che stava globalizzando il profitto, privatizzando i diritti e socializzando i costi delle proprie crisi. Ma avete preferito guardare il dito. Anzi, l’estintore. Oggi quell’estintore continua a essere agitato ogni volta che si vuole evitare di discutere delle ragioni profonde di quel movimento. Serve ancora a rimuovere la domanda fondamentale che Genova poneva allora e continua a porre oggi: chi governa davvero il mondo e nell’interesse di chi? È una domanda che riguarda il lavoro, la guerra, la crisi climatica, il genocidio in Palestina, la repressione del dissenso, la concentrazione della ricchezza e la progressiva erosione della democrazia. Per questo Genova non appartiene al passato. Genova è il presente. E forse il modo migliore per ricordare Carlo Giuliani, la Diaz, Bolzaneto e le centinaia di migliaia di persone che attraversarono quelle giornate non è difendere una memoria. È riprendere quella domanda interrotta e tornare a guardare, finalmente, la luna. (3 – continua) Centro Sereno Regis
June 25, 2026
Pressenza
Toni Negri: la resistenza al regime di guerra e ai nuovi fascismi
di GISO AMENDOLA. All’indomani delle giornate su Toni Negri a Salerno, pubblichiamo la presentazione di Giso Amendola. Seguiranno altri contributi provenienti dalla due giorni Gli anni Novanta erano appena trascorsi: al centro della scena, la globalizzazione neoliberista, l’impressione della costruzione di uno spazio sovranazionale liscio e unificato nel segno del dominio del mercato, o, in altri termini, della fine della storia proclamata dieci anni prima. Ma quel decennio è anche ricco di trasformazioni interne ai movimenti sociali, che superano l’impasse del decennio precedente e fanno emergere una nuova composizione transnazionale. In questo contesto, esce, nel 2000, Empire, di Toni Negri e Michael Hardt. La globalizzazione viene passata a contropelo dal metodo operaista: l’ipotesi assunta, come tendenza di carattere generale, è quella della formazione di un nuovo ordine mondiale, non interpretabile con le categorie ereditate dalla storia degli stati nazionali, e, in particolare, non più leggibile alla luce della centralità del concetto di sovranità. La crisi degli stati nazionali e la costruzione della governance imperiale sono riportate, appunto seguendo la lezione operaista della priorità delle lotte, alla rottura prodotta dai movimenti di decolonizzazione. Oggi sarebbe facile archiviare quest’ipotesi alla luce degli anni terribili che sono intercorsi. All’ordine del giorno c’è la destrutturazione radicale di ogni ipotesi di ordine globale. La frammentazione in blocchi segna lo spazio transnazionale molto più che la produzione di reti. Soprattutto: la nuova forma di postsovranità imperiale che sembrava in formazione subisce il contraccolpo del ritorno dei nazionalismi e alla centralità del regime di guerra. E non c’è dubbio che Impero sia un libro, per molti versi, datato e legato a un momento “alto” dello sviluppo del multilateralismo liberale, oggi irreparabilmente frantumato. Eppure, non ci sembra affatto il momento di abbandonare quel lungo progetto di ricerca che da Impero si è sviluppato attraverso altri 25 anni di lavoro teorico e di militanza. A Salerno dedichiamo due giorni di dibattito proprio al Negri “globale” in un seminario internazionale, Negri oltre Negri (II), che prende il testimone dal primo seminario della serie, tenutosi a Parigi lo scorso anno. Lo facciamo perché pensiamo che quel lavoro, proprio nel confronto con il regime di guerra, possa produrre frutti politici ancora impensati. Riguardo all’ordine globale, per esempio: che non ci sia alcun ordine giuridico mondiale all’orizzonte, è un fatto innegabile. Ma le spiegazioni in termini di deglobalizzazione e ritorno dello Stato non spiegano nulla della crisi contemporanea. Il capitale mondiale si sviluppa attraverso un altissimo grado di interdipendenza, moltiplicando reti e connessioni: una interdipendenza di fronte al quale le pretese di comando nazionali si infrangono. Semmai, il comando si riarticola intorno a grandi blocchi, che conservano ben poco della classica forma statale: pensare la frizione continua e probabilmente irrisolvibile tra la logica dei blocchi e le connessioni globali del capitale, è così una chiave essenziale per comprendere la guerra come caratteristica costante di un multilateralismo centrifugo e non stabilizzabile L’interdipendenza però è anche, vista dal basso, la condizione chiave della produzione contemporanea. La centralità