Tag - sud america

(Perù) Attivisti della Generazione Z: dall’indignazione all’organizzazione
Determinati a «prendere il toro per le corna», lunedì 20 presso il Congresso della Repubblica, diversi attivisti della Generazione Z (GZ) hanno inaugurato l’organizzazione «Legado Nacional Unido», con l’obiettivo di responsabilizzare i giovani nella vita politica e nelle questioni pubbliche del Paese. Questa iniziativa si aggiunge alle organizzazioni, agli accordi e alle piattaforme che costituiscono il tessuto sociale attuale del Paese e che si sono unite nell’impegno per il bene comune. La cerimonia e la firma dell’Atto Costitutivo dell’organizzazione giovanile «Legado Nacional Unido» si sono svolte nell’Auditorium Alberto Andrade del Congresso della Repubblica e sono state condotte dai membri del Consiglio istituzionale: Yackov Solano, attivista sociale della Generazione Z e del Parlamento dei Giovani; l’attivista politica Flavia Nestares; Josué Ramos, attivista nel settore audiovisivo e membro del Parlamento dei Giovani; nonché Caroline Buitrón, comunicatrice e attivista. PARTECIPAZIONE POLITICA ATTIVA DEI GIOVANI Nel dare il via all’evento, Yackov Solano ha sottolineato che l’organizzazione giovanile «Legado Nacional Unido» nasce in risposta al profondo deterioramento della vita democratica che il Paese sta vivendo negli ultimi anni. «Siamo stati testimoni di una crisi politica caratterizzata dall’erosione delle istituzioni democratiche, dalla promozione di norme che favoriscono l’impunità, dall’indebolimento dello Stato di diritto e dalla crescente polarizzazione e allontanamento dei cittadini dalla politica, in particolare dei giovani. La nostra generazione è cresciuta in un contesto di mobilitazioni sociali, incertezze e ripetute promesse non mantenute. Di fronte a questa realtà, ci impegniamo a trasformare l’indignazione in organizzazione, in una partecipazione politica attiva, responsabile e democratica. Con questa convinzione abbiamo costituito l’Organizzazione Giovanile “Legado Nacional Unido” come piattaforma per formare una nuova generazione di leader impegnati al servizio del Paese e alla costruzione di una democrazia più solida, inclusiva e partecipativa. L’Organizzazione è un movimento sociale e politico composto da giovani provenienti da tutte le regioni del Perù, che credono nella capacità della nostra generazione di promuovere lo sviluppo del Paese attraverso il dialogo, il rispetto per la democrazia e la partecipazione civica, nonché il riconoscimento delle diversità che caratterizzano la nostra nazione». Da parte sua, Josué Ramos ha dichiarato: «Noi giovani spesso diciamo “siamo delusi dalla politica”, ma dobbiamo renderci conto che sono i politici stessi a farci deludere da loro. Dobbiamo migliorare il Paese, e dobbiamo farlo fin da ora, perché noi siamo il futuro, ma anche il presente che plasmeremo non solo per noi stessi, ma anche per i nostri figli e le generazioni future». SOSTEGNO DEI MEMBRI DEL CONGRESSO E DEL CNDDHH I giovani membri dell’organizzazione e i partecipanti all’evento hanno ricevuto il sostegno dell’ex candidato alla presidenza della Repubblica, Mesías Guevara; di Ruth Luque, deputata e senatrice designata; di Ana Aguilar, rappresentante delle popolazioni indigene di Juliaca, Puno; di Diego Pomareda, avvocato costituzionalista; di Germán Vargas, segretario esecutivo della Coordinatrice Nazionale per i Diritti Umani (CNDDHH); e di altri ancora. L’evento si è concluso con la firma di un Atto Costitutivo, sottoscritto sia dai membri del Consiglio sia dagli ex membri del Congresso e dai rappresentanti delle istituzioni che difendono i diritti umani, sociali e politici. «Questo atto costitutivo, questo atto di fondazione, rappresenta un primo passo verso l’istituzionalizzazione dell’organizzazione dei giovani che vogliono lavorare per il Paese, e questo è molto prezioso. Credo che sia innanzitutto la via verso l’istituzionalizzazione. In secondo luogo, non abbiamo paura, impegniamoci nelle questioni pubbliche, nella politica, e costruiamo quel Paese che tanto sogniamo. E un’altra cosa molto importante che avete detto: non possiamo essere neutrali in un Paese in cui viene violata la dignità della persona. Non c’è spazio per la neutralità. Noi prendiamo posizione a favore della vita, a favore della dignità di tutte, di tutte le persone», hanno sottolineato i membri del Congresso a sostegno dell’organizzazione. Redacción Perú
July 21, 2026
Pressenza
Perù: «Non ci arrenderemo finché la modifica alle borse di studio non verrà archiviata»
La lotta per un’istruzione inclusiva continua ad essere portata avanti dagli studenti, dai borsisti e dagli ex borsisti del Programma Nazionale di Borse di Studio (PRONABEC), che stanno ora organizzando una veglia permanente davanti alla sede del Ministero dell’Istruzione, situata nel distretto di San Borja, nella città di Lima. «Non ci arrenderemo, resteremo qui, mentre nel contempo continuiamo il dialogo con la presidente eletta», hanno affermato. Bryan Melgar, rappresentante del Fronte Nazionale dei Borsisti del Perù (FRENABEP), ha rilasciato alcune dichiarazioni a Pressenza durante il picchetto che decine di studenti, borsisti ed ex borsisti del PRONABEC hanno deciso di mantenere, chiedendo che questo governo (o quello entrante) archivi il progetto di modifica del Regolamento della Legge n. 29837, che snatura l’accesso all’istruzione per i giovani di talento ma in condizioni di vulnerabilità economica. «Questo governo ha deciso di ignorare la nostra richiesta, la nostra rivendicazione. Ha emanato una risoluzione ministeriale che proroga la consultazione pubblica di altri 30 giorni; in un certo senso è un risultato, ma è anche un modo per lavarsene le mani e lasciare il problema al prossimo governo. Quello che chiediamo è che questo governo si assuma le proprie responsabilità e, fin da ora, archivi questa risoluzione ministeriale, rendendola nulla», ha dichiarato Melgar in mezzo agli studenti in veglia. Il rappresentante