Ciò che rovescia i potenti
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Chiapas, 30 dicembre 2024: “Incontro internazionale di ribellioni e resistenze”.
Foto di Pozol Chiapas
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Per alimentare la lotta contro la ferocia del capitalismo oggi dovremmo partire
dalle comunità indigene, nere e contadine, dice Raúl Zibechi (I popoli e le
guerre). I movimenti popolari, aggiungono altri, sono in questo tempo tra i
pochi soggetti in grado di opporsi alla devastazione della vita che i potenti di
questo mondo stanno compiendo. Secondo Urgenza evangelica. Manifesto per un
universalismo egualitario alternativo alla globalizzazione capitalista
(Castelvecchi) è questa la prospettiva che dovrebbe muovere anche i credenti.
Scritto dal collettivo francese Anastasis, impegnato a dare un volto nuovo alla
sinistra cristiana, il Manifesto ricorda che la vita del Nazzareno è stata prima
di tutto il tentativo di creare una società costruita sulla condivisione dei
beni nella quale tutti e tutte potessero trovare posto. Per questo, il dovere
dei cristiani oggi dovrebbe essere elaborare una critica del capitalismo, ma
soprattutto partecipare in tanti modi diversi alla creazione di forme sociali
alternative. Come? Partendo dal costruire legami con il “prossimo”, cioè chi più
ci destabilizza. E ricordando che nessun processo di liberazione matura con la
conquista del potere. In fondo perfino papa Leone, a modo suo, lo ha ripetuto
nella solennità di Pentecoste: “Preghiamo oggi che lo Spirito del Risorto ci
salvi dal male della guerra, che viene vinta non da una superpotenza, ma
dall’Onnipotenza dell’amore”.
Di certo, se esiste qualcosa che può ispirare tanti e tante, dice il Manifesto,
è l'”universalismo delle molteplicità” vissuto e raccontato dalle comunità
zapatiste.
Nella prefazione dell’edizione italiana del Manifesto, Marcello Tarì, cita
Walter Benjamin secondo il quale gli oppressi ovunque sono più abituati a
sopravvivere in uno stato d’emergenza come quello di oggi. Ma cosa chiede
esattamente il Vangelo ai credenti? Di chinarsi collettivamente sulle sofferenze
del mondo, di prendersene cura, di organizzarsi nella carità, di seminare
fraternità qui e ora.
Il testo, spiega il collettivo francese, è stato pensato per essere un’occasione
con cui discutere del capitalismo devastatore e della piega fascistizzante della
società e del cristianesimo.
La prefazione si conclude ricordando, con le parole di una giovane palestinese,
la forza dell’insurrezione della carità che soffia come liberazione quando parte
dalle periferie: “Ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili…”.
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