Bolivia in crisi nera: è stato d’emergenza

Pressenza - Wednesday, June 10, 2026

«Se in Bolivia vuoi ottenere qualcosa, anche solo un incontro col Presidente, organizza un blocco stradale: verrai ascoltato». Oswaldo Calatayud, scrittore e presidente della Biblioteca Stronguista, è di La Paz e vi abita alla sua periferia. La Paz è una città paralizzata da un mese a causa del blocco delle strade organizzato dalla Cob (Central obrera boliviana, il più grande sindacato del paese), da una tra le più tenaci organizzazioni contadine (i Ponchos rojos), dalle cooperative dei minatori e da altre organizzazioni sociali: ad oggi si contano 95 punti interessati dalle proteste nei dipartimenti regionali.

A La Paz le materie prime scarseggiano da settimane e non solo quelle. I lavoratori della sanità sono scesi in piazza il 29 maggio per urlare la loro disperazione contro i blocchi: sta finendo l’ossigeno e anche il sangue. La sanità è a rischio collasso. Le istituzioni boliviane che si occupano di diritti umani (Defensorìa del pueblo) hanno riportato «321 arresti, 23 feriti e 7 morti» dall’1 maggio, giorno d’avvio delle azioni. L’ultima vittima si conta venerdì 29: un ragazzino di 12 anni si trovava a bordo di un’ambulanza e avrebbe dovuto esser trasportato da Llallagua a Potosí (sud-est del Paese) ma non è sopravvissuto al viaggio. Neanche l’ambulanza è riuscita a forzare l’assedio. Il presidente ha risposto schierando la polizia per le strade di La Paz: alla violenza della piazza s’è risposto con i gas lacrimogeni. C’è chi sostiene che Paz Pereira abbia tentato di favorire delle contro manifestazioni a suo favore, prima dell’intervento della polizia. Vero o meno, non sono andate a buon fine, anzi: hanno inasprito le rivendicazioni di chi stava protestando.

Cosa sta succedendo
L’1 maggio la Cob ha indetto una manifestazione in occasione della giornata mondiale dei lavoratori, convergendo con le dimostrazioni antigovernative provenienti dalle zone remote dell’Amazzonia boliviana. Da quel momento le richieste sono state crescenti: dall’abrogazione di alcune leggi antipopolari a favore della grande proprietà terriera, agli aumenti salariali, fino a chiedere le dimissioni del presidente e nuove elezioni (a otto mesi dalle precedenti).

«Il presidente Paz Pereira ha ereditato una situazione complicata dopo vent’anni di governo del Mas», ha dichiarato Calatayud. Gli effetti positivi del «capitalismo per tutti», declamato da Paz in campagna elettorale, non si sono ancora visti. La popolazione ha accettato «a malincuore» la fine del prezzo calmierato sulla benzina perché è stato aumentato il salario minimo, salvo poi ritrovarsi peggio di prima per i prezzi triplicati dei generi alimentari. Il carburante è tornato disponibile a seguito dei primi provvedimenti governativi, peccato che fosse di pessima qualità e migliaia di motori sono stati compromessi irrimediabilmente a causa della “gasolina-basura [benzina immondizia]”.

I motivi per protestare contro il governo democristiano esistono e «sono più che ragionevoli» ma il pugno duro dei sindacati sta spingendosi oltre il consueto e gli inviti al dialogo da parte presidenziale sono stati tutti disattesi dalle organizzazioni sociali.

Lo zampino di Evo, i soldi del Tropico
Secondo don Riccardo Giavarini (da poco fidei donum, in Bolivia dal ‘77) le cose sono precipitate da prima dell’1 maggio. E sarebbe coinvolto Evo Morales. «Assediare La Paz, seminare il caos affinché Paz Pereira si dimetta e si senta accerchiato»: far sentire la sua presenza, pur se a distanza, protetto dai suoi nel Chapare (sud-est del paese), località in cui il leader cocalero è auto-confinato per scampare ai mandati di arresto.
Gli scontri in città «sono portati avanti dalle frange estreme e, spesso, è Morales che paga per mantenere i blocchi», ha tuonato Giavarini. Nella mattina di ieri [8 giugno] le autorità del Tropico hanno fermato e sequestrato un minibus e le sette persone a bordo. «Tra i sedili e nel bagagliaio c’erano 92.600 bolivianos in contanti» e «un lasciapassare per i diversi punti di blocco stradale» nella regione di Cochabamba, stampato da una costola della federazione dei cocaleros di cui Morales è presidente. A bordo vi erano anche «cinquanta litri di benzina», stando a fonti di stampa locali.
«Molti a La Paz sono a favore delle proteste – ha stemperato Calatayud – ma non tutti ne approvano i metodi violenti». L’alternativa di ‘Evo’ è quella di «prendere la popolazione per sfinimento», ha ribadito Giavarini, ma l’ex presidente dovrebbe conoscere la legge e sapere che il suo partito non è stato abilitato a partecipare alle scorse presidenziali.

I carri armati alle porte di La Paz
Nel frattempo sulle reti sociali sono circolate immagini di carri armati giunti Patacamaya, a cento chilometri da La Paz. Il tenente colonnello Rider José Cossio Vega, comandante di reggimento dei blindati, ha tenuto a specificare in un comunicato che i mezzi «sono stati movimentati nell’ambito di normali operazioni ed esercitazioni». Eppure proprio a fine settimana scorsa il Parlamento ha ratificato lo stato di emergenza attraverso l’approvazione della legge 1740: Paz Pereira ha dichiarato di voler governare «fino al 2030» ma le proteste sono divampate con più ferocia a seguito delle sue parole. Stato di emergenza significa: vittoria politica della destra neoliberale filo-Usa di Doria Medina e Tuto Quiroga, che da tempo invocavano una soluzione, anche armata, che ponesse fine ai blocchi. Rispondere alla violenza con violenza. Nella zona di Vinto si sono verificati già scontri tra manifestanti e polizia; nell’altipiano ai confini col Perù, una gran folla s’è riversata nelle strade brandendo fucili tedeschi Mauser del 1907, residuati dalla Guerra del Chaco. A chi giova l’ulteriore escalation di violenza? Non certo ad una popolazione stremata che finirebbe per subire ancor di più il corso degli eventi.

Marco Piccinelli