del FRENABEP ha inoltre segnalato che, sebbene il periodo di consultazione pubblica sia stato esteso a 30 giorni, esso non ha avuto un’adeguata diffusione: «L’hanno pubblicato solo sul loro sito ufficiale, non l’hanno nemmeno pubblicato sui social network o su altri mezzi di comunicazione più vicini ai borsisti», limitando così la partecipazione civica delle persone coinvolte nella modifica normativa. EPURAZIONE DEI BORSISTI Attualmente il PRONABEC assiste 60.000 borsisti universitari e 283 di dottorato. Le modifiche che lo Stato peruviano intende apportare al programma di borse di studio sono considerate dagli studenti come una «snaturazione del programma». Pertanto, con la nuova normativa, i borsisti non potrebbero manifestarsi liberamente, poiché correrebbero il rischio di perdere la borsa di studio. Non potrebbero nemmeno ripetere gli anni di corso, né cambiare corso di laurea, e verrebbe loro revocato il sostegno psicologico-emotivo. «Il sistema che gestiscono è troppo rigido e poco attento alla realtà dei giovani e dei borsisti. Ecco di cosa stiamo parlando. C’è qualcosa che stanno gestendo, internamente, che potremmo definire una “epurazione dei borsisti”. Per loro siamo solo una spesa. Da dicembre, con la Beca 18, le borse di studio sono state praticamente tagliate, perché senza soldi non ci sono borse di studio. Di chi è la colpa? Non si è mai saputo. Ma delle 38.000 borse di studio promesse, non sono mai esistite. Da lì hanno persino avviato un processo di snaturamento, la cosiddetta riorganizzazione del Programma Nazionale delle Borse di Studio. Potremmo dire che si tratta di un vero e proprio processo, di un’iniziativa volta a snaturare l’attuale sistema di borse di studio e a trasformarlo in un altro tipo di sistema. Al settore dell’istruzione, a quanto pare, non interessa. Hanno già iniziato, da tempo, a tagliare i bilanci, per miliardi. Per questo ne stanno soffrendo tutte le università pubbliche e private, gli istituti, a livello nazionale. Ciò che stanno causando è semplicemente tagliare i sogni, stroncare l’istruzione del Paese. Modificando l’intera legge sul Programma Nazionale delle Borse di Studio, stanno cambiando i corsi di laurea, i corsi post-laurea, i crediti, l’intero numero di borse di studio esistenti. Stanno cambiando tutto, a loro piacimento, senza una vera consultazione, senza coordinamento con i giovani e con i borsisti”, ha denunciato Bryan Melgar. SOSTEGNO DA PARTE DEGLI STUDENTI E DEI CITTADINI I manifestanti accampati davanti al Ministero dell’Istruzione sottolineano che continueranno la veglia permanente fino a quando non otterranno una risposta dall’attuale governo o da quello entrante, a partire dal prossimo 28 luglio. La richiesta dei borsisti ha ricevuto il sostegno delle federazioni universitarie di Lima e Callao, nonché dell’Università Cattolica e dell’Università Cayetano Heredia. Inoltre, nel caso delle università prive di federazioni, hanno ricevuto il sostegno delle associazioni studentesche, come quelle dell’Università Científica, dell’UPC, dell’Università Ruiz de Montoya e di altre a livello nazionale. Redacción Perú
July 20, 2026
Pressenza
La difesa del Cile non viene pianificata a Washington
Chi decide le priorità strategiche del Cile? I cileni o una potenza straniera? La domanda sembra ovvia, ma ha smesso di esserlo quando Elbridge Colby, sottosegretario alla Difesa degli Stati Uniti, ha esortato i paesi dell’America Latina, durante la Conferenza dei ministri della Difesa tenutasi a Cusco, ad aumentare la spesa militare fino al 3,5% del PIL, seguendo lo standard che oggi Washington impone ai paesi membri della NATO. Lo ha fatto presentando il cosiddetto «corollario di Trump» alla Dottrina Monroe e mettendo in guardia dall’influenza delle potenze «extra-emisferiche», in un evidente riferimento alla Cina. Non si è trattato di una semplice raccomandazione di bilancio. È stata una definizione geopolitica. Il messaggio è chiaro: gli Stati Uniti identificano le minacce, definiscono chi sono i propri avversari e si aspettano che l’America Latina destini una quota crescente delle proprie risorse per affiancarli in tale strategia. Ogni potenza ha il diritto di difendere i propri interessi nazionali. Ciò che non è accettabile è che pretenda di definire le priorità strategiche di altri paesi. Oggi il Cile destina circa l’1,5% del proprio prodotto interno lordo alla difesa. La proposta di Colby prevede di aumentare tale quota al 3,5%, più che raddoppiando la spesa militare. Ciò comporterebbe stanziare circa sette miliardi di dollari in più ogni anno. Ogni decisione di bilancio comporta delle rinunce. La domanda è inevitabile: a cosa dovremmo rinunciare per farlo? All’istruzione? Alla sanità? Alle infrastrutture? Alla ricerca? All’edilizia abitativa? La politica di difesa deve rispondere esclusivamente a una domanda: di cosa ha bisogno il Cile per proteggere il Cile? Non di cosa hanno bisogno gli Stati Uniti per affrontare la Cina. Mantenere forze armate moderne, professionali e dotate di capacità deterrente è un obbligo permanente dello Stato. Ben diversa è la scelta di partecipare a una corsa agli armamenti i cui obiettivi sono stati definiti al di fuori dei nostri confini. La stessa logica emerge quando si propone di affrontare la criminalità organizzata come se si trattasse di una guerra. Considerare i cartelli della droga come organizzazioni terroristiche e privilegiare risposte militari può risultare allettante per società terrorizzate, ma comporta un rischio enorme per lo Stato di Diritto. I criminali devono essere perseguiti, arrestati, indagati e giudicati. Quando lo Stato sostituisce la giustizia con l’eliminazione fisica dei criminali, scompaiono anche informazioni indispensabili per conoscere le loro reti di finanziamento, i loro legami con le autorità, i loro meccanismi di corruzione e l’identità di chi li protegge. La morte di Niño Guerrero ha lasciato aperto questo interrogativo. La forza di una democrazia non consiste nel