della riproduzione sociale, ormai innegabile dopo la crisi pandemica, ci racconta della forza della cooperazione nel capitalismo contemporaneo, una cooperazione continuamente sfruttata, formattata e disciplinata dentro le piattaforme estrattivistiche, ma in ogni caso una cooperazione che installa il comune come motore della produzione contemporanea. Un comune che si produce continuamente attraverso le differenze e l’eterogeneità delle soggettività contemporanee. Impossibile evitare allora la sfida politica lanciata ancora dalla moltitudine e dai problemi che la moltitudine pone alla soggettività politica. Come trasformare l’eterogeneità che vive nella cooperazione sociale contemporanea e che sfida continuamente le gerarchie tradizionali di classe, razza e genere, in soggettività politica che possa reggere l’impatto del regime di guerra? Come trasformare l’intersezionalità che vive e anima i movimenti sociali globali del nostro presente, a partire dai movimenti ecologisti e femministi, in qualcosa in più che una troppo fragile logica della semplice alleanza tra lotte, senza riprodurre l’impossibile pretesa di sintesi dall’alto del soggetto tradizionale? Nell’opera di Toni Negri c’è questo filo continuo: cercare nelle differenze la continua produzione del comune, per far saltare il tavolo di chi, sulle differenze, vuole imporre invece le parole d’ordine del comando e della guerra. Più che un seminario, probabilmente cercheremo a Salerno un’approssimazione nella costruzione di questo comune degli affetti e della cooperazione. questo testo è stato pubblicato sulla pagina on line del manifesto il 17 giugno 2026 L'articolo Toni Negri: la resistenza al regime di guerra e ai nuovi fascismi proviene da EuroNomade.
June 24, 2026
EuroNomade
La rimozione del mare
In guerra – e noi lo siamo, almeno in quella definizione di “guerra a pezzettini” coniata da Bergoglio – si sa che c’è poco da fidarsi dell’informazione ufficiale. Le agenzie si schierano, le notizie diventano di regime e bisogna fare affidamento su altre fonti per capire cosa succede realmente. Oggi molti usano i social per recepire notizie. Non credo siano un buon media per avere informazioni affidabili: sono governati da algoritmi che spingono verso la concentrazione del potere, più che alla sua diffusione. Però esiste un “però”. Se persone che riteniamo stimabili ed esperte usano la loro pagina social per fornire il proprio punto di vista, allora la fonte riacquista valore. Nell’eccesso di informazioni in cui siamo immersi, dobbiamo scegliere bene i nostri riferimenti. È un po’ quello che Marc Bloch descrisse analizzando il propagarsi delle notizie false nelle trincee della Prima Guerra Mondiale: la formazione delle opinioni si basava su quello che ti raccontava il tuo compagno di trincea. Oggi, nel fango informativo della rete, non resta che discernere di chi fidarsi e di chi no. Alberto Negri, giornalista che si occupa da tempo di Medio Oriente e conflitti, è certamente persona informata e di cui fidarsi. Sulla sua pagina Facebook ha scritto: “La chiusura dello Stretto è stato il più grande fallimento Usa e israeliano. Una media potenza, l’Iran, è stata capace senza neppure una Marina convenzionale di bloccare Hormuz e i traffici mondiali. Resta l’arma più efficace in mano a Teheran che punta a tassare il passaggio perchè gli Stati Uniti non revocheranno mai le sanzioni.” Se guardassimo a questo fenomeno con una prospettiva più lunga, ci renderemmo conto di essere immersi in quella gigantesca rimozione dello spazio marittimo che si è accompagnata alla globalizzazione nella sua fase più radicale. Ha poco da starnazzare la leadership di Washington quando dichiara che «L’Iran è tutto chiacchiere e niente fatti». Non è così: l’Iran sta giocando la sua guerra asimmetrica. In un’analisi di qualche tempo fa, il think tank Washington Institute ammetteva lucidamente che «l’Iran sfrutta le asimmetrie. Ha approfittato della propria vicinanza geografica allo Stretto di Hormuz creando forze navali capaci di interrompere le spedizioni petrolifere della regione mediante sciami di piccole imbarcazioni, mine e sottomarini, nonché droni e missili». E allora a chi dobbiamo tendere l’orecchio? Alla retorica dei bulli geopolitici o al giornalismo che indaga? Noi occidentali percepiamo la rivoluzione della logistica solo per il trasporto dell’ultimo miglio: il corriere che ci porta a casa le merci acquistate su internet. Dietro quelle consegne, però, ci sono i lunghi viaggi