decidere chi vive e chi muore, ma nell’avere istituzioni capaci di assicurare alla giustizia anche i peggiori criminali. Dobbiamo inoltre respingere la pretesa che siano altri a determinare con quali paesi possiamo intrattenere relazioni. Dal ritorno alla democrazia, il Cile ha costruito una politica estera basata sull’autonomia, sul rispetto del diritto internazionale, sul multilateralismo e sull’apertura al mondo. Tale strategia ha permesso di mantenere relazioni politiche e commerciali con gli Stati Uniti, la Cina, l’Europa, l’Asia e l’America Latina. Lungi dall’essere una debolezza, questa diversificazione è stata uno dei nostri maggiori punti di forza. Il vero dibattito non consiste nello scegliere tra Washington e Pechino. Consiste nel decidere quale posto il Cile voglia occupare nel mondo che sta emergendo. Mentre alcune potenze continuano a organizzare il proprio potere attorno al petrolio, all’industria militare e al controllo degli idrocarburi, il Cile ha un’opportunità diversa. Abbiamo le condizioni per diventare uno «Stato dell’energia»: una nazione capace di trasformare il proprio enorme potenziale in energie rinnovabili, idrogeno verde, rame, litio, innovazione e conoscenza in sviluppo, autonomia e prosperità. Questo è il dibattito strategico che conta davvero. Perché la vera sovranità non consiste nell’allinearsi con una potenza piuttosto che con un’altra. Consiste nel conservare la libertà di decidere, da soli, quale paese vogliamo costruire e come proteggerlo. Marcelo Trivelli
July 18, 2026
Pressenza
Perù: Quando una legge sull’accessibilità finisce per creare nuove barriere
L’approvazione di una norma volta a rafforzare l’accesso alle informazioni da parte delle persone sorde dovrebbe essere una buona notizia. Tuttavia, la recente Legge n. 32724, che modifica la Legge n. 29973, Legge generale sulle persone con disabilità, ha aperto un importante dibattito su come vengono elaborate le politiche pubbliche in materia di accessibilità. La norma stabilisce che i servizi di interpretariato nella lingua dei segni peruviana debbano essere forniti da interpreti certificati o accreditati. In linea di principio, promuovere standard di qualità è un obiettivo legittimo. Il problema sorge quando tale requisito viene approvato senza che lo Stato stesso abbia implementato un sistema nazionale di formazione, certificazione, accreditamento e registrazione che consenta ai professionisti di soddisfare tale requisito. In altre parole, viene richiesta una condizione che lo Stato non ha ancora reso possibile. A ciò si aggiunge il fatto che il progetto è stato approvato senza un ampio processo di consultazione tecnica con le organizzazioni delle persone sorde, le associazioni di interpreti, gli specialisti in accessibilità comunicativa e altri attori direttamente coinvolti. In materia di disabilità, il principio di partecipazione non è un aspetto facoltativo; è un diritto riconosciuto dalla Convenzione sui diritti delle persone con disabilità e un elemento essenziale per elaborare norme efficaci. Le osservazioni presentate dalle organizzazioni specializzate segnalano inoltre altri aspetti che meritano di essere rivisti: se il requisito della certificazione venisse applicato senza misure transitorie né un sistema nazionale operativo, molti interpreti che attualmente garantiscono l’accesso alle informazioni nei telegiornali, nei messaggi ufficiali, nelle emergenze e in altri contesti potrebbero trovarsi impossibilitati a svolgere il proprio lavoro, non per mancanza di competenze, ma perché lo Stato stesso non ha ancora sviluppato il meccanismo per accreditare tali competenze. * Le dimensioni minime dello spazio destinato all’interprete potrebbero rivelarsi insufficienti a garantire un’adeguata comprensione della lingua dei segni, non tenendo conto di elementi essenziali quali le espressioni facciali, i movimenti corporei e altre componenti linguistiche. * La proposta tratta l’interpretazione come una risorsa visiva, quando in realtà costituisce un servizio linguistico professionale che richiede standard tecnici completi in materia di risoluzione, illuminazione, contrasto, posizionamento, sincronizzazione e qualità di trasmissione. * La norma continua a utilizzare esclusivamente il termine «persone con disabilità uditiva», senza riconoscere espressamente la comunità sorda che utilizza la lingua dei segni da un punto di vista linguistico e culturale. * Il termine previsto per l’adeguamento del regolamento risulta limitato per sviluppare un processo tecnico, partecipativo e con consultazione pubblica. Le politiche di inclusione non possono trasformarsi in nuove barriere di esclusione. Garantire la qualità dei servizi di interpretazione è indispensabile, ma ciò deve essere accompagnato da una politica pubblica completa che rafforzi la formazione professionale, stabilisca standard condivisi e costruisca un sistema di certificazione sostenibile, decentralizzato e accessibile. L’accessibilità non si ottiene solo approvando leggi. Si costruisce dialogando con chi vive la disabilità, ascoltando gli specialisti e elaborando norme che siano tecnicamente solide, giuridicamente valide e, soprattutto, efficaci nel garantire i diritti. Perché una legge veramente inclusiva non è quella che impone requisiti impossibili da soddisfare, ma quella che elimina le barriere e amplia le opportunità affinché nessuno rimanga escluso. Mónica Honores Incio, specialista in politiche pubbliche inclusive   Redacción Perú
July 17, 2026
Pressenza
Perù: il JNE consegna le credenziali a Keiko Fujimori in qualità di presidente costituzionale della Repubblica
Nel corso di una cerimonia ufficiale, il Giurì Nazionale Elettorale (JNE) ha consegnato le credenziali di presidente costituzionale della Repubblica a Keiko Fujimori Higushi, per il mandato 2026-2031, nonché al vicepresidente Luis Galarreta e al secondo vicepresidente Miguel Angel Torres. Con questo atto, svoltosi nel distretto di San Borja, a Lima, si conclude il processo elettorale generale del 2026 e si attende solo il passaggio di consegne il prossimo 28 luglio. Alla cerimonia di consegna delle credenziali erano presenti anche l’attuale presidente José María Balcázar e i membri dell’assemblea plenaria del JNE con il loro presidente Roberto Burneo. Nel suo primo intervento, dopo la consegna delle credenziali, Keiko Fujimori ha sottolineato che «non ci sono vincitori né vinti, c’è un solo Perù», assicurando che nel suo governo intende riconquistare la fiducia dei cittadini attraverso il dialogo. RICHIESTE IMMEDIATE Fujimori Higuchi ha anticipato le linee guida del suo governo nei primi 100 giorni: recupero della fiducia nelle istituzioni, sicurezza dei cittadini, crescita economica e inclusione sociale. Tuttavia, per una buona governance, questi dovranno prevedere riforme di fondo che hanno alterato l’attuale sistema democratico, quali: * Fiducia istituzionale: recuperare l’indipendenza dei poteri dello Stato (Esecutivo, Legislativo e Giudiziario) e superare il governo parlamentare che ha agito voltando le spalle al Paese. * Sicurezza dei cittadini: adottare misure per contrastare i gruppi criminali, senza uscire dal Patto di San José né minare i diritti fondamentali della popolazione. * Crescita economica: promuovere uno sviluppo socioeconomico sostenibile, libero dalla corruzione, favorendo i settori economici non estrattivi: turismo, scienza e tecnologia, ecc. * Inclusione sociale: promuovere il dialogo con l’intero Paese, compresi i dipartimenti del sud e quelli che non hanno dato il proprio sostegno, ma che oggi dovranno essere governati. La popolazione si aspetta inoltre l’abrogazione delle leggi che favoriscono la criminalità, la riforma costituzionale, il risarcimento alle vittime delle proteste, l’attenzione ai settori della sanità e dell’istruzione, in particolare alla questione dei borsisti; lo sviluppo sostenibile nelle zone della foresta e della sierra, tutelando l’ambiente e le comunità circostanti, tra le altre cose. Redacción Perú
July 16, 2026
Pressenza
Perù. Studenti del PRONABEC: difendiamo una politica delle borse di studio all’insegna dell’uguaglianza
Lunedì 13 luglio, studenti, borsisti ed ex borsisti del Programma Nazionale di Borse di Studio (PRONABEC) hanno organizzato una manifestazione decentralizzata nelle città di Lima e Cusco. Gli studenti chiedono che venga estesa a 60 giorni la consultazione pubblica sul progetto di modifica del regolamento del PRONABEC che l’amministrazione entrante intende attuare e che snaturerebbe questo programma sociale di sostegno all’istruzione rivolto ai peruviani con eccellenza accademica e scarse risorse economiche. «Il progetto di modifica del regolamento della Legge n. 29837 snatura la finalità del PRONABEC, poiché inasprisce i motivi di revoca della borsa di studio, riduce i sostegni, dà priorità ai criteri del mercato del lavoro e trasferisce il rischio allo studente, colpendo principalmente chi ne ha più bisogno», hanno sottolineato gli studenti. La mobilitazione è stata indetta dalla Federazione degli Studenti del Perù (FEP), dal Fronte Nazionale dei Borsisti, Ex-borsisti e Candidati del Perù (FRENABEP), dall’Accordo Storico Cittadino (AHC), dalla Confederazione degli Studenti Universitari del Perù (CEUP) e dal Blocco Universitario della Coordinatrice delle Università di Lima e Callao. La manifestazione si è svolta nelle principali arterie di Lima Metropolitana e nella città di Cusco. CAMBIAMENTO DELLA POLITICA PUBBLICA IN MATERIA DI BORSE DI STUDIO I rappresentanti delle istituzioni promotrici hanno denunciato che il processo di modifica della normativa si sta svolgendo in un contesto di forte instabilità politica (successione di quattro ministri tra il 2021 e il 2026) e di cambiamento di modello (quello attuale mira a garantire le pari opportunità nell’istruzione superiore, mentre il prossimo darebbe priorità alla sostenibilità di bilancio a breve termine). «Non si tratta di un aggiornamento amministrativo del regolamento, bensì di una ridefinizione sostanziale della politica nazionale in materia di borse di studio», sottolineano. «Le modifiche proposte inaspriscono i motivi di revoca della borsa di studio, limitano il cambio di corso di laurea e di istituto, eliminano il finanziamento dei corsi ripetuti, riducono i benefici finanziabili — specialmente nelle borse di studio post-laurea — e concentrano le decisioni, un tempo prese in modo collegiale, in organi amministrativi. Nel complesso, aumentano le barriere all’accesso e alla permanenza, trasferiscono il rischio accademico e finanziario dallo Stato al borsista e indeboliscono la tutela che giustifica l’esistenza di una politica pubblica in materia di borse di studio», hanno aggiunto. CAL: LA MODIFICA AL REGOLAMENTO COSTITUISCE UN’INGIUSTA BARRIERA Da parte sua, l’Ordine degli Avvocati di Lima (CAL), guidato dalla dott.ssa Delia Espinoza, ha espresso il proprio sostegno agli studenti e ha respinto le modifiche al PRONABEC. Ha manifestato «profonda preoccupazione e rifiuto istituzionale nei confronti della proposta di modifica di 27 articoli del Regolamento della Legge n. 29837 del PRONABEC». A livello istituzionale, hanno messo in guardia dall’impatto negativo della presunta riforma, poiché: D’altra parte, il direttore esecutivo del PRONABEC, Enrique Chon, ha spiegato che la proposta di modifica mira a ripristinare il carattere meritocratico del programma e che ciò è necessario a causa dell’aumento dei casi di scarso rendimento durante il periodo 2024-II, in cui 857 borsisti sono stati ripetutamente bocciati in alcune materie. * «Contravviene agli obiettivi nazionali di miglioramento dell’istruzione: la riforma introduce barriere restrittive agli attuali benefici, contraddicendo gli obiettivi educativi della Nazione; * Viola il diritto umano all’istruzione: tale diritto è pienamente riconosciuto in strumenti internazionali quali il Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali, la Dichiarazione universale dei