oceanici delle stesse merci sopra grandi navi, stipate in container da 20 o 40 piedi. Lo abbiamo capito quando i portuali hanno bloccato le navi cariche di armi; lo vediamo oggi nel collo di bottiglia dello Stretto di Hormuz. Dobbiamo rendercene conto: abbiamo rimosso l’importanza del mare proprio quando esso è diventato lo spazio fisico che ha permesso di deindustrializzare l’Occidente e concentrare la produzione in Oriente. Ora che questo sistema basato sulle “vene oceaniche” appare così fragile, la domanda non è più se crollerà, ma quando. Il blocco del collo di bottiglia del mare ha scoperto il punto debole dell’impero globale. Se il traffico marittimo si ferma, l’Occidente scopre di essere nudo, fragile e improvvisamente vuoto. Cosa succederà, dunque, ora che il sistema appare così fragile? Questa domanda ci deve accompagnare nell’organizzazione del ramo italiano della Peacewalk, la marcia per la pace partita da Finisterrae lo scorso 31 gennaio e diretta a Gerusalemme. La incroceremo il 30 agosto a Trieste, dopo un lungo cammino che faremo partire da Venezia per raccordarci. Sarà un cammino che mischierà terra e mare, portandoci dritti nel cuore di una città portuale da dove sappiamo passare molti degli armamenti diretti verso i fronti di guerra, sfruttando – incredibilmente – lo status speciale di Trieste come “porto franco”. Ma questo meccanismo, e la fitta nebbia che lo circonda, sarà l’oggetto della nostra prossima riflessione sul mare e sulla sua rimozione. Usiamo il cammino (e gli attraversamenti di lagune e tratte di mare) per riprenderci lo spazio, le fonti e le verità. Ettore Macchieraldo
June 14, 2026
Pressenza
Ciò che rovescia i potenti
-------------------------------------------------------------------------------- Chiapas, 30 dicembre 2024: “Incontro internazionale di ribellioni e resistenze”. Foto di Pozol Chiapas -------------------------------------------------------------------------------- Per alimentare la lotta contro la ferocia del capitalismo oggi dovremmo partire dalle comunità indigene, nere e contadine, dice Raúl Zibechi (I popoli e le guerre). I movimenti popolari, aggiungono altri, sono in questo tempo tra i pochi soggetti in grado di opporsi alla devastazione della vita che i potenti di questo mondo stanno compiendo. Secondo Urgenza evangelica. Manifesto per un universalismo egualitario alternativo alla globalizzazione capitalista (Castelvecchi) è questa la prospettiva che dovrebbe muovere anche i credenti. Scritto dal collettivo francese Anastasis, impegnato a dare un volto nuovo alla sinistra cristiana, il Manifesto ricorda che la vita del Nazzareno è stata prima di tutto il tentativo di creare una società costruita sulla condivisione dei beni nella quale tutti e tutte potessero trovare posto. Per questo, il dovere dei cristiani oggi dovrebbe essere elaborare una critica del capitalismo, ma soprattutto partecipare in tanti modi diversi alla creazione di forme sociali alternative. Come? Partendo dal costruire legami con il “prossimo”, cioè chi più ci destabilizza. E ricordando che nessun processo di liberazione matura con la conquista del potere. In fondo perfino papa Leone, a modo suo, lo ha ripetuto nella solennità di Pentecoste: “Preghiamo oggi che lo Spirito del Risorto ci salvi dal male della guerra, che viene vinta non da una superpotenza, ma dall’Onnipotenza dell’amore”. Di certo, se esiste qualcosa che può ispirare tanti e tante, dice il Manifesto, è l'”universalismo delle molteplicità” vissuto e raccontato dalle comunità zapatiste. Nella prefazione dell’edizione italiana del Manifesto, Marcello Tarì, cita Walter Benjamin secondo il quale gli oppressi ovunque sono più abituati a sopravvivere in uno stato d’emergenza come quello di oggi. Ma cosa chiede esattamente il Vangelo ai credenti? Di chinarsi collettivamente sulle sofferenze del mondo, di prendersene cura, di organizzarsi nella carità, di seminare fraternità qui e ora. Il testo, spiega il collettivo francese, è stato pensato per essere un’occasione con cui discutere del capitalismo devastatore e della piega fascistizzante della società e del cristianesimo. La prefazione si conclude ricordando, con le parole di una giovane palestinese, la forza dell’insurrezione della carità che soffia come liberazione quando parte dalle periferie: “Ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili…”. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Ciò che rovescia i potenti proviene da Comune-info.
May 25, 2026
Comune-info