diritti umani, la Convenzione dell’UNESCO, il Protocollo di San Salvador, tra gli altri. * Contravviene agli obiettivi e alle politiche dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) in Perù». Da parte loro, gli studenti hanno giudicato insufficiente il periodo di 15 giorni di calendario previsto per la consultazione pubblica, poiché limiterebbe la partecipazione di tutte le parti coinvolte (borsisti, ex borsisti, candidati, università, istituti e altri attori). Inoltre, hanno esortato a comprendere la situazione particolare di molti borsisti, che si trovano principalmente in condizioni di vulnerabilità economica. DIALOGO APERTO Alla chiusura di questa edizione, gli studenti e i rappresentanti delle istituzioni hanno riferito che oggi, martedì 14, hanno tenuto un incontro con il ministro dell’Istruzione, Jorge Marticorena Mendoza, e la deputata Ruth Luque, durante il quale hanno chiesto di annullare il progetto di modifica o di estendere il periodo di consultazione nell’ambito del processo di dialogo. Inoltre, continueranno le manifestazioni davanti al ministero competente, affinché le loro richieste vengano ascoltate. Redacción Perú
July 16, 2026
Pressenza
FCEI: raccolta di donazioni per interventi di soccorso in Venezuela
La Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia (FCEI) ha aperto una sottoscrizione a favore delle vittime del terremoto che ha colpito il Venezuela. Nel proprio comunicato la FCEI spiega: > Lo scorso 24 giungo la nazione latino-americana è stata colpita, a pochi > secondi l’uno dall’altro, da due terremoti di magnitudo 7.2 e 7.5 con > epicentri nella zona di Yaracuy. > Due scosse devastanti che ad oggi hanno causato crolli o danni gravi nell’80% > degli edifici delle zone più fortemente colpite, portando a quasi 4mila le > vittime fino ad oggi accertate e a un numero ancora incerto di dispersi. Il presidente della FCEI, Daniele Garrone, spiega: > Gli interventi che le donazioni renderanno possibili saranno realizzati > tramite l’Esercito della salvezza che, anche in questa triste circostanza, è > stato immediatamente operativo con squadre che hanno attivato interventi di > primo soccorso, raggiungendo in breve tempo numerose comunità colpite. > L’Esercito della salvezza sta già pensando ai passi successivi, in > collaborazione con le agenzie delle Nazioni Unite e altri partner. > Il Consiglio della FCEI ritiene significativo poter intervenire con i contatti > di una delle sue chiese membro che ha una consolidata tradizione di intervento > nel sociale e a favore delle persone più colpite riuscendo, in casi di > calamità, ad esser tra i primi ad arrivare e tra gli ultimi a lasciare il > campo. Per informazioni e approfondimenti: * Terremoto Venezuela. Federazione chiese evangeliche apre sottoscrizione * Venezuela, la risposta umanitaria dell’Esercito della Salvezza * Salvation Army response continues amid devastation in Venezuela Le donazioni si effettuano mediante bonifico con causale “Sottoscrizione Venezuela” al C/C intestato a: Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia IT45K0200803284000104203419 BIC/SWIFT UNCRITM1RNP Banca Unicredit – Via Lata, 4 00186 Roma Redazione Italia
July 14, 2026
Pressenza
America Latina: una donna uccisa ogni due ore. Le destre rispondono con il populismo punitivo
Negli ultimi cinque anni la regione ha registrato oltre 19mila femminicidi. Honduras e Guatemala sono tra i Paesi più colpiti, mentre più del 90% delle morti violente resta impunito. Le organizzazioni femministe denunciano l’inefficacia dell’inasprimento delle pene e chiedono prevenzione, indagini efficaci e politiche integrali contro la violenza di genere. L’Osservatorio parità di genere della Commissione economica per l’America Latina e i Caraibi (Eclac, per la sua sigla in inglese) delle Nazioni Unite ha registrato 19.254 femminicidi negli ultimi cinque anni, cioè 11 morti violente di donne per ragioni di genere al giorno, 1 ogni due ore. Nel 2024, 14 delle 25 nazioni con i tassi d’incidenza relativa di femminicidi più alti al mondo si trovano in America Latina e i Caraibi (UN Women ed Eclac), guidate dall’Honduras con 4,7 vittime ogni 100.000 donne, il Guatemala (1,9) e la Repubblica Dominicana (1,7). Tutto ciò senza contare l’enorme sottostima dei dati dovuta principalmente al timore o all’impossibilità di denunciare e, molto spesso, alla mancanza di fiducia nei confronti delle forze dell’ordine e di sistemi di giustizia visti come indifferenti, supponenti o, addirittura, complici dei criminali. Dati che vanno ben oltre la media ponderata della regione, che oscilla tra 1 e 1,3 casi ogni 100.000 donne. Brasile e Messico guidano la lista dei Paesi con il maggior numero assoluto di femminicidi, rispettivamente con 1.568 e 768 reati di sangue (2025). Il 42% degli attacchi mortali viene commesso dal partner o ex partner e l’ambiente domestico rappresenta il principale focolaio di rischio, in particolare per le donne con un’età compresa tra i 21 e i 30 anni (22% dei femminicidi). Nel 2025, in Honduras, l’Osservatorio del Centro per i diritti delle donne (Cdm, per la sua sigla in spagnolo) ha registrato 936 aggressioni contro donne e bambine, tra cui 412 reati sessuali e 262 femminicidi. Ciò significa che in Honduras una donna o una bambina viene uccisa ogni 33 ore. Il 46% delle persone aggredite ha un’età compresa tra gli 11 e i 39 anni, il che rappresenta un aumento del 49% rispetto all’anno precedente. La maggior parte degli aggressori apparteneva alla cerchia ristretta delle vittime. Per la prima volta, i reati sessuali (44%) superano i reati contro la vita (31%), colpendo principalmente bambine e ragazze (297). Le denunce di violenza domestica sono state 41.895 e quelle di maltrattamenti familiari 48.642. Nei primi sei mesi del 2026 la situazione non è cambiata. L’Osservatorio ha registrato 126 morti violente di donne, una ogni 34 ore. A maggio sono state uccise 8 donne in soli quattro giorni, quattro delle quali minorenni. Di fronte alla gravità della situazione e all’enorme sommerso e sottostimazione esistente, il Cdm e una ventina di organizzazioni, collettivi e piattaforme di donne e femministe hanno preso posizione a sostegno della necessità di un approccio integrale alla violenza contro le donne. “Questi numeri non sono statistiche astratte, sono vite strappate, famiglie distrutte, figli e figlie che crescono senza le loro madri. Ogni cifra ha un nome, una storia e una comunità che piange la sua assenza. Di fronte a questa realtà, nessuna organizzazione impegnata a favore dei diritti delle donne può rimanere in silenzio”, avvertono in una dichiarazione congiunta. Nel 2013, dopo una lunga lotta, il movimento delle donne honduregno ottenne un successo storico: la tipificazione del delitto di femminicidio. Nonostante ciò, come appena visto, l’emergenza non è cessata e i numeri testimoniano una situazione estremamente preoccupante. Il nuovo Parlamento, controllato dalle forze ultraconservatrici del bipartitismo tradizionale, come risultato di “elezioni truffa” fortemente condizionate dall’ingerenze statunitense e da denunce di brogli elettorali, ha approvato una riforma che innalza le pene per il delitto di femminicidio (da 25 a 30 anni) e femminicidio aggravato (tra i 40 e i 60 anni) e crea organi giudiziari specializzati. Per le organizzazioni che lottano per i diritti delle donne, questa misura non solo non è sufficiente, ma rischia di essere un debole palliativo, una sorte di “populismo punitivo” che si sta espandendo parallelamente all’avanzata delle destre nel continente latinoamericano. “Non serve a nulla aumentare le pene se non si promuovono politiche di prevenzione, né si attacca seriamente l’impunità che interessa più del 90% delle morti violente di donne”, spiega a Pagine Esteri, Erika García, coordinatrice del programma giustizia e contenzioso strategico femminista del Cdm.  Sotto accusa c’è quindi il sistema di giustizia e la mancanza di un approccio integrale al dramma della violenza di genere. Oltre a ciò, continua García, le organizzazioni denunciano il mancato rafforzamento del processo investigativo, la sistematica riluttanza di chi amministra giustizia ad applicare la figura del femminicidio, così come la complicità delle forze dell’ordine, composte in maggior parte da uomini. Dopo le elezioni del 2021, vinte da Xiomara Castro e dal partito Libertà e Rifondazione (Libre), varie organizzazioni si fecero promotrici di una proposta di legge speciale integrale contro la violenza verso le donne. L’allora maggioritaria opposizione bipartitista, con il sostegno dei settori religiosi fondamentalisti e l’apparato mediatico controllato dai gruppi di potere economico e politico, si oppose strenuamente alla sua presentazione in aula e il progetto non arrivò mai a essere discusso. La recente riforma resta quindi più un atto mediatico improvvisato che una risposta complessiva e integrale. “Da quando si sono insediati il nuovo parlamento e il nuovo governo hanno esposto la bandiera del movimento pro-vita sia nell’emiciclo che nei diversi ministeri. Inoltre – continua l’avvocata del Cdm – non hanno mai voluto ascoltare il parere di quelle organizzazioni che da anni sono in prima linea nel sostegno alle donne e che conoscono molto bene le dinamiche che permettono che le violenze si riproducano e si rafforzino. Sono molti, troppi gli esempi di incoerenza di questa gente”. Forte la critica anche contro il doppiopesismo della maggioranza parlamentare, che da un lato dice di voler difendere la vita delle donne, ma dall’altro approva leggi che la compromettono seriamente. “Hanno approvato normative che blindano le attività agroindustriali, che criminalizzano la difesa della terra e i beni comuni, che spogliano le comunità delle loro terre, che riattivano  l’impiego a tempo parziale, precarizzando ulteriormente il mercato del lavoro e smantellando i diritti. Sono le donne le principali vittime di queste leggi”, avverte García. Denunciano infine l’ipocrisia dell’agenda ultraconservatrice che ha legiferato la proibizione totale e assoluta dell’aborto, blindandola con una riforma che permette la sua modifica solo con il voto favorevole dei tre quarti dei deputati, e che trama, insieme all’integralismo religioso, per negare i diritti sessuali e riproduttivi delle donne. “La deriva fondamentalista religiosa e la sua incidenza sui diritti delle donne è una costante globale che va di pari passo con la radicalizzazione a destra dei governi della regione, diventandone uno strumento privilegiato”, conclude l’avvocata del Cdm. Molto grave è anche ciò che le donne vivono in Guatemala, al secondo posto tra i Paesi con il maggiore indice relativo di femminicidi. Nel 2025, le morti violente sono state 595, con un aumento del 6% rispetto all’anno precedente, di cui 206 femminicidi (+14,4%). Le denunce per violenza di genere sono state 17 al giorno, con un tasso di 402,2 denunce per ogni 100.000 donne (Procura generale). Nonostante ciò, è solo il 9% di chi subisce violenza che denuncia gli abusi. La sottostima colpisce in modo particolare le popolazioni indigene, che in Guatemala rappresentano il 46,3% della popolazione totale (Revista Puentes de Diálogos). Per ciò che riguarda la violenza sessuale, la Procura generale ha riportato 9.649 denunce, di cui il 60% (5,834 vittime) riguardava violazioni e il 29% (2.839 vittime) aggressioni sessuali. La maggior parte delle vittime sono bambine e ragazze (65,9%). La violenza porta poi all’aumento esponenziale delle gravidanze adolescenziali e infantili, con 2.101 parti di madri tra i 10 e i 14 anni nel 2024, con un aumento dell’8% rispetto all’anno precedente (Osservatorio della salute sessuale e riproduttiva). Malgrado nel 2008 le organizzazioni di donne e femministe abbiano ottenuto l’approvazione di normative speciali contro il femminicidio e altre forme di violenza contra le donne (decreto 22-2008), con pene tra i 25 e i 50 anni, e per la ricerca immediata di donne scomparse (decreto 9-2016), il Guatemala resta uno dei Paesi in cui le donne muoiono e scompaiono di più al mondo. Sarebbero almeno 13.800 le donne scomparse negli ultimi sette anni, cioè quasi 5 al giorno. “Dobbiamo tornare alla storia del Guatemala, uno Stato con caratteristiche coloniali che ha sempre rappresentato gli interessi delle oligarchie nazionali e del capitale multinazionale, escludendo sistematicamente i popoli originari e le donne. Uno Stato che poi nasconde questa realtà dietro una falsa narrazione di difesa dei diritti delle persone”, spiega a Pagine Esteri, Virginia Gálvez, membro del collettivo femminista Actoras de Cambio. I 36 anni di conflitto armato interno e di repressione feroce con più di 200 mila vittime e almeno 45 mila desaparecidos, così come l’influenza diretta degli Stati Uniti nelle politiche contrainsurrezionali, hanno usato la militarizzazione e il controllo maschile dei territori, nonché la violenza sessuale come armi contro i popoli, le donne maya, le donne organizzate. “Fu una vera e propria istituzionalizzazione della violenza sessuale, che è rimasta in quasi totale impunità e che si è rafforzata con il passare degli anni. Siamo quindi di fronte a una vera e propria disumanizzazione della donna, soprattutto quella indigena, il cui corpo diventa estensione del territorio da controllare e invadere od oggetto da sfruttare sessualmente”, segnala Gálvez. Varie organizzazioni di donne e femministe segnalano l’assistenza alle sopravvissute, il contenzioso strategico e la lotta contro l’impunità, la guarigione ancestrale e comunitaria e l’attività di sensibilizzazione politica come i principali elementi di una strategia integrale per affrontare il flagello del femminicidio e della violenza di genere. Per l’attivista è fondamentale inchiodare lo Stato alle sue responsabilità, denunciandone l’ipocrisia, legittimando il lavoro delle organizzazioni, costruendo meccanismi di risposta e di riparazione, di guarigione e recupero delle donne, generando condizioni sociali di non ripetizione. “Ci sono condizioni strutturali che devono essere cambiate, ma dobbiamo anche avanzare nella lotta contro l’impunità, nella denuncia del simulacro di protezione da parte dello Stato, rompendo il silenzio, riappropriandoci della nostra voce, del nostro corpo, della nostra storia”.   Giorgio Trucchi
July 14, 2026
Pressenza
Perù: «Nulla garantisce che le leggi vengano abrogate, se noi cittadini non agiamo»
Mentre il Perù si prepara al cambio di governo il prossimo 28 luglio, la popolazione ha la propria agenda, il cui primo obiettivo è l’abrogazione delle leggi “Procrimen” che continuano a gettare nel lutto centinaia di famiglie in tutto il Paese. L’Ordine degli Avvocati di Lima (CAL), il collettivo Coalizione Cittadina per la Vita (CCV) e l’Accordo Storico Cittadino (AHC), che insieme raggruppano diverse istituzioni della società civile, stanno portando avanti questa iniziativa su più fronti. Nell’esercizio del buon governo, il ruolo dei cittadini è fondamentale e pienamente attivo, come ci conferma Grimaldo Ríos (CCV) nella seguente intervista: Pressenza: Lo scorso gennaio, Pressenza l’ha intervistata in merito all’iniziativa per l’abrogazione delle leggi “Procrimen”, ma la questione non aveva ancora preso corpo, per così dire. Dopo il primo turno, la questione è stata ormai considerata una priorità da quasi tutte le istituzioni politiche, per i diritti umani, giovanili, ecc. Qual è il suo bilancio? Grimaldo Ríos: Beh, è stato un processo di accumulo, di sensibilizzazione civica e politica. Abbiamo avviato questa iniziativa come Coalizione Cittadina per la Vita nel luglio del 2025. Successivamente, abbiamo coinvolto l’Ordine degli Avvocati di Lima (CAL), che sotto la guida del suo decano, il dottor Raúl Canelo, ha presentato un’iniziativa legislativa che poi è diventata il progetto di legge 12158, presentato lo scorso agosto. Ma questo continuava a dormire il sonno dei giusti in Parlamento, era stato accantonato. E così abbiamo organizzato dei forum cittadini per presentare le Sei Condizioni Democratiche per un Buon Governo partecipativo. Una delle prime condizioni era proprio questa: l’abrogazione delle leggi pro-crimine. Sei candidati si sono impegnati a abrogare le leggi a favore della criminalità qualora fossero entrati a far parte del governo. Tra coloro che hanno firmato, solo «Ahora Nación» è stato eletto come gruppo parlamentare. Ma hanno firmato anche alcuni candidati, oggi senatori, come Patricia Iturregui, candidata al Senato per il Partito del Buon Governo, e la candidata al Senato, la dottoressa Matute Charum. All’epoca, diciamo, c’era un ampio ventaglio di settori democratici che si univano a questo sforzo. Successivamente, al secondo turno, il CAL convocò i candidati alla presidenza, sia il signor Roberto Sánchez che la signora Keiko Fujimori. Partecipò solo il candidato Roberto Sánchez, il quale si impegnò a fare proprio il disegno di legge e un altro disegno di legge che ne proponeva l’abrogazione. E lo fece effettivamente. In quella settimana prima delle elezioni ha presentato un’iniziativa affinché prima la Commissione dei portavoce e poi l’Aula si pronunciassero su questi progetti di legge, affinché l’Aula li discutesse. Ma il presidente del Congresso, Rospigliosi, semplicemente non ha voluto e ha sospeso la seduta. In precedenza, anche il Partito del Buon Governo, con lo stesso candidato presidenziale, Jorge Nieto, aveva annunciato, prima del primo turno, che la prima azione che il suo gruppo parlamentare avrebbe intrapreso, una volta entrato in Parlamento, sarebbe stata l’abrogazione delle leggi a favore della criminalità. Pressenza: Per quanto riguarda Nieto, avete preso contatto con lui in questo momento? Il suo gruppo parlamentare darà il proprio sostegno? G.R.: In questo momento stiamo contattando ufficialmente i vari gruppi parlamentari. Abbiamo già parlato con la coordinatrice parlamentare, la consulente del segretario generale di «Juntos por el Perú», il signor Ernesto Zunini; organizzeremo un incontro con lui, così come con «Ahora Nación», con il Partito Civico «Obras» e anche con il Partito del Buon Governo. Pressenza: È d’aiuto il fatto che si sia creata l’alleanza tra «Juntos por el Perú», «Ahora Nación» e «Obras»? G.R.: Certo. Questo, diciamo, manifesta una volontà ormai collettiva. Hanno firmato un documento in cui pongono chiaramente questa come una delle prime condizioni per il dialogo con il governo che inizierà il 28 luglio. Non ci sarà dialogo se non verranno soddisfatte queste tre condizioni: primo, l’abrogazione delle leggi a favore della criminalità; secondo, giustizia e risarcimento per le vittime della repressione e degli omicidi su commissione; e terzo, beh, dal loro punto di vista chiedono la liberazione dell’ex presidente Castillo. Inoltre, se questi quattro gruppi parlamentari si unissero in maggioranza, potrebbero tranquillamente approvare le leggi a favore della criminalità. Sommando i quattro gruppi parlamentari si arriva a 78 deputati e 30 senatori. Questo garantirebbe, almeno alla Camera dei deputati, una chiara maggioranza. E al Senato, se dovesse accadere che il signor López Aliaga non entri in carica come senatore, quel blocco fujimorista rimarrebbe con 29 senatori e l’altro blocco ne avrebbe 30, avendo così anch’esso la maggioranza. Insomma, bisogna lottare per questo. Ecco perché abbiamo ripreso la campagna di raccolta firme. Pressenza: E come vi state organizzando? G.R.: Abbiamo avviato i primi incontri per riattivare i vari gruppi di cittadini interessati a portare avanti questa iniziativa. E lo facciamo perché i cittadini non possono aspettarsi che i politici facciano ciò che diciamo, se noi cittadini non assumiamo un ruolo di primo piano e non facciamo pressione. E quindi, nulla garantisce che le leggi vengano effettivamente abrogate, se noi cittadini non agiamo con iniziativa, se la cittadinanza non è mobilitata. Ed è per questo che è importante questa campagna di raccolta firme. Abbiamo il modulo dell’ONPE, che ci è stato concesso già dall’anno scorso. Finora abbiamo raccolto circa 18.500 firme. Sono 81.000 firme valide. Pressenza: A livello nazionale? G.R.: Sì, a livello nazionale. Beh, questa campagna ha ottenuto un risultato importante nel riunire diversi settori e c’è un consenso nazionale riguardo all’abrogazione della legge “pro-crimine”; ha avuto anche i suoi alti e bassi perché è iniziata proprio alla vigilia della campagna elettorale. Credo che ora il terreno sia più libero, perché sta per iniziare la campagna elettorale; in ogni caso, le elezioni regionali e comunali si terranno a novembre, ma non hanno la stessa connotazione politica delle elezioni generali. Pressenza: E c’è anche una maggiore consapevolezza da parte della popolazione? G.R.: C’è una maggiore consapevolezza e ciò che bisogna fare è attivare i nuclei di lavoro in ciascuna delle regioni in cui sono già stati avviati. Nel processo precedente avevamo gruppi ad Ayacucho, Junín, Ancash; in queste settimane si sono aggiunti compagni di Lambayeque, Cusco e Arequipa, quindi continueremo ad ampliarci progressivamente. La nostra prospettiva è quella di riuscire a raccogliere circa 150.000 firme in tre mesi. In altre parole, a fine ottobre si presenterebbe l’iniziativa legislativa cittadina, ma parallelamente dobbiamo svolgere il lavoro di pressione politica sui partiti e sui gruppi parlamentari. Si è già formato un blocco parlamentare di opposizione, il che facilita le cose; bisogna prendere in parola il partito del Buon Governo, che al primo turno si è impegnato ad abrogare le leggi a favore della criminalità. Potrebbe succedere che ora il fujimorismo stia cercando di portare questa discussione in commissione e lì, comunque, di farla cadere nel dimenticatoio. Poi all’improvviso esce la relazione della commissione secondo cui non esistono leggi a favore della criminalità. Pressenza: Lo stesso Accordo Storico Cittadino (AHC) ha posto sei condizioni per un buon governo. Ma, diciamo, delle sei condizioni, credo che quella più matura per poter essere concretizzata sia proprio questa, quella dell’abrogazione. G.R.: Esatto. Credo che sia su questo punto che dobbiamo concentrarci in questi mesi, e bisogna trovare le forze, unire sempre più persone, per rendere possibile questa abrogazione. Ok, grazie mille. Se desideri contribuire a sostenere la campagna, apri il link e scarica il modulo. Una volta raccolte le 10 firme con inchiostro blu e impronta digitale, contatta il numero 968355638. Il link per la tua partecipazione e/o quella dei tuoi gruppi è: https://drive.google.com/file/d/1L-PBAwLryRevxV9HirJhttPhZxIywXYi/view Redacción Perú
July 14, 2026
Pressenza
Mario Paciolla, settimo anno senza giustizia
Per ricordare alla Città, alla Regione, al Governo e a tutte le Istituzioni che un giovane operatore di Pace, scomparso in Colombia nel 2020, ancora attende Verità e Giustizia, ci vediamo mercoledì 15 luglio alle 18.00 all’ex Asilo Filangieri al Vico Maffei 4, Napoli. Sarà una serata di musica e parole, immagini e pensieri, per ricordare a tutti che l’Italia deve impegnarsi e chiedere alle Nazioni Unite di collaborare nelle indagini per stabilire cosa ha veramente determinato la fine di Mario Paciolla, che era in servizio nella missione ONU in Colombia. Lo chiedono con fermezza i genitori Pino e Anna Motta, le sue sorelle, i suoi familiari, gli amici del Comitato e tutti coloro che hanno conosciuto e apprezzato Mario per la sua esuberante umanità. Da Napoli parte un grido di giustizia che non può e non deve fermarsi davanti all’indifferenza delle nostre istituzioni. Lo dobbiamo a tutte le vittime cadute mentre lavoravano per la Pace, per la solidarietà, per l’informazione e per la cultura, uomini e donne che non devono essere dimenticati, ma onorati con l’accertamento della verità sulla loro fine. Saremo in tanti mercoledì sera a Napoli e non ci fermeremo. Festival Del Cinema dei Diritti Umani di Napoli Redazione Napoli
July 14, 2026
Pressenza